Categoria: USA

Diario di viaggio USA: San Diego, Grand Canyon, Las Vegas e Los Angeles

10 giorni in USA: Los Angeles, Las Vegas, Grand Canyon e Route 66
Da sinistra: Balboa Park a San Diego, Venice e Waterworld agli Universal Studios di Los Angeles, il Venetian a Las Vegas, il Grand Canyon e il General Store di Hackberry sulla Route 66

Dopo aver spiegato come organizzare un viaggio negli USA, io e mio nipote Lorenzo siamo pronti a partire. Ci aspettano tre stati (California, Arizona e Nevada), tre metropoli (San Diego, Las Vegas e Los Angeles), qualche piccola località (Yuma, Cottonwood e Flagstaff), un paio di deserti (Sonora e Mojave), la Route 66, migliaia di chilometri e il re dei paesaggi americani: il Grand Canyon. Tutto in 10 giorni. Si parte!

29/08 Roma – Los Angeles – San Diego (202 km)

Viaggiare con un nipote rivela subito un grandissimo vantaggio: i genitori ti accompagnano in aeroporto (e i nonni ti vengono a riprendere) risparmiando il viaggio in macchina, con annesso parcheggio, chiavi, navetta, ecc… molto più pratico!
Non cambia però la levataccia: per una partenza sicura seguiamo le istruzioni di Alitalia che invita i passeggeri diretti in USA a recarsi in aeroporto tre ore e mezza prima del volo. Quindi ci mettiamo in macchina a Gaeta alle 3:30 e arriviamo alle 5:00, così tanto in anticipo che – dopo aver imbarcato i bagagli – troviamo i controlli di sicurezza ancora chiusi e dobbiamo aspettare l’arrivo del personale per l’apertura.
Tutto avviene al terminal 1 e non il 5, perché il volo è Alitalia. In passato ho viaggiato per gli USA con Delta e i voli delle compagnie americane e israeliane partivano da un blindatissimo T5. In quell’occasione, presentandoci con due ore scarse di anticipo rispetto al decollo, rischiammo seriamente di non partire.
Lo stesso rischio che corriamo anche stavolta perché, mentre ci dirigiamo al gate, mi accorgo di aver perso biglietto e passaporto! Torniamo indietro, allertiamo polizia e carabinieri, frughiamo nei vassoi del controllo bagagli e solo quando ripercorriamo i movimenti precedenti, troviamo la soluzione: l’edicola!
La signora alla cassa non si era scomposta e aspettava il nostro ritorno: quando sono entrato speranzoso nel negozio ho incontrato il suo sguardo rassicurante ed è stato come avere un’apparizione mariana. Mi ha detto solo: “Ti stavo aspettando”.
Il biglietto aereo A/R per Los Angeles l’ho acquistato online sul sito Alitalia il 24 Giugno ed è costato 550 Euro a persona, incluso il bagaglio in stiva da 23 chili. Il volo fila liscio e dopo 10.500 chilometri, 12 ore e mezzo, due pasti carcerari e due film (Creed II e Aquaman), atterriamo e sbrighiamo le pratiche doganali alle colonnine automatiche e poi con gli agenti che ci identificano con foto e scansione dell’impronta digitale.
Nessun problema per ritirare i bagagli, alle 14:00 siamo finalmente fuori LAX, il grande aeroporto di Los Angeles, e prendiamo lo shuttle gratuito che collega i terminal con gli uffici dei noleggi auto. Il bus si riconosce facilmente perché è rivestito con colori e logo di Alamo, la compagnia dove ritireremo la macchina.
Il noleggio per una settimana è costato 308 Euro incluso il navigatore, prenotazione fatta l’8 Luglio online (il pagamento anticipato dava uno sconto sul prezzo finale). Al momento del check-in ho aggiunto per 54.90 dollari (49.60 Eu) una copertura assicurativa totale, senza franchigie, anche per smarrimento delle chiavi, assistenza stradale o rottura dei vetri.
Alle 15:00 ritiriamo la macchina e va in scena la solita operazione simpatia, stavolta l’impiegato Eddie. Spiego che dobbiamo fare molti chilometri e per questo ho fatto l’assicurazione supplementare: per caso è disponibile un upgrade gratuito? 😉
Come accaduto in passato, anche Eddie ci invita a scegliere tra le macchine di categoria superiore a quella prenotata e non ci pensiamo due volte: Chevrolet Malibu bianca con 1200 miglia, tutte le comodità e tetto apribile.
Ora una parentesi importante per un viaggio on the road in USA.
Guidare la macchina è divertente, facile, ci sono strade di ogni genere e tante corsie a disposizione. Di base bisogna sapere che vanno rispettati i limiti, non si superano MAI i bus scolastici in sosta, si può girare a destra (se non espressamente vietato) anche con il semaforo rosso e la risposta alla fatidica domanda quanto costa la benzina in America?, è facile: “Costa poco”.
Il prezzo può variare molto tra i vari distributori ma certamente sarà sempre più conveniente dei nostri prezzi. Per le macchine a benzina, prima di fare rifornimento, si può selezionare quella a 87 ottani, la più economica. La benzina si vende a galloni (3.78 litri).
Per calcolare un budget di viaggio, svelo subito che abbiamo percorso 1476 miglia pari a 2375 chilometri. Abbiamo fatto benzina 4 volte per un totale di 31.7 galloni (120 litri) e una spesa finale di 98.5 dollari (89.50 Eu). Quindi il costo medio di un litro di benzina è stato di 0.82 dollari (0.75 Eu), la metà rispetto a noi. Il consumo della nostra Malibu, 19.7 km/litro.
Anche per questo viaggiare in macchina in America è piacevole e conveniente.
Torniamo al viaggio: azzeriamo il contachilometri, impostiamo il navigatore, prendiamo confidenza con l’auto e restiamo concentrati per uscire dal traffico convulso di Los Angeles. Fuori ci sono 28 gradi e guidiamo senza soste fino al nostro Days Inn San Diego Hotel Circle Near SeaWorld dove arriviamo alle 18:50 dopo aver percorso 126 miglia.
Facciamo un salto in piscina per rilassarci e decidere dove cenare, la scelta ricade su Blue Water Seafood, una pescheria/grill dove ordiniamo due grandi sandwich. Uno con salmone scozzese, guacamole, chipotle e cheddar, e l’altro con tonno hawaiano. Mangiamo molto bene e ci dispiace che alle 21:00 siano in chiusura perché ci sarebbe piaciuto assaggiare qualcos’altro. Spendiamo 25 dollari (21.70 Eu) e prima di rientrare in hotel compriamo un paio di bottiglie d’acqua dal tipico negozietto di liquori aperto fino a tardi.
Siamo in piedi da 30 ore, è tempo di mettere le lancette 9 ore indietro: ora sì che abbiamo tempo per recuperare sonno! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 7,8 km

30/08 San Diego

Purtroppo il fuso ha colpito: nonostante la stanchezza ci abbia messo KO alle 22:00, mi sveglio alle 2:00 e poi a intervalli di altre due ore fino alle 6:00. A quel punto, svegli entrambi, ci alziamo per andare a fare la prima colazione americana da Denny’s.
Abbiamo tempo e fame per fare il pieno di zuccheri, proteine e grassi. Soprattutto gli ultimi, come conferma il nostro ordine: All American Slam, con toast imburrati, tre uova strapazzate con cheddar e accompagnate da bacon, salsicce e patate. Per finire abbiamo diviso un paio di pancake alla cannella conditi con panna montata e glassa calda di formaggio cremoso. Una colazione super, al prezzo di 40 dollari (36.30 Eu) che ci servirà come carica per tutta la giornata.
Torniamo in hotel, ci organizziamo e alle 11:00 usciamo di nuovo per andare verso l’Old Town di San Diego.
Arriviamo dopo pochi minuti, lasciamo la macchina in un grande parcheggio gratuito e trascorriamo le successive tre ore passeggiando tra gli edifici che costituirono il nucleo della città antica, il cuore della California che vede proprio qui la sua fondazione nel 1769.
La visita è molto interessante, si alternano costruzioni originali dell’epoca a evidenti riproduzioni che rendono l’insieme del tutto simile a un parco dei divertimenti a tema pionieristico. Ci sono figuranti in costumi dell’epoca che rendono credibile la rievocazione storica, anche i negozi e il mercatino rispettano canoni estetici e cura dei dettagli per rendere l’esperienza del turista immersiva nel passato.
La vicinanza con il Messico si sente e i souvenir hanno origine nello stato confinante: ceramiche, stampe, alimenti, sono tantissimi i prodotti con chiare influenze dei vicini di casa.
Visitiamo i piccoli musei ospitati negli edifici storici: l’ufficio dello sceriffo, la prigione, il saloon, il municipio, la posta con le diligenze, le stalle e la grande piazza centrale.
Dopo una pausa per una maxi limonata, alle 13:30 riprendiamo la macchina per andare in centro, ci aspetta il Gaslamp Quarter.
Il tragitto è breve ma ci liberiamo della macchina dopo un’ora perché incontriamo diverse difficoltà a parcheggiare: in centro ci sono moltissimi “parcheggi pubblici” a pagamento e una buona parte di questi funziona solo con carte di credito al costo di 18/20 dollari… per ora!
Quindi vale la pena perdere un po’ di tempo per trovare cifre più basse e difatti il nostro impegno viene premiato da un multipiano enorme, proprio a ridosso della 5th, la strada principale di San Diego, a solo un dollaro per ora.
Non facciamo neanche cento metri nella caratteristica 5th e ci fermiamo subito da SD Trading Co, un monomarca cittadino che fa tutto al 50% e ne approfittiamo per i primi, classici souvenir: magneti, t-shirt, shottino e palla di Natale (15 dollari, 13.65 Eu).
L’orientamento nel centro di San Diego è molto facile: le strade principali sono numerate in modo sequenziale e incrociano altre strade che sono denominate come lettere dell’alfabeto.
Dopo la pausa shopping percorriamo tutta la Quinta finché non incrocia la E di Elm Street, da qui giriamo per salire verso il grande Balboa Park. Passeggiamo nel verde fino al ponte Cabrillo, in pietra, e lo attraversiamo per arrivare alla California Tower, sede del Museo dell’Uomo.
In cima a questa collina San Diego raccoglie gallerie, musei, orti botanici, tutto estremamente curato e vivo. Ci sono tante persone che si godono la serata che anticipa il week end e l’atmosfera è rilassata e festosa, anche grazie al Food Truck Friday: una rassegna che per cinque mesi all’anno ospita i migliori fast food di strada per tutti i gusti, dal sushi al vegano.
I profumi stuzzicano l’appetito ma resistiamo alle tentazioni e continuiamo a camminare lungo i sentieri. Dopo la salita dell’andata ci godiamo la discesa lungo l’altro versante della collina, dove ammiriamo un magnifico giardino di piante grasse prima di prendere la strada che ci riporterà in centro.
Tornati sul livello del mare ci orientiamo di nuovo e ci ritroviamo sull’11esima, da qui ci muoviamo verso la Quarta per vedere Horton Plaza, considerata il cuore del Gaslamp Quarter, e poi rientriamo sulla Quinta dove ci aspetta per cena l’esperienza del Gaslamp Strip Club, una steak house dove puoi ordinare la carne che preferisci e cucinartela da solo su delle griglie già pronte e dotate di tutti gli attrezzi e i condimenti per provetti chef.
Sulla nostra piastra finiscono una Ribeye da 4 etti e una Skirt Steak da 3, tutte e due frollate per 21 giorni, marinate in olio di oliva e aglio, e servite con Caesar salad e pane all’aglio (abbiamo grigliato pure quello!). Buonissima cena, accompagnata da Bud Light e Pepsi Cola (niente birra per l’under 21!), per una spesa finale di 54 dollari (49.10 Eu).
Non è ancora tempo di tornare in hotel, dopo cena ci spostiamo a passeggiare lungo la spettacolare baia di San Diego dove abbiamo la fortuna di trovare uno show di fuochi d’artificio sul mare, al termine di un concerto. Tra un superyacht e l’altro seguiamo il deflusso del pubblico e anche noi rientriamo verso il parcheggio arrampicandoci lungo la suggestiva scala illuminata che taglia in due l’imponente Convention Center della città.
Dopo aver raggiunto il nostro parcheggio sulla Sesta, paghiamo 14 dollari per la sosta (12.70 Eu) e torniamo in albergo.
Sono le 22:30 quando arriviamo, giusto il tempo di fare una doccia e caricare le batterie: domani si prende la strada e inizia la parte del viaggio on the road 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 11,8 km

31/08 San Diego – Yuma – Cottonwood (740 km)

Oggi ci aspetta la tappa più lunga del viaggio: il passaggio dalla fresca costa californiana ai paesaggi aridi dell’Arizona, sarà la nostra tappa di avvicinamento al Grand Canyon.
Prima però c’è da fare il pieno di energie dal vicino Bunz dove ordiniamo una maxi colazione con burrito, waffles, succhi d’arancia e ovviamente l’immancabile corredo di colesterolo: uova e pancetta. Aggiungiamo pane imburrato e spendiamo 35 dollari (31.80 Eu).
Adesso sì che possiamo partire, prima però torniamo nell’Old Town per acquistare alcune cose che ci erano piaciute ieri e compriamo una seconda palla di Natale e un’altra t-shirt (20 dollari, 18.10 Eu).
Sono le 10:00 quando impostiamo il navigatore e senza distrazioni puntiamo dritti Yuma, dove arriviamo giusto tre ore e 180 miglia dopo. Durante il tragitto facciamo una sola pausa per scattare foto spettacolari nel punto in cui la I-8 taglia in due delle enormi e arroventate dune di sabbia sottile e bianca.
Nonostante la temperatura sia di 41 gradi, decidiamo di fare un giro a piedi nel sonnacchioso centro storico di Yuma, località nota per la sua prigione storica e per i film western che la citano.
Percorriamo la Main Street all’ombra dei suoi porticati e troviamo condizioni abbastanza desolanti: tanti locali chiusi, polvere ovunque e qualche negozio di souvenir e bar aperti nella speranza di accogliere qualche turista. Approfittiamo dell’aria condizionata di una boutique di costosissimo abbigliamento vintage, giusto il tempo di comprare un paio di adesivi da collezione e torniamo a prendere la macchina. Prima di ripartire facciamo scorta di benzina e snack, visto che ci resta da percorrere ancora un lungo tratto desertico, dove vedremo il termometro salire fino a 45 gradi!
In prossimità di Phoenix lasciamo la I-8 per prendere strade più piccole che attraversano località minori che caratterizzano il più classico dei paesaggi lunari disseminato di caratteristici cactus Saguaro dell’Arizona: mancano solo Roadrunner e Wile E. Coyote. Beep beep!
Non facciamo altre soste fino a destinazione: alle 19:00 arriviamo al Super 8 by Windham Cottonwood e nonostante siamo abbastanza provati dalla lunga giornata in strada, dopo il check-in torniamo subito in macchina per andare a cena: siamo affamati come coyoti.
Abbiamo intenzione di mangiare messicano perché siamo nel posto giusto per farlo, quindi la prima scelta ci porta da Adriana che troviamo chiusa per lutto. Allora ci spostiamo da Concho’s, consigliato dal receptionist, che però alle 20:01 non ci fa sedere perché chiude alle 20:00. Siamo quasi disperati visto che Cottonwood non offre granché e non ha un centro specifico poiché è una località sviluppata lungo la strada che l’attraversa, e a quanto pare chiudono anche presto!
La fortuna però è dalla nostra: l’altro consiglio che abbiamo è Calavera, un ristorante messicano proprio di fronte il nostro hotel. Il locale è bellissimo, arredato molto bene (mi ricorda un altro messicano dove cenai con Federica a Page, durante il viaggio nei parchi USA) e proprio qui, sicuramente complici la fame e la sete, ci godiamo quella che sarà una delle migliori cene del viaggio: chimichanga con carne di manzo sfilacciata, fajitas, fagioli e un enorme piatto di pollo alla piastra condito con peperoni, avocado, cipolle, piselli e pomodori, servito su un letto di riso al formaggio. Stavolta servono birra a entrambi e ne abbiamo approfittato con una doppia dose di Bud Light, necessaria per mandar giù le maxi portate e il gusto piccante. Cena pesante ma conto leggero, lasciamo sul tavolo solo 38 dollari (34.60 Eu) e andiamo via soddisfatti.
Cottonwood è piuttosto desolata, non c’è nessuno in giro e a noi resta solo da attraversare la strada per tornare in hotel. Sono le 21:00 e – seppure stanchi – è un po’ presto per dormire, quindi lavoro un po’ al computer, vediamo la sintesi di Juve-Napoli (4-3) e dopo la doccia ci abbandoniamo alla prima notte in Arizona.
Domani andiamo a vedere il panorama naturale più famoso d’America.

Quanto abbiamo camminato oggi? 3 km

01/09 Cottonwood – Grand Canyon – Flagstaff (450 km)

Dopo una colazione abbastanza misera rispetto agli standard a cui ci siamo abituati, alle 10:00 partiamo. Siamo un po’ in ritardo perché non abbiamo resistito e ci siamo visti il primo tempo del derby di Roma (1-1).
Lasciamo la calda Cottonwood, attraversiamo la Coconino National Forest con le sue imponenti conifere, superiamo Flagstaff – dove torneremo al termine di questa giornata – e a 48 miglia dal Grand Canyon, per non sfidare ancora una spia della riserva che ci ammonisce da troppo tempo, ci fermiamo a un distributore e poi facciamo un giro nel Visitor Center a 6 miglia dall’ingresso, nel pieno della Keibab National Forest, giusto il tempo necessario per comprare qualche souvenir.
Arriviamo al casello/biglietteria del Grand Canyon alle 13:00 e troviamo tante macchine incolonnate: è domenica ed è il week end del Labour Day, l’equivalente del nostro Primo Maggio (primo lunedì di settembre).
Quanto costa l’ingresso al Canyon? Dipende. Nel precedente viaggio nei Parchi USA avevamo la tessera annuale, molto molto conveniente. L’ingresso singolo, invece, costa proporzionalmente molto di più: 35 dollari (32 Eu) per veicolo e vale una settimana.
Questa è la mia terza visita al Grand Canyon, la prima risale al 2006, e questa volta – superati i varchi della biglietteria – invece di girare subito a destra per prendere la strada panoramica verso Cameron, proseguo dritto fino al parcheggio di Mather Point. Lasciamo la macchina e ci affacciamo a vedere il magnifico scenario da questo affollato punto panoramico.
Gli scorci della gola più famosa d’America sono sempre impressionanti, nonostante l’alto numero di persone, e da qui partono una serie di sentieri che percorriamo anche in alcuni tratti che richiedono brevi arrampicate per raggiungere belvedere più isolati.
Dopo le prime foto torniamo al grande piazzale e facciamo una pausa per integrare liquidi e sali minerali, fa molto caldo ed è necessario idratarsi prima di proseguire.
C’è qualcosa che non mi convince del tutto: è la prima volta che vedo il Grand Canyon così affollato ed è anche la prima volta che vedo una zona diversa del Grand Canyon. Mi domando se sia stato semplicemente fortunato nelle precedenti visite.
Per fortuna scopro presto che non c’entra niente la domenica e il Labour Day, probabilmente il punto panoramico Mather è sempre così affollato perché è il principale della South Rim. Difatti, appena prendiamo la 64, la strada fatta in passato, ritrovo il “mio” Grand Canyon lungo questa strada costellata di punti panoramici spettacolari e poco frequentati (Grandview, Lipan, Moran, Navajo, Tusayan con le rovine del villaggio nativo).
Percorriamo tutta la Desert View Drive e al termine ci aspetta la torre Desert View e l’ultimo bookstore dove compriamo marmellata e miele di cactus e t-shirt per 15 dollari (13.70 Eu).
Dopo 4 ore nel parco, sono le 18:00 quando riprendiamo la strada per completare le 70 miglia che ci separano da Flagstaff.
In uscita dal Grand Canyon ci gustiamo ancora scorci panoramici presidiati da insediamenti Navajo a bordo strada, dove vendono artigianato locale.
Ci fermiamo presso un paio di questi per comprare dei monili, poi cerco e ritrovo l’ultimo suggestivo belvedere proprio mentre il sole sta calando: una degna chiusura per una giornata che ha visto inseguirsi panorami sempre più belli.
Arriviamo a destinazione che è ormai buio, lasciamo al volo le valigie nella stanza prenotata all’Americas Best Value Inn & Suites Flagstaff e temiamo di essere in ritardo per la cena programmata al mitico Galaxy Diner sulla vecchia Route 66. Dalla reception ci rassicurano che siamo ancora in tempo perché chiude alle 21:00, riprendiamo la macchina e dopo pochi minuti di marcia arriva una grande delusione! Lo storico locale è chiuso!
Speravo di cenare qui per la terza volta ma non sarà possibile e forse non lo sarà più per nessuno: sulla porta c’era l’avviso dell’autorità giudiziaria che ne dichiarava il fallimento. Un locale simbolo della Route, fermo agli anni ’50 per arredi, neon, menu e musica rockabilly, ora non c’è più, ora è buio e spento. Mi dispiace che Lorenzo non lo possa apprezzare, a me resta la consolazione di averlo visto un paio di volte, probabilmente già nella sua fase decadente.
Questo luogo simbolico per noi avrebbe dovuto rappresentare l’inizio della seconda parte del viaggio ma non ci abbattiamo, la Route 66 esiste ancora e questo incidente di percorso non cambierà i nostri programmi.
Per cena, però, dobbiamo improvvisare un piano B: andiamo in centro, parcheggiamo la macchina e chiediamo ad alcuni ragazzi come funziona il parcometro (bisogna digitare la targa della macchina sulla colonnina e inserire le monete). Scopriamo con il loro aiuto che la sosta è gratuita fino al mattino successivo, quindi approfittiamo per chiedere dove mangiare qualcosa e ci indirizzano verso il Collins Irish Pub. All’interno troviamo tanti schermi con sport di ogni tipo che però non ci distraggono dalla nostra scelta: hamburger Bacon & Blu per me e un Texas BBQ per il nipote viaggiatore. Va molto meglio lui con salsa barbecue, anelli di cipolla fritti, bacon, cheddar fuso, insalata, pomodoro e cetriolini. Mentre il mio – ahimè, è stata solo colpa mia! – è buono ma lo devo “alleggerire”: complice la stanchezza ho dimenticato che il “blu” cheese è gorgonzola e io non sopporto il gorgonzola! Nonostante tutto è stato un buon piano B, accompagnato con birra, limonata e patatine, spendiamo 40 dollari (36.50 Eu) e alle 22:30 torniamo in hotel e crolliamo dopo una giornata molto intensa.
Domani ci aspetta La Strada e per noi sarà una scoperta e un ritorno. Sarà la Route 66.

Quanto abbiamo camminato oggi? 8,5 km

02/09 Flagstaff – Route 66 – Las Vegas (458 km)

La seconda parte del viaggio che ci porterà a Las Vegas, prevede un tratto di strada da percorrere lungo la Route 66. La Mother Road, la storica strada che dal 1926 unisce Chicago a Los Angeles, l’est e l’ovest degli USA, è sempre meno usata, in alcuni tratti addirittura non esiste più – sostituita da nuove e più veloci highway – ma continua a conservare tutto il suo fascino per chi sa apprezzare ritmi più compassati e vuole vivere di persona quella sensazione di libertà, quel mito americano on the road, descritto in libri, canzoni e film che hanno fatto epoca.
Io l’ho percorsa tutta nel 2006, un’esperienza indimenticabile descritta nel diario di viaggio sulla Route 66, valido ancora oggi per organizzare le tappe fondamentali lungo il percorso. La mia promessa a Lorenzo nasce proprio da quel viaggio, gli avevo detto che dopo la maturità ci saremo andati insieme e oggi la mia parola sarà definitivamente onorata: si torna sulla Route 66!
Prima di partire però ci fermiamo in un vicino Walmart dove spendiamo circa 90 dollari (82.30 Eu) per comprare tante porcherie americane (principalmente Pringles, cereali, carne secca, bibite e dolci introvabili da noi), e restare perplessi davanti alle vetrine dei videogame poste di fronte a quelle dei fucili automatici.
Alle 11:30 siamo sulla Route 66 e procediamo spediti fino allo storico General Store di Hackberry un vero monumento sulla strada americana. Lo scoprii nel 2006 e durante l’ultimo viaggio lo trovai chiuso, ma stavolta recupero e riesco visitarlo nuovamente all’interno. Indosso la maglia a tema Back to the future e davvero mi sembra di fare un viaggio nel tempo: fuori è rimasto tutto com’è, pompe di benzina abbandonate e macchine arrugginite. Dentro è sempre più un incrocio tra un rigattiere e un antiquario, inutile aggiungere quale è il tema principale dei cimeli esposti. Dopo un ricco shopping nostalgico fatto di targhe e t-shirt, procediamo per la diga di Hoover Dam, a sole 38 miglia dalla nostra destinazione finale.
Quando arriviamo sono quasi le 17:00 eppure ci sono oltre 40 gradi, il sole picchia ancora duro ma non ci ferma: lasciamo la macchina e proseguiamo a piedi per camminare sul Mike O’Callaghan – Pat Tillman Memorial Bridge, una porzione pedonale del ponte che passa sul Colorado proprio di fronte al gigantesco invaso. Dopo le foto panoramiche riprendiamo l’auto e ci spostiamo sul lato opposto per fotografare il bacino della diga più famosa d’America che porta splendidamente i suoi quasi 100 anni di vita.
Alle 18:15 arriviamo finalmente nella città del peccato e facciamo check-in nel Best Western Plus Casino Royale, l’hotel scelto per il nostro soggiorno a Las Vegas.
Una nota importante per prenotare l’hotel a Las Vegas: in passato ho dormito allo Stratosphere e al Mirage quindi ho scelto questo hotel sulla base delle esperienze pregresse. Lo Stratosphere è molto decentrato rispetto alla Strip (come il Mandala Bay o il Luxor che si trovano all’altro punto estremo della strada principale di Las Vegas), mentre il Mirage è stato perfetto: in pieno centro.
Ecco, l’hotel di questo soggiorno è esattamente di fronte al Mirage, in una posizione perfetta per visitare tutti i magnifici casinò della città. Ma la scelta non è stata dettata solo dalla posizione, ci sono altre due variabili da considerare: dormire a Las Vegas costa in media abbastanza poco. Bisogna però calcolare bene la tariffa di base e quella dei servizi aggiuntivi obbligatori che, in quanto obbligatori, di fatto cambiano il prezzo finale. Per esempio ricevere il quotidiano in stanza è un servizio che alcuni hotel considerano come “obbligatorio”, indipendentemente se interessante o no: c’è poco da fare, lo pagherete. Stesso discorso per altri servizi in buona parte inutili, come le chiamate urbane illimitate. Questi escamotage, insieme alle tasse di soggiorno quando non incluse, possono addirittura raddoppiare la tariffa iniziale. Quindi attenzione!
Il Best Western, invece, oltre a proporre una tariffa unica e inclusiva di tutto ci aggiunge anche il parcheggio. Infine, l’ulteriore motivo che mi ha imposto questa scelta: una legge del Nevada vieta il soggiorno in hotel ai minori di 21 anni non accompagnati dai genitori. Gli hotel che ho selezionato durante la ricerca dichiaravano apertamente questa impossibilità, quindi occhi aperti. Il Best Western invece non ha questo limite, ha una tariffa unica, è in pieno centro e include il parcheggio gratuito: come si fa a non sceglierlo? 😉
Stiamo in stanza il tempo di rinfrescarci e sistemare i bagagli, che diventano sempre più massicci, e con il calar del sole siamo subito in strada per assistere allo spettacolo di acqua e fuoco del vulcano del Mirage (ogni ora tra le 20:00 e le 23:00).
Al termine dello show andiamo dritti nella zona pedonale del Linq, alle spalle della ruota panoramica, e tra artisti di strada e negozi cerchiamo e troviamo la nostra meta: il Tilted Kilt che, come accaduto nel 2014, si conferma il miglior hamburger del viaggio. Anche l’ordine è lo stesso della volta scorsa: un Wicked Boston con formaggio americano condito con cipolle alla birra Samuel Adams, pancetta al pepe d’acero, insalata, pomodoro e salse; e poi un BBQ Burger con salsa barbecue, cheddar, pancetta affumicata alle mele, cipolle fritte e due grandi Bud Light alla spina per un totale di 50 dollari (45.70 Eu).
Finalmente carichi di proteine e grassi, siamo pronti per una prima esplorazione della pazza Sin City. Attraversiamo la strada e passiamo davanti alle “rovine” del Caesar’s Palace per procedere poi fino al Bellagio, dove ammiriamo un paio di spettacoli delle fontane danzanti prima di entrare. Siamo a caccia di una informazione importante: gli orari del buffet 🙂
Il leggendario buffet del Bellagio è aperto dalle 19:00 alle 22:00 e così per domani sappiamo già dove venire per cena. Dopo aver buttato inutilmente qualche dollaro nelle slot machine, rientriamo verso il nostro hotel frastornati da luci, suoni e colori dopo giorni di paesaggi deserti e silenzi.
Prima di andare a dormire, però, ci concediamo un po’ di Italia visitando i canali e i cieli azzurri di Venezia perfettamente riprodotti all’interno del Venetian: forse il casinò più kitsch di Las Vegas.
Domani abbiamo un’intera giornata per scoprire questa città folle.

Quanto abbiamo camminato oggi? 10,5 km

03/09 Las Vegas

A causa di un falso allarme antincendio, siamo definitivamente svegli all’alba. Sbrigo un po’ di lavoro e alle 09:30 entriamo nel vicino Denny’s e ordiniamo entrambi un Lumberjack Slam con due uova strapazzate, bacon, salsiccia, prosciutto arrosto e pancake; da bere succo d’arancia e milkshake Oreo. I 37 dollari del conto diventano 27.75 grazie al buono sconto del 25% regalato dall’hotel (25.40 Eu).
Cosa fare a Las Vegas durante il giorno? C’è tanto da fare, i casinò non chiudono praticamente mai e sono belli da vedere a qualsiasi ora. Noi abbiamo passeggiato lungo la Strip partendo dai giardini esotici e le cascate del Wynn fino ai grattacieli curvi del Waldorf Astoria. Visto il gran caldo abbiamo fatto lunghi tratti entrando e uscendo dai casinò, impresa non facile visto che questi locali enormi e ipnotici sono fatti per disorientare e intrappolare le persone! 🙂
Durante il passaggio all’interno del Planet Hollywood troviamo un bel negozio di souvenir dove si compra bene (abbiamo portato a casa una targa del Nevada).
A proposito di souvenir: durante il tragitto abbiamo fatto tanti confronti prezzi ma nessuno batte i negozietti dell’Hawaiian Marketplace che si trovano subito dopo i passaggi sopraelevati del Paris Paris (in direzione Mandala Bay). Concentriamo qui il nostro shopping: t-shirt, borracce di alluminio, magneti, adesivi, penne, berretto, tazze, portachiavi fiche e mazzi di carte usate (hanno i 4 angoli tagliati) con il brand dei più noti casino sul dorso (40 dollari, 36.40 Eu). E per finire un delizioso completino per bebè che giocano d’azzardo.
E sì, ho comprato il primo souvenir del genere al Grand Canyon, ora posso dirlo chiaro e forte: ci siamo! Io e Fede siamo abbastanza incinti!
L’anno scorso, prima del nostro viaggio in Perù, avevamo fatto una previsione: nel 2019, in occasione del viaggio-premio con mio nipote, lei avrebbe preso una pausa per via della futura gravidanza che avevamo in programma … e così è stato! Dopo i primi tre mesi di ecografie e visite mediche, mentre ero a San Diego ho ricevuto la notizia che anche l’ultimo esame che ha fatto prima della mia partenza è andato benissimo.
Sì! Presto riprenderemo a viaggiare insieme e saremo in tre!
Alle 15:00 rientriamo in hotel e ci rilassiamo in piscina per rinfrescarci prima di cena. Dopo tuffi, snack e letture, indossiamo le nostre belle camicie da serata importante e usciamo di nuovo, stavolta per andare a vedere l’interno del Mirage: la grande piscina, il meraviglioso negozio di memorabilia del cinema e dello sport autografate, il ricco acquario della reception, e poi passiamo agli interni sontuosi del Caesar’s.
Sono le 19:40 quando ci mettiamo in fila per il grande buffet del Bellagio. Aspettiamo il nostro turno per 40 minuti, paghiamo l’ingresso 86.58 dollari (79.15 Eu) e ci accompagnano al tavolo.
Ora dobbiamo solo scegliere da dove iniziare, la nostra intenzione è assaggiare tutto e in buona parte ci riusciamo. Facciamo diversi viaggi e nei nostri piatti finiscono: granchi giganti, gamberi, costolette marinate, filetti di manzo, salsicce, tacchino, pollo, mini hamburger, paella, piatti cinesi, indiani, sushi, uno spicchio di pizza e un pugno di pasta per curiosità (sorvoliamo, non ne vale la pena. Mai! Neanche al Bellagio). Non ci siamo fatti sfuggire (quasi) niente prima di attaccare il carrello dei dolci e gelati. Praticamente abbiamo saltato solo frutta e verdura ma ci sono e abbiamo visto persone mangiare solo quelle.
Rispetto al 2014, stavolta sono incluse nel prezzo le bibite analcoliche: ci sono grandi distributori automatici di soft drink con display digitali per scegliere tra decine di bevande. Assaggiamo la Coca Cola alla ciliegia e la limonata al lime, buonissima. Birra e vino si pagano a parte e si possono chiedere ai camerieri in sala che sparecchiano ogni volta che vai a rifornirti di nuovo. Per noi le cose più buone sono stati i tagli di carne, le costate in particolare, il sushi e il granchio. Delusione per i dolci, in passato erano più buoni, mentre stavolta ci hanno lasciato… l’amaro in bocca!
In ogni caso lo consiglio: anche a distanza di anni e a dispetto di qualche recensione negativa su TripAdvisor, il buffet del Bellagio merita ancora attenzione. Specie se si pensa che la spesa è di 39 Euro a persona dove un hamburger con bibita ne costa circa 25. Si può fare!
Dopo un’ora e mezza trascorse a tavola come le cavallette dell’apocalisse siamo pronti a uscire e proseguire verso la parte di Strip che ancora non abbiamo visto. Camminiamo sul lato del Bellagio e passiamo in rassegna il vertiginoso New York New York, il fiabesco Excalibur e il piramidale Luxor.
Per tornare indietro attraversiamo la strada all’altezza del MGM e proseguiamo verso il casinò del nostro hotel dove arriviamo dopo mezzanotte: un’ora perfetta per sedersi alla roulette e fare qualche puntata.
Alle 2:00 lasciamo il tavolo da vincenti e portiamo con noi 42 dollari (38.40 Eu): un buon modo per salutare Las Vegas!

Quanto abbiamo camminato oggi? 17,2 km

04/09 Las Vegas – Los Angeles (475 km)

Per oggi abbiamo in programma un pigro avvicinamento a Los Angeles, la destinazione finale di questo viaggio.
Partiamo con calma dall’hotel, dopo aver aiutato una coppia italiana a parcheggiare, fare check-in e orientarsi nel complicato mondo di Las Vegas che al primo impatto ti confonde e frastorna.
Dopo la nostra buona azione quotidiana, lasciamo la Strip in macchina e ci spostiamo verso il Las Vegas South Premium Outlets dove compriamo felpe nello store Nike e visitiamo tanti altri negozi di abbigliamento. Il bottino principale, però, è a base di jerky beef e una confezione di preparato per cucinare la jambalaya della Lousiana, un piatto che ho apprezzato moltissimo durante il viaggio a New Orleans nel 2015.
La sosta dura più del previsto e ripartiamo piuttosto tardi, prima di lasciare il Nevada ci fermiamo a Jean dove c’è il distributore Chevron più grande del mondo con le sue 96 pompe. Deve essere anche il più caro perché qui la benzina la paghiamo ben 4 dollari (3.66 Eu) al gallone!
Superiamo il confine, rientriamo in California e attraversiamo il deserto del Mojave. Dopo Barstow scendiamo verso sud e nei pressi di San Bernardino veniamo inghiottiti dal traffico convulso delle enormi strade che caratterizzano l’hinterland di Los Angeles.
Sono già le 20:00 quando arriviamo al Best Western Redondo Beach Galleria Inn, lasciamo al volo le valigie e ci rimettiamo in marcia per andare a riconsegnare la macchina.
Arrivare in aeroporto è una missione stressante che portiamo a compimento senza imprevisti, anche perché per fortuna siamo abbastanza vicini. Dopo aver salutato la nostra Malibu, prendiamo la navetta che ci porta ai terminal e da qui ci agganciamo alla wi-fi dell’aeroporto per connetterci con Uber: sarà questo il principale servizio di trasporto che abbiamo programmato di usare a Los Angeles.
Prenotiamo il nostro autista, seguiamo le istruzioni per identificarci a vicenda e con solo 17 dollari (15.50 Eu) ci riporta in hotel. Durante il tragitto chiediamo informazioni per cena ma, siccome è tardi, troviamo i locali consigliati già chiusi e per questo finiamo in un Wienerschnitzel vicino al nostro albergo.
Siamo stanchi morti, ci restano giusto le forze necessarie per mangiare il classico BBQ Bacon Cheeseburger, un Junkyard dog (un hot dog con patatine fritte, chili, formaggio americano, mostarda, cipolle grigliate, pane al sesamo) e un bratwurst con cipolle e mostarda. In pratica un menù da Oktoberfest nel pieno di Redondo Beach, in California. Ma l’assurdità non è finita, perché questi “tedeschi”… non servono birra! Solo bibite analcoliche.
Poco male, siamo già cotti, quindi per digerire vanno bene anche una limonata Tropicana e una Mountain Dew. Lasciamo in cassa 20 dollari (18.20 Eu) e dichiariamo chiusa la giornata e tutta la nostra settimana on the road. Abbiamo visto San Diego, Yuma, Cottonwood, il Grand Canyon, Flagstaff e Las Vegas. 2375 chilometri in 7 giorni, da Los Angeles a Los Angeles: si può fare!
Ora ci aspettano un paio di giorni losangelini e abbiamo le idee molto chiare su cosa faremo… 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 5,1 km

05/09 Los Angeles (Universal Studios)

A Los Angeles c’è Hollywood, la casa del cinema mondiale. Attori, studi, cinema, teatri, produzioni: la scena quotidiana di Los Angeles è sempre a metà strada tra finzione e realtà.
Quindi, per fare un vero assaggio di questo mondo di mezzo trascorreremo la giornata agli Universal Studios di Hollywood… e non solo! 😉
Il 27 Luglio abbiamo comprato il biglietto sul sito ufficiale, con la formula due giorni al prezzo di uno. In pratica scegli la data della visita e hai la possibilità di entrare con lo stesso biglietto anche in un secondo giorno (ti indicano esattamente in quali date sarebbe possibile l’ingresso omaggio). Visto che il prezzo era uguale al biglietto di un giorno ho acquistato questa soluzione a 109 dollari (99.50 Eu). Non succede, ma se succede che ci va, possiamo tornarci gratis già domani. Hai visto mai?
Dopo una ricca ricca colazione dolce e salata offerta dal Best Western, selezioniamo il nostro UberPool per raggiungere gli Studios. Questa categoria di Uber condivide il tragitto o parte di esso con altri passeggeri, riducendo il costo della corsa a 31 dollari (28.30 Eu).
Dopo un’ora di macchina superiamo la passeggiata dei negozi, raggiungiamo l’ingresso del parco alle 11:30 e dopo l’esordio con il cinema 4D di Kung Fu Panda, entriamo dritti nel magico mondo di Harry Potter e poi dei Minion.
Queste attrazioni sono identiche a quelle che ho visto nel parco gemello di Orlando, durante il viaggio in Florida: sono sempre bellissime e divertenti, quindi faccio volentieri il bis di tutto, anche quando ci spostiamo nel livello inferiore degli Studios. Qui ci aspettano i Transformers e l’adrenalinica Jurassic Park dalla quale usciamo piuttosto rinfrescati, vista l’abbondanza d’acqua che è arrivata a secchiate da ogni direzione.
Dopo aver recuperato gli zaini nei comodissimi armadietti gratuiti a riconoscimento digitale, presenti all’ingresso delle attrazioni più movimentate, torniamo al livello superiore e andiamo a vedere la zona dei Simpson con la riproduzione di Springfield, dove non manca una sosta al Krusty Burger per mangiare l’enorme hot dog Telespalla Bob con chili, formaggio e cipolle, accompagnato da una grande limonata (20 dollari, 18.20 Eu).
Prima di lasciare quest’area andiamo sulla montagna russa virtuale dei Simpson e incontriamo la fila più lunga del giorno: 40 minuti, mentre tutte le altre sono state sempre sotto i 15. Il giorno infrasettimanale sicuramente ci ha aiutati ad avere tempi di attesa così bassi, così come ci ha aiutato l’app ufficiale del parco che dà delle stime in tempo reale sulle file, per organizzare meglio il proprio programma.
Nel frattempo è arrivata l’ora per vedere lo spettacolo live di Waterworld che è rimasto identico a quello visto nel 2006, quindi lo trovo ancora perfettamente organizzato e recitato. In più quest’anno abbiamo trovato a recitare anche la protagonista femminile di Waterworld 2.
Ricordate che per vedere uno spettacolo dal vivo bisogna andare 20 minuti prima dell’inizio dello show. E un avviso importante per Waterworld: sulle gradinate sono indicate le file che saranno colpite dagli abbondanti schizzi d’acqua provocati, più o meno volontariamente, dagli attori in scena. Le file sono dove ci si bagna sono indicate, ma voi non fidatevi troppo e mettetevi più indietro! 😉
Il parco chiude alle 18:00 ma ce la prendiamo comoda in diversi negozi a tema dove lasciamo 50 dollari (45.70 Eu) per comprare tazze, apribottiglie magnetico, t-shirt, penne, blocchetti e qualche altra cianfrusaglia.
All’uscita seguiamo le indicazioni per la stazione della metro Universal Studio City, dove andiamo a prendere la linea rossa in direzione Union Station e scendiamo dopo una sola fermata a Hollywood Highland: il cuore della lunga Hollywood Boulevard, più nota come Walk of Fame.
Alcune informazioni sulla metropolitana di Los Angeles: la rete è vasta e abbastanza capillare ma Los Angeles è più grande ancora! Molti luoghi noti sono distanti tra loro e in alcuni casi raggiungibili con due o tre cambi e anche un paio di ore di collegamenti. Per questo abbiamo usato la metro solo per tratti brevi e preferito Uber per altri spostamenti: per quanto sia sicuramente più dispendioso dei mezzi pubblici ci ha fatto risparmiare molto tempo. Il primo biglietto della metro costa 3.75 dollari (3.40 Eu) e la cifra include il costo della singola corsa, 1.75 dollari (1.60 Eu), e 2 dollari (1.80 Eu) sono per acquistare la tessera da ricaricare nei viaggi successivi.
È quasi il tramonto quando arriviamo a destinazione, un momento perfetto per vedere questa grande arteria parallela a Sunset Boulevard.
I palazzi e le palme altissime dovrebbero farti puntare gli occhi verso l’alto ma le stelle sul marciapiede sono le vere protagoniste di questa strada spettacolare. Ci divertiamo a riconoscere i grandi personaggi del cinema, della musica, della radio che hanno ricevuto questo omaggio e cerchiamo, e troviamo, anche i nomi di tanti artisti italiani.
Davanti al Chinese Theatre ci sono i calchi di mani e piedi autografati da celebrità del passato e star del cinema contemporaneo. Soprattutto, però, proprio accanto al celebre teatro, c’è un enorme negozio di souvenir con tanto di imbonitore microfonato all’esterno: 5 dollari (4.60 Eu) per comprare qualsiasi articolo, e noi scegliamo felpe e targa della California.
Se vi state chiedendo dove comprare souvenir a Los Angeles, la risposta è tutta in questa strada. La paccottiglia per turisti abbonda e man mano che ci si allontana dalla zona centrale si riducono i prezzi, fino a trovare anche negozi che vendono tutto a 99 cents! Proprio qui compriamo ancora magneti, sticker e portachiavi.
Poi ci sono negozi più belli e curati, come quello della Marvel, dove compriamo altre borracce in alluminio e un tappeto da supereroe per casa nuova (36 dollari, 32.80 Eu).
Dopo una perlustrazione a caccia di promozioni e sconti torniamo nei negozi con le proposte migliori per comprare quattro t-shirt a 10 dollari e sei magneti per la stessa cifra. Ce ne sono tante di queste promozioni: più compri e meno paghi.
Dopo aver camminato a lungo nel tratto più noto di questa incredibile strada, alle 21:30 ci fermiamo a cenare da Johnny Rockets, consigliato dal nostro autista Uber. Si tratta di una catena di fast food – al ritorno ho scoperto che hanno cinque punti vendita anche in Italia, di cui uno a Roma – dove servono carne fresca e non surgelata, quindi il gusto è migliore. Gli arredi sono in stile anni ’50 e anche se promettono sorrisi, troviamo il personale piuttosto scorbutico e sbrigativo. Ordiniamo due panini classici con bacon e cheddar, acqua e Pepsi per un totale di 35.29 dollari (32.20 Eu). Anche qui non servono alcolici.
Sono passate le 22:00 quando torniamo in strada, entriamo in un altro paio di negozi e vampirizziamo la wi-fi di un Footloocker per prenotare il nostro Uber. In meno di un minuto arriva la macchina che con 50 minuti e 27.55 dollari (25.15 Eu) ci riporta in hotel dopo aver attraversato i grattacieli di Downtown.
Ancora una giornata intensa trascorsa in questa città elettrica ma non è finita, domani ci rilassiamo un po’ e andiamo a vedere una Los Angeles più stravagante e bohémien. Domani andiamo al mare…

Quanto abbiamo camminato oggi? 12,8 km

06/09 Los Angeles (Venice – Santa Monica)

Dopo l’ormai consueta e ricchissima colazione, pianifichiamo un po’ la giornata. L’ultima giornata zio-nipote in USA.
Come sempre abbiamo le idee chiare su cosa fare, non resta che applicarle: alle 10:30 arriva direttamente in hotel il nostro UberPool e ci facciamo lasciare a Venice Boardwalk. Tempo impiegato: 45 minuti. Prezzo: 18.22 dollari (16.60 Eu).
Ancora una nota sul funzionamento di UberPool: oltre a ridurre la spesa finale se condividi l’auto con altri passeggeri che prenotano sul tuo percorso, bisogna aggiungere che in questa categoria accetti di incontrare l’autista in un punto concordato che dista al massimo qualche centinaio di metri rispetto al luogo della tua chiamata. A noi di solito sono venuti a prenderci al punto di chiamata ma è successo anche di doverci spostare un paio di volte, in entrambi i casi si è trattato semplicemente di attraversare una strada per stare sul senso di marcia più favorevole all’autista. Niente di complicato, però attenzione alla connessione: se siete in wi-fi e dovete spostarvi, rischiate di perdere il segnale e di conseguenza gli eventuali scambi e aggiornamenti con l’auto in arrivo.
Sono le 12:00, il sole è alto e picchia duro. Girovaghiamo sotto i portici e lungo i viali di quelli che dovevano essere la riproduzione dei canali di Venezia in questo folle progetto di architettura contemporanea. La speculazione immobiliare non riuscì benissimo e Venice cadde in disgrazia, abbandonata e mal frequentata.
Oggi è in netta ripresa: la pista ciclabile, gli skate park, i prati, le palestre all’aperto, i tanti negozietti di artigianato etnico e gli artisti di strada la rendono viva e ne determinato il carattere frizzante e multiculturale.
Eppure c’è qualcosa che non va: l’atmosfera rilassata e del tutto simile alle comuni della vecchia Europa non trova corrispondenza nei prezzi delle cose in vendita. Abbiamo trovato Venice più costosa del centro di Los Angeles!
I negozi vintage vendono a prezzi salati vecchie divise militari e capi firmati, si trovano capi di abbigliamento di marche note negli anni ’80/90 e non abbiamo trovato niente sotto i 70 dollari. Anche per i comuni souvenir è meglio comprare su Hollywood Boulevard.
Dopo aver accantonato ogni idea di shopping camminiamo lungo la pista che fiancheggia l’enorme spiaggia in direzione Santa Monica, dove arriviamo alle 13:30 dopo una pausa per vedere le evoluzioni degli skater e una doccia per rinfrescare la testa.
Santa Monica è la località che ospita il pier più famoso e frequentato di Los Angeles. Il molo è lungo, si slancia per molti metri dalla terraferma al mare e sulla sua palafitta – retta da grandi pali di legno – trovano posto tanti negozi, addirittura una montagna russa e la celebre ruota panoramica!
Noi entriamo dalla zona del Luna Park, ci fermiamo in una sala giochi anche questa – neanche a dirlo! – con videogames degli anni ’90 e dopo uno spuntino veloce, scattiamo le foto al segnale stradale che indica il termine della Route 66; una piccola anticipazione della fine del molo, dove troviamo l’ultimo shop della Route.
Proprio qui ci affacciamo per ammirare il mare che si apre davanti a noi e mentre stiamo a guardare ci sentiamo osservati da una foca che in acqua aspetta qualche bocconcino lanciato da turisti e pescatori.
Facciamo ancora qualche altro giro che ci conferma, anche qui, che ieri abbiamo fatto ottimi acquisti e prima di andar via il nipotone consacra il suo viaggio in America con un rituale tuffo nell’oceano.
Una volta tornati su Ocean Drive prenotiamo Uber e ci facciamo scaricare al South Bay Galleria, un grande centro commerciale vicino al nostro hotel, dove arriviamo – per l’ultimo shopping matto e disperato – alle 16:30, dopo un’ora di macchina al costo di 30.46 dollari (27.80 Eu).
Qui vanno via ancora 100 dollari in t-shirt, body per bimbi, sportina, thermos, scarpe e ciabatte Nike da Macy’s, dove approfittiamo anche del wi-fi per fare check-in online sull’app Delta, per il volo di domani: il ritorno a casa si avvicina.
Prima però ci aspetta l’ultima cena a Los Angeles e vogliamo che sia meglio delle precedenti, anche perché finalmente riusciamo ad andare in un locale selezionato dall’Italia e che avevamo adocchiato sin dal primo giorno ma che alle 21:00 chiude!
Stavolta siamo in netto anticipo e riusciamo a goderci i tacos di pesce di Ensenada’s surf n turf grill. Ordiniamo due tacos di pesce e uno di pesce e gamberi, accompagnati da riso e fagioli e un refill medio di bibite gassate perché anche qui non servono alcolici! Spendiamo solo 20 dollari (18.20 Eu) per la cena meno costosa di tutto il viaggio che risulta anche una delle migliori.
In uscita dal ristorante ci accorgiamo di aver smarrito gli occhiali da sole e abbiamo anche il sospetto su dove siano stati lasciati, così torniamo dritti nel negozio del centro commerciale dove avevamo provato delle maglie e le commesse sembravano aspettare proprio noi da un momento all’altro. Il viaggio si chiude esattamente come era iniziato: con qualcosa di perso e ritrovato.
Anzi no! Non si chiude così, perché negli ultimi tre giorni a Los Angeles non siamo riusciti a bere la nostra adorata Bud Light, quindi facciamo come a San Diego il primo giorno: entriamo in una di quelle rivendite di alcolici gestite da asiatici asserragliati dietro un vetro blindato e compriamo una bella bottiglia da collezione, in alluminio e richiudibile, della nostra birra preferita (1.49 dollari, 1.30 Eu). Ora sì che possiamo tornare in Italia! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 14.6 km

07/09 Los Angeles – Roma

Il viaggio con Lorenzo sta per finire. Abbiamo portato a termine la missione e abbiamo fatto tutto quello che avevamo in programma.
Siamo sempre andati d’accordo, ci piace ridere, giocare, siamo appassionati di sport e di AS Roma, ci piace viaggiare, mangiare, andare allo stadio, abbiamo una storia ventennale alle spalle ma un viaggio è un viaggio.
Un viaggio è diverso da qualsiasi esperienza, vengono fuori altre dinamiche, abitudini, caratteri, umori. Stare per undici giorni insieme, a stretto contatto, 24 ore su 24, è stata una novità per entrambi e posso dire che abbiamo superato anche questa prova. Chissà, magari in futuro sarà lui a promettermi un viaggio alle Hawaii! 😉
Ovviamente quando i ritmi sonno/sveglia sono equilibrati e riusciresti a dormire a lungo, è tempo di tornare a casa e ti devi alzare all’alba.
Dopo la colazione e i controlli finali in stanza e nella valigia, alle 7:45 prenotiamo il nostro ultimo Uber per raggiungere l’aeroporto.
Arriviamo a destinazione in 15 minuti, con una spesa di 14.11 dollari (12.85 Eu) e con questa storia delle tre ore e mezza prima siamo decisamente in anticipo sulla partenza.
Ci mettiamo solo 40 minuti a superare i controlli di sicurezza e così ci troviamo nel gate di partenza ben tre ore prima del volo. Non immaginavano un così largo anticipo e contavamo di spendere ancora un po’ di soldi e tempo nel duty free, salvo poi scoprire che trovandoci in un terminal per i voli interni, non ci sono negozi se non un paio di edicole e caffetterie. Una noia mortale lo scintillante aeroporto di Los Angeles!
Lo scalo di un’ora e mezza a Boston fila liscio e mentre stiamo per imbarcarci penso che qui dovrei venire prima o poi. Magari per fare un giro anche in Canada. A Fede piacerebbe viaggiare in Canada e sono sicuro che anche alla piccolissima in arrivo piacerà. Buon viaggio!

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 95,9 km

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Stati Uniti Occidentali disponibile su Amazon
Libri letti su Kindle: La scomparsa di Josef Mengele di O. Guez e Corruzione di D. Wislow

Come organizzare un viaggio in USA: da Los Angeles al Grand Canyon

Viaggio in USA
Gli Stati Uniti visti dalla Treccani

Negli ultimi anni ho scritto un paio di post per organizzare viaggi dall’altra parte del mondo: documenti, visti, cambi, hotel, itinerari, ecc…
Così, dopo gli articoli su come organizzare un viaggio in Giappone e uno in Perù, questa volta dedico il post alla prossima destinazione: gli Stati Uniti.

Il mio sesto viaggio in USA mi riporterà per la terza volta in alcune località che mi hanno impressionato e che rivedo sempre con piacere.
L’occasione di questo ritorno me l’ha data l’esame di maturità di mio nipote Lorenzo. Nel 2006 tornavo da un grandioso viaggio lungo la Route 66 e gli feci una promessa: “Se sarai promosso tutti gli anni fino alla maturità, ti porterò negli USA”.
E così, dopo 13 anni, la tanto attesa maturità è arrivata (con un bel 93) e finalmente onoro la mia promessa: zio e nipote, si parte! 😉

L’itinerario

Ci siamo preparati un bel fly and drive molto serrato, che abbina grandi metropoli agli spazi incontaminati dei parchi americani.
Dopo l’atterraggio a Los Angeles, ritiriamo subito la macchina prenotata con Alamo e ci spostiamo verso San Diego dove resteremo due notti. Da San Diego percorreremo la linea di confine con il Messico fino alle cinematografiche prigioni di Yuma e successivamente ci fermeremo a Cottonwood, nella Coconino National Forest, in Arizona. Da qui saremo abbastanza vicini per raggiungere la South Rim del Grand Canyon per poi ripiegare verso Flagstaff. Quando partiremo da Flagstsaff la mia promessa sarà definitivamente onorata: attraverseremo un lungo tratto della storica Route 66, passando per il mitico General Store di Hackberry, fino a Kingman. Da qui riprenderemo strade più veloci per raggiungere la frenetica Las Vegas. Dopo la capitale mondiale del gioco d’azzardo ritorneremo a Los Angeles per trascorrere gli ultimi giorni tra parchi a tema e relax oceanico.
Come dicevo nella premessa, è il mio terzo ritorno in questi luoghi e l’itinerario è venuto facile. Il consiglio in fase di preparazione è di scegliere tappe di massimo 500 chilometri con cose da vedere nel mezzo. Se due destinazioni finali sono molto lontane, tra gli 800 e i 900 chilometri, vale sempre la pena cercare qualcosa nel mezzo e fare una tappa intermedia.

Sitografia e Bibliografia

Per comporre l’itinerario di questo viaggio in USA ho fatto meno ricerche del solito perché ero avvantaggiato dalle esperienze precedenti. Quindi questa volta la sitografia sarà piuttosto autoreferenziale 🙂

Le risorse che ho usato online e che potrebbero tornare utili ad altri viaggiatori sono queste:

Cose da sapere

Organizzare un viaggio in USA è facile, basta avere le idee chiare su cosa vedere.
Tante informazioni utili sono raccolte nelle indispensabili guide stampate, in questo ultimo paragrafo elenco solo alcuni dettagli di base che è molto importante conoscere prima di partire.

  • Documenti: i cittadini italiani che programmano un viaggio inferiore ai 90 giorni, possono visitare gli USA con un passaporto a lettura ottica (o biometrico) valido. Grazie al Visa Waiver Program possono ottenere una sorta di “visto leggero” noto come ESTA. Costa 14 dollari, vale due anni ed è obbligatorio. Dove fare l’ESTA per gli USA? Facile, sul sito ufficiale ESTA.
  • Una polizza di viaggio è sempre prudente averla, in USA e in qualsiasi altro Paese.
  • La corrente è 110V: adattatore/trasformatore obbligatorio!
  • La moneta è il Dollaro ($). Un Euro sono circa 1.10 dollari.
  • Le unità di misura sono diverse dalle nostre: miglia, galloni, once, Fahrenheit. Per non impazzire basta munirsi di un convertitore 😉
  • Le ore di fuso rispetto all’Italia cambiano in base alle destinazioni. In California saranno 9 ore indietro rispetto all’Italia.
  • Il meteo: variabile in base alle zone e da consultare sui siti internet prima di partire, per preparare la valigia. Poi giorno per giorno basta accendere la TV, in USA impazziscono per le previsioni del tempo!
  • Prima di partire ricordate sempre di registrarvi sul sito della Farnesina, Dove siamo nel mondo.

Ok. Per adesso è tutto, il diario vero e proprio arriverà verso la metà di Settembre.
Cara Route 66, non c’è due senza tre… sto arrivando! 😉

Idee per le vacanze: diari di viaggio pronti!

Diari di viaggio da Granada, Bruges, Mont Saint Michel, Tokyo, Nara e il Kumano Kodo
Diari di viaggio: un po’ di Belgio, un po’ di Spagna, un po’ di Francia, un po’ di Giappone, un po’ di me e Federica 😉

Da qualche anno non aggiornavo la lista dei luoghi visitati con i rispettivi diari di viaggio, con questo post ho recuperato un po’ di tempo perduto.
I Paesi del mondo in cui ho viaggiato sono aumentati e le località attraversate in nave, aereo, treno, bus, macchina sono anche di più. Come i diari di viaggio che ho scritto!
La pubblicazione dei diari di viaggio su questo blog è ormai un rito, un appuntamento fisso con i miei ricordi e con altri viaggiatori che vogliono fare esperienze simili.
I miei viaggi divisi per anno sono direttamente collegati al rispettivo diario: pronti a partire? 😉

2018: Normandia in macchina: Rouen, Mont Sant-Michel, Omaha Beach, Bayeux, Arromanches, Honfleur, Etretat, Giverny (Francia); Amsterdam (8) e Volendam (3)
2017: Bruges e Bruxelles (Belgio); Tokyo, Watarase Onsen, Hongu (Kumano Kodo), Shirahama, Nachi, Koyasan, Kyoto e Nara (Giappone); Sofia (Bulgaria)
2016: Vilnius e Trakai (Lituania); Amsterdam (6), Volendam (2), Monnickendam (2), Marken (2) e Edam
(Paesi Bassi); Andalusia (2) in macchina: Granada (2), Cordoba, Ronda, Nerja e Malaga (Spagna); Amsterdam (7); Cracovia e Auschwitz (Polonia)
2015: Varanasi, Sarnath, Agra, Fatehpur Sikri, Jaipur, Delhi (India); Miami, Key West (2), Orlando (3), Savannah, New Orleans, New York (3); Bratislava e Devin (Slovacchia), Vienna (Austria);
2014: Atene (Grecia); Mosca e San Pietroburgo (Russia); San Francisco, Las Vegas e i grandi parchi americani (USA); Porto (Portogallo)
2013: Phnom Pen, Siem Reap, Koh Kong (Cambogia); Bristol (2), Salisbury (2), Stonehenge (2) e Bath (UK); Andalusia in macchina: Siviglia (2), Gibilterra (UK), Cadice (Spagna); Parigi (7)
2012: Parigi e Disneyland (6)
2010: Bristol , Salisbury, Stonehenge (UK), Amsterdam (5), Volendam, Monnickendam, Marken (Paesi Bassi), Madrid (Spagna)
2009: Amsterdam (3); Budapest (Ungheria); Edimburgo e Cramond (Scozia), Brema (Germania), Amsterdam (4), Lisbona (Portogallo)
2008: Berlino (Germania); Istanbul (Turchia)
2007: Siviglia e Granada (Spagna)
2006: Route 66 in macchina: Chicago, St. Louis, Springfield, Oklahoma City, Amarillo, Tucumcari, Santa Fe, Los Alamos, Albuquerque, Holbrook, Grand Canyon, Flagstaff, Las Vegas, Los Angeles (USA)
2005: Key West, Orlando (2), New York (2) (USA), Cozumel, Playa del Carmen e Tulum (Messico), Haltun Ha (Belize); Valencia (Spagna)
2004: Mumbai e Calcutta (India); Barcellona (Spagna); Parigi (5); Mauritius girata in macchina; Londra (2)
2001: Parigi (4)
1999: Il Cairo, Menfi, Saqquara e Giza (Egitto)
1998: Parigi (3); New York, Schenektady, Albany e Orlando (USA)
1997: Guadalupa e Martinica girate in auto
1996: Interrail: Parigi (2), Londra (UK) e Amsterdam (2)
1995: Montecarlo (Principato di Monaco); Praga (Repubblica Ceca); Interrail: Parigi (Francia), Bruxelles (Belgio), Amsterdam (Paesi Bassi), Dachau e Monaco di Baviera (Germania).

Le recensioni di ristoranti e hotel le pubblico sul mio profilo Tripadvisor 😉

TOP 5 Diari di viaggio: pronti a partire?

India, USA, Spagna, UK e Russia
India, USA, Spagna, UK e Russia: cinque destinazioni da non perdere!

 

Quest’anno niente ferie lunghe a settembre!

Un po’ di cambiamenti in corso nella vita privata e professionale ci costringono a programmare più partenze brevi e quindi il viaggio che avevamo in testa, subisce un rinvio. Per ora.
Stessa situazione del 2013 quando andammo in Andalusia e fu una settimana magnifica, così tanto che a distanza di tre anni stiamo per tornarci per visitare altre località di questa regione stupenda della Spagna.
Come in passato, prima di pubblicare il prossimo diario di viaggio voglio condividere quali sono i reportage più letti nell’ultimo anno.
E così, dopo la TOP 5 del 2015, arriva la nuova classifica. Qual è stato il diario di viaggio più letto?
Scopriamolo insieme…

 

Scende di tre posizioni ma resta nella TOP 5
5) Diario di viaggio a Bristol, Bath, Salisbury e Stonehenge
Avete mai pensato che in UK ci sono altre città da vedere oltre Londra?
Ecco, atterrate a Bristol e seguite questo itinerario per vedere la cattedrale di Salisbury, fare un bagno nelle terme di Bath e ammirare i dolmen di Stonehenge.

 

Guadagna un posto, una destinazione sempre desiderata. E infatti… 😉
4) Diario di viaggio in Andalusia
Quando si ha poco tempo e poco budget a disposizione l’Andalusia è sempre una grande risorsa per un viaggio all’insegna di cultura, gastronomia e paesaggi spettacolari.

 

Una new entry per il gradino più basso del podio
3) Diario di viaggio USA: Florida, Savannah, New Orleans e New York
Fly and drive perfetto per un viaggio on the road: si atterra a Miami per vedere le principali località della Florida, da Key West a Orlando. Si sconfina in Georgia per ammirare la splendida Savannah e poi si torna in Florida per percorrere la Costa Smeralda fino a New Orleans, in Lousiana. Da qui, aereo per New York e Grande Mela tutta da scoprire!

 

L’anno scorso non aveva avuto abbastanza tempo per classificarsi. Ma sapevamo che con un po’ di pazienza ce l’avrebbe fatta!
2) Diario di viaggio in India: Varanasi, Agra, Jaipur e Delhi
Mistico, spirituale, avventuroso, divertente, un viaggione indimenticabile. A noi piace miscelare i comfort e l’avventura, le località turistiche note e quelle da esplorare, così abbiamo visto il Taj Mahal ad Agra e il Chand Baori nel villaggio di Abhaneri, abbiamo navigato sul Gange, visitato i Gath di Varanasi e raggiunto la piccola Sarnath, uno dei quattro luoghi sacri del buddhismo. E poi la città rosa e i templi di Jaipur e il caos di Delhi. Da fare!

 

1) And the winner is… per la seconda volta!
Diario di viaggio a Mosca e San Pietroburgo
Ottenere il visto per la Russia non è proprio la cosa più pratica del mondo, ma una volta fatte le scartoffie vale la pena visitare almeno queste due destinazioni!
Il Cremlino, la Piazza Rossa e San Basilio a Mosca si confrontano con l’Ermitage, i palazzi e i canali di San Pietroburgo. Chi vincerà? Voi, se andate a vederli!

 

Ci rivediamo a Ottobre con il nuovo diario di viaggio dedicato all’Andalusia, questa volta toccherà alle città di Granada, Cordoba, Ronda e Malaga.

 

PS: si parla sempre dei migliori, ma vogliamo dire anche qual è il diario di viaggio meno letto? Purtroppo non è difficile immaginarlo e spiegarsi perché è stato letto solo 4 volte in un anno!
Peccato, è un luogo bellissimo. Quindi, se ora non ve la sentite di andare a Istanbul, potete sempre “leggerla” 😉

Diario di viaggio USA: Florida, Savannah, New Orleans e New York

New York vista dal mare
La Statua della Libertà e Manhattan viste dal ferry boat.

Mi piacciono gli USA. Credo che sia un posto perfetto per fare un viaggio e scoprire ogni giorno grandi metropoli e deserti silenziosi, spazi infiniti e piccole isole. Tutto e il contrario di tutto. L’anno scorso il nostro viaggio è iniziato e finito a San Francisco, sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Quest’anno, invece, ci siamo dedicati alla costa orientale: da Miami a New York, attraverso la Florida, la Georgia e una deviazione fino in Lousiana per ammirare da vicino New Orleans. Si parte!

 

19/09 Roma – Miami

 

Questo viaggio è stato organizzato in circa due mesi. Il necessario per procedere da soli: un calendario per fissare le date (ed evitare, per esempio, i weekend nelle metropoli), una guida per definire l’itinerario dei luoghi da visitare e Google Maps, per vedere in termini pratici se le distanze e i tempi di percorrenza sono accettabili.
Tutti i voli sono stati acquistati su eDreams perché ci ha dato il prezzo migliore per la nostra formula multitappa che prevede un volo interno e il ritorno da una città diversa rispetto a quella di arrivo. Nel carrello sono finiti Roma-Miami via Barcellona, New Orleans-New York via Washington e infine New York-Roma via Parigi, per un totale di 689 Euro inclusa una piccola assicurazione in caso di annullamento dei voli. Hai visto mai…
Anche gli orari dei voli sono stati scelti per arrivare il prima possibile e tornare tardi, in modo da sfruttare al massimo il tempo da trascorrere a destinazione.
Anche se ciò ci obbliga a una levataccia per arrivare in aeroporto, pazienza, dormiremo durante il volo. Come sempre raggiungiamo il parcheggio AltaQuota2 e alle 5:00 siamo in fila per fare check-in e imbarcare le nostre valigie sull’aereo delle 7:15 operato da Vueling che ci porterà fino a Barcellona, da lì proseguiremo con British Airways.
Nota sui bagagli: il biglietto British dà diritto a un bagaglio in stiva del peso massimo di 23 chili. Se alcuni voli sono operati da altre compagnie, nel nostro caso da Vueling per gli scali europei di andata e ritorno, non bisogna pagare supplementi: la compagnia ospite si adegua a quella che ha emesso il biglietto. Quindi anche Vueling imbarca le nostre valigie senza costi aggiuntivi.
I voli filano lisci, con la solita alternanza di intrattenimento-sonnolenza-rancio militare, e 15 ore dopo la partenza dall’Italia (scalo incluso) arriviamo a Miami.
Ricordo che è possibile viaggiare negli Stati Uniti senza visto ma per farlo è necessario munirsi di ESTA, un modulo disponibile online che costa 14 dollari a persona (12.50 Eu). Da notare: l’ESTA è valido 2 anni ma a condizione che il passaporto sia lo stesso! Io avevo l’ESTA dello scorso anno ma nel frattempo ho cambiato il passaporto per il viaggio in India e ho dovuto farlo da capo. E sì, si paga nuovamente: non si rinnova, non si modifica, si deve rifare e basta.
Tra pratiche per l’ingresso e ritiro bagagli impieghiamo circa 40 minuti e alle 16:30 siamo fuori l’aeroporto ad aspettare la navetta messa a disposizione dal nostro hotel. Peccato però che ci abbiano dimenticato. Difatti abbiamo atteso un’ora per un tragitto di 10 minuti!
Arriviamo al Best Western Miami International Airport Hotel & Suites e ci fermiamo giusto il tempo per lasciare i bagagli, poi torniamo di nuovo in strada. Siamo distanti dal centro e sembra complesso arrivarci con i mezzi pubblici, così mentre studiamo gli orari a una fermata del pullman si accosta una macchina con una famiglia e chiediamo informazioni sulle corse. La gentilezza e i sorrisi possono infondere subito fiducia e regalare inaspettate sorprese: ci prendono a bordo e ci danno un passaggio fino a Miami Beach! In 40 minuti di auto abbiamo riso, scherzato e ci hanno mostrato locali dove cenare e posti da evitare: abbiamo ricevuto un ottimo assaggio della famosa ospitalità del Sud.
Arrivati a Collins Avenue vaghiamo un po’ senza meta, compriamo in uno store le prime calamite e ci fermiamo a cena da Finnegan’s Way su Ocean Drive, a due passi dal mare. Ordiniamo The Finnegan, un panino con hamburger, roast beef, formaggio svizzero, insalata di cavolo, senape e patatine. E per non farlo sentire solo aggiungiamo anche Finnegan’s Chicken Strips, deliziose striscioline di pollo fritto. Totale: 29.20 dollari (26.00 Eu)
Siamo stanchi e sazi ma non rinunciamo a una passeggiata notturna sull’immensa spiaggia deserta. All’orizzonte c’è una spettacolare tempesta di fulmini che illumina a intermittenza il cielo eppure non un solo tuono, non una goccia di pioggia. Solo tanto caldo, tanta luce ed elettricità nell’aria che però non basta a ricaricare le nostre batterie: abbiamo bisogno di un letto, quindi rientriamo su Collins Avenue e fermiamo un taxi per farci accompagnare in hotel. La tariffa è fissa, senza tassametro, e servono 35 dollari (31.20 Eu) per tornare alla base, giusto 17 chilometri più in là.
Raggiungiamo la nostra stanza e ora sì che siamo pronti per crollare, non prima di aver messo le lancette indietro di 6 ore. Meraviglioso! Sono solo le “23:00” e abbiamo una lunga notte di riposo prima di iniziare la vera e propria avventura che ci aspetta. Domani.
Novità! Quest’anno ho portato con me uno Xiaomi Mi Band per misurare le nostre scarpinate quotidiane. Bracciale discreto, leggero, impermeabile, tarato su altezza, peso, sesso, polso, è molto preciso e a fine giornata, sincronizzato in Bluetooth con l’app su iPhone, ci mostra i chilometri percorsi.

Quanto abbiamo camminato oggi? 5.50 km 🙂

 

20/09 Miami – Key West (Km. 302)

 

Un po’ il fuso orario, un po’ l’adrenalina per l’inizio del viaggio on the road, alle 7:00 siamo in piedi e alle 8:30 siamo di nuovo sulla navetta che va in aeroporto.
Andiamo dritti ai banchi di Alamo per ritirare l’auto noleggiata dall’Italia, rispetto all’anno scorso quest’anno consegneremo la macchina in un posto diverso dal ritiro. Tecnicamente si chiama drop-off e comporta un sovrapprezzo che varia in base alla distanza, a noi viene a costare 300 dollari (267.50 Eu) ma rispetto all’itinerario che intendiamo percorrere ci va più che bene.
Abbiamo prenotato una macchina di categoria fullsize (bagagliaio capiente) con una formula all inclusive: navigatore GPS, secondo guidatore, pieno e chilometraggio illimitato. Ci abbiamo aggiunto anche un’assicurazione di copertura totale (sostituzione immediata del veicolo in caso di perdita delle chiavi, rottura cristalli, foratura, batteria scarica, ecc…) per un totale di 695 Euro.
Dopo aver firmato le scartoffie scendiamo nel garage e ci indicano un settore con una ventina di macchine parcheggiate: “Scegliete voi quella che preferite”. Ahia, qui rischiamo di far notte… c’è anche una tamarrissima Camaro 😉
Alla fine optiamo per un criterio intelligente: chiedo quali modelli avevano il cruise control e di questi i relativi consumi. Già così la scelta si riduce molto, poi ho pensato a un’altra caratteristica fondamentale: prendiamola senza chiavi. Apertura/chiusura sulla maniglia dello sportello e pulsante Start per l’accensione, così il telecomando di prossimità resta sempre in borsa e per tutto il viaggio hai una cosa in meno da ricordare, di solito una cosa che si perde facilmente: le chiavi 🙂
Il feeling scatta con una Nissan Altima nera nuova di zecca, solo 3000 chilometri.
Dall’aeroporto ci spostiamo verso Miami Beach per vedere il lungomare e la spiaggia di giorno, ci fermiamo di nuovo nei pressi di Finnegan’s e scendiamo verso il mare per il primo scatto della nostra nuova gallery Facebook pubblicata mano-a-mano.
L’acqua è calda, verde, invitante. Ci piacerebbe restare ma abbiamo altro da fare in programma, quindi riprendiamo l’auto e ci dirigiamo a Wynwood per visitare questo quartiere periferico che sta conoscendo un grande sviluppo e un’efficace riqualificazione grazie all’arte muraria. Wynwood Walls è uno spazio libero e aperto, con murales e dipinti esposti oltre a un ricco calendario di appuntamenti. Si possono ammirare opere notevoli e comprendere in via definitiva che l’arte sui muri è cosa possibile, ma rara.
Dopo questi giri rientriamo in albergo per riprendere le valigie e partire, difatti grazie al check-out ritardato per i possessori di carta Diamond possiamo lasciare la stanza alle 13.
Ci rinfreschiamo rapidamente con acqua aromatica alle fragole e al cetriolo, facciamo uno spuntino al volo da Burger King con un’insalata di pollo e Nuggets a 11 dollari (9.80 Eu) e siamo pronti per attraversare tutte le Florida Keys lungo la spettacolare Overseas Higway, fino alla nostra destinazione finale: Key West, il punto più a sud degli Stati Uniti.
Passiamo in rassegna Key Largo, Islamorada e Marathon, facciamo qualche sosta per comprare acqua, snack e fare qualche fotografia alle tantissime iguane che si scaldano nelle aiuole che costeggiano la strada. Gli scorci che abbiamo davanti sono meravigliosi e la tabella di marcia è perfetta, arriveremo giusto in tempo per il tramonto.
Dopo circa 4 ore di marcia arriviamo al Lighthouse Court Hotel, scelto proprio per la sua posizione ottimale: siamo nel cuore della città vecchia, di fianco al faro storico e il nostro dirimpettaio è Hemingway che qui a Key West ha vissuto 9 anni e sicuramente avrà dato ampio sfogo alla sua passione per la pesca.
Sembra il nostro giorno fortunato: troviamo parcheggio di fronte all’ingresso e ci offrono un upgrade gratuito della stanza. L’hotel è davvero bello, tutto in legno dipinto con i colori pastello tipici dell’isola e tanta vegetazione tropicale che circonda la piscina.
Lasciamo le valigie e siamo subito sulla vicinissima Duvall Street, la strada principale dove ci sono i migliori negozi e locali della città. Li facciamo sfilare tutti fino a Mallory Square, la piazza sul mare dove tutti si danno appuntamento per assistere al tramonto. Un tramonto è un tramonto, si direbbe che sono tutti belli ma… qui è più bello! Il sole si tuffa nel blu del mare in uno scoppio di colori: giallo, arancione, rosso, fino al viola delle nuvole che contrasta con il verde brillante della vegetazione. Quando il sole scompare all’orizzonte il pubblico esplode in un applauso rituale, come se avesse assistito a uno spettacolo di fuochi pirotecnici.
Ci gustiamo due grandi Margarita frozen (20 dollari, 17.80 Eu) mentre guardiamo l’esibizione di un artista di strada e poi passeggiamo lungo il porticciolo storico alla ricerca di un buon ristorante. Diamo un’occhiata ai menù esposti e alla fine la scelta ricade su Conch Republic Seafood. A quanto pare la nostra giornata fortunata continua, infatti mentre siamo in attesa per entrare si libera proprio un tavolino esterno per due e quindi ci troviamo seduti ai margini della palafitta, giusto a un paio di metri dalle barche da pesca ormeggiate lungo il pontile.
Il tempo di studiare il menù e siamo pronti: conch fritters, tipiche frittelle di conch servite con mostarda al lime; gamberi locali affumicati con peperoni rossi grigliati e salsa di pomodoro cubano, serviti con riso e verdure fresche. Per dessert la tradizionale torta Key lime fatta in casa, una cheescake con crema di lampone e lime. Una cena davvero ottima, per un totale di 46,20 dollari (41.20 Eu).
Sulla strada del ritorno ripercorriamo Duvall Street che con il buio rivela il suo lato più trasgressivo: alcool a fiumi, musica ad alto volume e intrattenimento in stile Coyote hugly per tutti i gusti. Diamo una sbirciata in giro, scattiamo qualche foto con pappagalli sulle spalle e ci fermiamo a comprare calamite, t-shirt e shottini: i nostri primi souvenir per gli amici.
Prima di andare a dormire ci rilassiamo qualche minuto in piscina per godere un po’ di frescura: gran caldo a Key West, per tutto il giorno la temperatura è stata di circa 30 gradi!
La prima giornata on the road si chiude, domani tocca alle Everglades. E non solo!

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,4 km

 

21/09 Key West – Everglades – St Petersburg (Km. 703)

 

Apriamo gli occhi alle 7:00, ci aspetta la tappa più lunga dell’intero viaggio e prima di partire facciamo il pieno energetico grazie alla colazione servita in un buffet a bordo piscina: cornetti salati e bagel speziati con semi di papavero, finocchietto e sesamo, muffin ai frutti di bosco, succo di arancia e yogurt con muesli croccante. Prepariamo anche uno spuntino al sacco per il pranzo e dopo il check out salutiamo le ragazze della reception, siamo stati molto bene in questo hotel e ci resterà un bellissimo ricordo di Key West.
Prima di lasciare l’isola facciamo tappa al Southernmost Point Marker, un’enorme pietra miliare che segna il punto più a sud degli Stati Uniti a sole 90 miglia da Cuba.
Dopo le foto di rito puntiamo dritti verso l’Everglades che attraverseremo lungo il Tamiami Trail (Hgwy 41), un strada che taglia in due il parco. La nostra tabella di marcia ha ritmi serrati ma non possiamo rinunciare un’escursione su una airboat che scivola sulle acque della palude.
Evitiamo accuratamente le prime attrazioni turistiche pubblicizzate con enormi cartelloni, dove troveremo zoo e lotta con gli alligatori, cioè, perché uno dovrebbe andare a vedere il wrestling con i coccodrilli?
Noi scegliamo di affidarci alle escursioni gestite dalla tribù nativa Miccosukee situata nei pressi della Shark Valley. Ci fermiamo, compriamo il biglietto (20 dollari, 17.80 Eu), infiliamo i tappi nelle orecchie e iniziamo a scivolare sull’acqua piatta e ferma. L’imbarcazione si spinge nella palude e lo scenario diventa sempre più selvaggio: le nuvole e il cielo si specchiano nell’acqua creando un effetto di continuità indescrivibile mentre gli aironi spiccano il volo improvvisamente dalle fronde di alberi semisommersi.
Facciamo sosta in un campo antico della tribù, risalente ad oltre 100 anni fa: una grande palafitta di legno con una passatoia tutto intorno per inoltrarsi a piedi nell’habitat della palude. Qui abbiamo visto un alligatore con i suoi piccoli e soprattutto abbiamo sentito il suo impressionante respiro, difatti era sotto la superficie dell’acqua e sarebbe rimasto invisibile se non fosse emerso per respirare.
Prima di ripartire la nostra guida – l’indimenticabile Manny Mosquito – ci ha fatto un lungo sermone intriso di misticismo, orgoglio tribale e cristianesimo spiegando il significato della bandiera della tribù e l’importanza del rispetto della natura, del ciclo vitale e dell’amore per il prossimo. Alla fine del discorso un alligatore è spuntato fuori a mezzo metro da noi, con tempismo perfetto per salutare Manny e i suoi discepoli.
La seconda parte del giro è stata più movimentata con qualche testacoda e tante derapate in velocità. Dopo un’ora rientriamo al molo, salutiamo e ci rimettiamo in macchina diretti a San Petersburg: fuori ci sono 37 gradi e abbiamo altre 222 miglia da percorrere. La strada attraversa ancora chilometri di Everglades e poi lascia spazio a campi coltivati e vivai, tantissimi vivai. Tra le cose curiose viste durante il tragitto ricordiamo i violenti acquazzoni improvvisi con altrettanto improvvisi arcobaleni e i segnali stradali che invitavano alla cautela perché ci trovavamo in una zona di attraversamento… pantere! 🙂
Alle 20 arriviamo al The Inn On Third nel centro storico di St. Petersburg e anche qui accoglienza meravigliosa in un ambiente molto famigliare, sembra una casa inglese degli anni ’50.
Ci diamo una rinfrescata e torniamo in macchina: alle 21 abbiamo una cena a Tampa, a 20 chilometri da noi ci aspettano i Di Nittos, una coppia di amici trasferiti qui per lavoro. Ci siamo visti solo il mese scorso in Italia ma abbiamo da raccontarci tantissime cose: il nostro viaggio appena iniziato e il loro ambientamento in USA. Così tra un bicchiere di vino rigorosamente italiano e un fiume di parole, passiamo una serata che ricorderemo volentieri durante tutto l’anno che ci separa dal prossimo incontro. I bambini si addormentano e noi siamo altrettanto sfiniti: troviamo la forza per congedarci dagli amici e affrontare gli ultimi 20 minuti di macchina di una giornata lunga 700 chilometri.
Domani ci aspetta una giornata più rilassante, ce la meritiamo.

Quanto abbiamo camminato oggi? 3,6 km

 

22/09 St. Petersburg – Orlando (Km. 218)

 

La giornata inizia all’insegna dell’arte.
Proprio così, perché St. Petersburg ospita un museo interamente dedicato alle opere di Salvador Dalì: proprio qui si trova la più grande collezione al mondo, penisola iberica esclusa, delle opere del maestro spagnolo.
Facciamo colazione con muffin ai mirtilli, cinnamon roll, nastrine con marmellata, succo d’arancia, yogurt e toast con confettura. Al momento del check out troviamo tra i depliant turistici dei buoni sconto di 2 dollari (1.80 Eu) per i biglietti del museo.
Siamo solo a un chilometro e mezzo dalla destinazione e all’ingresso c’è la possibilità di parcheggiare a pagamento per 10 dollari (9 Eu) oppure si può lasciare la macchina negli stalli pubblici con il parcometro (un dollaro/h per un massimo di tre ore).
Il biglietto costa 24 dollari ma con lo sconto appena rimediato ne paghiamo 22 (19.50 Eu), il prezzo include l’audioguida e l’accesso alla mostra speciale che ospita il museo. Durante la nostra visita abbiamo avuto la fortuna di trovare in esposizione le opere di M.C. Escher (fino al 3 gennaio 2016), un abbinamento perfetto tra due dei nostri artisti preferiti.
Il museo è bellissimo, le opere sono esposte cronologicamente e tutto è sapientemente equilibrato: le luci, gli spazi vuoti, le ampie vetrate che danno sul mare e gli angoli più riparati che invitano alla contemplazione. Le opere, su tele grandi e piccole, partono dagli esordi e arrivano fino all’esplosione dei concetti surrealisti che hanno reso celebre nel mondo il genio di Figueres. Oltre ai dipinti, sono molto interessanti anche le fotografie che ritraggono Dalì nelle sue pose eccentriche o in spaccati di vita quotidiana con Gala, sua compagna e musa ispiratrice.
Dopo una scorpacciata di colori e visioni passiamo al bianco e nero di Escher, ai suoi tratti precisi e ai risultati pregevoli ottenuti nel corso di una vita dedicata alla ricerca continua, allo studio dei riflessi sferici e all’espansione della dimensionalità nello spazio. Quindi scale perpetue, salite e discese che non si distinguono, acque che fluiscono in circoli apparantemente possibili ma contronatura, effetti ottici, metamorfosi e relatività dei punti di vista: sublime. Sublime anche il giftshop, dove compriamo spillette di Dalì prima di andar via dopo due ore e mezza di visita.
Siamo ancora in estasi quando usciamo, facciamo una sosta sul giardino antistante e scattiamo le foto alla struttura del museo, anch’essa opera d’arte architettonica con curve morbide di vetro e acciaio che si intersecano armoniosamente con la pietra viva da cui sgorga l’acqua di una cascata come a riprodurre una sorgente.
Andiamo via con gli occhi pieni di bellezza e riprendiamo la nostra strada che ci porta dritti al Best Western Plus Universal Inn di Orlando. Durante il check-in faccio una massiccia raccolta di brochure da leggere dopo un tuffo rinfrescante in piscina. Dopo un paio d’ore di relax riprendiamo la macchina per andare al Disney Downtown che abbiamo raggiunto con una breve passeggiata dopo aver parcheggiato gratis vicino al Cirque du Soleil.
Facciamo un giro entrando e uscendo da negozi e locali, i più interessanti sono stati il T-Rex Cafe a tema preistoria con un grande acquario nella zona ristorante, dinosauri robotizzati e la kidzone dove lasciare bambini a giocare come provetti archeologi con sabbia, pennelli e fossili recuperare. Poi lo store Disney dove è Natale tutto l’anno e infine la spettacolare eruzione del vulcano del Rainforest Cafe che ci ricorda lo spettacolo visto l’anno scorso al Mirage di Las Vegas. Scattiamo qualche foto sul Lake Buena Vista illuminato da tutte le attrazioni che vi si affacciano e torniamo alla macchina per spostarci al City Walk degli Universal.
Da notare! In pratica Orlando si divide in due grandi aree: Disney Resort, che include hotel e parchi a tema della Disney e Universal Resort con hotel e parchi della casa di produzioni cinematografiche. Entrambe le aree hanno un centro per fare shopping, divertirsi, mangiare quando i parchi sono chiusi: rispettivamente Downtown Disney e City Walk.
Parcheggiamo al costo di 5 dollari (4.50 Eu), tariffa valida dalle 18 in poi (la tariffa giornaliera è di 17 dollari, 15 Eu), e ci dirigiamo verso la Concierge. Come avevamo visto dall’Italia, con 24 dollari (21.30 Eu) acquistiamo il pacchetto cena+minigolf 18 buche, uno dei più belli di Orlando. Ci consegnano l’elenco dei ristoranti convenzionati con questa promozione e scegliamo Jimmy Buffett’s Margaritaville dove ordiniamo Cheesburger in paradise, un hamburger ricoperto di american cheese, insalata, pomodoro, sottaceti e salsa Paradise Island. Ci aggiungiamo un enorme petto di pollo alla griglia con riso speziato alle verdure e mais arrosto.
Dopo questa cena che ci ha fatto recuperare le forze siamo pronti per la grande sfida di minigolf, scegliamo il percorso 18 buche a tema horror e casa stregata (l’altro percorso è basato sui film di fantascienza anni ’50), così tra ostacoli, giochi di luce e tranelli trascorriamo un’ora di relax prima di rientrare in albergo dove ci aspetta la nostra maxi stanza con maxi letti.

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,5 km

 

23/09 Orlando – Universal Studios

 

Dopo i primi giorni di spostamenti, oggi ci concediamo una pausa divertente e dedichiamo la giornata a un parco a tema: gli Universal Studios.
Prima questione: i biglietti. Ci sono tantissime formule disponibili sul sito ufficiale, per esempio il biglietto per più giorni o quello per più parchi. Noi abbiamo scelto la formula un solo parco in un giorno, anche perché poi abbiamo avuto conferma che farne due nella stessa giornata è più o meno impossibile. Abbiamo scelto gli Studios perché siamo appassionati di cinema e perché nell’altro parco, Island of Adventure, la rollercoaster di Hulk risultava chiusa per manutenzione e anche l’orario di apertura dava meno ore a disposizione. Per questo consiglio di consultare bene il sito prima di scegliere dove andare, anche perché il biglietto costa 102 dollari (90 Eu) e vale la pena ottimizzare la spesa 😉
Da notare! In entrambi i parchi c’è un’area dedicata ad Harry Potter. Le due zone sono collegate da uno spettacolare treno-attrazione a cui si può accedere soltanto se si ha il biglietto valido per entrambi i parchi.
Lasciamo l’hotel con la navetta delle 10 e ci prenotiamo per il rientro delle 20. Il parco chiude alle 19 (gli orari variano in base al periodo dell’anno) e siamo riusciti a fare tutte le attrazioni al pelo, compreso un bis su Hollywood Rip Ride Rockit: una botta di adrenalina pura.
Tanto per dare un’idea delle attrazioni migliori: da non perdere Harry Potter e Transformers: The Ride 3D, indipendentemente che siate o meno fan di questi colossal. Se amate le montagne russe e la musica non perdete Rockit. Cadute verticali, giri della morte e una caratteristica molto particolare: ogni sedile può scegliere la colonna sonora della sua corsa tra rock metal, elettronica, country, pop, hip hop. Divertente anche Revenge of the Mummy e sbalorditive le attrazioni dei Simpson, Minions e Shrek 4D. Delusione totale per Twister che suggerisco di saltare a pie’ pari, è davvero brutta ed è meglio risparmiare tempo. Poi, un po’ datate e quindi meno entusiasmanti, sono MIB e ET che in confronto alle altre fanno quasi tenerezza.
Un paio di note sulle file e sugli zaini: ogni attrazione all’ingresso comunica una stima dei tempi di attesa, la nostra più lunga è stata di 50 minuti dai Minions ma in generale siamo stati su una media accettabile intorno ai 25/30 minuti. Le file non sono mai noiose perché scorrono abbastanza veloci in ambienti ricreativi e multimediali che ti introducono all’attrazione vera e propria. Si può acquistare anche un pass salta-file, basta aggiungere 49.90 dollari (44.40 Eu) al prezzo del biglietto. Per quanto riguarda gli zaini, invece, ci sono alcune attrazioni in cui non è possibile portarli con sè: nessun timore, sono disponibili degli armadietti per lasciare borse, telefoni e altri oggetti. Sono gratuiti per un tempo compatibile con l’attesa prevista dall’attrazione e si aprono e chiudono con l’identificazione dell’impronta digitale: nessuna combinazione, nessuna chiave, nessuna spesa.
Ci sono anche tanti show dal vivo, noi abbiamo dato un’occhiata alla parata pomeridiana, all’esibizione dei Blues Brothers e a uno spettacolo con gli animali addestrati più famosi del cinema e della televisione (niente di memorabile).
Decidiamo di perdere la navetta delle 20 e restiamo a fare un giro nel City Walk dopo aver prenotato un tavolo da Cowfish, dove ci comunicano un’attesa di 30/40 minuti prima di inviarci un sms per avvisarci che il tavolo è pronto. Da buoni appassionati di hamburger e sushi, avevamo visto questo locale dall’Italia e non potevamo perdere l’occasione di provare il Burgushi, una fusione estrema di sapori.
Quando è il nostro turno ordiniamo The Big Squeal (hamburger di manzo, carne tritata di maiale, formaggio gouda affumicato, cipolletta fritta, bacon, salsa barbecue, lattuga, sottaceti) e il tanto atteso burgushi Fusion Specialty Bento Box (una portata “combo” con mini cheeseburger accompagnato da patate dolci fritte, cetrioli thailandesi e 4 Boss Roll: tonno pinna gialla con cetriolo fritto in tempura e ricoperto con avocado, tonno rosso, wasabi e mayo).
Il panino era molto buono, il burgushi una delusione. Il prezzo: 39,81 dollari (35.40 Eu).
Anche per questa destinazione abbiamo scelto bene l’hotel, perché ci ha permesso di essere indipendenti dalle navette di collegamento ai parchi, difatti per rientrare ci è bastata una piacevole passeggiata di 20 minuti lungo il curatissimo percorso pedonale dei parchi.
Sulla strada del ritorno facciamo un bilancio della giornata e, soprattutto, iniziamo a ragionare sul percorso che ci aspetta domani: si riprende la marcia, si va in Georgia.

Quanto abbiamo camminato oggi? 13,7 km

 

24/09 Orlando – St Augustine – Savannah (472 km)

 

Oggi non abbiamo fretta. Abbiamo preparato con calma la nostra partenza con destinazione finale Savannah, in Georgia. Prima di partire ci fermiamo a saccheggiare Walgreens, un supermarket aperto 24 ore che si trova proprio accanto all’hotel.
Una spesaccia americana non può mancare, bisogna entrare in questi store anche solo per vedere cosa è possibile trovare… Noi abbiamo comprato souvenir, dolci, t-shirt, aspirine, bicchieri, penne, lavagnette e fatto rifornimento di acqua e snack per i prossimi giorni.
La nostra prima tappa è St Augustine, una località balneare che vanta anche il più antico insediamento abitato degli Stati Uniti.
Prima visitiamo la spiaggia, una lunghissima distesa di sabbia finissima. C’è un gran vento e assistiamo in diretta al programma in corso di ricostruzione delle dune. Tutto è spiegato con cartelli chiarissimi: ci sono installazioni in legno e limiti da non varcare perché stanno ripristinando l’habitat naturale della costa, il vento e la sabbia stanno lavorando benissimo in sinergia. Molte costruzioni sul litorale sono abbandonate e la natura sta lentamente riconquistando i suoi spazi. Sembra un’operazione di recupero sull’abusivismo selvaggio. Del tipo: “Ok, abbiamo sbagliato ma ora stiamo rimediando”. Vi ricorda niente? 😉
Con un dollaro si può accedere al grande pontile da cui si potrebbero avvistare squali, balene e altre specie che però non vediamo perché il mare è davvero agitatissimo.
Al termine della sosta ci spostiamo verso il centro storico risalente al 1565, dove c’è il Castillo de San Marcos finito di costruire dagli spagnoli nel 1695. Noi optiamo per un giro nel pittoresco quartiere coloniale, molto caratteristico.
Facciamo una passeggiata per sgranchire le gambe, scattare qualche foto e comprare un po’ di souvenir. St Augustine ci sembra un bel posto dove stare a vivere negli USA, ha caratteristiche che ci risultano famigliari: piccola città, graziosa, con una storia, il mare e belle spiagge.
Alle 17:15 riprendiamo la macchina per dirigerci verso Savannah, dove arriviamo dopo 3 ore con una sorpresa: la temperatura esterna è di soli 19 gradi e il nostro abbigliamento da spiaggia è completamente sbagliato! 🙂
Il nostro check-in all’Oglethorpe Inn & Suites (agg. 08/2017: ora l’hotel è un Comfort Inn e i lavori di adeguamento alla catena alberghiera gli hanno fatto perdere molto del suo charme esterno, gli interni per fortuna sono rimasti uguali) è piuttosto pittoresco e non esattamente in linea con l’eleganza e lo stile dell’hotel. Siamo quasi imbarazzati di fronte alla bellezza dell’hotel, dico “quasi” perché in realtà non ce ne importa molto 😉
Però è davvero tutto molto bello e l’indomani, con la luce, risulterà anche meglio. E poi la stanza era grande come un appartamento!
Indossiamo abiti più adatti e siamo di nuovo in strada per una passeggiata verso Fiddlers Crab House. Locale molto bello, grande, tutto in legno, con una cascata esterna che cade dal tetto e fa molta atmosfera anche all’interno. Lo staff è gentile e disponibile, anche se è tardi per i loro orari di cena ci fanno sedere e ci spiegano un po’ di cose sulle birre locali. Alla fine ordiniamo una scura Savannah Brown e la chiara Tybee Blond. Poi il piatto forte di Fiddler: gamberi e patatine, ovviamente tutto fritto, con l’immancabile insalata di cavolo e le salse della casa. Tanto per non interrompere la dieta proteica a base di carne, ci affianchiamo anche due belle bistecche di maiale arrosto con purè e verdure al vapore. Spesa totale: 42,78 dollari (38.00 Eu).
Giornata lunga, fatta di nuovi colori, profumi e sapori. Arrivederci Florida!

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,15 km

 

25/09 Savannah

 

Come mai ci ritroviamo proprio a Savannah?
Non c’è una spiegazione esatta, è quel genere di città che ti chiama e prima o poi vai a visitare. Città storica, città magica, città elegante: l’ho sempre immaginata così. Un luogo cruciale durante la guerra civile americana, con le sue abitazioni in stile coloniale, le colonne bianche, le querce con il muschio spagnolo…
Poi un giorno ho letto Ascoltavo le maree del giornalista Guido Mattioni, libro ambientato proprio a Savannah, e ho deciso: voglio andare a vederla. E così, eccoci qua.
Cominciamo il nostro giro dalla Piantagione Wormsloe. Solo l’arrivo all’ingresso vale il viaggio: un viale lungo due chilometri con querce secolari che intrecciano i rami fitti e piegati a formare un arco verde che quasi sembra un lungo tunnel.
L’ingresso costa 10 dollari (8.85 Eu) e consente l’accesso in auto fino al museo, dove si può ripercorrere tutta la storia della piantagione nelle varie epoche che si sono succedute dalla fondazione avvenuta nel 1736 fino ai giorni nostri.
La visita scorre veloce, siamo praticamente i soli ospiti, e dopo aver scattato qualche selfie travestiti da coloni passiamo al Pine Trail, un sentiero di 1.5 chilometri che si addentra nella foresta fino a un insediamento coloniale ricostruito con capanne e un fabbro all’opera. Compriamo tre dadi da gioco ancora caldi e ci spostiamo verso il belvedere, affacciato su una palude molto estesa. Ci sdraiamo a prendere il sole e ci rilassiamo con i suoni della natura: il vento, le foglie degli alberi, lo scoppiettio secco e improvviso delle bolle d’aria sull’acqua, segnali chiari della vita invisibile che brulica sotto di noi.
Riprendiamo il cammino e arriviamo alle rovine della colonia, dove notiamo i muri molto spessi fatti con una malta impastata con gusci di ostriche e, dopo aver visto la tomba monumentale dei fondatori, rientriamo verso il celebre viale delle querce viventi. Davanti a questo scenario incantevole esprimiamo il desiderio di vedere un cervo e guarda un po’ – mentre siamo in macchina diretti verso l’uscita – proprio mentre percorriamo la spettacolare galleria di rami intrecciati con il muschio spagnolo, un imponente cervo si ferma sul ciglio della strada e poi scatta veloce per attraversarla e sparire nel bosco. Una di quelle scene da imprimere nella testa, è stato un attimo e nessuna macchina fotografica sarebbe stata più veloce dei nostri occhi.
Ci dirigiamo verso il centro di Savannah, passando per il vasto Forsyth Park che ha una gigantesca fontana che ricorda quella di Place de la Concorde, a Parigi. Lasciamo la macchina a Madison Square (1.50 dollari/h, a pagamento fino alla 17) e poi iniziamo un giro in centro.
L’impressione è subito ottima e appaga pienamente le aspettative riposte: c’è tantissimo verde, molte piazze ben curate e tante abitazioni eleganti.
Facciamo uno spuntino da Panera Bread con uno smoothies banana, more selvatiche e vaniglia, una limonata biologica e un sandwich con arrosto di tacchino + BLT (18 dollari, 16 Eu).
All’uscita andiamo verso Chippewa Square, anche se le panchine erano un artificio cinematografico è questa la piazza in cui Forrest Gump racconta la sua storia alle persone in attesa del bus. Prima di arrivare, però, ci imbattiamo in un cordone di polizia che circonda tutto l’isolato: nastri gialli a delimitare la scena del crimine come nei film e tantissime pattuglie di poliziotti in stato di allarme. Ci sono anche cineoperatori che fanno interviste e collegamenti, è successo tutto a pochi metri da noi, mentre mangiavamo: un conflitto a fuoco, come apprenderemo dal notiziario locale visto a cena.
Puntiamo dritti verso la parte bassa della città, sulle rive del fiume Savannah, per fare il nostro sacrosanto shopping lungo River Street dove troviamo El Galeon, un magnifico galeone ormeggiato vicino una storica imbarcazione con ruota a pale e tanti negozi interessanti. Veniamo attratti dal profumo di mou, caramelle e cioccolata che arriva dal laboratorio artigianale di River Street Sweets, così entriamo per assaggiare le noci pecan glassate e comprare le World Famous Southern Pralines, un dolcetto tipico che solo a nominarlo aumenta il tasso glicemico.
Per tornare indietro passiamo dal cimitero storico: ormai è buio e anche qui l’atmosfera è da film, abbiamo la luna piena che illumina le lapidi e crea dei giochi di ombre inquietanti. Sono circa le 20 quando un custode ci viene incontro per avvisarci che sta per chiudere e forse non è il caso di restare 😉
Prima di arrivare alla macchina cerchiamo la Owens-Thomas House, un’elegante villa del 1819 dotata di acqua corrente già 20 anni prima della Casa Bianca, e poi andiamo alla ricerca di Jones Street, la strada più bella di Savannah. Qui troviamo case a schiera, in legno, ognuna con la sua verandina con il dondolo e il marciapiede antistante la porta d’ingresso decorato con piante in vaso. Lungo il viale ci sono le famose querce con il muschio pendente e sulla strada non c’è asfalto ma l’antico acciottolato rosso. In Jones Street Savannah supera ogni aspettativa e si mostra in tutto il suo splendore.
L’abbiamo vista sotto il sole e al buio ed è sempre stata bella, sembra costruita all’interno di un bosco secolare: non ci ha deluso, era proprio una città da vedere!
Dopo una lunga giornata di giri ci avviamo verso l’hotel, decisi a cenare di nuovo da Fiddler’s perché ieri abbiamo mangiato molto bene, siamo stanchi, è tardi e non abbiamo voglia di cercare un altro locale. In città iniziano a vedersi i tour per i ghostbuster, difatti Savannah è la città più infestata d’America, e il business dei giri turistici è molto – diciamo così – “vivo”. Ovviamente le escursioni avvengono a bordo di… carri funebri! Noi non sappiamo se i fortunati assisteranno a qualche apparizione, l’unica cosa certa che vediamo è la nostra fame nera.
Per il nostro bis ci diamo dentro con Bud light e Southbound Hoplin Ipa, hushpuppies (frittelle di farina di mais) e Captain Tubby’s Burger: 220 grammi di filetto con formaggio e bacon servito con le immancabili patatine fritte. Per finire ci abbiamo aggiunto il mitico sandwich del sud: panino con crab cake, un tortino di polpa di granchio, servito con salsa remoulade piccante. Conto: 37,42 dollari (33.10 Eu).
Rientriamo in hotel soddisfatti, da notare: tutti i giri in auto di questa giornata, quindi dal nostro hotel alla piantagione e da questa al centro città e poi di nuovo in hotel, ammontano a un totale di 32 km. Il consiglio, quindi, per chi arriva a Savannah in auto è prendere un hotel fuori dal centro perché sarà probabilmente più grande, più bello e più economico.

Quanto abbiamo camminato oggi? 10 km

 

26/09 Savannah – Panama Beach – Destin (631 km)

 

Dopo un’abbondante colazione in quella che resterà la hall più bella e luminosa degli hotel visti in questo viaggio, alle 10 partiamo per tornare in Florida.
La nostra prima tappa sarà Panama Beach, distante circa 550 km, e ci arriveremo non attraverso il percorso più veloce ma il più breve. Vuol dire che attraverseremo un angolo di Georgia non turistico ma non meno importante, seguendo una parte dell’Historic Liberty Trail un tratto di strada patrimonio nazionale perché protagonista di episodi-chiave della Rivoluzione, della guerra civile e del movimento per l’emancipazione e la difesa dei diritti della minoranza nera.
Viaggiamo spediti su una striscia d’asfalto strappata al verde brillante dei boschi che si alternano ai campi di cotone e passiamo in rassegna piccoli centri abitati isolati, pacifici, con case di legno e giardini curatissimi. Lungo la nostra Hgwy 84 sfilano Ludowici, Jesup, Waycross, Manor, Homerville, Valdosta, Thomasville, la palude Okefenokee fino a Tallahassee, la capitale della Florida. Da qui prendiamo la I-10 che ci porta sull’Emerald Coast, la Costa Smeralda americana che affaccia sul Golfo del Messico. Grazie al cambio di fuso rimettiamo l’orologio indietro e guadagniamo un’ora da spendere lungo la panoramica 30A fino a Panama City Beach, dove arriviamo in tempo per un tuffo e una birretta davanti a un tramonto spettacolare.
Ci separano ancora 70 chilometri da Destin, dove arriviamo intorno alle 20 dopo quasi 10 ore di guida. La stanza del nostro White Sands Inn & Suites è un vero e proprio premio: una suite con due grandi ambienti separati, entrambi con letti king size, divani, scrivanie e un grande bagno. La nostra camera affaccia su un’invitante Jacuzzi ma l’idea di rilassarci davanti a una buona cena vince su tutto, quindi usciamo subito per raggiungere il vicino Longhorn scelto su Tripadvisor: locale molto bello, accogliente, ben arredato e anche qui camerieri di una gentilezza imbarazzante come li abbiamo trovati praticamente ovunque. Ordiniamo una sirloin da 3 etti con caesar salad, purè di patate e torta di zucca, carota e cannella. Non potevamo stare senza il nostro panino quotidiano e così abbiamo aggiunto Rocky Top Chicken, un sandwich con pollo, bacon, salsa bbq, formaggio svizzero e cheddar. Tutto per una spesa di 37 dollari (32.70 Eu).
Un’altra giornata è finita, domani sarà l’ultimo giorno on the road: è arrivato il momento di lasciare la nostra amata Nissan Altima, da noi ribattezzata Tartufella 🙂

Quanto abbiamo camminato oggi? 3,5 km

 

27/09 Destin – New Orleans (448 km)

 

Oggi andiamo a realizzare un altro sogno: New Orleans.
Prima di arrivare in Lousiana, però, dobbiamo lasciarci alle spalle Florida, Alabama e Mississippi.
Su Internet, anche grazie all’uso di Street View, abbiamo scoperto un percorso alternativo lungo la 30A che seguiamo fino alla svolta per Navarre Beach.
Le immagini non mentivano: abbiamo fatto un’ottima scelta. La strada è lenta e poco frequentata ma ha grandi panorami sul mare e passaggi in mezzo a enormi dune di sabbia bianca e finissima. Dopo Navarre proseguiamo ancora per miglia lungo Santa Rosa Island, quindi seguiamo tutta la scenic drive del Gulf National Seashore fino a Pensacola.
Che dire: se passate da queste parti e viaggiate esclusivamente su Interstate e Highway, vi perderete davvero il meglio!
Dopo aver varcato il confine con l’Alabama l’unica cosa che ci ferma è un acquazzone spaventoso che riduce a zero la visibilità e ci costringe a un’uscita di emergenza nei pressi di Mobile, così ne approfittiamo per fare una pausa e prendere qualche snack per affrontare la seconda metà del viaggio. L’acquazzone, però, non accenna a diminuire, anzi aumenta di intensità e nonostante ciò il traffico resta ordinato.
Superiamo il Mississippi e finalmente entriamo in Lousiana, ha quasi smesso di piovere ma decidiamo di mettere in atto il piano pensato durante il viaggio: fermarci direttamente all’hotel per scaricare la macchina, fare check-in e dopo andare in aeroporto per la riconsegna dell’auto.
Siamo finalmente a New Orleans e ci bastano pochi minuti all’hotel St. Marie, nel cuore del French Quarter e a soli 50 metri da Bourbon Street per capire che sarà un soggiorno elettrizzante. La camera è gigantesca, c’è una bella piscina e il temporale ha finalmente lasciato posto a un timido sole. Anche qui fa caldo, siamo intorno ai 28 gradi quando torniamo in strada per andare in aeroporto. Prima, però, ci fermiamo per l’ultimo rifornimento del viaggio.
Nota sui consumi: in America la benzina costa poco, molto poco. Per questo conviene fare questo tipo di viaggi. Ci sono buone macchine, buone strade, tanti distributori e i noleggi sono accessibili. Noi abbiamo percorso un totale di 2774 chilometri e abbiamo speso 88.65 dollari (77.50 Eu). Con questa cifra abbiamo fatto due pieni e mezzo, in pratica con quasi 80 Euro abbiamo comprato 164 litri di benzina a prezzi variabili che tradotto in soldoni vuol dire in media 47 centesimi al litro. Per rendere l’idea, fare lo stesso percorso in Italia sarebbe costato circa 260 Euro!
Dopo i saluti a Tartufella scegliamo di non perdere tempo a capire come funzionano i trasporti pubblici durante un giorno festivo, così ci dirigiamo dritti verso la rimessa dei taxi e per 36 dollari (31.80 Eu) ci facciamo portare in Rampart Street, di fronte al parco dedicato a Louis Armstrong. Proprio qui c’è il bar Tonique consigliato sulla Lonely, famoso per i suoi cocktail, in particolare per il Sazerac, storica miscela alcolica che risale al 1830 ed è considerato il cocktail simbolo della Lousiana (5 cl cognac, 1 cl assenzio, 1 zolletta di zucchero, 2 dash di bitter Peychaud). Gli affianchiamo un buon Mai Tai e usciamo con lo spirito giusto per il battesimo di Bourbon Street che percorriamo dall’inizio alla fine. Tutta la strada alterna locali di ogni genere e negozi di souvenir, niente altro, e basta passeggiare per capire di quanto sia folle questa strada. Personaggi eccentrici, drag queen, ubriachi, polizia, tutti che si mescolano sui marciapiedi e sui famosi balconi in ferro battuto noti per il lancio delle collanine durante il martedì grasso.
L’atmosfera di festa cresce con il passare delle ore ma il nostro stomaco reclama attenzione, quindi andiamo nella bellissima sala del Desire Oyster Bar che fa angolo tra Bienville e Bourbon Street. Ordiniamo alligatore fritto e il trio creolo: con creole gombo, jambalaya, riso e fagioli con salsiccia affumicata. Una delizia dai sapori decisi, per una spesa di 38 dollari (33.60 Eu). Prima di rientrare in hotel ci fermiamo al Musical Legends Park per ascoltare un po’ di jazz live, siamo a NOLA!

Quanto abbiamo camminato oggi? 5,8 km

 

28/09 New Orleans

Usciamo affamati come lupi perché siamo senza colazione e ci mettiamo alla ricerca di un posticino interessante. Con la luce del giorno vediamo l’altra faccia di Bourbon Street: è completamente diversa, c’è un altro tipo di fermento con i rifornimenti in corso, le grandi pulizie, tutto si muove rapidamente per prepararsi ad affrontare un’altra lunga notte.
Durante il cammino ci fermiamo a vedere un concerto improvvisato dalla Second Hand Street Band in Royal Street e procediamo fino ad arrivare in Jackson Square, una bella piazza su cui affaccia la cattedrale di San Louis.
Dopo una rapida visita degli interni attraversiamo la strada per raggiungere la riva del Mississippi, facciamo una pausa su un pontile e poi riprendiamo a camminare lungo il riverwalk fino al casinò Harrah’s. Qui siamo fuori dal French Quarter, siamo passati nel distretto finanziario e sembra di stare in un’altra città: grattacieli e grandi viali che non restano impressi, però si compra meglio e quindi ne approfittiamo per fare qualche acquisto.
Troviamo una wi-fi pubblica e ne approfittiamo per cercare un bel posticino per mangiare qualcosa, così finiamo da Jimmy J’s Cafe al 115 di Chartres Street. Ci sono solo 9 tavoli e qui non vengono turisti ma gente del posto, è un po’ nascosto ma vale la pena cercarlo. Ordiniamo un bagel, ciambella salata ricoperta di sesamo e semi di papavero, ripiena di salmone affumicato, Philadelphia, pomodori, cipolle rosse e capperi, servito con patate al forno. Per bilanciare i sapori lo abbiamo accompagnato con un bel french toast imburrato e aromatizzato alla cannella, servito con strisce di bacon e marmellata ai frutti di bosco. Da bere limonata fatta in casa e milkshake banana e fragola. Non era propriamente una colazione, ma ne è valsa la pena (30 dollari, 26.50 Eu).
Dopo il ristoro riprendiamo la nostra escursione in città e ci rituffiamo nel quartiere francese. Una via da non perdere è Royal Street, per me la più elegante e con le migliori balconate decorate che riparano le tantissime gallerie d’arte al livello della strada.
Vediamo anche l’imponente facciata della Corte Suprema della Louisiana del 1909, usata per le riprese di JFK di Oliver Stone. Giriamo in St Peter Street e la percorriamo fino al civico 632 dove c’è la Avart-Peretti House, la casa in cui visse Tennessee Williams quando scrisse Un tram che si chiama desiderio.
Continuiamo a seguire l’itinerario pedonale consigliato dalla Lonely e ovviamente lo facciamo a modo nostro (cioè al contrario), su alcune cose consigliate siamo d’accordo su altre no. Per esempio viene tagliata fuori per pochi metri Esplanade Avenue che è stata una delle strade più belle e vere che abbiamo percorso. Ai limiti del French Quarter e quindi con una credibilità maggiore in termini di vita reale, rispetto al circuito turistico.
Dopo quasi 8 ore in strada torniamo in hotel e ci prepariamo per la cena, la scelta ricade sul vicino Pierre Maspero’s, uno storico locale che propone cucina creola, francese e americana. Quale posto migliore per fondere tutte e tre? Il nostro ordine ne è la conferma: birra Nola Brown Ale e Crawfish Etouffée, dove Etouffée è il tipo di cottura lenta e Crawfish è un’aragostina, in pratica una zuppa di mare condita con spezie creole, cipolle, peperoni e sedano servita con riso in bianco e code di aragostina fritte. E non poteva mancare il test dell’hamburger: per la precisione il Maspero’s Burger, panino con 220 grammi di manzo e cheddar cheese. Tutto buono con una spesa di 46.10 dollari (40.60 Eu).
Di ritorno in hotel percorriamo ancora una volta Bourbon Street e facciamo un primo bilancio: New Orleans è da vedere, è un posto davvero singolare. Due giorni possono bastare, Bourbon Street è sicuramente la più caratteristica e famosa strada del French Quarter ma non la più bella. Si ubriacano (e non solo) in modo esagerato, tanto da perdere il controllo, c’è tanta confusione e la città ha molto di meglio da offrire rispetto a questo spettacolo. In due giorni non abbiamo mai visto bambini in giro, potete immaginare il perché…
La passeggiata lungo il Mississippi non è niente di memorabile, nonostante il riverwalk il panorama d’insieme è bruttino e il tanto pubblicizzato giro sul battello a pale non ha avuto la nostra attenzione: in pratica dura 2 ore, naviga un’ora lungo il fiume torbido e poi torna indietro. Non ci sono scorci o località particolari che vengono rivelate a chi è a bordo. Alla nostra richiesta specifica su cosa avremmo visto grazie a questa gita, nessuno ci ha dato risposte convincenti.
Quindi, se passate da New Orleans, sappiate che le vostre gambe vi faranno vedere cose più belle. A patto di muoverle, però! A proposito…

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,45 km

 

29/09 New Orleans – New York

 

Ancora valigie pronte per un nuovo spostamento. Alle 9:00 viene a prenderci Yves con cui avevamo già preso accordi il giorno del nostro arrivo. Il volo è puntuale e ci confermano che i 36 minuti a nostra disposizione per lo scalo saranno sufficienti per prendere il volo successivo. Proprio così: a Washington dobbiamo cambiare aereo e tutto risulterà facile come prendere una metro. Scendiamo dall’aereo al gate 39, saliamo su un altro aereo al gate 41 e dopo un’ora atterriamo puntuali a New York, all’aeroporto La Guardia.
Da qui i collegamenti con Manhattan avvengono solo tramite bus e noi prendiamo lo shuttle NYCAirporter che con 14 dollari (12.30 Eu) ci lascia a Penn Station. Da qui è possibile prendere la metro per la propria destinazione ma a noi non serve, perché siamo a due isolati dal nostro Best Western Premier Herald Square e lo raggiungiamo facilmente a piedi.
Al check-in il receptionist si congratula per la prenotazione fatta con i punti della carta fedeltà, perché in quei giorni (era in città Obama per la riunione dell’UN) la loro tariffa era quotata 835 dollari! Ho dato fondo a tutti i punti ma ne è valsa la pena: la stanza è al 13 piano e di fronte a noi vediamo l’Empire State Building, siamo nel cuore di Manhattan e muoversi sarà più pratico avendo a disposizione 4 giorni per vedere il meglio della Grande Mela.
Noi iniziamo subito da Times Square che percorriamo in lungo e in largo storditi dalle luci e dai giganteschi schermi pubblicitari. È finita l’epoca dei cartelloni e dei neon!
Dopo le foto di rito e un calorico giro nello store M&M’S World continuiamo fino alla sagoma storica del Flatiron Building. Da qui ritorniamo lungo la 5a fino a 5 Boro Burger dove ci fermiamo per la nostra prima cena newyorkese: immancabile Bacon Cheeseburger con patatine e Pastrami sandwich. Niente di memorabile se non per il primo cameriere antipatico e scortese incontrato. Pazienza, NYC ci riserverà sicuramente di meglio nei prossimi giorni!

Quanto abbiamo camminato oggi? 8,1 km

 

30/09 New York

 

Finalmente torniamo a iniziare la giornata con una grande colazione: pancake, frittelle salate, muffin, succo d’arancia e via, subito sulla 5a diretti al MoMA e lungo la strada incontriamo l’edificio della Public Library, la biblioteca di NYC, la St. Patrick’s Cathedral e il Rockfeller Center.
Dopo le foto di rito a questi simboli cittadini, arriviamo al museo (apre alle 10:30 e chiude alle 17:30), il biglietto costa 25 dollari (22 Eu) e dopo aver ritirato la mappa in italiano saliamo al quinto piano per iniziare la visita con gli artisti più noti del museo.
Ascoltiamo l’audioguida che abbiamo scaricato dall’Italia, proprio così: hanno un’app fantastica che spiega le opere maggiori, anche con una versione per bambini. È gratuita, da non perdere!
Cosa si vede al MoMA? Il meglio dell’arte moderna e contemporanea: Van Gogh, Dalì, Chagall, Klimt, De Chirico, Picasso, Magritte, Kahlo tutti i nostri futuristi da Severini a Boccioni (avete presente la scultura sui 20 cents di Euro?), Fontana, Abramovich, Gauguin e tanti altri grandissimi. Visitiamo tutte le sale in ogni piano e ci soffermiamo sui grandi della pop art: Warhol, Haring e Lichtenstein.
Sazi di colori e forme, dopo 3 ore di visita usciamo per prendere la nostra prima metro a New York. Il biglietto per una corsa costa 3 dollari (2.60 Euro), ci sono formule cumulative (Metrocard) ma non abbiamo approfondito perché abbiamo programmato di prenderla saltuariamente per passare più in tempo in superficie che sottoterra 😉
Da notare! Più che le destinazioni finali, come siamo abituati a fare in Europa, per orientarsi bene sul percorso di una linea newyorkese a Manhattan, ricordate che l’isola viene divisa in una parte superiore e una inferiore. Perciò troverete le indicazioni per gli stessi treni diretti a Downtown e Uptown: prendete quello giusto 😉
La nostra corsa finisce a Battery Park, splendido giardino pubblico dove c’è l’imbarco per la Statua della Libertà. Il biglietto costa 18 dollari (15.80 Eu) e include l’audioguida che viene consegnata sul posto dopo lo sbarco. Partiamo con il ferry boat delle 15:40, in pratica il penultimo perché partono ogni 20 minuti fino alle 16. La traversata dura circa 15 minuti e l’ultimo ritorno è fissato alle 18 ma è meglio controllare gli orari sul sito perché possono essere variabili in base alle stagioni.
Con l’audioguida, abbastanza noiosa, seguiamo il percorso circolare dell’isola e ammiriamo da tutte le angolazioni l’imponente struttura di una delle statue più famose del mondo. Progettata da Frédéric Auguste Bartholdi, con l’intervento successivo di Eiffel, è un capolavoro d’ingegneria artistica. La statua appare imponente e massiccia, i tratti del volto e le pieghe della tunica drappeggiata fanno pensare immediatamente a una scultura in marmo, enorme. Ma non è così: la statua è composta da una scheletro in ferro rivestito con 310 lastre di rame sottili come monete da due penny. In pratica è cava e leggera, per questo subisce danni in caso di fulmini e tempeste.
Alle 17:30 siamo di nuovo a Manahattan per iniziare un percorso di nostra invenzione: iniziamo con il Charging Bull, il famoso toro di bronzo opera del nostro Arturo Di Modica che simboleggia la forza dell’America e ha una storia che merita di essere letta.
Entriamo nel cuore del distretto finanziario per vedere Wall Street, la borsa di New York cuore del potere economico americano e poi ci dirigiamo verso il memoriale dell’11 settembre.
Io ho avuto la fortuna di vedere le Torri Gemelle nel 1998 e conserverò sempre quel ricordo, a cui aggiungerò anche le sensazioni della visita a Ground Zero. Al posto delle Torri ora ci sono due enormi vasche quadrate con le pareti di marmo nero, sulle pareti scorre l’acqua che si accumula nella base fino a ricadere in un altro quadrato nero posto al centro dell’installazione. Di questo quadrato non si vede il fondo da nessuna prospettiva, si sente solo l’acqua cadere. Sul parapetto che circonda il perimetro delle vasche sono incisi i nomi delle vittime di quel giorno tremendo. Sullo sfondo si erge il nuovo grattacielo nato dalle macerie, come a simboleggiare la capacità americana di risollevarsi più forti di prima.
Il luogo, a pochi anni dalla sua inaugurazione, ha già assunto chiari connotati spirituali: è un luogo della memoria dove ci si comporta con rispetto e deferenza. Non si gioca, non si fa gli stupidi, non si urla, non si pascola… si può solo contemplare, ricordare e riflettere. Possibilmente in silenzio.
Da qui ripartiamo verso City Hall e il parco del municipio, e successivamente proseguiamo seguendo le indicazioni per il percorso pedonale che porta al ponte di Brooklyn, che percorriamo fino alla sua metà: un luogo perfetto per scattare foto suggestive allo skyline di New York sfolgorante di luci. Rientriamo in metro verso la zona del nostro hotel ma scendiamo a Grand Central Terminal, altro luogo mitico di questa città: una stazione secolare, imponente, in stile liberty, spesso fotografata e ripresa in tantissimi film (Carlito’s Way, Intrigo Internazionale e Gli Intoccabili su tutti). Ci sediamo sulle scale ad ammirare la volta celeste dipinta sul soffitto e nel mentre navighiamo in wi-fi per scegliere dove cenare. Stasera tocca a Blarney Rock Pub, un pub irlandese molto frequentato ma con una zona tranquilla per cenare. Prendiamo posto e abbiamo subito le idee chiare: seppure in versione Irish ordiniamo il nostro classico bacon cheeseburger a cui aggiungiamo un panino con punta di petto arrosto (40 dollari, 35 Eu).
Lunga giornata oggi e domani ne arriva un’altra altrettanto piena, non ci resta che rientrare in hotel e riposare.

Quanto abbiamo camminato oggi? 15,8 km

 

01/10 New York

 

Siamo agli sgoccioli, la nostra macchina organizzativa ha ormai raggiunto livelli militari. Siamo praticamente sincronizzati, siamo viaggiatori che si avviano sulla strada del ritorno ma ci restano alcune cose che non vogliamo perderci. Prendiamo la metro di Herald Square e dalla 34a saliamo fino all’81a per raggiungere il Museo di Storia Naturale, avete presente il film Una notte al museo? Ecco, è proprio “quel” museo.
Il biglietto di ingresso è praticamente a offerta, loro suggeriscono quella di 22 dollari (19.40 Eu) a persona ma ognuno è libero di donare quanto vuole. Il cassiere mi spiega le condizioni mentre ha in mano la mia carta di credito e alla fine mi addebita 20 dollari per due (17.60 Eu), io non avrei saputo fare di meglio 😉
Il museo è fantastico, famoso per il padiglione dedicato ai dinosauri, ha tantissime sale da scoprire anche grazie all’app ufficiale che ti permette di fare percorsi programmati e che tramite il GPS ti colloca sulla mappa virtuale così non ti perdi mai e organizzi al meglio la visita. Noi giriamo in lungo e largo tra animali impagliati, minerali, ritrovamenti fossili, scheletri e habitat riprodotti. Dopo una passeggiata nel padiglione dedicato allo spazio, usciamo per visitare l’altra grande attrazione cittadina: basta attraversare la strada per ritrovarsi nel cuore di Central Park.
Il parco è gigantesco, basta percorrere per qualche minuto un sentiero per avvertire la temperatura più bassa e il silenzio. Il rumore del traffico che circonda tutto il parco diventa impercettibile, sembra di essere davvero in un altro luogo che non ha nulla a che fare con la metropoli. Fotografiamo gli scorci migliori dei laghi e degli stagni che si alternano ai prati curatissimi, tutto intorno scoiattoli, pesci, tartarughe. Quando arriviamo al margine meridionale del parco, all’altezza della 59a, inizia a piovere e siamo costretti a sfoggiare i nostri magnifici k-way. Sarà con questi che ci presentiamo all’interno della chiesa di Saint Thomas sulla Fifth: c’è il concerto del coro in corso e ne approfittiamo per fermarci ad ascoltare.
L’aura mistica che ci pervade ispira la tappa successiva: una cheesecake noci e caramello da Magnolia, la pasticceria resa famosa dalla serie televisiva The Sex and the City, celebrità che si riflette anche nel prezzo del buonissimo dolcetto monoporzione: 7.50 dollari! (6.60 Eu).
Dopo la pausa iniziamo il nostro shopping newyorkese: t-shirt, mug, infradito, magneti, non ci sfugge niente. Mentre ci era sfuggito The Keg Room, un locale bellissimo a pochi metri dal nostro hotel, con 30 maxi schermi che trasmettono gli sport più amati in USA (baseball, basket e football americano). L’inizio e la fine: i migliori panini li abbiamo mangiati a Miami il primo giorno e proprio qui al termine del viaggio, un congedo migliore non potevamo sperarlo! Ordiniamo Crispy chicken slider: straccetti di pollo con bacon affumicato, cheddar cheese con patatine; e Smockehouse Burger, 220 gr di Black Angus con cheddar cheese, salsa bbq e bacon affumicato, con le immancabili patatine. Conto: 30 dollari (26.50 Eu).
Siamo quasi pronti alla partenza, dobbiamo mettere a punto ancora alcuni acquisti, assicurarci il trasferimento verso l’aeroporto di Newark e soprattutto fare le valigia. Ma prima…

Quanto abbiamo camminato oggi? 12,2 km

 

02/10 New York – Roma

 

Prima di partire dobbiamo vedere ancora Chinatown e Little Italy quindi al mattino, nonostante la pioggia, usciamo presto per raggiungere in metro questi due quartieri confinanti.
C’è da dire che ormai Chinatown è più grande e caratteristica di Little Italy ma in generale, entrambi, non hanno più il fascino di una volta…
Facciamo una serie di acquisti inutili rendendoci conto che nei giorni scorsi, seppur in pieno centro, abbiamo trovato dei buoni prezzi. Quindi se non volete spingervi fin qui o non avete il tempo per farlo, anche intorno a Time Square troverete prezzi simili. Gli oggetti, invece, sono praticamente identici ovunque. Per avere un riferimento medio sui prezzi che si trovano nei negozi di souvenir, considerate buone le promozioni 5×10 dollari sulle T-shirt, 4×10 sulle calamite e 3×10 per le classiche mug I Love NY.
Dopo le ultime spese rientriamo in hotel perché ancora una volta, grazie al check-out ritardato previsto per i clienti Diamond, possiamo lasciare la stanza alle 13:30. Recuperiamo le nostre valigie, salutiamo e accettiamo l’omaggio di un paio di poncho antipioggia che usiamo per coprire i bagagli.
Il nostro volo parte da Newark e, dopo aver raccolto informazioni su internet, abbiamo deciso di arrivarci con il treno perché gli shuttle potevano subire ritardi a causa del traffico dovuto al maltempo.
Come arrivare all’aeroporto Newark da Manhattan? Facile. Bisogna raggiungere Penn Station sulla 34a, cercare le indicazioni per New Jersey Terminal (NJT) e acquistare alla cassa il biglietto per l’aeroporto al costo di 13 dollari (11.50 Eu). I treni partono ogni 15 minuti e impiegano meno di 30 per arrivare a destinazione. Bisogna scendere alla stazione Air Terminal e da qui prendere la monorotaia (inclusa nel prezzo del biglietto) che porterà al terminal previsto per l’imbarco del proprio volo (di solito i voli internazionali sono tutti al terminal B).
Abbiamo calcolato tutto per arrivare in tempo e ci siamo dati un margine di un’ora per imprevisti e ritardi. Il margine non è stato intaccato. Durante le procedure d’imbarco dei bagagli notiamo che le nostre valigie sono ingrassate di 6 chili, più o meno quanto noi a furia di mangiare hamburger e schifezze varie. A proposito di schifezze, quest’anno sul podio degli snack insoliti sgranocchiati in macchina mettiamo: al terzo posto le patatine ai sottaceti, al secondo le Pringles al Cheeseburger e quelle Baked Potato, al primo posto quelle alle costatine di maiale bbq. Ok, siamo davvero alla fine. Dopo 15 giorni da trottole è arrivato il momento del ritorno in Italia.
Gli Stati Uniti si confermano un luogo ideale per una vacanza on the road, tutta organizzata da soli e dall’Italia, senza particolari disagi, in sicurezza e con una spesa accettabile per noleggio dell’auto, benzina, caselli (in tutto il viaggio ne abbiamo incontrato uno solo, che è costato 1 Euro) e alberghi.
Come da nostra buona abitudine durante il viaggio di ritorno facciamo bilanci e classifiche: la cosa più bella, l’episodio più divertente, la cena migliore… ma soprattutto ragioniamo già sulle destinazioni successive.
Dove si va al prossimo giro? Costarica? Giappone? Olanda? Non lo sappiamo ancora, ci pensiamo un po’ e poi sarà il viaggio a scegliere noi.
Di sicuro abbiamo prenotato Bratislava a Dicembre, poi si vedrà… 😉

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 115 chilometri! 🙂

 

Note
Tutti gli hotel sono stati prenotati su Booking (escluso quello di NYC)
Libro letto su Kindle: La marcia di E.L. Doctorow
Guide di riferimento: Stati Uniti orientali della serie Lonely Planet
Come sempre spero che questo diario possa stimolare e aiutare altri viaggiatori, sono a disposizione in caso di domande.