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Diario di viaggio in Giappone: Tokyo, Kansai e Kyoto

Storia, cultura, natura, spiritualità: quattro immagini dal Giappone
Il Grande Buddha di Nara, le cascate di Nachi, il Kumano Kodo e la Pagoda d’Oro di Kyoto

Questo viaggio in Giappone è stato molto desiderato e ha richiesto tempo e applicazione per essere organizzato bene.
Ci sono voluti mesi per incastrare tutto: date, luoghi, mezzi di trasporto, ecc…In fase di preparazione abbiamo raccolto così tante informazioni che ho scritto un post più specifico, dedicato a chi intende organizzare un viaggio in Giappone senza agenzie.
In questo modo il reportage che segue resta focalizzato sul vero e proprio viaggio in Giappone, alla scoperta delle metropoli Tokyo e Kyoto, e della penisola del Kansai con i suoi villaggi termali, le cascate di Nachi, il mare di Shirahama e i sentieri sacri del Kumano Kodo. Buona lettura!

21/22-09 Roma-Tokyo

Partiamo da Gaeta alle 7:30 e tutto procede regolare fino al parcheggio lunga sosta Altaquota2 (40 Eu per 15 giorni).
Il volo l’ho acquistato sul portale viaggi American Express l’1 maggio a 521 Euro con Cathay Pacific: partenza da Roma FCO alle 13:50 e arrivo a Hong Kong dopo 11.5 ore. Due ore di scalo e poi di nuovo a bordo di un altro aereo per le ultime 4 ore di volo. L’atterraggio è previsto all’aeroporto Haneda di Tokyo, meglio del Narita perché molto più vicino al centro (10/15 chilometri invece di 60). I nostri bagagli, con franchigia fino a 30 chili, sono stati imbarcati a Roma e li ritireremo direttamente nella capitale nipponica.

Sul viaggio non c’è molto da dire: il decollo è puntuale e l’aereo dotato di tutti i comfort. Ogni posto ha il suo schermo touch con un vasto palinsesto di intrattenimento, telecamere esterne e mappa interattiva del viaggio. Ho creato una playlist con 5 film, iniziata con la visione dell’angosciante 127 Ore e proseguita con Allied e Jack Reacher. Per quanto riguarda l’ultimo titolo non sono interessato al film in sé, ma durante l’estate ho letto due libri di questa serie di Lee Child e sono curioso, visto che non andrò a vederlo al cinema. Un filmaccio… (al ritorno un passabile Sicario con Benicio del Toro, Passengers – che mi conferma che la fantascienza non fa per me – e per finire un orrendo John Wick 2 con Keanu Reeves e – udite udite! – Riccardo Scamarcio).

La mia teledipendenza viene interrotta solo dal pranzo ospedaliero dopo 3 ore di volo: una spigola di gomma, insalata di pollo e gelato al cioccolato. Neanche Pupo poteva pensare ad abbinamenti così perversi. Per fortuna durante il viaggio ci sono snack e bevande gratuite al centro dell’aereo, così ne approfitto a più riprese per sgranchire le gambe e fare rifornimenti di porcherie.

Diretti a est inseguiamo diverse albe e la luce del giorno si stabilizza solo con l’arrivo a Hong Kong. A bordo abbiamo letto i nostri libri rigorosamente a tema nipponico e definito meglio l’itinerario da seguire a Tokyo. Quando manca poco all’atterraggio faccio partire gli highlights di tutti i gol della Champions League 2016/17. Sul 4-1 di Real Madrid-Juve “è finita” la nostra prima tappa.

A Hong Kong assistiamo a un fortissimo temporale che probabilmente è la causa del ritardo di circa un’ora con cui partirà il nostro aereo, ci è sembrato un fenomeno tipicamente tropicale perché in un attimo le colline verdi e i grattacieli che caratterizzano lo skyline sono spariti alla vista avvolti da nubi nere, poi si è abbattuto il nubifragio, potente e rapido. Anche sul secondo aereo troviamo film in italiano e una colazione inglese su cui è meglio… sorvolare, appunto! 😉

Finalmente è tempo di atterrare definitivamente e mettersi in fila per superare il controllo passaporto, ricevere il nostro visto gratuito per tre mesi e ritirare il bagaglio che già è stato scaricato dal nastro. Siamo finalmente pronti ad andare in albergo e per farlo seguiamo le indicazioni che portano alla Tokyo Monorail, compriamo i biglietti alla biglietteria automatica (1260 Yen, 9.50 Eu) e saliamo a bordo di un treno che ci lascerà alla fermata Hamamatschuko. Da qui passiamo sulla JR Yamanote fino alla fermata Tamachi. In totale un tragitto di 30 minuti che finisce a circa 300 metri dal nostro Hotel Villa Fontaine Tokyo-Tamachi.

Come abbiamo fatto a comprare subito i biglietti della metro? Semplice: abbiamo cambiato i soldi in Italia!  Conviene sempre partire già muniti di qualche moneta locale, sia per questioni pratiche sia di convenienza, per questo abbiamo prenotato alle Poste 80.000 Yen, pari a 626 Euro con un tasso di cambio di 127.62 Yen per Euro (+ 6 Euro di commissione).

Dopo le operazioni del check-in usciamo per vedere il tempio di Sengaku-ji che ospita le tombe dei 47 Ronin, i samurai senza padrone che entrarono nella leggenda e nelle sale cinematografiche capitanati da Keanu Reeves. Si trova vicino al nostro albergo e durante il tragitto per raggiungerlo incrociamo la strada con l’enorme Tokyo Tower, una brutta copia della Torre Eiffel alta 333 metri, tutta bianca e arancione. Piove e fa molto caldo, raggiungiamo il tempio pochi minuti prima della chiusura, quindi facciamo un giro rapido ma è sufficiente perché è molto piccolo e siamo sicuri che Tokyo ha tanto altro da mostrare.

Volevamo solo sgranchire le gambe dopo le 18 ore di viaggio e le 7 di fuso orario ma la stanchezza si fa sentire, ce ne accorgiamo dopo esserci spostati nella stazione centrale per convertire il voucher del JR Pass e toglierci il pensiero: una missione che purtroppo non portiamo a termine perché ho con me solo la carta d’identità, mentre è necessario il passaporto con il visto per procedere. Peccato! Ci toccherà tornare…

Ormai siamo sul posto e ne approfittiamo per esplorare il piano sotterraneo della gigantesca stazione, quasi interamente dedicato alla gastronomia. Proviamo a orientarci con una piantina tra le decine e decine di locali affollati in quanto è venerdì sera e i giapponesi si danno alla pazza gioia. C’è l’imbarazzo della scelta tra profumi, colori e una grande varietà di cibo a disposizione. Nonostante sia il loro scopo principale, le famose pietanze finte riprodotte perfettamente nelle vetrine di tutti i locali ci lasciano perplessi. Noi di solito siamo già scettici sui ristoranti che mostrano le foto delle proprie portate ma qui siamo addirittura al formato 3D! E per quanto sia una cosa molto comune, su di noi l’effetto è inverso: dovrebbe aiutarci a scegliere ma contribuisce a confondere le idee.

Alla fine, dopo aver visto mucchi di plastica a forma di cibo, entriamo da Create Restaurant che ci sembra caratteristico e ha una rapida fila all’esterno con giapponesi in attesa. Risulterà un’illusione, forse abbiamo scelto male perché stanchi e una volta dentro si confermeranno le sensazioni negative: sarà qui che faremo la cena peggiore di tutto il viaggio! Abbiamo ordinato omelette con maiale che poi altro non era che una poltiglia di carne in scatola avvolta in una frittata, spiedini di maiale e cipolle fritti, dove le cipolle erano decisamente più della carne, ravioli jyoza con pepe rosso di Okinawa, e chow mein Okinawa style in salsa di soia, bollenti come l’inferno ma passabili. Spendiamo 4016 (30 euro) ma come per tutte le cose fatte oggi… domani andrà sicuramente meglio!

Quanto abbiamo camminato oggi? 10,8 km

23/09 Tokyo

In piedi alle 8:00, facciamo una ricca colazione dolce e salata e siamo subito in strada per iniziare a esplorare Tokyo.

Ha finalmente smesso di piovere e ci avviamo verso la fermata della metro per andare al mercato del pesce. Sicuramente non parteciperemo alla famosa asta del tonno perché l’accesso è permesso solo su prenotazione e senza alcuna certezza, nel senso che in base ai periodi e alla disciplina dei turisti decidono i giorni di apertura e di chiusura al pubblico. In più il personale dell’hotel ci ha detto che il mercato la domenica è chiuso, e difatti sarà così, ma noi andiamo lo stesso. Una nota importante: sulla guida del 2016 abbiamo trovato scritto che il mercato si sarebbe trasferito a Dicembre di quell’anno in un’altra zona ma probabilmente qualcosa è andato storto durante i lavori perché sono in ritardo e a Settembre 2017 il mercato è ancora nella sede storica di Tsukiji.

Il quartiere prendere il nome dallo Tsukijihongangji Temple che visitiamo prima di girovagare tra i tanti negozi che vendono cibo di strada. Ci esercitiamo con il rituale scintoista per una preghiera, che qui è del tutto simile all’espressione di un desiderio: si prende con due mani la corda con cui suonare la campana, si battono due volte le mani per attirare l’attenzione della divinità, si fanno due rapidi inchini, ci si raccoglie velocemente con le mani giunte e si va via con un inchino più profondo. Ma la prima cosa da fare è gettare una moneta nella cassetta delle offerte 😉

Dopo questo assaggio di spiritualità ci dedichiamo agli assaggi veri e propri, e passiamo in rassegna una moltitudine di bancarelle sgranocchiando seppie panate e fritte, mandorle tostate, fagioli neri… Grazie a questo perfetto movimento sincronizzato di mascelle e gambe raggiungiamo il vicino quartiere di Ginza, la strada-vetrina di Tokyo. Una sorta di Fifth Avenue per New York o gli Champs-Élysées di Parigi: un viale ampio, lungo, contornato da palazzi enormi e tirati a lucido, gente a passeggio e ovviamente tutte le grandi firme della moda.

Fuori una gastronomia troviamo un capannello di persone eccitate intorno al pupazzo animato di Gunma Chan, il simbolo dell’omonima prefettura che nel 2014 ha vinto il concorso della miglior mascotte giapponese. Si vede che la sua popolarità non è scemata nel tempo perché è pieno di persone che scattano foto e lo abbracciano. Ce ne sono sicuramente più da lui che davanti all’imponente facciata del teatro Kabuki-za, e anche noi ci facciamo sedurre dal cavallino giapponese, soprattutto perché non abbiamo 4 ore a disposizione per assistere a uno spettacolo tradizionale! Quindi scattiamo qualche foto e poi visto che è sabato ci godiamo il cuore del quartiere – all’incrocio tra Chuo-dori e Harumi dori – che in occasione del week end diventa inaccessibile al traffico nella prima strada e si trasforma in quello che gli abitanti di Tokyo chiamano “il paradiso dei pedoni”.

Da qui torniamo in stazione e alle 13:30 siamo finalmente allo sportello per cambiare il voucher del JR Pass, stavolta abbiamo i documenti giusti e prenotiamo i posti a sedere su tutti i treni che prenderemo nei giorni successivi.
Da notare! Tutti le rotte, le coincidenze, gli orari e i calcoli che avevamo fatto per gli spostamenti interni si sono rivelati esatti e anche in biglietteria ce li hanno confermati come i migliori possibili. Abbiamo usato il sito NAVITIME Travel e la relativa applicazione per smartphone. Molto meglio del più citato Hyperdia che dà anch’esso risultati esatti ma in quanto a grafica e usabilità sta qualche passo indietro.

Dopo il dovere torna il piacere e ci spostiamo verso la nostra prossima tappa, quindi dalla stazione prendiamo la Yamanote fino a Komagone per visitare Rikugien Garden, uno dei giardini più belli di Tokyo.
A questo punto è bene aprire una parentesi su come spostarsi a Tokyo: nelle stazioni delle metro (ci sono diverse compagnie che coprono la città) bisogna fare attenzione e guardare bene i tabelloni informativi per prendere i treni e le direzioni giuste, perché sono solitamente divisi per colore e numeri – che distinguono le varie linee – e le fermate riportano la tariffa necessaria per raggiungerle dalla stazione in cui siete, dettaglio molto utile da sapere prima di acquistare il biglietto giusto. Ci vuole un po’ di esercizio, anche perché questi tabelloni non sempre hanno la versione con caratteri occidentali e quando non c’è, non bisogna farsi prendere dal panico: basta guardarli qualche istante come degli ebeti e subito si avvicina qualcuno per dare aiuto. Ci è successo in diverse occasioni e abbiamo sempre accettato volentieri il soccorso dei giapponesi, anche quando avevamo le idee chiare sul da farsi: sono gentilissimi e ci dispiaceva rifiutare gesti così spontanei, che sicuramente – considerata la loro sobrietà e discrezione – gli costa qualche strappo al proprio senso del pudore, decisamente ancora sviluppato rispetto ai nostri standard attuali.

Torniamo ai giardini Rikugien. Anzi prima di entrare ci fermiamo a fare uno spuntino con un enorme raviolo al vapore ripieno di carne di maiale e uno spiedino di pollo. L’ingresso costa 300 Yen (2.30 Eu) e la passeggiata è molto piacevole: piantina del parco alla mano ci inoltriamo nei vari sentieri che risalgono agli inizi del ‘700 e non sembra proprio di essere nel cuore di una metropoli gigantesca. La vegetazione è brillante, le aiuole curate, i ponti di pietra, le cascate, le carpe colorate e le tartarughe ci proiettano in uno scenario tipicamente giapponese: stavolta non stiamo guardando una foto, ci siamo dentro! Il grande laghetto centrale e la casa da the, offrono scorci molto suggestivi e quando usciamo siamo pronti a gettarci  nella grande mischia di Akihabara. Sono le 17:00, il sole inizia a calare ed è il momento perfetto per trasferirsi nel “quartiere elettrico” di Tokyo, celebre per la concentrazione di cosplayer e appassionati di manga e anime.

Già alla stazione della metro troviamo dei chiari segnali: nell’atrio ci sono decine e decine di distributori meccanici di giocattoli. Di quelli che ci metti un moneta, giri la maniglia e ti cacciano fuori una pallina con sorpresa. Di solito da noi si trovano in qualche bar, nei lidi, mentre in Giappone sono quasi ovunque e in quantità enormi. La cosa bella è che sono prese d’assalto dagli adulti e non dai bambini, come normalmente siamo abituati a vedere da noi. Ragazzi e ragazze aprono decine di palline alla ricerca soprattutto di action figures e vediamo scene di esultanza o delusione; in entrambi i casi mi piace l’idea che riescono a provare emozioni fanciullesche senza sentirsi ridicoli. Pascoli sarebbe orgoglioso di loro 😉

Una volta in strada veniamo bombardati da musica, colori, luci, voci, megafoni, un assalto sensoriale che ti lascia un po’ spiazzato. Vediamo sfilare qualche pittoresco protagonista di queste subculture metropolitane derivate dal mondo dei cartoni animati e dei fumetti, e facciamo la conoscenza delle sale Pachinko: un gioco d’azzardo molto popolare, concentrato in ambienti talmente incasinati e rumorosi che un casino di Las Vegas in confronto è un’oasi di pace. Dentro abbiamo visto quasi esclusivamente uomini alienati e intontiti, che fumavano e bevevano con gli occhi puntati solo sulla propria macchinetta; centinaia di persone una attaccata all’altra, come polli in batteria, senza alcuna interazione tra loro.

Dopo questa scena è necessario ritrovare un po’ di equilibro e quindi ci spostiamo verso il quartiere Asakusa per visitare il celebre tempio buddhista di Senso-ji. Visto che ci arriviamo in metro, approfitto per un’altra nota importante: le uscite sono sempre indicate in giallo e sarebbe utile conoscere in anticipo l’uscita migliore da prendere. Per esempio tante guide o pubblicità, quando indicano un luogo, riportano sempre la fermata della metro e la relativa uscita, così che le persone possano orientarsi correttamente e salire in superficie dalla parte giusta.

Senso-ji è meraviglioso, una delle attrazioni di Tokyo da non perdere. Dedicato a Kannon è celebre per la sua pagoda a cinque piani alta 55 metri e per noi rappresenta una perfetta introduzione al sincretismo: un concetto che vedremo ben espresso praticamente in tutti i luoghi sacri e che – sintetizzando molto prosaicamente – consiste in una pacifica convivenza dei maggiori culti religiosi del Paese. Scintoismo e Buddhismo in Giappone non si fanno la guerra, anzi convivono molto spesso negli stessi spazi e i loro templi condividono altrettanto di frequente gli stessi giardini.

Anche qui seguiamo un rituale molto in uso e molto rumoroso: agitiamo un pesante bussolotto di ferro pieno di legnetti numerati, ne tiriamo fuori uno e cerchiamo la cifra corrispondente su una serie di cassetti all’interno dei quali ogni partecipante trova il suo destino. Federica ha estratto il numero 12, quello più fortunato e alcuni giapponesi ci aiutano a tradurre il biglietto e si complimentano con noi. E se la sorte non è benevola? Niente paura, può succedere che i bigliettini siano negativi ma basta annodare il foglio sugli appositi espositori e ci penseranno i monaci a pregare per purificare la sorte avversa.

La visita serale è piacevole perché le strutture sono ben illuminate e, visto il grande numero di bancarelle chiuse, immaginiamo che durante il giorno sia molto caotico in quanto è il tempio più visitato di Tokyo. All’uscita abbiamo chiesto a una coppia giapponese di scattarci qualche foto e – toh! – lei ha lavorato in Italia per tre anni, per cui ha abbiamo parlato un po’ ed era molto incuriosita dal nostro viaggio e dal nostro profilo Instagram Handmade Travel.

Dopo un selfie di buon ricordo tutti e quattro insieme, ognuno è tornato sulla sua strada e la nostra ci ha portato dritti da Sushi Zanmai dove non è necessario spiegare cosa si mangia. Ci sediamo al banco di fronte ai sushi master e facciamo la nostra ordinazione compilando da soli un foglietto che riporta le voci del menù, accanto alle quali va messo un segno di spunta e la quantità di pezzi. La nostra scelta ricade su quattro set di maki da sei pezzi (uno di tonno, due con gambero e cetrioli, uno con capesante e cetrioli), poi coppie di nigiri di bonito, tonno rosso, gambero bollito, red snapper (parente lontano del dentice) e sei immancabili pezzi al salmone. Tutto accompagnato da birra e sakè freddo, per una spesa finale di 5127 Yen (38 Eu).

Torniamo per la prima volta in hotel con la metro al posto della Yamanote Line, scendiamo a Mita e raggiungiamo l’hotel a piedi con un’ultima passeggiata. Poi resta giusto il tempo per una doccia e una conferma importante su miti e leggende giapponesi: è tutto vero! Nei bagni, dall’aeroporto all’hotel, dalle stazioni ai treni, il livello igienico è sempre altissimo, mentre delle mitologiche tavolette dei water… ne parleremo più avanti! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 15 km

24/09 Tokyo

Anche oggi iniziamo con una colazione importante perché ci sarà molto da fare. Cominciamo dal Grande Giardino Orientale del Palazzo Imperiale, l’ingresso è libero e si accede dalla porta di Ote-mon dove c’è un controllo di sicurezza, si ritira la mappa del parco e il pass gratuito da restituire all’uscita. Si può scaricare anche un’audioguida gratuita.

La passeggiata è molto tranquilla, si possono vedere le mura antiche che cingevano in passato il palazzo, di dimensioni megalitiche, ci sono ambienti separati in base al tipo di vegetazione che ovviamente è curata, sia nella potatura sia nell’alternanza di colori, e non mancano cascate e stagni. Però, in tutta onestà, i giardini di ieri per quanto più piccoli sono stati più belli. Col senno di poi, considerato che di cose da vedere a Tokyo ce ne sono tante, questa è un’escursione che si potrebbe tranquillamente evitare.

Fa molto caldo, ci sono 28 gradi quando andiamo a prendere la linea verde della metropolitana diretti verso la stazione Meiji Jingumae. Altra nota sulla metro: abbiamo detto che i tabelloni indicano le fermate e le relative tariffe da pagare. Abbiamo anche detto che ci sono diverse compagnie che coprono la città e in base a distanze e incroci hanno costi diversi. Ora aggiungo che se sbagliate l’acquisto del biglietto non c’è problema, arriverete in ogni caso a destinazione ma per uscire vi sarà richiesto il biglietto corretto e per questo troverete in tutte le stazioni macchinette che “aggiustano” la tariffa e richiedono la differenza. Dopo la compensazione riceverete il tagliando corretto che vi permetterà di uscire. Altra cosa notevole: per l’ultima uscita il tornello non vi restituisce il biglietto, si apre per farvi passare e conserva il ticket, così li riciclano ed evitano il rischio che vengano gettati a terra.

Fuori dalla metro incrociamo la celebre Takeshita Dori, affollatissima di adolescenti, ma la vedremo dopo la visita all’altra grande attrazione in programma oggi: il tempio Meiji Jingu.
Passiamo attraverso il grande torii alto 12 metri (portale di accesso di ogni tempio scintoista) e passeggiamo nel bosco fino al santuario che purtroppo ha il padiglione principale in restauro. Partecipiamo anche noi alle abluzioni rituali prima di accedere: ricordate che bisogna riempire le coppette d’acqua alla fonte, sciacquare una mano per volta e poi la bocca. Ma l’acqua usata deve cadere fuori dalla vasca principale!

Dopo aver visitato il complesso, i templi scintoisti sono abbastanza scarni e quasi sempre inaccessibili all’interno, dichiariamo finiti i nostri giri culturali e diamo inizio alla fase finale: shopping a Shibuya.

Prima passiamo per Takeshita Dori, un vero delirio di ragazzi che sfilano a caccia di abbigliamento e accessori strani. Scattiamo qualche foto, ci immergiamo nel fiume umano – in mezzo al quale becchiamo anche una processione dal tasso alcolico notevole – e procediamo verso la stazione della metro per arrivare a Shibuya. Il primo articolo che compriamo è un ventaglio, poi restiamo piuttosto delusi dal fatto che non riusciamo a trovare i souvenir classici da collezione come accade normalmente in altre località: magneti, shottini e le palle di vetro con neve sembrano introvabili! Camminiamo lungo la strada pedonale Shibuya Center Gai costellata di neon e negozi e ci infiliamo in un negozio tutto a 100 yen Can Do, dove compriamo portabottiglie termici, piattini quadrati di arenaria, rulli massaggianti, patatini e tre pacchi di tagliolini per ramen (1080 Yen, 8.10 Eu).

Dopo raggiungiamo il celebre incrocio con l’attraversamento pedonale che traghetta migliaia di persone da un marciapiede all’altro. Per vederlo bene saliamo al secondo piano dello Starbucks che affaccia sulla strada e dalle finestre scattiamo grandi foto e giriamo video in time-lapse che rendono benissimo l’idea di quanto accade ogni volta che i semafori cambiano colore.

Sono le 20:30, abbiamo camminato per quasi 10 ore consecutive e ci fermiamo a cenare da Genki Sushi, nel cuore di Shibuya. Per l’ultima cena a Tokyo abbiamo scelto un locale insolito che è diventato una sorta di istituzione per il modo particolare in cui si ordina. Poca fila all’ingresso e siamo subito alla nostra postazione, ognuno di fronte a un tablet fisso. Il menù è tutto lì, in digitale, e scegli i piatti direttamente dal tuo monitor. Non è finita, perché non ci sono camerieri a servirti: il sushi ti arriva dopo pochi secondi su un piattino portato da un carrellino automatizzato su una monorotaia. Quando arriva il monitor ti avvisa, tu ritiri il piattino e sempre con un tap rispedisci indietro il carrellino, pronto per nuovi viaggi! Molto divertente e anche di qualità discreta, prezzo poi imbattibile: abbiamo ordinato 14 piattini con diversi nigiri e maki roll, notevoli quelli con tempura di gamberi, e spendiamo solo 2347 Yen (17 Eu).

Dopo cena ci restano le forze per una deludente ultima caccia al souvenir e un passaggio sulla Dogenzaka, piena di love hotel. È tempo di rientrare, domani inizia l’avventura vera: la spinta principale per questo viaggio, vale a dire la scoperta del Kansai, con i suoi villaggi termali, i corsi d’acqua, i sentieri del Kumano Kodo e il mare.

Quanto abbiamo camminato oggi? 16,8 km

25/09 Tokyo – Hongu (Watarase Onsen)

Sveglia alle 7:30, altra gran colazione e poi via in stazione: inizia la nostra settimana alla scoperta del Kansai, il cuore spirituale del Giappone e del Buddhismo Zen.

Ci dirigiamo verso la stazione dei treni Tokyo, la più grande della città, per prendere il nostro “treno-pallottola” Shinkansen Hikari che ci porterà fino a Nagoya dove prenderemo il regionale Nanki Wide View fino a Shingu.

Ci siamo presi un buon margine di anticipo per cercare qualche souvenir, che non troveremo (attenzione! Può sembrare assurdo ma solo ad Akihabara e Takeshita Dori abbiamo trovato t-shirt e magneti ma non li abbiamo comprati, sicuri che li avremo trovati anche altrove. Sbagliato!), ma soprattutto siamo arrivati prima per capire senza affanni quale fosse il binario di partenza, visto che la stazione è grande e molto trafficata. Pensavamo fosse più complesso ma una volta arrivati sul posto è stato tutto facile. Anche perché l’applicazione su cui abbiamo programmato tutti i nostri spostamenti si è mostrata affidabile anche nella previsione del binario di partenza con due mesi di anticipo! Il merito è anche delle ferrovie giapponesi che funzionano perfettamente, ce ne accorgiamo già con il puntualissimo orario di arrivo del treno, le operazioni di pulizia prima dell’imbarco dei passeggeri e successivamente con la partenza, anch’essa precisa al millesimo.

Rispetto a quanto ho letto in giro mi aspettavo spazi più angusti a bordo, invece le valigie stanno comode quanto noi che abbiamo spazio per distendere completamente le gambe e reclinare il sedile fin quasi a renderlo orizzontale. In pratica è come viaggiare su un lettino da spiaggia!

Sul viaggio c’è poco da dire: tutto è andato liscio, coincidenza e orari hanno combaciato con il nostro programma e siamo arrivati a Shingu dove alle 17:10 abbiamo preso il bus per Hongu.
La stazione di Shingu è piccola e la rimessa dei bus è adiacente, l’arrivo a destinazione è previsto per le 18:11.
Nota sui bus: il biglietto si paga a bordo al termine del viaggio. Al momento di salire si ritira un biglietto con il numero della fermata, in questo caso la 1 perché siamo al capolinea, e man mano che si procede con le fermate un tabellone luminoso vicino al conducente indica il costo da pagare rispetto alla fermata di partenza, che varia come fosse un tassametro. Alla fine del viaggio la nostra tariffa è 1540 yen (11.65 Eu). Si paga la cifra esatta in contanti mettendo i soldi in una macchinetta automatica vicino all’autista, non è previsto resto di alcun tipo ma affianco alla contasoldi c’è un altro dispositivo per cambiare i contanti in monete. Un ottimo sistema per far pagare tutti, senza perdite tempo.

Giù dal bus ci aspetta la navetta dell’albergo che in 10 minuti ci porta al nostro Watarase Onsen Hotel Himeyuri. Sbrigate le pratiche di registrazione andiamo dritti al ristorante, un po’ perché abbiamo fame e un po’ perché chiude alle 19:00 e dopo quest’ora si resta a digiuno. Proprio così! Siamo in un luogo isolato e senza nulla intorno: fare tardi significherebbe restare a stomaco vuoto fino all’indomani!

Raggiungiamo la tavola calda in uno stabile vicino a quello del ricevimento e siccome siamo gli unici clienti, piuttosto spaesati, con l’aiuto del personale ordiniamo la nostra cena sfogliando il menù appeso a un distributore automatico. Infiliamo i soldi nell’apposita fessura (2550 yen, 19 Eu) e pigiamo i tasti corrispondenti alle nostre scelte. Per fortuna poi non è caduto niente da raccogliere nel cassetto! 😉 Con questa procedura abbiamo solo trasmesso l’ordine alla cucina e pagato, dopo un po’ ci servono i piatti a tavola. Il motivo dell’ordinazione fatta alla macchinetta resta un mistero degno di Voyager.

Finiamo i nostri udon cucinati in brodo, una variante dei noodles più spessa e di grano duro rispetto a quella usata per il ramen, di frumento, e lo spezzatino di maiale con riso. Dopo cena rientriamo in stanza, la camera è in stile giapponese e ha una bella area con tatami per prendere il the ma c’è un altro soggetto sconosciuto con cui prendere confidenza: lo yukata. Si tratta di una sorta di vestaglia da camera a disposizione degli ospiti nelle ryokan, le locande tradizionali, e alle terme, difatti letteralmente significa abito da bagno. Per quanto sia molto simile per fattura e taglio, non si considera un kimono!

Lo indossiamo, leghiamo la cinta e ci infiliamo sopra anche l’hoari, una giacca da indossare se fuori è freddo, e ci dirigiamo verso gli onsen: le vasche pubbliche e private di acqua termale. Si vede che i giapponesi hanno orari e abitudini diverse dalle nostre, perché non c’è nessuno in circolazione. Noi ci dirigiamo verso le terme private, entriamo in uno dei quattro ambienti separati e una volta dentro si accende una luce esterna per avvisare che l’onsen non è disponibile. C’è un’intera piscina in pietra tutta per noi, siamo circondati da un giardino rigoglioso e un tetto di stelle! L’acqua è bollente e rilascia un vapore magico a contatto con l’aria frizzante, ci immergiamo e restiamo a mollo fino alle 23:00, poi facciamo una doccia finale – sempre all’aperto – , ci asciughiamo e torniamo verso la nostra stanza, rilassati e convinti di aver fatto un’esperienza completamente nuova e indimenticabile. E siamo solo al primo giorno in Kansai!

Quanto abbiamo camminato oggi? 5,1 km

26/09 Hongu – Kumano Kodo

Ci svegliamo e ci prepariamo con i nostri tempi e per un attimo dimentichiamo di essere in Giappone, morale: ci presentiamo alle 9:32 alla fermata della navetta e non la troviamo perché è partita come previsto alle 9:30!
Poco male perché ci accompagnano ugualmente fino a Hosshinmon Oji, un piccolo tempio molto importante nel sentiero di pellegrinaggio Kumano Kodo. Da qui iniziamo la nostra giornata di trekking alle 10:15.

Abbiamo organizzato questo viaggio con l’intenzione di visitare questi sentieri sacri dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e durante l’estate ci siamo preparati, fisicamente e mentalmente. Avevamo già le idee chiare sul da farsi e con le informazioni raccolte in hotel ci abbiamo aggiunto ancora più dettagli: percorsi, mappe, altitudini, ecc… in questo modo abbiamo pianificato il percorso, tenendo conto delle ore di luce, delle salite, dello sterrato, dei tempi di percorrenza.

Camminiamo immersi nel verde fra criptomerie, i cedri giapponesi lunghi e sottili, e bambù altissimi. Questi sentieri collegano una miriade di piccoli templi e tre grandi santuari, e nei secoli hanno subito una trasformazione importante: da pellegrinaggio sono divenuti vero e proprio culto. L’antica strada del Kumano ha quindi rispolverato le origini della propria fede ancestrale nella natura e l’ha fusa con scintoismo e buddhismo che in questi luoghi selvaggi hanno trovato la casa perfetta per le proprie divinità e bodhisattva. Così il Kansai ha guadagnato la fama di cuore sacro del Giappone.

Percorriamo i primi 1,8 km lungo la pista Nakaheci  per raggiungere Mizunomi oji, la nostra prima tappa è un tempietto eretto per il bodhisattva Jizo, una divinità molto popolare in Giappone, protettore dei bambini e dei viaggiatori! Proprio ciò che fa per noi. Da qui proseguiamo verso Fushiogami oji, distante 1,9 km. Fa molto molto caldo, c’è afa e umidità nei tratti su strada. Per fortuna ogni volta che ritroviamo lo sterrato nel mezzo della foresta, l’ombra degli alberi abbassa di qualche grado la temperatura. Arriviamo alle 11:45 e facciamo la prima pausa in un punto di ristoro: durante un’ora e mezzo di cammino abbiamo incontrato una sola macchina e cinque persone a piedi. Dopo il caos di Tokyo, un po’ di isolamento ci sta proprio bene.

Alle 12:00 riprendiamo il cammino verso il più grande tempio del Kumano Kodo che rappresenta anche la fine del sentiero: Hongu Taisha Shrine. Questa parte del percorso è stata la migliore, nonostante i cartelli di pericolo per la presenza di vipere ci abbiano condizionato un po’, visto che a un certo punto tutte le radici degli alberi che spuntavano dal terreno si sono trasformate in pitoni, cobra, coccodrilli che neanche nel rettilario dello Zoo Safari di Fasano 😉

Alle 13:30 varchiamo il torii d’ingresso del grande tempio e ci accoglie un cartello di benvenuto che ci conferma che siamo alla fine del Kumano Kodo. Ma non è ancora la fine della nostra escursione perché, dopo una pausa per visitare il santuario e fare uno spuntino, riprendiamo il cammino e andiamo a visitare il torii più grande del Giappone. L’impatto di questo portale di acciaio nero, alto 40 metri, è impressionante: spicca sul piatto terreno delle risaie circostanti e incornicia perfettamente le montagne verdi alle sue spalle. Siamo sempre soli quando entriamo a visitare quello che resta del tempio di Oyunohara, spazzato via nel 1889 da un’alluvione e sostituto da Kumano Hongu Taisha.
A parte la vegetazione rigogliosa e i cartelli informativi resta ben poco da vedere, quindi usciamo dal parco e raggiungiamo il placido fiume Shingu che attraversa la pianura. Facciamo una sosta per ammirare il volo delle aquile negli spazi immensi della vallata e diamo vita a una modestissima performance di land art, accatastando delle pietre in equilibrio sulla sponda del fiume. Con una serie di ciottoli ammassati, lasciamo ai posteri il segno del nostro passaggio e torniamo verso l’edificio moderno del Centro del Patrimonio Storico di Kumano Hongu dove si trova la rimessa dei bus.

Nei negozi di souvenir troviamo la conferma di ciò che avevamo sospettato durante il tragitto: ci sono t-shirt che attestano l’esistenza di un gemellaggio tra Kumano Kodo e Cammino di Santiago di Compostela. Perché lo sospettavamo? Perché durante il percorso quei pochi occidentali incontrati erano piccoli gruppi di spagnoli. Dopo aver comprato una confezione di riso locale notiamo che il bus per la nostra prossima destinazione è appena passato e il prossimo arriverà tra un’ora! Questo imprevisto mette a rischio la nostra tabella di marcia perché il sole sta per calare, ma un colpo di fortuna ci assiste! Riconosciamo l’autista della navetta del nostro hotel e gli chiediamo un passaggio: non si ricorda di averci accompagnato ieri ma accetta di farci salire e una volta a destinazione ci segue fino alla reception per assicurarsi che siamo davvero clienti dell’hotel e non due scrocconi vagabondi. Dopo i saluti con il personale del desk sono tutti più tranquilli e noi possiamo riprendere la marcia: se nessuno ci porta a Yunomine Onsen, ci andremo da soli e a piedi! Sono ancora le 16:30 e dobbiamo concludere i nostri giri entro e 19:00 per poter cenare, quindi è subito tempo di ripartire: 30 minuti di cammino ci separano dal più pittoresco dei tre villaggi termali presenti nella zona.

Dopo una nuova scarpinata in collina arriviamo nella stazione termale più antica dell’intero Giappone, con oltre mille anni di storia. Il villaggio sorge sulle sponde di uno stretto corso d’acqua bollente ed è celebre per la sua piccola capanna di legno costruita al centro del fiumiciattolo che ospita una vasca naturale in pietra. La cabina è pubblica e possono accedervi una o due persone per massimo 30 minuti, non c’è un controllo ma solo dei cartelli che invitano a rispettare queste semplici regole. Qui troviamo concentrati il maggior numero di occidentali, alloggiano nelle tante ryokan e minshuku e si godono l’ospitalità e lo stile di vita del luogo immergendo i piedi nel fiume dopo una giornata di escursioni, bevendo una birra e cuocendo le uova sode nell’acqua calda: 15/20 minuti e sono pronte, proprio come fanno le persone del posto che portano qui a sbollentare verdure e mais.

Il sole tramonta alle 18:00 e se non vogliamo fare la strada del ritorno al buio c’è da riprendere la marcia per tornare a Watarase Onse, dove arriviamo in perfetto orario per cambiarci, indossare i nostri yukata e andare a cena. Stasera niente tavola calda, ci premiamo con il ristorante principale dell’hotel che ha delle grandi vetrate che affacciano sul fiume e una bella atmosfera. Mentre aspettiamo i camerieri, ripensiamo alle scoperte di oggi, alle meraviglie viste e alla perfetta organizzazione che grazie a cartelli, punti di ritrovo, indicazioni, ha reso il cammino più interessante e sicuro.

Il menù era solo in giapponese ma ci siamo fatti aiutare da Kazuki che – per quanto abbiamo capito nei giorni di permanenza – è l’unico a conoscere decentemente l’inglese, quindi ci ha tradotto la lista dei cibi e dopo aver schivato la carne di balena abbiamo ordinato del manzo arrosto servito insieme a sashimi accompagnato da riso, e poi del manzo locale crudo tagliato sottilissimo da cuocere al tavolo in un brodo di ortaggi accompagnato da tofu. Alle prese con il fornello abbiamo dosato gli ingredienti e scelto il grado di cottura portando a compimento un’insolita pratica gastronomica, con cibi di ottima qualità e in un certo senso “cucinati” da noi.

Dopo aver saldato il conto di 4320 Yen (32.60 Eu) raggiungiamo le terme pubbliche e ci separiamo. In questo tipo di terme l’accesso è separato per un motivo molto semplice: si entra in acqua completamente nudi. Ma visto l’orario l’imbarazzo è ridotto al minimo perché non c’è quasi nessuno. Lasciamo gli indumenti negli spogliatoi e ci diamo appuntamento dopo mezz’ora, una volta fuori raggiungiamo l’onsen privato e mentre siamo immersi nell’acqua calda per rilassarci ci raccontiamo l’esperienza pubblica che è risultata identica: una vasca al chiuso che rendeva l’ambiente simile a una sauna, persone a lavarsi meticolosamente prima di entrare in acqua e all’esterno altre quattro enormi vasche in pietra con diverse temperature. Tutto perfettamente illuminato e curato nei dettagli, già lo sappiamo: quanto ci mancheranno questi rotenburo!

Quanto abbiamo camminato oggi? 17,3 km.

27/09 Watarase Onsen – Shirahama

La giornata inizia con un graditissimo cambio di programma per via di una possibilità che ci hanno presentato in reception al nostro arrivo: hanno una navetta gratuita che ogni giorno parte alle 10:30 per la stazione di Shirahama.
Noi abbiamo in programma proprio questo spostamento e con il JR Pass l’avremmo fatto tranquillamente, solo che avremmo dovuto farci accompagnare alla fermata del bus in partenza per la stazione di Shingu alle 8:56 e da lì, dopo un’ora di viaggio, prendere il treno delle 10:28 per Shirahama con arrivo previsto alle 12:20.

Invece così partiamo e viaggiamo molto più comodi e arriviamo prima: anche l’arrivo in stazione ci va benissimo perché il nostro Minshuku Inn Shirahama Ekinoyado è a soli 50 metri dai binari, l’avevamo scelto proprio in previsione degli spostamenti in treno.

Alle 12:00 arriviamo a destinazione e appena fuori la stazione troviamo la nostra casa per le prossime due notti e a questo punto ci sta bene una nota sulla differenza tra ryokan e minshuku: in realtà sono molto simili, si tratta di abitazioni/locande tradizionali, una sorta di pensione a conduzione famigliare. Entrambe possono essere in condivisione con la famiglia ospitante e si scelgono per vivere una completa esperienza giapponese, visto che ci si adegua ai ritmi e alle usanze locali, in particolar modo per i pasti. Si dorme ovviamente su tatami e futon e, forse, la differenza sostanziale consiste che nelle minshuku i proprietari si aspettano che siano gli ospiti a preparare il futon per dormire e a riporlo nell’armadio al mattino.

La signora che ci apre le porte della locanda è arzilla, quasi parla soltanto giapponese, non accetta carte di credito ma solo contanti, con piglio militare ci dà qualche spiegazione sulle regole della casa e ci chiede a che ora vogliamo la colazione offrendoci margini di scelta molto risibili: o alle 7:30 o alle 8:00, poi digiuno.

Va bene, ci adegueremo. Da bravi cadetti andiamo in stanza, scostiamo il tavolino basso, stendiamo i nostri futon sul tatami, infiliamo i costumi nello zaino e torniamo in stazione a prendere il bus 12 diretti a Sandanbeki Rock Cliff, una scogliera alta 50 metri da cui si ammira un vasto panorama sull’Oceano. In cima c’è un piccolo ristoro dove ci fermiamo a prendere un orrendo gelato al the verde che era amaro e sapeva di pesce marcio. Scampati all’avvelenamento ci spostiamo a piedi verso la vicina Senjojiki Rock Plateau, altrimenti nota come “Punta dei 1000 tatami”. La chiamano così perché effettivamente le stratificazioni delle rocce che formano il promontorio sono così regolari che ricordano la forma di tanti tatami sovrapposti. Qui il mare e il vento hanno compattato e levigato per secoli la sabbia chiara, creando anfratti dalle linee morbide e e riflessi abbaglianti. Mentre ci allontaniamo per raggiungere la spiaggia Shirara-hama, la più famosa nel cuore della città, notiamo che rispetto a qualche sparuto gruppo incontrato nel Kumano Kodo, finora a Shirahama non abbiamo visto turisti occidentali.

Shirahama è nota per i suoi antichi onsen a ridosso dell’Oceano, che risalgono anche a 1300 anni fa (!) ed è molto frequentata come località balneare dai giapponesi ma siccome siamo fuori stagione è semi-deserta: l’ideale per godersi l’enorme spiaggia di finissima sabbia bianca lunga quasi un chilometro. Non ci fermiamo all’onsen perché vogliamo raggiungere il mare ma prima facciamo una sosta per immergere i piedi in una vasca termale pubblica adiacente alla spiaggia. Ok, ora siamo già senza scarpe: è il momento di continuare la nostra passeggiata lungo la riva.

L’acqua è bellissima, pulita e trasparente, non ci tuffiamo completamente perché il sole sta per tramontare e non ci resta molto tempo per asciugarci prima di cena. Quindi ci fermiamo giusto il tempo di uno spuntino e procediamo fino alla fine della spiaggia, dove troviamo un bellissimo tempio shintoista silenzioso e isolato. Sicuramente molto più sobrio del nome: Nishinomiyashirahamaemihisashi Shrine 🙂

Sono soltanto le 18:00 ma decidiamo di andare ugualmente a cena perché in questa zona c’è più scelta rispetto a dove soggiorniamo, quindi siccome alle 19:10 parte l’ultimo bus entriamo senza indugi nel ristorante che avevamo selezionato in precedenza. Da Kiraku troviamo un bellissimo ambiente, molto rustico, e un’accoglienza formidabile. Il locale è piccolissimo, tutto in legno e molto tipico con i suoi tavoli bassi sui tatami. Appena seduti ci portano l’entrée che assaggiamo soltanto perché ha un sapore “forte” e, diciamo così, “sospetto”. Non siamo riusciti a riconoscere tutti gli ingredienti ma ce li svelano a fine pasto: ravanelli, ginger, carote, cipolle e… branchie di pesce!
Dopo questo brivido ci servono uno Yaki Sakana, spigola giapponese arrosto, e una tempura di gamberi e verdure. Ogni piatto è accompagnato dall’immancabile riso, una ciotola con la zuppa di miso e varie coppette con verdure miste. Da bere abbiamo ordinato una birra media e uno chuhai, a base di shochu – liquore giapponese – mescolato con soda e lime.

A parte le branchie è stato tutto buonissimo, spendiamo 3600 Yen (27 Eu), tanto che al termine del viaggio Kuraki risulterà sul podio delle cene migliori. Prima di andar via ci fermiamo a parlare con i gestori che con tanto di vocabolario alla mano si prodigano per darci informazioni sui prodotti e la cucina giapponese, e ci tenevano moltissimo a farci capire cosa avevamo mangiato. A un certo punto tutta la famiglia si è riunita al nostro tavolo, anche il nonno che con orgoglio si avvicina portando con sé un bottiglione di umeshu, un liquore tradizionale a base di albicocche fatto da sua moglie e che dobbiamo assaggiare assolutamente. La mama-san è l’unica che resta lontana ma ci guarda sorniona e sorride quando alziamo i bicchierini e brindiamo alla sua salute. Un vero peccato dover andar via!

Alle 19:07 prendiamo l’ultimo bus diretto in stazione e chiudiamo la giornata come da programma, con un asso nella manica che ci siamo riservati per il finale. In fase di prenotazione del minshuku abbiamo pensato: va bene la locanda tradizionale, va bene il tatami, va bene pure il futon… va bene tutto, però se prenotiamo la stanza che ha una bella vasca privata sul terrazzo, tutta in legno, sarebbe anche meglio! È andata proprio così: al ritorno in stanza l’abbiamo trovata già piena di acqua fumante, grazie alla premura della proprietaria. E dopo un bagno caldo e il relax, ancora una doccia sotto le stelle (per forza, nel bagno non c’è!) 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 11,1 km

28/09 Shirahama – Nachi – Shirahama

Uno dei motivi per cui abbiamo scelto questa minshuku è stata anche la colazione giapponese, tanto decantata nelle recensioni degli ospiti.
Alle 8:00, vestiti con gli immancabili yukata, andiamo a vedere cosa ha preparato con le sue mani la proprietaria della nostra locanda.

La tavola è magnificamente imbandita e praticamente non c’è nulla di quello che noi mangiamo abitualmente appena svegli. Ci facciamo spiegare cosa c’è nelle 100 scodelle e scodelline che la signora ha preparato con tanta cura. Ognuno ha il suo vassoio e all’interno ci sono portate, cucchiai, bicchieri, per unire, miscelare, condire. Immancabile la zuppa di miso e tofu che cuoce sul piccolo fornello da campo vicino al riso, anch’esso caldo. Tutto ha una simmetria, una regolarità nell’estetica che, nostro malgrado, non riusciamo a riprodurre con una gestualità altrettanto sobria ed elegante durante la fruizione. Ci sono frittatine, insalata con una fetta di fesa di tacchino, purea di rafano, uova alla stracciatella con funghi e pomodori, radici di loto, daikon, una varietà di ravanelli, e satoimo, una patata dolce.

La signora è molto orgogliosa di ciò che ha preparato ma si rende conto anche della diversità rispetto alle nostre abitudini e quindi resta a guardare divertita come ci approcciamo ai suoi piatti e, visti i risolini e lo stupore, sicuramente noterà cose buffe nei nostri abbinamenti. Quindi, per non fare come gli americani che da noi ordinano la pizza con il cappuccino, le chiediamo qualche suggerimento su come abbinare al meglio le varie portate. Noi sapevamo cosa fare solo con l’acqua e il the!

Non lasciamo nulla di intentato, assaggiamo tutto e qualcosa la finiamo anche di gusto, come le frittate e il riso, ma qualcosa proprio non va giù come per esempio la crema di uova con i funghi. Alla fine, però, non rinunciamo a un paio di panini al latte con marmellata di fragole: un tocco europeo ci voleva!

Per oggi il meteo non prometteva nulla di buono per la nostra giornata di mare e onsen, quindi abbiamo improvvisato un fuori programma: forti nel nostro JR Pass, ci siamo inventati un’escursione per vedere le cascate e la pagoda di Nachi, in pratica torniamo indietro e riprendiamo un altro percorso del Kumano Kodo. L’idea di tornare su quei sentieri ci piace, il richiamo di ciò che abbiamo visto è fortissimo e alle 10:12 prendiamo il treno che ci porterà fino a Kiikatsura dove arriviamo alle 11:30.

Appena fuori la stazione ci orientiamo nel piccolo centro di informazioni turistiche e notiamo che intorno a noi non c’è una sola parola scritta in inglese, soltanto ideogrammi, e nessuna possibilità di pagare con carta, solo cash. Racimoliamo con qualche difficoltà le informazioni che ci servono e compriamo un biglietto giornaliero per il bus che con 1000 Yen (7.50 Eu) ci permetterà di viaggiare sulla tratta che raggiunge le attrazioni principali. Scendiamo dopo 30 minuti di viaggio alla fermata Nachisan Mountains e da qui prendiamo la serie di ripide gradinate che portano in cima al Kumano Nachi Taisha Grand Shrine. Dopo 20 minuti e 453 scalini raggiungiamo il santuario e visitiamo i templi scintoista e buddhista, come in altre occasioni vicini e chiaramente distinguibili nei loro colori ed elementi architettonici. Il tempio buddista Nachisan Seiganto-ji è sicuramente il più bello, all’interno c’è il gong più grande del Giappone e all’esterno un belvedere talmente ampio che permette di vedere la celebre pagoda di Nachi in primo piano, la grande cascata sullo sfondo e, dalla parte opposta, in lontananza, l’immensità del Pacifico.

Con uno scenario del genere scateniamo le nostre macchine fotografiche e giriamo qualche video per riprendere il salto di 133 metri della cascata più alta del Giappone. Dopo aver superato la discesa che porta alla base della pagoda ci inoltriamo in un nuovo tratto del Kumano Kodo che sbuca nei pressi del bacino della cascata. Sarà questo il nostro congedo dai sentieri sacri e saluto migliore non poteva esserci: un finale molto suggestivo, ancora immersi nel verde, con radici, sassi e muschio a complicare il cammino e il fragore dell’acqua che aumenta man mano che ci avviciniamo. Non vediamo ancora la cascata ma il verde brillante che ci circonda, l’umidità e una pioggerellina nebulizzata sulla pelle ci indica che ci siamo quasi. Poi la radura si apre e la scheggia d’argento che spacca in due lo smeraldo della foresta ci appare in tutta la sua grandezza. Lo ribadiamo ancora una volta: che intuizione meravigliosa è stata la scelta di visitare il Kansai e la prefettura di Wakayama!

Il nostro giro si conclude alla fermata Nachinotachi Mae e da qui riportiamo con il bus delle 14:56 per tornare alla stazione di Kiikatsura dove prendiamo il treno delle 15:57 che ci riporterà a Shirahama dopo un’ora e mezza di viaggio. Prima di rientrare nella locanda ci fermiamo allo sportello turistico per prendere informazioni molto importanti sulla possibilità di lasciare i bagagli in custodia nella stazione di Koyasan, destinazione in programma domani che per quanto abbiamo letto andrebbe affrontata con bagagli leggeri, trovandosi in montagna. Il personale è gentile ed è preparato ad affrontare le difficoltà linguistiche: ci fanno fare le domande in inglese a un tablet che gliele traduce scrivendole in giapponese. Loro rispondono in giapponese e noi leggiamo in inglese: tutto risolto! Ah! Hanno telefonato alla stazione di Koyasan e ci hanno assicurato che ci sono gli armadietti per lasciare i bagagli. Prima di tornare in stanza ci fermiamo all’emporio della stazione e compriamo le calamite del Kumano, che non avevamo trovato in nessuna delle tappe precedenti, l’acqua e il necessario per un aperitivo giapponese a base di schochu e patatine all’alga nori.

Ma non è finita perché Shirahama ci riserva ancora una sorpresa. Alle 19 i bus non circolano più, quindi dobbiamo muoverci a piedi per cercare un posto dove mangiare. L’operazione non è affatto semplice, perché ora Shirahama sembra una città fantasma: non ci sono persone in giro, non ci sono locali aperti, anche su TripAdvisor non otteniamo riscontri. Ci muoviamo lungo una strada buia e camminiamo senza una meta: l’unica persona che incontriamo sta facendo jogging, si ferma e ci parla in giapponese come se niente fosse. Ovviamente non ci dice nulla di utile e decidiamo di proseguire ancora un po’, ci fissiamo come obiettivo massimo una curva per affacciarci alla fine del rettilineo e dare uno sguardo oltre. Arrivati alla svolta, ancora nulla: solo strada e case. Però c’è un’insegna luminosa su un piccolo edificio, non riconosciamo gli ideogrammi ma c’è qualcosa che pende al centro e che ci fa sperare: sembra un caciocavallo nostrano! Seguiamo il feticcio luminoso come falene e apriamo la porta: mettiamo il naso dietro e ci troviamo di fronte cinque persone che ci guardano sorprese. Tre sono seduti al banco e due sono dall’altra parte: ce l’abbiamo fatta! Si mangia!

La fortuna ci sorride ancora (come potrebbe essere altrimenti dopo aver pescato la profezia perfetta a Tokyo?) perché dei tre clienti presenti uno è sposato con un’americana e parla benissimo inglese. Il locale si chiama Hyoutan, che vuol dire zucca (non era un caciocavallo!), ed è una izakaya, una taverna tradizionale. Visto che i proprietari, una coppia, parlano solo giapponese, il nostro nuovo amico ci fa da interprete e ci consiglia cosa ordinare. Lui sta mangiando un pollo fritto dall’ottimo aspetto e gli diamo subito l’ok per provarlo anche noi, poi ci aggiungiamo un pesce locale arrosto e una tempura di verdure e gamberi. Il cibo è buono e la compagnia anche, restiamo volentieri a chiacchierare e visto che si mangia benissimo ordiniamo anche degli straccetti di manzo arrosto, tagliati sottilissimi e accompagnati da riso. Beviamo birra, chuhai, offriamo un giro al nostro interprete e andiamo via dopo aver saldato il conto (6400 yen, 48.20 Euro), rigorosamente in contanti!

Cena abbondante stasera, tanto domani ci aspetta la dieta vegetariana prevista nel monastero buddhista in cui alloggeremo…

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,7 km

29/09 Shirahama – Koyasan

Per concludere la nostra settimana in Kansai, abbiamo programmato un breve soggiorno sul Monte Koya. Quando abbiamo letto sulla guida che era possibile alloggiare in un monastero buddhista, le nostre ricerche si sono direzionate in questo senso per provare l’ospitalità di un vero shukubō, la foresteria dei templi.

Visto che iniziamo a prepararci alle 7:00 non avremo tempo per la maxi colazione giapponese ma la nostra locandiera è così gentile da trasformare tutto in un bento, il pranzo da asporto anch’esso magnificamente confezionato.

Oggi è il giorno più complicato in termini di logistica, si comincia con il treno delle 9:19 per Wakayama dove arriviamo alle 10:47. Il prossimo treno per Hashimoto parte dopo soli 3 minuti ma quando tutto funziona perfettamente tre minuti sono sufficienti per passare da un binario all’altro. Questo secondo treno è praticamente una piccola metro: solo tre carrozze, pochi posti a sedere e molti in piedi.

Una volta arrivati ad Hashimoto abbiamo 7 minuti prima di prendere il treno successivo ma il grado di difficoltà aumenta perché dobbiamo fare i biglietti! Difatti il prossimo tratto di ferrovia non è incluso nel JR Pass perché è servito da una compagnia diversa, la Nankai Koya Line Local. I nostri timori di perdere la coincidenza si rivelano infondati perché in biglietteria i controllori ci aiutano a fare il tagliando giusto che ci servirà fino al Koyasan. Quindi abbiamo in mano un solo biglietto che da Hashimoto ci porta a Gokurakubashi, valido anche per la successiva teleferica diretta a Koyasan in totale (830 Yen, 6.20 Eu).

Finalmente ci siamo! Dopo l’ascesa che ci ha portato in 5 minuti da 400 a 1000 metri d’altezza, siamo finalmente arrivati in questo luogo mistico. Una volta sul posto ci rendiamo conto che non sarà necessario lasciare il bagaglio grande in stazione (abbiamo preparato uno zaino leggero, pronti a soggiornare senza valigie), perché la situazione non è così “difficile” come l’avevamo letta sui diari di altri viaggiatori. Il bus 2 parte davanti alla stazione e ci lascia alla fermata 9, proprio davanti al nostro tempio (330 Yen, 2.50 Eu). L’avevamo visto descritto come un tragitto di chilometri da fare a piedi lungo impervie mulattiere di montagna e invece…

Ci siamo! Entriamo nel nostro Eko-in Temple, ci togliamo le scarpe e raggiungiamo una stanza con altre persone per ascoltare le istruzioni sul soggiorno e fare il check-in. Un monaco ci dà spiegazioni su orari, rituali, pratiche e pasti. Sarà un’esperienza intensa che inizia nella nostra stanza con il ricalco dei sutra con la tecnica Shakio, una pratica molto comune in Giappone. Ci hanno dato i pennini e un foglio con il sutra del cuore su 14 linee verticali, semplice e conciso. Questa attività aumenta la concentrazione, ancora di più per noi che abbiamo a che fare con gli ideogrammi. Non importa la comprensione del testo, il principio con cui vivere l’esperienza è lo stesso che applichi colorando un mandala: svuoti la mente, nessuna distrazione.

La camera è molto bella, ovviamente in stile giapponese, tutta in legno, con tatami e grandi vetrate che affacciano sul complesso monastico e lo stagno. Decidiamo di interrompere il ricalco per fare un giro fuori prima della seconda attività che abbiamo programmato. Scendiamo in strada per visitare alcuni templi di questa Las Vegas buddhista: esatto, può sembrare assurdo ma camminare a Koyasan ci ricorda il viaggio in USA del 2014. Qui sicuramente non ci sono casinò ma passeggiare per 2,5 km su una strada su cui affacciano grandi e piccoli templi, ci fa pensare a un accostamento azzardato con la strip di Las Vegas. In versione mistica, ovvio!

Entriamo nel tempio Rengedani che ha una bella pagoda, sgraniamo un lungo rosario di legno appeso al soffitto che scoppietta mentre lo tiriamo e il grano corrispondente all’altezza degli occhi dopo il terzo giro previsto dal rituale ci dà una benedizione. Da qui passiamo direttamente al Kongobu-ji (500 Yen, 3.75 Eu), il tempio principale del buddhismo Shingon a Koyasan e sede dell’abate. Molto famoso per i pannelli di legno dipinti all’interno delle stanze; in tutta sincerità, non è granché e vale la visita quasi esclusivamente per il giardino di roccia, uno dei più grandi e curati del Giappone.

L’esplorazione per oggi finisce qui perché dobbiamo rientrare al monastero, visto che alle 16:30 partecipiamo a una sessione di meditazione. Entriamo puntuali nella sala insieme ad altri viaggiatori e un monaco impartisce istruzioni sul da farsi, a partire dalla postura. Veniamo iniziati alla meditazione Ajikan, sulla lettera “A” che in sanscrito ha una grafia che richiama l’immagine della luna – intesa come illuminazione nel buio – e rappresenta il Buddha cosmico. La sua visualizzazione durante la meditazione sintetizza la dottrina del buddhismo esoterico: possiamo raggiungere l’illuminazione in questa vita terrena. Una speranza più che una possibilità.

Si comincia con un inchino seduti, con i piedi sotto i glutei, e si passa a incrociare le gambe, portando il piede sinistro sul ginocchio destro. Chi riesce può portare anche il piede destro sull’altro ginocchio, riproducendo così la seduta “del loto”. La schiena resta dritta, le mani poggiano in grembo con il dorso della sinistra sovrapposto sul palmo della destra e i pollici a contatto (non forte pressione, né leggero distacco). Gli occhi restano semichiusi a guardare la punta del naso (avete presente quelle immagini di Buddha che sembra strabico o ubriaco?), non devono essere aperti perché distraggono e neanche chiusi perché ti fanno guardare troppo dentro o, più probabilmente, rischi di prendere sonno. La meditazione ci rilassa e al termine dei 30 minuti ci intratteniamo a parlare con un monaco di buddhismo e gli facciamo alcune domande su una dottrina che in Italia ha acquisito popolarità negli ultimi anni, che viene dal Giappone ma che finora non abbiamo incontrato durante tutto il viaggio, la Soka Gakkai.

Alle 17:30 torniamo in stanza dove troviamo la cena già pronta sul tavolino basso, un altro momento importante di questo soggiorno. I monaci hanno da secoli un regime alimentare rigorosamente vegetariano chiamato shojin-ryori e il bilanciamento dei colori e la presentazione sono elementi importanti quanto gli ingredienti locali, come il goma dofu (tofu di sesamo), la tempura di verdure, la zuppa (indovinate di cosa?) e altre radici e ortaggi che non abbiamo riconosciuto. Per carità, sarà tutto sicuramente nutriente e salutare ma in quanto a gusto non c’è da entusiasmarsi: si può fare molto meglio pur senza usare carne e pesce.

Al termine del pasto i monaci vengono a ritirare i vassoi e preparano il futon per la notte. Rispetto a Las Vegas qui alle 19:00 è tutto spento, l’unica attività possibile è la visita “notturna” al cimitero che finisce alle 20:00. Visto che la giornata è stata lunga, piena di treni e di cose viste e fatte, decidiamo di restare in stanza. Soprattutto perché fuori ci sono 8 gradi! In camera si sente un gran freddo perché gli ambienti non sono riscaldati, quindi ci sarà da restare sotto le coperte e ripararsi anche perché le pareti di legno e carta di riso non offrono grande isolamento. Alle 22:00 inizia il coprifuoco del monastero che chiude i battenti, ora non si può più entrare o uscire.

Cena sana e leggera, a dormire presto e sveglia all’alba. Siamo qui, siamo pronti.

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,5 km

30/09 Koyasan – Kyoto

Ci svegliamo alle 6:00 in punto, i bagni sono in comune (pulitissimi) e bisogna prepararsi per partecipare alla cerimonia del mattino prevista alle 6:30 nel tempio principale.
Arriviamo puntuali e assistiamo i monaci che recitano un sutra accompagnati da un gong. Al termine della preghiera fanno sfilare tutti i partecipanti lungo il perimetro interno del tempio per fare una serie di inchini rituali dinanzi a statue del Buddha e di altri bodhisattva. Una volta fuori ci spostiamo verso un secondo tempio del complesso, per assistere al goma, la cerimonia del fuoco: un rituale antichissimo che vede un monaco preparare una pira di bastoncini di legno profumato all’interno di un grande braciere mentre un altro inizia a salmodiare un sutra battendo su un tamburo. Il ritmo aumenta man mano che la fiamma cresce e diventa sempre più larga e alta. Viene alimentata con altri legni e oli, con gesti calmi e compassati alternati ad altri più rapidi e decisi. La penombra in cui siamo avvolti viene spazzata via dalla luce durante l’apice del rituale purificatore, salvo poi riconquistare il suo spazio man mano che la fiamma perde intensità fino a spegnersi. Dopo il consueto giro di inchini, rientriamo in stanza ma saltiamo volentieri la colazione vegetariana e passiamo direttamente al digiuno: più sano di così!

Approfittiamo della sveglia all’alba per uscire subito e andare a visitare il pezzo forte di Koyasan: il grande cimitero secolare Okuno-in, il più grande del Giappone e ovviamente Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Dista solo 100 metri da noi e già subito dopo l’ingresso ci rendiamo conto dell’atmosfera magica che ci circonda: criptomerie gigantesche proteggono il sentiero principale che separa in due il cimitero dove 200.000 buddhisti hanno trovato sepoltura nel corso dei secoli. Il percorso lungo un chilometro e mezzo è costellato di altari, templi, sculture, ceppi, ricoperti di muschi che brillano sotto la luce che filtra agli alberi. Fa sicuramente freddo ma siamo attrezzati e abbiamo fatto un’ottima scelta perché a quest’ora non c’è praticamente nessuno e ci godiamo l’escursione fino al tempio principale di Kobo Daishi (Kukai), fondatore del Buddhismo Shingon e dell’intera Koyasan. In pratica una divinità.

Superiamo il Toro-do, l’edificio principale del cimitero dove ci sono due lanterne che ardono ininterrottamente da 900 anni, e arriviamo nel luogo più sacro del complesso: il mausoleo di Kobo Daishi. Ora, nonostante le dimensioni monumentali del cimitero, non possiamo dire propriamente che anche il padre fondatore di Koyasan abbia trovato sepoltura qui, per un motivo semplice: Kukai non è morto ma si è ritirato volontariamente in eterna meditazione e i fedeli ogni giorno portano offerte di cibo per il suo sostentamento. Da 1200 anni.

Ormai il sole è alto quando iniziamo a tornare verso il monastero e vediamo arrivare grandi gruppi e un notevole afflusso di persone che sicuramente aumenterà nel corso della giornata. Abbiamo fatto benissimo ad andare presto!
Alle 10:00 lasciamo la stanza e ci muoviamo verso il centro per visitare il Gran Garan. In strada iniziamo il nostro shopping: due statuine di Buddha Amithaba, pennino e pergamena per ripetere l’esperienza Ajikan, t-shirt, calamite e una confezione di tofu al sesamo ma non per noi! Lo regaleremo ad amici che hanno preso ad apprezzarlo in Italia (5240 Yen, 40 Eu). Qui lo mangiamo almeno una volta al giorno preparato da mani diverse con le migliori tecniche e ingredienti, e il risultato ci sembra sempre ospedaliero. Sarà pure sano ma a chi proviene dalla dieta mediterranea resterà sempre insipido, salvo arrotolarci attorno una bella fetta di pancetta arrosto.

Il blitz per lo shopping è rapido perché gli ultimi acquisti li faremo tutti a Kyoto e procediamo a visitare l’ultimo grande complesso di templi e pagode, da vedere senza indugi. Se per questioni di tempo, oltre all’imprescindibile cimitero Okuno-in, sarete costretti a scegliere se vedere il Garan o il Kongobu-ji, non esitate e preferite il primo al secondo. Vale il viaggio sin dal portale ingresso, c’è un laghetto con ponti, templi, un albero di pino a tre aghi dal forte valore simbolico e la spettacolare pagoda Dai-to che pare sia il centro del mandala a forma di loto costituito dalle otto montagne che circondano il Koyasan. Prima di andar via mettiamo in moto la grande ruota del dharma alla base di una pagoda, come facemmo a Sarnath durante il viaggio in India, e con questa azione di buon auspicio ci prepariamo a salutare questo luogo magnifico: qualche sacrificio per il freddo, gli orari, i pasti freddi e insapore, i bagni condivisi, si sopportano volentieri in confronto a tutto quello che abbiamo visto e ricevuto.

Torniamo in hotel a prendere le valigie e ci prepariamo a viaggiare verso la prossima tappa. Alle 12:11 prendiamo il bus che in 20 minuti ci riporta alla stazione Koyasan. Facciamo i biglietti per tornare con la teleferica delle 13:11 a Gokurakubashi e da qui a Shinimamiya, come all’andata tragitti non compresi nel JR Pass e che costano 2040 Yen (15.30 Eu, compresa prenotazione posto). A Shinimamiya torna valido il nostro pass per prendere il treno delle 14:54 per Osaka e da lì quello delle 15:44 per Kyoto, la nostra destinazione finale di oggi.

Dopo una settimana di Kansai selvaggio, immersi nella natura tra mare e montagna, onsen e foreste, torniamo alla “civiltà”, nell’antica capitale giapponese che, con i suoi mille templi seminati nel tessuto cittadino, racchiude bene lo spirito del nostro viaggio assemblato con l’alternanza bilanciata di metropoli tecnologiche e piccoli villaggi rurali, di modernità e spiritualità.

La stazione di Kyoto è molto grande e ci orientiamo grazie alla Kyoto Tower ben visibile di fronte l’uscita centrale, da qui decidiamo di arrivare a piedi in hotel visto che dista 15 minuti. Ovviamente una volta sul posto scopriamo che c’è una fermata di metro a 100 metri da noi. Pazienza, la useremo in futuro. Il Rinn Shichijo Ohashi Bridge è veramente molto bello e nuovo, inaugurato nel 2017. Funziona come una guesthouse, difatti in stanza troviamo piano cottura, lavatrice, frigo, forno e la migliore toilette del viaggio. Ora è il momento di spendere due parole sul mito per eccellenza dei viaggi in Giappone: le tavolette del water. Allora, è tutto vero: sono riscaldate e tecnologiche, se qui troviamo la migliore va detto che in tutti luoghi dove siamo stati – compresi quelli pubblici come le stazioni – i bagni erano dello stesso livello per tecnologia (per pulizia l’abbiamo già detto). Cosa intendo per tecnologia? Fotocellule che si attivano quando ti siedi e fanno partire un disinfettante vaporizzato, la musica, un bidet incorporato (a scomparsa) con diversi flussi e posizioni per uomo e donna, un pannello di controllo con la possibilità di scegliere la temperatura dell’acqua, il tipo di scarico, la temperatura della tavoletta! E poi la stessa fotocellula che quando ti alzi fa partire lo scarico, chiude il coperchio (non tutte, solo le versioni lusso) e attiva il rubinetto posto sopra la vasca di raccolta dello scarico, per lavare le mani senza usare il lavello e riciclando immediatamente l’acqua. Sono componenti esterni che si applicano sulla ceramica, li abbiamo visti in vendita ad Akihabara con prezzi tra i 500 e i 1000 Euro in base agli optional, quasi quasi… 😉

Facciamo il punto della situazione per organizzare le visite nei prossimi giorni e in particolare decidiamo il programma di domani, diviso tra Nara e Arashiyama. Bisogna organizzarsi bene perché c’è veramente tanto da vedere a Kyoto!
Intanto c’è da pensare a dove cenare, anche perché è sabato e troviamo difficoltà a trovare posto. La reception prova a prenotare qualche locale che abbiamo selezionato ma sono pieni, o non accettano prenotazioni, oppure danno il via libera dalle 21:30 in poi. Troppo tardi per chi è a digiuno da un giorno e viene da un lungo viaggio.

Decidiamo di fare da noi e ci spostiamo con la metro un paio di fermate più in là, Sanjo, attraversiamo il ponte sul fiume Kamogawa e percorriamo Ponto-cho, una strada pedonale molto famosa – diciamo più un vicolo – che comunque intendevamo visitare perché sulla guida è descritta come una delle più caratteristiche della città. Effettivamente è piena di lanterne appese sulle facciate di piccoli edifici in legno, c’è una marea di persone che passeggia e guarda le vetrine e gli interni di quelle che sembrano essere le uniche attività commerciali: ristoranti. Sono incastrati l’uno sull’altro ed è difficile trovare il preferito, alla fine ci riusciamo ma non possiamo sederci perché non accettano le carte di credito. Poco male! La strada è davvero molto turistica e normalmente non avremmo scelto di mangiare qui, quindi facciamo di necessità virtù, riprendiamo la nostra bella lista su TripAdvisor e andiamo a caccia di un secondo locale. La scelta finale ricade su Katsukura, anche questo nascosto all’interno di un vicoletto della grande galleria commerciale Sanjo Dori.

Qui la specialità è carne di maiale fritta e visto che digiuno e cucina vegetariana non ci hanno fatto cambiare idea, ordiniamo con entusiasmo una cotoletta Sangen da 200 grammi e un filetto di maiale – sempre fritto! – servito su una base di iso. I piatti sono accompagnati da condimenti vari che ti portano a tavola e che poi provvedi tu a miscelare in base al gusto, ti danno le istruzioni su cosa contengono i vari pentolini e poi decidi tu cosa fare. Per dire: ti portano anche il pestello per il sesamo se vuoi fare una salsina e spolverare questo aroma. Cena abbondante e buona, con acqua e birra paghiamo 4540 Yen (34 Eu).

Prima di tornare in hotel facciamo un po’ di spesa nella galleria commerciale situata all’incrocio tra Kawaramachi e Shinimamiya-dori, due grandi strade commerciali molto frequentate, e visto che non abbiamo colazione per i prossimi giorni facciamo il pieno di cornetti, tortine, yogurt e succo di frutta per ritrovare il gusto di una colazione, diciamo così, più famigliare!

Quanto abbiamo camminato oggi? 17 km

01/10 Kyoto – Nara – Arashiyama – Kyoto

Sì, siamo appena arrivati a Kyoto e già ripartiamo per un nuovo spostamento in treno. Niente valigie però, perché torneremo a dormire a Kyoto. Allora perché questo spostamento? Il motivo è semplice: oggi è l’ultimo giorno di validità del nostro JR Pass e abbiamo calcolato tutto in anticipo. Vicino Kyoto c’è Nara che bisogna assolutamente vedere e quindi abbiamo inserito questa escursione prima della scadenza della tessera.

Come arrivare a Nara da Kyoto? Dopo la nostra colazione personalizzata andiamo in stazione per prendere l’espresso delle 10:33 diretto a Nara (45 min). Appena fuori la stazione di Nara prendiamo la Sanjo Dori e prima di arrivare al parco dei cervi ci  fermiamo a visitare il tempio Kofuku-ji che ospita una pagoda a tre piani e un’altra di ben cinque, la seconda più alta del Giappone con i suoi 50 metri di altezza.

Proseguiamo sempre dritti fino ad arrivare nel grande parco dove ci sono 1300 cervi in libertà abituati a interagire con gli umani, anche grazie ai tanti venditori di biscotti fatti per loro. Ne compriamo un pacco da 150 Yen (1.10 Eu) e mentre percorriamo il viale del parco fino al complesso templare Todai-ji facciamo tantissime foto ai cervi ghiottoni che mangiano direttamente dalle nostre mani. C’è veramente tanta folla, pieno di scolaresche, e il numero di cervi aumenta man mano che ci si avvicina all’ingresso principale. Il portale di accesso Nandai-mon ospita su entrambi i lati della gigantesca porta due enormi statue lignee con espressioni inferocite. Sono i Nio, i guardiani del tempio, che incutono timore da oltre 800 anni chi varca quell’ingresso. Sono considerate le statue di legno più belle del mondo.

Il biglietto per entrare costa 500 Yen (3.80 Eu) e una volta nel cortile del Daibutsu-den restiamo impressionati di fronte al padiglione di legno più grande del mondo che adesso è soltanto due terzi di quello che era in origine. Risale al 700 e nella sua lunga storia ha subìto molti danni a causa di incendi, terremoti e guerre, l’ultima ricostruzione è del 1709. Dentro questa struttura c’è la statua di Buddha più grande del Giappone, alta oltre 16 metri e realizzata nel 746 con 437 tonnellate di bronzo e 130 chili di oro. Cifre da capogiro, almeno quanto le urla dei ragazzini che provano a passare attraverso la cavità di un pilastro alle spalle del Buddha. Il buco ha le dimensioni di una narice della statua e passare da una parte all’altra assicurerebbe il raggiungimento dell’illuminazione. Inutile aggiungere che tutto questo complesso è patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, insieme ad altri 7 siti di questa piccola ma culturalmente importantissima città del Giappone, seconda sola a Kyoto per numero di siti protetti dall’organizzazione internazionale (17).

Appagati e frastornati dal gran numero di persone, rientriamo verso la stazione e in strada ci fermiamo a comprare un po’ di souvenir: t-shirt, portagioie e una statuina di Kannon, in sanscrito Avalokiteshvara, il Buddha della compassione e della mia iniziazione avvenuta a Livorno il 15/06/2014 in presenza del Dalai Lama. Prima di salire sul treno, facciamo ancora un acquisto nel mercatino fuori la stazione e nello zaino finiscono tre bellissimi kimono.

I nostri spostamenti in treno continuano e da Nara ci dirigiamo verso Arashiyama per vedere il famoso bosco di bambù. Sarò molto sintetico su questo luogo perché probabilmente resterà la delusione principale del viaggio. Nel senso che le foto viste prima di partire rendevano molto di più rispetto alla realtà e – ce ne rendiamo conto già sul posto –  le ore spese per fare questa escursione le avremmo potute occupare sicuramente molto meglio su altre attrazioni. Come se non bastasse, anche lo spuntino che facciamo nei paraggi delude le aspettative: finalmente assaggiamo il mitarashi dango che abbiamo visto spesso nei giorni precedenti e che ha una sua emoji sui principali instant messenger. Consiste in uno spiedino con tre gnocchi di riso, noi abbiamo scelto una versione al sesamo, bello da vedere ma di consistenza molle, dolcissimo e non troppo gradevole da masticare. Una roba gommosa che può piacere fino ai sei anni di età, poi è buono solo per farci i sefie.

Sono le 18:00 quando rientriamo a Kyoto e ci muoviamo per andare direttamente a cena attraversando prima Shijo-dori – elegante e piena di negozi – e poi Gion, un tempo noto come quartiere dei divertimenti e delle geisha. L’ultimo tratto lo percorriamo lungo Hanami-koji, una strada bellissima, piena di sale da the e ristoranti tradizionali all’interno di basse costruzioni in legno del XVII secolo perfettamente conservate.

Siamo affamati come lupi quando entriamo da Teppanya Tavern Tenamonya, una izakaya seminterrata abbastanza difficile da trovare. Siamo fortunati perché ha solo 16 coperti e sono più le persone che manda via rispetto a quelle che riescono a mangiare. Ci salviamo solo per via dell’orario e – pur senza prenotazione – ci fanno sedere davanti le piastre del cuoco. Ogni due posti c’è una piastra sulla quale viene servito il cibo, così si mantiene caldo. I gestori sono marito e moglie e dedicano grande attenzione ai propri clienti. Ci portano un asciugamano caldo per lavare le mani e poi ordiniamo un misto di mare e monti: una bistecca di Wagyu, una razza di manzo giapponese selezionato per produrre questa carne marezzata, morbida e… costosa! Per capirci: il manzo Wagyu è quello che che viene allevato a Kobe e noi occidentali lo conosciamo per il nome della città di provenienza! Dopo aver appreso la lezione sul manzo Wagyu/Kobe (di qualità A5, la migliore), il nostro ordine si è arricchito di una okonomiyaki – tradizionale pancake a base di cavoli – con maiale, poi noodles saltati in padella con gamberi, seppie e polpo e infine cinque pezzi di kushiage, una fritturina con gambero, capasanta, polpo, asparagi e cipolle. Ci aggiungiamo una birra Kirin in bottiglia e spendiamo 4650 Yen (35 Eu). Per inciso: durante un viaggio in Giappone una izakaya è da provare e se questa è ancora meglio! Lo consigliamo vivamente perché è qui che faremo le cene migliori del viaggio e difatti… torneremo! 😉

Visto che è molto preso quando usciamo dal ristorante, ci concediamo una lunga passeggiata digestiva: ritorniamo su Hanami-koji, proseguiamo per il tratto mancante e attraversiamo il parco del complesso Ebisu-jinja all’interno del quale c’è il tempio zen Kennin-ji, il più antico di Kyoto fondato nel 1202. Rientriamo in hotel lungo la strada che costeggia il fiume, buia e silenziosa, con una bella sensazione di pace e sicurezza. Riflettiamo proprio su questo: non c’è stato un solo attimo in cui non ci siamo sentiti in pericolo attraversando foreste, spiagge e città. Abbiamo visto pochissima polizia in giro e quei pochi non erano neppure armati. Strano a dirsi ma è una bella sensazione, mentre dalle nostre parti – in Europa e per generalizzare in Occidente – la stessa sensazione di sicurezza dovrebbe essere trasmessa attraverso pattuglie armate fino ai denti. Un paradosso, no?

Quanto abbiamo camminato oggi? 17,8 km

02/10 Kyoto

Oggi piove e pioverà tutto il giorno. Siamo stati fortunati per buona parte del viaggio, il meteo è stato clemente (con temperature vicine ai 30 gradi!) e anche quando ha dato indicazioni nefaste alla fine si è sempre piegato ai nostri scongiuri. Ma oggi proprio no, dà pioggia senza alcuna speranza e andrà proprio così.

Il nostro programma viene sicuramente limitato da queste previsioni, quindi nonostante la pioggia battente decidiamo di rompere l’ipnosi prodotta dalle televendite e dai video musicali trash di improbabili cantanti pop giapponesi e decidiamo di uscire dalla stanza. Visto che lo staff della reception ci presta due ombrellini trasparenti (così ammiri la città anche sotto la pioggia), spostiamo i nostri k-way sugli zaini e ci impermeabilizziamo definitivamente.

Siccome i bus rispetto alla metro hanno una copertura più capillare della città e fermate più vicine alle attrazioni, compriamo il biglietto giornaliero (500 Yen, 3.80 Eu) e saliamo sul 205 per andare a vedere Daitoku-ji, un complesso di 25 templi a circa un’ora da noi, famoso per i giardini zen. Una sfacchinata che non risulterà niente di memorabile, a differenza della tappa successiva: Kinkaku-ji temple, molto più interessante. L’ingresso costa 400 Yen (3 Euro) e all’interno c’è la famosa Pagoda d’Oro che è davvero spettacolare. La lamina d’oro con cui è rivestita scintilla nello stagno di fronte e crea un riflesso bellissimo nonostante la pioggia, nonostante la folla. Purtroppo il flebile ottimismo che ci aveva portato a contare sul minore afflusso per via del giorno infrasettimanale piovoso, si infrange con la realtà: ci sono tantissime persone, chissà cosa succede nei fine settimana soleggiati!

Al termine della visita rinunciamo a visitare altri luoghi all’aperto, la pioggia è incessante e a tratti anche forte, nonostante ombrelli e impermeabili ci stiamo bagnando, quindi decidiamo di proseguire le escursioni in luoghi riparati. E dove sono questi luoghi coperti? Il mercato di Nishiki in pieno centro sarà la nostra prossima tappa e una volta sul posto siamo felici di questa scelta perché ci rilassiamo, stiamo all’asciutto e ci godiamo una miriade di bancarelle stracolme di cibi freschi e cotti, qui ammiriamo praticamente tutti gli ingredienti della vasta gastronomia giapponese, in ogni forma: fresca, conservata, cotta, cruda e… viva 😉

Quasi tutti i commercianti invitano ad assaggiare i propri prodotti e così tra un the e sgranocchiamenti vari, ci infiliamo anche un bello spuntino con frittelle di riso con zenzero e seppie, e pollo fritto con crema di macha. Poi iniziamo uno shopping furioso che ci porterà in valigia: katsuobushi (bonito affumicato), the verde e una gran varietà di calamite, bastoncini decorati, bicchieri e scodelle di ceramica. Quando ci spostiamo nell’adiacente galleria Teramachi proseguiamo gli acquisti con: t-shirt, orecchini, set per sakè e un’infinità di accessori per la persona e casa. Grazie alla pioggia la casella souvenir è definitivamente spuntata e questo incrocio di gallerie ci è sembrato il luogo migliore per trovare tutto a prezzi accettabili.

Proprio fuori dalla galleria c’è il ristorante selezionato per questa sera, Sushi no Musashi. Dobbiamo percorrere solo pochi metri e siamo in fila sotto un portico, abbiamo davanti almeno 30 persone ma probabilmente sono diversi gruppi perché appena si liberano due posti vicino al nastro dove scorre il cibo, ci fanno passare davanti a tutti per sederci. Ancora un bel colpo di fortuna! Questa sarà la nostra ultima cena di sushi e abbiamo intenzione di darci dentro, anche perché dobbiamo solo servirci: sul nastro scorrono una gran varietà di piattini ben descritti sulla carta e hanno tutti lo stesso prezzo (146 Yen, 1.10 Eu). Solo alcuni sono speciali, distinguibili dai altri per via del piattino blu (noi abbiamo scelto il tonno grasso, buonissimo), e costano 346 Yen (2.61 Eu). In base al tipo di portata i pezzi vanno dai 2 ai 6. Alla fine contiamo 14 piatti e due birre per un totale di 3180 Yen (24 Eu).

Mentre paghiamo notiamo che in fila all’esterno c’è la cantante Noa, in vacanza con la famiglia. All’uscita ci fermiamo a salutarla e scambiamo qualche chiacchiera prima di fare una foto insieme, ovviamente sotto la pioggia! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,6 km

03/10 Kyoto

Il meteo ha deciso di essere più clemente oggi, molto più clemente. E ci permette di attuare un vasto programma di visite ai templi considerato che dobbiamo recuperare il tempo perduto a causa della poggia di ieri e del deludente bosco di bambù.
Siccome ci sono tante cose da non perdere a Kyoto, non vogliamo farcene sfuggire altre.

Iniziamo dallo spettacolare Fushimi-Inari Taisha  Questa località è famosa per le migliaia di torii che formano una sorta di galleria lungo i 4 chilometri di sentiero che si inerpica sulla montagna sacra e che attraversa decine di grandi e piccoli santuari. Il complesso sacro risale al 700 e il tempio principale al 1499; i torii arancioni sono stati donati da aziende giapponesi in quanto il santuario è intitolato ad Inari, patrono degli affari. Il messaggero di Inari è una volpe e difatti è pieno di statue di questo animale rappresentato con una chiave in bocca, a simboleggiare la custodia dei depositi di riso: un animale sacro che protegge i raccolti è il top dei buoni auspici. Arriviamo fin quasi in cima ma considerata la nostra tabella di marcia, piuttosto serrata, decidiamo di tornare indietro. Una nota: in questo luogo è ambientato il film Memorie di una geisha ma non vi aspettate scenari di beata solitudine perché anche qui c’è una marea di gente che rende quasi impossibile scattare quelle fotografie da scenografia hollywoodiana che si vedono su Internet e nei cataloghi, ci sarà sempre dietro di voi il photobomber di turno e frotte di selfisti anonimi.

Rientriamo verso la metro alle 13:00, impresa ardua perché la strada di accesso al santuario è strapiena di bancarelle che vendono tanta ma tanta roba da mangiare, per tutti i gusti e tutto sembra veramente buono. Friggono e arrostiscono qualsiasi cosa e mettono a dura prova la nostra acquolina. Proviamo a distrarci buttando un’occhiata ai negozietti di souvenir e notiamo con soddisfazione che qui si trovano le stesse identiche cose che abbiamo comprato ieri, solo che costano di più! 😛

Torniamo alla metro e ci spostiamo verso Kiyomizu-dera, riduciamo al minimo le distrazioni ma nel tragitto a piedi per arrivarci si passa davanti a un buon numero di negozi di ceramiche non dozzinali che meritano una visita. Dopo aver ceduto alla tentazione dello shopping raggiungiamo il complesso buddhista noto per le grandi pagode e la vista panoramica di Kyoto, e da qui percorriamo la frequentatissima discesa che porta fino alla fermata del bus 100 che prendiamo per andare alla prossima attrazione.

Durante il tragitto passiamo davanti al tempio Heian-ji e così vediamo anche il maestoso torii per cui è celebre, costruito in occasione dei 1100 anni della fondazione di Kyoto. Un passaggio veloce perché dedicheremo più tempo al Ginkaku-ji, uno dei siti più importanti di Tokyo, ovviamente Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e sede di arrivo del Sentiero della Filosofia. Arriviamo alle 16:00, l’ingresso costa 500 Yen (3.80 Eu) e permette di vedere il Padiglione d’Argento con l’antistante giardino di roccia perfettamente rastrellato, con i grandi coni di pietrisco – che simboleggiano le montagne – che emergono dalla sabbia levigata per rappresentare un lago. Ma un lago c’è davvero e si può osservare da diverse angolazioni grazie al bellissimo sentiero che permette una passeggiata memorabile all’interno del parco: muschio, alberi altissimi, piccole cascate e in più una buona altezza che mostra lo splendore di Kyoto da un punto di osservazione privilegiato.

Dopo una rapida sosta da Kiharu per un ghiacciolo artigianale all’ananas, giusto per ricaricarci prima di percorrere (al contrario) il Sentiero della Filosofia, una delle migliori 100 passeggiate giapponesi, completato nel 1890.
Corre lungo un canale costeggiato da una fitta vegetazione, il cammino deve essere molto bello durante il periodo di fioritura dei ciliegi ma in condizioni normali è una buona passeggiata senza niente di particolarmente intrigante. Ce la godiamo soprattutto perché gli orari di visita ai templi sono ormai superati e quindi c’è meno afflusso, altrimenti anche qui – neanche a dirlo! – sarebbe stato pieno di gente.

Durante il tragitto incontriamo i cartelli che indicano l’Honen-in e facciamo una deviazione per visitarlo. È tutto chiuso ma il cancello di ingresso è ancora aperto, quindi entriamo e ci godiamo il silenzio di una visita in solitaria. Mentre ci spingiamo sulla collina vicina al cimitero – non ci eravamo accorti l’uno dell’altro – dal fitto della foresta un cervo ci taglia la strada spaventato dal nostro passaggio.

Gli ultimi due templi, l’Eikan-do e il Nanzen-ji li troviamo davvero chiusi perché sono passate le 17:00 e quindi siamo obbligati a fare soltanto foto degli esterni ma sul Nanzen va detto che una delle parti migliori del tempio è proprio il maestoso portale di accesso che troviamo in una veste quasi spettrale in quanto il sole sta calando e una magnifica luna piena è pronta a rubargli la scena e a fare da sfondo per le nostre foto.

Da qui procediamo a piedi attraversando un bel quartiere residenziale e visto che è di strada infiliamo una visita fuori programma al tempio scintoista Yasaka jinja che protegge il vivace quartiere di Gion. Con questa visita serale dichiariamo finito il nostro inseguimento spirituale ai templi migliori di Tokyo e ci prepariamo a tornare a cena da Teppanya Tavern Tenamonya.

Per la nostra ultima cena giapponese abbiamo adottato la tecnica del buon ricordo: facciamo sempre così, se abbiamo la possibilità di mangiare nuovamente in un posto che ci è piaciuto e in cui siamo stati bene, ci torniamo per fare l’ultima cena del viaggio. Così, dopo aver provato in circa due settimane 13 diversi ristoranti in 5 luoghi diversi, siamo andati sul sicuro e abbiamo prenotato il tavolo già ieri. Arriviamo puntuali alle 19:30 e ci sediamo al nostro posto per ordinare: ancora bistecca wagyu A5, un filetto cotto con ponzu: una salsa giapponese a base di aceto di riso, succo di limone, salsa di soia e dashi (il brodo di pesce per la zuppa di miso), poi negisoba vale a dire noodles saltati con maiale, e per finire gyoza – ravioli di riso con carne di maiale, verza, porro e cipollotto – e un gelato al sesamo, di un insolito colore grigio.

Dopo cena facciamo la nostra passeggiata digestiva ancora a Gion, precisamente alla ricerca di Shinbashi. Considerata la strada più bella di Kyoto e secondo la nostra guida “una delle più belle d’Asia”, è nota anche come Shirakawa minami-dori. Che dire, stavolta non è un’esagerazione e vale la pena cercarla: l’ultima serata di Kyoto la ricorderemo così, in questa larga strada pedonale, tra l’acqua del canale, i riflessi delle lanterne, le fronde basse degli alberi che ci accompagnano nella penombra.

Quanto abbiamo camminato oggi? 20 km

Kyoto – Osaka (KIX) – Roma

Siamo pronti a tornare a casa ma ancora non abbiamo finito con Kyoto e il Giappone (visto che oggi c’è da raggiungere l’aeroporto del Kansai, a Osaka).
Alle 10:00 facciamo check-out e lasciamo le valigie al desk dell’hotel e raggiungiamo a piedi il tempio Sanjusangen-do, un sito importantissimo che ci siamo tenuti per quest’ultima mezza giornata visto che dista solo pochi metri dal nostro albergo. L’ingresso costa 600 Yen (4.50 Eu) e la visita è altamente consigliata perché all’interno ci sono 1001 statue lignee di Kannon (ancora lui!) disposte su più file, tutte ordinate a formare un “muro” in un atrio lunghissimo e punteggiato da altre statue delle 28 divinità minori buddhiste tutte derivate dall’induismo. Al centro della sala si trova la statua del bodhisattva della compassione composta con 11 volti in cima alla testa e 40 braccia (che ne rappresentano “1000”) con cui salverà i 25 mondi.

Bene, stavolta abbiamo davvero finito e torniamo alle informazioni tecniche. Dopo aver ritirato le valigie andiamo in stazione e compriamo i biglietti del treno Haruka (binario 30) (2850 Yen, 21.50 Eu).
Parte alle 14:30 e impiega un’ora e venti minuti per arrivare all’Aeroporto Internazionale del Kansai. Occhio che vicino Osaka c’è anche un altro aeroporto, quindi assicuratevi di partire da Kyoto per raggiungere quello giusto!

Prima di andare al binario facciamo un giro nel centro commerciale della stazione ma ci fermiamo al settimo piano perché sono solo negozi di alta moda e grandi firme. Cerchiamo su internet qualcosa di alternativo e troviamo un BIC Camera proprio fuori la stazione: peccato non averlo scoperto prima! Sette piani di hi-tech ma abbiamo il tempo di vederne solo un paio, che già bastano per mettere in carrello un visore 3D e le pellicole decorate per la nostra Instamax, queste ultime al 50% in meno rispetto a quanto le paghiamo in Italia. Kyoto è da vedere e ora abbiamo un motivo in più per tornare: visitare gli altri 5 piani di BIC.

Arrivati in aeroporto ci separiamo dal pocket Wi-Fi che abbiamo noleggiato prima di partire e che ci è stato utilissimo. Seguiamo le istruzioni ricevute in hotel a Tokyo insieme al dispositivo, inseriamo l’apparecchio nella busta prepagata e la imbuchiamo in una cassetta postale rossa in aeroporto. Ci è costato 65 Euro e siamo stati sempre connessi con smartphone e notebook senza limiti di traffico, ci è servito in tantissime occasioni per consultare mappe, farci guidare in tragitti pedonali, cercare informazioni. Senza, il viaggio sarebbe stato sicuramente più complicato.

Ora ci aspettano le 18 ore di viaggio del ritorno e già iniziamo a ricordare i sorrisi, i saluti cerimoniosi, la gentilezza che abbiamo vissuto, ricevuto e contraccambiato in questi giorni. Sono circoli virtuosi che fanno bene e semplificano la vita.

Ripensiamo agli eccessi di Tokyo, ai paesaggi del Kumano Kodo, agli onsen, al bianco della sabbia di Shirahama, all’acqua di fiumi, laghi e stagni, fino all’Oceano, la storia e la spiritualità di Kyoto. Abbiamo la sensazione di aver visto tanto ma andiamo via con la certezza di aver visto solo una minima parte. Abbiamo solo intuito cos’è il Giappone ma non basterà una vita di viaggi per comprenderlo realmente.
Siamo diversi, sicuro, e verrebbe anche abbastanza facile dire chi tra noi e loro è “avanti” o “indietro”, ma sarebbe un esercizio sterile, inutile. Ognuno sta dove merita. Di certo il lavoro, l’educazione, il rispetto derp sé, per gli altri e per l’ambiente, la progettualità, il senso di appartenenza e gli obiettivi condivisi pagano sempre in termini di crescita di civiltà e cultura. E i giapponesi ci sono sembrati laboriosi e civili.

Settanta anni fa erano distrutti, in ginocchio, ora sono in piedi e il modo in cui stanno in piedi, nonostante una grave crisi economica che dura da anni, li ripaga di tutti gli sforzi fatti. Sono dritti sulla schiena, dignitosi e con un pregio in più: l’umiltà sincera di chi ha piena consapevolezza del proprio valore.

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 159,7 km!

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Giappone di Lonely Planet
Libri letti su Kindle: Leggero il passo sui tatami di Antonietta Pastore, Kwaidan. Storie misteriose e stravaganti di Lafcadio Hearn, Fiabe giapponesi antiche di Yei Theodora Oazaki e Pioggia nera su Tokyo di Barry Eisler

TOP 5 Diari di viaggio: pronti a partire?

India, USA, Spagna, UK e Russia
India, USA, Spagna, UK e Russia: cinque destinazioni da non perdere!

 

Quest’anno niente ferie lunghe a settembre!

Un po’ di cambiamenti in corso nella vita privata e professionale ci costringono a programmare più partenze brevi e quindi il viaggio che avevamo in testa, subisce un rinvio. Per ora.
Stessa situazione del 2013 quando andammo in Andalusia e fu una settimana magnifica, così tanto che a distanza di tre anni stiamo per tornarci per visitare altre località di questa regione stupenda della Spagna.
Come in passato, prima di pubblicare il prossimo diario di viaggio voglio condividere quali sono i reportage più letti nell’ultimo anno.
E così, dopo la TOP 5 del 2015, arriva la nuova classifica. Qual è stato il diario di viaggio più letto?
Scopriamolo insieme…

 

Scende di tre posizioni ma resta nella TOP 5
5) Diario di viaggio a Bristol, Bath, Salisbury e Stonehenge
Avete mai pensato che in UK ci sono altre città da vedere oltre Londra?
Ecco, atterrate a Bristol e seguite questo itinerario per vedere la cattedrale di Salisbury, fare un bagno nelle terme di Bath e ammirare i dolmen di Stonehenge.

 

Guadagna un posto, una destinazione sempre desiderata. E infatti… 😉
4) Diario di viaggio in Andalusia
Quando si ha poco tempo e poco budget a disposizione l’Andalusia è sempre una grande risorsa per un viaggio all’insegna di cultura, gastronomia e paesaggi spettacolari.

 

Una new entry per il gradino più basso del podio
3) Diario di viaggio USA: Florida, Savannah, New Orleans e New York
Fly and drive perfetto per un viaggio on the road: si atterra a Miami per vedere le principali località della Florida, da Key West a Orlando. Si sconfina in Georgia per ammirare la splendida Savannah e poi si torna in Florida per percorrere la Costa Smeralda fino a New Orleans, in Lousiana. Da qui, aereo per New York e Grande Mela tutta da scoprire!

 

L’anno scorso non aveva avuto abbastanza tempo per classificarsi. Ma sapevamo che con un po’ di pazienza ce l’avrebbe fatta!
2) Diario di viaggio in India: Varanasi, Agra, Jaipur e Delhi
Mistico, spirituale, avventuroso, divertente, un viaggione indimenticabile. A noi piace miscelare i comfort e l’avventura, le località turistiche note e quelle da esplorare, così abbiamo visto il Taj Mahal ad Agra e il Chand Baori nel villaggio di Abhaneri, abbiamo navigato sul Gange, visitato i Gath di Varanasi e raggiunto la piccola Sarnath, uno dei quattro luoghi sacri del buddhismo. E poi la città rosa e i templi di Jaipur e il caos di Delhi. Da fare!

 

1) And the winner is… per la seconda volta!
Diario di viaggio a Mosca e San Pietroburgo
Ottenere il visto per la Russia non è proprio la cosa più pratica del mondo, ma una volta fatte le scartoffie vale la pena visitare almeno queste due destinazioni!
Il Cremlino, la Piazza Rossa e San Basilio a Mosca si confrontano con l’Ermitage, i palazzi e i canali di San Pietroburgo. Chi vincerà? Voi, se andate a vederli!

 

Ci rivediamo a Ottobre con il nuovo diario di viaggio dedicato all’Andalusia, questa volta toccherà alle città di Granada, Cordoba, Ronda e Malaga.

 

PS: si parla sempre dei migliori, ma vogliamo dire anche qual è il diario di viaggio meno letto? Purtroppo non è difficile immaginarlo e spiegarsi perché è stato letto solo 4 volte in un anno!
Peccato, è un luogo bellissimo. Quindi, se ora non ve la sentite di andare a Istanbul, potete sempre “leggerla” 😉

Diario di viaggio in India: Varanasi, Agra, Jaipur e Delhi

India. Agra. Il Taj Mahal.
Agra. Il Taj Mahal.

Di nuovo India. A distanza di 11 anni volevo vedere con occhi diversi luoghi diversi del subcontinente, nel 2004 andai a Mumbai e Calcutta e tornai piuttosto scosso: fu un impatto devastante che condizionò la mia opinione sull’India. C’è voluto del tempo e tanti altri viaggi per pensare a un ritorno, poi l’entusiasmo della mia compagna (non solo di viaggio) e un film, The Fall, mi hanno dato l’ispirazione definitiva: era arrivato il momento di tornare 🙂

 

25/03 Roma – Dubai – Delhi

 

Prima di partire, ci vuole una rapida premessa sui documenti di viaggio.
Per andare in India è necessario il visto e bisogna seguire una procedura abbastanza complessa, più o meno scoraggiante come quella per ottenere il visto russo. Pazienza, senza visto non si parte quindi bisogna organizzarsi e decidere se affidarsi a un’agenzia o fare da soli. Io non avevo intenzione di inviare i passaporti in agenzia tramite poste, quindi ho scelto di fare tutto da solo online e di persona.
Per questa opzione sono necessari alcuni passaggi: 1) Studiare i requisiti per richiedere il visto; 2) Compilare il form online (potete farlo aiutandovi con questa demo che traduce in italiano i vari campi); 3) Consegnare in ambasciata a Roma i documenti (oppure consolato indiano per Milano) collezionati, rispettando giorni e orari indicati sul sito; 4) Ritirare il visto.
Qualche altra nota: sul sito abbiamo trovato diverse incongruenze (per esempio sulla necessità di presentare anche un documento che attesti la capacità economica necessaria per la permanenza in quel Paese, come una busta paga) ma telefonando in ambasciata non abbiamo risolto granché perché quando siamo riusciti a parlare con qualcuno, raramente, ci siamo accorti che sulla procedura da seguire ne sapevano meno di noi. A scanso di equivoci ho portato con me a Roma anche una busta paga che poi non è servita. Il costo del visto turistico per l’India è di 53 Euro a persona, questa cifra cambia se la richiesta è per affari oppure studi. Anche l’attribuzione della durata è a discrezione dell’ambasciata: a noi hanno concesso un visto multiplo di sei mesi e uno a ingresso singolo per tre mesi. Quanto tempo ci vuole per il visto? Un solo giorno. Ho consegnato i documenti e mi hanno dato un appuntamento per ritirarli il giorno successivo, della serie: ci vuole più tempo a dirlo che a farlo 😉
Bene, informazioni di servizio finite. Ora partiamo davvero!
Il volo A/R per Delhi l’ho acquistato sul portale viaggi di American Express – che dopo abbondanti confronti si conferma ancora una volta il migliore i voli intercontinentali – ed è costato 400 Euro a persona, con Emirates.
Ci avviamo verso l’aeroporto alle 6:00, c’è una gran pioggia e un gran traffico, tanto che nonostante l’ampio margine calcolato arriviamo al solito parcheggio giusto in tempo per l’imbarco. Ci ha aiutato moltissimo aver fatto il check-in online che permette a chi deve imbarcare i bagagli di presentarsi al banco fino a 90 minuti prima del volo, altrimenti sono richieste tre ore di anticipo e non ce l’avremmo fatta. Abbiamo giusto qualche minuto per cambiare un po’ di Euro in rupie, poco, giusto il necessario per arrivare sul posto con moneta locale e fronteggiare le prime spese (54 Euro = 3000 rupie), il resto lo ritireremo presso gli ATM.
Sul volo niente da dire, tutto fila liscio e alle 11:00 decolliamo diretti a Dubai. Su Emirates riscontriamo spazi più larghi del solito, un ottimo servizio di bordo e anche il pranzo – accompagnato da un menù per ogni poltrona – sembra più gustoso del solito rancio offerto dalle compagnie aeree. L’intrattenimento è di livello con tv, giochi e per la prima volta due telecamere che riprendono gli esterni dal muso dell’aereo e dal carrello: due visuali esclusive per i passeggeri, particolarmente suggestiva quella dal muso durante le manovre di atterraggio e decollo.
Il volo dura 5 ore e a Dubai abbiamo due ore e mezzo di attesa per goderci un po’ l’avveniristico aeroporto, che poi non è niente di così eccezionale, prima di imbarcarci sul secondo aereo diretto a Delhi. Altre 3 ore di volo passano veloci con una buona lettura, un paio di partite di minigolf e la cena.
Dopo aver spostato le lancette avanti di tre ore, una volta atterrati in India ci aggiungiamo un’altra ora e mezza. Proprio così: il fuso rispetto all’Italia è di 4,5 ore, è la prima volta che mi capita!
Una volta sbarcati la prima cosa che facciamo è metterci in coda per consegnare un foglio compilato in aereo dove dichiariamo di non avere i sintomi dell’ebola. Almeno per il momento… 😉
Il secondo stop è per il controllo di visti e passaporti e poi ritiriamo i bagagli, arrivati puntuali senza patemi.
Sono le 4:00 del mattino e il nostro programma si conferma ben ragionato: abbiamo deciso di non fermarci ora a Delhi, la vedremo di ritorno, ma di proseguire subito per Varanasi.
Subito per modo dire perché il volo JetAirways (86.60 Euro) decolla alle 10:30 e prima di poter imbarcare nuovamente i bagagli dobbiamo riempire 4 ore di attesa in aeroporto. Cerchiamo delle poltroncine comode e concludiamo così la nostra prima notte in India, in fondo “domani” è già “oggi” 😉

 

26/03 Delhi – Varanasi – Sarnath

 

L’attesa è veloce e siamo ancora carichi di adrenalina, non sentiamo alcuna fatica del primo giorno di viaggio e siamo curiosi di raggiungere Varanasi, la nostra prima tappa.
Il volo da Delhi impiega solo 45 minuti e una volta atterrati andiamo dritti spediti verso il box dei taxi prepagati, che applicano tariffe fisse governative e rilasciano regolare ricevuta. Così non dovrete iniziare a conoscere l’India con estenuanti trattative per arrivare in hotel.
Spendiamo 700 rupie (10.25 Euro) e ci infiliamo in una macchina d’epoca sferragliante e senza aria condizionata. Anche le cinture di sicurezza sono un optional.
Abbiamo un’ora di marcia per superare il primo impatto con il traffico indiano che per noi risulterà decisamente convulso e poco salubre. La circolazione di auto, moto, biciclette, animali e persone non è descrivibile, si può soltanto immaginare. Nel caos generale in cui siamo immersi tutto sembra funzionare perfettamente: nessuno si arrabbia per ciò che fa l’altro né lo interpreta come una prepotenza, anche l’entropia ha un suo ordine paradossale e qui sembra compiersi definitivamente.
Ci muoviamo tra strombazzamenti continui, completamente avvolti in un meccanismo che non comprendiamo ma che non si inceppa e ci porta a destinazione.
La stanza dell’hotel Buddha si rivela modesta ma tanto non ci trascorreremo molto tempo, non siamo neppure arrivati che subito torniamo in strada e fermiamo un risciò di passaggio per la nostra prima escursione. Occidentali in giro non se ne vedono e nel giro di pochissimo siamo letteralmente circondati da cinque altri guidatori con la bocca piena di paan, una poltiglia che masticano di continuo e che produce un colore rossastro su denti e gengive: sembra una scena di The Walking Dead. Ah! Ovviamente ogni tanto sputano la miscela con degli scaracchi impressionanti per consistenza e colorazione, quindi tenete gli occhi aperti quando caricano…
Siamo diretti a Sarnath, un luogo sacro del buddhismo, e dopo 40 minuti di marcia e 300 rupie (4.40 Euro) spese senza contrattare, arriviamo al Parco dei Cervi.
Qui il Buddha ha messo in moto la ruota del Dharma, proprio qui ha pronunciato il primo sermone a cinque discepoli.Entriamo nel tempio Mulganda Kuti Vihar proprio nell’orario (tra le 17 e le 18) in cui, ogni giorno viene scandito il primo sermone pronunciato dal Buddha.
Dopo aver assistito alle orazioni dei monaci insieme a pochissime altre persone ci spostiamo all’esterno per ammirare il gigantesco baniano che deriva dall’albero originario di Bodhgaya, sotto il quale il Buddha giunse all’illuminazione.
Il parco circostante (ingresso 20 rupie, 0.30 Euro) è immerso nel verde e oltre ai cervi si trovano diversi animali. Qui accade una cosa particolare che poi si confermerà almeno altre 50 volte durante il viaggio: veniamo fermati da una famiglia indiana in gita che ci chiede con estrema cortesia e pudore di poter scattare una foto insieme. Il capo-famiglia ci stava per immortalare con moglie e figlie quando una guardia del parco si è avvicinato e si è offerto di scattare lui la
foto, così anche il papà si è aggiunto al quadretto con i due strani occidentali. Questo episodio ci ha ricordato quanto accadde in Cambogia, quando ci invitarono a un matrimonio locale e per qualche minuto siamo stati gli ospiti d’onore della festa, con tanto di fotografie insieme agli sposi. Loro vestiti come star di Bollywood e noi in costume e infradito, di ritorno da una giornata di mare! 🙂
Poi ci dirigiamo verso il Dhamek Stupa, che troviamo chiuso, ma prima ci fermiamo presso il tempio giainista Digambara (10 rupie, 0.15 Euro) dove ascoltiamo un fedele che descrive le caratteristiche principali del giainismo e le differenze con il buddhismo. Ci mostra moltissime istantanee del suo maestro, anche insieme a Sonia Ghandi e al Dalai Lama, foto in cui appare sempre integralmente nudo. Proprio così, perché il giainismo Digambara prevede la completa nudità, addirittura alcuni spazzano la strada su cui camminano per evitare di uccidere qualsiasi essere vivente. Digambara vuol dire “vestiti d’aria” e sono una fronda estrema del giainismo, gli fanno da contraltare gli Svetambara, “vestiti di bianco”, che sono meno conservatori e più in linea con i tempi attuali.
Facciamo alcune domande sulla svastica, simbolo mistico molto presente nella cultura indiana, e finiamo per ascoltare delle spiegazioni affascinanti sul simbolismo religioso che accomuna varie fedi. Per esempio ci indica una curva che simboleggia un’onda contenuta nel simbolo dell’Om, confrontandola con la mezza luna islamica, con i mudra induisti e altri simboli comuni adottati da diverse dottrine religiose. Pensiamo quindi alle nostre mani che, unite una affianco all’altra, riproducono con i palmi proprio quella curva in ogni foto della nostra gallery di viaggio, una singolare coincidenza. O no? 😉
Dopo altri 40 minuti di buche e polvere continuiamo ad osservare affascinati questo traffico che di notte sembra ancora più caotico, circondato dalla vita: sono tantissime le persone che sul ciglio della strada cucinano, mangiano, bevono, dormono e sì, fanno anche i propri bisogni. C’è tanta sporcizia e miseria intorno a noi, impossibile far finta di niente e menarla con la dignità, la fierezza degli sguardi e i vestiti sgargianti e bellissimi. Purtroppo la decadenza è dominante e la puzza delle strade vince sui flebili profumi di fiori e incenso che si affacciano timidamente da qualche tempio.
Il nostro autista ci saluta e ci presenta un suo collega con cui ci mettiamo d’accordo per l’indomani, per arrivare all’Assi Gath in riva al Gange.
La richiesta stavolta è di 150 rupie (2.20 Euro), adesso una piccola e veloce parentesi sulla trattativa: potete trattare praticamente su tutto ma quando un uomo ti chiede due Euro per seguirti mezza giornata e dedicarti intere ore con il suo automezzo sembra quasi offensivo giocare al ribasso, piuttosto pensate a come rimpinguare il compenso con una buona mancia. Altro che trattare al ribasso…
Dopo un’intera giornata di foschia trascorsa con 38 gradi costanti, la temperatura si comincia lentamente ad abbassare fino ai 31 gradi delle 21:30. Sarà più o meno così per tutto il viaggio, non moriremo sicuramente di freddo 😉
Facciamo una doccia veloce e proviamo il ristorante del nostro hotel, dove ordiniamo roti (chapatti), un pane indiano non lievitato e naan al formaggio. Poi riso con semi di cumino, riso kashmiri (con anacardi, uvetta, arancia, formaggio di capra e spezie) e uova sode in salsa Masala. Dopo aver pagato lo stratosferico conto di 852 rupie (12.50 Euro) rientriamo in camera, finalmente ci aspetta un letto dove dormire davvero. Crolliamo rapidamente in un sonno profondo: ci penseranno i clacson e i richiami alla preghiera della vicina moschea a svegliarci domani 😉

 

27/03 Varanasi

 

La giornata comincia con un’abbondante colazione: succhi tropicali, toast imburrati con marmellata gusto Big Babol e patate al forno insieme a frittelle di cavolfiori e patate. Per finire anche un po’ di crema pasticciera.
Alle 10:30 siamo in strada dove già ci aspetta il nuovo amico con cui ci eravamo accordati ieri. Il nostro programma prevede di farci lasciare ad Assi Ghat, da lì risaliremo il Gange costeggiando tutti i ghat più importanti fino a quello di Manikarnika.
Piccola parentesi sugli autisti dei tuk tuk (o motorisciò): a parte il prezzo sempre gonfiato (ma ripeto, per noi sostenibilissimo), provano spesso a portarti nei negozi di amici da cui ricevono delle provvigioni in caso di vendite. A volte sono fastidiosi perché ti costringono a deviazioni o soste forzate ma basta essere fermi nel rifiuto per evitare di perdere tempo.
Varanasi è una città sacra dell’induismo, forse la più spirituale d’India. Qui c’è il fiume-dio Gange e i suoi 80 ghat, le scalinate lungo le sponde che scendono fino all’acqua: è su queste scale che ogni giorno si celebra la fusione tra uomo, natura e divinità. Qui si compiono i riti del ciclo vitale dalla nascita alla morte, qui si prega e qui si muore. E per gli induisti morire a Varanasi è una benedizione perché significa essere liberati dal ciclo delle reincarnazioni.
Partiamo da Assi Ghat e passiamo in rassegna Tulsi, Bachrah, Shivala, Dandi e Hanuman Ghat dove non mancano le scimmie (Hanuman è una divintà dalle sembianze umane e di scimmia).
Il sole picchia forte, ci sono già 37 gradi alle 11:00 del mattino e la nostra passeggiata è appena iniziata. Intorno a noi molte persone fanno le abluzioni rituali nell’acqua, pregano, si lavano e si immergono insieme ai loro animali.
Arriviamo quindi ad Harishchandra Ghat e ci fermiamo per una sosta decisamente insolita.
Questo ghat è un crematorio all’aperto, quindi assistiamo alla composizione di una pira funeraria con un uomo avvolto in un sudario che, dopo essere stato immerso nel Gange, viene dato alle fiamme.
Le sensazioni sono molto personali, non c’è una descrizione universale e comprensibile per tutti. Bisogna vedere, se si decide di farlo. Oppure non andare, in base alla propria sensibilità.
Di sicuro bisognerebbe evitare di scattare foto (a meno che non siate dei professionisti), prima di tutto perché non è propriamente un’attrazione turistica da immortalare e poi perché rischiereste di essere avvicinati da persone che chiedono soldi per “autorizzare” l’uso della macchina fotografica. A noi ci hanno avvicinato semplicemente per il fatto di averla al collo. Si avvicinano anche precisando che non sono delle guide ma vogliono spiegarti come funzionano le cremazioni. Alcuni chiedono soldi e altri no, noi ascoltiamo un ragazzo che ci spiega che il costo di una cremazione tradizionale è di 5000 rupie (73 Euro), mentre farlo in un forno crematorio elettrico costa la metà. Non tutti sono ammessi a questa forma di rito di passaggio, per esempio i bambini sotto i cinque anni, le donne incinta, i sadhu e le persone morse da un cobra non possono essere arse ma devono essere immerse nel fiume con dei pesi. Sarà poi il Gange a restituire quel che resta del corpo. A noi non è successo ma può accadere di avvistare cadaveri in decomposizione, diciamo che prima di vederli si “sentono” già a grande distanza.
Dopo qualche dovuta riflessione la passeggiata continua, però dall’interno, lungo una stradina parallela ai ghat da cui parte un fitto dedalo di vicoli. Ci perdiamo un po’ in queste viuzze strette pieni di negozietti e mucche e ci fermiamo ad acquistare un set di bracciali da un vecchietto molto simpatico (70 rupie, 1 Euro).
Tornati nuovamente sul Gange acquisto anche tre collane fatte a mano per 210 rupie (3 Euro). Arriviamo quindi a Dashashwamedh Ghat, il ghat più conosciuto e frequentato.
Qui le scale sono più grandi, collegano direttamente a un mercato nella parte alta e nei pressi della riva ci sono i palchi per le preghiere collettive e la pratica dello yoga. Vediamo per la prima volta alcuni turisti occidentali e qui farei una piccola annotazione: non abbiamo incontrato italiani né pullman di turisti, in totale avremmo visto sì e no una ventina di occidentali che avevano all’incirca tutti lo stesso stile, sembravano usciti dalla fotocopiatrice dell’anticonformismo. Se giovani avevano lunghissimi dread, piercing e tatuaggi, se erano più stagionati avevano un’aura hippie nostalgica e un po’ patetica. Tutti erano vestiti con abbigliamento e accessori in linea con gli usi locali.
Facciamo una pausa seduti sulla scale calde di sole e conosciamo un signore tedesco che ci racconta di aver visto molte volte Varanasi, e continua a tornarci per la sua spiritualità. Per motivi legati ai suoi studi stava ripercorrendo le vie del Buddha e il giorno successivo sarebbe andato a Sarnath. Ci dice che Varanasi è molto cambiata rispetto alla prima volta in cui la visitò nel lontano 1966 e in risposta a una mia battuta ci ha tenuto a precisare che non era mai stato un hippy: era andato fin lì richiamato dalla curiosità e dai suoi studi, non dalla retorica psichedelica.
Durante la conversazione un barcaiolo ci ha stressato chiedendo 1200 rupie (17.50 Euro) per fare un giro di un’ora sul Gange con la sua barca a remi ma abbiamo preferito continuare la nostra massacrante ma divertente passeggiata.
Arriviamo finalmente al Manikarnika Gath, il più famoso per le cremazioni ed effettivamente qui la situazione è più industriale rispetto al precedente. Ci sono enormi cataste di legna ammucchiate ovunque, c’è un grande pubblico seduto sui gradoni come se fosse in un anfiteatro antico e le pire che ardono in quel momento sono almeno cinque, tanto che la cerimonia vista ad Harishchandra Ghat in confronto sembra un funerale intimo, riservato a pochi.
Anche qui ci chiedono di non fare fotografie però poi ci indicano anche il modo per raggiungere una postazione migliore per assistere alle cremazioni. Decidiamo di proseguire da soli e ci inerpichiamo per un sentiero che collega a una balconata e da lì proseguiamo fino al limite del crematorio. Ci passa davanti un corteo funerario con uomini che portano a spalla una barella di bambù su cui poggia un cadavere avvolto in un sudario, diretto verso la pira. L’aria è acre e i fumi sono densi e bruciano gli occhi, direi che come primo giorno in India abbiamo fatto il pieno di sensazioni forti.
Non restiamo a lungo a vedere il disfacimento causato dalle fiamme e continuiamo a camminare fino al vicino, e spettacolare, Scindia Ghat: un tempio imponente scivolato nell’acqua del fiume che assicura foto meravigliose.
Siccome era previsto dal nostro programma preparato in Italia, affittiamo qui una barca a motore per navigare sul Gange e spendiamo solo 500 rupie (7.30 Euro), meno della metà rispetto all’offerta precedente.
L’imbarcazione arriva fino al primo crematorio visto al mattino, Harishchandra Ghat, e poi rientra lentamente a motore spento facendosi trascinare dalla corrente.
Dopo un’ora di navigazione siamo di nuovo a terra e ci arrampichiamo sulle scale del Ghat fino alla Moschea di Alamgir, qui troviamo ragazzi che giocano a cricket – lo sport nazionale molto amato dagli indiani – e si divertono come matti. Facciamo una pausa e riprendiamo il cammino verso il Vishwanath Temple, un tempo dedicato a Shiva inserito nell’omonimo quartiere. I varchi sono presidiati da guardie armate e i metal detector ci confermano la necessità di tenere gli occhi aperti come consigliato nella guida, a causa di non meglio precisate “tensioni locali”. Gli accessi sono quattro e sono riservati agli hindu, mentre gli stranieri hanno un loro ingresso ma prima devono lasciare borse e zaini presso armadietti numerati a pagamento. La calca è davvero tanta e i vicoli strettissimi, non sembra ma sono due file di persone che marciano in sensi opposti e noi ci siamo in mezzo. Si spinge moltissimo e la polizia urla di continuo comandi che per noi restano incomprensibili, riusciamo a mantenere la calma ma rinunciamo a entrare nel tempio per guadagnare il più in fretta possibile la strada principale. Consiglio non richiesto per claustrofobici e persone sensibili: se in questo quartiere vedrete anche voi la calca che avanza ed esce dal tempio non vi avvicinate neppure, potrebbe risultare una situazione molto fastidiosa.
Ci lasciamo la folla alle spalle e ritroviamo il traffico che, se possibile, dopo la pace offerta dalle rive del Gange ci sembra ancora più caotico e convulso del mattino. In questa zona scopriamo che non possono accedere motorisciò per cui proseguiamo a camminare in una sorta di isola pedonale deputata allo shopping ma anche qui, forse perché siamo stanchi, accaldati, affamati e con i sensi pieni di colori, urla, odori, polveri non reggiamo a lungo i ritmi della ressa, quindi preferiamo rientrare in hotel con un motorisciò preso al volo (200 rupie, 3 Euro).
Alle 20:00 siamo sotto una bella doccia purificante e dopo scendiamo a mangiare. Stavolta ordiniamo come pane cheese paratha e roti (chapatti), poi kofta vegetariani, cioè delle frittelle di vegetali con curry, poi riso con verdure di stagione e burro, e un bel pollo al curry. Paghiamo 763 rupie (11,20 Euro), prenotiamo il taxi e programmiamo la sveglia alle 8:00, domani si parte per Agra!
Varanasi è da vedere. Sinceramente all’inizio temevamo di aver fatto un errore a cominciare proprio da questa città così estrema e fuori dalla rotta del Rajastan ma siamo contenti di aver fatto questa deviazione.
Varanasi non la dimenticheremo.

 

28/03 Varanasi – Agra

 

Partiamo da Varanasi alle 9:30 del mattino diretti ad Agra con un volo Air India (41 Euro). Non ne avevo trovati durante la passeggiata lungo il Gange ed ero ormai rassegnato ad aver interrotto la mia collezione di magneti, quando clamorosamente, 10 minuti prima della partenza, proprio tra i pochissimi negozi dell’aeroporto trovo uno shop che vende calamite di Varanasi! Ne acquisto un paio insieme a una maglietta per 700 rupie (10 Euro), non un granché ma sempre meglio di niente.
Dopo un’ora di volo passata a sonnecchiare ritiriamo i bagagli e troviamo chiuso il box dei taxi prepagati, quindi siamo costretti a contrattare con un tassista l’importo di 400 rupie (5.90 Euro) per arrivare al nostro hotel Howard Plaza.
La struttura si presenta molto bene anche se avrebbe bisogno di qualche lavoretto e in reception l’accoglienza è fredda. Andiamo avanti, la stanza è spaziosa e arredata bene, lasciamo gli zaini e scendiamo giù in piscina a programmare il resto della giornata.
Verso le 16:00 siamo di nuovo in strada e con 100 rupie (1.50 Euro) prendiamo un tuk-tuk che ci porta all’Agra Fort. L’ingresso costa 300 rupie (4.40 Euro) e dopo aver fatto lo slalom tra le guide improvvisate, varchiamo l’Amar Singh Gate, il maestoso portale d’ingresso e iniziamo a scoprire i giardini di questo complesso militare del 1565.
Il forte nel tempo è stato arricchito così tanto da sembrare un palazzo reale ornato con le migliori decorazioni e intarsi dell’arte moghul. Togliamo le scarpe per entrare nella deliziosa Nagina Masjid, la piccola “Moschea Gemma” adiacente al Bazar delle Signore. Da qui ci spostiamo verso il cortile del Diwan-i-Khas, la sala delle udienze pubbliche, dove possiamo ammirare in lontanza il grandioso Taj Mahal.
Fu proprio in questo forte, all’interno della torre ottagonale Khas Mahal, che nel 1666 fu imprigionato da suo figlio l’imperatore Shah Jahan. La sua prigione dorata era esposta verso il Taj Mahal che lo stesso imperatore aveva fatto costruire per commemorare la moglie, che raggiungerà dopo otto anni di reclusione. Usciamo passando per la Diwan-i-Am, la sala delle udienze pubbliche, e dopo la pace dei giardini curatissimi quasi ci manca un po’ di sano caos indiano.
Così appena fuori dal forte saliamo su un tuk-tuk e per 100 rupie (1.50 Euro) ci facciamo accompagnare alla moschea Jama Masjid, all’interno del Kinari Bazar. Volevamo un po’ di caos? Siamo stati accontentati: è buio, siamo gli unici occidentali e ci osservano tutti però senza ossessionarci di richieste. Così dopo aver visitato il sito religioso, non indimenticabile, ci fermiamo due volte, per comprare infradito di cuoio di cammello (400 rupie, 5.80 Euro) e poi in un negozietto che vende oggetti in marmo lavorati a mano. Compriamo due cofanetti di dimensioni e colori diversi e due lucerne portacandele intarsiate, tutto per 700 rupie (10 Euro).
Rientriamo in hotel con altre 100 rupie (1.50 Euro) e ceniamo al ristorante Rendezvous. Nel piatto finiscono: naan, hyderabadi dum biryani (riso basmati con carne di pollo precedentemente marinata in una mistura di spezie di Hierabad per una notte e poi inumidita nello yogurt). Poi seek lajabab (un kebab di agnello speziato con peperoni, servito in salsa di pomodoro e cipolle), samosa chat ripieni di patate, piselli, frutta secca, ceci, cipolla, chilli, chutney e Kathi roll’s, una piadina con pollo speziato tikka. Spendiamo 1700 rupie (25 Euro), fanno un po’ di casini con il conto che non riescono ad associare alla mia camera perché hanno scambiato la mia registrazione al check-in con quella di un altro cliente. Per fortuna all’arrivo non funzionava il POS, altrimenti avrei pagato anche la tariffa dell’altro cliente che risultava più alta della mia. Questo disguido mi ha confermato che in reception non lavorano bene e che l’hotel ha bisogno di una rinfrescata, meglio dormirci su… 😉

 

29/03 Agra

 

Sveglia alle 8:30 e considerate le massicce dosi di cibo piccante dei giorni scorsi, e in particolare quello della sera prima, optiamo per una sana e ricca colazione continentale con carico di zuccheri: ciambelle, cornetti, nastrini, toast con marmellata e succo d’arancia.
Zaini in spalla usciamo dall’hotel e troviamo ad aspettarci Rama, l’autista di tuk-tuk che il giorno prima ci ha portato al forte di Agra. Abbiamo diverse cose da vedere così decidiamo di passare tutta la giornata con lui, quindi trattiamo un prezzo forfettario per le visite al Taj Mahal e in altri tre siti per la cifra di 500 rupie (7.30 Euro).
La prima tappa è al Southgate, l’ingresso sud del Taj Mahal. Rama ci lascia alla biglietteria ed imbocchiamo le file separate per uomini e donne, da rispettare sia per fare il biglietto sia per accedere. L’ingresso costa 750 rupie (11 Euro) e include una bottiglietta d’acqua, i copri scarpe per entrare nel mausoleo e la navetta per avvicinarsi ai cancelli.
Quando arriverete in questo edificio tanti procacciatori si offriranno per accompagnarvi su calessi trainati da cavalli o cammelli, ma perché spendere di più? 🙂
Ai controlli di sicurezza sono stati molto rigidi e non ci hanno fatto passare un piccolo treppiede che abbiamo dovuto lasciare lì, per fortuna la guida era nello zaino altrimenti avrebbe rischiato anche quella. Ebbene sì, l’afflusso di persone è così massiccio e costante che evitano qualsiasi cosa possa intralciare gli accessi, come persone che si fermano a leggere o a scattare foto elaborate.
Superiamo i portali di ingresso e finalmente appare davanti a noi l’opera monumentale simbolo dell’India, conosciuta in tutto il mondo e ovviamente Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO: il Taj Mahal.
L’abbiamo visto in foto, in televisione, nel nostro immaginario è una figura nota ma la visione d’insieme del complesso è ancora più spettacolare. Il bianco dei marmi scintilla sotto il sole e contrasta con il verde dei giardini antistanti la base quadrangolare, mentre la cupola si staglia contro l’azzurro del cielo. Tutto è stato sapientemente calcolato per stupire e imprimersi nella mente, anche il luogo della costruzione, lungo il fiume Yamuna, è stato scelto perché geologicamente sarebbe stato impossibile costruire altri edifici attorno al mausoleo.
Vale la pena ricordare che siamo di fronte a una tomba, non è né un tempio né un castello, è un monumento funebre costruito nel 1632 che ospita le spoglie di Mumtaz Mahal, seconda moglie di Shah Jahan.
Intarsiato con pietre semipreziose, hanno partecipato ai lavori 20.000 persone tra artigiani e architetti provenienti da tutto il mondo. Sono tante le leggende che orbitano sulla storia del Taj Mahal e vale la pena approfondire un po’ la sua conoscenza per godersi pienamente la visita.
Dopo esserci prestati volentieri agli ormai rituali selfie con sconosciuti, scattiamo anche noi foto meravigliose e ci avviciniamo verso la sala che accoglie le tombe del sultano e della sua amata. C’è tanta gente ma non c’è calca, tutto scorre piuttosto rapidamente forse perché seguiamo la fila dedicata ai possessori di biglietti per stranieri che costano di più ma garantiscono una maggiore velocità.
Ora diciamocela tutta: il meglio del Taj Mahal è negli esterni. Man mano che ci si avvicina si ammirano ancora di più i colori e le elaborate decorazioni ma all’interno non si segnala nulla di particolarmente memorabile se non la grata che protegge i due cenotafi, scolpita finemente da un blocco di marmo unico.
Ci affacciamo lungo il fiume e sostiamo qualche minuto in giardino, seduti su una panchina all’ombra di rigogliosi alberi di sandalo. Dopo due ore usciamo e compriamo una t-shirt e delle calamite per 500 rupie (7.30 Euro). Aggiungiamo presso lo shop di Shilpgram anche un cofanetto.
Raggiungiamo il nostro Rama e proseguiamo verso la seconda tappa, il monumento funebre di Itimad-ud-Daula. L’ingresso costa 110 rupie (1.60 Euro) ma c’è uno sconto se si esibisce il biglietto del Taj Mahal per cui si paga 100 rupie (1.50 Euro). Anche questo è veramente molto bello e, anche se più piccolo, è visibilmente più decorato soprattutto negli interni. Per fortuna è anche molto ma molto meno visitato per cui c’è la possibilità di fare altre bellissime foto senza intrusi e godersi una visita tranquilla senza l’assillo della folla né di procacciatori che tentano di appiopparti la loro compagnia per farti da guida.
Partiamo per la terza destinazione, Chini-ka-Rauza, un’altra tomba messa piuttosto male. Qui l’ingresso è libero ma tutto è in completo stato di abbandono. Gli intarsi e le pietre sono quasi del tutto rimossi, non abbiamo incontrato un solo turista e c’erano ragazzi che giocavano a cricket lanciando la palla contro il monumento. In tutta onestà: è una visita che si può tranquillamente saltare.
Restiamo pochissimi minuti e poi ripartiamo verso il Mehtab Bagh, un parco celebre per le sue viste sul Taj Mahal dall’altra sponda del fiume Yamuna.
Anche qui ci fermano diverse persone per fare delle foto insieme e continuiamo ad essere sorpresi da quella che ormai è evidente una prassi abbastanza frequente: ho chiesto in un paio di occasioni i motivi di quelle foto ma le risposte sono sempre state evasive, quasi pudiche. Cose del tipo “le faccio vedere agli amici” oppure “le metto su Facebook” 😀
Queste richieste insolite ti fanno sentire un po’ una star di Hollywood, anzi di Bollywood, ma ci siamo sempre prestati con piacere e anzi abbiamo arricchito il nostro album con foto a nostra volta scattare insieme a loro. Alla fine ne abbiamo scattate 43 solo a gruppetti di sconosciuti!
L’ingresso al parco costa 100 rupie con lo sconto come per il precedente e vale la pena fare una visita, per la pace, i colori e la vista del Taj Mahal che sovrasta il placido fiume.
Torniamo verso il tuk-tuk e dichiariamo concluse le nostre escursioni, a questo punto della giornata siamo in confidenza con Rama e ci dice molto onestamente come stanno le cose per lui: se adesso lo accompagniamo in alcuni negozi di souvenir, lui prende un mancia di 20 rupie anche se non acquistiamo nulla. Quindi, considerata la sua disponibilità, accettiamo volentieri e ci facciamo portare un po’ in giro presso alcuni negozianti con cui ha questa collaborazione. In un due occasioni compriamo anche sei pashmine, una t-shirt, una scatola porta anelli, the, spezie, una federa per il cuscino, spendiamo 1800 rupie (26.35 Euro) e contribuiamo ad aumentare anche il compenso di Rama 😉
A cena raggiungiamo Pinch of Spice, che gode di ottime recensioni. Il locale è molto bello e arredato benissimo, decidiamo di ordinare alla carta e non servirci al buffet. Anche se sono soltanto le 20:00 abbiamo molta fame e ordiniamo come antipasto degli spring roll in versione indiana, in attesa delle portate principali: navratan pulao (riso con ananas, piselli, uvetta, funghi, fagiolini, carote e formaggio) e afghani murg (pollo marinato in cardamomo verde e kaju paste, cotto in tandoor). Per finire aggiungiamo mutton rogan josh (uno spezzatino di agnello “moderatamente” speziato, insaporito con curry). Spesa totale 1570 rupie (23 Euro).
Ok, la giornata è finita e siamo molto soddisfatti delle visite che abbiamo fatto. Rama ci riporta in hotel e prima di andare in camera risolviamo finalmente la questione sospesa con il pagamento della stanza, così domani mattina possiamo partire senza perdere in tempo durante il check out. Hai visto mai che ritroviamo di turno la stessa persona dell’arrivo? 😉

 

30/03 Agra – Fatehpur Sikri – Abhaneri – Galtaji temple – Jaipur

 

Partenza ore 11:00. Questa giornata sarà lunga e prevede un trasferimento in macchina da Agra a Jaipur.
Abbiamo organizzato tutto dall’Italia chiedendo un preventivo per il tragitto che volevamo fare a Ranjeet Singh, titolare di Colourful India Travel, un tour operator consigliato su alcuni forum di viaggiatori.
Sono bastate un paio di mail per fissare il prezzo a 5500 rupie (80 Euro). Sul posto si può trovare anche a qualcosa di meno ma abbiamo preferito avere la sicurezza del collegamento, che si è rivelato efficiente e professionale. La cifra includeva ovviamente la benzina, i caselli e l’autista (ho guidato in USA – e non solo – per migliaia di chilometri, ma mai ho pensato di poterlo fare in India!).
Alle 12:00 arriviamo a Fatehpur Sikri, altro Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. L’ingresso costa 250 rupie (3.60 Euro) e la navetta 10 (0.15 Euro).
Fino all’ingresso del complesso monumentale l’assillo di persone che ti avvicinano è continuo, in particolare sono bambini e ragazzi che provano a vendere qualsiasi cosa. La richiesta è incessante, a volte è addirittura necessario essere bruschi per fargli capire che non sei interessato, anche rischiando di risultare antipatico. Ti bombardano letteralmente di richieste, la frase che ho detto più spesso in India è “No, thank you” e qui ho messo il record assoluto.
All’interno ci sono molte cose da vedere e tutto è molto curato: le sale delle udienze private e pubbliche, la sala del tesoro, il giardino delle signore e il Panch Mahal, un padiglione con cupola a bulbo. Da non perdere le vasche ornamentali e il Palazzo di Jodh Bai, dimora della moglie di Akbar, è un mix perfetto di stili diversi: colonne indiane, cupole islamiche e tegole persiane azzurre e turchesi. Quando culture e popoli si incontrano possono nascere cose straordinarie.
Dopo ci trasferiamo verso la Jama Masjid, una moschea costruita nel 1571 dotata di una porta d’ingresso monumentale, la Buland Darwaza alta ben 54 metri.
All’interno della moschea si trova la splendida tomba di Shaik Salim Chishti, un mausoleo in marmo bianco del 1581 a cui si accede scalzi e con il capo coperto, sia uomini sia donne. Qui le donne senza figli legano alla grata di marmo antistante la tomba, un filo rosso come gesto votivo per propiziare una gravidanza.
Di ritorno verso il parcheggio ci fermiamo a comprare tre magneti per 60 rupie (0.45 Euro) e alle 14:30 siamo di nuovo in marcia, diretti verso Abhaneri dove arriviamo alle 17:00 per vedere il famoso Chand Baori, un pozzo a gradini che sembra uscito da un quadro di Escher.
Giusto venti minuti per fare delle foto e ripartiamo diretti al tempio Galtaji, altrimenti noto come Monkey Temple, dove arriviamo alle 19:00.
Ormai è buio pesto, turisti non se ne vedono e siamo un po’ timorosi mentre superiamo i cancelli d’ingresso. Alcuni ragazzi vestiti con abiti tradizionali ci vengono incontro e ci presentano a Sadhu Dubebaba che ci introduce nel tempio. Siamo soli, il sadhu ci fa strada e ci conduce verso una porticina chiusa con un enorme lucchetto. Tira fuori la chiave, apre i battenti e ci invita a entrare in una saletta. Sediamo per terra insieme a lui e improvvisa per noi una breve cerimonia privata per augurarci buona fortuna. Ci applica in fronte un tilak arancione, ci lega al polso un bracciale giallorosso, ci unge il dorso della mano con un olio profumato e poi recita un mantra incomprensibile mentre ci sfiora con una piuma di pavone. Alla fine ci spiega le differenze tra i colori e le forme dei tilak, che identificano la confraternita di appartenenza e rappresentano una visibile benedizione. La posizione è quella del terzo occhio, altrimenti conosciuto come “occhio spirituale”, secondo l’ayurvedica la sede della più importante terminazione nervosa del corpo umano.
Dopo seguiamo due bramini che ci portano dalle scimmie e ci raccontano di aver visto sette volte una tigre e più volte i leopardi, siamo nel loro territorio e il tempio ospita una ricca colonia di scimmie e due piscine: l’ambiente perfetto per il grande felino asiatico.
In questo tempio ci sono oltre 1000 scimmie e ad alcune di queste diamo da mangiare, il luogo è silenzioso e immerso nel verde. Dopo i timori iniziali ci godiamo una visita davvero unica, tanto che andiamo via contentissimi di averlo visto fuori dagli orari abituali. Anche perché i ragazzi ci dicono che arrivano in media 3/4 pullman al giorno di turisti italiani!
Alle 20:00 ripartiamo e dopo un’ora arriviamo in hotel, solito caos di traffico anche qui ma la stanza del Devraj Niwas ci ripaga del lungo viaggio: bella, pulita, spaziosa, con una verandina esterna privata circondata da bambù con due belle poltroncine di vimini per rilassarsi un po’.
Con le forze residue ci trasciniamo verso il ristorante The Forresta dove proviamo a ordinare qualcosa di non piccante per i nostri stomaci che iniziano ad accusare il regime alimentare ultra speziato. Purtroppo non c’è niente da fare, anche se ti assicurano che non c’è piccante o che è poco speziato, ti arriverà comunque una portata fumogena. Anche se lo definiscono “medium”, “mild” o “little bit”, aspettatevi comunque qualcosa che brucia in una scala che va dal nostro molto piccante al nucleare. Pazienza, piuttosto che ripiegare su McDonald e pizzerie ci immoliamo sull’altare del chutney sacrificati al Dio Peperoncino.
Ordiniamo pollo al sesamo marinato in miele e pepe, seekh kebab (polpette di agnello alla griglia, aromatizzate alla menta), riso biryani e riso fritto, entrambi con verdure di stagione. Dopo aver pagato il conto di 1700 rupie (25 Euro), ci trasciniamo in stanza dove ci aspetta un enorme letto a baldacchino per concludere un’altra soddisfacente giornata indiana.

 

31/03 Jaipur

 

Dopo una colazione leggera, con 100 rupie (1.50 Euro) ci facciamo portare al New Gate per iniziare un itinerario a piedi all’interno della Città Rosa. Sono 3 km da fare in 3,5 ore, almeno secondo quanto prevede la nostra guida, ma alla fine impiegheremo circa il doppio del tempo previsto perché veniamo subito rapiti dall’atmosfera del Bapu Bazar e non ci facciamo pregare per iniziare a fare un po’ di sanissimo shopping. Compriamo quantità industriali di orecchini, collane e bracciali per 700 rupie (10 Euro), un caffettano per 400 (5.90 Euro), infradito per 200 (2.95 Euro), un’agenda fatta a mano con carta riciclata per 140 (2.00 Euro) e due t-shirt e due magneti per 250 (3.70 Euro).
Nel mezzo non manchiamo di visitare alcuni palazzi storici. Cominciamo dall’imponente Hawa Mahal, cinque piani di arenaria rossa, da visitare perché ha un biglietto di ingresso cumulativo, che dura due giorni e permette l’ingresso a sette siti, tra cui l’osservatorio di Jantar Mantar e il celebre Amber Fort. Il biglietto costa 400 rupie (5.90 Euro).
Continuiamo a passeggiare fino all’ingresso di Jantar Mantar, altro luogo Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. All’interno ci sono una serie di strutture dalle architetture insolite e a prima vista incomprensibili, ma che hanno un senso logico, anzi scientifico. Stiamo all’interno di un osservatorio astronomico e quelle installazioni strambe sono perfettamente allineate con i principali pianeti e costellazioni: se siete esperti e appassionati di astronomia resterete incantati, altrimenti non lo troverete granché interessante però potrete fare ugualmente delle foto spettacolari.
Di fronte Jantar Mantar c’è il City Palace, la principale attrattiva di Jaipur. L’ingresso costa 400 rupie (5.90 Euro) ma non include la visita agli interni del palazzo dove ancora vivono i discendenti del maharaja. Per visitare queste stanze private si può fare un biglietto a parte che costa ben 37 Euro per una visita guidata di 45 minuti, uno sproposito rispetto agli standard indiani!
Anche nel City Palace troviamo due sale ormai familiari: Diwan-i-Khas e Diwan-i-Am, rispettivamente la sala delle udienze private e pubbliche. Nella prima ci sono due giganteschi recipienti d’argento alti 1.60 metri all’interno delle quali il maharaja, devoto induista, si faceva portare a Londra l’acqua del Gange per le sue abluzioni.
Il meglio del palazzo lo offre il cortile del Pitam Niwas Chowk su cui affacciano quattro coloratissime porte che rappresentano le stagioni. La più fotografata è quella dell’autunno, il Peacock Gate, con cinque bassorilievi di pavoni dal piumaggio sgargiante.
All’uscita continuiamo il nostro percorso pedonale lungo le mura della città vecchia e alcuni passanti ci indicano un tempietto di Krishna sull’altro lato del nostro marciapiede. Già al mattino ce l’avevano segnalato ma abbiamo declinato l’invito pensando che si trattasse del solito procacciatore che poi avrebbe provato a venderci qualcosa. Invece stavolta decidiamo di approfondire, quindi attraversiamo la strada ed entriamo. Altre persone ancora ci indicano la direzione per andare sul terrazzo dove scattiamo delle foto dall’alto, il tempio non era niente di eccezionale e alla fine pensiamo che l’invito ad andare e poi entrare era un gesto devozionale disinteressato.
Intorno alle 19:30 preleviamo per la terza volta da un ATM 10000 rupie (147.50 Euro) e poi rientriamo, distrutti dal caldo dal sole e dal caos delle strade, ci restano le forze giusto per una doccia e la cena.
A proposito, che si mangia oggi? Murg badshash, un pollo arrosto condito con zenzero, aglio e crema di yogurt, riso con cumino e parantha pudina per un totale di 1000 rupie (14.70 Euro). Stavolta abbiamo esplicitamente chiesto tutto non piccante anche se il pollo… un pochino… va be’, come non detto, non ce la fanno proprio!
Un’altra notte al reparto grandi ustioni 😀

 

01/04 Jaipur

 

Alle 12:00 usciamo diretti verso l’Amber Fort, a circa 13 chilometri da Jaipur. Ci porta un tuk tuk per 500 rupie (7.40 Euro) e il conducente ci aspetta fuori il parcheggio per la durata della visita.
Il forte è arroccato su una collina e ai suoi piedi c’è un laghetto in cui si specchia, il colore delle mura si confonde con quello della roccia e l’intera struttura sembra un pezzo unico scolpito nella montagna. Tutto intorno ci sono poderose fortificazioni che si arrampicano sui crinali a formare una muraglia difensiva insuperabile.
Si può raggiungere la cima e quindi l’ingresso del forte a dorso di elefante ma solo fino alle 12:00 e dopo le 15:30. Quando arriviamo noi i pachidermi sono a riposo e quindi ci tocca la scarpinata biblica fino al Jaleb Chowk, il cortile principale.
Varcato l’ennesimo portale di ingresso maestoso e decorato, superiamo il Ganesh Pol – il portone da cui si accede agli appartamenti del maharaja – e qui bisogna segnalare la luccicante Jai Mandire, la Sala della Vittoria, riccamente decorata con intarsi e specchi. Poi ci avventuriamo in altri corridoi e cortili, e ci perdiamo letteralmente nel dedalo di cunicoli e passaggi della struttura militare.
Dopo aver ritrovato l’orientamento, ci andiamo a sdraiare sulle amache fisse nel cortile centrale del maharaja su cui affacciano gli appartamenti delle donne. Qui attiriamo l’attenzione di un gruppo di turisti che arriva da Chennai e – indovinate un po’? – ci chiedono di fare alcune foto insieme. Decine di foto. Sono poliziotti e come posa scelgono la stretta di mano, ci mancava solo lo scambio dei gagliardetti e il calcio d’inizio. Scambiamo ancora qualche parola, tanti sorrisi e alla fine ci promettiamo di spedirci le foto via mail.
Sulla strada del ritorno ci fermiamo a scattare qualche foto allo Jal Mahal, il Palazzo del Vento, sul lago Man Sagar. Più che sul lago bisognerebbe dentro il lago, perché il palazzo è letteralmente immerso nell’acqua ricca di pesci e solo l’ultimo piano e il terrazzo emergono. Il sito non è visitabile ma si possono fare delle foto uniche.
Al rientro facciamo una pausa in hotel e poi usciamo di nuovo fuori per continuare lo shopping al bazar del New Gate. Mentre scendiamo dal tuk tuk una dolorosa botta al ginocchio ci mostra tutta la compassione degli indiani: arrivano in tre dopo aver abbandonato le bancarelle con la propria merce. Una signora rovescia una cassetta per farci sedere sul pulito, un altro porta il ghiaccio e un altro ancora viene a indicare come raggiungere una farmacia.
Per fortuna è solo una contusione e non c’è bisogno di approfondire, però abbiamo capito in questa occasione più che mai che anche se non hanno niente da dare, nel momento del bisogno non si tirano indietro e ti offrono ciò che possono. L’avevamo notato in altre situazioni dove eravamo spaesati e ci hanno sempre aiutato, e in questa occasione ne abbiamo avuto la conferma definitiva.
Ci fermiamo con loro per una pausa, poi ringraziamo tutti e zoppicando ci congediamo verso il miglior anestetico: shopping etnico compulsivo. Compriamo ancora infradito e un paio di cavigliere, poi rientriamo e consumiamo l’ultima cena a Jaipur a base di naan, riso con cumino, tandoor bharwa aloo (patate bollite con semi di sesamo), zeera murg tikka (bocconcini di pollo marinato nel cumino) e murg reshmi kebab (pollo sfilacciato con pasta di anacardi), conto finale: 1500 rupie (22.10 Euro).
Domani si riparte!

 

02/04 Jaipur – Delhi

 

Il personale del Devraj Niwas è molto attento alle richieste dei clienti, così ci concedono un check-out ritardato che ci permette di lasciare la camera alle 13:00. Saldiamo il conto e dopo mezz’ora prendiamo il taxi che ci porterà in aeroporto in 45 minuti per 600 rupie (8.85 Euro). Il volo è Air India comprato online al costo di 39 Euro e dura 50 minuti.
Lo so che questi brevi spostamenti si potevano fare in treno ed immergersi ancora di più nel concetto, sempre molto relativo, di “vera India”, ma siamo stati molto pragmatici e visto che il tempo a disposizione non era tantissimo abbiamo preferito evitare intoppi, ritardi e lunghi viaggi potenzialmente scomodi. Così, visto che le cifre dei voli interni non erano astronomiche, abbiamo preferito spendere un po’ di più ma guadagnare molte ore di tempo rispetto ai tragitti in treno, perché dovevamo ottimizzare i 10 giorni da affrontare con ritmi serrati.
Atterriamo a Delhi e cerchiamo il taxi prepagato, qui un servizio fornito dalla polizia della capitale, e con la tariffa governativa di sole 395 rupie (5.80 Euro) dopo un’oretta arriviamo all’hotel The Hans New
Delhi. Fanno un po’ di casino con la stanza perché ce ne assegnano una con letti separati, allora torniamo a farci sentire e ce ne mostrano un altro paio da scegliere. Così finiamo al piano 20 di 21, bella stanza e vista decisamente panoramica.
Facciamo qualche ricerca su internet e troviamo il Rajdhani Thali Restaurant, un ristorante esclusivamente vegetariano. Ha ottime recensioni ed è consigliato anche sulla guida, quindi lo raggiungiamo a piedi visto che dista solo 600 metri da noi. La formula è sfiziosa: all’ingresso ti disegnano un tilak di benvenuto sulla fronte, poi ti portano al tavolo e dopo pochi istanti arriva un cameriere con una enorme brocca di ottone piena di acqua calda e la fa scorrere in un catino mentre ti lavi le mani. Dopo ti portano una gamella di acciaio con dentro altre ciotoline e inizia una processione di camerieri che a turno riempiono i recipienti con zuppe, formaggi, creme, verdure, riso, semole e così via fino ai dolci. In totale sono 23 assaggi di cui puoi chiedere il bis finché vuoi, il tutto servito con diversi tipi di pane che portano rigorosamente caldo, appena cotto. Un servizio davvero eccellente, come la cucina di ottima qualità, per l’incredibile cifra di 900 rupie per due persone! (13.20 Euro).
All’uscita mastichiamo un po’ di jhilmil supari, un misto di spezie digestive che rinfrescano la bocca, e ci godiamo un improvviso temporale tropicale che ci coglie a metà strada. Questa ci mancava!
Lo spettacolo finale ce lo godiamo dalla postazione privilegiata al ventesimo piano, dove la nostra televisione è una grande finestra che mostra una tempesta di fulmini abbattersi sulla notte scura di Delhi.

 

03/04 Delhi

 

Dopo tutte le verdurine della sera prima, al mattino la colazione in hotel ci riserva una gradita sorpresa: finalmente riusciamo a mangiare un po’ di sano bacon fritto e salsiccia! Ci aggiungiamo anche pane tostato, marmellata, ciambelle, cornetti, nastrine, succo di mango e alle 11:00 siamo in strada diretti alla metro.
Sì, la metro. Ne avevamo letto bene ma dopo ciò che abbiamo visto nelle strade indiane dubitavamo che potesse essere davvero come nelle descrizioni. E invece no, tutto è stato confermato: la metro è sorprendentemente pulita ed efficiente, anche più di quelle che ho usato in Europa. Una cosa che non ti aspetti.
I controlli all’interno sono simili a quelli degli aeroporti: nastri per i bagagli e metal detector, quindi risulta difficile non pagare il biglietto 🙂
Gli accessi sono separati uomini-donne e anche i vagoni sono diversi: ci sono quelli per sole donne e quelli misti. Spendiamo 10 rupie (0.15 Euro) per arrivare in Chatni Chowi e una volta emersi siamo di nuovo circondati dal caos, più forte che mai.
Disorientati nella folla, stavolta cediamo alla corte di un ciclorisciò che ci vuole accompagnare alle mete che abbiamo in programma: Forte Rosso, Jama Masjid e mercato delle spezie. Ci chiede solo 150 rupie (2.20 Euro) e subito dopo la partenza abbiamo già deciso che alla fine gli avremmo raddoppiato il compenso perché ci sembrava davvero troppo poco.
All’ingresso del Red Fort ci avvicina un ragazzo del posto che inizialmente scambiamo per il solito ambulante ma non è così, anzi, ci dà una bella dritta perché eravamo nella lunghissima fila riservata agli indiani mentre potevamo andare al botteghino per gli stranieri che era praticamente vuoto!
L’ingresso costa 250 rupie (3.70 Euro) e va detta una cosa in tutta sincerità: onestamente, dopo aver visto i forti e i palazzi di Agra e Jaipur, questa struttura non risulta granché e si potrebbe tranquillamente evitare. Mentre vaghiamo nei giardini diversi ragazzi ci chiedono di fare foto insieme e verso la fine del percorso ritroviamo il nostro amico che ci aveva suggerito la fila giusta per noi, anche lui trova il coraggio e finisce per farci una foto.
All’uscita ritroviamo Santos che con il suo ciclorisciò ci porta alla moschea Jama Masjid, la più grande d’India, dove entriamo alle 14:00, appena terminata la preghiera del venerdì. L’ingresso costa 300 rupie (4.40 Euro) e vale la pena entrare anche solo per ammirare il quadrilatero circondato dai minareti alti 40 metri, capace di ospitare 25.000 fedeli.
Ci mettiamo in un angolo a leggere sulla guida le informazioni sulla moschea quando a un tratto, complice la giornata festiva, ci ritroviamo letteralmente circondati da famiglie e indovinate un po’ cosa vogliono? Foto, foto, foto.
Qui in assoluto mettiamo il record di foto scattate con indiani, sono decine di persone che a turno si mettono in posa sorridenti al nostro fianco rivolti verso gli smartphone di amici e parenti. Più volte gli diciamo di usare la moschea come sfondo ma niente da fare, saremmo controluce e la foto verrebbe male: meglio la cancellata arrugginita alle nostre spalle! Ci divertiamo molto a scherzare con loro, stringere mani, abbracciare i bambini più timidi e recalcitranti che le madri trascinano verso di noi come se fossimo il Babbo Natale seduto nei grandi mall americani. Non basta spostarsi perché anche all’angolo opposto riceviamo le stesse richieste da altre famiglie, alla fine usciamo molto carichi e ci sfoghiamo al mercato delle spezie. Qui inizia un’altra sessione di shopping selvaggio: pacchi da 250 grammi di cumino, curcuma, curry, coriandolo, masala intero e trito, chilli e vari tipi di the. In tutto spendiamo 1500 rupie (22.10 Euro).
Dopo gli acquisti ci facciamo portare alla fermata della metro e una volta a destinazione Santos, invece di ringraziare per avergli raddoppiato il prezzo concordato e aggiunto una buona mancia, si impunta dicendo che il prezzo concordato era per ora e non per tragitto. Sapevamo di questo giochino, ne avevamo letto ma nessuno l’aveva messo in pratica finora, la cifra richiesta in ogni caso non è esosa ma è la presa in giro che non digerisco, quindi gli lascio i soldi sul risciò, volto le spalle ed entro in metro. Rispetto al mattino siamo nell’ora di punta e c’è una gran fila, quindi dopo un po’ decidiamo di rinunciare ai mezzi pubblici e torniamo in superficie dove ritroviamo ancora il buon Santos che come se non fosse successo niente era pronto a riprenderci a bordo e domanda: “Where?”
Lo ignoriamo e prendiamo un tuk tuk che ci porta al Main Bazar per 350 rupie (5.10 Euro). Qui compriamo tutto il resto: magneti, vestiti, sportine, immagini delle divinità hindu, bracciali,orecchini, kajal, the, scatolini, borse… una marea di roba con meno di 2000 rupie (circa 30 Euro). Alla fine non trattiamo neanche più tanto siamo distrutti, in fondo le cifre sono sempre irrisorie e gli assilli continui, a volte snervanti…
Ceniamo al Kaffa con murgh makhani, petti di pollo cotto in tandoori con pomodoro, burro e crema, accompagnati da saada chawal, riso basmati e pane laccha parantha. Spendiamo 950 rupie (14 Euro) e ci prepariamo per l’ultima notte indiana, la valigia può attendere. Almeno fino a domani.

 

04/04 Delhi – Roma

 

Dopo una gran colazione è il momento di fare le valigie. Anche se abbiamo davanti a noi tutta la giornata da trascorrere in città, dobbiamo lasciare la stanza e quindi dobbiamo preparare i bagagli come se dovessimo andare in aeroporto. Per fortuna un temporale spaventoso si scatena e ci trattiene in hotel, così abbiamo tutto il tempo per organizzare la nostra giornata. Come orologi sincronizzati con il meteo, quando abbiamo finito è spuntato il sole e l’aria è mite.
La prima tappa è ancora un ATM per ritirare le ultime 3000 rupie (44.20 Euro) e poi in metro arriviamo fino alla Humayun’s Tomb, monumento funebre che ha ispirato il Taj Mahal. L’ingresso costa 250 rupie (3.70 Euro) e la passeggiata da fare è molto gradevole.
Sostiamo qualche tempo tra gli alberi e gli scoiattoli e poi ci avviamo verso l’uscita per fare gli ultimi acquisti. Andiamo in tuk-tuk fino al Janpath Market dove scateniamo l’ultimo shopping isterico con una spesa totale di ben 30 euro. Cosa finisce nello zaino questa volta? Sciarpe, maglie, gonna, sportine, parei, bracciali, orecchini, agenda, shottini, statua del Buddha sdraiato e una decina di federe per cuscini, oltre agli immancabili magneti.
Questo mercato è il più turistico (e pulito) che abbiamo visto in tutto il viaggio. Qui abbiamo trovato praticamente tutto quello che avevamo acquistato nei giorni scorsi ma i prezzi, per quanto bassi, erano comunque alti rispetto agli acquisti precedenti. In questo bazar abbiamo ripreso a contrattare perché conoscevamo già i prezzi di alcuni oggetti e ci siamo accorti che i commercianti rincaravano di brutto. Su quasi tutto quello che ci interessava comprare sono scesi del 50% semplicemente rifiutando il prezzo iniziale e voltando le spalle… Su altri articoli invece non ci sono stati margini di trattativa, per esempio le scatoline di marmo comprate a Jaipur erano vendute a un prezzo maggiore e non scendevano più di tanto. quindi ci siamo sentiti ancora più soddisfatti dei buoni acquisti fatti in quella città.
Alla fine rientriamo in hotel verso le 17:00, ci cambiano nello spogliatoio e prenotiamo il taxi per l’aeroporto per 600 rupie (8.85 Euro).
Al check-in scopriamo che le nostre valigie portano oltre 16 chili in più rispetto all’andata! Per fortuna il limite di 30 chili di Emirates non ci ha fatto temere costosi supplementi. A quanto pare noi siamo dimagriti ma qualcuno è decisamente ingrassato! 😉
Una volta entrati nel duty free pensiamo a come spendere le ultime 250 rupie (3.70 Euro) e subito ci vengono incontro due meravigliose sportine di Delhi per la cifra finale di 249,60 rupie, bingo!
Con questo acquisto pensiamo di aver sconfitto il dio dello shopping ma un paio di negozi ci attirano e ci seducono: non abbiamo dolci da portare in Italia e così finiamo per comprarne giusto un paio di chili!
Sono passate le 21:00, tra circa un’ora il nostro volo ci riporterà in Italia e mi allontanerò ancora dall’India. Questa volta, però, con uno spirito diverso, non ostile come in passato.
Anche per questo viaggio non esprimerò giudizi né opinioni su miseria e ricchezza, sulla sporcizia e comportamenti che per noi restano incomprensibili. Non ho le competenze per fare analisi del genere, che per essere credibili dovrebbero andare oltre populismi e demagogie e fondarsi su una completa conoscenza di storia, cultura, tradizioni, religioni, lingue, usanze, costumi, politica, ecc… e io non ho la pretesa di conoscere l’India così bene solo perché l’ho visitata un paio di volte, io al massimo posso consigliare un ristorante 😉
Sono stato bene, ho trascorso giornate piene di cose da fare, da vedere, da provare e torno a casa con un’idea migliore rispetto al passato. Questa era la sfida del viaggio: cambiare idea, fare pace con l’India. Pace fatta.

 

Note
In media le temperature durante il giorno sono state sui 34/36 gradi con punte di 38. Le minime non sono mai scese sotto i 24.
Tutti gli hotel sono stati prenotati su Booking.
Libro letto su Kindle: Bambino 44 di T.R. Smith.
Guide di riferimento: India del Nord della serie Lonely Planet  e India fai da me di Claudia Marforio.
Quest’ultima guida l’ho trovata particolarmente utile: essenziale, precisa e piena di consigli pratici che si sono rivelati molto preziosi. Mi è piaciuta, forse perché ha uno stile asciutto e concreto in linea con i miei diari di viaggio 🙂
E infine grazie al mio amico e collega-viaggiatore Paki, per le dritte che ha saputo darmi anche in questa occasione.
Come sempre spero che questo diario possa stimolare e aiutare altri viaggiatori, sono a disposizione in caso di domande ;)

Diario di viaggio: Cambogia

Bayon_blog

Ebbene sì, è tempo di ferie. Tempo di rimettersi in viaggio 😉
Tranne la parentesi parigina dell’estate 2012, è da un paio di anni che non faccio un bel giro come si deve. Così, dopo aver raccolto per mesi informazioni, ho scelto la méta da raggiungere: la Cambogia.
Vado finalmente a visitare i templi di Angkor, la civilità millenaria del popolo khmer, le foreste incontaminate, luoghi e spiagge ancora non raggiunti dal turismo di massa. Il viaggio è stato organizzato interamente su Internet: voli, pernottamenti, trasferimenti, tutto. Come sempre nel reportage quotidiano proverò a trasmettere non solo la descrizione dei luoghi e le sensazioni personali, ma anche alcuni dettagli su prezzi, ingressi, pasti, biglietti, ecc… in pratica tutto ciò che rende utile un reportage non fine a se stesso ma destinato ad altri viaggiatori 😉

 

01/03 Roma – Shanghai – Phnom Pen

 

Si parte. Si parte dall’aeroporto di Roma Fiumicino, con un volo China Eastern diretto a Shanghai. L’acquisto è avvenuto su Tui.it il 10/12/2012, 650 Euro a/r con destinazione finale Phnom Pen, la capitale cambogiana.
La durata del primo collegamento è stabilita in 11 ore e 40 minuti, ma si arriva a destinazione dopo 10 ore e mezza di un volo indimenticabile. Per la prima volta mi dirigo verso l’Oriente definito “estremo”, e lo noto appena salito a bordo: gli occidentali saranno una decina al massimo. Le sedute sono quelle standard, vuol dire che quelli alti soffriranno come al solito. E chi non lavora come contorsionista al circo di Pechino, soffrirà lo stesso anche se è alto un metro e mezzo: le poltrone degli aerei non sono fatte per dormire, c’è poco da fare. Ok, rinuncio. Aspetto che servano il pasto, sorprendentemente buono (noodles con pollo e tofu), e guardo in serie due film e un cartone animato, recitati in lingua originale e con sottotitoli in inglese. Il primo film mi ha rapito: era una versione cinese di Chocolate, solo che i protagonisti sono due uomini che si contendono una donna a colpi di baguette. Sì, perché il cioccolato francese è stato solo d’ispirazione per il regista, in realtà i giovanotti sono due fornai. In breve: il fornaio indigeno è innamorato di una donzella locale, un bel giorno arriva il fornaio occidentale e inizia a sfornare sfilatini mai visti prima 😉
Il fornaio viene da Parigi, si chiama Mr. Bread (originali!) e ha una vaga somiglianza con Johnny Deep. Non vi svelo il finale perché sono sicuro che con queste premesse correrete a noleggiarlo e non voglio rovinarvi la sorpresa.
Torniamo al volo. Tutto fila liscio tranquillo, i vicini sono discreti, c’è silenzio. All’imbarco avevo visto alcuni passeggeri indossare mascherine bianche da infermiere. E’ un gesto di rispetto, educazione, cortesia, molto gradito a un ipocondriaco, anche se quando calano le luci produce un effetto orrorifico: mi alzo per sistemare una cosa nello zaino e noto che sono tantissimi. Sembrano tanti Hannibal Lecter pronti a entrare in azione nella penombra: un motivo in più per restare sveglio 😉
All’alba qualcosa cambia, forse siamo entrati nello spazio aereo cinese perché alcuni subiscono una mutazione improvvisa. Dopo la colazione inizia un imbarazzante notiziario dall’interno: rutti, lingue che risucchiano avanzi tra i denti riproducendo i versi del fringuello, e sputacchi e scatarri elegantemente depositati nel sacchetto del vomito. Da vomito. Bisogna adattarsi, in fondo sono un ospite adesso 😉
Per fortuna dura poco, a uno sputo da dove siamo c’è l’aeroporto: si atterra a Shanghai e si procede verso il terminal 3 per il prossimo volo. Solo, nel mezzo, c’è un’attesa di circa 5 ore da trascorre nel duty free, giusto il tempo di cambiare qualche soldo e sgranchirsi le gambe 😉
L’aereo per Phnom Penh parte puntuale, il volo dura 4 ore e a bordo servono una cena a base di pasta e maiale con bamboo. L’aeroporto è piccolo e una volta a terra ci sono da sbrigare le pratiche per il visto d’ingresso: moduli da compilare (è necessario consegnare una fototessera) e 20 dollari da pagare per l’ingresso turistico. Il tempo di fare tutto e il bagaglio è già sul nastro, pronto per essere ritirato. Una volta fuori dall’aeroporto ci attende il trasferimento per l’hotel, prenotato dall’Italia al costo di 12 dollari. Il tragitto dura 30 minuti e l’impatto con la Cambogia si fa subito sentire: strade semideserte, poco illuminate, l’aria calda sembra rallentare tutto ma a destinazione arriviamo lo stesso.
L’hotel The Plantation è su una stradina laterale dell’arteria principale che porta dritti al palazzo reale, l’impressione generale non è buona. E’ molto tardi, c’è poca luce e sembra deserto. Ci accompagnano in camera e per fortuna tutto viene ribaltato: la stanza è bellissima, enorme, con baldacchino, e un futon pieno di cuscini compone un rilassante angolo-salottino. E’ ormai l’una, non resta che sistemare le lancette dell’orologio (+6 ore rispetto all’Italia) e dormire. Domani c’è ancora da viaggiare.

 

03/03 Phnom Penh – Siem Reap

 

La giornata inizia con una ricca colazione a bordo piscina. Finalmente l’hotel rivela il meglio di sé, confermando l’ottima impressione suscitata al momento della prenotazione: il giardino tropicale è rigoglioso, tutto attorno alla piscina ci sono gazebi in ferro battuto con lettini prendisole ma siamo concentrati su altro… un buffet enorme, per esempio. Croissant, fagottini, the, succhi, riso saltato con verdure e salsicce. Mangiamo alla grande e bene, poi si fanno di nuovo i bagagli e ci rimettiamo in marcia. Per arrivare a Siem Reap ci sono diverse opzioni: pullman, minibus, auto privata. Si va dai 12 agli 85 dollari, per un tragitto lungo 320 chilometri. Fuori dall’albergo contrattiamo il passaggio su un’auto privata, ci accordiamo per 65 dollari e ci gustiamo una guida pittoresca, a tratti pericolosa: il codice della strada è praticamente assente. Sorpassi in curva, invasione della corsia di marcia opposta, immissioni dalle strade laterali in stile “uscita dai box” di Formula 1.
Gli abitanti del posto sono abituati, l’insieme apparantemente caotico ha una sua armonia: nessuno insulta, nessuno si arrabbia, e a dispetto di quanto si possa immaginare il clacson viene usato molto poco.
La strada è lunga, attraversa decine di paesi e villaggi e dona immagini uniche. I marciapiedi sono praticamente inesistenti, tutto avviene sul ciglio della strada: ci si lava, si fa commercio, si gioca, si pascolano gli animali…
C’è tanto verde e tanta acqua, il fiume-lago Tonle Sap ci accompagna per tutta la parte iniziale del viaggio e lascia solo immaginare che portata può avere durante la stagione delle piogge: ora è in fase di secca e lascia scoperte le fondamenta delle case che invece di essere interrate sono del tutto emerse. In pratica sono palafitte di legno e cemento, decorate finimente o ridotte a stamberghe, tetti di lamiera, paglia, pietra, sono queste le caratteristiche di quasi tutte le abitazioni che arricchiscono il paesaggio. Dopo 5 ore di viaggio arriviamo a destinazione presso il Royal Crown Hotel & Spa di Siem Reap. Mentre sistemano le pratiche del check-in ci servono un cocktail di benvenuto, dopo ci accompagnano in camera e arriva una botta di folle terrore: con me non ho più il portafoglio. Nel pagare l’autista e consegnare i documenti alla reception qualcosa non ha funzionato, mi immagino già al telefono a bloccare le carte di credito e a trovare soluzioni per i giorni a venire. Mi vedevo già a lavare i piatti nel ristorante dell’hotel e a lavorare sul loro sito internet per i prossimi anni, perché in reception non avevano ritrovato nulla! Al rientro in camera controllo meglio i bagagli e poi – finalmente! – arriva il sospiro di sollievo: zaino nuovo, con tante tasche, un po’ di stanchezza, e il portafoglio si era infilato dove non avevo visto. Ma non solo! Perché era insieme al passaporto, solo che quest’ultimo non mi ero neppure accorto di averlo “perso”!
Insomma, per festeggiare resta da fare solo un bel bagno rilassante in piscina: infilo la testa sotto il getto d’acqua soffiato dalla proboscide di un elefante in pietra e mi schiarisco le idee. Le schiarisco abbastanza da capire che il mio stomaco ha bisogno di essere riempito, così raggiungiamo un bel locale vicino Pub Street (il nome rappresenta esattamente la caratteristica principale di questa animata strada) ed entriamo diretti da Angkor Palm. Ci sediamo attorno a un bel tavolo con poltroncine di vimini e ordiniamo senza esitazione il pezzo forte del locale: sette assaggi di piatti tipici per due persone, alla modica cifra di 14 dollari. Tutte le pietanze sono servite in piccoli recipienti fatti con foglie di banano, nell’ordine mangiamo: fresh spring roll, involtini fatti con verdure locali da intingere in una salsa aromatica con granella di arachidi; mango salad, un’insalata del frutto con aggiunta di pesce affumicato; ribs pork: piccole costine di maiale arrostite e condite con miele; fish amok, la specialità di Siem Reap, pesce del Mekong stufato e cotto con latte di cocco; Green curry con pollo; Cha ta kuong, degli spinaci d’acqua saltati; riso bollito per accompagnare il tutto. E il tutto è molto buono. Tranne il dessert, ecco quello era proprio da non presentare: brutto da vedere e cattivo da mangiare. Sembrava un frullato di qualche frutto mischiato con pesce avariato, una conclusione non degna di una cena spettacolare.
Tornando verso l’hotel ci fermiamo a prenotare un tuk tuk (motorini attrezzati con un rimorchio per portare i turisti in giro) per l’indomani. La richiesta è di 15 dollari per l’intera giornata da dedicare allo “small circuit”, il piccolo circuito dei templi.
I templi sono quelli di Angkor, la tappa-protagonista assoluta di questo viaggio. Nota di servizio: trattare sul prezzo è una sorta di consuetudine locale ma in certe occasioni si potrebbe (e dovrebbe) evitare. Perché? Perché se un uomo ti chiede l’equivalente di 12 Euro per scarrozzarti in giro tutto il giorno, con tanto di tappe e attese all’esterno per la durata della visita… cosa c’è da contrattare? 😉

 

04/03 Siem Reap (piccolo circuito Angkor Wat)

 

La giornata inizia alle 8:00 con una sostanziosa colazione dal buffet dell’hotel: croissant, pancake, frutta, frittelle kmher e l’ormai immancabile riso saltato con uova e piselli. Un bel pieno di energia per una lunga giornata di escursioni.
Jet è il ragazzo che ci accompagnerà con il suo tuk tuk, il mezzo di trasporto più usato a Siem Reap. La strategia è assolutamente vincente: viaggiare nel senso opposto a quello normalmente seguito dal flusso turistico. Il programma è fitto perché le cose da vedere sono molte, Jet ci lascia all’ingresso di ogni sito e ci aspetta all’uscita per proseguire verso la prossima tappa. Ci sono tanti templi, Angkor Wat è un complesso gigantesco costruito in secoli diversi e con dimensioni ciclopiche, frutto dell’ingegno di regnanti che venivano venerati come dei e come tali si comportavano con i sudditi. Gli edifici trasudano storia, le decorazioni e i bassorilievi narrano vicende e leggende del popolo khmer.
I siti di maggiore interesse sono tre: Ta Prohm, suggestivo per via delle radici degli alberi che hanno letteralmente avvolto le strutture in pietra, creando effetti sorprendenti tra roccia e legno che sembrano impegnati in una lotta eterna e immobile. Poi c’è la città fortificata di Angkor Tom che ospita l’imponente Bayon, un edificio decorato splendidamente con enormi volti del sovrano Jayavarman VII che sembrano guardare il visitatore da ogni angolazione. E per finire, ovviamente, Angkor Wat con il suo fossato enorme da cui si accede per mezzo di lunghi pontili in arenaria.
Ogni descrizione mi viene difficile, sono luoghi da vedere, vivere, non sono solo siti turistici. Dentro c’è vita, la senti nell’aria, nei muri, nelle sculture, nei passaggi, nella natura rigogliosa, verde e immensa che è la vera vincitrice, la protagonista assoluta di questo complesso. E’ la natura che vince sulla pietra, la natura che concede spazi all’uomo dimostrando di poterli riprendere quando vuole.
Quindi, piuttosto che fare un’accurata descrizione di ogni tempio visto, preferisco suggerire informazioni utili in caso di visita: il biglietto di ingresso costa 20 dollari al giorno e deve essere mostrato all’ingresso dei principali templi, non perdetelo! Portate con voi una guida turistica per capire cosa state vedendo, com’è stato costruito, quando e perché. Viaggiate muniti di una grande scorta d’acqua, perché l’umidità è tanta, fa caldo e si suda moltissimo. Non dimenticate la crema solare e uno spray antinsetti tropicali se non volete tornare in albergo gonfi come una zampogna.
Ogni sito ha il suo stuolo di venditori ambulanti che proveranno a vendervi di tutto: guide improvvisate, cd musicali, statuine, cartoline, alimenti e bibite. Spesso saranno i bambini ad avvicinarvi, e sarà davvero impossibile accontentare tutti. In alcuni templi è possibile fare delle offerte a monaci e monache buddhisti che pregheranno per voi e vi daranno degli incensi da offrire a bellissime statue di Buddha. E’ un rituale, non importa se siate buddhisti o meno, se volete immergervi in questa esperienza, imitare la gestualità dei nostri ospiti è un atto di cortesia e rispetto che non guasta mai. La cosa certa è che non si commette nessun sacrilegio, né verso la loro né verso la vostra fede.
L’intera durata del percorso, condita dalle immancabili fotografie che non possono essere altro che suggestive, richiede circa 8 ore. Il piccolo circuito ha più cose da vedere a piedi, ma meno distanti l’una dall’altra rispetto al grande circuito.
Solo domani saprò quanto tempo ci vorrà per la seconda parte della visita. Sì, perché domani si ricomincia e si viaggia verso nuovi spazi, nuove storie, nuove esperienze. Sempre con Jet, per la cifra di altri 15 dollari 😉
Prima di accompagnarci in albergo ci porta di sua volontà in un campo di sterminio dei tempi di Pol Pot, il dittatore espressione del comunismo agrario che sterminò quasi due milioni di cambogiani sul finire degli anni ’70, una ferita non ancora rimarginata. In questo lager, per una quantomai azzeccata legge del contrappasso, ora c’è una scuola buddhista. Assistiamo alla funzione e assorbiamo forza dai mantra recitati dalle voci dei piccoli monaci, un bel pieno di energie al termine di una giornata ricca di immagini, suoni, profumi, colori che mi resteranno dentro per tutta la vita. Le mie sono pur sempre impressioni personali, ma una cosa è certa: visitare Angkor non vi lascerà indifferenti.
Tornati in hotel individuiamo il locale per cena e lo raggiungiamo con una passeggiata di qualche minuto, si trova in Alley Street, una parallela della movimentata Pub Street, prevalentemente occupata da ristoranti.
La nostra scelta è Amok, e il nome è tutto un programma perché sono specializzati nel cucinare l’omonimo piatto khmer. Ordiniamo una degustazione di antipasti (noodle con pollo, spring roll di verdure locali e insalata di papaya con gamberi) e una degustazione di 5 amok: pollo, maiale, manzo, gamberi e verdure, tutto servito nella classica foglia di banano e accompagnato da generose porzioni di riso. Spesa totale 19,50 dollari.
Prima di rientrare in hotel passeggiamo lungo Pub Street e Night Market dove iniziamo a individuare tutti i souvenir da portare in Italia, lo shopping è previsto per l’indomani 😉

 

05/03 Siem Reap (grande circuito Angkor Wat)

 

La giornata inizia presto con un programma già definito: proseguire e concludere il grande circuito dei templi di Angkor Wat. In termini di chilometri da percorrere con il tuk tuk, le distanze sono maggiori del giorno precedente ma il numero di siti da visitare è minore. Come minore sarà l’impatto emotivo. E qui ci scappa il consiglio per il viaggiatore: la mossa giusta da fare per una visita ben fatta, che distribuisca al meglio le energie da impiegare e le soddisfazioni da cogliere, consiste nell’avventurarsi prima con il piccolo e poi con il grande circuito. E, come già scritto, seguire entrambi con un ordine inverso rispetto a quello solitamente proposto dalle guide, in questo modo si evitano gli orari di punta e alcuni templi risulteranno praticamente semi-deserti. Procedendo così si visitano, nell’ordine: Pre Rup, Mebon, Ta Som, Preah Neak Poan, Preah Khan, Phimeneakas e la Terrazza degli Elefanti.
Come già anticipato, i templi sono di minore importanza rispetto a quelli del primo giorno ma una nota meritano il Ta Som, da attraversare tutto, fino in fondo, per scoprire solo verso l’uscita una magnifica arcata completamente avvolta da una radice; il Preah Neak Poan perché accessibile solo per mezzo di una lunga passarella in legno che fende una vegetazione ricchissima che affonda le radici direttamente nell’acqua. E per concludere in bellezza il Preah Khan, assolutamente all’altezza dei templi visitati il giorno precedente ma con una caratteristica positiva in più: è meno celebrato rispetto ai siti più noti, e quindi meno affollato. Ma vale la pena visitarlo perché è uno dei quattro templi più belli di Angkor (gli altri sono tutti nel piccolo circuito, vale a dire: Bayon, Ta Prohm e, ovviamente, Angkor Wat). La visita iniziata alle 10:30 è finita intorno alle 16:30 e sulla strada del ritorno abbiamo fatto una sosta per meditare in un bellissima pagoda buddhista, Wat Preah Prohm Roth (vale la pena una visita, anche se non siete buddhisti).
I giorni di Siem Reap sono stati intensi e faticosi, quindi una volta rientrati in hotel un massaggio khmer per concludere in bellezza è quasi un obbligo. Per 12 dollari ti strizzano, stirano e piegano dalle tempie fino alla punta dei piedi, per un’ora. Dopo, in una condizione di pieno appagamento per le esperienze fatte e le cose viste, ci dirigiamo nuovamente verso Pub Street per cenare. Stavolta la scelta cade su Cambodian BBQ per via del menù etnico e le modalità in cui viene servito. In pratica con 16 dollari servono un bel menù degustazione per due persone, che consiste in un vassoio circolare con: manzo, pollo, maiale, seppie e – udite! udite! – coccodrillo. Tutto a crudo. Poi arriva un piccolo barbecue che viene posto al centro del tavolo, e ricorda i templi di Angkor: la base è una pietra ollare semisferisca che conserva il calore, mentre la grata per cucinare emerge dalla pietra con la medesima forma, e tutto intorno è circondata da un “fossato” fatto con brodo di pollo, noodles e verdure che restano a bollire durante la cottura della carne. Ah! Visto che sarete voi a gestire la cottura del cibo, evitate la modalità cosiddetta “al sangue” 😉
La serata finisce con il classico shopping serrato prima della partenza, così infiliamo nelle borse ogni genere di cose: abiti tradizionali, t-shirt, calamite da frigo (immancabili), the, spezie, federe per cuscini, pashmine, tovagliette, portafazzoletti e sicuramente qualche altra cosa che ora dimentico (spesa totale circa 60 dollari). Dopo si va a dormire, domattina sarà un’altra lunga giornata ma Siem Reap ha mantenuto le sue promesse e ci lascerà un ricordo indelebile.

 

06/03 Siem Reap – Koh Kong

 

Giornatone di viaggio. Ancora una macchina, anzi due perché un primo autista ci porterà fino a Phnom Penh e da lì un suo collega ci accompagnerà verso la destinazione finale di questa nuova tappa: Koh Kong. La spesa totale del trasferimento consiste in 135 dollari, il viaggio dura circa nove ore per percorrere 600 chilometri. La prima parte la conosciamo, la seconda no ed è sicuramente molto più suggestiva anche perché, qualche ora dopo la ripartenza da Phnom Penh si arriva alle falde dei Monti Cardamomi… e si sente. Si sente letteralmente perché l’abitacolo viene invaso dal profumo intenso di questa spezia. La strada a tratti diventa una mulattiera, i veicoli diventano sempre di meno e a un certo punto si viene avvolti dalla foresta, immensa. Quando siamo in cima sta tramontando e il sole va spegnendosi su un paesaggio incredibile: la foschia dei tropici avvolge le fronde di alberi altissimi, a perdita d’occhio.
Questa zona è un parco protetto e per fortuna resterà così, sono state già scongiurate buona parte delle pericolose speculazioni commerciali che hanno distrutto le adiacenti foreste thailandesi. Speriamo resistano ancora e valorizzino il turismo ecologico, perché attualmente il parco non è ancora attrezzato in questo senso. Il tratto finale della strada che porta a Koh Kong coincide con il Conservation Corridor, un luogo di transito dell’elefante indiano che però, purtroppo, non riusciamo a vedere 😉
Dopo una discesa da brividi si arriva al mare, ed è proprio lì che si trova il nostro hotel, il Koh Kong Bay, a 10 chilometri dal confine thailandese. Qui il turismo sta cominciando ad affacciarsi ma andare adesso sa ancora di avventura, difatti gli occidentali sono pochissimi. Facciamo un giro di perlustrazione e ci rendiamo conto di quanto piccola sia la città quando, chiedendo a un poliziotto un’informazione per raggiungere il centro, ci ha risposto che non capiva l’inglese ma che avrebbe soddisfatto la nostra richiesta. Quindi si è allontanato, è entrato in un locale dove celebravano un matrimonio ed è uscito con sottobraccio… lo sposo! 😀
Abbiamo scambiato congratulazioni e auguri e, anche lui in un inglese stentato, ci ha dato l’informazione richiesta, poi l’abbiamo lasciato ai suoi festeggiamenti non senza aver scattato delle foto alla coppietta di sposi, vestiti in maniera fantastica. Lui sembrava il domatore di un circo ma lei era davvero bellissima.
Questo episodio finora è emblematico delle sensazioni che ho ricevuto dai cambogiani: ti ascoltano, se possono ti aiutano e se non possono cercano qualcuno che possa farlo. E sorridono. Sorridono, salutano con il loro inchino cerimonioso e tu non puoi far finta di nulla: diventi come loro. Ti adegui ad un approccio verso gli sconosciuti, un modo di fare che ti migliora, che ti fa sentire più educato, gentile, rispettoso, anche sei hai già delle basi solide.
Dopo torniamo in hotel per cenare sul ristorante palafitta e mangiamo gamberi fritti, scampi fritti e immersi in una zuppa, un amok di pesce e un altro pesce locale cotto con mango. Tutto molto saporito, speziato al punto giusto, a confermare la grande fantasia e bontà della cucina khmer, alla faccia di chi pensa che qua si mangiano solo rane e scarafaggi. Quelli ci sono, in strada, ma i ristoranti offrono una varietà di cibo etnico che supera i luoghi comuni esotici e ti fa sedere a tavola con le stesse aspettative che vengono riservate a una nuova scoperta da compiersi.

 

07/03 Koh Kong (fiume e cascate Tatai)

 

Al mattino Koh Kong si rivela diversa dall’impatto buio vissuto al momento dell’arrivo. Il sole splende sul giardino tropicale e il panorama dalla stanza con vista mare è bellissimo, scendiamo a fare una colazione meno consistente delle precedenti e notiamo che l’hotel, per quanto sia piccolo e con poche stanze, ha moltissimo personale. Sono tutti giovani, tutti disponibili, tutti attenti, tutti laboriosi, impegnati a fare qualcosa, spesso male, e soprattutto parlano pochissimo l’inglese. Ma non è una sensazione fastidiosa, anzi, ha un sapore genuino: non sono ancora smaliziati, cercano di accogliere i turisti nel migliore dei modi ma mancano di esperienza e quindi appaiono impacciati nelle divise e nei gesti richiesti. Spero si conservino così a lungo, perché sono più veri, sono se stessi. E vanno rispettati, perché l’impegno non manca.
Una volta preparato lo zaino si procede con la prima escursione faidatè: viaggio in tuk tuk fino al ponte sul fiume Tatai (45 minuti per 25 km tra le montagne, prezzo 10 dollari a/r), da lì imbarchiamo su una longboat di quelle che si vedono nei film sul Vietnam e risaliamo il fiume attraverso la giungla per almeno trenta minuti (16 dollari a/r). Il sole è a picco, la luce e i colori sono indescrivibili, siamo circondati da vita e tanto tanto verde. Ci sono alberi enormi, altissimi, completamente avvolti da rampicanti e bambù, non ci sono insediamenti umani e considerate le nostre abitudini ciò sembra impossibile nell’anno del signore 2013. Eppure…
Superata un’ansa, di fronte a noi compaiono le cascate Tatai. Siamo nella stagione secca, non sono particolarmente ricche d’acqua e quindi le rocce imponenti sono così emerse che sembrano delle gigantesche balene spiaggiate. Di colore nero, o rosso, sono porose e quasi del tutto accessibili. Proprio salendo su questi massi enormi si arriva alle rapide e alle pozze d’acqua, caldissima. Sì, l’acqua è calda e bagnarsi sotto il flusso della cascata è rigenerante. Non c’è neppure una persona sul posto, finché non arriva dopo una mezz’ora un gruppo organizzato di visitatori locali che si cambiano e iniziano a bagnarsi insieme ai bambini. I piccoli si divertono con l’acqua, gli adulti si divertono a guardare gli strani costumi degli unici due occidentali presenti, bianchi come latticini. Si confrontano i colori dei piedi, si scambiano inchini, ci si saluta senza capirci se non tramite gesti, e poi torniamo dal nostro barcaiolo.
Sulla strada del ritorno non ci sono foto da fare e ci godiamo il paesaggio, davvero unico. 5 ore dopo la partenza rientriamo in hotel e ci rilassiamo in piscina davanti a uno spettacolare tramonto, almeno finché non si scatena un improvviso temporale tropicale: imprevisto, violento e rapido. Rapido perché dopo 10 minuti i tempo è tornato bello come prima. Per cena andiamo al Cafè Laurent, sul lungofiume, dove fanno cucina thai e i tavoli sono anche qui su palafitte molto ben decorate. Mangiamo fried rice con nems (Chiang May style), dove “nems” sta per una salsiccia sbriciolata piccantissima, e fried beef in salsa agrodolce. Spendiamo 15,50 dollari e al fresco della notte programmiamo le escursioni per il giorno successivo. Ma le cascacate Tatai hanno già conquistato un posto nei nostri ricordi…

 

08/03 Koh Kong (Mangrove Forest e spiaggia Koh Yor)

 

Ore 12:00. Appuntamento con San e il suo tuk tuk per procedere con le due escursioni programmate nella giornata: Mangrove Forest e spiaggia di Koh Yor, la più bella di Koh Kong (15 dollari a/r).
Ormai è inutile aggiungere ogni volta che attraversare le campagne, le lagune, i villaggi, le strade sterrate cambogiane è già di per sé un viaggio, perché ogni volta vedi cose nuove che ti meravigliano, che vorresti fotografare e raccontare. Ma come si fa a descrivere il profumo delle montagne? Oppure suoni che non hai mai sentito prima? Quindi, tanto vale arrivare a destinazione con il reportage e procedere con il racconto, in questo caso la foresta di mangrovie all’interno del Peam Krasaop Wildlife Sanctuary.
Questo parco è uno dei pochi “attrezzati” per l’accoglienza di ospiti. E per “attrezzati” si intende che c’è un ingresso, delle aree per fermarsi a fare un picnic e la struttura necessaria per dare senso alla visita. Tra poco saprete perché questa struttura è “necessaria”.
Non vi aspettate guide da trekking, mappe, centro informazioni, rifugi o altro… anzi, anche alla biglietteria non parlano inglese. L’ingresso costa 5000 riel (1,25 dollari circa) e una volta all’interno si procede su una passerella in cemento lunga oltre 600 metri, la struttura necessaria 🙂
La pedana si inoltra in una fitta foresta di mangrovie, un habitat aspro nonostante l’acqua, che sembra immobile, paludosa, ma che è piena di vita. Durante il percorso avvistiamo pesci e un “lucertolone” che per dimensioni e forma sembra un piccolo coccodrillo. Il caldo e l’umidità si fanno sentire man mano che si entra nel groviglio sempre più fitto di radici emerse. La passarella non ha corrimano né protezioni e quando si incrociano altre persone si sta attenti a non creare ostacoli, la caduta in acqua (o sui legni taglienti) è sempre in agguato.
A un certo punto si giunge su un isolotto e da qui parte un ponte in corda e legno. Non è propriamente un “tibetano”, visti gli assi in legno, ma le oscillazioni ci sono eccome! Il ponte porta sull’altra sponda del fiume dove c’è una torre di avvistamento alta 15 metri. Una volta in cima ci si rende meglio conto della propria posizione: a perdita d’occhio si distinguono solo verde e acqua, acqua e verde. Un vero e proprio ecosistema da proteggere e conservare, speriamo ci riescano. Qualche dubbio m’è venuto quando ho sentito provenire dall’interno della selva rumori tipici di una segheria, cioè, ho pensato: “Installare una segheria in una foresta è come far pascolare le mucche in un mattatoio!” 🙂
Da notare anche in questo caso che eravamo gli unici turisti occidentali sul posto, a conferma del fatto che la Cambogia, e queste zone in particolare, non sono state ancora attaccate dal turismo di massa, dai tour operator e dai villaggi turistici fatti di macarena ed escursioni guidate con cestino-pranzo-all-inclusive 😉
Finita la visita procediamo verso il relax, attraversiamo finalmente il ponte a 100 metri dal nostro hotel che collega le due sponde della baia di Koh Kong, e ci dirigiamo verso la spiaggia di Koh Yor. Ci fermiamo nei pressi di Crab Shack, un capannino che prepara pasti a base di pesce in riva al mare, e fissiamo il campo-base vicino un’amaca: esattamente ciò che ti aspetti su una spiaggia bianca lunga un paio di chilometri che conta al massimo una decina di persone in tutta la sua lunghezza! La sabbia è bianca ma il mare non è proprio bellissimo, molto caldo ma un po’ torbido. Non solo, è anche un po’ agitato e se non si conosce bene il fondo e le correnti è meglio non fare gli splendidi.
Ci accorgiamo subito che c’è poco da scherzare quando il fondo, man mano che ci si allontana dalla riva, “cede” letteralmente sotto il peso del proprio corpo. Camminando sulla sabbia morbida la mia gamba è affondata fino al ginocchio in un attimo, così sono tornato sui miei passi e ho provato a simulare un affondamento “consapevole”, cioè in una condizione di sicurezza: la sabbia avrebbe continuato a perdere consistenza, e la gamba a immergersi, creando un effetto del tutto simile a quello delle sabbie mobili. Meglio proseguire lungo la riva va’…
La passeggiata è gradevole, il cammino è costellato di una miriade di conchiglie di ogni genere e centinaia di paguri sfrecciano e si infilano rapidi da una tana all’altra. In sintesi: la visita alla spiaggia vale, il mare un po’ meno.
Al rientro in hotel mangiamo uno snack a base di pollo fritto (4 dollari), assistiamo al tramonto e poi prendiamo un tuk tuk per andare in “centro” e cercare un altro ristorante indicato dalla guida. Prima però ci fermiamo in un piccolo market dove a forza di gesti e mimica degli animali (maiale, gallina, pesce, manzo…) riusciamo a comprare una serie di preparati locali per condire i noodle. Finita la spesa scopriamo che il Baan Peakmai, definito il “miglior ristorante thailandese della città” è chiuso da tempo. Bene. Si passa al piano B. Il piano B consiste nella ricerca di un altro ristorante selezionato dalla medesima guida, il Dive Inn, un po’ fuori mano rispetto agli altri ma ormai abbiamo lasciato il tuk tuk libero e decidiamo di proseguire a piedi.
La Cambogia ci ha sempre trasmesso tranquillità e sicurezza, cosa che non riesce a darci del tutto una lunga strada che dobbiamo attraversare per tornare sulla costa: un percorso completamente buio che ospita solo qualche capanna e i suoi abitanti che guardano la televisione restando al fresco dell’esterno, e qualche cane che non risparmia il suo abbaiare. Finalmente torniamo in una zona illuminata e riconosciamo il luogo in cui ci troviamo, quindi proseguiamo la ricerca del locale allontanandoci sempre di più dall’hotel, finché… finché non rinunciamo! Il locale proprio non si trova, così quando il caso mette di nuovo sulla nostra strada proprio lo stesso tuk tuk che ci aveva portato in centro più di un’ora prima, non esitiamo a fermarlo. E’ lui ad informarci che il Dive Inn è chiuso da oltre un anno, ma questo sulla guida non c’era scritto. Allora si passa al piano C, dove la “C” sta per Cafè Laurent, un ristorante che già conosciamo e che si conferma ottimo anche al secondo, improvvisato appuntamento: stavolta mangiamo fried rice Yangh Zouh (riso con maiale, seppie e scampi condito con un mix di spezie e erbe), e fried spicy squid (seppioline condite con una salsa agrodolce, arricchita di peperoni, cipolle e tanta tanta menta). Il terzo giorno a Koh Kong si conclude e lascia un alone di mistero sul programma previsto per l’indomani…

 

09/03 Koh Kong (Srok Mondol Seyma)

 

Koh Kong è un luogo di confine, un posto di frontiera, a pochi chilometri dalla Thailandia. E si sa, se i governi non sono impegnati in conflitti (cosa che negli anni Cambogia e Thailandia non si sono fatti mancare), le zone d’ombra sono terreno di colture per contrabbando, prostituzione e ogni altro genere di malaffare. Ma Koh Kong sta cambiando, e cosa hanno pensato di fare per non perdere un “certo” volume di affari? A pochi metri dal confine, nella località Srok Mondol
Seyma, hanno aperto un gigantesco resort con annesso casinò. E poco più in là c’è anche una sorta di zoo safari con spettacoli di delfini e altri animali, per la gioia dei turisti.
Cosa c’entra tutto ciò con il programma della giornata? Apparentemente niente, perché non siamo giocatori d’azzardo e, soprattutto, perché non intendiamo vedere un uomo sano di mente infilare la testa nelle fauci di un caimano. Quindi, se si esclude il parco e il casinò, cosa resta? Resta il resort, enorme e aperto a tutti, che per la cifra di 3 dollari permette di accedere a una gigantesca piscina (incluso telo, lettini, ombrelloni e docce) e alla spiaggia privata. Quindi chiediamo a un tuk tuk di accompagnarci al confine per la cifra di 10 dollari a/r e di tornarci a prendere dopo due ore.
Ora, i tre dollari per accedere alla piscina del resort si pagano se qualcuno te li chiede, ma siccome entriamo senza che nessuno ci degni di uno sguardo, procediamo diretti verso il mare e dopo un’oretta in spiaggia ci spostiamo verso la comodità della piscina. All’orario stabilito torno in strada e avviso il nostro autista che intendiamo restare un altro paio di ore. Aumentiamo il compenso a 15 dollari e continuiamo il relax per un motivo semplice: nelle due ore trascorse non c’era una sola persona né in piscina né in spiaggia! Tutti ma proprio tutti erano nel casinò e me ne accorgo solo quando, rientrando, mi fermo al bar a prendere degli snack. Lo splendido giardino tropicale del resort (la struttura è una cafonata un po’ barocca, non c’entra niente col paesaggio. Ci sono forti richiami alle architetture neo-classiche europee, oppure, se vogliamo, si presenta come una sorta di Bellagio de noantri) era così vuoto, la spiaggia e la piscina così isolate, che prima di immergerci, timorosi, abbiamo pensato addirittura che fosse fuori servizio. Non c’era neppure personale dell’hotel, niente! Ma dentro il casinò erano concentrate tutte le attenzioni possibili per gli ospiti. Perché lì girano i soldi, quelli veri, quindi i famosi tre dollari sono rimasti nelle nostre tasche fino a che non siamo andati via. E uscendo il personale della conciergerie ci ha anche aperto la porta e detto: “See you tomorrow”. Certo, come no…
L’indomani si parte ancora, si rientra a Phnom Penh, ma devo dire che l’ultimo giorno di relax a Koh Kong è stato soprendente e ci ha fatto apprezzare un aspetto nuovo di questo posto di frontiera, che si può considerare ancora “selvaggio”. Un aspetto meno ingenuo e rurale, più simile a quello di tante attività simili che conosciamo in occidente. Prima di rientrare in albergo andiamo a comprare qualche spezia presso lo shop della guesthouse Bluemoon e poi ci facciamo lasciare nei pressi del mercato centrale. Il giro in un mercato ti fa rendere conto meglio di come vivono le persone, che usanze hanno, cosa vendono e cosa comprano per sussistere.
Il mercato serale di Koh Kong rivela anche molto altro perché all’interno c’è di tutto, dal parrucchiere per donna, all’abbigliamento, alla carne o al pesce. Ora, finché si parla di frutta e verdura, è piacevole vedere colori e forme sconosciute, sentire profumi diversi dai soliti. Ma se si passa alla carne e al pesce, forse è meglio non sapere. Tutto qui viene esposto in condizioni igieniche improponibili per i nostri standard: ci sono mosche, c’è fango, c’è sporcizia, c’è poca acqua e quella che c’è è putrida. Non ci sono frigoriferi né ghiaccio, qualcuno taglia teste, macella pesce e carne, qualcun altro cucina o mangia, l’odore è nauseabondo. C’è anche la fogna rotta, l’impatto è forte ma se avete uno stomaco abbastanza forte, una visita a questo mercato è da fare. Finalmente abbiamo visto i famosi insetti cambogiani da spizzicare come spuntino, oppure i granchi blu.
Sulla strada del ritorno in hotel, è arrivata anche l’ennesima esperienza/sorpresa cambogiana. Abbiamo percorso la stessa strada che la notte prima era buia e deserta, solo che stavolta era praticamente “bloccata” da un tendone e delle sedie piantate sull’asfalto, tutto decorato con colori accesi in diverse tonalità di rosa e il classico, pacchiano cuore che funge da portale d’ingresso per gli ospiti, un portale che ormai conosciamo bene (avremmo visto questa scena almeno quindici volte nei giorni scorsi) e che anche stavolta non manchiamo di avvicinare: c’è un matrimonio. Ma stavolta succede qualcosa di diverso, la madre dello sposo ci prende per un braccio e ci invita a entrare per mostrare orgogliosa cosa hanno preparato: la cerimonia è il giorno successivo, ora c’è è solo un rinfresco, con la musica dal vivo, i parenti che mangiano e i neo-sposi vestiti normalmente che si preparano al grande giorno. Ci togliamo le scarpe per entrare in una catapecchia addobbata con tanti tappeti, e ci invitano a scattare le foto con gli sposi. Questo episodio fa capire che qui i turisti sono una sorta di attrazione, specie se arrivano dall’altra parte del mondo. Quando pronunciano la parola Italy, la madre dello sposo non ci pensa su due volte: ci invita alle nozze! Vuole a tutti i costi la nostra partecipazione ma, purtroppo, per il giorno dopo abbiamo in programma di ripartire. Peccato, sarebbe stata una bella esperienza da provare.
Allora ci chiedono di rimanere almeno a cena ma siamo ancora in costume, siamo stanchi e accaldati e ci aspetta una bella doccia e il Cafè Laurent. Preferiamo andar via, gli sposi è giusto che godano i loro momenti indimenticabili circondati dall’affetto dei loro cari, e senza ospiti ingombranti che potrebbero “rubare” la scena. Auguri e figli cambogiani! 😉

 

10/03 Koh Kong – Phnom Penh

 

Ore 10:00, partenza da Koh Kong. Un paio di giorni prima abbiamo trovato un’auto privata che per 60 dollari ci accompagnerà a Phnom Penh.
Sarà il nostro ultimo spostamento lungo, quindi ne approfitto per dare alcune informazioni sui collegamenti in Cambogia. Allora, escluse le ferrovie, si possono raggiungere le principali località in macchina privata, in moto, con minibus o con pullman. La spesa varia in funzione del tempo che si intende impiegare sulle strade cambogiane e dal comfort che si desidera per il proprio viaggio. Noi abbiamo scelto sempre l’auto privata, così siamo stati più indipendenti, comodi e abbiamo guadagnato molte ore rispetto ai mezzi più lenti. In totale gli spostamenti sono stati 4 per una spesa totale di 250 dollari, ogni tratta ha richiesto 4 ore e mezza di macchina rispetto alle 6/7 previste con il pullman. L’autobus sarebbe stato più economico, circa il 50% in meno, ma viste le strade e il tempo a disposizione siamo convinti di aver fatto la scelta migliore.
Ormai la strada che porta a Phnom Penh la conosciamo bene, quindi aspettiamo di arrivare direttamente nella capitale per vederla alla luce del sole. Il giorno in cui arrivammo era notte, c’erano pochissime luci e anche l’hotel era al buio ma di giorno… di giorno Phnom Penh è tutta  un’altra cosa! Tantissime persone, auto, moto, tuk tuk, tutti indaffarati a muoversi, lavorare, cucinare e mangiare. Sì, perché i cambogiani a quanto pare non solo mangiano qualsiasi cosa, ma la mangiano ovunque e a qualsiasi ora! In strada si vedono bancarelle che vendono ogni genere di alimento o bevanda, e a voler essere onesti anche qui tutti questi insetti, ragni e larve non è che ne abbiami visti. Un paio al massimo, poca cosa rispetto alle aspettative e ai racconti di altri viaggiatori.
Una volta in hotel riceviamo la piacevole sorpresa di un upgrade della camera, per cui ci ritroviamo in una deluxe matrimoniale con balcone privato sulla piscina. Usciamo per andare a fare shopping al mercato russo e compriamo qualche souvenir, però scappiamo abbastanza in fretta perché all’interno c’è un caldo tremendo e un odore nauseabondo. Purtroppo non ci sono buone condizioni igieniche e si avvicina l’ora di chiusura (alle 17:00 chiudono quasi tutti in città, e i ristoranti alle 21 o 22), quindi c’è molta confusione e si avverte una certa insofferenza verso gli ultimi arrivati.
Poco male, andiamo via con il tuk tuk che per 6 dollari ci ha accompagnato e ci fermiamo in un paio di negozi sulla 240 Street (la strada dello shopping). Rientrati in hotel ci rilassiamo un paio di ore in piscina e scegliamo di cenare da Frizz, un locale consigliato dalla guida per la qualità del cibo e l’ambiente, che peraltro è vicino al nostro hotel. Così tanto che lo raggiungiamo a piedi, nonostante la città non si presti a fare passeggiate per due semplici motivi: uno, non ci sono molti marciapiedi e, due, quei pochi che ci sono solitamente sono invasi da venditori, espositori di negozi o macchine parcheggiate. E poi l’aria non è che sia poi così salubre…
Insomma, raggiungiamo il Frizz e abbiamo la conferma che le guide sono un po’ come la TV: non sempre devi fidarti di ciò che vedi/leggi. La cena non è granché, anzi, rispetto a tutte le altre è la peggiore. Spendiamo 15 dollari per mangiare degli involtini primavera ripieni di maiale, Bai Chhar Sach Moan (fried rice, with carrot, green beans, turmeric), e Kari Sach Ko (beef curry with coconut milk, sweet potato, lemon grass, garlic, galangal and kaffir limes and leaves). L’aspetto dell’ultimo piatto non era il massimo, sembrava di ravanare in una latrina. Al termine rientriamo in albergo e organizziamo le escursioni del giorno dopo, l’ultimo in Cambogia.

 

11/03 Phnom Penh (Tuol Sleng, central market, palazzo reale, pagoda d’argento)

 

L’ultimo giorno in Cambogia coincide con le visite ai maggiori siti turistici della città. Considerati gli orari un po’ anomali del Palazzo Reale (al mattino chiude alle 11 e riapre alle 14), verso le 12 usciamo e visitiamo prima la prigione di Tuol Sleng, un ex-liceo che durante la dittatura comunista di Pol Pot è stato teatro di torture ed esecuzioni sommarie. La visita suscita sdegno e impressiona vedere sul posto due sopravvisuti che sono lì a raccontare e a vendere i propri libri. I khmer rossi hanno commesso massacri in maniera scientifica, con modalità che ricordano le ossessioni naziste per le statistiche collegate agli stermini di massa di cui si sono resi colpevoli. Nelle varie stanze si vedono fotografie di persone torturate e uccise, e ci sono anche gli strumenti usati dai carnefici. La visita termina con un ossario dove sono stati raccolti scheletri di vittime a cui non si è riusciti a dare un nome. Nei crani sono visibili i fori di entrata e uscita dei colpi di grazia esplosi durante sommarie esecuzioni capitali. C’è da riflettere su tutta questa violenza, espressa in soli 4 anni in un Paese buddhista al 98%: com’è potuto succedere? Come è stato possibile annullare la fantasia, la gioia di vivere, la personalità degli individui, in nome di una dottrina politica (peraltro applicata male e con risultati economici catastrofici)? Ciò è accaduto solo 30 anni fa e nonostate tutto i cambogiani sembrano aver perdonato, sembra siano riusciti a guardare avanti e a lasciarsi alle spalle gli anni del terrore. Senza dimenticarli. Quella sì, sarebbe una follia.
Appena fuori dal liceo-lager siamo di nuovo nel pieno del movimento cittadino e ci avviamo verso il Central Market. Reso celebre dalla sua cupola, ospita ogni genere di commercio e lo abbiamo trovato perfetto per gli acquisti. Consiglio: se la vostra vacanza in Cambogia termina a Phnom Penh, fate qui tutti i vostri acquisti. Anche quelli che riguardano la visita a Siem Reap e Angkor Wat. Nel mercato centrale troverete tutto, lo pagherete meno ed evitere di viaggiare con il carico di souvenir. Noi a Siem Reap abbiamo fatto spese e ci siamo resi conto che avremmo potuto acquistare le stesse cose nel mercato di Phnom Penh.
Una volta dichiarato concluso il rituale shopping per il souvenir dell’ultimo minuto, raggiungiamo il fiore all’occhiello della città: il Palazzo Reale e la Pagoda d’Argento. L’ingresso costa 6,50 dollari e permette l’accesso a entrambi i siti.
Che dire, i giardini sono bellissimi, l’atmosfera silenziosa e rilassante, le strutture (che sono recenti, in quanto risalgono alla metà dell’800 e agli inizi del ‘900) finemente lavorate e ricche di decori. L’insieme offre un ottimo impatto visivo all’esterno ma niente di eccezionale in confronto alle moli ciclopiche dei palazzi reali europei. Gli interni, invece, deludono perché sono poco curati.
Il re vive in questo complesso e, a voler essere onesti, è abbastanza frustrante vedere esposte portantine d’oro, statue di Buddha tempestate di diamanti e un pavimento d’argento fatto con 5000 piastrelle ognuna del peso di un chilo, mentre fuori il popolo non se la passa granché bene. Non so, a me l’esibizione dei tesori e dei regali ricevuti dai capi di stato esteri, non ha fatto impazzire. Se a questo ci aggiungiamo che in più il buon re si fa pagare anche un biglietto d’ingresso per visitare le sue cose, e che questi ambienti non sono neppure troppo curati… Ah! I controsensi delle monarchie.
Nonostante queste osservazioni critiche, un giro vale la pena farlo e quindi sparpaglio anche qualche consiglio per la visita: andate vestiti in maniera consona se non volete evitare di dover affittare indumenti che coprano gambe e spalle; raggiungete il retro del palazzo reale per vedere una colonia di macachi giocare e accettare spuntini offerti dai turisti (occhio alle borse!); visitate lo stupa con una reliquia di Buddha e alle sue spalle troverete anche una enorme riproduzione in miniatura di Angkor Wat (con tanto di fossato, acqua, pesci e tartarughe… veri!).
Sono le 17, adesso i giri sono davvero finiti e non resta che concludere la giornata e prepararsi al rientro in Italia. L’hotel ci ha fornito spogliatoio, docce e piscina fino al momento della partenza, quindi ne approfittiamo per un ultimo tuffo e poi, dopo aver preparato tutto, siamo pronti per l’ultima cena cambogiana. Scegliamo il ristorante dell’hotel per mangiare spiedini di pollo con salsa alle arachidi, scampi con tamarindo e una tenderloin di manzo su un letto di cipolle e pepe nero (25 dollari). Fantastica. Una cena fantastica che rappresenta una conclusione degna per un viaggio fantastico.
La Cambogia ti resta dentro, ti resta addosso, è un luogo da visitare con profonda compassione e rispetto. Perché anche lì, tra chi ha molto di meno di noi, abbiamo tante più cose da imparare. E da scoprire.

 

Note
Durante il viaggio la guida di riferimento è stata una Lonely Planet.
Gli appunti e le fotografie sono stati assemblati facilmente grazie all’applicazione Trip Journal.
Gli hotel sono stati tutti prenotati su Booking.
Tutti conti degli hotel sono stati pagati con una banale PostePay ricaricata dell’importo necessario per i soggiorni.
I libri letti con il pratico Kindle sono stati Igor D’Arabia di Igor Man e Marcello Sorgi, Buddha di Leonardo Vittorio Arena e La scopa del sistema di E.F. Wallace.
Uno speciale ringraziamento va al mio amico, e grande viaggiatore, Pasquale P.
Dopo aver visto le sue foto scattate in Cambogia ho deciso di partire per questa destinazione, e una volta sul posto ho trovato alcune sue “dritte” più importanti di quelle trovate sulla Lonely.
Spero che questo diario possa ottenere lo stesso effetto: stimolare e aiutare altri viaggiatori 😉