Categoria: Diari di viaggio

Diario di viaggio: Lisbona, Sintra, Setubal ed Evora

La torre di Belem a Lisbona, il tempio di Diana a Evora e il pozzo iniziatico a Sintra
Da sinistra: torre di Belem a Lisbona, tempio di Diana a Evora e pozzo iniziatico a Sintra

Sono stato a Lisbona la prima volta 10 anni fa, da solo. Nel post scritto durante quel viaggio in giro per l’Europa, mi ero promesso di ritornarci perché mi era piaciuta tantissimo.
C’è voluto tempo ma ce l’ho fatta! Stavolta viaggiamo in due, con Fede vedo sempre le cose con nuovi occhi e nuove prospettive. Non ci siamo fermati solo nella capitale ma abbiamo esplorato in macchina anche i dintorni, da Sintra a Evora.
Lisbona com’è oggi? Stavolta, varrà la pena tornare? La risposta è sempre alla fine del viaggio… 😉

03/04 Roma – Lisbona

Stavolta nessuna sveglia all’alba. Dopo aver comprato due pizzette al volo, partiamo da Gaeta con tutta calma alle 10:30 e dopo un paio di ore lasciamo la macchina da Best Parking, nelle vicinanze dell’aeroporto di Roma Ciampino. Di solito noi scegliamo AltaQuota ma, visto che è stato chiuso, siamo costretti a provare questo nuovo servizio.
Per una sosta di sette giorni spendiamo 36 Euro, di cui 12 per portare via le chiavi. Il parcheggio è vicino l’aeroporto, le navette frequenti e in brevissimo tempo arriviamo al banco del check-in per imbarcare il bagaglio.
Il volo per Lisbona l’abbiamo comprato sul sito Ryanair il 20 Gennaio 2019 ed è costato 90 Euro a persona (a/r), incluso l’extra per imbarcare un bagaglio in stiva (max 20 Kg). La politica sui bagagli di Ryan diventa sempre più complessa e restrittiva, oltre a cambiare spesso. Sono finiti i bei tempi del trolley in cabina incluso nel prezzo, adesso al massimo puoi portare uno zaino oppure comprare un supplemento da 7 Euro. Almeno fin quando non cambierà di nuovo! Meglio informarsi bene prima di decidere che biglietto fare e con quale valigia partire.
Il volo fila via in due ore e mezza e dopo l’atterraggio guadagniamo un’ora grazie al fuso orario. Purtroppo constatiamo subito che le previsioni del meteo a Lisbona dicevano il vero: dopo giorni di sole caldo, ci accoglie un gran vento e il crollo delle temperature causato da una perturbazione che durerà tutta la settimana! E sarà proprio così: in media troveremo sui 14/15 gradi e saremo costretti a coprirci.
Seguiamo le indicazioni per prendere la linea rossa della metro e prima di varcare gli accessi, compriamo una carta ricaricabile (0.50 Eu) per accreditare subito 1.50 Euro, la cifra necessaria per raggiungere la nostra destinazione e conservare poi la carta (dura un anno) per tutti i prossimi spostamenti, senza fare ogni volta un tagliando: l’ambiente ringrazia.
Giunti alla fermata Saldanha cambiamo e prendiamo la linea gialla che dopo due soste ci porterà alla nostra stazione: Marquis De Pombal.
Il nostro hotel Exe Liberdade è proprio vicino a questa importante fermata della metro. Importante perché da questa rotonda monumentale parte la lunga Avenida da Liberdade, un elegante viale alberato che porta dritti in centro e che Pessoa definì “la strada più bella di Lisbona”.
La percorriamo subito lungo il marciapiede centrale che divide due carreggiate stradali, durante la passeggiata ci godiamo le statue, le grandi fontane e il verde degli alberi ci accompagnano fino alla piazza Dom Pedro IV, più nota semplicemente come Rossio.
Questa ampia piazza è decorata con due grandi fontane e nella visione d’insieme spiccano le facciate del Teatro dell’Opera e della stazione dei treni per Sintra. Da qui ci spostiamo nell’adiacente Largo de Sao Domingos, luogo di ritrovo della comunità africana, per gustare un bicchierino (1.40 Eu) della famosa gingjinha nell’omonimo e storico locale che ne vanta la paternità.
La gingjinha è un liquore a base di ciliegie amare ed è considerato una vera e propria istituzione dai lisboneti, un rituale da non perdere. Ci sottoponiamo volentieri all’assaggio e una volta lasciato il negozietto con il pavimento più appiccicoso del mondo, proseguiamo verso la vicina Praca da Figueira e troviamo un interessante mercatino gastronomico con tante specialità tipiche del Portogallo.
Dopo un attento sopralluogo imbocchiamo Rua Augusta, una lunga strada di negozi e locali che collega il Rossio con il grande Arco di Trionfo che immette nella trionfale Praca do Comércio.
Durante il cammino incontriamo il famoso Elevador de Santa Justa, un ascensore di 45 metri che collega con la parte alta della città. La struttura è in ferro battuto e lo stile ci ricorda caratteristiche simili al ponte Luis I ammirato durante il viaggio a Porto. Sembra che in entrambi i casi ci sia lo zampino della scuola Eiffel ma se sul ponte non ci sono dubbi, sull’ascensore non esistono prove ufficiali.
Superato l’arco di trionfo, attraversiamo l’ampia piazza e ci spingiamo fino al mare, che poi non si tratta propriamente di mare visto che siamo nel mezzo del grande estuario del fiume Tiago attraversato dal gigantesco ponte 25 Aprile.
Il primo giro di orientamento nel cuore di Lisbona è compiuto, ora conosciamo i punti di riferimento più importanti e da domani inizieremo a esplorare meglio i quartieri: possiamo andare a cena!
Abbiamo individuato il ristorante da raggiungere e invece di percorrere la stessa strada dell’andata, risaliamo lungo la parallela di Rua Augusta e poi dell’Avenida da Liberdade, così vediamo dove sono collocati i locali più famosi di Lisbona. All’inizio sono molto turistici e man mano che ci si allontana dal centro diventano più piccoli, caratteristici e frequentati da persone del posto.
Per la prima cena la scelta è caduta su Forninho Saloio, è nascosto in una traversa ma vale la pena cercarlo. All’interno ci sono tanti tavoli, non abbiamo prenotazione ma contiamo sul fatto che è mercoledì, infatti ci trovano posto in un angolino rivestito di maioliche e ci portano subito un piattino di formaggio e olive.
A questo punto una nota importante sull’antipasto portoghese, perché sarà utile per tutto il viaggio: a Lisbona si usa portare a tavola degli assaggini, sfizi, tapas… senza che siano richiesti. Se li mangi li ritrovi nel conto, se li lasci invece li portano indietro. Quindi, se siete affamati e sbranate qualsiasi cosa vi mettono davanti, non pensate che sia gratis. A meno che non lo dicano chiaramente, ok?
Il formaggio è buono e anche il pane ma per riempire davvero lo stomaco dobbiamo attendere i nostri piatti: un bel polpo alla brace e uno spiedino di cernia e gamberi arrosto infilzati in una spadone tipo churrasco, molto scenografico. Tutto accompagnato da patate bollite e insalata con cipolle e pomodoro. Un’ottima cena per iniziare il viaggio, accompagnata dalle due birre più bevute in Portogallo: Sagres e Super Bock. In totale spendiamo 35.20 Eu.
La prima giornata si conclude con una passeggiata tranquilla per rientrare in hotel mentre ragioniamo sul programma dei prossimi giorni.
Benvenuti a Lisbona!

Quanto abbiamo camminato oggi? 7,8 Km

04/04 Lisbona

Ci svegliamo molto presto, il tempo è buono e prima di uscire sbrighiamo un po’ di lavoro.
Proprio di fronte l’hotel c’è la pasticceria Balcão Do Marquês e ne approfittiamo per mangiare la prima pastel de nata (1.10 Eu). Il dolce nazionale portoghese è un tartina di pastasfoglia colma di crema all’uovo, una delizia dolce e croccante.
C’è il sole, Avenida da Liberdade è ancora più bella, con tutte le fontane accese, anche quelle del Rossio. Decidiamo di non prendere la metro e spostarci ancora a piedi e per questo, nonostante sia mattina, arrivati a Largo dos Domingos abbiamo bisogno di un’immediata sosta per una gingjinha.
Su questa piccola piazza affaccia anche l’omonima chiesa, una delle più insolite di Lisbona perché, ferita gravemente da terremoti e incendi, all’interno non è stata ristrutturata e si possono vedere ancora le colonne incurvate e annerite, lasciate come ceppi per ricordare il sisma che distrusse la città e risparmiò l’edificio sacro, evento che venne considerato un miracolo.
Dopo la visita ci spostiamo nella vicina Praca da Figueira ed entriamo in un’istituzione gastronomica di Lisbona: la Confeitaria Nacional, che dal 1829 sforna le migliori pastel de nata della città (1.15 Eu) . Le aspettative non restano deluse, quelle provate qui resteranno le più buone del viaggio ma va detto che, in media, tutte quelle assaggiate saranno di ottima qualità.
Riprendiamo da qui la nostra scoperta di Lisbona, iniziamo a risalire lungo le stradine e i vicoli che caratterizzano il quartiere Alfama e ci fermiamo davanti all’imponente cattedrale del Sé costruita nel 1150.
Dopo aver visitato l’interno, procediamo fino a largo Sao Martinho dove riconosco un moderno negozio di souvenir al posto della Garrafeira di Miguel, dove mangiai e passai un pomeriggio in compagnia del proprietario 10 anni fa.
Continuiamo a camminare fino al belvedere di Santa Luzia e scattiamo foto molto suggestive sui tetti dell’Alfama, con le sue tegole arancioni cotte dal sole che contrastano con l’azzurro del mare sottostante.
Da qui ci spostiamo ancora più in alto, sempre attraverso il labirinto di vicoli che rende unico questo quartiere storico, e raggiungiamo il castello di Sao Jorge che domina su Lisbona.
Dopo una sosta, andiamo a caccia di un altro belvedere e ci spingiamo verso l’Igreja e Convento da Graça. Qui c’è un miradores ancora più alto rispetto a quelli visti finora, che affaccia sulla parte interna di Lisbona. Il panorama è davvero ampio e in lontananza si vede anche il ponte 25 Aprile in tutta la sua estensione, un effetto scenico così notevole che scattiamo una foto istantanea da far trovare a chi seguirà la nostra gallery Handmade Travel su Instagram.
La chiesa e il convento meritano una visita rapida per vedere il chiostro e ammirare i magnifici azulejos.
Dal vicino Largo da Graça prendiamo il famoso tram 28, bastano 3 Euro per iniziare un viaggio nel tempo in queste carrozze originali degli anni ‘30, con interni in legno e l’inconfondibile colore giallo. Il tram attraversa diversi quartieri della città inerpicandosi nei vicoletti dell’Alfama e tra saliscendi, curve e scossoni ci riporta a Praca da Figueira.
Riprendiamo la marcia verso il Bairro Alto, il quartiere antistante l’Alfama, quindi ripassiamo attraverso il Rossio, prendiamo Rua do Carmo e ci dirigiamo verso il prossimo sito da visitare.
Il nostro viaggio nella storia di Lisbona continua con l’ingresso nell’atmosfera magica del Convento do Carmo. Il biglietto costa 4 Euro e permette di ammirare le rovine di questa antica chiesa gotica, costruita nel 1389 su una collina. La chiesa, un tempo la più grande della città, fu distrutta dallo spaventoso terremoto che nel 1755 mise in ginocchio Lisbona e oggi sono visibili i resti della navata centrale, le colonne e il transetto che contrastano il cielo aperto.
Il piccolo museo adiacente è ben curato e ospita un sarcofago egizio e delle mummie provenienti dal Nuovo Mondo, identiche a quelle viste durante il nostro recente viaggio in Perù.
Purtroppo, appena usciamo dal museo inizia a piovere e siamo costretti a tirar fuori i nostri magnifici ombrelli per arrivare, lungo Rua Nova da Trindade, alla chiesa di Sao Roque. Qui non solo troviamo riparo ma possiamo anche ammirare una delle cose più spettacolari del viaggio: i micromosaici sulla vita di San Giovanni Battista, fatti talmente bene da sembrare dei dipinti. Lo zampino italiano si nota, difatti questa cappella fu commissionata a Luigi Vanvitelli, il noto architetto della Reggia di Caserta.
Anche qui siamo in alto e ne approfittiamo per raggiungere un vicino belvedere: abbiamo di fronte l’Alfama, siamo esattamente all’opposto rispetto a dove ci trovavamo un’oretta fa. Questa inversione dei punti di vista ci ricorda molto la stessa sensazione provata a Granada, dai punti panoramici opposti dell’Alhambra e dell’Albaycin, durante il nostro secondo viaggio in Andalusia.
La pioggia ci costringe a una piacevole pausa da 11 Tapas dove ordiniamo del vino verde e un piatto di formaggio e prosciutto (13.50 Eu) prima di rientrare verso l’hotel.
Per cena abbiamo individuato un altro locale fuori dal centro storico, molto spartano. Prima di entrare ci fermiamo a fare spesa per i prossimi giorni e compriamo, merendine, acqua, succhi di frutta, caramelle e frutta secca (7.30 Eu).
Sono le 20:45, la pioggia è aumentata d’intensità e siamo quasi zuppi quando imbocchiamo Rua de Santa Marta per entrare da Andaluz.
Siamo senza prenotazione ma ci fanno accomodare in uno spazio libero, il locale è pieno, c’è una cena aziendale e per quanto siano pochi i tavoli c’è un gran casino: le risate fragorose aumentano con il tasso alcolico, esattamente com’era descritto nelle recensioni. Noi non ci facciamo distrarre e, con l’aiuto del cameriere, scegliamo ancora pesce e assaggiamo il famoso Bacalhau à Lagareiro, un filetto di merluzzo arrosto condito con olio e aglio, abbondante aglio. Lo stesso condimento per la seppia arrosto che completa la nostra cena, insieme a un bel po’ di patate bollite. Mandiamo giù tutto con birra e acqua e lasciamo sul tavolo 24 Euro.
Quando finiamo è buio pesto, non ha smesso di piovere e dobbiamo raggiungere l’hotel. L’unico vantaggio che abbiamo per questa notte è che i vampiri staranno ben lontani da noi! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,5 Km

05/04 Lisbona

La giornata inizia con un bella colazione in camera, un po’ di lavoro e uno sguardo al meteo visto che da ieri sera è piuttosto instabile.
Anche oggi sono previste alternanze di sole e pioggia, quindi ci organizziamo per distribuire il tempo da trascorrere all’aperto o al chiuso.
Avenida da Liberdade ci piace molto e visto che c’è il sole, perché non percorrerla di nuovo? Stavolta invece del marciapiede centrale ci spostiamo su lato sinistro (diretti verso il mare), dove ci sono le vetrine di tutte le griffe di moda più note. Siamo interessati a cose più modeste e nei giorni scorsi abbiamo già fatto diversi sopralluoghi per confrontare i prezzi, quindi raggiungiamo direttamente il negozio individuato per acquistare i souvenir, in Rua da Prata.
Dove comprare i souvenir a Lisbona? Noi abbiamo usato il solito metodo: selezioniamo uno store grande e conveniente dove acquistare tutto il ciarpame tipico che cercano i turisti, spieghiamo ai proprietari le nostre intenzioni e questi di solito accettano di buon grado l’esclusiva che offriamo in cambio di uno sconto finale. Nei nostri zaini finiscono: quattro strofinacci, sottopentola di sughero e ceramica, orecchini, un vassoio, sette immancabili calamite, una bella borsa in sughero con motivi azulejos, due t-shirt, una tazza e una sportina (60 Eu).
Dopo lo shopping ci spostiamo nella parallela Rua Augusta e ci fermiamo alla Casa Portuguesa do Pastel de Bacalhau per mangiare una crocchetta fritta di baccalà e formaggio (4 Eu), un aperitivo delizioso prima dello spuntino di mezza giornata che facciamo, finalmente, nel mercatino di Praca da Figueira. Dopo un giro di perlustrazione, arrivano le nostre scelte: un pasticcio di carne di maiale sfilacciata e un’empanada fritta ripiena di maiale (3 Eu).
Alle 14:30 raggiungiamo la metro del Rossio, carichiamo i nostri biglietti con 1.50 Eu e prendiamo la linea verde fino alla fermata Alameda, e da qui cambiamo con la rossa (direzione aeroporto) per scendere alla fermata Oriente: un viaggio di 30 minuti che ci porterà all’Oceanário di Lisbona per visitare il grande acquario e il quartiere dell’Expo ’98.
Una volta fuori la metro è lecito aspettarsi maggiori indicazioni per raggiungere un sito così importante (e frequentato), invece i cartelli sono pochi e potrebbero essere distribuiti meglio. Attraversiamo il centro commerciale Vasco de Gama, un grande complesso futuristico che ingloba la metro ed è stato progettato magistralmente da Calatrava, e camminiamo tra i padiglioni dell’Esposizione Universale di 20 anni fa, oggi polo fieristico. Dopo percorriamo la lunga passerella sull’acqua che ci porterà, proprio mentre inizia un forte acquazzone, all’ingresso dell’acquario.
Il biglietto costa 16 Euro e mentre fuori piove, trascorriamo 3 ore letteralmente immersi nei corridoi del museo oceanografico che abbracciano, su più livelli, la gigantesca vasca centrale dove nuotano molte specie di pesci: squali, mante, cernie, banchi di sardine, tonni, barracuda, pesce-luna e molti altri. Ogni angolo del percorso offre punti di vista diversi sul vascone, mentre sulle pareti ci sono spiegazioni scientifiche, tecniche, altre vasche e vetrine per proteggere in ambienti isolati alcune specie più piccole e delicate.
Al termine della visita decidiamo di restare in questa zona per cena: siamo molto lontani dal centro storico, circa 15 chilometri, e certamente abbiamo la possibilità di provare qualche locale meno turistico. Quindi facciamo un giro al centro commerciale e intorno alle 20:30 andiamo al ristorante D’Bacalhau (ancora senza prenotazione). Non aspettiamo neanche un minuto e ci fanno subito sedere, nell’attesa ci portano delle crocchette di baccalà con il solito metodo: prendere (e pagare) o lasciare. Noi prendiamo tutto perché siamo affamati e ci aggiungiamo anche la specialità della casa: 4 tipi di baccalà. Uno mantecato con crema di formaggio, uno gratinato con spinaci e patate, uno a lagareiro – che già conosciamo – e uno alla brace con olive, cipolle e uovo. Il migliore di tutti. Da bere due Super Bock 0.4, una chiara e una scura, e per digerire anche una ginjinha offerta dalla casa, per un conto finale di 29.60 Euro.
Anche questa giornata è finita, siamo stanchi e dobbiamo camminare verso la metro che ci riporterà in hotel, poi ci aspettano ancora 45 minuti di spostamenti prima di arrivare a destinazione.
Lisbona è bellissima anche in questa zona lontano dal centro, Lisbona è bellissima nonostante la pioggia.

Quanto abbiamo camminato oggi? 11,5 km

06/04 Lisbona – Sintra – Cascais – Setubal (121 km)

Oggi inizia la seconda parte del viaggio. Come abbiamo fatto l’anno scorso in Normandia, abbiamo prenotato una macchina su RentalCars (53 Eu) e siamo pronti a esplorare altre località del Portogallo.
Dopo un rapido check out, alle 10:30 siamo in aeroporto al desk di Keddy-Europcar dove, dopo aver schivato upgrade e iatture di ogni sorta per farci aumentare il premio della copertura assicurativa, ritiriamo la nostra Polo che ci porterà in giro per i prossimi tre giorni.
Durante l’attesa aiutiamo una signora americana disperata per aver smarrito il cellulare, le facciamo da hot-spot per far connettere il suo portatile e con l’app Trova il mio iPhone lo riusciamo a rintracciare: l’ha perso in aeroporto ma sta già a Belem!
Le suggeriamo di spostarsi in quella direzione e proseguire la ricerca, noi partiamo e restiamo in contatto con il suo cellulare con SMS e chiamate finché non ci risponde la proprietaria che, con la collaborazione della polizia, l’ha ritrovato proprio dove l’avevamo individuato.
Questa bella notizia ci raggiunge a Sintra che abbiamo appena raggiunto dopo 27 chilometri e mezz’ora di macchina.
Parcheggiamo nella parte alta del centro storico e iniziamo a esplorare i viottoli di questa incantevole cittadella medievale fino alla piazza centrale dove spicca la sagoma del Palazzo Reale di Sintra con i suoi strani camini conici.
L’ingresso costa 10 Euro, il percorso della visita è ben indicato e con la mappa in dotazione è possibile orientarsi e leggere nozioni sulle sale e gli oggetti esposti.
Il palazzo è stato costruito in epoche diverse a partire dal XIII secolo e ha diversi stili proprio per questo motivo. Ogni sala è una scoperta: la sala dei cigni, delle gazze, del blasone, tutte con le loro peculiarità di legni intarsiati, affreschi e azulejos. I corridoi e le stanze sono colmi di storia imperiale e di intrighi di corte, quando arriviamo al patio esterno con la fontana e il bagno sembra di essere tornati al Palacio Nazarios, visitato durante il viaggio a Granada.
Questa volta il sincronismo con il meteo non riesce bene, perché appena usciamo si scatena l’ennesimo temporale e siamo costretti a riparare nella storica pasticceria Casa Piriquita. Facciamo di necessità virtù e trasformiamo la sosta forzata in una dolce pausa iperglicemica: dalla vetrina piena di dolci tipici scegliamo una Pastel Sintra è una Joaninha (2.70 Eu), dolci lavorati con ingredienti semplici come miele, mandorle, marmellata e uovo, tanto uovo.
Il cielo torna limpido e riprendiamo le viuzze del centro storico per spostarci verso la prossima destinazione: la misteriosa tenuta Quinta da Regaleira, un palazzo con un enorme parco costellato di strutture e simboli esoterici. Ci sono fontane, torri, portali merlati, laghetti e cascate ma il sito più suggestivo di tutti è sicuramente il pozzo iniziatico usato per le cerimonie di ammissione alla massoneria. Il rito prevedeva la discesa di nove livelli fino alla base, dove è raffigurata l’effige dei Templari. Risalendo lungo la scala a spirale l’iniziato attraversava simbolicamente l’inferno, il purgatorio e il paradiso come nei gironi danteschi, metafora della morte e rinascita.
Anche questo sito ha contribuito ad assegnare a Sintra e alle colline circostanti il titolo di Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Il biglietto costa 8 Euro e iniziamo la visita dal parco, seguendo la mappa e cercando tra sentieri e vegetazione le installazioni che intendiamo vedere. Dopo una lunga passeggiata in questo labirinto esoterico, concludiamo la visita nel palazzo principale proprio mentre sta per ricominciare a piovere. L’enorme abitazione nobiliare è in stile gotico e ricorda l’attrazione Phantom Manor del parco tematico Disneyland Paris e sembra che l’architetto italiano, Manini, si sia divertito nel cercare soluzioni scenografiche capaci di stupire gli ospiti.
Sono le 18:00 quando riprendiamo la macchia e ci spostiamo verso il Parque da Pena, distante 4 chilometri. Anche qui c’è un grande parco da attraversare ma è troppo tardi per entrare, a quanto pare sembra che saremo costretti a tornare una seconda volta a Sintra… 😉
Decidiamo quindi di proseguire il cammino verso Estoril, che annuncia la sua periferia con il paddock del noto circuito automobilistico, e poi Cascais con la vivacità del suo casinò. Noi più che alla mondanità, siamo interessati alla costa e ai fari, quindi dopo 30 minuti di strada ci fermiamo al belvedere Boca do Inferno per scattare foto all’Oceano in tempesta e alle sue onde enormi.
Dopo un’altra pausa in un punto panoramico dove si ammira tutta la potenza del mare sfidato dai surfisti, riprendiamo la strada che ci riporta in direzione Lisbona per attraversare l’enorme ponte 25 Aprile. Mentre lo percorriamo non possiamo non ricordare quando camminammo sulla campata del suo gemello, il Golden Gate a San Francisco, durante il viaggio nei grandi parchi USA.
Alle 20:30 arriviamo a Setubal, abbiamo scelto la città di Mourinho come tappa intermedia per la prossima destinazione. Lasciamo macchina e valigie all’hotel Solaris e usciamo subito per cenare nella vicina Nova Taberna o Pescador. La sala è piccola, accogliente, siamo senza prenotazione ed è sabato sera, eppure ci trovano subito posto e sono gentilissimi nel darci informazioni sui piatti. Tutto è fresco, semplice e genuino. Nell’attesa ci portano pane e olive, insalata di pomodori, fave all’aglio e migas de pan. Come piatti principali abbiamo ordinato: un trancio di pescespada arrosto servito con patate bollite, buonissimo, e un enorme fritto di seppie accompagnate da patatine e riso bianco. Immancabili acqua e Sagres, alla fine abbiamo mangiato bene e speso 28 Euro.
La giornata è stata lunga, il ristorante vicino all’hotel, salutiamo tutti e andiamo a dormire attraversando una Setubal malinconica, piovosa e spenta. Mi aspettavo qualcosa di più vivace, è pur sempre sabato sera!

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,5 km

07/04 Setubal – Evora (111 km)

Dopo la colazione in hotel prendiamo la macchina per spostarci verso il vicino porto dei pescatori ma non ci fermiamo a passeggiare perché piove forte e il paesaggio non è eccezionale, ci basta vedere le orrende installazioni che riproducono i famosi delfini che si avvistano facilmente nei tour organizzati all’interno del parco naturale Serra da Arrábida e nella riserva dell’Estuario del Sado.
Torniamo verso il centro, parcheggiamo ed entriamo nella grande Praca de Bocage, la piazza principale della città famosa per le sue fontane, per lo storico municipio e per la chiesa San Juliao.
Tutto il centro è pedonale e deserto, probabilmente perché è domenica mattina e il tempo non è dei migliori: in giro non c’è nessuno! Ne approfittiamo per una lunga passeggiata nei vicoli decadenti di Setubal, tra negozi chiusi e chiese. Dopo aver visto l’edificio religioso nella grande piazza e il bel palazzo municipale, vaghiamo nel dedalo del centro storico e scopriamo la chiesa di Santa Maria. Facciamo un salto dentro e anche qui troviamo azulejos meravigliosi e un elaborato altare dorato in legno intarsiato.
Le architetture manueline e barocche trionfano, ma la massima espressione di questi stili ci aspetta presso la chiesa-convento del Gesù. Un’aspettativa che resterà delusa perché la troviamo chiusa e inaccessibile. L’intero perimetro è completamente recintato e non è possibile vederla neanche dall’esterno! Poco male, anche questi sono chiari segnali sulla necessità di tornare in Portogallo…
Alle 12:15 lasciamo Setubal per coprire i 100 km che ci separano da Evora.
Sono le 14:00 quando facciamo check-in al Moov Hotel, raccogliamo un po’ di informazioni sul centro storico, interamente patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, e cominciamo la nostra escursione.
Tutta la zona all’interno delle mura della città è pedonale e accessibile solo ai mezzi autorizzati, una scelta felice. Raggiungiamo Praca do Giraldo, la piazza centrale del municipio sulla quale sbucano i tanti vicoli che caratterizzano le strade di Evora. Vediamo i resti dell’antico acquedotto romano ed entriamo nella chiesetta di San Giacomo dove oltre ai soliti, bellissimi azulejos, troviamo una particolare struttura a pianta quadrata che ci ricorda le chiese ortodosse viste durante il viaggio a Mosca e San Pietroburgo, e a Vilnius. Notevoli le volte, le colonne e le pareti interamente dipinti con affreschi che risalgono al 1600.
All’uscita riprendiamo la passeggiata per arrivare fino al sontuoso tempio romano dedicato a Diana. Le vestigia sono poste su un piedistallo, quindi rialzate rispetto alla strada, e questo espediente architettonico rende più maestoso il sito. Ci fermiamo a scattare foto mentre il sole sta per calare e la fame cresce, così torniamo verso l’hotel per riprendere la macchina e andare a cena.
La domenica si può parcheggiare dentro le mura ma per non farci sorprendere dal divieto domattina, abbiamo individuato un ristorante interessante fuori il centro storico e al ritorno lasceremo la macchina in un parcheggio pubblico gratuito, a ridosso dell’antica porta di accesso vicina al nostro hotel.
Sono le 20:30 quando entriamo da O Parque Dos Leitões e sarà qui che faremo la cena migliore di questo viaggio.
Il ristorante è specializzato in cucina tradizionale dell’Alentejo, la regione del Portogallo in cui ci troviamo, che ha una gastronomia molto varia e rinomata. Il locale è elegante e caldo, una buona notizia visto che fuori ci sono 8 gradi; appena seduti ci portano il consueto assaggio di antipasti e stavolta prendiamo: prosciutto crudo Pata Negra Beher, formaggio di pecora e insalata di polipo. Già da qui capiamo che sarà una cena interessante, la conferma arriva definitivamente con il gusto delle portate principali: maialino nero al forno con patate fritte, e capretto cotto nel forno a legna accompagnato con patate arrosto. Da bere, birra Sagres e una mezza bottiglia di vino bianco Monte Velho per una spesa totale di 52.80 Euro.
Una cifra sicuramente diversa dalle medie precedenti ma decisamente in linea con gli standard di casa nostra. Però, che cena! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 8 km

08/04 Evora – Lisbona (178 km)

Per l’ultimo giorno on the road, usciamo alle 9:30 e andiamo dritti alla chiesa di San Francesco, complesso religioso che ospita la famosa Cappella delle Ossa.
La chiesa è stata costruita nel 1376 e ospita molte cappelle e altari, tutti finemente lavorati e decorati con ori e le immancabili ceramiche azzurre. L’altare maggiore è composto da marmi policromi e l’effetto di insieme è decisamente impressionante, anche la navata centrale è maestosa e le volte a crociera ci ricordano la cattedrale di Bayeux vista nel recente viaggio in Normandia. Sospettiamo di trovarci di fronte a qualcosa di importante e la conferma arriva quando leggiamo sulla guida che in questa chiesa è possibile ammirare “la più grande campata del gotico portoghese”.
Terminata la visita della chiesa ci spostiamo nell’edificio accanto e compriamo il biglietto (5 Euro) per visitare la Cappella delle Ossa.
La cappella è del 1600 e nacque come luogo di meditazione sulla caducità della vita, all’interno una lapide scolpita dà il benvenuto ai visitatori: “Noi ossa che qui stiamo, le vostre aspettiamo”. Ecco, non è difficile immaginare cosa abbiamo di fronte: tutta la superficie della cappella è rivestita di ossa provenienti da 5000 scheletri. Teschi e femori sono ovunque su pareti, colonne e angoli. Ci sono cappelle simili in diverse parti del mondo, intorno al 1700 la celebrazione del memento mori avveniva anche attraverso queste architetture macabre.
Dopo aver fatto il pieno di ossa continuiamo a visitare il museo con le sue belle sale dedicate a piccole rappresentazioni della Natività e terminiamo il giro con qualche scatto panoramico dal belvedere del museo: il sole splende ed Evora mostra tutta la sua bellezza arroccata tra vicoli bianchi e stradine acciottolate.
Prima di rientrare in hotel per il check-out previsto alle 12:00 raggiungiamo la vicina Pastelaria Conventual Pão de Rala per fare colazione. Questo antico forno è famoso in tutto il Portogallo per la sua storia e le ricette della tradizione. Noi assaggiamo anche qui due pastel de nata, insieme a una fetta di touchino rancoso e una pastel touchino, dolci poveri a base di uova e mandorle molto saporiti. Insieme a due spremute d’arancia spendiamo 10.20 Eu.
Lasciamo Evora alle 12:15 e ci fermiamo a metà strada per comprare dei panini in un supermercato e proseguire spediti verso Lisbona. Dopo 3 ore di marcia parcheggiamo a soli 300 metri dalla torre di Belém e sgranchiamo le gambe davanti al complesso museale dedicato all’aviazione e ai caduti della marina portoghese. Assistiamo a un goffo cambio della guardia e dopo qualche passo ancora, tra prati curati, vediamo finalmente la grigia torre di Belém sul fiume Tejo. Icona assoluta di Lisbona, dal 1515 caratterizza la baia da cui partì Vasco da Gama per il viaggio che lo portò fino a Calcutta, tracciando la prima rotta europea che collegò l’Europa all’India.
Tutto il parco nelle vicinanze è bellissimo e la panoramica che abbiamo di fronte la immortaliamo nelle ultime foto del viaggio. Davanti a noi abbiamo la storica torre sul Tejo, il ponte 25 Aprile alle sue spalle, e sull’altra sponda del fiume la grande statua del Cristo Re, riproduzione del celebre monumento di Rio de Janeiro, eretta nell’antistante città di Almada come ringraziamento per aver risparmiato il Portogallo dal coinvolgimento nella seconda guerra mondiale.
Ci resta da vedere ancora il Monastero dos Jerónimos e decidiamo di raggiungerlo a piedi, idea che purtroppo si rivelerà sbagliata visto che neanche a metà strada si abbatte improvvisamente il più violento acquazzone dei tanti presi in questa settimana dal meteo impazzito.
Siamo costretti a rinunciare e tornare verso la macchina dopo aver trovato un riparo di fortuna sotto un ponte pedonale. Purtroppo il danno è fatto: siamo zuppi e non ci resta che pagare il parcheggio (1 Eu/h) e andare a riconsegnare la macchina.
Abbiamo preso decisioni giuste per organizzare quest’ultimo giorno portoghese: la torre di Belem è distante dal centro e in questo modo l’abbiamo vista senza togliere tempo alle visite dei primi giorni a Lisbona. In più ci troviamo con la macchina a disposizione per lasciare prima le valigie nell’hotel scelto per l’ultima notte, l’Holiday Inn Express Lisbon Airport, e poi andare a consegnare la macchina in aeroporto dopo aver fatto il pieno.
Per completare il tragitto descritto abbiamo consumato 18,20 litri di benzina per un totale di 29 Eu (1.59 Eu/L). Abbiamo guidato per 9.5 ore e percorso 410 chilometri con un consumo medio di 23 km/L. Girare il Portogallo in macchina è stato piacevole, le strade sono buone e il traffico poco: noleggiare l’auto ci ha dato tempo e libertà per vedere luoghi che sarebbe stato più complicato (e costoso) raggiungere in treno.
Prenotiamo un autista Uber dall’aeroporto e con 4.50 Euro torniamo in hotel. Ci cambiamo qualche strato di vestiti bagnati e usciamo subito per andare a cena da Restaurante Leitão do Prior ancora un bel locale spartano e famigliare. I clienti sono pochi e si conoscono tutti, guardano una partita e ci osservano incuriositi. Ordiniamo un buon maialino al forno e un hamburger misto di maiale e manzo, servito con patatine. Da bere birra e acqua per un totale di 26.35 Eu.
Non andiamo via subito perché fuori – di nuovo! – piove fortissimo, così il proprietario chiude la saracinesca ma ci permette di restare finché non smette. Nel frattempo ci racconta la storia di un suo viaggio in macchina dal Portogallo alla Bulgaria, attraverso l’Italia, fatto negli anni ’80 con una FIAT.
La storia è interessante, specie davanti all’ultima, ottima ginjinha artigianale!

Quanto abbiamo camminato oggi? 7,5 km

09/04 Lisbona – Roma

Per gli ultimi attimi a Lisbona ci svegliamo all’alba, facciamo colazione e raggiungiamo l’aeroporto distante 10 minuti con la navetta dell’hotel in partenza alle 8:00 (prenotata la sera prima, 8 Eu).
Abbiamo dovuto rimodulare la valigia e distribuire negli zaini alcune cose acquistate, solo così riusciamo a far rientrare la valigia nei 20 chili previsti per il bagaglio in stiva. Perfetto.
Abbiamo calcolato anche il tempo per l’ultimo acquisto che ancora ci manca: una bottiglia dell’originale Ginjinha Espinheira e conviene comprarla proprio in aeroporto perché la paghiamo 9.50 Euro invece di 13.10, il prezzo fissato nella piccola rivendita di Largo de São Domingos.
Il bilancio finale di questo secondo viaggio in Portogallo è positivo: ci sono cose interessanti da vedere, le persone sono accoglienti e si mangia benissimo. In pratica già a metà del viaggio avevamo una risposta alla domanda che ci siamo fatti all’inizio del post.
Il monastero di Belem, il convento di Setubal, il palazzo di Sintra… abbiamo lasciato per strada troppe cose per non pensare a un ritorno.
Arrivederci Lisbona, arrivederci Portogallo!

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 53 km

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Lisbona disponibile su Amazon
Libri letti su Kindle: Il giro di vite di H. James e La notte di Lisbona di H.M. Remarque

Diario di viaggio: Monaco di Baviera e Dachau

Mercatini di Natale a Monaco di Baviera
I mercatini di Natale di Marienplatz, Dachau e i surfisti dell’Eisbach

Monaco di Baviera. Stavolta è toccato ai mercatini di Natale a Monaco di Baviera.
Ormai siamo ufficialmente mercatinofili: tutto iniziò nel 2013. Volevamo vedere Parigi a Natale, siamo andati, ci abbiamo trovato dei fantastici mercatini natalizi e da allora non ci siamo più fermati. Porto, Bratislava e Vienna, Cracovia, Sofia e adesso Monaco di Baviera, in Germania.
Siamo praticamente pronti per fare una nostra classifica dei mercatini di Natale più belli e prima o poi arriverà. Intanto vediamo com’è andata nella capitale bavarese…

 

07/12 Roma – Monaco di Baviera

 

Partiamo da casa alle 7:45 per lasciare la macchina al solito parcheggio AltaQuota2 di Fiumicino. Prendiamo la navetta e alle 10:15 siamo in aeroporto per il nostro volo Vueling in partenza alle 11:20. Il biglietto è stato comprato il 20/09, appena uscita la newsletter promozionale per i voli invernali, ed è costato 85 Euro a persona.
Il volo fila liscio, atterriamo a Monaco di Baviera alle 13:10 e seguiamo le indicazioni con il simbolo verde della S-Bahn, la ferrovia che attraversa Monaco di Baviera e la collega alle località limitrofe.
I cartelli ci portano alla biglietteria dove compriamo un biglietto giornaliero, per tutti i mezzi pubblici (bus, metro, tram e ferrovia) e valido per un gruppo fino a 5 persone. Costa 24.30 Euro e se conviene a noi che siamo solo due immagino quanto sia utile a una famiglia, visto che una corsa singola in metro costa 2.60 Euro e il collegamento dall’aeroporto al centro 11.60 Euro a persona! Quindi sfatiamo il mito dei trasporti costosi, anzi, hanno un prezzo equilibrato perché funzionano e incentivano più persone insieme a usare i mezzi pubblici invece di quelli privati.
Dopo un tragitto di 40 minuti la nostra S-1 ci lascia alla stazione Donnersbergerbrucke, a soli 300 metri dall’hotel scelto per questo viaggio: Hampton By Hilton Munich City West
Abbiamo ragionato in maniera strategica: lontani dal centro storico e vicini a una stazione ben servita, ci passano ben 7 linee della S-Bahn. Ci bastano 3 fermate e meno di 10 minuti per arrivare nel cuore di Monaco di Baviera, si può fare.
Difatti subito dopo il check-in siamo già in Marienplatz e visto che abbiamo superato l’ora di pranzo, recuperiamo subito con un grande panino con salsiccia tradizionale bavarese e mostarda (4 Eu): ecco i mercatini di natale di Monaco di Baviera! L’atmosfera è incantevole: gli edifici severi, gotici e fiammeggianti del vecchio e nuovo municipio sovrastano decine di chalet di legno con i tetti a spiovente. La piazza che di solito ospita artisti di strada e band musicali è decorata per il Mercatino di Natale di Gesù Bambino. C’è tanta gastronomia: dolci, castagne, salumi, formaggi, vino caldo aromatizzato… e idee regalo: abbigliamento, decorazioni, saponi, candele, artigianato.
Diamo un’occhiata in giro, ci fermiamo a leggere le informazioni storiche sulla Colonna della Madonna, al centro della piazza, e sul quarto carillon più grande d’Europa, il Glockenspiel, posto sulla facciata principale del Neues Rathaus, il nuovo municipio. Da qui ci muoviamo verso l’adiacente Peterskirche, la chiesa più antica della città, chiamata affettuosamente dagli abitanti Alte Peter, vecchio Peter, perché esiste sin dalla fondazione di Monaco di Baviera.
La chiesa dista pochi metri dalla nostra prossima destinazione: Viktualienmarkt, il più antico mercato di generi alimentari di Monaco, attivo dal 1807. Tutti i giorni i commercianti vendono prodotti caseari, uova, pesce, selvaggina, frutta e verdura. Praticamente un mercatino di Natale perenne: in questo periodo è ancora più caratteristico e lo conferma il suo noto palo della cuccagna decorato per le feste, ma anche nel resto dell’anno non deve essere affatto male per atmosfera e genuinità 😉
Compriamo un grande brezel salato appena sfornato (0.55 Eu) e lo mangiucchiamo mentre ci spostiamo verso Frauenkirche, percorrendo l’ampia strada commerciale Kaufingerstrasse che sui lati ospita tanti negozi e al centro della carreggiata gli chalet del mercatino, esattamente  come avviene lungo la Sendlingerstrasse, l’altra strada che parte da Marienplatz. Si è capito: il mercatino non è proprio -ino, si estende su diversi isolati ma non è dispersivo. Il centro è tutto pedonale, a dimensione d’uomo e la passeggiata è sempre gradevole.
A metà percorso ci fermiamo a scattare foto ai noti campanili con cupola a cipolla di Frauenkirche, paralleli e alti 100 metri sono un simbolo della città che caratterizza lo skyline da secoli. La cattedrale che risale al 1488 è enorme, ospita fino a 20.000 fedeli e il nome del suo vescovo più noto lo conosciamo tutti: Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI.
Torniamo sulla strada principale e continuiamo a camminare fino al termine, dove si trova Michaelskirche, una chiesa enorme le cui volte a botte sono inferiori solo a quelle della basilica di San Pietro a Roma! Qui c’è il miglior coro religioso della città che canta ogni domenica ma noi siamo fortunati perché entriamo nel momento esatto in cui fuori inizia a piovere e dentro cominciano le prove. Tutto esattamente come accadde durante il viaggio a New York: sarà un segno divino? 😉
All’uscita troviamo la temperatura molto più bassa, quindi ci scaldiamo con tre frittelle di patate con sour cream (5 Eu) e camminiamo fino alla Hofbrauhaus, la birreria storica più famosa di Monaco di Baviera e forse del mondo. Costruita nel 1589 è una delle sette fabbriche storiche di birra (HB), arredata con i classici tavolacci da Oktoberfest ospita fino a 3000 persone sotto le sue volte affrescate con motivi floreali. Purtroppo è tristemente nota anche perché qui, nel 1920, Hitler tenne un noto comizio nel quale enunciò i 25 punti fondativi del partito nazista.
La nostra idea iniziale era di fermarci a bere qualcosa qui ma la notorietà del luogo attira un mucchio di persone: non solo è difficilissimo trovare un posto ma c’è anche un baccano infernale con gruppi di turisti che seguono le istruzioni delle guide per prendere posto e assaggiare le specialità bavaresi. Non fa per noi, meglio cercare altro… 😉
Decidiamo di riprendere la strada e percorriamo la Maximilianstrasse, un sontuoso boulevard che lungo i suoi porticati ospita solo negozi di lusso con vetrine sfavillanti che espongono oggetti costosissimi. Ovviamente qui c’è molto meno traffico… 😉
Passiamo in rassegna un numero indefinito di gioiellerie e case d’alta moda, ammirando palazzi monumentali e il magnifico Teatro Nazionale. Poi, arrivati agli imponenti edifici del Residenz, sede del Palazzo Reale, rientriamo verso Viktualienmarkt dove troviamo chiuse le botteghe che avevamo individuato per cenare. Effettivamente in questa piazza lavorano tutti i giorni tutto l’anno e a fine giornata chiudono, non hanno a niente a che vedere con i mercatini di Natale che sono aperti fino a tardi.
Dobbiamo improvvisare un piano B e siccome siamo stanchi, è venerdì sera, sono le 20 e tanti ristoranti hanno la fila fuori, tentiamo di entrare senza prenotazione in un paio di locali piccoli e interessanti che ci respingono. Il terzo tentativo lo facciamo in un locale più grande che ci assegna un posto al volo e finalmente sediamo. Siamo da Bratwurstherzl, una bella birreria storica con arredi in legno, una grande brace a vista e un menù con piatti bavaresi e birre: proprio quello di cui abbiamo bisogno! Ordiniamo: schnitzel di vitello con insalata di patate e cetrioli, 8 salsiccette di Norimberga alla griglia con patatine fritte, birra Munich lager e dark da 0,5 e spendiamo 35 Eu.
Ora siamo accaldati ma fuori ci aspettano 2 gradi e la strada del ritorno in hotel, in una sola giornata ci siamo goduti il cuore di Monaco e nei prossimi giorni ci torneremo più volte: è bellissimo!

Quanto abbiamo camminato oggi? 8,4 km

 

08/12 Monaco di Baviera – Dachau

 

Alle 8:00 siamo in piedi per una grande colazione: salsicce, patate, bacon, waffle con miele e sciroppo d’acero, tisane, succhi, cereali, pane, marmellate e pure qualche croissant. Abbiamo bisogno di un carico energetico importante per affrontare la lunga giornata. Prima di uscire proviamo a prenotare il ristorante scelto per cena ma purtroppo risulta già pieno, in reception ci dicono che bisogna andare di persona e vedere se si è liberato qualcosa, il sabato è difficile trovare posto per la sera stessa.
Una volta fuori l’hotel andiamo in stazione e prendiamo il treno per il campo di concentramento di Dachau.
Come arrivare a Dachau da Monaco? Basta fare un normale biglietto XXL della S-Bahn, valido per tutto il centro città ma che comprende anche alcune località limitrofe, tra cui Dachau. Bastano 6 Euro per arrivare in questa zona e il biglietto continuerà a essere valido tutto il giorno per tutti i mezzi, decisamente conveniente.
Prendiamo la linea S2 direzione Peteransen e scendiamo alla fermata Dachau. Appena fuori la stazione c’è il bus 726 che porta al lager e ci sono anche precise indicazioni per raggiungere il campo a piedi. L’ingresso è libero tutti i giorni e non è prenotabile, bisogna solo vedere gli orari di apertura e chiusura perché potrebbero variare durante l’anno. Solo il sabato e la domenica sono previsti dei tour guidati in italiano alle 11:30 al costo di 4 Euro a persona. Questa e altre informazioni sono reperibili sul sito ufficiale del memoriale.
Dachau inizialmente doveva essere un campo di lavoro e di addestramento delle SS, la sua costituzione fu una delle prime iniziative di Hitler quando salì al potere. Per il fuhrer Dachau doveva rappresentare una sorta di modello per gli altri campi. All’inizio doveva servire come campo di rieducazione e lavoro per gli oppositori e, nella maniacale ricerca del perfezionamento, divenne una specie di prototipo su cui sperimentare il rigore della nuova dottrina politica nazionalsocialista. Una dottrina e una sperimentazione che venivano applicate a uomini e donne privati di libertà e dignità. Lo sappiamo bene com’è andata la storia: i nazisti persero il controllo di tutto, a cominciare dall’umanità. Seppur in scala contenuta a Dachau sono stati commessi gli stessi atroci delitti che macchieranno per sempre la coscienza della Germania e dell’Europa.
Ci sembra di essere tornati indietro nel tempo, quando visitammo Cracovia e Auschwitz, le sensazioni sono le stesse perché quello che vediamo a Dachau – seppur in proporzione minore – è identico a ciò che abbiamo visto in Polonia. Dalle camerate, alle storie narrate, dalle camere a gas ai forni crematori, tutto è drammaticamente identico: la prova evidente di uno sterminio scientifico, compiuto con assoluta determinazione e meticolosità.
Proprio come due anni fa, anche qui fa molto freddo e tira un vento gelido, seguiamo il percorso consigliato sulla mappa dell’audioguida che abbiamo ritirato al centro informazioni (4 Eu) e silenziosamente visitiamo i padiglioni del museo, la scultura in bronzo dedicata alle vittime dell’Olocausto, il perimetro di filo spinato elettrificato, il cancello d’ingresso con la macabra scritta Arbeit Macht Frei.
Terminiamo la visita alle 16:00, rientriamo verso Monaco di Baviera e prendiamo altri mezzi pubblici per raggiungere il complesso dello Schloss Nymphenburg dove arriviamo mentre il sole sta calando. Giusto in tempo per scattare qualche foto al tramonto di questo elegante castello barocco, la cui facciata imponente, lunga 700 metri, si riflette nei canali d’acqua che nel progetto originario dovevano servire per collegare i palazzi residenziali della nobiltà bavarese che si sarebbe spostata da uno all’altro in barca, fino a Dachau. Il progetto non fu portato a termine ma canali e laghetti artificiali ci sono tutti e valgono sicuramente qualche fotografia, specie al tramonto 😉
Qui sembra faccia ancora più freddo, quindi stiamo giusto il necessario prima di riprendere il tram per raggiungere Hauptbahnhof, la stazione centrale. Da qui prendiamo la metro per arrivare a Theresienwiese, la celebre spianata dove ogni anno da oltre un secolo si tiene l’Oktoberfest (per gli appassionati di birra: la festa si chiama così perché chiude sempre nel primo week end di Ottobre ma inizia tre settimane prima. Quindi, a dispetto del nome, gran parte della sagra si svolge a Settembre).
L’area fieristica riprende vita in questo periodo e diventa un altro grande mercatino di Natale. Dentro enormi tensostrutture ci sono artigiani, ristoranti etnici, spettacoli, concerti… e ovviamente tra un padiglione e l’altro ti puoi godere altri chalet per bere, mangiare e fare acquisti da mettere sotto l’albero. Dopo un lungo giro, prima di lasciare il grande prato, diamo uno sguardo all’imponente statua della Baviera e il Ruhmeshalle alle sue spalle, il pantheon delle personalità tedesche. Un tempio in stile neoclassico che raccoglie i busti scolpiti di esponenti dell’arte, della scienza, della letteratura, della politica che hanno dato lustro alla Germania nei secoli.
Torniamo alla metro e prendiamo la U5 fino alla stazione centrale per cambiare con la U1 e scendere a Rotkreutzplatz dove – guarda un po’ – troviamo un altro mercatino mentre stiamo cercando il ristorante scelto stamattina. Facciamo un giro rapido senza distrarci troppo mentre, guidati da Google Maps, proseguiamo altri 400 metri prima di entrare infreddoliti e affamati da Sappralott.
Per fortuna l’accoglienza è calda in tutti i sensi, forse abbiamo azzeccato l’orario perché ci assegnano subito un tavolo in una saletta tranquilla e ben riscaldata. Perfetto. Come perfetta sarà la cena, eletta a posteriori la migliore del viaggio: zuppa di gulasch, molto consistente, con carne, patate e pane; e una Munich schnitzel che consiste in due grandi filetti di manzo impanati con mostarda e rafano. Non solo, perché ordiniamo anche una specialità della casa: Sappralott Pfanderl, filetto di maiale con bacon grigliato servito con salsa di funghi su gnocchetti e insalata. Da bere due Augustiner 0,5 di cui una waiss. In totale spendiamo 35.30 Euro e usciamo dal locale rotolando per le porzioni giganti.
Tutto questo cibo calorico ci ha caricato le batterie giusto per tornare in hotel visto che ci raffredderemo molto presto: la temperatura è scesa due gradi sotto lo zero e ha iniziato anche a piovere!

Quanto abbiamo camminato oggi? 7,9 Km

 

09/12 Monaco di Baviera

 

Come ampiamente previsto dal meteo dei giorni scorsi, oggi la giornata non promette nulla di buono e dobbiamo organizzare un programma in base all’intensità della pioggia. Ma non sarà un problema perché sulla guida sono indicati tutta una serie di suggerimenti e luoghi da visitare in caso di brutto tempo: a quanto pare è un fenomeno atmosferico frequente da queste parti.
Approfittiamo di una tregua mattutina dopo il temporale della notte per raggiungere il gigantesco parco cittadino English Gartner, uno dei più grandi al mondo con ben 78 chilometri di sentieri, e vedere i surfisti di città cavalcare l’onda perpetua del fiume Eisbach.
Avevamo letto che qui i surfisti ci sono a qualsiasi ora del giorno e con qualsiasi condizione meteo ma abbiamo pensato si trattasse di una quelle esagerazioni da guida tascabile e invece no! Quando arriviamo sul posto, nonostante un violento acquazzone e un freddo polare, troviamo una decina di surfisti in muta integrale che si lanciano uno alla volta sull’onda cittadina. Caduto uno, avanti un altro! Lo spettacolo ovviamente non è esaltante, specie per chi vive al mare, però è curioso.
Siccome siamo usciti senza muta decidiamo che non è il caso di provare e soprattutto di restare sotto la pioggia, quindi proprio davanti il ponte sull’Eisbach prendiamo il bus 100 per raggiungere il Deutsches Museum.
Questa linea attraversa la lunga strada su cui affacciano i principali musei di Monaco di Baviera, così sono tutti collegati e in caso di pioggia si può passare da uno all’altro in modo facile e senza bagnarsi.
Il Deutsches Museum è il museo della scienza e della tecnologia più grande del mondo, con oltre 28.000 oggetti esposti. L’ingresso costa 12 Euro e su sette piani si possono ammirare tutti i progressi e le scoperte dell’uomo, dall’agricoltura alla conquista dello spazio.
I piani più belli sono quelli della nautica e dell’aviazione, con enormi modelli di navi e aerei, per il resto ci è sembrato datato e poco interattivo rispetto ad altri musei simili visti in altre città, come Parigi e Valencia. Molto interessante il bookstore all’uscita, più che altro per avere qualche idea per fare un regalo originale, rigorosamente da cercare su Amazon e pagare la metà! 😉
Siamo stati abbastanza al chiuso, è tempo di uscire di nuovo e tornare a Marienplatz per l’ultimo giro al mercatino di Natale. Purtroppo piove ancora, pertanto facciamo un blitz a colpo sicuro e per i parenti collezionisti compriamo una pallina per l’albero di Natale e una t-shirt della città (24 Eu). A missione compiuta ci rilassiamo in uno chalet e mangiamo un brezel salato accompagnato da vino rosso caldo con ciliegie, e vino bianco aromatizzato all’arancia. Dopo la degustazione portiamo con noi i bellissimi boccali del buon ricordo (15 Eu).
Dopo questo sostanzioso aperitivo siamo pronti a raggiungere il ristorante scelto per cena, mentre siamo sul bus ci viene il sospetto che possa essere chiuso visto che la domenica molti esercizi non aprono (anche i centri commerciali). Facciamo una rapida ricerca su TripAdvisor e scopriamo che è proprio così! Scendiamo al volo dal bus e la fortuna torna a sorriderci perché l’alternativa che abbiamo scelto nei giorni scorsi è proprio vicino alla nostra fermata improvvisa, tanto che la raggiungiamo a piedi.
Non solo, perché Wirtshaus Eder è anche vicino al nostro hotel, così tanto che vediamo la sua torre a occhio nudo e dopo cena lo raggiungeremo con una passeggiata.
Personale gentile, locale bello, caldo, accogliente e soprattutto vuoto: quello che ci voleva dopo il caos del weekend, si vede proprio che è domenica.
Ordiniamo una birra rossa e una chiara da 0,5 e da mangiare Bayrisch Gröstl, straccetti di maiale arrosto su letto di gnocchi di pane, patate e cipolle, servito con un’insalata mista; e Blut-und Leberwurst: un gusto un po’ più estremo ma decisamente tipico. Una salsiccia bianca e una nera, molto spesse, con impasto tritato fino e bollito. La consistenza è quella di un budino insaccato, e gli ingredienti? La salsiccia scura è fatta con sangue e grasso di maiale, la bianca con il fegato. Tutto servito con patate lesse e mostarda. Impegnativo per vista, gusto, olfatto ma ce l’abbiamo fatta. Lasciamo sul tavolo 33.80 Euro e rientriamo in hotel con il pieno di calorie e una riserva di ferro per i prossimi cinque anni 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 10 km

 

10/12 Monaco di Baviera – Roma

 

L’ultimo giorno ce la prendiamo comoda, l’aereo parte nel primo pomeriggio e abbiamo tutto il tempo per fare colazione con calma e poi una spesa al supermarket sotto l’hotel. Resta sempre questo il modo migliore per portare a casa qualche sapore locale: compriamo preparati per gulash, salsicce bavaresi (non di sangue e fegato!) sottovuoto, cioccolatini  Mozartklugen ripieni di marzapane e una confezione di Tuc (15 Eu).
Andiamo verso la stazione, compriamo il biglietto singola corsa per l’aeroporto (11.60 Eu) e dopo un ultimo giro nel duty free possiamo dire che i prezzi di molti articoli sono identici a quelli trovati in centro e nei mercatini: t-shirt, boccali, calamite, dolci, birre… sì, i souvenir più classici si possono comprare anche in aeroporto!
Che dire: sono tornato a Monaco di Baviera dopo 23 anni e l’ho trovata ancora più bella e ben organizzata. Stavolta l’Oktoberfest non c’entrava niente, i gusti cambiano e i mercatini di Natale sono stati decisamente convincenti. Li abbiamo messi sul podio insieme a quelli di Cracovia e Vienna. Ora dobbiamo decidere in che posizione, ci penseremo durante il 2019. Auguri! 

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 30 km

 

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Monaco di Baviera disponibile su Amazon
Libro letto su Kindle: Al servizio di Adolf Hitler di S.V. Alexander

Diario di viaggio in Perù: Arequipa, Titicaca, Cuzco e Machu Picchu

Un tour del Perù fatto in casa: da Lima a Machu Picchu lungo il Gringo Trail
Una sintesi del tour in Perù: le isole Uros, Arequipa, Chinchero e le saline nella Valle Sacra, Paracas e Machu Picchu

Machu Picchu e Perù: fatto!
Il viaggio si potrebbe riassumere in una cosa del genere: 15 giorni, 11 città, 8 hotel, 6 aerei, 30 ore di volo, 9 bus, 33 ore di trasferimenti, 19 taxi, 14 ore di macchina, 5 barche, 6 ore e mezza di navigazione, 2 treni, 5 ore e mezza di collegamenti e tanti chilometri a piedi, per vicoli, strade, salite, discese, mari, monti e laghi peruviani. Ma così è troppo facile e poco d’aiuto, per questo dopo il post su come organizzare un viaggio in Perù… arriva il diario di viaggio completo.
Buona lettura e buon viaggio!

01/10 Roma – Lima

Partenza notturna da casa fissata alle 3:15, viaggiamo spediti fino a Roma dove alle 5:15 lasciamo la macchina al solito parcheggio Altaquota2 (52 Eu).
La navetta ci porta al terminal alle 5:30, giusto un’ora prima del volo. I tempi sono così ridotti perché dopo il check-in online fatto la sera prima, dobbiamo solo andare al desk per imbarcare le valigie che sono 10 chili sotto il limite consentito (Kg 23) e passiamo rapidamente ai controlli di sicurezza. Il volo è operato da Air France all’andata e KLM al ritorno ed è stato acquistato il 31/05 sul portale viaggi American Express per 1100 Euro a persona.
Non proprio economico ma abbiamo scelto gli orari migliori per noi e soprattutto i voli con un solo scalo. Quindi facciamo una sosta all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi: due ore e mezza in attesa della coincidenza che quasi passano via mentre ci spostiamo da un terminal all’altro (c’è da prendere anche un bus per raggiungere il terminal M!). Da pochi mesi abbiamo il Priority Pass di Amex per accedere gratis alle lounge VIP degli aeroporti di tutto il mondo ma la inaugureremo un’altra volta, quando i tempi per le coincidenze saranno maggiori.
L’aereo che ci porterà a Lima dopo 12 ore e mezza sembra un residuato bellico, non è all’altezza  degli ultimi viaggi fatti con Emirates, China Eastern e Catai: è anzianotto, con i sedili reclinabili rotti e atmosfere vintage. Mancano solo i rotori con le pale. Per fortuna è stato aggiornato l’intrattenimento multimediale con monitor cinesi per i giochi Atari e un paio di film in bianco e nero. Soprattutto non è memorabile il servizio: alle 12:00 servono il rancio a base di pollo e insalata e poi più nulla fino alle 20. Quindi sfruttiamo in un paio di occasioni il self service al centro dell’aereo dove facciamo uno spuntino con mini Magnum e succhi di frutta. Dopo aver sonnecchiato davanti a un inguardabile Ocean 8, iniziamo a mettere a punto la strategia per vedere qualcosa a Lima e decidere dove mangiare per la prima cena peruviana.
Atterriamo puntuali alle ore 16:00 e raggiungiamo il nastro dei bagagli in preda al panico perché, appena agganciati al Wi-Fi dell’aeroporto, un SMS e una mail di Air France ci avvisano che il nostro bagaglio non è stato imbarcato sull’aereo e che ce lo consegneranno presto all’indirizzo che indicheremo all’ufficio Lost & Found. Peccato solo che i bagagli sono lì che ci aspettano sul nastro! Mah… falso allarme, meglio così.
Prima di uscire dall’aeroporto e subire l’annunciato assalto dei tassisti, ritiriamo da un ATM 400 Soles (+19 Soles commissione) e spendiamo 116 Euro con una banale PostePay (104 il cambio a 3,8 + 5 Eu commissione fissa + % variabile in base all’importo del prelievo). Lo stesso ritiro di Sol fatto con Amex è costato un Euro in più, mentre con BancoPosta è stata rifiutata la transazione nonostante il logo del circuito Maestro fosse tra quelli accettati.
Superate le porte degli arrivi riceviamo subito proposte di tassisti ufficiali che sono dentro l’aeroporto ma da fuori arrivano altri tassisti che si presentano pure loro come ufficiali. Ne scegliamo uno che ci spiega che sono tutti ufficiali, solo che alcuni possono sostare dentro l’aeroporto e altri no; si affacciano solo a pescare clienti ma le tariffe sono uguali: 60 Sol (15,60 Eu) per Miraflores, dove arriviamo dopo circa 45 minuti e l’attraversamento di diversi distretti. Prima di scaricarci di fronte l’hotel Estelar Apartamentos Bellavista, il nostro autista Ramon ci introduce al Perù e ci racconta la situazione dei 400.000 migranti che hanno invaso Lima a causa della crisi economica venezuelana. In qualche modo sono stati accolti nonostante le già grandi difficoltà di Lima, una metropoli che ha superato 10 milioni di abitanti! Questi migranti economici sono ai semafori, vendono prodotti del loro Paese e Ramon scambia qualche parola con loro mentre siamo imbottigliati nel traffico, non c’è ostilità ma comprensione. Ci spiega che nei prossimi giorni si voterà in tutto il Perù e che il voto è un dovere inteso come vero e proprio obbligo, altrimenti multa salata! Mica male…
Ci fermiamo un attimo a lasciare i bagagli e siamo subito fuori per andare a conoscere il primo ristorante di Gastón Acurio, uno chef molto noto che rappresenta la cucina peruviana nel mondo per la sua capacità di valorizzare i prodotti e le ricette tradizionali del Perù. Ha attirato l’attenzione di tutti i buongustai del mondo e – per fare un parallelo – è popolare quanto i nostri Cracco a Cannavacciuolo. Solo che nei suoi ristoranti si mangia davvero, perché le porzioni sono abbondanti.
Arriviamo al Panchita molto presto e senza prenotazione, ci mettono in lista e aspettiamo 45 minuti prima di sedere: il locale è bello, arredato con gusto, con un angolo bar, la cucina a vista e un grande forno a legna rivestito di ceramica, molto scenografico. Ordiniamo anticuchos, degli spiedini tipici di polpo alla brace (i più noti sono quelli di cuore di manzo che per i nostri gusti è troppo “pulp”), serviti con patate e mais imburrato in salsa in stile peruviano. Da notare: per tutto il resto del viaggio ci sogneremo questo antipasto! Come portate principali: chuletas de chanco, due belle braciole di maiale con purè di mela cotta e salsa al miele; e pancheta de lechòn, un bel filetto di maiale con pelle croccante e salsa creola. Abbiamo mangiato bene, la prima cena limena è andata alla grande e sappiamo bene che sarà probabilmente la cena più costosa del viaggio, dipende da quanti altri ristoranti di Acurio intendiamo visitare! Nonostante questa premessa, non c’è niente a che vedere con i conti di Cracco e Cannavacciuolo: spendiamo 200 Sol (52,48 Eu).
Facciamo due passi per tornare in hotel, mettiamo l’orologio indietro di 7 ore e alle 23 crolliamo dal sonno in un vero letto!

Quanto abbiamo camminato oggi? 4,3 km

02/10 Lima – Paracas

Il fuso orario e l’eccitazione per l’inizio dell’avventura si fanno sentire, siamo svegli già alle 3:00 e non c’è verso di riprendere sonno. Alla fine, gira e rigira, alle 6:00 siamo in piedi, diamo un’occhiata alla posta e abbracciati alle nostre valigie leggiamo ancora messaggi di Air France che ci conferma di aver smarrito i bagagli. Sorridiamo di questo finto imprevisto e ci mettiamo in movimento per scendere a fare colazione, soprattutto mettiamo in movimento le nostre ganasce che iniziano ad assaggiare un po’ di cibo locale: proviamo la yucas, la manioca, un tubero simile alla patata che ovviamente fritto è buono, e ci abbiniamo uova strapazzate, salsicce, pancake al miele, croissant e pane tostato con marmellata di sambuco e aguaymanto, una bacca della foresta di colore dorato e dal gusto asprigno, detta anche “ciliegia peruviana”. A vederla è particolare perché ogni frutto è “incartato” nelle sue foglie, come se fosse confezionato.
Siamo mattinieri e pronti a goderci il risveglio di Lima dopo aver raccolto informazioni in reception e aver lasciato i bagagli che torneremo a prendere alle 12:30, quando arriverà anche il taxi prenotato.
Iniziamo a vagare per la strade del quartiere Miraflores, costeggiamo il parco Kennedy e percorriamo tutta l’Avenida Jose Larco fino alla fine, dove c’è uno spettacolare belvedere con un centro commerciale all’aperto e un parco su più livelli. Nei primi negozi di souvenir incontrati su questa strada notiamo che nessuno espone i prezzi ma tanto non dobbiamo fare shopping e dal Mirador del Parco Salazar passeggiamo lungo la bellissima Malecon de la Reserva, in pratica un lungomare rialzato di un centinaio di metri dal quale si godono panorami meravigliosi del Pacifico e scorci indimenticabili di Lima. Proprio qui scattiamo la prima foto per il nostro profilo Instagram Handmade_Travel che con oltre 350 like sarà la più cliccata del viaggio.
Arriviamo fino al celebre Parco dell’Amore e da qui rientriamo verso l’hotel lungo Malecon Balta costellato di campi da tennis. Prima però facciamo un salto al mercato indio, giusto il tempo di dare un’occhiata e farci un’idea di quello che potremo acquistare nei prossimi giorni. Alle 12:30 prendiamo il nostro taxi che per 20 Sol (5.20 Eu) ci porta in 30 minuti al nostro primo appuntamento con i bus Cruz del Sur per prendere il pullman delle ore 13:30. Un margine di tempo giusto per capire come funziona il terminal, anche perché prima di salire a bordo c’è da fare il check-in per i bagagli e un controllo passaporti simile a quello degli aeroporti. Attenzione! Diversamente da come avevamo letto su Internet non accettano fotocopie dei documenti ma bisogna presentare gli originali registrati al momento dell’acquisto online. Il bus parte puntuale e sarà così anche per (quasi) tutti gli altri che prenderemo durante il viaggio: anche su questo argomento avevo letto notizie inquietanti di ritmi blandi, tempi dilatati, ritardi cronici e invece – non so se siamo stati fortunati – non abbiamo riscontrato niente di tutto ciò: bus, auto, navette, barche, treni, aereo, tutti i mezzi presi in Perù sono stati sempre precisi!
Percorriamo la Panamericana verso Sud lungo un percorso monotono che propone un paesaggio arido alla nostra sinistra e il mare a destra. Ma soprattutto notiamo quella che sarà poi una costante dei nostri spostamenti in bus: centinaia e centinaia di costruzioni semidiroccate, perimetri tracciati con grandi palizzate di legno, alcuni in muratura, con qualche capanna nel mezzo, a volte fatte semplicemente di canne. Alcuni tassisti ci spiegheranno che sono una sorta di usucapione: in Perù c’è tanta terra e se qualcuno ne dimostra di averne diritto ne può reclamare la proprietà. Per questo lungo tutto il nostro tragitto abbiamo trovato ovunque questi appezzamenti recintati alla buona: vicino al mare, in altitudine, nel deserto, in zone industriali o vicine alle città, tutti i luoghi con potenziale in via di sviluppo sono marchiati da questa insolita pratica. Teniamo conto di questo, se può aiutarci a fare un’idea degli spazi a disposizione: il Perù ha sette microclimi, paesaggi e ambienti che vanno dall’Oceano alle cime innevate, dalla foresta amazzonica al deserto, è grande quattro volte l’Italia e ha la metà dei suoi abitanti!
Alle 17:00 arriviamo a El Chaco, il villaggio più noto della penisola Paracas e prendiamo un taxi che per 5 Sol (1.30 Eu) ci porta al nostro hotel Betania. Prima di salutarci ci facciamo spiegare i dettagli dell’escursione che intendiamo fare domani, chiediamo il prezzo e confrontiamo tutto con la nostra guida Lonely Planet e con le informazioni raccolte online. Alla fine ci mettiamo d’accordo per 170 Sol (44.50 Eu) inclusi l’imbarco e i biglietti per le Isole Ballestas e la Riserva Nazionale di Paracas. Durante gli spostamenti visiteremo cinque siti e come omaggio finale ci abbiamo anche messo il ritorno al terminal Cruz del Sur per la nostra prossima partenza in bus.
Usciamo per andare a vedere il tramonto sul malecon e notiamo come la città sia ancora in fase di ripresa dal terremoto del 2007 che l’ha praticamente devastata: tutte le strade sono sterrate, c’è sabbia dove dovrebbe esserci l’asfalto e solo il lungomare è stato recentemente ricostruito. Le case del villaggio, neanche tutte, hanno solo le facciate terminate, il resto delle costruzioni sono ancora grezze.
Dopo una lunga passeggiata e qualche incontro ravvicinato con i pellicani sulla spiaggia, alle 19 puntiamo il locale scelto per cena: El Chorito, presente sulla Lonely e consigliato anche dal nostro hotel. Iniziamo con un Pisco Sour, il cocktail nazionale peruviano a base di pisco – un’acquavite di uva passa – shakerato con zucchero, albume d’uovo, limone, angostura bitter e ghiaccio.
Ok, a bere si beve bene, vediamo come si mangia. Ordiniamo chicharrones, un fritto di pesce cabrilla (perchia) e ancora lo stesso pesce alla chorillana, grigliato con cipolle, pomodoro, aceto e pasta di pepe giallo. Tutto buono e pesante, si può fare sicuramente di meglio. Per pagare il conto di 103 Sol (23 Eu) si procede rigorosamente in contanti perché non accettano carte di credito, come del resto il nostro hotel.
Sono solo le 20:00 quando ci prepariamo per fare una doccia e crollare beatamente dal sonno dopo il primo vero giorno in Perù e soprattutto il primo spostamento. Dobbiamo caricare le batterie per le escursioni in programma domani, il viaggio entra nel vivo.

Quanto abbiamo camminato oggi? 10 km

03/10 Paracas – Islas Ballestas – Paracas

In piedi già alle 6:30. La spiegazione è facile: siamo svegli da molto tempo perché dalle 4:00 tutti i galli del Perù hanno cominciato a cantare all’unisono sotto la nostra finestra e ci hanno costretto a una levataccia! Per fortuna ieri siamo andati a letto… con le galline! A quanto pare il gallo di Paracas è determinante nell’adattamento del bioritmo al nuovo fuso orario: siamo freschissimi e scendiamo baldanzosi a fare una ricca colazione. Ci diamo dentro con tutto: pane, marmellata, uova strapazzate, prosciutto, formaggio, succo d’ananas estratto fresco – il migliore del viaggio – e tisane. Non è proprio il pasto indicato prima di salire a bordo e fare un paio di ore in mare ma noi siamo di Gaeta, siamo lupi di mare!
Il cielo non promette nulla di buono, ci sono 18 gradi e alle 7:50 passa a prenderci puntuale il nostro amico tassista Luis che ci porta all’imbarcadero dove incontriamo la nostra guida e il restante gruppo di 30 persone che salirà a bordo su una lancia che alle 8:30 punta la prua verso le Ballestas, distanti 20 chilometri.
Prima di marciare a velocità di crociera l’imbarcazione si avvicina alla costa della penisola per fotografare il misterioso ed enorme geoglifo del candelabro, lungo 150 metri sul versante di una collina rivolta verso il mare. Significato e provenienza restano ancora ignoti: si va dai collegamenti con le linee di Nazca, al simbolo massonico, fino a scomodare addirittura le costellazioni. Dopo le foto di rito si prende il largo verso le isole, che raggiungiamo in circa 20 minuti.
Qui inizia il vero spettacolo, protagonista la natura: vediamo colonie di leoni marini, pinguini di Humboldt, milioni di uccelli che godono la piena libertà del loro habitat. Siamo ancora all’inizio ma possiamo già affermare che l’escursione delle isole Ballestas, al largo di Paracas, è da non perdere!
In questo incontaminato santuario della fauna marina l’uomo si stabilisce solo ogni 7 anni, quando 400 persone vivono sull’isola due mesi per estrarre il guano accumulato: il fertilizzante naturale migliore del mondo! Un fertilizzante che piove dal cielo, quindi si consiglia di portare un k-way e tenere la bocca chiusa! L’ultimo “raccolto” risale al 2011, quindi lo Stato dovrebbe autorizzare proprio quest’anno l’estrazione: sembra che ci sarà un bel carico da fare, si “sente” nell’aria.
Dopo aver ammirato anche le stelle marine e gli archi di pietra con l’inquietante profilo Inca che sembra osservare i turisti, alle 9:45 torniamo verso terra dove arriviamo dopo mezz’ora esatta e troviamo il nostro Luis ad attenderci.
Alle 10:30 siamo già nella vicina Riserva Nazionale di Paracas e percorriamo in macchina una delle zone più aride del Sudamerica. Subito dopo l’ingresso ci fermiamo a visitare un’area dove ci sono numerosi fossili marini: sembra incredibile ma dove ci troviamo adesso una volta c’era il mare! Difatti la strada che attraversa il parco non è asfaltata, è sale compattato e reso scuro dai copertoni delle auto ma basta smuoverlo un po’ e rompere la superficie per riconoscere il minerale bianco. In questa zona non piove praticamente mai, altrimenti la strada sarebbe fango.
Durante l’estate la Riserva è molto frequentata perché ci sono spiagge bellissime, la temperatura arriva a 45° e quella dell’acqua sui 25/26. I panorami sono meravigliosi, anche dal belvedere della vicina Cattedrale possiamo ammirare lo spettacolo del deserto che si tuffa nell’Oceano. Questa formazione rocciosa ci ricorda le falesie viste a Etretat, nel recente viaggio in Normandia, anche se possiamo affermarlo solo grazie alle foto presenti sui cartelloni perché in realtà la struttura ad arco è crollata nell’acqua durante il famigerato terremoto del 2007.
Poi ci spostiamo verso la spiaggia Yumaque dove facciamo una lunga passeggiata per andare a vedere le stratificazioni geologiche simili alla scogliera di Sandanbeki, a Shirahama, in Giappone. Mentre ci avviciniamo agli scogli, pensiamo che sarebbe bello incontrare da vicino un leone marino: detto-fatto! Ce n’è uno tutto per noi da fotografare! Se ne stava beato sugli scogli e non l’abbiamo visto fino a che non siamo arrivati a pochi passi. Si è mosso impaurito e mentre noi scappavamo da una parte lui prendeva la via del mare, salvo poi fermarsi. Ha capito che eravamo innocui e anche noi siamo tornati indietro e ci siamo avvicinati con prudenza. È stato un incontro fortuito e fortunato, meno fortunato l’incontro successivo, quando a riva è stato sbattuto dalle onde il cadavere di una foca e gli avvoltoi collo rosso si sono subito avvicinati per iniziare il banchetto. Pazienza, è la natura!
La tappa successiva è l’incredibile spiaggia rossa, inaccessibile sia d’estate che d’inverno. La Playa Roja è un’insenatura di sabbia rossa che contrasta con il giallo del deserto e il blu dell’oceano. Il suo colore è il risultato di antiche attività vulcaniche risalenti a milioni anni fa e, per preservare questo scenario incredibile, è vietato portare via anche un solo sassolino.
Dopo 7 ore trascorse tra barca e macchina, tra mare e deserto e immersi sempre in paesaggi incantevoli, è tempo di tornare alla dura realtà: lo shopping lungo il malecon! Giusto il tempo di ritirare ancora un po’ di contanti da un ATM in strada e iniziamo a visitare alcuni dei tantissimi negozi che vendono souvenir e che saranno, con i loro colori sgargianti e le migliaia di accessori in argento, pietre e smalti, una costante di tutte le tappe del viaggio.
Per iniziare la campionatura di ricordi del Perù, compriamo orecchini e calamite con 10 Sol (2.60 Eu), poi entriamo in un mini market per fare scorta di snack visto che nei giorni successivi trascorreremo molto tempo sul bus: con 6.40 Sol (1.70 Eu) compriamo patatine di pollo a la brasa, arachidi e una confezione di camote, una patata dolce e ovviamente fritta.
Prima di cena ci fermiamo per l’happy hour di Muelle Viejo che ci ha convinto per il suo piano superiore: ordiniamo una Piña Colada, una birra da 66, crostini al prosciutto e ci godiamo un fantastico tramonto sul mare incluso nel conto di 40 Sol (10.50 Eu).
Sono le 19:00 quando ci spostiamo verso il ristorante scelto per cena, l’ultimo in fondo al lungomare di Paracas, La Negra y El Blanco. Anche qui abbiamo scelto un locale terrazzato per vedere il panorama, peccato però che l’illuminazione del porto non sia particolarmente scenica e non si veda granché dopo il tramonto. Restiamo concentrati sul cibo e assaggiamo il famoso ceviche (o cebiche) peruviano: un piatto tipico a base di pesce e frutti di mare crudi, marinati in limone abbondante e spezie. Assaggiamo anche il pescato del giorno, una spigola alla chorrillana, cioè grigliata e saltata con pomodoro e cipolla, servita con patate fritte e riso bianco. Spesa: 88 soles (22 Eu).
Mentre rientriamo verso l’hotel ragioniamo sul fatto che una sola notte a Paracas sarebbe sufficiente: El Chaco si visita tutto il giorno dell’arrivo, l’indomani si possono visitare le isole Ballestas e la Riserva, come abbiamo fatto noi, e poi ripartire già nel pomeriggio verso un’altra destinazione. Certo, il rischio è quello di perdersi il meraviglioso corteo e il comizio del candidato alcalde di turno: ma noi no! Noi siamo qua e ci uniamo alla folla che marcia al grido: “Omar! Amigo! El pueblo esta contigo!”, ed è con questa meravigliosa parafrasi da supermercato che lasciamo la piazza in delirio con decibel da stadio.
Vista l’atmosfera caliente e le birre in circolazione probabilmente la notte sarà lunga e i galli domattina si vendicheranno…

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,2 km

04/10 Paracas – Nazca – Arequipa

L’adattamento al fuso va a rilento perché andiamo a dormire molto presto, per cui anche oggi siamo svegli alle 5 e decidiamo di accendere i notebook e sistemare qualcosa di lavoro.
Alle 7:00 c’è il richiamo della colazione e andiamo a fare il pieno di uova strapazzate, prosciutto, formaggio, panini con marmellata, banana, tisane e l’ormai adorato succo di ananas frullato fresco-fresco per noi.
Dopo la sbornia generale di ieri, facciamo un giro nella piazza centrale per vedere il paese che si sveglia lentamente, i bambini che vanno a scuola, gli operai al lavoro, mentre noi torniamo in hotel e prepariamo i bagagli con calma.
Alle 10 arriva puntualissimo il nostro Luis che, come promesso, ci accompagna alla vicina stazione dei bus. Si è capito, dai! Luis Edwin Sotomayor è un autista molto consigliato per un taxi-tour della penisola di Paracas, potete contattarlo anche su WhatsApp al numero (+51) 985470839.
La nostra corriera per Nazca parte alle 10:30 e impiega 3 ore e 50 minuti per arrivare a destinazione. Da questo viaggio in poi abbiamo prenotato dall’Italia solo i posti VIP, a partire da 45 Sol (11.80 Eu), con i sedili reclinabili quasi a 180 gradi. Torneranno utili visto che i prossimi trasferimenti saranno molto più lunghi dei primi due.
Nel corso del tragitto il bus si ferma a Ica, famosa per le dune di sabbia e la vicina oasi di Huacachina, e man mano che ci spostiamo verso l’interno e lasciamo alle spalle il mare, il paesaggio è sempre più desertico. Le morbide colline di sabbia dorata diventano altissime e ripide, poi nel giro di qualche chilometro si liberano della sabbia e si trasformano in rilievi aspri e duri.
Lo scenario che segue si ripete come una sequenza già vista e che rivedremo spesso: terreni incolti, aridi, costellati di tante capanne nel bel mezzo del nulla, spesso con le pareti fatte di canne e stuoia intrecciata. Anche i villaggi che attraversiamo mostrano povertà e un senso di incompiutezza che ci ricorda il viaggio in Cambogia: tante baracche sul ciglio della strada, nessun marciapiede per le botteghe e i venditori che sfruttano la strada per vendere la propria merce. La sporcizia e la polvere vengono spazzate via da camion e bus frettolosi di arrivare a destinazione nei luoghi benedetti dal turismo e dal commercio.
Subito dopo Ica il deserto si mostra ancora più sfacciatamente e per noi sarà a Nazca che rivelerà il suo volto più noto e misterioso. Arriviamo all’autorimessa alle 15:00 con 30 minuti di ritardo e facciamo subito il check-in dei nostri ingombranti bagagli: visto che stasera stessa ripartiremo per Arequipa, useremo il terminal come deposito bagagli così ci possiamo muovere liberamente per le nostre escursioni.
All’uscita ci propongono diversi taxi tour, in modo un po’ insistente e specificando che altrimenti non avremmo avuto tempo per raggiungere i luoghi d’interesse con i mezzi pubblici prima dell’orario di chiusura. Peccato che non sia vero, visto che i bus locali passano ogni 30 minuti fino alle 22. Come lo sappiamo? Abbiamo chiesto: proprio di fronte al terminal Cruz del Sur c’è l’autorimessa di PerùBus che con le sue vetture Soyuz collega le principali città peruviane e fa anche servizi urbani. Rispetto a Cruz del Sur sono più frequentati dalla gente del posto e hanno tempi più compassati, però fanno esattamente quello che cerchiamo: con 3 Sol (0.80 Eu) andiamo al Mirador De Geoglifos, a 30 chilometri da Nazca.
Il bus ci lascia nel mezzo del deserto, davanti a una struttura in ferro presidiata da alcune bancarelle di souvenir. L’ingresso costa 3 Sol e dalla cima della torre si vedono tre figure: la lucertola, l’albero e le mani.
Non siamo interessati ai costosi sorvoli perché non siamo particolarmente attratti dalle linee ma – come si dice? – passavamo di qui… e che fai? Non ti fermi?
Dopo Luigi Di Maio Ministro del Lavoro, un altro grande enigma irrisolto dell’umanità sono le linee di Nazca 😁
La provenienza di questi segni incisi nel terreno non è mai stata definita con certezza, probabilmente risalgono a una civiltà pre-incaica vissuta tra il 300 e il 600 d.C.
Le figure sono circa 800 e le linee ben 13.000, sono profonde solo 4 centimetri e si conservano grazie al clima arido. Sono tante le teorie sul significato di questi geoglifi nel deserto, le spiegazioni più frequenti vanno dal culto delle divinità fino alla riproduzione delle costellazioni e… lo sbarco alieno! 👽
Mentre siamo impegnati a scattare le foto delle mani per la nostra gallery Instagram arrivano sulla torre due ragazze che siamo certi di aver visto già in aeroporto e a Paracas. Stavolta ci presentiamo e ci ritroviamo a parlare italiano, in cima a un trespolo battuto dal vento, lontani 10.000 chilometri da casa, a raccontare le sensazioni di questo viaggio, gli spostamenti, le tappe che faremo… ma le sorprese non sono ancora finite, perché Claudia e Simona ci hanno detto di essere di Perugia, e Antonio, il ragazzo che lavora al mirador e aiuta i pedoni ad attraversare la Panamericana, ci ha raccontato che sua madre vive da 18 anni proprio a Perugia e che lui sta mettendo i soldi da parte per raggiungerla e restare a vivere in Italia. Quanto è piccolo il mondo! 😉
Dopo i saluti aspettiamo il nostro bus per tornare a Nazca e confermiamo che la scelta di prendere il bus locale per raggiungere questo belvedere si è rivelata azzeccata in confronto ai 70 Sol (18.20 Eu) chiesti dai tassisti.
Arrivati in centro individuiamo il posto dove cenare, facciamo una passeggiata lungo il corso principale, Avenida Bolognesi,  e compriamo una t-shirt e un paio di calamite per 20 Sol (5.20 Eu). Ovviamente, anche qui, sono tutti in delirio per le imminenti elezioni e veniamo travolti dall’entusiasmo di un altro corteo elettorale: mentre stiamo fotografando il candidato che sfila, si avvicinano, ci consegnano una maglia e ci invitano a unirci alla marcia. Va bene, seguiamo la folla fino a Plaza de Armas e ci dileguiamo per tornare verso il mercato che ci aveva molto incuriosito, dove vendono polli crudi, verdure, ortaggi e tanta frutta.
La nostra passeggiata finisce proprio di fronte al terminal dei bus, dove c’è il locale scelto e consigliato sulla Lonely: La Kañada.
Ordiniamo il tipico tacu tacu di pollo, in pratica quella che da noi sarebbe una ricetta con gli avanzi, perché la base si prepara con una minestra di legumi del giorno prima mescolata con riso fino a creare una massa compatta che viene saltata in padella insieme alla carne. Un sapore bello intenso che abbiamo ammorbidito con un piatto di lomo saltado, straccetti di manzo flambé con cipolle, pomodoro e il segreto dello chef, servito con riso e patate fritte. Spendiamo 51 Sol (13.20 Eu), attraversiamo la strada e raggiungiamo il nostro hotel speciale: il bus notturno Cruz del Sur che alle 22 partirà per Arequipa dove arriveremo domattina alle 7:30. Aggiungiamo un’altra esperienza particolare all’avventura e ci prepariamo all’altitudine, si comincia a salire.
Prossima fermata: 2355 metri sul livello del mare.

Quanto abbiamo camminato oggi? 3,2 km

05/10 Arequipa

Durante la notte in bus alterniamo stati di veglia a sonno profondo. I sedili sono comodi e vale la pena spendere qualcosa in più per riposare. Le poltrone VIP sembrano dei letti con tanto di cuscino e coperta e i posti disponibili nel piano inferiore del bus sono soltanto 12, quindi si viaggia tranquilli ma di certo non è una stanza d’albergo!
Arriviamo con un’ora di ritardo e così il viaggio è durato ben 10 ore e mezza! Tutto senza sosta, in pratica è come fare un altro volo intercontinentale.
Abbiamo voglia di sgranchire le gambe e questa esigenza coincide perfettamente con i tempi del nostro Viza Hotel che abbiamo raggiunto con una corsa di 15 minuti in taxi al costo di 10 Sol (2.60 Eu). Con il check-in previsto alle 13 la nostra camera non è ancora pronta e ci chiedono di attendere giusto il tempo di terminare le pulizie. Per noi non è un problema, anzi, lasciamo i bagagli e ci precipitiamo da Capriccio, nella vicina Calle Mercaderes. A dire il vero a bordo del bus servivano una piccola colazione ma noi abbiamo bisogno di una grande colazione, è pur sempre il pasto più importante della giornata!
E con pieno spirito peruviano ordiniamo una colazione con pane croccante, costine di maiale, camote fritto e salsa creola, pancakes burro e miele, una gigantesca fetta di torta alle mele, un succo mango, arancia e ananas e un altro mango, ananas e maracuja. Anche il conto, per gli standard peruviani, è in formato maxi: 68.50 Sol (18.70 Eu).
Torniamo in hotel a riposare un po’ e nel primo pomeriggio siamo di nuovo fuori, prima però ci facciamo prenotare un tavolo per domani nel locale di Gastón Acurio: confermiamo la fiducia al noto chef peruviano e a quanto pare non siamo gli unici a giocare d’anticipo, visto che ha tavoli liberi sono alle 19:45.
Iniziamo a esplorare la città dal Claustro de la Compañia, un bellissimo chiostro colonico, con un colonnato perimetrale in sillar finemente scolpito. Il sillar è una pietra vulcanica bianca.
Un tempo il chiostro era un’area di pertinenza della vicina chiesa della Compagnia del Gesù, oggi ospita quello che viene considerato il “centro commerciale più elegante del Sudamerica”.
Anche la chiesa gesuita è molto bella, con una facciata barocca elaborata che risale al 1660, all’interno l’altare è molto decorato e chiaramente ispirato a quello della cattedrale di Siviglia che abbiamo visitato durante il primo viaggio in Andalusia.
Superata la chiesa arriviamo nella meravigliosa Plaza de Armas, la piazza Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO che nell’immaginario collettivo rappresenta idealmente le città coloniche spagnole. Quadrangolare, con un ampio giardino con fontana zampillante al centro, è circondata da tre bellissimi porticati a due piani di colore bianco. Lungo il quarto lato c’è l’imponente cattedrale con i due campanili che svettano e, alle loro spalle, come a riprodurre una similitudine fra architettura e natura, spiccano le cime innevate dei vulcani El Misti e Chanchani. Bianco il sillar, bianchi i porticati, bianche le montagne, capito perché Arequipa è la città bianca? 😉
Visto che la cattedrale apre alle 17:00 facciamo una passeggiata lungo Calle San Francisco dove al civico 108 incontriamo il palazzo nobiliare conosciuto come casa Ricketts, oggi sede di una prestigiosa banca. Si può entrare anche senza fare operazioni agli sportelli perché c’è un cortile molto bello da vedere e una piccola galleria d’arte locale a ingresso libero.
Di fronte questa questa banca ci sono diversi uffici di cambio con un rapporto molto favorevole per l’Euro, lo troviamo a 3.85 senza commissioni. A conti fatti conviene molto di più cambiare qui che prelevare dagli ATM (guadagniamo circa 15 Euro per ogni 100 Euro cambiati).
Al civico 303 della stessa strada troviamo il ristorante Zingaro, precedentemente selezionato, e ci fermiamo a prenotare per assaggiare il famoso alpaca. Questa bellissima strada termina con la chiesa coloniale del 1553 dedicata a San Francesco, nota per aver resistito a tutti i terremoti che in questa zona sono molto frequenti. Al suo interno è ancora visibile la cupola crepata dall’ultimo sisma. In uscita dalla chiesa incontriamo di nuovo Simona e Claudia, ci aggiorniamo sui nostri spostamenti e ci salutiamo per andare a visitare la cattedrale.
Sulla basilica cattedrale non c’è molto da dire perché la facciata e l’imponenza esterna è di gran lunga migliore degli interni, questo perché l’edificio negli anni ha subito danni irreparabili a causa di incendi e terremoti, quindi non resta niente che risalga alla fondazione del 1656. Addirittura l’intera struttura attuale risale al 1868, grazie all’ultima ricostruzione avvenuta successivamente a un sisma che l’aveva completamente rasa al suolo.
Al termine della visita lasciamo il centro storico, superiamo il ponte Grau e percorriamo circa 400 metri per arrivare al Monasterio de la Recoleta che purtroppo troviamo chiuso. La nostra guida diceva che sarebbe stato aperto fino alle 20 ma alle 19 è già tutto buio e spento. Chiediamo informazioni a un signore che sosta sull’uscio, e che poi scopriamo essere il parroco, il quale prima ci conferma la chiusura del museo, poi prende il telefono, chiama qualcuno e gli dice che ci sono due turisti. Terminata la chiamata ci dice di aspettare cinque minuti perché un suo collaboratore ancora all’interno avrebbe aperto il museo solo per la nostra visita. L’ingresso costa solo 10 Sol (2.60 Eu) e ovviamente non ci tiriamo indietro, nonostante l’isolamento e l’insolita dinamica per accedere.
Quando viene ad aprirci un ragazzo pallido e silenzioso, ci inghiotte un’atmosfera esoterica e inquietante. Il museo ha poche sale piene di reperti raccolti dai missionari spagnoli e ci sono conservate mummie e teschi impressionanti per stato di conservazione. Le stanze sono buie e siamo le uniche persone nel monastero, tutto è spento e per salire al piano superiore usiamo la luce del nostro cellulare. Siamo sicuri che rivivere nella nostra immaginazione le scene principali dei migliori film horror valga la pena rispetto a quello che siamo venuti a vedere: un’antichissima biblioteca con oltre 20.000 volumi risalenti al 1500!
Passeggiamo sulle assi malconce che scricchiolano e restiamo affascinati nel percorrere una teca lunga quanto l’intera stanza, decine di metri, dove è riprodotta tutta la storia dell’umanità tramite disegni, testi e la genealogia di tutte le case regnanti del mondo, dall’arca di Noè fino alle successioni di Papi, Re, Imperatori e dinastie del XIX secolo.
Dopo quasi un’ora col fiato corto, anche per via dell’altitudine, siamo pronti per la cena dallo Zingaro. Appena seduti ci portano delle focaccine salate al rosmarino per accompagnare la birra Arequipena. Poi ordiniamo tequenos, involtini di pasta sfoglia ripieni di prosciutto e formaggio, serviti con un ottimo guacamole. Come piatti principali ordiniamo altre due portate adorate in Perù: il cuy croccante, il porcellino d’India piatto nazionale, servito con patate e insalata; e poi un favoloso filetto di alpaca in salsa al rosmarino servito con verdura, yucca fritta e patate dolci. Lasciamo sul tavolo 144 Sol (37.40 Eu) per quella che sarà una delle cene migliori del viaggio.
Dopo l’ultima notte in pullman è ora di godersi la suite che ci siamo concessi come premio per i primi giorni di sbattimenti. E non saranno gli ultimi… 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,8 km

06/10 Arequipa

Dopo una bella notte di sonno ristoratore, anche l’hotel Viza ci regala una magnifica colazione dolce e salata. Visto che è molto presto, prima di uscire torniamo a scaricare un po’ di posta e alle 12:00 ci avviamo verso il Monastero di Santa Caterina da Siena. L’ingresso costa 40 Sol (10.40 Eu) e una volta varcati i tornelli della biglietteria si comprende subito perché questo luogo sia noto anche come “la città nella città”.
Il Monastero di Santa Catalina è stato costruito nel 1579 ed è tuttora cinto da mura che occupano un intero isolato di Arequipa. Con la sua superficie di 20.000 metri quadrati è il monastero di clausura più grande al mondo! Aperto al pubblico nel 1970 dopo 390 anni di isolamento, nel 2000 è stato registrato come sito Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Negli anni non ha mai ospitato tantissime monache ma le dimensioni sono sempre cresciute perché dopo terremoti e incendi distruttivi venivano aggiunte nuove celle, chiostri, cucine, finché non decisero di circoscrivere le mura e collegare le diverse aree con vere e proprie strade che hanno nomi di città spagnole. La personalità di maggior spicco è Suor Ana, una monaca che oggi è oggetto di culto popolare per via dei tanti miracoli e per le predizioni. Talmente amata e venerata che nel 1985 Giovanni Paolo II la beatificò.
Oggi il monastero ospita solo 15 monache che non hanno contatti con i turisti a spasso tra il chiostro degli aranci e quello delle novizie, non vedono nessuno sbirciare nelle vecchie cucine, nelle austere celle monastiche o nel refettorio. Continuano a preservare la loro riservatezza e lasciano che siano gli altri a godersi l’intera struttura, caratterizzata soprattutto dai colori intensi delle sue mura: blu, rosso, giallo e bianco si mescolano nel labirinto dei vicoli che collegano i diversi ambienti e contrastano tra loro. Notevole anche l’esposizione di tele nella grande pinacoteca, qui sono esposti i migliori dipinti della scuola cusquena, che rappresenta la fusione delle culture inca e spagnola.
Il Monastero è considerato l’esempio più bello di architettura coloniale dell’intero Sudamerica e da quando è stato aperto al pubblico, Arequipa ha avuto un boom turistico che ha migliorato complessivamente la città e la vita dei suoi abitanti.
La visita dura circa 3 ore ed è semplificata da una mappa in italiano che rilasciano alla biglietteria.
All’uscita ci fermiamo a cambiare Euro in Soles perché per la prossima visita che faremo al Museo Santuarios Andinos non accetteranno carte di credito ma solo contanti. L’ingresso costa 20 Sol (5.20 Eu) e nonostante l’opuscolo informativo e la mappa in italiano, non è possibile visitare il museo da soli ma bisogna seguire una guida (e al termine lasciare una mancia, non inclusa nel prezzo). La visita inizia con un filmato di 20 minuti e alla cassa organizzano i gruppi in base alla lingua e ai sottotitoli delle proiezioni, quindi dopo aver fatto il biglietto ti assegnano un orario per vedere il documentario al termine del quale parte il tour del museo. Prima però è obbligatorio lasciare zaini, macchine fotografiche e smartphone.
Perché tante attenzioni? Per proteggere Juanita, una delicata mummia ritrovata nel 1995 dall’archeologo Johan Reinhard in uno straordinario stato di conservazione! La piccola Juanita è stata una vittima sacrificale degli Inca, rinvenuta sul Nevado Ampato in seguito a un’eruzione vulcanica che ha sprigionato calore e sciolto il ghiaccio rivelando il tumulo dov’era sepolta. Questo ritrovamento ha permesso agli archeologi di scoprire molto sui riti incaici, sulle vittime, sui sacerdoti e sulla preparazione del sacrificio che iniziava mesi prima con un lungo pellegrinaggio che partiva da Cuzco per raggiungere la cima del vulcano El Misti.
Il nostro filmato inizia alle 16:20 e al termine la nostra guida Jorge ci accompagna per un giro esclusivo, visto che siamo gli unici italiani. Ascoltiamo tutta la storia del ritrovamento di Juanita e le missioni che si sono succedute per proteggere la scoperta fatta a oltre 5500 metri di altitudine e ampliare gli scavi che porteranno alla scoperta di altri tumuli e altre mummie. Colpisce molto sapere che erano solo bambini, appartenenti alle classi più agiate, che erano “consenzienti” e addirittura onorati di essere vittime sacrificali, e che venivano storditi con bevande allucinogene. Attenzione! Le sale del museo conservano mummie congelate e quindi le temperature sono basse in tutte le stanze, in sintesi: fa un freddo boia!
Ok, anche oggi abbiamo fatto il pieno di cultura peruviana e imparato cose nuove. Ora ci possiamo dedicare a un po’ di shopping prima di salutare l’elegante Arequipa. Torniamo quindi in Plaza de Armas e sotto il porticato troviamo l’enorme Galleria degli Artigiani El Tumi de Oro (esattamente l’indirizzo è Portal de Flores, 126): un intricato labirinto di negozietti dove compriamo un bellissimo anello d’argento che riproduce le foglie di coca, una t-shirt, due scialle misto cotone e alpaca, per una spesa totale di 95 Sol (24.80 Eu). Poi proseguiamo lungo Calle Catalina e con 115 Sol (29.95 Eu) acquistiamo ancora orecchini di argento e turchesi per fare alcuni regali.
Sono quasi le 20:30 ed è il momento di far valere la nostra prenotazione da Chicha: dopo aver assaggiato i sapori di mare proposti a Lima dallo chef stellato Gastón Acurio, oggi proviamo il suo ristorante di Arequipa per assaggiare i piatti di carne. Per iniziare ordiniamo l’ocopa, una salsa tipica di Arequipa con patate al salerillo, rosolate insieme a uova e formaggio fritto. Poi passiamo al tradizionale adobo, uno stufato di Arequipa con tre tagli di manzo cotti con origano, cipolla, aglio e chicha, una bevanda poco alcolica che deriva dalla fermentazione non distillata del mais, nota per essere la birra ancestrale delle popolazioni native sudamericane che la bevono anche oggi. E per finire un piatto di alpaca al curry con frutta di stagione e quinoa saltate in padella. Lasciamo sul tavolo solo 147 sol (38.30 Eu) anche perché non è stato possibile ordinare vino o birra: la sera prima delle elezioni non si possono vendere alcolici. Un’idea niente male, visto come sono andate le ultime elezioni dovremmo provarla anche dalle nostre parti 😉
È il momento di salutare Arequipa, bella, tranquilla, con un clima perfetto per fare una prima tappa di adattamento all’altitudine. Domani si riprende la strada, domani si sale ancora.

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,6 km

07/10 Arequipa – Puno – Isole Uros – Puno

Ancora una levataccia alle 6:00, pubblichiamo una foto su Instagram, facciamo una colazione leggera con pane, burro, marmellata e tisane, e prepariamo un paio di sandwich da portare via. Chiudiamo l’ennesima valigia e alle 8:00 scendiamo a prendere il taxi prenotato. In questa occasione c’è stato l’unico episodio di tassista furbetto perché, siccome ha aspettato 10 minuti in strada, ci chiede 20 Soles invece dei 6 pattuiti con la reception. Durante il tragitto gli spieghiamo che non è colpa nostra: se nessuno ci avvisa, perché dovremmo scendere 10 minuti prima dell’orario stabilito? Va be’, alla fine gli diamo 13 Sol (3.40 Eu) e ci salutiamo da amici.
Entriamo nel terminal del bus con 20 minuti di anticipo, il margine più ridotto del viaggio, e riscontriamo che qui sono meno organizzati rispetto ai precedenti terminal. Per fare il check-in delle valigie aspettiamo 30 minuti perché devono scaricare prima i bagagli arrivati con il bus notturno partito da Nazca. Spieghiamo più volte che il nostro pullman sta per partire ma niente da fare, continuano a scaricare e a dirci di aspettare. A un tratto annunciano l’imbarco immediato per i passeggeri diretti a Puno e allora qualcuno si sveglia e prende in custodia le nostre valigie. Come se non bastasse, dopo l’attesa di mezz’ora e la brusca accelerazione dell’imbarco, ci spiegano che trattandosi di un terminal pubblico è necessario pagare una tassa di 3 Sol (0.80 Eu) prima di salire a bordo. Ma non potevano dirlo prima?! Corriamo ai banchi di accettazione, paghiamo, torniamo e finalmente saliamo sul bus.
Alle 8:50 partiamo e pensiamo a come avverrà il collegamento con la nostra prossima destinazione, visto che abbiamo organizzato via internet dall’Italia l’escursione in programma. Per fortuna tutto fila liscio: arriviamo a Puno alle 15:20 e troviamo ad attenderci al terminal Jonathan, il tassista che ci accompagna a un imbarcadero privato dove ci aspetta la famiglia del nostro contatto Eddy, che gestisce Los Uros Aruntawi Lodge situato su una delle 180 isole galleggianti dell’arcipelago Uros, sul lago Titicaca.
Abbiamo fatto una lunga ricerca prima di decidere dove andare per vedere lo stile di vita isolano più autentico e meno frequentato dal circuito turistico, e alla fine abbiamo optato per questa famiglia e non abbiamo sbagliato.
Sulla barca troviamo il papà di Eddy, la mamma Salomè e la sorella Emily, erano stati a Puno per votare e sarebbero tornati sull’isola insieme a noi.
Appena partiti si scatena un gran temporale con tuoni e fulmini che illuminano il cielo immenso su questo lago a 4000 metri di altitudine. Ci fermiamo un istante presso una specie di casello galleggiante per pagare gli 8 Sol (2.10 Eu) richiesti per accedere ai territori lacustri dell’antica tribù Uros.
Le isole Uros prendono il nome dal popolo di lingua quechua che le abita da secoli. Per sfuggire agli Inca, gli Uros si insediarono nel lago Titicaca al largo di Puno, su isole artificiali, che abitano ancora oggi, create con canne di totora. Sono isole galleggianti e flottanti, ancorate al fondo ma con la capacità di spostarsi se necessario. Sono costruite interamente con le canne del lago e necessitano di continua manutenzione: ogni circa tre mesi gli strati superficiali vengono rinnovati con nuove totora per compensare la perdita degli strati più profondi che marciscono a contatto con l’acqua.
L’isola della famiglia di Eddy è piccola ma molto curata, con diverse capanne per ricevere ospiti e una sala comune dove sorseggiamo del mate di coca per contrastare l’altitudine che si fa sentire, specialmente con un gran mal di testa. Ci mostrano la camera dove potremo soggiornare ma la cosa che notiamo – oltre all’assenza di acqua calda – è che fa un gran freddo. Siamo intorno ai 3 gradi umidi, piove e sicuramente con l’avanzare della notte la temperatura scenderà ulteriormente, addirittura di un grado sotto lo zero secondo le previsioni. Non siamo pronti a restare e rischiare di compromettere il resto del viaggio con un’influenza, poi la pioggia continua a cadere e ci impedisce di stare all’aperto e andare a pesca come avremmo voluto fare. Quindi dopo 4 ore in compagnia di questa splendida famiglia, scambiamo alcuni regali che abbiamo portato per loro dall’Italia e torniamo sulla terraferma. 
Sono tutti molto carini e premurosi, ci accompagnano alla barca e alle 20:00 organizzano il ritorno a terra e il nuovo incontro con Jonathan che ci porta all’hotel Balsa Inn prenotato al volo grazie a Eddy.
Visto che è tardi, siamo stanchi e infreddoliti dopo ore di viaggio e pioggia, facciamo una cena in hotel a base di pollo e riso e torniamo in stanza a riposare. Domani ci aspetta un altro piccolo tour de force e dobbiamo recuperare energie.

Quanto abbiamo camminato oggi? 1,8 km

08/10 Puno – Taquile – Puno

L’hotel in cui siamo e che abbiamo scelto ieri sera, ha due caratteristiche determinanti per un soggiorno a Puno: l’acqua calda corrente e un impianto di riscaldamento, due cose che non sono affatto considerate comuni ma che fanno la differenza. Non solo, su richiesta hanno a disposizione anche bombole di ossigeno che portano in camera per favorire la respirazione.
Dopo una notte al caldo, siamo pronti già all’alba e alle 7:45 aspettiamo un nuovo autista inviato da Eddy che ci riporterà sull’isola per fare poi rotta verso Taquile.
Riabbracciamo volentieri Emily e la mamma, anche perché splende un magnifico sole, il cielo è limpido e ci sono 16 gradi che fanno ben sperare: è tutta un’altra cosa rispetto alla giornata buia e piovosa di ieri.
Alle 9:00 ci portano verso un’imbarcazione più grande che sta facendo un giro turistico delle isole Uros. Facciamo un abbordaggio da provetti marinai e ci trasferiamo dopo aver pagato a Eddy 80 Sol (20.90 Eu) per tutto il disturbo, inclusi i passaggi in barca, l’escursione a Taquile e i trasferimenti in auto da e per l’hotel.
Alle 9:30 prendiamo il largo, la terraferma si allontana e l’acqua del Titicaca diventa sempre più blu.
Le barche che attraversano il lago sono di diversi tipi e i prezzi variano in base al comfort e alla durata del viaggio. La nostra è una speed boat che impiega un’ora e mezza per arrivare a destinazione, poi ci sono le regular boat che ci mettono 2 ore e mezza, e infine le artesenales che impiegano il doppio del tempo!
A bordo ci mostrano una cartina che mostra dall’alto in che punto siamo, così possiamo capire la conformazione del territorio circostante e il punto in cui le due penisole antistanti a Puno lasciano un passaggio verso il lago aperto che porta nel cuore del Titicaca. Superata questa bocca vediamo da lontano le sagome delle isole Taquile e Amantani. Siamo a 3800 metri sul livello del mare e a Taquile arriveremo a 4000 dopo una scarpinata che ci porterà sulla sommità dell’isola.
La barca ormeggia sul lato dell’isola opposto a Puno e antistante la Bolivia, la cui terra si vede in lontananza. Prendiamo un sentiero ripido che sale verso l’alto e si sente l’affanno di uno spostamento in altitudine. Fa anche caldo ma superate le prime rampe iniziali l’escursione procede liscia tra scenari indimenticabili, fino ad arrivare alla struttura che ospita la cooperativa costituita dagli abitanti del villaggio.
Per gli abitanti di Taquile il turismo è stato una benedizione: sono vegetariani, non mangiano gli animali che allevano e vivono dei prodotti che offre la terra in un ambiente circoscritto. Con il turismo hanno potuto variare la loro alimentazione e soprattutto collegarsi più spesso con Puno, migliorando notevolmente le condizioni di vita pur mantenendo salda la loro identità comunitaria che preservano con devozione.
Nella comunità sono gli uomini che lavorano a maglia sin dall’età di 8 anni, mentre le donne tessono al telaio. Assistiamo a una dimostrazione dal vivo e ci mostrano anche la preparazione di una schiuma ricavata pestando alcune erbe e mescolandole con l’acqua, in pratica un sapone vegetale. I vestiti tradizionali sono i più sgargianti ed eleganti del Perù e ballano per noi una danza che ogni anno eseguono tutti i giorni dal 25 luglio al 5 agosto, accompagnati dai famosi flauti e da tamburi.
Al termine dell’esibizione aprono un banco per vendere cappelli, sciarpe, guanti, tovaglie, bracciali, contraddistinti da un numero che rappresenta la famiglia che ha realizzato il manufatto. Intanto la cucina lavora per preparare un pasto a base di zuppa di quinoa, omelette al formaggio di mucca non pastorizzato e trota fritta.
Noi restiamo a guardare il panorama, alla nostra destra c’è Amantani con il verde brillante delle piante autoctone e tutto intorno a noi il blu cobalto del Titicaca: nel catino del lago navigabile più alto del mondo l’unica cosa che si riflette sull’acqua è il cielo, come in un gioco di specchi. 
Prima di iniziare la discesa chiediamo al nostro accompagnatore un altro rimedio per il soroche, il mal d’aria. Si rivolge a un giovane del villaggio che va dietro un cespuglio e torna con alcuni rametti di muña, un’erba che sfregata tra le mani e poi inalata riduce il senso di nausea. Finora tra tutte le cose provate, dal mate alle caramelle, alla masticazione diretta delle amarissime foglie di coca, sembra che sia il rimedio più efficace.
L’itinerario riprende con la discesa verso l’altro versante dell’isola dove c’è una bellissima spiaggia di sabbia bianca e nei paraggi la nostra barca che ci attende per ripartire alle 14:00 e arrivare a Puno dopo due ore di navigazione. Facciamo due ore e un po’, perché a qualche chilometro dalla costa l’imbarcazione resta senza benzina e devono dar fondo alla riserva! Dopo questo imprevisto sbarchiamo e prendiamo la navetta che ci porterà al Casona Plaza Hotel Centro.
Scegliamo il ristorante e prenotiamo dalla reception il taxi che domani ci porterà al terminal per prendere l’ultimo bus del viaggio che ci lascerà a Cuzco, l’antica capitale inca.
Prima di cena passeggiamo lungo la vicina strada pedonale Jirón Lima, piena di bottegucce e ristoranti. Compriamo un paio di calamite e poi entriamo da Valeria, un bel ristorantino caldo e accogliente dove ordiniamo filetto di alpaca con purè di patate e insalata di quinoa; e un filetto di manzo con purè di yucca e verdure. Abbiamo bisogno di proteine per integrare al termine di una giornata impegnativa che ci ha fatto disperdere molte energie, mentre il fisico si prepara a combattere il freddo intenso che sta arrivando con la notte.
Lasciamo sul tavolo 73 Sol (19 Eu) e facciamo rientro in hotel ma… poco prima di entrare nel nostro albergo veniamo attirati da una musica fortissima che suona dietro un portone semi-aperto. Ci affacciamo a sbirciare e vediamo festoni e luci anni ’80 di una festa privata, sembra un matrimonio. Incuriositi, chiediamo di cosa si tratta e ci spiegano che è una festa religiosa organizzata nella sede di un gruppo folklorico. A un certo punto sembrano accorgersi tutti di noi che siamo sulla soglia, ci vengono incontro alcune persone e ci invitano a entrare. Sembra brutto tirarsi indietro e così nel giro di pochi secondi ci troviamo seduti a tavola con donne e uomini in abiti tradizionali che stappano birre calde in sequenza e ci offrono da bere.
Di certo non è che si può parlare e socializzare con la musica a palla e la birra a fiumi, quindi come va a finire? Che si balla! E così ci ritroviamo al centro di danze peruviane fotografati e filmati da tutti, un po’ come successe durante i viaggi in India e Cambogia, quando volevamo vedere da vicino persone e stili di vita genuini e siamo finiti per diventare noi il divertimento della serata! 🙂
Peccato per la levataccia che ci aspetta domani, saremmo rimasti volentieri a lungo con i nostri nuovi amici peruviani 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 5,6 km

09/10 Puno – Cuzco

Sveglia alle 6:00, giusto il tempo di fare colazione e alle 7:15 prendiamo il taxi che in meno di 10 minuti ci lascia all’autorimessa dei bus. Anche qui, come ad Arequipa, paghiamo la tassa per il terminal condiviso (1.50 Sol, 0.40 Eu) e procediamo all’imbarco.
Alle 8:00 lasciamo Puno per raggiungere Cuzco dopo altre 7 ore e mezza di viaggio, una in più del previsto a causa di un tremendo incidente e la pioggia.
Questo era proprio l’ultimo bus Cruz del Sur del viaggio! Ok, esperienza molto on the road, molto hippie, molto immersiva. Del genere “da provare almeno una volta nella vita”. Ok, una. L’ho fatto e ora non voglio vedere un bus a lunga percorrenza per i prossimi 40 anni! Questi lunghi spostamenti a 90 all’ora si sono sentiti tutti, forse anche perché sono stati molto concentrati. Se avete pochi giorni da trascorrere in Perù questo itinerario si può fare anche con voli interni. Opzione da considerare 😉
Fuori dal terminal prendiamo subito un taxi che per 15 Sol (3.90 Eu) ci lascia dopo 20 minuti davanti al nostro Union Hotel Cusco dove ci attende l’albergo più bello del viaggio. Abbiamo fatto lo stesso ragionamento applicato ad Arequipa: dopo gli sbattimenti in giro, un paio di giorni di suite ce li meritiamo. Nella stanza il letto è addirittura più largo che lungo ma c’è tempo per riposare, dopo le ore in pullman vogliamo solo uscire e fare un giro esplorativo dell’antica capitale Inca.
A pochi metri da noi c’è il Mercado San Pedro e l’omonima chiesa adiacente, facciamo un giro in entrambi ma al mercato torneremo domattina, durante la piena attività. Intanto abbiamo capito che è un ottimo posto per fare acquisti di souvenir.
Siamo a 3400 metri e l’aria rarefatta si sente mentre camminiamo lungo Calle Santa Clara, proseguiremo dritti finché la strada non arriverà nel magnifico scenario di Plaza de Armas.
Intanto la luce del sole sta per scomparire e con l’arrivo del buio migliaia di abitazioni costruite l’una sull’altra, illuminano i fianchi delle montagne che circondano Cuzco: sembra un presepe. Facciamo una sosta per vedere la Basilica Menor de la Merced e poi raggiungiamo la piazza principale.
Andiamo dritti al centro dell’enorme rettangolo, proprio qui Pizarro ha dichiarato la conquista della città da parte degli spagnoli e la sconfitta degli Inca. Per avere una visione d’insieme ci posizioniamo vicino alla fontana zampillante che in cima ha la statua di Pachacutec, l’ultimo imperatore inca rappresentato con il braccio teso, una gestualità ieratica riservata a chi guida un intero popolo. Il sovrano oggi è qui, al centro del suo antico impero e di fronte la sacra cattedrale dei suoi nemici, come se quell’epoca non fosse ancora finita. La piazza ha ripreso il nome antico di Huacaypata perché la riconquista della propria identità passa anche attraverso il recupero dell’antica toponomastica quechua che esprime l’orgoglio dei nativi. Ci vengono in mente le parole di Abramo Lincoln: “La forza conquista ogni cosa, ma le sue vittorie sono di breve durata”.
Osserviamo ancora con attenzione gli edifici che circondano la piazza: su due lati ci sono lunghi porticati con grandi balconi in legno finemente intagliato, su un altro lato la cattedrale barocca, poi altre strutture in stile coloniale mescolate con resti delle antiche mura dell’epoca Inca.
Siamo qui da poche ore e non abbiamo visto molto, però abbiamo la netta sensazione di trovarci nella più bella città che vedremo in Perù, anche meglio di Arequipa che nel nostro immaginario pre-partenza era al primo posto!
La passeggiata finisce alle 20 proprio davanti al ristorante scelto per cena: Uchu Peruvian Steakhouse. Locale intimo, molto ben arredato e soprattutto buono: qui mettiamo a segno la miglior cena del viaggio.
Ordiniamo causas con patate bollite aromatizzate alle erbe e anticuchitos, dei piccoli spiedini di pollo cotto alla piastra dopo la marinatura in aji panca e chicha de jora, cioè salsa piccante e birra di mais, accompagnati da avocado e crema di aji amarillo. Più lungo da descrivere che da mangiare! Mentre bastano poche parole per il piatto più noto di Uchu: tre filetti di carni nazionali da 110 grammi l’uno. Noi abbiamo scelto manzo, alpaca e agnello serviti al sangue su una pietra ardente su cui possiamo mettere a punto la cottura preferita. Il gusto viene esaltato da salse e le immancabili patate fritte. Da bere acqua e birra cusqueña, per un totale di 127 Sol (33.30 Eu).
Dopo un assaggio di Cuzco, adesso è tempo di rientrare con la pancia piena in hotel per goderci la nostra meritata suite: il premio per festeggiare la fine dei trasferimenti in bus!

Quanto abbiamo camminato oggi? 4,6 km

10/10 Cuzco

Cuzco esprime bene tutta l’essenza del Perù: sontuose chiese, resti di imponenti mura inca e vicoli acciottolati che si intersecano con sontuosi viali coloniali. La nostra intera giornata dedicata alla scoperta della storica capitale inca inizia alle 8:00 e dopo colazione usciamo per tornare al mercato San Pedro. Prima di entrare, però, ci fermiamo a trattare con un tassista il tour che abbiamo programmato per domani, quando per raggiungere Machu Picchu ci sposteremo verso Ollantaytambo attraverso la Valle Sacra.
Il tassista che ieri ci ha portato in hotel ha chiesto 180 Sol (46.90 Eu), quello interrogato fuori il mercato addirittura 250 (65.10 Eu)! Decidiamo di aspettare un po’ prima di accettare e ci concentriamo sul mercato in piena attività: i negozi sono tutti aperti e tante persone mangiano e bevono. I banchi sono pieni di cibo ed è un festival di colori e profumi: gelatine zuccherate, frullati, frutta fresca di ogni genere, spezie…  c’è anche un’area decisamente più pulp, che ospita i macellai. Questa zona è piuttosto truculenta, solo per stomaci forti: ci sono enormi teste di mucca, lingue, zampe, musi e cuori pronti per essere arrostiti infilzati in uno spiedo, una specialità molto apprezzata.
Continuiamo anche il nostro confronto prezzi tra i banchi di souvenir e poi ci spostiamo verso Plaza de Armas. Siamo fermi sul marciapiede in attesa di attraversare e dall’altro lato della strada chi vediamo? Simona e Claudia! Quanto è piccolo il Perù! Scambiamo i saluti, ci aggiorniamo sugli ultimi spostamenti e soprattutto ci consigliamo i ristoranti provati nella capitale storica 😉
Dopo il nostro rituale arrivederci riprendiamo l’itinerario che ci porta dritti nella cattedrale dove facciamo un biglietto cumulativo per visitare anche altri siti, al costo di 30 Sol (7.80 Eu).
Che dire, in tutta sincerità anche qui come ad Arequipa, gli interni valgono meno degli esterni. La cattedrale – come altre chiese viste finora – non è particolarmente memorabile, specie per noi che veniamo dall’Europa. La cosa più curiosa che abbiamo notato è un grande dipinto dell‘Ultima Cena dove al centro del tavolo, davanti a Gesù e gli apostoli, c’è un cuy, il porcellino d’India piatto nazionale; a confermare come la scuola cusqueña sia stata capace di unire la cultura cattolica cristiana con quella dei nativi.
All’uscita troviamo un tassista seduto in macchina e domandiamo anche a lui il prezzo del taxi-tour che intendiamo fare domani, stavolta con idee ancora più chiare perché abbiamo acquisito più informazioni e sappiamo esattamente cosa desideriamo vedere: un paio di siti, la saline di Maras e Ollantaytambo, dove ci attende il treno che ci porterà ad Aguas Calientes, la località di riferimento per raggiungere Machu Picchu.
Ci accordiamo con Willy per 150 Sol (39 Eu) e scambiamo i numeri di telefono per dare conferma via WhatsApp una volta tornati in hotel. A proposito, Willy Castillo Gonzales si è confermato persona di fiducia e disponibile. Pertanto lo consiglio per un giro turistico di Cuzco e dintorni, potete contattarlo su WhatsApp al numero +51 962 216482. 
Dopo aver sondato i prezzi un po’ ovunque, inizia il momento dello shopping, entriamo in un consorzio di artigiani e scegliamo il banco di una signora che vende un po’ di tutto, per fare più acquisti e avere uno sconto cumulativo. Compriamo due belle sciarpone, due t-shirt, calze di alpaca, tre pochette e spendiamo 143 Sol (37.20 Eu). Torniamo in hotel per lasciare gli acquisti fatti e inviamo un messaggio a Willy per dargli appuntamento domani alle 12:00 in hotel: anche questa è andata!
Usciamo di nuovo, prendiamo un taxi e spendiamo 5 Sol (1.30 Eu) per andare a San Blas. Il tragitto non è lungo ma c’è un gran traffico e impieghiamo 30 minuti per arrivare: a piedi avremmo fatto sicuramente prima! La chiesa che intendiamo visitare prende il nome dal quartiere che la ospita ed è aperta fino alle 18:00, noi ci presentiamo alla cassa trafelati giusto 2 minuti prima della chiusura ed entriamo spediti con il nostro biglietto cumulativo. Bastano 10 minuti per la visita, la chiesa è piccola e gli elementi di rilievo sono giusto un paio: l’altare tutto in lamina d’oro e il pulpito magistralmente scolpito da un unico (e gigantesco) tronco d’albero che pare sia la miglior opera di legno intagliato delle Americhe.
La nostra passeggiata prosegue da piazza San Blas, stretta tra le strade parallele di Carmen Alto e Bajo. Questo è il quartiere degli artisti che ha avuto un boom negli ultimi anni, si trovano molte botteghe artigiane, piccoli ristoranti e alloggi per backpackers. Per quanto abbiamo visto è una zona un po’ fricchettona come se ne trovano in tutto il mondo e i cacciatori di souvenir qui non faranno affari, molto meglio i prezzi del Mercado San Pedro.
La parte più interessante del quartiere è la passeggiata da fare seguendo il lungo sentiero acciottolato Tandapata: una stretta viuzza pedonale che si districa tra vicoli e scalinate. Isolati dal traffico, sembra di tornare indietro nel tempo mentre si cammina tra mura megalitiche, canali di irrigazione e resti di decorazioni inca.
Ci piace molto camminare in questa zona di Cuzco e continuiamo finché non incrociamo Sunturwasi e Hatunrumiyoc, un lungo e importante doppio-vicolo inca che termina in Plaza de Armas. Da qui riconosciamo il tragitto per tornare in hotel e visto che siamo stanchi e dobbiamo prepararci alla fase finale del viaggio, rientriamo. Prima però facciamo una piccola spesa nel supermarket vicino e poi andiamo andiamo a dormire senza troppe cerimonie dopo aver cenato a base di riso e pollo nel ristorante dell’hotel. Machu Picchu stiamo arrivando!

Quanto abbiamo camminato oggi? 7 km

11/10 Cuzco – Valle Sacra – Ollantaytambo – Aguas Calientes (Machu Picchu)

Oggi ci aspetta un lungo spostamento in auto attraverso il Valle Sagrado, la Valle Sacra degli Inca, per raggiungere il treno che ci porterà all’apice di questo viaggio: Machu Picchu.
Dopo colazione prepariamo i bagagli e li lasciamo in reception perché domani, dopo l’escursione a Machu Picchu, torneremo a dormire in questo albergo. Lasciare i bagagli in hotel e muoversi con degli zaini più leggeri è una pratica molto usata, noi l’abbiamo già applicata a Puno e sono così tanti i viaggiatori che adottano questo espediente che gli hotel sono preparati. In particolar modo proprio tra Cuzco e Machu Picchu è una prassi consolidata, anche perché Aguas Calientes non è che sia granché e trascorrerci una notte basta e avanza.
Prima di partire torniamo ancora a San Pedro per gli ultimi acquisti a Cuzco: cinque ciondoli, orecchini, shottino, agendina, peluche di alpaca, sei magneti  e un borsellino con 100 Sol (26 Eu) peraltro pagati con Amex (in un mercato! un mercato peruviano!).
Alle 12:00 arriva puntuale il nostro tassista Willy e iniziamo le escursioni di oggi dal Qorichanka (ingresso 15 Sol, 3.90 Eu solo in contanti). Cuzco è tutta un affascinante intreccio di resti precolombiani e architettura coloniale ma l’emblema della fusione tra le due culture è visibile in questo tempio. Il colpo d’occhio esterno riassume perfettamente quanto è celato dietro le spesse mura: la struttura dell’attuale chiesa e il convento domenicano poggiano sulle solide fondamenta di antichi templi inca dedicati alla luna, alle stelle, all’arcobaleno e al tuono.
Qorikancha è l’emblema di come i conquistadores abbiano sostituito il culto politeista dei nativi con quello monoteista cattolico, costruendo un convento in stile coloniale sopra il tempio più ricco dell’impero inca. Tempio che fu addirittura un regalo di Francisco Pizarro a suo fratello Juan… e che regalo! Muri ricoperti da 700 lamine d’oro di 2 chili ciascuna e al centro una fonte ottagonale rivestita da 55 chili di oro massiccio! (Tutto ovviamente trafugato e fuso pochi mesi dopo l’arrivo degli spagnoli).
Al termine della visita torniamo da Willy e prendiamo una strada che ci porta fuori Cuzco e inizia a salire fino ai 3800 metri di quota di Chinchero. In questo villaggio d’altura ci fermiamo a visitare un’officina tessile di famiglie consorziate che filano la lana per produrre accessori che poi vendono a Cuzco. Qui abbiamo un incontro molto ravvicinato con la materia prima di questi artigiani: lama e alpaca pascolano fuori i cancelli e ne approfittiamo per qualche foto insieme alle star della fauna peruviana.
Riprendiamo la marcia fino a un belvedere che conosce Willy e che ci offre un panorama maestoso: alla nostra destra c’è Pisac, di fronte l’enorme massiccio Chicón con i suoi 5530 metri e la cima innevata, in basso la valle in cui scorre il fiume Urubamba.
L’aria è fredda e minaccia pioggia, risaliamo in macchina e andiamo dritti alla prossima tappa: le saline di Maras. L’ingresso costa 10 Sol (2.60 Eu) e basta un’occhiata d’insieme per meravigliarsi ancora di fronte all’ingegno dell’uomo e alla generosità della natura. Siamo in una gola stretta e profonda posta tra montagne altissime, qui una misteriosa sorgente di acqua carica di sodio ha permesso all’uomo di estrarre il sale nel cuore del Perù.
Queste saline sono utilizzate sin dall’epoca inca, sono costituite da ben 3000 vasche terrazzate che, attraverso un intricato sistema di canalizzazione, distribuiscono e raccolgono l’acqua della sorgente salata che nasce a 4000 metri sul livello del mare. Le vasche sono poste su più livelli in base alla qualità del sale da estrarre, prodotto per diversi scopi: allevamento del bestiame, uso medico e alimentare. Ci allontaniamo un attimo dal percorso guidato e ci spostiamo su un sentiero più panoramico per fare una foto spettacolare su uno scenario incredibile: un vento leggero ha spazzato vie le nuvole, ora di fronte a noi abbiamo tutta la salina che termina alle pendici di un’altra gigantesca montagna carica di neve.
Prima di tornare alla macchina compriamo un po’ di sale e poi attraversiamo diversi villaggi prima di raggiungere Ollantaytambo. Questo paesino di 900 anime ospita un monumentale sito archeologico inca ed è un punto di riferimento importante per chi si dirige verso Machu Picchu. Facciamo un giro, scattiamo foto nelle vie acciottolate e ci spostiamo lentamente verso la stazione dove alle 18:34 abbiamo il nostro treno diretto ad Aguas Calientes. I treni sono usati soprattutto dai turisti perché costano molto, peccato viaggiare con il buio perché alcuni tratti sono illuminati artificialmente e ci rendiamo conto che nell’oscurità deve esserci un paesaggio incredibile visto che il treno viaggia parallelo al fiume Urubamba che scorre impetuoso a pochi metri dalle rotaie.
Arriviamo puntuali alle 20:15, in stazione c’è grande fermento per quello che probabilmente sarà uno degli ultimi arrivi della giornata. Raggiungiamo sotto la pioggia il nostro hotel Panorama B&B e subito avvertiamo qualcosa di inquietante a cui non siamo abituati: nel buio avvertiamo la presenza di due enormi montagne scure che incombono sul nostro balcone con le loro pareti lisce e verticali. Muri alti 2600 metri che dietro di sé hanno celato per secoli l’ultima roccaforte degli inca.
In reception ci consigliano di fare subito il biglietto per il bus che prenderemo domani, quindi ci spostiamo in centro e restiamo direttamente fuori per cena.
Aguas Calientes sembra un outlet a uso e consumo di turisti che sono lì esclusivamente per Machu Picchu, quindi non aspettatevi niente di particolare. Purtroppo piove – e tanto! – quindi non facciamo una grande selezione tra i tantissimi ristoranti e ci buttiamo dentro El Mapi perché ci è piaciuto dall’esterno. Ordiniamo una versione un tantino più elaborata e scenografica del menù monotematico degli ultimi giorni: manzo saltato con patatine fritte, e pollo alla piastra con verdure e purè. Spendiamo 84 Sol (21,70 Eu) e facciamo ritorno verso l’albergo per fare gli ultimi preparativi. Domani ci aspetta il motivo principale per cui siamo qui: Machu Picchu e non solo, perché siamo pronti a scalare anche il Wayna Picchu.
Prima di andare a letto guardiamo ancora una volta lo splendido panorama dal nostro balcone e anche se siamo eccitati per l’impresa che ci attende, abbiamo davanti a noi abbiamo un sonnifero naturale che ci farà riposare: lo scroscio della pioggia incessante che si confonde con il rombo dell’Urubamba. Buonanotte! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 8,3 km

12/10 Machu Picchu – Cuzco

Ancora una sveglia all’alba, anzi prima perché nonostante la sveglia sia puntata alle 5:30 siamo svegli dalle 4:30! Il motivo è semplice: abbiamo la fermata dei bus per Machu Picchu proprio sotto l’hotel e sentiamo il vociare di tantissime persone che stanno iniziando a mettersi in fila per raggiungere il sito archeologico.
A proposito, come arrivare a Machu Picchu? Si può prendere un bus che costa ben 24 dollari per andata e ritorno (21 Eu). Serve a coprire 8 chilometri e impiega circa 20 minuti di tornanti a picco nel vuoto. Altrimenti è possibile salire a piedi.
I biglietti vanno comprati in centro, presso il botteghino di Consettur, il rivenditore ufficiale che gestisce anche gli spostamenti.
Sono quasi le 7:00 quando ci mettiamo in fila, ormai si è ridotta moltissimo perché i più mattinieri sono già saliti per vedere l’alba. Noi no! Tanto era nuvoloso… 🤣
La strada per arrivare in cima è sterrata e a tratti acciottolata, il bus si muove a scossoni nella radura rigogliosa. Ogni tanto incrocia qualche collega che marcia in direzione opposta e ognuno conosce bene chi ha la precedenza in base agli spazi di manovra. Può succedere di vedere accostare un bus ai margini di uno strapiombo: per chi soffre di vertigini non sarà un viaggio piacevole.
Arrivati all’ingresso mostriamo il biglietto e il passaporto. Ricordate di comprare in anticipo il titolo di accesso perché gli ingressi sono limitati, ho spiegato come fare nel post dedicato dove ci sono le istruzioni per acquistare il biglietto per Machu Picchu.
Una cosa da notare e che ci spiegano anche in hotel: all’interno del sito archeologico non ci sono bagni. Si trovano solo ai varchi di accesso e poi stop. Tenetelo in considerazione, specialmente se avete in programma di visitare anche Wayna Picchu. Subito dopo l’ingresso ci fermiamo a ritirare la mappa e iniziamo il nostro giro dalla Capanna del Custode, qui c’è un sentiero a zig-zag che porta a una serie di terrazzamenti da cui è possibile scattare la famosa foto panoramica di Machu Picchu. Il sito è avvolto dalla nebbia in attesa che il sole diventi alto, non piove più ma ci sono ancora nuvole che si muovono veloci e minacciose. Mentre facciamo foto e video, ci spostiamo alla ricerca di visuali sempre migliori e ogni volta il nostro soggetto immobile cambia grazie al movimento prodotto dalle nubi, dal sole, dalle ombre. L’antica cittadella inca si svela poco alla volta fino a mostrare tutta la sua magia fatta di storia, natura, spiritualità e mistero.
Le antiche mura passano da un colore grigio plumbeo a tonalità più chiare man mano che il sole le asciuga, l’erba è di un verde brillante che abbaglia e mentre ci spostiamo verso l’interno del sito, i custodi iniziano a lavorare sulla manutenzione dei prati con la collaborazione di qualche lama lasciato liberamente e pascolare tra le rovine. Di fronte a noi incombe il massiccio verticale del Wayna Picchu, ci osserviamo a vicenda: siamo pronti alla sfida.
La nostra visita prosegue così, seguendo il percorso che affianca le vasche cerimoniali e si addentra nel cuore della città, passando per il Tempio del Sole e fino alla Piazza Sacra.
Machu Picchu fu annunciata al mondo dall’archeologo Hiram Bingham nel 1911, viene considerata la città perduta degli Inca perché non è mai menzionata nelle cronache dei Conquistadores spagnoli. Ma questo non vuol dire che sia stata scoperta agli inizi del XX secolo. Il sito era stato precedentemente saccheggiato da predoni e quando Bingham arrivò con la sua spedizione ci trovò addirittura dei campesinos che vivevano e lavoravano nella città sacra!
Quando si parla di Machu Picchu si parla di mistero perché la sua storia non è ben definita, di certo sono stati trovati templi, un osservatorio e strutture cerimoniali su un lato del grande prato centrale che separa l’altro lato della roccaforte inca, dove si trovano gli alloggi dei residenti, dei contadini e degli artigiani. La cittadella ha ospitato fino a 700 abitanti ed è stata costruita in circa 50/70 anni, nonostante un secolo di studi ancora non sono riusciti ad attribuire con esattezza perché sia stata costruita in questo luogo remoto a 2400 metri d’altezza. Le ipotesi sono diverse: si va dalla città consacrata agli dei dai sacerdoti, per via della sua buona posizione per osservare le stelle, fino alla residenza estiva di Pachacutec, l’imperatore che favorì l’espansione degli inca, fino ad arrivare alla tesi più affascinanti che vede rifugiarsi in questa roccaforte gli ultimi inca, consapevoli della sconfitta subita dagli spagnoli e dell’impossibilità di risollevare le sorti dell’impero. Decisero quindi di isolarsi per preservare la loro identità senza più contatti con gli uomini bianchi, in attesa di riconquistare il Perù ormai perso.
Il nostro viaggio nel tempo si interrompe alle 10:00, quando dopo aver attraversato tutta la città arriviamo alle pendici del Wayna Picchu: è arrivato il momento di iniziare l’ascesa.
Il Wayna Picchu, o Huayna Picchu, ormai si è capito, è quel cucuzzolo che sovrasta Machu Picchu. Dalle foto classiche del sito archeologico, quelle che conosciamo tutti, non si vede, eppure proprio lassù ci sono le rovine di un tempio e per arrivarci si percorre una vertiginosa scalinata che sembra scolpita nella roccia. Man mano che ci avviciniamo all’ingresso del Wayna riusciamo a vedere a occhio nudo le persone che salivano, ed è un po’ come aspettare il proprio turno sotto una montagna russa al Luna Park. Poi è toccato a noi.
Si può accedere al Wayna Picchu solo su prenotazione e l’ascesa è divisa in due turni di due ore, uno alle 8:00 e uno alle 10:00, il nostro. Ogni turno è riservato a massimo 200 persone al giorno, quindi chi ha intenzione di fare questa esperienza deve giocare d’anticipo. All’ingresso firmiamo un registro con l’orario di partenza e mentre entriamo nel fitto della foresta assistiamo a scene di giubilo di persone che tornano stravolte dalla fatica ma che hanno completato il percorso.
Il dislivello è solo di 300 metri ma ci vogliono tra i 60 e i 90 minuti per arrivare in cima. All’inizio è una passeggiata in salita, con qualche fatica in più per l’altitudine, poi diventa sempre più impegnativa. I gradini sono stretti e alti, mentre li affronti incontri qualcuno che rinuncia e torna indietro, superi persone che poi non vedrai arrivare in alto ma resti sempre concentrato sulle scale. Ogni tanto tiriamo su la testa per ammirare il paesaggio che ci circonda. In alcuni tratti le scale sono a pioli e bisogna usare mani e piedi per salire, più si va su e più diventa difficile. L’attenzione è alta perché è piovuto molto e alcuni tratti sono scivolosi, non ci sono protezioni e sotto c’è uno strapiombo di 2000 metri che termina nel fiume Urubamba. Tutto intorno altre vette enormi rivestite di alberi.
Facciamo tre pause per bere, senza sederci e senza recuperare troppo per non perdere il ritmo. Dopo 50 minuti siamo in vetta e il panorama ripaga la fatica: questa visuale di Machu Picchu la vedono meno di 400 persone al giorno e noi ce l’abbiamo fatta!
La discesa è sicuramente meno impegnativa della salita ma ugualmente complicata per questioni di sicurezza, quindi manteniamo alta la concentrazione fino al momento di firmare il registro con l’orario del ritorno: sono le 12:15 quando rientriamo nel sito principale ancora pieni di adrenalina e carichi di nuove energie nonostante la fatica. Ci avviamo lentamente verso l’uscita continuando a vagare per il lato di Machu Picchu che ancora non abbiamo visto, poi ci mettiamo in coda per prendere il bus del ritorno (una fila di quasi un’ora) che ci riporterà in hotel per fare una pausa prima di riprendere il treno. Siamo stanchi, sporchi e sudati eppure molto soddisfatti!
Non abbiamo più la camera ma in reception sanno come funziona con le escursioni, quindi ci permettono di usare i bagni e preparare qualche tisana e panini con marmellata. Sembra sia stata solo una tregua durata giusto il tempo della nostra missione, perché nel pomeriggio riprendere a piovere fortissimo e continua finché non andiamo in stazione a prendere il treno che alle 16:33 ci porterà a Poroy, la stazione di riferimento di Cuzco (16 km), dove ci aspetta Willy per riportarci al nostro hotel Esplendor per 30 Sol (7.80 Eu) per ricongiungerci con le nostre valigie. Sono le 21:15 passate e siamo cotti, quindi non perdiamo tempo a cercare un locale e ci infiliamo nel ristorante dell’albergo di fronte a noi: il bellissimo patio coloniale del Terra Andina sarà la cornice di quest’ultima cena a base di riso e pollo 93.50 Sol (24.10 Eu).
Poi resta solo il tempo di una lunga doccia e crolliamo. Con la visita a Machu Picchu il viaggio ha toccato il suo apice e tutto è filato alla grande, da domani si pensa al ritorno a casa…

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,5 km

13/10 Cuzco – Lima

Dopo l’ultima colazione a Cuzco facciamo check out e alle 9:00 siamo nella macchina di Willy che è venuto a prenderci per accompagnarci in aeroporto.
Willy è stato molto gentile, ha sempre guidato bene e accolto le nostre richieste. Al momento dei saluti gli facciamo i complimenti per come svolge il suo lavoro e promettiamo che suggeriremo volentieri il suo nome ad altri viaggiatori che andranno in Perù a fare questo giro: promessa mantenuta!
In aeroporto notiamo per la prima volta una certa inefficienza organizzativa di cui avevamo tanto letto, forse con gli aerei ci sanno fare un po’ meno rispetto alle corriere ma la traversata Cuzco-Lima in bus proprio non si poteva fare e quindi pazienza se prima ci dicono un gate e dopo 10 minuti un altro ancora. Anche al nuovo gate vediamo che imbarcano un volo diverso dal nostro e solo un annuncio carpito al volo dall’altoparlante ci informa del nuovo cambio: stavolta il gate è tre piani più in basso. Quando arriviamo al posto giusto evidentemente non è il momento giusto perché ci dicono che il nostro aereo ancora deve arrivare! Alla fine il ritardo totale sarà solo di mezz’ora, sopportabile.
Alle 13:30 lasciamo l’aeroporto di Lima con un taxi Green per 60 Sol (15.60 Eu) più uno sconto di 10 Sol se lo prenderemo anche per il ritorno.
Dopo due settimane siamo di nuovo qui, nella capitale, immersi nel traffico e a 45 minuti dalla nostra destinazione. Stavolta non andiamo a Miraflores ma nell’adiacente quartiere San Isidro, il cuore finanziario di Lima, dove ci aspetta l’ultima notte peruviana presso l’Atton Hotel. In realtà noi abbiamo prenotato l’hotel Foresta ma a causa di lavori di ristrutturazione ci hanno ricollocato in questa struttura, un upgrade inaspettato e sicuramente gradito una volta visto l’albergo e i suoi servizi. Ma non perdiamo tempo, ormai siamo allenati a certi ritmi, quindi lasciamo solo le valigie, raccogliamo in reception qualche informazione per cena e andiamo dritti in centro con un taxi fermato per strada (quelli che sostano vicino gli alberghi costano sempre di più!) al costo di 15 Sol (3.90 Eu).
Il programma che abbiamo in testa è molto semplice: seguire l’itinerario a piedi di Lima Centro suggerito dalla Lonely, con alcune varianti fatte in casa. Partiamo dalla bella Plaza San Marten e procediamo lungo la pedonale Jiròn de la Uniòn: una strada dello shopping un po’ scalcagnata che termina nella grande Plaza de Armas. Durante il tragitto ci fermiamo a visitare la barocca Iglesia de la Merced, una chiesa del 1541 dove fu celebrata la prima messa di Lima.
Curata, ampia, con un’antica fontana del 1650 al centro, la piazza fu il primo insediamento spagnolo e il Palazzo del Governo, quello dell’Arcivescovo e la Cattedrale della città che la circondano ne testimoniano ancora oggi l’importanza.  Dopo aver fortuitamente assistito all’ingresso di una sposa nella cattedrale, scortata da un manipolo di militari in alta uniforme, e al cambio della guardia del palazzo presidenziale, ci allunghiamo a visitare l’importante chiesa di Santo Domingo che custodisce le spoglie di tre santi peruviani e poi proseguiamo per il Parque de la Muralla, situato alle spalle dei palazzi governativi e a ridosso del fiume Rimac. Qui si possono osservare alcuni tratti dell’antica cinta muraria ma noi restiamo soprattutto affascinati dalle piccole arene circolari che sono disseminate nel parco, dove la gente del posto si accalca per assistere a spettacoli teatrali, musicali, di danza tradizionale e sembra divertirsi un mondo.
Non capiamo molto di quello che accade e non riusciamo ad apprezzare l’intrattenimento proposto, così ci rifugiamo nella prossima destinazione, decisamente più prosaica: il supermercato Metro, per acquistare spezie, gelatine e cioccolata (24 Sol, 6.25 Eu).
Ormai è buio, il quartiere non è proprio dei migliori e anche sulla guida consigliano di visitarlo solo durante il giorno, così ci spostiamo verso le zone dove ci sono i locali per trascorrere la serata. Basta riso e pollo! Per l’ultima cena peruviana vogliamo mangiare pesce, come il primo giorno, quindi torniamo a Miraflores e visto che il tassista che abbiamo fermato sembra non conoscere troppo bene la strada, né come funziona il navigatore di Google, gli diamo una mano e con 20 Sol (5.20 Eu) ci portiamo da soli da Punto Azul (quello in Calle San Martin, l’altro locale con lo stesso nome è aperto solo a pranzo). Dopo un’attesa di 45 minuti ci fanno sedere e ordiniamo: polpo arrosto, un esplosivo riso con calamari e gamberi, davvero molto condito e due grandi filetti di palmerita arrosto, un pesce locale accompagnato con insalata. Spendiamo 125 Sol (32.60 Eu) e siamo pronti a lasciare il Perù con un ottimo sapore in bocca. Proprio come successo all’arrivo da Panchita, ormai è chiaro: in Perù si mangia benissimo! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 7 km

14/10 Lima – Roma

La miglior colazione del viaggio la facciamo proprio sul gran finale all’Hatton, al quale chiediamo e otteniamo un check-in ritardato alle 14:00 per fare i bagagli dopo una visita al Mercado Inca e a quello Indio per le ultime compere.
Spendiamo 20 Sol in tutto per andare e tornare (5.20 Eu), compriamo giusto qualche coppa con cannuccia per il mate e vaghiamo tra i banchi ormai stanchi, non c’è niente di diverso o particolarmente conveniente che non abbiamo già visto durante il viaggio. La conclusione in materia di souvenir per noi è semplice: meglio comprare di volta in volta durante le varie tappe e non attendere l’ultimo giorno a Lima.
Al ritorno ci mettono a disposizione sauna e doccia per rilassarci prima di lasciare l’hotel, purtroppo dobbiamo rinunciare perché sono quasi le 16:00 e il taxi che abbiamo prenotato sta per arrivare. Chiudiamo in fretta le valigie e il ritardo di 15 minuti del nostro taxi che arriva solo in seguito a un sollecito telefonico della reception, è un cattivo presagio per tutto quello che succederà durante il viaggio di ritorno.
KLM ci comunica via SMS di aver cancellato la nostra coincidenza da Amsterdam a Roma per un problema tecnico e ci sposta su un aereo Iberia che parte da Lima e fa scalo a Madrid per atterrare a Roma addirittura 20 minuti prima di quanto previsto dal nostro piano di volo. Facciamo regolarmente check-in ai banchi di Iberia, imbarchiamo i bagagli e mentre ci spostiamo al gate delle partenze compriamo al duty free pisco e cioccolata.
Siamo in coda per salire a bordo quando sentiamo i nostri cognomi dall’altoparlante e pensiamo a qualche priorità concessa per via della cancellazione. Invece è l’esatto contrario: ci comunicano che siamo in overbooking e che potremo salire a bordo solo se qualcuno rinuncerà a partire! Una volta riempito l’aereo e lasciati a terra, il personale Iberia ci porta rapidamente all’imbarco del KLM in partenza, in pratica sul volo che avremmo dovuto prendere e che avevamo acquistato! La domanda resterà irrisolta: perché spostarci su Iberia sin da Lima se il volo KLM cancellato era solo la coincidenza Amsterdam-Roma e non quello in partenza dalla capitale peruviana? Il mistero lo capiamo in volo, quando si presenta il capitano dell’aereo con le nostre nuove carte d’imbarco e scopriamo che ci hanno prenotato un albergo per la notte del 15 Ottobre ad Amsterdam ed emesso un biglietto per Roma per la mattina all’alba del 16/10: il tutto di propria iniziativa e senza informarci adeguatamente. Ma non è finita, perché ovviamente i nostri bagagli sono rimasti nella stiva dell’aereo Iberia, con la rassicurazione che sarebbero arrivati a Roma prima di noi e che li avremmo già trovati a destinazione. Sì, come no…
Una volta atterrati a Schipol andiamo al desk KLM, protestiamo per come hanno gestito il nostro caso e chiediamo di trovare un aereo che ci porti a destinazione secondo i nostri piani e che ci ricongiunga al più presto con i nostri bagagli e non il giorno dopo. Tirano fuori dal cilindro un volo in partenza per Bruxelles e poi dalla capitale belga un aereo Brussels Airlines con destinazione Roma. Con questo doppio scalo riusciamo ad arrivare due ore dopo l’aereo che da Madrid avrebbe portato le nostre valigie. Condizionale d’obbligo perché una volta a Roma, come previsto, le valigie non sono arrivate e nessuno sa dove siano.
All’ufficio Lost & Found accettano la denuncia a titolo di cortesia perché il responsabile della consegna bagagli è sempre l’ultimo vettore, in questo caso Brussels Airlines, che però le nostre valigie non l’ha neanche mai viste! Difatti arrivano dopo altri due giorni dall’aeroporto di Madrid dove sono state ispezionate in dogana e ci chiamano per andare a riprenderle perché nessuna compagnia si assumeva le responsabilità dell’accaduto e il costosissimo onere di una consegna a domicilio! Ok, vado a prenderle di persona e poi iniziamo la trafila dei reclami e le richieste di risarcimento.
Nel momento in cui pubblico questo post, 20 giorni dopo il ritorno, in seguito a numerosi solleciti via social e sito, KLM ha risposto con scuse formali e una proposta di rimborso di 125 Euro per passeggero. Proposta che ho declinato per portare avanti una richiesta di risarcimento più adeguata alla gravità dei fatti e ai disagi procurati con un comportamento irresponsabile delle compagnie aeree coinvolte. Abbiamo trovato supporto presso un legale specializzato di Federviaggiatori e al termine della disputa aggiornerò il post con l’esito finale.
Ma non vogliamo che sia questo il ricordo finale di questo viaggio.
Quanto accaduto sulla strada del ritorno è solo un episodio negativo, gestito malissimo da KLM, che non influenzerà il ricordo positivo di 15 giorni trascorsi a stretto contatto con la natura, il cibo, i paesaggi, i colori e la gente del Perù.

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 90 km

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Perù di Lonely Planet disponibile su Amazon
Libri letti su Kindle: I simboli maya, inca e aztechi di Heike Owusu, Paperino – Il mistero degli Incas di Carl Barks e La via d’oro di James Rollins
Tutti i dettagli sulla prenotazione dei treni, dei bus e degli ingressi a Machu Picchu sono descritti nel post dedicato all’organizzazione di un viaggio in Perù

Idee per le vacanze: diari di viaggio pronti!

Diari di viaggio da Granada, Bruges, Mont Saint Michel, Tokyo, Nara e il Kumano Kodo
Diari di viaggio: un po’ di Belgio, un po’ di Spagna, un po’ di Francia, un po’ di Giappone, un po’ di me e Federica 😉

Da qualche anno non aggiornavo la lista dei luoghi visitati con i rispettivi diari di viaggio, con questo post ho recuperato un po’ di tempo perduto.
I Paesi del mondo in cui ho viaggiato sono aumentati e le località attraversate in nave, aereo, treno, bus, macchina sono anche di più. Come i diari di viaggio che ho scritto!
La pubblicazione dei diari di viaggio su questo blog è ormai un rito, un appuntamento fisso con i miei ricordi e con altri viaggiatori che vogliono fare esperienze simili.
I miei viaggi divisi per anno sono direttamente collegati al rispettivo diario: pronti a partire? 😉

2018: Normandia in macchina: Rouen, Mont Sant-Michel, Omaha Beach, Bayeux, Arromanches, Honfleur, Etretat, Giverny (Francia); Amsterdam (8) e Volendam (3)
2017: Bruges e Bruxelles (Belgio); Tokyo, Watarase Onsen, Hongu (Kumano Kodo), Shirahama, Nachi, Koyasan, Kyoto e Nara (Giappone); Sofia (Bulgaria)
2016: Vilnius e Trakai (Lituania); Amsterdam (6), Volendam (2), Monnickendam (2), Marken (2) e Edam
(Paesi Bassi); Andalusia (2) in macchina: Granada (2), Cordoba, Ronda, Nerja e Malaga (Spagna); Amsterdam (7); Cracovia e Auschwitz (Polonia)
2015: Varanasi, Sarnath, Agra, Fatehpur Sikri, Jaipur, Delhi (India); Miami, Key West (2), Orlando (3), Savannah, New Orleans, New York (3); Bratislava e Devin (Slovacchia), Vienna (Austria);
2014: Atene (Grecia); Mosca e San Pietroburgo (Russia); San Francisco, Las Vegas e i grandi parchi americani (USA); Porto (Portogallo)
2013: Phnom Pen, Siem Reap, Koh Kong (Cambogia); Bristol (2), Salisbury (2), Stonehenge (2) e Bath (UK); Andalusia in macchina: Siviglia (2), Gibilterra (UK), Cadice (Spagna); Parigi (7)
2012: Parigi e Disneyland (6)
2010: Bristol , Salisbury, Stonehenge (UK), Amsterdam (5), Volendam, Monnickendam, Marken (Paesi Bassi), Madrid (Spagna)
2009: Amsterdam (3); Budapest (Ungheria); Edimburgo e Cramond (Scozia), Brema (Germania), Amsterdam (4), Lisbona (Portogallo)
2008: Berlino (Germania); Istanbul (Turchia)
2007: Siviglia e Granada (Spagna)
2006: Route 66 in macchina: Chicago, St. Louis, Springfield, Oklahoma City, Amarillo, Tucumcari, Santa Fe, Los Alamos, Albuquerque, Holbrook, Grand Canyon, Flagstaff, Las Vegas, Los Angeles (USA)
2005: Key West, Orlando (2), New York (2) (USA), Cozumel, Playa del Carmen e Tulum (Messico), Haltun Ha (Belize); Valencia (Spagna)
2004: Mumbai e Calcutta (India); Barcellona (Spagna); Parigi (5); Mauritius girata in macchina; Londra (2)
2001: Parigi (4)
1999: Il Cairo, Menfi, Saqquara e Giza (Egitto)
1998: Parigi (3); New York, Schenektady, Albany e Orlando (USA)
1997: Guadalupa e Martinica girate in auto
1996: Interrail: Parigi (2), Londra (UK) e Amsterdam (2)
1995: Montecarlo (Principato di Monaco); Praga (Repubblica Ceca); Interrail: Parigi (Francia), Bruxelles (Belgio), Amsterdam (Paesi Bassi), Dachau e Monaco di Baviera (Germania).

Le recensioni di ristoranti e hotel le pubblico sul mio profilo Tripadvisor 😉

Diario di viaggio in Normandia e Mont Saint-Michel

Viaggio in Normandia
Giverny, Honfleur, Etretat, Omaha Beach, Bayeux e Mont Sant-Michel: meraviglie di Normandia

 

Ci abbiamo provato l’anno scorso, a Giugno, ma non ci siamo riusciti: andare in Normandia durante i giorni di rievocazione dello sbarco (6 Giugno) è stato impossibile! Quindi abbiamo rimandato a un periodo più calmo, ed eccoci qua!
Il programma di viaggio prevede l’attraversamento del Nord della Francia: prima tappa la mistica rocca di Mont Saint-Michel, poi le martoriate spiagge che durante la II Guerra Mondiale furono determinanti per la riconquista dell’Europa da parte degli Alleati e infine un’escursione a Honfleur, Etretat e Giverny, lungo strade molto amate dai pittori impressionisti di fine ‘800. Partiamo? 😉

 

28/03 Roma – Parigi – Rouen – Mont Saint-Michel (346 km)

 

Questa fuga di Pasqua in Normandia non è stata pianificata con larghissimo anticipo, i biglietti li abbiamo prenotati l’11/02 e gli hotel il 25/02: praticamente un solo mese prima di partire.
Eppure abbiamo strappato ottime tariffe: per il volo a/r Ryanair – complice l’orario di partenza da fornaio – spendiamo 103 Euro a testa, partenza da Roma alle 06:30 e arrivo a Parigi (Beauvais) alle 08:50. Ormai siamo di casa a Beauvais, è il nostro terzo atterraggio, e stavolta abbiamo deciso addirittura di spenderci l’ultima notte. Ma per questo c’è tempo, siamo appena all’inizio 😉
Ryanair non manca mai di sorprendere i suoi clienti con modifiche sulla politica dei bagagli, quindi è bene essere sempre aggiornati. Le ultime novità sul bagaglio a mano sono del 15/01/2018 e si possono sintetizzare così: con il biglietto ordinario non è più possibile portare in cabina il trolley ma solo uno zainetto o una borsa di piccole dimensioni che entrano sotto il sedile. Hanno diritto al bagaglio a mano in cabina (fino a esaurimento dei posti nelle cappelliere) e all’imbarco prioritario solo i possessori di biglietto Premium (5 Euro in più durante l’acquisto, 6 Euro dopo). Tutti gli altri passeggeri possono portare il proprio trolley (mi raccomando alle dimensioni e al peso!) fino al gate di imbarco ma al momento di salire a bordo sarà etichettato e messo in stiva (gratis, ovviamente). Se poi volete star tranquilli, consiglio di dare sempre un’occhiata alla pagina che risponde a tutte le domande sul bagaglio a mano di RyanAir.
Visto che abbiamo imbarcato anche una valigia grande, all’arrivo non ci costa molto aspettare sul nastro anche quello che fu il “bagaglio a mano”. L’aeroporto è piccolo, le indicazioni sono facili da seguire ma questa volta non cerchiamo lo shuttle che porta a Parigi (un’ora abbondante, 14.50 Euro, capolinea Port Maillot dove c’è la metro). Stavolta raggiungiamo l’edificio di fronte al terminal dove sono raccolti i banchi degli autonoleggi e puntiamo quello dell’Avis, dove sbrighiamo le pratiche per ritirare l’auto prenotata per 6 giorni a 157 Euro su Rentalcars (sito del gruppo Booking).
Ci assegnano una Ford Fiesta Diesel nuova di zecca, nella tariffa sono inclusi 1500 km. Al momento del ritiro bisogna presentare patente, carta d’identità e una carta di credito (non di debito!) per le cauzioni, anche se avete già pagato in anticipo. Tutto come previsto, quello che non ti spiegano durante la prenotazione online è l’ammontare di queste cauzioni: 900 euro! Non proprio un dettaglio. 800 Euro sono per eventuali danni e 100 se arriveranno multe, la cifra viene congelata e restituita alla riconsegna dell’auto.
La nostra Fiesta è ben accessoriata: cruise control, avviso e correzione automatica di cambio corsia, segnalatore di sosta durante la guida, lettore dei segnali stradali, sensori di posteggio, ecc… c’è tutto per un viaggio sicuro, quello che non dovrebbe esserci è un odore acido che persiste anche dopo i primi chilometri con i finestrini aperti. Qualcuno ha trasportato formaggi francesi oppure non osiamo immaginare altro, l’olezzo ci basta per battezzare la nostra nuova compagna di viaggio: Puzzarella 🙂
Sono le 10:15 quando azzeriamo il contachilometri e iniziamo il viaggio on the road in Normandia, la prima tappa sarà Rouen e ci arriveremo guidati dal nostro nuovo navigatore TomTom Start 42 che abbiamo comprato per 89.90 Euro completo di tutte le mappe d’Europa, una cifra inferiore rispetto a quanto sarebbe costato noleggiarlo con l’auto.
Arriviamo a destinazione alle 12:00 dopo aver guidato per soli 87 chilometri sotto una pioggia incessante che, purtroppo, sarà spesso una costante dell’intero viaggio: sì, è vero, il meteo in Normandia è particolarmente instabile. Preparate la valigia con k-way e portate un ombrellino, perché anche nella giornata più soleggiata probabilmente tornerà utile. I cambiamenti sono così repentini che è meglio non farsi cogliere impreparati, difatti l’ombrello comprato durante il bagnatissimo viaggio di Natale a Sofia si rivela subito utile.
Lasciamo la macchina in un (costosissimo) parcheggio multipiano in pieno centro (2 ore, 6 Euro) e facciamo un giro intorno al Palazzo di Giustizia nel cuore del centro storico medievale, circondati da abitazioni in stile normanno con le facciate a graticcio. Arriviamo fino a una delle antiche porte cittadine, quella più conosciuta che ospita il grande orologio astronomico che dal 1389 scandisce le ore di Rouen. Da qui ci spostiamo verso la cattedrale di Notre-Dame, capolavoro di gotico fiammeggiante che mostra con orgoglio un enorme rosone decorato. Peccato non poterlo ammirare dall’interno visto che l’edificio è chiuso tra le 12:00 e le 14:00!
Non ci resta che appostarci fuori a scattare foto cercando gli stessi angoli che Monet immortalò in ben 31 tele dedicate alla cattedrale alla fine del 1800. Durante il nostro servizio fotografico improvvisato notiamo che le torri laterali sono diverse, proprio come la Manquita di Malaga vista durante l’ultimo viaggio in Andalusia. Le due torri sono diverse per forma e anche per colore: una è di colore giallo paglierino, quella detta Torre del Burro, perché venne finanziata dall’omonima Confraternita di commercianti. Ecco, si comincia a parlare di cibo e quindi perché non fare la prima pausa gastronomica francese? Giusto un assaggio: fougasse aux lardons, una focaccia tempestata di cubetti di pancetta (2.40 Euro).
Visto che per riprendere la macchina e proseguire il viaggio dobbiamo attraversare un centro commerciale, ne approfittiamo per fare subito una piccola spesuccia per le colazioni dei prossimi giorni e qualche spuntino: nel nostro carrello finiscono una tanica di acqua da 5 litri e due bottigliette da rifornire, patatine, succhi di frutta, mandorle sgusciate, cubetti di zenzero e limone canditi, mandarini e una confezione da sei di simil-Girella (12.40 Euro)
Riprendiamo la strada verso la tappa-regina di questo viaggio e ce la prendiamo comoda, un po’ per ambientarci sulle strade francesi, un po’ perché la pioggia non ci molla. Percorriamo altri 259 chilometri fino a destinazione, dove arriviamo alle 18:00. Non ci sono volute 4 ore di guida, eh! Abbiamo rallentato molto perché in prossimità dell’arrivo ci siamo fermati più volte per fotografare da lontano l’isola con la fortezza e l’abbazia più conosciute di Francia: Mont Saint-Michel.
Che dire: l’impatto prospettico è notevole, davanti a noi ci sono chilometri di campi verdi dove i montoni locali brucano beatamente. Un paesaggio già visto in cartolina e sui libri di scuola ce lo ritroviamo finalmente davanti, in attesa di ritrovarlo anche a tavola! 😛
Ora è il momento di alcune informazioni utili per prenotare un hotel a Mont Saint-Michel. Allora, negli ultimi anni l’area è molto cambiata e l’accesso alla città-fortezza è limitato perché, mentre in tutto il mondo si calcolano i rischi causati dall’innalzamento del livello dei mari, qui – a causa di una diga – stava accadendo il contrario: la terra e la vegetazione avanzavano e guadagnavano nuovi spazi a discapito del mare. Mont Saint-Michel rischiava di perdere per sempre la sua origine naturale di isola inespugnabile protetta dalle maree. Solo grazie a una profonda riprogettazione del sistema di chiuse e di accessi al sito, l’ingegneria ha restituito alla marea la sua piena espressione e ha conservato Mont Saint-Michel come è sempre stata.
Questi cambiamenti hanno ridotto gli accessi al ponte-passarella che collega l’isola con la terraferma, solo i clienti dei pochi hotel all’interno della ZTL – la Caserne – possono entrare in macchina e da qui, in ogni caso, possono andare verso la rocca solo con le navette di servizio. Tutti gli altri visitatori arrivano da fuori con i bus locali oppure devono lasciare l’auto nel grande parcheggio all’ingresso del villaggio e proseguire esclusivamente a piedi o con la navetta interna (Le Passeur). Questo è decisamente da considerare prima di prenotare: noi abbiamo scelto di soggiornare nell’area protetta e una volta sul posto ci siamo resi conto che è stata un’ottima scelta. Arrivare da fuori, con la pioggia, e dipendere esclusivamente dai bus locali avrebbe complicato il soggiorno. Questa mappa interattiva spiega chiaramente quanto appena descritto.
Noi abbiamo prenotato l’Hotel Vert che in occasione dell’arrivo ci ha dato un codice numerico da inserire alla sbarra per gli accessi riservati. Abbiamo parcheggiato e alla reception ci hanno dato subito una buona notizia e una meno buona: la prima era che la navetta gratuita passava proprio di fronte al nostro  hotel, la seconda invece era l’orario della marea prevista alle 18:10. Con soli 10 minuti a disposizione abbiamo lanciato le valigie in camera e ci siamo fiondati al volo sulla navetta.
Siccome la marea di oggi ha coefficiente 66, quindi piuttosto bassa rispetto all’effetto che ci si aspetta di vedere, mentre quella di domani – ben 81 cm! – sarà notevole (coefficiente 100 è considerata una super-marea), decidiamo di fare solo un po’ di foto e un rapido sopralluogo esplorativo lungo le mura di ronda. L’ingresso è unico, dalla porta principale dell’Avancée, e una volta dentro prendiamo subito le prime scale sulla destra che salgono su un torrione che affaccia verso la terraferma. Da qui proseguiamo lungo il perimetro alto della rocca e ammiriamo l’intersecarsi di giardini, abitazioni, edifici governativi ed ecclesiastici. Una passeggiata che, notiamo, non ci porterà verso l’altra metà dell’isola, quella che affaccia sul mare aperto. Questa vista è possibile solo dai punti panoramici dell’abbazia. Concludiamo quindi la nostra escursione rientrando attraverso il torrione Nord, quello maggiormente consigliato per vedere le maree, e da qui torniamo verso l’uscita.
Tira un gran vento, iniziamo a sentire la stanchezza e decidiamo di rientrare in hotel ancora con la navetta. Su questo shuttle ci sono delle caratteristiche che vale la pena menzionare: ha solo tre fermate, il capolinea dista 350 metri dall’ingresso, è elettrica, gratuita e non fa inversioni ma marcia avanti e indietro semplicemente cambiando la postazione di guida; è attiva sette giorni su sette (tranne il 25/12 e l’1/01) dalle 07:30 fino all’1:00 e passa ogni 15/20 minuti in base al numero di turisti presenti. 
La giornata sta per finire, prima però c’è uno dei momenti che preferiamo in viaggio: scegliere il ristorante e mangiare. Accettiamo la disponibilità limitata perché non intendiamo riprendere la macchina, uscire, cercare strade e acquistare un nuovo codice per l’ingresso (4 Euro), quindi valutiamo solo locali raggiungibili a piedi e alla fine optiamo per Ferm Sant Michel, una vecchia stazione di posta subito fuori la Caserne.
All’ingresso ci sono vecchie carrozze e l’interno è molto curato, con un soffitto altissimo in muratura e legno e un grande camino scoppiettante. Fuori ci sono 4 gradi e trovare un’ambiente così caldo e accogliente stuzzica ancora di più l’appetito, è il momento perfetto per prendere confidenza con una costante del viaggio in Normandia: il menù fisso. Lo propongono praticamente tutti i ristoranti e basta il desiderio di assaggiare un paio di portate per rendere conveniente la formula del menù, che di solito è composto da tre elementi: antipasto, piatto principale e dessert. Siccome i costi delle singole portate sono mediamente alti vale la pena ammortizzarli con il “pacchetto”. Ci sono diversi menu fissi con diversi prezzi, la differenza sta nel tipo di portate che si possono scegliere per comporre il proprio pasto.
Noi scegliamo il Menu du visiteur e dalle varie opzioni ordiniamo un duo di terrine, una con legumi e una con una base di agnello pré-salé al foie gras; come primo piatto agnello, ancora pré salé, sfilacciato con purea di patate, e per dolce una creme brûlé. Ci abbiamo aggiunto anche un petto di pollo alla griglia marinato nel miele e mezzo litro di Chardonnay. Nell’attesa ci hanno offerto anche una piccola zuppa di frutti di mare frullati, bollente e servita in bicchierini: un intruglio né mangiabile né bevibile. Tutto il resto era buono ma senz’anima, diciamo che l’atmosfera ha fatto meglio dello chef (49 Euro).
Ricordate che qualche rigo fa l’avevo giurata a quei montoni? Detto-fatto! L’agnello pré-salé descritto nel menù è un tipo di carne che si può mangiare solo qui, difatti è protetto da un marchio AOP. “Pré-salé” dà l’idea di qualcosa di “pre-salato” e in un certo senso è proprio così: pré in francese vuol dire prato e questi benedetti agnelli brucano ogni giorno erbe ricche di sali minerali perché bagnate dalle maree, quindi le loro carni hanno un gusto particolare.
Questa notte sogneremo prati salati.

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,9 km

 

29/03 Mont Sant-Michel

 

Dopo quasi 24 ore svegli ci siamo regalati una bella dormita, sveglia con calma, colazione in camera e poi di nuovo in strada per raggiungere la vicina diga sul fiume Couesnon.
Qui c’è un osservatorio, a pochi passi dal lungo ponte-passerella, dove una serie di pannelli spiega gli interventi che sono stati fatti per scongiurare la catastrofe ambientale e paesaggistica che Mont Sant-Michel ha rischiato.
Anche oggi c’è vento e pioggia, la temperatura massima arriva a 6 gradi e la percepita è solo 2: questo conferma quanto instabile sia il meteo della Normandia e ci dà una spiegazione sul perché ci siano così pochi turisti. Ci aspettavamo il delirio pre-pasquale, con un’altissima concentrazione di viaggiatori e invece non c’è quasi nessuno. Sui depliant dei servizi locali preso in hotel (stampato anche in italiano) è spiegato che l’alta stagione inizia dal giorno di Pasqua e finisce l’1/10, quindi siamo in bassa stagione e si nota: non sembra affatto un sito Patrimonio dell’UNESCO che supera i 3 milioni di visitatori all’anno!
Ci spostiamo verso il centro informazioni e il bookshop per fare qualche acquisto prima di tornare sull’isolotto, ci scaldiamo un po’ mentre nel carrello finiscono i primi souvenir: ormai immancabili ospiti per le collezioni nostre e di amici, acquistiamo calamite, sportine, t-shirt e shottini (40 Euro). Visto che ci troviamo, allunghiamo la pausa e facciamo uno spuntino con una baguette prosciutto e formaggio, accompagnata da una birra La Croix des Grèves Blonde prodotta dai monaci dell’abbazia.
Ok, le batterie sono cariche e le calorie sono pronte per essere dissipate. Il Passeur non si fa attendere, saliamo e man mano che ci avviciniamo all’isola la pioggia concede una tregua benevola che ci permette di arrivare senza ombrello dalle pendici della rocca di granito fino in cima all’abbazia. Ci godiamo una bella passeggiata lungo la stradina principale, la Grand Rue, che ieri avevamo evitato in favore del giro di ronda e ci immergiamo in un’atmosfera medievale perfettamente credibile. Sì, ci sono molti negozietti di souvenir, B&B e ristoranti, ma sono discreti e con insegne in linea con il decoro storico, niente di pacchiano o fuori posto. Tutte le attività sono integrate perfettamente in strutture che risalgono al XV-XVI secolo.
La salita ci porta fino all’ingresso dell’abbazia, il biglietto costa 10 Euro e ritirata la mappa-guida (in italiano) ci addentriamo nella Meraviglia d’Occidente che segna il confine tra la Bretagna e la Normandia. Un timido sole si affaccia tra le nuvole e proietta le ombre delle guglie gotiche sulle scale che portano alla terrazza Saut-Gautier. Sembra di essere entrati in una trama fantasy, un genere che non amo ma che rende l’idea. Tutto è enorme: sembra incredibile che dal XII secolo siano riusciti a costruire in un fazzoletto di terra questo capolavoro imponente di architettura civile, militare e religiosa.
L’intera struttura ha assunto nel tempo una forma piramidale perché è stata realmente costruita a strati, quindi una base ampia per il popolo e il commercio, protetta da mura perimetrali, e in cima a tutto l’abbazia con la rocca militare. Ovviamente la componente religiosa è stata prevalente nei secoli, dal semplice oratorio fino alla creazione di una meraviglia che a un certo punto della sua storia è diventata anche strategica sul piano militare: nessuno ha mai espugnato Mont Sant-Michel.
Man mano che si esplorano le sale si comprende pienamente il gioco di incastri che, come una scatola cinese, configura un equilibrio perfetto tra la leggerezza delle guglie e l’imponenza delle mura. Il complesso non è costruito solo dal basso verso l’alto ma anche dall’interno verso l’esterno, creando un gioco sapiente di labirinti che si intersecano e di spazi che si sovrappongono senza disturbarsi nelle loro funzioni, dall’ampio refettorio al chiostro. Quest’ultimo meraviglia nella meraviglia, perché non ti aspetti possa trovare spazio anche un cortile verde e ben curato in spazi apparentemente angusti.
Gli interni sono profondi e megalitici, i contrafforti, i pilastri, i camini, tutto è enorme e contrasta con gli stretti corridoi, le scale e i passaggi chiusi al pubblico che sembrano collegare segretamente altri locali ancora. Insomma, dietro ogni angolo c’è qualcosa che sorprende ma quello che accade quando arriviamo sul belvedere non ha eguali. Stavolta non è l’uomo a meravigliare ma la natura: finalmente vediamo l’altra faccia della rocca e davanti a noi l’intera baia.
Il complesso chiude alle 17:00, dietro di noi non c’è più nessuno e per questo già alle 17:15 siamo praticamente da soli a scattare foto panoramiche quando a un tratto si distingue nettamente un rumore di fondo, come uno scroscio d’acqua. Allora torniamo alla balaustra e davanti a noi vediamo finalmente il più grande spettacolo di Mont Sant-Michel: l’arrivo della marea!
Per conoscere gli orari consiglio di visitare il sito ufficiale dove è possibile scaricare ogni anno il calendario delle maree, sono informazioni che danno anche gli hotel ma per noi saperlo in anticipo è stato determinante già in Italia, per le prenotazioni e l’organizzazione della visita. Tutto è stato perfetto, siamo riusciti a vedere la marea che arriva veloce “come un cavallo al galoppo” e copre tutto il territorio sabbioso: ci siamo trovati al posto giusto nel momento giusto (due ore prima del picco massimo). A interrompere la visione arrivano due addetti del museo che ci invitano a riprendere la visita perché chiuderanno tutte le porte alle nostre spalle, va bene: missione compiuta per noi! 😉
All’uscita prendiamo la strada di ieri e ci spostiamo sulla torre Nord, la pioggia ricomincia a cadere lentamente e sotto un sole che resiste crea due arcobaleni sull’orizzonte interno della baia. La luce è magica, ci becchiamo addirittura uno scoppio improvviso di grandine e notiamo che anche da questo lato l’onda lunga di marea avanza verso l’interno, più lentamente ma sempre visibile a occhio nudo, per abbracciare l’intera isola lasciando asciutto solo il ponte-passerella (che in casi eccezionali può anche essere sommerso).
Mentre aspettiamo la navetta facciamo nuove foto perché lo scenario è completamente diverso da ieri e ci regala lo scatto perfetto per il nostro profilo Instagram Handmade_Travel.
Per cena già sappiamo dove andare, la Caserne non offre grandissima scelta e il Relais du Roy ci è sembrato quello con le recensioni più equilibrate. Diciamo pure che sembra essere quello meno trappola per turisti ma soprattutto è vicino sia al nostro hotel sia alla navetta, visto che intendiamo tornare anche dopo cena sull’isola.
Ormai sappiamo come funziona, quindi andiamo decisi con l’ordine di due Pelèrin Menu: antipasti con filetti di sgombro marinato nel lime e spolverato di kumbawa (un agrume giapponese che assaggiamo qui per la prima volta, alla faccia del recente viaggio in Giappone!); un filetto di salmone ripieno di ricotta ed erbette aromatiche e il duo di formaggi normanni (puzzolentissimi Camembert e Pont l’Eveque); come piatti principali ancora agnello pré-salé in torta e crosta di pan di zenzero e una Relais Style Montoise Omelet, in pratica una mega frittata che riproduce la famosa ricetta – e le dimensioni! – della più nota Mère Poulard (il ristorante omonimo è proprio all’interno di Mont Saint-Michel), considerato un piatto tradizionale consigliato sulla guida Michelin (esagerati! Ripeto: è ‘na frittatona). Per dolce una crema brûlé con burro salato al caramello, acqua e una 0,5 Heineken (57.30 Euro). Cena tutto sommato migliore di ieri ma anche qui niente di memorabile, c’è sempre quel qualcosa che manca!
Alle 22:30 siamo pronti per riprendere l’ormai famigliare navetta ma dopo una giornata di meraviglie arriva una prima e decisiva delusione: Mont Sant-Michel è spenta. Non è illuminata come invece l’abbiamo vista in foto e, complice il freddo e l’immancabile pioggia, dopo 30 minuti di attesa decidiamo di non proseguire visto che è tutto buio e le navette in servizio sono di meno.
Dobbiamo recuperare energie, domani si riprende la strada per entrare nel cuore della Normandia.

Quanto abbiamo camminato oggi? 4,8 km

 

30/03 Mont Sant-Michel – Omaha Beach – Bayeux (221 km)

 

Finora abbiamo fatto il pieno di meraviglie, abbiamo visto cosa può fare l’uomo quando impiega l’ingegno per avvicinarsi al cielo e comunicare con il divino. Abbiamo visto come ha piegato la natura mettendola a rischio e come ha rimediato ai suoi errori.
Oggi andremo a vedere altre forme dell’ingegno dell’uomo, più drammatiche e violente, che quando sono state impiegate per rimediare a errori commessi da altri uomini, hanno causato morte e distruzione prima di ricostruire. Oggi vedremo le martoriate coste della Normandia che il 6 Giugno 1944 hanno visto arrivare gli Alleati in Francia per aprire un fronte occidentale contro le armate di Hitler e riconquistare l’Europa. Non sarà stato affatto facile per quegli uomini coraggiosi e i luoghi che visiteremo: a distanza di 74 anni, si vedono ancora i segni di tante battaglie e sofferenze.
Alle 11:00 partiamo per Sainte Mère Église dove arriviamo dopo un’ora e mezza e 134 chilometri, tutti sotto la pioggia e con 5 gradi di temperatura: ancora una giornata invernale!
Parcheggiamo nella piazza centrale proprio di fronte la chiesa di Notre Dame de la Paix che rappresenta simbolicamente il luogo dove ebbe inizio la grande operazione Overlord, passata alla storia come lo sbarco in Normandia.
La notte prima del D-Day, qui furono paracadutati i militari americani della 82° Divisione Aviotrasportata, un po’ allo sbaraglio visto che moltissimi non arrivarono sull’obiettivo stabilito. Il più celebre di questi errori, citato nel film Il giorno più lungo e – per gli amanti dei videogame – in Call of Duty, è quello del parà John Steele che rimase appeso alla torre campanaria di questa chiesa per due ore fingendosi morto. Riuscì a sopravvivere nonostante le ferite e diventò sordo perché per tutto il tempo le campane suonavano l’allarme durante i bombardamenti. Per ricordare questo episodio, sul campanile c’è in pianta stabile un manichino appeso con il suo paracadute e probabilmente è il manichino più fotografato del mondo!
La chiesa è molto bella, piccolina e davvero ben conservata nonostante sia stata al centro di scontri feroci. All’interno ci sono diversi punti dove si ricordano i protagonisti del conflitto, con foto di reduci e messaggi di ringraziamento. Molto insolita la vetrata a colori del 1960 che commemora i 25 anni dello sbarco: invece di scene ecumeniche sono rappresentati i paracadusti, le date, i nomi dei reggimenti che hanno combattuto su quel territorio. Ai piedi della vetrata, scritto in francese e inglese, l’omaggio eterno ai veterani che hanno partecipato alle celebrazioni: Loro sono tornati.
Ci separano solo 15 chilometri dalla prossima tappa: Utah Beach. Qui i combattimenti furono pochi grazie a un’imprecisione: gli americani sbarcarono nel posto sbagliato e invece di fronteggiare le mitragliatrici tedesche si ritrovarono ad aggirarle. Persero solo 12 uomini e lo sbarco poteva sembrare in discesa, peccato che la presa delle spiagge successive dimostrerà il contrario. Scattiamo le foto ai monumenti e alla pietra miliare che indica il KM 00 sulla Strada della Libertà e ripartiamo verso la località successiva: Pointe du Hoc.
Ora una nota sui musei: tutte le località dello sbarco in Normandia hanno i propri musei pieni di documenti, foto, ricostruzioni, memorabilia e residuati bellici. Non si può dire quale sia il migliore perché sono tanti e ognuno con delle peculiarità, ci sono carrarmati, interi aerei custoditi in hangar, spesso sono usati anche come attrattiva all’esterno. Noi per oggi abbiamo scelto di non scegliere un museo e dedicarci solo alla visita dei luoghi.
Nello spostamento da Utah Beach a Pointe du Hoc si lascia il dipartimento della Manica e si entra nel Calvados. A Pointe du Hoc si avverte il crescendo dell’impatto: il sacrificio dei Ranger americani incaricati di conquistare la postazione è narrato con enfasi e il campo di battaglia è stato conservato come allora perché le gesta dei militari furono eroiche e decisive. Gli americani riuscirono a snidare i tedeschi dalle casematte e difesero strenuamente l’avamposto fino all’arrivo dei rinforzi, contando solo 86 superstiti dei 225 uomini inviati sul posto. Il percorso della visita si snoda lungo sentieri che fanno lo slalom tra gli enormi crateri lasciati dalle bombe e dai mortai, si può entrare nei bunker e nelle trincee, e vedere ancora i resti carbonizzati delle strutture in legno che vennero conquistate a colpi di granate e lanciafiamme. Il sacrificio di questi uomini è stato talmente importante che nel 1979 la Francia ha ceduto l’intero sito in uso perpetuo al governo americano.
La pioggia battente e il vento hanno fatto due vittime illustri anche nella nostra missione: l’ombrellino bulgaro si è scoperchiato definitivamente e Federica è caduta sul campo di battaglia, scivolata sul fango e l’erba. Per non proseguire la giornata in una mimetica improvvisata, facciamo una pausa per rinnovare il look e poi scappiamo di corsa a Colleville-sur-Mer.
Arriviamo 20 minuti prima della chiusura (17:00) ma il tempo a disposizione ci basta per vedere il grande memoriale, il cimitero americano e la spiaggia più nota dello sbarco in Normandia: Omaha Beach.
Qui la battaglia fu cruenta e vide in campo migliaia di soldati, alla fine della giornata gli americani contarono un migliaio di morti. La spiaggia venne ribattezzata Bloody Omaha e i minuti iniziali del film Salvate il soldato Ryan di Spielberg ci spiegano il motivo di questo soprannome. Nel cimitero monumentale ci sono file ordinate di croci e stelle di David di quasi 10.000 soldati americani caduti durante la campagna di Francia, in buona parte giovanissimi (m)andati dall’altra parte del mondo a combattere per la nostra libertà e per i quali da sempre nutro rispetto e gratitudine. Dopo la chiusura del cimitero percorriamo l’adiacente sentiero che porta alla magnifica spiaggia: quasi 8 chilometri di sabbia e maree, una spiaggia larghissima che termina a ridosso di falesie e dune. In pratica una scatola di sabbia facile da proteggere, logisticamente era evidente che sarebbe stato un massacro eppure la realpolitik di guerra non ha avuto scrupoli e ha chiesto il sacrificio estremo a migliaia di ragazzi. Per oggi può bastare.
Dopo una carrellata di storia, guerra, libertà ed emozioni è il momento di distrarsi e tornare al viaggio, precisamente ci dirigiamo verso Bayeux dove abbiamo prenotato una stanza presso il Grand Hotel de Luxembourg.
Restiamo in albergo giusto il tempo di ripulirci un po’ dal fango e siamo subito in strada diretti verso la cattedrale di Notre Dame (che fantasia, eh!), del 1077, ancora un capolavoro gotico. Per raggiungerla seguiamo le indicazioni di un simpatico vecchietto che ci fa strada fino all’ingresso. All’interno troviamo la messa cantata del venerdì santo (proprio come accadde durante il viaggio a Vilnius) che rende la visita ancora più suggestiva: le dimensioni sono imponenti, le navate ampie, altissime, si distingue anche il precedente impianto romanico. Gli esterni sono altrettanto belli e curati, la cattedrale è immersa nel centro storico e nelle vicinanze scattiamo foto a un piccolo sistema di chiuse e mulini.
Ce la prendiamo comoda perché stasera non abbiamo l’ansia di decidere dove cenare: è tutto già pronto! Abbiamo organizzato un incontro con amici che vivono qui, un po’ come facemmo con i Di Nittos durante il viaggio in Florida, e quindi ci hanno pensato Alessia e Jacopo a prenotare un tavolo Au ptit Bistrot, vicinissimo alla cattedrale.
Alle 20:45 ci incontriamo tutti e dopo i saluti siamo pronti a tuffarci in una nuova esperienza gastronomica francese. Anche i nostri ospiti ci confermano che la formula del menù è molto in uso e non è necessariamente da intendersi come “turistica”, pertanto scegliamo due menu fissi per coppia con diverse combinazioni di piatti per assaggiare di tutto un po’. Prima di aprire le danze ci portano un aperitivo con piccole focaccine di ceci servite con crema di aneto, poi scattano i piatti forti. Antipasti: mousse di merluzzo, peperone, cavolo e aglio; e pane tostato con parmigiano e formaggio fresco di capra, verdure primaverili e vinagrette all’andouille (un salume di origine medievale composto da trippa di maiale, dal gusto molto forte). Primi: mandrino di vitello arrosto con burro, funghi, frittelle di patate e scalogno candito; e merluzzo giallo al vapore con asparagi bianchi, fragole e salsa di mandorle. Dolci: millefoglie di mousse all’arancia con praline di caramello alla cannella; e croccante al cioccolato, ananas e latte cagliato con sambuco. Da bere una bottiglia di Château Landreau per una spesa finale di 36 Euro a persona.
Un’altra cena in crescendo rispetto alle precedenti, come il conto del resto, con una particolare nota di merito per gli abbinamenti e la presentazione dei piatti, eppure manca ancora quel “qualcosa”… 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,8 km

 

31/03 Bayeux – Arromanches – Honfleur (130 km)

 

Alle 11:00 dopo la consueta colazione in stanza lasciamo i bagagli in reception e continuiamo la nostra perlustrazione per le strade di Bayeux.
Seguiamo tutto il corso principale, una bella strada piena di negozi e abitazioni a graticcio. Ci fermiamo a fotografare altri scorci del fiume Aure e troviamo il secondo dei tre mulini che sono in città, poi ci fermiamo ad acquistare qualche souvenir ed entriamo in un piccolo Carrefour per ricaricare i viveri dei prossimi giorni: pain au chocolat e succhi di frutta, visto che ci siamo prendiamo anche una baguette per lo spuntino di oggi e un salame locale da portare in Italia.
Ci sarebbe un’altra cosa importante da vedere a Bayeux: il museo della tappezzeria. Qui è custodito un arazzo da record: un’opera completata in 16 anni, lungo 70 metri, che narra la storia di Guglielmo il Conquistatore e le vittorie riportate in Inghilterra. Tutte le guide consigliano una visita ma per noi il problema non si pone: l’arazzo non c’è. Per adeguare le sale che lo ospitano con nuove tecnologie in grado di preservarlo meglio, il capolavoro tessile è andato in prestito… in Inghilterra, dove resterà per due anni. Sarà contento Guglielmo 😉
Bayeux è veramente bellina, merita un giro e per noi la passeggiata termina nella piazza dove ogni sabato si tiene il mercato. C’è ogni bendiddio: formaggi, formaggi, formaggi, salumi, cucine etniche (spagnola, marocchina, messicana), frutta fresca e tante bancarelle che arrostiscono qualsiasi cosa. La sera prima Jacopo e Alessia ci avevano dato la dritta e difatti li ritroviamo proprio qui a fare spese, ancora una conferma di quanto Bayeux sia a misura d’uomo. Ne approfittiamo per altri saluti e poi prima di ripartire, complici i recettori della fame ormai ultrastimolati, compriamo un paio di salsicce calde per le nostre baguette.
Alle 13:00 siamo di nuovo in auto diretti ad Arromanches, a soli 30 minuti. Qui concludiamo il nostro viaggio nei luoghi dello sbarco in Normandia, quella che per noi è la tappa finale per tanti altri fu l’inizio. Per altri ancora fu l’inizio della fine.
Ad Arromanches-les-Bains sbarcarono gli inglesi, su quella che in codice venne nominata Gold Beach. Dall’alto della collina possiamo ammirare un vasto panorama del tratto di mare da cui ancora emergono i resti del grande porto artificiale intitolato a Winston Churchill. Il porto serviva a semplificare le operazioni di sbarco dei rifornimenti e dei mezzi necessari per penetrare le linee nemiche e avanzare il fronte. A questi enormi cassoni rimasti in acqua venivano ormeggiate le navi alla fonda e dai moli galleggianti partivano tanti carroponti di acciaio e legno percorsi dai mezzi militari per raggiungere la terraferma. Un’opera enorme di cui ci rendiamo conto soltanto quando entriamo nel museo che siamo venuti a visitare.
Più che un museo è un cinema a 360° dove su 9 schermi viene proiettato un film-documentario, Il prezzo della libertà, che in 20 minuti ripercorre attraverso immagini e suoni originali i momenti salienti della Seconda Guerra Mondiale: dall’invasione della Francia fino alla Liberazione, ovviamente la parte centrale è focalizzata sullo sbarco. Un’esperienza immersiva che consigliamo (6 Euro). Al termine della proiezione visitiamo il fornitissimo bookshop e con 40 Euro portiamo a termine l’ultima missione-souvenir dedicati al D-Day: foulard, bracciali, t-shirt, portabibite e il richiamo del grillo che serviva ai paracadutisti per riconoscersi quando atterravano oltre le linee nemiche. Chi ha visto Il giorno più lungo ha già capito cos’è, per tutti gli altri c’è questo video.
Sono le 15:45 quando ripartiamo e ci lasciamo definitivamente alle spalle i luoghi dello sbarco: è stata un’esperienza impegnativa ma utile. Era da tempo che mi sarebbe piaciuto visitare questa costa e finalmente ce l’ho fatta, adesso per bilanciare un po’ le brutture della guerra c’è bisogno di arte e cultura. Per questo abbiamo aggiunto al nostro itinerario Honfleur che raggiungeremo dopo una rapida puntata a Deauville, un po’ di novelle vague non guasta prima di perderci lungo la Costa d’Alabastro alla scoperta dei luoghi più amati dagli impressionisti che cambiarono la pittura tra l‘800 e il ‘900.
Deauville dista solo 95 chilometri, è un piccolo centro balneare molto ben frequentato: qui hanno vissuto Coco Chanel e il regista Lelouch, si tiene un importante festival cinematografico ed è nota per i casinò, la spiaggia con gli ombrelloni colorati e gli ippodromi. Facciamo giusto un giro per vedere i bei palazzi del centro e i grandi alberghi sul lungomare, non si direbbe proprio un paesino di soli 4.000 abitanti!
Ci mancano ancora pochi chilometri per arrivare a Honfleur, quindi riprendiamo la marcia e dopo neanche mezz’ora arriviamo al Motel Les Bluets. Da notare: Honfleur è molto visitata dai parigini, abbiamo avuto difficoltà a trovare posto e difatti il nostro hotel si trova esattamente a La Rivière St Sauveur (1,5 km da Honfleur). Questo ci ha permesso di non avere difficoltà con i parcheggi e abbiamo spuntato prezzi migliori (nonostante tutto qui è stato il soggiorno più costoso del viaggio ma, va detto, anche la stanza più grande e con la SPA a disposizione).
Prima di lasciare la valigia raccogliamo alcune informazioni in reception ma non siamo affatto convinti dei locali suggeriti; ci hanno assicurato che non sono per turisti ma erano proprio tutti lì, nella bolgia del centro. Quindi abbiamo fatto di testa nostra e con lo stesso principio usato nella scelta dell’hotel abbiamo trovato un ristorantino lontano dal centro di Honfleur. Torniamo a bordo di Puzzarella e ci dirigiamo a Vasouy per cenare a Le Petit Vasouyard, ovviamente fuori fa freddo e piove ed entrare senza prenotazione nel week end di Pasqua e trovare un sorriso accogliente e un tavolo vicino al camino è una vera benedizione.
Il locale è arredato in stile marinaro, con un bel giardino curato e grandi vetrate che affacciano sul mare. Ha personalità e le proposte sono decisamente interessanti, noi ordiniamo una galette al salmone e un menu Capitaine Cook composto con una tartelletta ripiena di Andouille e formaggio Livarot; un filetto di maiale glassato con timo, cipollotto e granella di mele essiccate; per del dolce crumble di mele e caramello. Da bere mezzo litro di Petit Chablis superiore per una spesa di 55.40 Euro.
Al termine della cena non ci pensiamo due volte: prenotiamo subito per domani. Gusto, atmosfera… abbiamo trovato quel qualcosa che mancava!

Quanto abbiamo camminato oggi? 3 km

 

01/04 Honfleur – Etretat – Honfleur (109 km)

 

Per oggi abbiamo programmato un’escursione a Etretat, andiamo a vedere da vicino questo gioiello della Costa d’Alabastro e per arrivarci attraversiamo il ponte di Normandia (pedaggio 5.40 Euro), un’imponente opera strallata lunga 2 chilometri, alta 219 metri che passa 60 metri sopra la Senna.
Dobbiamo percorrere solo 40 chilometri ma ci fermiamo dopo due ore perché gran parte del tempo lo passiamo a cercare parcheggio! Oggi è Pasqua, per la prima volta vediamo il sole e una marea di persone sono uscite di casa come le lumache dopo la pioggia. Tutti a vedere le falesie!
Etretat ha diversi motivi per essere nota, quelli che mi hanno incuriosito di più sono tre: 1) Qui sono ambientate le avventure del ladro-gentiluomo Arsenio Lupin (la casa-museo dell’autore, Leblanc, è visitabile e gestita dalla nipote dello scrittore); 2) Qui ha vissuto Guy de Maupassant che ha definito perfettamente il nome onomatopeico della città, associandolo al rumore prodotto dai ciottoli delle sue spiagge quando vengono calpestati; 3) Qui si trovano grandi falesie bianche a picco sul mare, amate e dipinte dagli impressionisti.
Il piccolo centro è congestionato di persone ma sembra che tutti siano più interessati ai negozi e ai bar, perché la folla si dirada man mano che ci avviciniamo al mare. Si sta così bene sui ciottoli e il panorama è così rilassante che ne approfittiamo per sonnecchiare un po’ sdraiati al sole. Dopo le rituali foto, torniamo indietro e ci fermiamo a La Maison du Calvado per comprare magneti e caramello al burro salato (23.50 Euro).
Intorno alle 16:00 torniamo a Honfleur e prima di arrivare facciamo per la prima volta carburante (Diesel costo 1,345/L, spesa 51 Euro) e lasciamo la macchina nel grande parcheggio antistante il vecchio porto, dove con 4 Euro puoi sostare tutto il giorno.
A Honfleur comprendiamo meglio le meraviglie della Normandia: le ragioni per cui tanti artisti hanno amato e vissuto questi luoghi si ritrovano nella luce spettacolare che volge verso il tramonto. L’iconografia del vecchio porto è costituita dalle antiche case a graticcio che si riflettono sul mare in modo netto, e sembra di stare in un sogno nel momento in cui non ti rendi più conto di cosa sia reale e cosa no. Qui è nato Boudin, qui hanno dipinto Monet e Courbet, qui ha scritto e vissuto Charles Baudelaire. Qui c’è qualcosa di speciale, in un piccolo centro di 8000 anime a 200 chilometri dalla capitale. E questa sensazione di pace, di estasi ispiratrice si conferma anche estendendo il ragionamento all’intera Normandia: Prevert, Flaubert, Proust, Barthes, Queneau, Duras, Duchamp… oltre ai nomi già citati, tutti sono nati in Normandia oppure qui hanno vissuto o ambientato le loro opere: c’è una concentrazione tale di bellezza e cultura che si respira. E non è un caso che nel cuore di Honfleur, tra un creperie e una boulangerie che anche qui hanno cannibalizzato il centro, si possano trovare curatissime gallerie d’arte aperte e visitabili dove è possibile comprare una tela originale di Boudin.
Passeggiamo a lungo e ci perdiamo nel dedalo di viuzze del centro storico, fino ad arrivare al campanile-simbolo della città insolitamente distaccato dalla spettacolare chiesa di Santa Caterina. Costruita tutta in legno, resiste da oltre 500 anni e la navata principale riproduce un drakkar capovolto, l’antica nave da guerra vichinga.
Il nostro giro tra queste incredibili abitazioni del XVI secolo continua tra una degustazione di Calvados e un Poiré (un sidro molto leggero, a base di pera). Questa bevanda si trova solo in Normandia e quindi l’abbiamo comprato insieme a dei fantastici cioccolatini assortiti da Maison Georges Larnicol (15 Euro).
L’intenzione era quella di rientrare in hotel prima di cena, fare una pausa, andare nella SPA a rilassarsi un po’ dopo tanti spostamenti ma Honfleur ci ha rapito e trattenuto tra le sue strade fino a ora di cena. Sappiamo dove andare e al Petit Vasouyard ci aspettano: entriamo puntuali, prendiamo posto e ordiniamo da un menu che ormai conosciamo bene: filetto di manzo in salsa bernese con patatine fritte e un hamburger di salmone affumicato con uova, verdure e formaggio spalmabile. Per bere abbiamo bissato il vino di ieri e tutto è stato ancora buono, consigliato! (47 Euro).

Quanto abbiamo camminato oggi? 4,3 km

 

02/04 Honfleur – Giverny – Beauvais (225 km)

 

Questo è l’ultimo giorno on the road sulle strade della Normandia. Dopo quasi una settimana in giro è ora di riportare Puzzarella a casa, ci è stata molto utile ma il suo aroma non ci mancherà. A chi fosse interessato ai dati feticisti su consumi e costi per valutare un viaggio simile, dico che oltre il costo del noleggio di 157 Euro abbiamo speso 67 Euro di carburante per macinare 1031 chilometri (23 KM/L) e 33.80 Euro di pedaggi.
Lasciamo Honfleur con calma, dobbiamo raggiungere Giverny ma poco prima di arrivare ci infiliamo in un gigantesco Carrefour alle porte di Vernon: entriamo e ci trascorriamo un’ora. Signori, c’è poco da fare: andare in un supermercato per comprare alimenti locali, conviene. E qui in particolare visto che ci sono scaffali consacrati ai prodotti tipici di Normandia. Considerato che abbiamo spazio in valigia, decidiamo di prendere le ultime cose per la cena francese del ritorno e così nel nostro carrello finiscono: un Camembert di latte crudo, Pont l’Eveque (questi due, insieme al Livarot e al Neufchetel sono i formaggi per eccellenza della Normandia), un panetto di foie gras, un salame con noci, una bottiglia di Calvados, un barattolo di caramello al burro salato e un paio di baguette da farcire con formaggi spalmabili aromatizzati al miele e all’aglio e salame pave poivre già affettato (sul dorso di ogni fetta c’è del pepe). Ci aggiungiamo l’ultima scorta di acqua e andiamo alla cassa (40 Euro).
Le indicazioni che portano a Giverny sono chiare e le seguiamo per arrivare ai due grandi parcheggi gratuiti dove è obbligatorio lasciare la macchina per accedere in centro. Ma perché siamo finiti a Giverny, un villaggetto di 400 abitanti?
Facile, ne ho parlato tanto nei giorni scorsi e questo viaggio non poteva che finire qui: a casa di Claude Oscar Monet!
Il grande pittore ha vissuto qui dal 1883 fino alla sua morte, nel 1926, e noi abbiamo ripercorso le sue tracce in Normandia fin dentro il suo famoso giardino. Monet era (anche) un botanico e le famose ninfee da lui riprodotte in maniera quasi ossessiva, le curava personalmente nel suo giardino giapponese che ora è possibile visitare insieme alla casa.
Arriviamo in un buon momento: c’è il sole e il giardino è in fiore. L’ingresso ha di solito una lunga fila, che becchiamo anche noi, e costa 9.50 euro. Dopo aver visto gli interni, con il salone pieno di opere d’arte sue e di altri impressionisti, la stanza da letto, la cucina maiolicata e i corridoi valorizzati da quadri di pittori giapponesi che tanto lo affascinavano, usciamo per camminare tra glicini e azalee e dirigerci verso il famoso stagno.
Siamo dentro un suo quadro, ci sono i salici piangenti, i piccoli ponti curvi, il barchino nelle acque ferme… manca solo Monet con i suoi cavalletti fissati in serie per continuare a dipingere durante il giorno seguendo la luce del sole. Il vantaggio in più che ho avuto nel fare questa escursione me l’ha dato il libro che sto leggendo, ambientato proprio qui! (titolo nelle note finali).
La visita termina nel bookshop dove prendiamo gli ultimissimi souvenir: una tazza, un tagliere e ancora qualche sportina e magneti (28.30 Euro). Inutile specificare il tema di questi ultimi acquisti 😉
Bene, il viaggio in Normandia è praticamente finito. Quello che resta è solo cronaca, neanche esaltante: la riconsegna della macchina senza sblocco della caparra perché la ragazza di turno non sapeva farlo, un bus che non è passato senza che nessuno venisse a informare i poveri viaggiatori in attesa sotto la pioggia della soppressione della corsa. Siamo stati costretti al taxi (7 Euro) per raggiungere l’anonimo Inter Hotel City Beauvais per l’ultima notte. Quel genere di hotel che serve solo per dormire prima di un volo, più o meno la stessa funzione che ha Buffalo Grill, il ristorante dove consumiamo l’ultima cena non propriamente francese: bacon cheeseburger e panino con pollo fritto, con birra e coca. Be’, almeno stavolta il conto è da fast food! (27 Euro).
Che dire, questo itinerario in Normandia è stato appagante. Abbiamo fatto delle buone scelte, forse ci poteva stare una notte in più a Bayeux. Per tutto il resto è stato un gran bel viaggio, siamo sicuri che non dimenticheremo i colori, le luci, la pioggia della Normandia 😉

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 29,3 km

 

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Itinerari imperdibili in Bretagna e Normandia di Annalisa Porporato, completa di belle foto e disponibile su Amazon; Meridiani Normandia (N. 208 Ago/Sett 2012) disponibile su Amazon
Libro letto su Kindle: La settimana bianca di Emmanuel Carrère e Ninfee nere di Michel Bussi
In chiusura un ringraziamento speciale va alla mia migliore amica francese Sophie D. e ai suoi splendidi genitori che mi hanno dato consigli determinanti per organizzare questo viaggio in Normandia