Diario di viaggio USA: San Diego, Grand Canyon, Las Vegas e Los Angeles

10 giorni in USA: Los Angeles, Las Vegas, Grand Canyon e Route 66
Da sinistra: Balboa Park a San Diego, Venice e Waterworld agli Universal Studios di Los Angeles, il Venetian a Las Vegas, il Grand Canyon e il General Store di Hackberry sulla Route 66

Dopo aver spiegato come organizzare un viaggio negli USA, io e mio nipote Lorenzo siamo pronti a partire. Ci aspettano tre stati (California, Arizona e Nevada), tre metropoli (San Diego, Las Vegas e Los Angeles), qualche piccola località (Yuma, Cottonwood e Flagstaff), un paio di deserti (Sonora e Mojave), la Route 66, migliaia di chilometri e il re dei paesaggi americani: il Grand Canyon. Tutto in 10 giorni. Si parte!

29/08 Roma – Los Angeles – San Diego (202 km)

Viaggiare con un nipote rivela subito un grandissimo vantaggio: i genitori ti accompagnano in aeroporto (e i nonni ti vengono a riprendere) risparmiando il viaggio in macchina, con annesso parcheggio, chiavi, navetta, ecc… molto più pratico!
Non cambia però la levataccia: per una partenza sicura seguiamo le istruzioni di Alitalia che invita i passeggeri diretti in USA a recarsi in aeroporto tre ore e mezza prima del volo. Quindi ci mettiamo in macchina a Gaeta alle 3:30 e arriviamo alle 5:00, così tanto in anticipo che – dopo aver imbarcato i bagagli – troviamo i controlli di sicurezza ancora chiusi e dobbiamo aspettare l’arrivo del personale per l’apertura.
Tutto avviene al terminal 1 e non il 5, perché il volo è Alitalia. In passato ho viaggiato per gli USA con Delta e i voli delle compagnie americane e israeliane partivano da un blindatissimo T5. In quell’occasione, presentandoci con due ore scarse di anticipo rispetto al decollo, rischiammo seriamente di non partire.
Lo stesso rischio che corriamo anche stavolta perché, mentre ci dirigiamo al gate, mi accorgo di aver perso biglietto e passaporto! Torniamo indietro, allertiamo polizia e carabinieri, frughiamo nei vassoi del controllo bagagli e solo quando ripercorriamo i movimenti precedenti, troviamo la soluzione: l’edicola!
La signora alla cassa non si era scomposta e aspettava il nostro ritorno: quando sono entrato speranzoso nel negozio ho incontrato il suo sguardo rassicurante ed è stato come avere un’apparizione mariana. Mi ha detto solo: “Ti stavo aspettando”.
Il biglietto aereo A/R per Los Angeles l’ho acquistato online sul sito Alitalia il 24 Giugno ed è costato 550 Euro a persona, incluso il bagaglio in stiva da 23 chili. Il volo fila liscio e dopo 10.500 chilometri, 12 ore e mezzo, due pasti carcerari e due film (Creed II e Aquaman), atterriamo e sbrighiamo le pratiche doganali alle colonnine automatiche e poi con gli agenti che ci identificano con foto e scansione dell’impronta digitale.
Nessun problema per ritirare i bagagli, alle 14:00 siamo finalmente fuori LAX, il grande aeroporto di Los Angeles, e prendiamo lo shuttle gratuito che collega i terminal con gli uffici dei noleggi auto. Il bus si riconosce facilmente perché è rivestito con colori e logo di Alamo, la compagnia dove ritireremo la macchina.
Il noleggio per una settimana è costato 308 Euro incluso il navigatore, prenotazione fatta l’8 Luglio online (il pagamento anticipato dava uno sconto sul prezzo finale). Al momento del check-in ho aggiunto per 54.90 dollari (49.60 Eu) una copertura assicurativa totale, senza franchigie, anche per smarrimento delle chiavi, assistenza stradale o rottura dei vetri.
Alle 15:00 ritiriamo la macchina e va in scena la solita operazione simpatia, stavolta l’impiegato Eddie. Spiego che dobbiamo fare molti chilometri e per questo ho fatto l’assicurazione supplementare: per caso è disponibile un upgrade gratuito? 😉
Come accaduto in passato, anche Eddie ci invita a scegliere tra le macchine di categoria superiore a quella prenotata e non ci pensiamo due volte: Chevrolet Malibu bianca con 1200 miglia, tutte le comodità e tetto apribile.
Ora una parentesi importante per un viaggio on the road in USA.
Guidare la macchina è divertente, facile, ci sono strade di ogni genere e tante corsie a disposizione. Di base bisogna sapere che vanno rispettati i limiti, non si superano MAI i bus scolastici in sosta, si può girare a destra (se non espressamente vietato) anche con il semaforo rosso e la risposta alla fatidica domanda quanto costa la benzina in America?, è facile: “Costa poco”.
Il prezzo può variare molto tra i vari distributori ma certamente sarà sempre più conveniente dei nostri prezzi. Per le macchine a benzina, prima di fare rifornimento, si può selezionare quella a 87 ottani, la più economica. La benzina si vende a galloni (3.78 litri).
Per calcolare un budget di viaggio, svelo subito che abbiamo percorso 1476 miglia pari a 2375 chilometri. Abbiamo fatto benzina 4 volte per un totale di 31.7 galloni (120 litri) e una spesa finale di 98.5 dollari (89.50 Eu). Quindi il costo medio di un litro di benzina è stato di 0.82 dollari (0.75 Eu), la metà rispetto a noi. Il consumo della nostra Malibu, 19.7 km/litro.
Anche per questo viaggiare in macchina in America è piacevole e conveniente.
Torniamo al viaggio: azzeriamo il contachilometri, impostiamo il navigatore, prendiamo confidenza con l’auto e restiamo concentrati per uscire dal traffico convulso di Los Angeles. Fuori ci sono 28 gradi e guidiamo senza soste fino al nostro Days Inn San Diego Hotel Circle Near SeaWorld dove arriviamo alle 18:50 dopo aver percorso 126 miglia.
Facciamo un salto in piscina per rilassarci e decidere dove cenare, la scelta ricade su Blue Water Seafood, una pescheria/grill dove ordiniamo due grandi sandwich. Uno con salmone scozzese, guacamole, chipotle e cheddar, e l’altro con tonno hawaiano. Mangiamo molto bene e ci dispiace che alle 21:00 siano in chiusura perché ci sarebbe piaciuto assaggiare qualcos’altro. Spendiamo 25 dollari (21.70 Eu) e prima di rientrare in hotel compriamo un paio di bottiglie d’acqua dal tipico negozietto di liquori aperto fino a tardi.
Siamo in piedi da 30 ore, è tempo di mettere le lancette 9 ore indietro: ora sì che abbiamo tempo per recuperare sonno! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 7,8 km

30/08 San Diego

Purtroppo il fuso ha colpito: nonostante la stanchezza ci abbia messo KO alle 22:00, mi sveglio alle 2:00 e poi a intervalli di altre due ore fino alle 6:00. A quel punto, svegli entrambi, ci alziamo per andare a fare la prima colazione americana da Denny’s.
Abbiamo tempo e fame per fare il pieno di zuccheri, proteine e grassi. Soprattutto gli ultimi, come conferma il nostro ordine: All American Slam, con toast imburrati, tre uova strapazzate con cheddar e accompagnate da bacon, salsicce e patate. Per finire abbiamo diviso un paio di pancake alla cannella conditi con panna montata e glassa calda di formaggio cremoso. Una colazione super, al prezzo di 40 dollari (36.30 Eu) che ci servirà come carica per tutta la giornata.
Torniamo in hotel, ci organizziamo e alle 11:00 usciamo di nuovo per andare verso l’Old Town di San Diego.
Arriviamo dopo pochi minuti, lasciamo la macchina in un grande parcheggio gratuito e trascorriamo le successive tre ore passeggiando tra gli edifici che costituirono il nucleo della città antica, il cuore della California che vede proprio qui la sua fondazione nel 1769.
La visita è molto interessante, si alternano costruzioni originali dell’epoca a evidenti riproduzioni che rendono l’insieme del tutto simile a un parco dei divertimenti a tema pionieristico. Ci sono figuranti in costumi dell’epoca che rendono credibile la rievocazione storica, anche i negozi e il mercatino rispettano canoni estetici e cura dei dettagli per rendere l’esperienza del turista immersiva nel passato.
La vicinanza con il Messico si sente e i souvenir hanno origine nello stato confinante: ceramiche, stampe, alimenti, sono tantissimi i prodotti con chiare influenze dei vicini di casa.
Visitiamo i piccoli musei ospitati negli edifici storici: l’ufficio dello sceriffo, la prigione, il saloon, il municipio, la posta con le diligenze, le stalle e la grande piazza centrale.
Dopo una pausa per una maxi limonata, alle 13:30 riprendiamo la macchina per andare in centro, ci aspetta il Gaslamp Quarter.
Il tragitto è breve ma ci liberiamo della macchina dopo un’ora perché incontriamo diverse difficoltà a parcheggiare: in centro ci sono moltissimi “parcheggi pubblici” a pagamento e una buona parte di questi funziona solo con carte di credito al costo di 18/20 dollari… per ora!
Quindi vale la pena perdere un po’ di tempo per trovare cifre più basse e difatti il nostro impegno viene premiato da un multipiano enorme, proprio a ridosso della 5th, la strada principale di San Diego, a solo un dollaro per ora.
Non facciamo neanche cento metri nella caratteristica 5th e ci fermiamo subito da SD Trading Co, un monomarca cittadino che fa tutto al 50% e ne approfittiamo per i primi, classici souvenir: magneti, t-shirt, shottino e palla di Natale (15 dollari, 13.65 Eu).
L’orientamento nel centro di San Diego è molto facile: le strade principali sono numerate in modo sequenziale e incrociano altre strade che sono denominate come lettere dell’alfabeto.
Dopo la pausa shopping percorriamo tutta la Quinta finché non incrocia la E di Elm Street, da qui giriamo per salire verso il grande Balboa Park. Passeggiamo nel verde fino al ponte Cabrillo, in pietra, e lo attraversiamo per arrivare alla California Tower, sede del Museo dell’Uomo.
In cima a questa collina San Diego raccoglie gallerie, musei, orti botanici, tutto estremamente curato e vivo. Ci sono tante persone che si godono la serata che anticipa il week end e l’atmosfera è rilassata e festosa, anche grazie al Food Truck Friday: una rassegna che per cinque mesi all’anno ospita i migliori fast food di strada per tutti i gusti, dal sushi al vegano.
I profumi stuzzicano l’appetito ma resistiamo alle tentazioni e continuiamo a camminare lungo i sentieri. Dopo la salita dell’andata ci godiamo la discesa lungo l’altro versante della collina, dove ammiriamo un magnifico giardino di piante grasse prima di prendere la strada che ci riporterà in centro.
Tornati sul livello del mare ci orientiamo di nuovo e ci ritroviamo sull’11esima, da qui ci muoviamo verso la Quarta per vedere Horton Plaza, considerata il cuore del Gaslamp Quarter, e poi rientriamo sulla Quinta dove ci aspetta per cena l’esperienza del Gaslamp Strip Club, una steak house dove puoi ordinare la carne che preferisci e cucinartela da solo su delle griglie già pronte e dotate di tutti gli attrezzi e i condimenti per provetti chef.
Sulla nostra piastra finiscono una Ribeye da 4 etti e una Skirt Steak da 3, tutte e due frollate per 21 giorni, marinate in olio di oliva e aglio, e servite con Caesar salad e pane all’aglio (abbiamo grigliato pure quello!). Buonissima cena, accompagnata da Bud Light e Pepsi Cola (niente birra per l’under 21!), per una spesa finale di 54 dollari (49.10 Eu).
Non è ancora tempo di tornare in hotel, dopo cena ci spostiamo a passeggiare lungo la spettacolare baia di San Diego dove abbiamo la fortuna di trovare uno show di fuochi d’artificio sul mare, al termine di un concerto. Tra un superyacht e l’altro seguiamo il deflusso del pubblico e anche noi rientriamo verso il parcheggio arrampicandoci lungo la suggestiva scala illuminata che taglia in due l’imponente Convention Center della città.
Dopo aver raggiunto il nostro parcheggio sulla Sesta, paghiamo 14 dollari per la sosta (12.70 Eu) e torniamo in albergo.
Sono le 22:30 quando arriviamo, giusto il tempo di fare una doccia e caricare le batterie: domani si prende la strada e inizia la parte del viaggio on the road 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 11,8 km

31/08 San Diego – Yuma – Cottonwood (740 km)

Oggi ci aspetta la tappa più lunga del viaggio: il passaggio dalla fresca costa californiana ai paesaggi aridi dell’Arizona, sarà la nostra tappa di avvicinamento al Grand Canyon.
Prima però c’è da fare il pieno di energie dal vicino Bunz dove ordiniamo una maxi colazione con burrito, waffles, succhi d’arancia e ovviamente l’immancabile corredo di colesterolo: uova e pancetta. Aggiungiamo pane imburrato e spendiamo 35 dollari (31.80 Eu).
Adesso sì che possiamo partire, prima però torniamo nell’Old Town per acquistare alcune cose che ci erano piaciute ieri e compriamo una seconda palla di Natale e un’altra t-shirt (20 dollari, 18.10 Eu).
Sono le 10:00 quando impostiamo il navigatore e senza distrazioni puntiamo dritti Yuma, dove arriviamo giusto tre ore e 180 miglia dopo. Durante il tragitto facciamo una sola pausa per scattare foto spettacolari nel punto in cui la I-8 taglia in due delle enormi e arroventate dune di sabbia sottile e bianca.
Nonostante la temperatura sia di 41 gradi, decidiamo di fare un giro a piedi nel sonnacchioso centro storico di Yuma, località nota per la sua prigione storica e per i film western che la citano.
Percorriamo la Main Street all’ombra dei suoi porticati e troviamo condizioni abbastanza desolanti: tanti locali chiusi, polvere ovunque e qualche negozio di souvenir e bar aperti nella speranza di accogliere qualche turista. Approfittiamo dell’aria condizionata di una boutique di costosissimo abbigliamento vintage, giusto il tempo di comprare un paio di adesivi da collezione e torniamo a prendere la macchina. Prima di ripartire facciamo scorta di benzina e snack, visto che ci resta da percorrere ancora un lungo tratto desertico, dove vedremo il termometro salire fino a 45 gradi!
In prossimità di Phoenix lasciamo la I-8 per prendere strade più piccole che attraversano località minori che caratterizzano il più classico dei paesaggi lunari disseminato di caratteristici cactus Saguaro dell’Arizona: mancano solo Roadrunner e Wile E. Coyote. Beep beep!
Non facciamo altre soste fino a destinazione: alle 19:00 arriviamo al Super 8 by Windham Cottonwood e nonostante siamo abbastanza provati dalla lunga giornata in strada, dopo il check-in torniamo subito in macchina per andare a cena: siamo affamati come coyoti.
Abbiamo intenzione di mangiare messicano perché siamo nel posto giusto per farlo, quindi la prima scelta ci porta da Adriana che troviamo chiusa per lutto. Allora ci spostiamo da Concho’s, consigliato dal receptionist, che però alle 20:01 non ci fa sedere perché chiude alle 20:00. Siamo quasi disperati visto che Cottonwood non offre granché e non ha un centro specifico poiché è una località sviluppata lungo la strada che l’attraversa, e a quanto pare chiudono anche presto!
La fortuna però è dalla nostra: l’altro consiglio che abbiamo è Calavera, un ristorante messicano proprio di fronte il nostro hotel. Il locale è bellissimo, arredato molto bene (mi ricorda un altro messicano dove cenai con Federica a Page, durante il viaggio nei parchi USA) e proprio qui, sicuramente complici la fame e la sete, ci godiamo quella che sarà una delle migliori cene del viaggio: chimichanga con carne di manzo sfilacciata, fajitas, fagioli e un enorme piatto di pollo alla piastra condito con peperoni, avocado, cipolle, piselli e pomodori, servito su un letto di riso al formaggio. Stavolta servono birra a entrambi e ne abbiamo approfittato con una doppia dose di Bud Light, necessaria per mandar giù le maxi portate e il gusto piccante. Cena pesante ma conto leggero, lasciamo sul tavolo solo 38 dollari (34.60 Eu) e andiamo via soddisfatti.
Cottonwood è piuttosto desolata, non c’è nessuno in giro e a noi resta solo da attraversare la strada per tornare in hotel. Sono le 21:00 e – seppure stanchi – è un po’ presto per dormire, quindi lavoro un po’ al computer, vediamo la sintesi di Juve-Napoli (4-3) e dopo la doccia ci abbandoniamo alla prima notte in Arizona.
Domani andiamo a vedere il panorama naturale più famoso d’America.

Quanto abbiamo camminato oggi? 3 km

01/09 Cottonwood – Grand Canyon – Flagstaff (450 km)

Dopo una colazione abbastanza misera rispetto agli standard a cui ci siamo abituati, alle 10:00 partiamo. Siamo un po’ in ritardo perché non abbiamo resistito e ci siamo visti il primo tempo del derby di Roma (1-1).
Lasciamo la calda Cottonwood, attraversiamo la Coconino National Forest con le sue imponenti conifere, superiamo Flagstaff – dove torneremo al termine di questa giornata – e a 48 miglia dal Grand Canyon, per non sfidare ancora una spia della riserva che ci ammonisce da troppo tempo, ci fermiamo a un distributore e poi facciamo un giro nel Visitor Center a 6 miglia dall’ingresso, nel pieno della Keibab National Forest, giusto il tempo necessario per comprare qualche souvenir.
Arriviamo al casello/biglietteria del Grand Canyon alle 13:00 e troviamo tante macchine incolonnate: è domenica ed è il week end del Labour Day, l’equivalente del nostro Primo Maggio (primo lunedì di settembre).
Quanto costa l’ingresso al Canyon? Dipende. Nel precedente viaggio nei Parchi USA avevamo la tessera annuale, molto molto conveniente. L’ingresso singolo, invece, costa proporzionalmente molto di più: 35 dollari (32 Eu) per veicolo e vale una settimana.
Questa è la mia terza visita al Grand Canyon, la prima risale al 2006, e questa volta – superati i varchi della biglietteria – invece di girare subito a destra per prendere la strada panoramica verso Cameron, proseguo dritto fino al parcheggio di Mather Point. Lasciamo la macchina e ci affacciamo a vedere il magnifico scenario da questo affollato punto panoramico.
Gli scorci della gola più famosa d’America sono sempre impressionanti, nonostante l’alto numero di persone, e da qui partono una serie di sentieri che percorriamo anche in alcuni tratti che richiedono brevi arrampicate per raggiungere belvedere più isolati.
Dopo le prime foto torniamo al grande piazzale e facciamo una pausa per integrare liquidi e sali minerali, fa molto caldo ed è necessario idratarsi prima di proseguire.
C’è qualcosa che non mi convince del tutto: è la prima volta che vedo il Grand Canyon così affollato ed è anche la prima volta che vedo una zona diversa del Grand Canyon. Mi domando se sia stato semplicemente fortunato nelle precedenti visite.
Per fortuna scopro presto che non c’entra niente la domenica e il Labour Day, probabilmente il punto panoramico Mather è sempre così affollato perché è il principale della South Rim. Difatti, appena prendiamo la 64, la strada fatta in passato, ritrovo il “mio” Grand Canyon lungo questa strada costellata di punti panoramici spettacolari e poco frequentati (Grandview, Lipan, Moran, Navajo, Tusayan con le rovine del villaggio nativo).
Percorriamo tutta la Desert View Drive e al termine ci aspetta la torre Desert View e l’ultimo bookstore dove compriamo marmellata e miele di cactus e t-shirt per 15 dollari (13.70 Eu).
Dopo 4 ore nel parco, sono le 18:00 quando riprendiamo la strada per completare le 70 miglia che ci separano da Flagstaff.
In uscita dal Grand Canyon ci gustiamo ancora scorci panoramici presidiati da insediamenti Navajo a bordo strada, dove vendono artigianato locale.
Ci fermiamo presso un paio di questi per comprare dei monili, poi cerco e ritrovo l’ultimo suggestivo belvedere proprio mentre il sole sta calando: una degna chiusura per una giornata che ha visto inseguirsi panorami sempre più belli.
Arriviamo a destinazione che è ormai buio, lasciamo al volo le valigie nella stanza prenotata all’Americas Best Value Inn & Suites Flagstaff e temiamo di essere in ritardo per la cena programmata al mitico Galaxy Diner sulla vecchia Route 66. Dalla reception ci rassicurano che siamo ancora in tempo perché chiude alle 21:00, riprendiamo la macchina e dopo pochi minuti di marcia arriva una grande delusione! Lo storico locale è chiuso!
Speravo di cenare qui per la terza volta ma non sarà possibile e forse non lo sarà più per nessuno: sulla porta c’era l’avviso dell’autorità giudiziaria che ne dichiarava il fallimento. Un locale simbolo della Route, fermo agli anni ’50 per arredi, neon, menu e musica rockabilly, ora non c’è più, ora è buio e spento. Mi dispiace che Lorenzo non lo possa apprezzare, a me resta la consolazione di averlo visto un paio di volte, probabilmente già nella sua fase decadente.
Questo luogo simbolico per noi avrebbe dovuto rappresentare l’inizio della seconda parte del viaggio ma non ci abbattiamo, la Route 66 esiste ancora e questo incidente di percorso non cambierà i nostri programmi.
Per cena, però, dobbiamo improvvisare un piano B: andiamo in centro, parcheggiamo la macchina e chiediamo ad alcuni ragazzi come funziona il parcometro (bisogna digitare la targa della macchina sulla colonnina e inserire le monete). Scopriamo con il loro aiuto che la sosta è gratuita fino al mattino successivo, quindi approfittiamo per chiedere dove mangiare qualcosa e ci indirizzano verso il Collins Irish Pub. All’interno troviamo tanti schermi con sport di ogni tipo che però non ci distraggono dalla nostra scelta: hamburger Bacon & Blu per me e un Texas BBQ per il nipote viaggiatore. Va molto meglio lui con salsa barbecue, anelli di cipolla fritti, bacon, cheddar fuso, insalata, pomodoro e cetriolini. Mentre il mio – ahimè, è stata solo colpa mia! – è buono ma lo devo “alleggerire”: complice la stanchezza ho dimenticato che il “blu” cheese è gorgonzola e io non sopporto il gorgonzola! Nonostante tutto è stato un buon piano B, accompagnato con birra, limonata e patatine, spendiamo 40 dollari (36.50 Eu) e alle 22:30 torniamo in hotel e crolliamo dopo una giornata molto intensa.
Domani ci aspetta La Strada e per noi sarà una scoperta e un ritorno. Sarà la Route 66.

Quanto abbiamo camminato oggi? 8,5 km

02/09 Flagstaff – Route 66 – Las Vegas (458 km)

La seconda parte del viaggio che ci porterà a Las Vegas, prevede un tratto di strada da percorrere lungo la Route 66. La Mother Road, la storica strada che dal 1926 unisce Chicago a Los Angeles, l’est e l’ovest degli USA, è sempre meno usata, in alcuni tratti addirittura non esiste più – sostituita da nuove e più veloci highway – ma continua a conservare tutto il suo fascino per chi sa apprezzare ritmi più compassati e vuole vivere di persona quella sensazione di libertà, quel mito americano on the road, descritto in libri, canzoni e film che hanno fatto epoca.
Io l’ho percorsa tutta nel 2006, un’esperienza indimenticabile descritta nel diario di viaggio sulla Route 66, valido ancora oggi per organizzare le tappe fondamentali lungo il percorso. La mia promessa a Lorenzo nasce proprio da quel viaggio, gli avevo detto che dopo la maturità ci saremo andati insieme e oggi la mia parola sarà definitivamente onorata: si torna sulla Route 66!
Prima di partire però ci fermiamo in un vicino Walmart dove spendiamo circa 90 dollari (82.30 Eu) per comprare tante porcherie americane (principalmente Pringles, cereali, carne secca, bibite e dolci introvabili da noi), e restare perplessi davanti alle vetrine dei videogame poste di fronte a quelle dei fucili automatici.
Alle 11:30 siamo sulla Route 66 e procediamo spediti fino allo storico General Store di Hackberry un vero monumento sulla strada americana. Lo scoprii nel 2006 e durante l’ultimo viaggio lo trovai chiuso, ma stavolta recupero e riesco visitarlo nuovamente all’interno. Indosso la maglia a tema Back to the future e davvero mi sembra di fare un viaggio nel tempo: fuori è rimasto tutto com’è, pompe di benzina abbandonate e macchine arrugginite. Dentro è sempre più un incrocio tra un rigattiere e un antiquario, inutile aggiungere quale è il tema principale dei cimeli esposti. Dopo un ricco shopping nostalgico fatto di targhe e t-shirt, procediamo per la diga di Hoover Dam, a sole 38 miglia dalla nostra destinazione finale.
Quando arriviamo sono quasi le 17:00 eppure ci sono oltre 40 gradi, il sole picchia ancora duro ma non ci ferma: lasciamo la macchina e proseguiamo a piedi per camminare sul Mike O’Callaghan – Pat Tillman Memorial Bridge, una porzione pedonale del ponte che passa sul Colorado proprio di fronte al gigantesco invaso. Dopo le foto panoramiche riprendiamo l’auto e ci spostiamo sul lato opposto per fotografare il bacino della diga più famosa d’America che porta splendidamente i suoi quasi 100 anni di vita.
Alle 18:15 arriviamo finalmente nella città del peccato e facciamo check-in nel Best Western Plus Casino Royale, l’hotel scelto per il nostro soggiorno a Las Vegas.
Una nota importante per prenotare l’hotel a Las Vegas: in passato ho dormito allo Stratosphere e al Mirage quindi ho scelto questo hotel sulla base delle esperienze pregresse. Lo Stratosphere è molto decentrato rispetto alla Strip (come il Mandala Bay o il Luxor che si trovano all’altro punto estremo della strada principale di Las Vegas), mentre il Mirage è stato perfetto: in pieno centro.
Ecco, l’hotel di questo soggiorno è esattamente di fronte al Mirage, in una posizione perfetta per visitare tutti i magnifici casinò della città. Ma la scelta non è stata dettata solo dalla posizione, ci sono altre due variabili da considerare: dormire a Las Vegas costa in media abbastanza poco. Bisogna però calcolare bene la tariffa di base e quella dei servizi aggiuntivi obbligatori che, in quanto obbligatori, di fatto cambiano il prezzo finale. Per esempio ricevere il quotidiano in stanza è un servizio che alcuni hotel considerano come “obbligatorio”, indipendentemente se interessante o no: c’è poco da fare, lo pagherete. Stesso discorso per altri servizi in buona parte inutili, come le chiamate urbane illimitate. Questi escamotage, insieme alle tasse di soggiorno quando non incluse, possono addirittura raddoppiare la tariffa iniziale. Quindi attenzione!
Il Best Western, invece, oltre a proporre una tariffa unica e inclusiva di tutto ci aggiunge anche il parcheggio. Infine, l’ulteriore motivo che mi ha imposto questa scelta: una legge del Nevada vieta il soggiorno in hotel ai minori di 21 anni non accompagnati dai genitori. Gli hotel che ho selezionato durante la ricerca dichiaravano apertamente questa impossibilità, quindi occhi aperti. Il Best Western invece non ha questo limite, ha una tariffa unica, è in pieno centro e include il parcheggio gratuito: come si fa a non sceglierlo? 😉
Stiamo in stanza il tempo di rinfrescarci e sistemare i bagagli, che diventano sempre più massicci, e con il calar del sole siamo subito in strada per assistere allo spettacolo di acqua e fuoco del vulcano del Mirage (ogni ora tra le 20:00 e le 23:00).
Al termine dello show andiamo dritti nella zona pedonale del Linq, alle spalle della ruota panoramica, e tra artisti di strada e negozi cerchiamo e troviamo la nostra meta: il Tilted Kilt che, come accaduto nel 2014, si conferma il miglior hamburger del viaggio. Anche l’ordine è lo stesso della volta scorsa: un Wicked Boston con formaggio americano condito con cipolle alla birra Samuel Adams, pancetta al pepe d’acero, insalata, pomodoro e salse; e poi un BBQ Burger con salsa barbecue, cheddar, pancetta affumicata alle mele, cipolle fritte e due grandi Bud Light alla spina per un totale di 50 dollari (45.70 Eu).
Finalmente carichi di proteine e grassi, siamo pronti per una prima esplorazione della pazza Sin City. Attraversiamo la strada e passiamo davanti alle “rovine” del Caesar’s Palace per procedere poi fino al Bellagio, dove ammiriamo un paio di spettacoli delle fontane danzanti prima di entrare. Siamo a caccia di una informazione importante: gli orari del buffet 🙂
Il leggendario buffet del Bellagio è aperto dalle 19:00 alle 22:00 e così per domani sappiamo già dove venire per cena. Dopo aver buttato inutilmente qualche dollaro nelle slot machine, rientriamo verso il nostro hotel frastornati da luci, suoni e colori dopo giorni di paesaggi deserti e silenzi.
Prima di andare a dormire, però, ci concediamo un po’ di Italia visitando i canali e i cieli azzurri di Venezia perfettamente riprodotti all’interno del Venetian: forse il casinò più kitsch di Las Vegas.
Domani abbiamo un’intera giornata per scoprire questa città folle.

Quanto abbiamo camminato oggi? 10,5 km

03/09 Las Vegas

A causa di un falso allarme antincendio, siamo definitivamente svegli all’alba. Sbrigo un po’ di lavoro e alle 09:30 entriamo nel vicino Denny’s e ordiniamo entrambi un Lumberjack Slam con due uova strapazzate, bacon, salsiccia, prosciutto arrosto e pancake; da bere succo d’arancia e milkshake Oreo. I 37 dollari del conto diventano 27.75 grazie al buono sconto del 25% regalato dall’hotel (25.40 Eu).
Cosa fare a Las Vegas durante il giorno? C’è tanto da fare, i casinò non chiudono praticamente mai e sono belli da vedere a qualsiasi ora. Noi abbiamo passeggiato lungo la Strip partendo dai giardini esotici e le cascate del Wynn fino ai grattacieli curvi del Waldorf Astoria. Visto il gran caldo abbiamo fatto lunghi tratti entrando e uscendo dai casinò, impresa non facile visto che questi locali enormi e ipnotici sono fatti per disorientare e intrappolare le persone! 🙂
Durante il passaggio all’interno del Planet Hollywood troviamo un bel negozio di souvenir dove si compra bene (abbiamo portato a casa una targa del Nevada).
A proposito di souvenir: durante il tragitto abbiamo fatto tanti confronti prezzi ma nessuno batte i negozietti dell’Hawaiian Marketplace che si trovano subito dopo i passaggi sopraelevati del Paris Paris (in direzione Mandala Bay). Concentriamo qui il nostro shopping: t-shirt, borracce di alluminio, magneti, adesivi, penne, berretto, tazze, portachiavi fiche e mazzi di carte usate (hanno i 4 angoli tagliati) con il brand dei più noti casino sul dorso (40 dollari, 36.40 Eu). E per finire un delizioso completino per bebè che giocano d’azzardo.
E sì, ho comprato il primo souvenir del genere al Grand Canyon, ora posso dirlo chiaro e forte: ci siamo! Io e Fede siamo abbastanza incinti!
L’anno scorso, prima del nostro viaggio in Perù, avevamo fatto una previsione: nel 2019, in occasione del viaggio-premio con mio nipote, lei avrebbe preso una pausa per via della futura gravidanza che avevamo in programma … e così è stato! Dopo i primi tre mesi di ecografie e visite mediche, mentre ero a San Diego ho ricevuto la notizia che anche l’ultimo esame che ha fatto prima della mia partenza è andato benissimo.
Sì! Presto riprenderemo a viaggiare insieme e saremo in tre!
Alle 15:00 rientriamo in hotel e ci rilassiamo in piscina per rinfrescarci prima di cena. Dopo tuffi, snack e letture, indossiamo le nostre belle camicie da serata importante e usciamo di nuovo, stavolta per andare a vedere l’interno del Mirage: la grande piscina, il meraviglioso negozio di memorabilia del cinema e dello sport autografate, il ricco acquario della reception, e poi passiamo agli interni sontuosi del Caesar’s.
Sono le 19:40 quando ci mettiamo in fila per il grande buffet del Bellagio. Aspettiamo il nostro turno per 40 minuti, paghiamo l’ingresso 86.58 dollari (79.15 Eu) e ci accompagnano al tavolo.
Ora dobbiamo solo scegliere da dove iniziare, la nostra intenzione è assaggiare tutto e in buona parte ci riusciamo. Facciamo diversi viaggi e nei nostri piatti finiscono: granchi giganti, gamberi, costolette marinate, filetti di manzo, salsicce, tacchino, pollo, mini hamburger, paella, piatti cinesi, indiani, sushi, uno spicchio di pizza e un pugno di pasta per curiosità (sorvoliamo, non ne vale la pena. Mai! Neanche al Bellagio). Non ci siamo fatti sfuggire (quasi) niente prima di attaccare il carrello dei dolci e gelati. Praticamente abbiamo saltato solo frutta e verdura ma ci sono e abbiamo visto persone mangiare solo quelle.
Rispetto al 2014, stavolta sono incluse nel prezzo le bibite analcoliche: ci sono grandi distributori automatici di soft drink con display digitali per scegliere tra decine di bevande. Assaggiamo la Coca Cola alla ciliegia e la limonata al lime, buonissima. Birra e vino si pagano a parte e si possono chiedere ai camerieri in sala che sparecchiano ogni volta che vai a rifornirti di nuovo. Per noi le cose più buone sono stati i tagli di carne, le costate in particolare, il sushi e il granchio. Delusione per i dolci, in passato erano più buoni, mentre stavolta ci hanno lasciato… l’amaro in bocca!
In ogni caso lo consiglio: anche a distanza di anni e a dispetto di qualche recensione negativa su TripAdvisor, il buffet del Bellagio merita ancora attenzione. Specie se si pensa che la spesa è di 39 Euro a persona dove un hamburger con bibita ne costa circa 25. Si può fare!
Dopo un’ora e mezza trascorse a tavola come le cavallette dell’apocalisse siamo pronti a uscire e proseguire verso la parte di Strip che ancora non abbiamo visto. Camminiamo sul lato del Bellagio e passiamo in rassegna il vertiginoso New York New York, il fiabesco Excalibur e il piramidale Luxor.
Per tornare indietro attraversiamo la strada all’altezza del MGM e proseguiamo verso il casinò del nostro hotel dove arriviamo dopo mezzanotte: un’ora perfetta per sedersi alla roulette e fare qualche puntata.
Alle 2:00 lasciamo il tavolo da vincenti e portiamo con noi 42 dollari (38.40 Eu): un buon modo per salutare Las Vegas!

Quanto abbiamo camminato oggi? 17,2 km

04/09 Las Vegas – Los Angeles (475 km)

Per oggi abbiamo in programma un pigro avvicinamento a Los Angeles, la destinazione finale di questo viaggio.
Partiamo con calma dall’hotel, dopo aver aiutato una coppia italiana a parcheggiare, fare check-in e orientarsi nel complicato mondo di Las Vegas che al primo impatto ti confonde e frastorna.
Dopo la nostra buona azione quotidiana, lasciamo la Strip in macchina e ci spostiamo verso il Las Vegas South Premium Outlets dove compriamo felpe nello store Nike e visitiamo tanti altri negozi di abbigliamento. Il bottino principale, però, è a base di jerky beef e una confezione di preparato per cucinare la jambalaya della Lousiana, un piatto che ho apprezzato moltissimo durante il viaggio a New Orleans nel 2015.
La sosta dura più del previsto e ripartiamo piuttosto tardi, prima di lasciare il Nevada ci fermiamo a Jean dove c’è il distributore Chevron più grande del mondo con le sue 96 pompe. Deve essere anche il più caro perché qui la benzina la paghiamo ben 4 dollari (3.66 Eu) al gallone!
Superiamo il confine, rientriamo in California e attraversiamo il deserto del Mojave. Dopo Barstow scendiamo verso sud e nei pressi di San Bernardino veniamo inghiottiti dal traffico convulso delle enormi strade che caratterizzano l’hinterland di Los Angeles.
Sono già le 20:00 quando arriviamo al Best Western Redondo Beach Galleria Inn, lasciamo al volo le valigie e ci rimettiamo in marcia per andare a riconsegnare la macchina.
Arrivare in aeroporto è una missione stressante che portiamo a compimento senza imprevisti, anche perché per fortuna siamo abbastanza vicini. Dopo aver salutato la nostra Malibu, prendiamo la navetta che ci porta ai terminal e da qui ci agganciamo alla wi-fi dell’aeroporto per connetterci con Uber: sarà questo il principale servizio di trasporto che abbiamo programmato di usare a Los Angeles.
Prenotiamo il nostro autista, seguiamo le istruzioni per identificarci a vicenda e con solo 17 dollari (15.50 Eu) ci riporta in hotel. Durante il tragitto chiediamo informazioni per cena ma, siccome è tardi, troviamo i locali consigliati già chiusi e per questo finiamo in un Wienerschnitzel vicino al nostro albergo.
Siamo stanchi morti, ci restano giusto le forze necessarie per mangiare il classico BBQ Bacon Cheeseburger, un Junkyard dog (un hot dog con patatine fritte, chili, formaggio americano, mostarda, cipolle grigliate, pane al sesamo) e un bratwurst con cipolle e mostarda. In pratica un menù da Oktoberfest nel pieno di Redondo Beach, in California. Ma l’assurdità non è finita, perché questi “tedeschi”… non servono birra! Solo bibite analcoliche.
Poco male, siamo già cotti, quindi per digerire vanno bene anche una limonata Tropicana e una Mountain Dew. Lasciamo in cassa 20 dollari (18.20 Eu) e dichiariamo chiusa la giornata e tutta la nostra settimana on the road. Abbiamo visto San Diego, Yuma, Cottonwood, il Grand Canyon, Flagstaff e Las Vegas. 2375 chilometri in 7 giorni, da Los Angeles a Los Angeles: si può fare!
Ora ci aspettano un paio di giorni losangelini e abbiamo le idee molto chiare su cosa faremo… 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 5,1 km

05/09 Los Angeles (Universal Studios)

A Los Angeles c’è Hollywood, la casa del cinema mondiale. Attori, studi, cinema, teatri, produzioni: la scena quotidiana di Los Angeles è sempre a metà strada tra finzione e realtà.
Quindi, per fare un vero assaggio di questo mondo di mezzo trascorreremo la giornata agli Universal Studios di Hollywood… e non solo! 😉
Il 27 Luglio abbiamo comprato il biglietto sul sito ufficiale, con la formula due giorni al prezzo di uno. In pratica scegli la data della visita e hai la possibilità di entrare con lo stesso biglietto anche in un secondo giorno (ti indicano esattamente in quali date sarebbe possibile l’ingresso omaggio). Visto che il prezzo era uguale al biglietto di un giorno ho acquistato questa soluzione a 109 dollari (99.50 Eu). Non succede, ma se succede che ci va, possiamo tornarci gratis già domani. Hai visto mai?
Dopo una ricca ricca colazione dolce e salata offerta dal Best Western, selezioniamo il nostro UberPool per raggiungere gli Studios. Questa categoria di Uber condivide il tragitto o parte di esso con altri passeggeri, riducendo il costo della corsa a 31 dollari (28.30 Eu).
Dopo un’ora di macchina superiamo la passeggiata dei negozi, raggiungiamo l’ingresso del parco alle 11:30 e dopo l’esordio con il cinema 4D di Kung Fu Panda, entriamo dritti nel magico mondo di Harry Potter e poi dei Minion.
Queste attrazioni sono identiche a quelle che ho visto nel parco gemello di Orlando, durante il viaggio in Florida: sono sempre bellissime e divertenti, quindi faccio volentieri il bis di tutto, anche quando ci spostiamo nel livello inferiore degli Studios. Qui ci aspettano i Transformers e l’adrenalinica Jurassic Park dalla quale usciamo piuttosto rinfrescati, vista l’abbondanza d’acqua che è arrivata a secchiate da ogni direzione.
Dopo aver recuperato gli zaini nei comodissimi armadietti gratuiti a riconoscimento digitale, presenti all’ingresso delle attrazioni più movimentate, torniamo al livello superiore e andiamo a vedere la zona dei Simpson con la riproduzione di Springfield, dove non manca una sosta al Krusty Burger per mangiare l’enorme hot dog Telespalla Bob con chili, formaggio e cipolle, accompagnato da una grande limonata (20 dollari, 18.20 Eu).
Prima di lasciare quest’area andiamo sulla montagna russa virtuale dei Simpson e incontriamo la fila più lunga del giorno: 40 minuti, mentre tutte le altre sono state sempre sotto i 15. Il giorno infrasettimanale sicuramente ci ha aiutati ad avere tempi di attesa così bassi, così come ci ha aiutato l’app ufficiale del parco che dà delle stime in tempo reale sulle file, per organizzare meglio il proprio programma.
Nel frattempo è arrivata l’ora per vedere lo spettacolo live di Waterworld che è rimasto identico a quello visto nel 2006, quindi lo trovo ancora perfettamente organizzato e recitato. In più quest’anno abbiamo trovato a recitare anche la protagonista femminile di Waterworld 2.
Ricordate che per vedere uno spettacolo dal vivo bisogna andare 20 minuti prima dell’inizio dello show. E un avviso importante per Waterworld: sulle gradinate sono indicate le file che saranno colpite dagli abbondanti schizzi d’acqua provocati, più o meno volontariamente, dagli attori in scena. Le file sono dove ci si bagna sono indicate, ma voi non fidatevi troppo e mettetevi più indietro! 😉
Il parco chiude alle 18:00 ma ce la prendiamo comoda in diversi negozi a tema dove lasciamo 50 dollari (45.70 Eu) per comprare tazze, apribottiglie magnetico, t-shirt, penne, blocchetti e qualche altra cianfrusaglia.
All’uscita seguiamo le indicazioni per la stazione della metro Universal Studio City, dove andiamo a prendere la linea rossa in direzione Union Station e scendiamo dopo una sola fermata a Hollywood Highland: il cuore della lunga Hollywood Boulevard, più nota come Walk of Fame.
Alcune informazioni sulla metropolitana di Los Angeles: la rete è vasta e abbastanza capillare ma Los Angeles è più grande ancora! Molti luoghi noti sono distanti tra loro e in alcuni casi raggiungibili con due o tre cambi e anche un paio di ore di collegamenti. Per questo abbiamo usato la metro solo per tratti brevi e preferito Uber per altri spostamenti: per quanto sia sicuramente più dispendioso dei mezzi pubblici ci ha fatto risparmiare molto tempo. Il primo biglietto della metro costa 3.75 dollari (3.40 Eu) e la cifra include il costo della singola corsa, 1.75 dollari (1.60 Eu), e 2 dollari (1.80 Eu) sono per acquistare la tessera da ricaricare nei viaggi successivi.
È quasi il tramonto quando arriviamo a destinazione, un momento perfetto per vedere questa grande arteria parallela a Sunset Boulevard.
I palazzi e le palme altissime dovrebbero farti puntare gli occhi verso l’alto ma le stelle sul marciapiede sono le vere protagoniste di questa strada spettacolare. Ci divertiamo a riconoscere i grandi personaggi del cinema, della musica, della radio che hanno ricevuto questo omaggio e cerchiamo, e troviamo, anche i nomi di tanti artisti italiani.
Davanti al Chinese Theatre ci sono i calchi di mani e piedi autografati da celebrità del passato e star del cinema contemporaneo. Soprattutto, però, proprio accanto al celebre teatro, c’è un enorme negozio di souvenir con tanto di imbonitore microfonato all’esterno: 5 dollari (4.60 Eu) per comprare qualsiasi articolo, e noi scegliamo felpe e targa della California.
Se vi state chiedendo dove comprare souvenir a Los Angeles, la risposta è tutta in questa strada. La paccottiglia per turisti abbonda e man mano che ci si allontana dalla zona centrale si riducono i prezzi, fino a trovare anche negozi che vendono tutto a 99 cents! Proprio qui compriamo ancora magneti, sticker e portachiavi.
Poi ci sono negozi più belli e curati, come quello della Marvel, dove compriamo altre borracce in alluminio e un tappeto da supereroe per casa nuova (36 dollari, 32.80 Eu).
Dopo una perlustrazione a caccia di promozioni e sconti torniamo nei negozi con le proposte migliori per comprare quattro t-shirt a 10 dollari e sei magneti per la stessa cifra. Ce ne sono tante di queste promozioni: più compri e meno paghi.
Dopo aver camminato a lungo nel tratto più noto di questa incredibile strada, alle 21:30 ci fermiamo a cenare da Johnny Rockets, consigliato dal nostro autista Uber. Si tratta di una catena di fast food – al ritorno ho scoperto che hanno cinque punti vendita anche in Italia, di cui uno a Roma – dove servono carne fresca e non surgelata, quindi il gusto è migliore. Gli arredi sono in stile anni ’50 e anche se promettono sorrisi, troviamo il personale piuttosto scorbutico e sbrigativo. Ordiniamo due panini classici con bacon e cheddar, acqua e Pepsi per un totale di 35.29 dollari (32.20 Eu). Anche qui non servono alcolici.
Sono passate le 22:00 quando torniamo in strada, entriamo in un altro paio di negozi e vampirizziamo la wi-fi di un Footloocker per prenotare il nostro Uber. In meno di un minuto arriva la macchina che con 50 minuti e 27.55 dollari (25.15 Eu) ci riporta in hotel dopo aver attraversato i grattacieli di Downtown.
Ancora una giornata intensa trascorsa in questa città elettrica ma non è finita, domani ci rilassiamo un po’ e andiamo a vedere una Los Angeles più stravagante e bohémien. Domani andiamo al mare…

Quanto abbiamo camminato oggi? 12,8 km

06/09 Los Angeles (Venice – Santa Monica)

Dopo l’ormai consueta e ricchissima colazione, pianifichiamo un po’ la giornata. L’ultima giornata zio-nipote in USA.
Come sempre abbiamo le idee chiare su cosa fare, non resta che applicarle: alle 10:30 arriva direttamente in hotel il nostro UberPool e ci facciamo lasciare a Venice Boardwalk. Tempo impiegato: 45 minuti. Prezzo: 18.22 dollari (16.60 Eu).
Ancora una nota sul funzionamento di UberPool: oltre a ridurre la spesa finale se condividi l’auto con altri passeggeri che prenotano sul tuo percorso, bisogna aggiungere che in questa categoria accetti di incontrare l’autista in un punto concordato che dista al massimo qualche centinaio di metri rispetto al luogo della tua chiamata. A noi di solito sono venuti a prenderci al punto di chiamata ma è successo anche di doverci spostare un paio di volte, in entrambi i casi si è trattato semplicemente di attraversare una strada per stare sul senso di marcia più favorevole all’autista. Niente di complicato, però attenzione alla connessione: se siete in wi-fi e dovete spostarvi, rischiate di perdere il segnale e di conseguenza gli eventuali scambi e aggiornamenti con l’auto in arrivo.
Sono le 12:00, il sole è alto e picchia duro. Girovaghiamo sotto i portici e lungo i viali di quelli che dovevano essere la riproduzione dei canali di Venezia in questo folle progetto di architettura contemporanea. La speculazione immobiliare non riuscì benissimo e Venice cadde in disgrazia, abbandonata e mal frequentata.
Oggi è in netta ripresa: la pista ciclabile, gli skate park, i prati, le palestre all’aperto, i tanti negozietti di artigianato etnico e gli artisti di strada la rendono viva e ne determinato il carattere frizzante e multiculturale.
Eppure c’è qualcosa che non va: l’atmosfera rilassata e del tutto simile alle comuni della vecchia Europa non trova corrispondenza nei prezzi delle cose in vendita. Abbiamo trovato Venice più costosa del centro di Los Angeles!
I negozi vintage vendono a prezzi salati vecchie divise militari e capi firmati, si trovano capi di abbigliamento di marche note negli anni ’80/90 e non abbiamo trovato niente sotto i 70 dollari. Anche per i comuni souvenir è meglio comprare su Hollywood Boulevard.
Dopo aver accantonato ogni idea di shopping camminiamo lungo la pista che fiancheggia l’enorme spiaggia in direzione Santa Monica, dove arriviamo alle 13:30 dopo una pausa per vedere le evoluzioni degli skater e una doccia per rinfrescare la testa.
Santa Monica è la località che ospita il pier più famoso e frequentato di Los Angeles. Il molo è lungo, si slancia per molti metri dalla terraferma al mare e sulla sua palafitta – retta da grandi pali di legno – trovano posto tanti negozi, addirittura una montagna russa e la celebre ruota panoramica!
Noi entriamo dalla zona del Luna Park, ci fermiamo in una sala giochi anche questa – neanche a dirlo! – con videogames degli anni ’90 e dopo uno spuntino veloce, scattiamo le foto al segnale stradale che indica il termine della Route 66; una piccola anticipazione della fine del molo, dove troviamo l’ultimo shop della Route.
Proprio qui ci affacciamo per ammirare il mare che si apre davanti a noi e mentre stiamo a guardare ci sentiamo osservati da una foca che in acqua aspetta qualche bocconcino lanciato da turisti e pescatori.
Facciamo ancora qualche altro giro che ci conferma, anche qui, che ieri abbiamo fatto ottimi acquisti e prima di andar via il nipotone consacra il suo viaggio in America con un rituale tuffo nell’oceano.
Una volta tornati su Ocean Drive prenotiamo Uber e ci facciamo scaricare al South Bay Galleria, un grande centro commerciale vicino al nostro hotel, dove arriviamo – per l’ultimo shopping matto e disperato – alle 16:30, dopo un’ora di macchina al costo di 30.46 dollari (27.80 Eu).
Qui vanno via ancora 100 dollari in t-shirt, body per bimbi, sportina, thermos, scarpe e ciabatte Nike da Macy’s, dove approfittiamo anche del wi-fi per fare check-in online sull’app Delta, per il volo di domani: il ritorno a casa si avvicina.
Prima però ci aspetta l’ultima cena a Los Angeles e vogliamo che sia meglio delle precedenti, anche perché finalmente riusciamo ad andare in un locale selezionato dall’Italia e che avevamo adocchiato sin dal primo giorno ma che alle 21:00 chiude!
Stavolta siamo in netto anticipo e riusciamo a goderci i tacos di pesce di Ensenada’s surf n turf grill. Ordiniamo due tacos di pesce e uno di pesce e gamberi, accompagnati da riso e fagioli e un refill medio di bibite gassate perché anche qui non servono alcolici! Spendiamo solo 20 dollari (18.20 Eu) per la cena meno costosa di tutto il viaggio che risulta anche una delle migliori.
In uscita dal ristorante ci accorgiamo di aver smarrito gli occhiali da sole e abbiamo anche il sospetto su dove siano stati lasciati, così torniamo dritti nel negozio del centro commerciale dove avevamo provato delle maglie e le commesse sembravano aspettare proprio noi da un momento all’altro. Il viaggio si chiude esattamente come era iniziato: con qualcosa di perso e ritrovato.
Anzi no! Non si chiude così, perché negli ultimi tre giorni a Los Angeles non siamo riusciti a bere la nostra adorata Bud Light, quindi facciamo come a San Diego il primo giorno: entriamo in una di quelle rivendite di alcolici gestite da asiatici asserragliati dietro un vetro blindato e compriamo una bella bottiglia da collezione, in alluminio e richiudibile, della nostra birra preferita (1.49 dollari, 1.30 Eu). Ora sì che possiamo tornare in Italia! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 14.6 km

07/09 Los Angeles – Roma

Il viaggio con Lorenzo sta per finire. Abbiamo portato a termine la missione e abbiamo fatto tutto quello che avevamo in programma.
Siamo sempre andati d’accordo, ci piace ridere, giocare, siamo appassionati di sport e di AS Roma, ci piace viaggiare, mangiare, andare allo stadio, abbiamo una storia ventennale alle spalle ma un viaggio è un viaggio.
Un viaggio è diverso da qualsiasi esperienza, vengono fuori altre dinamiche, abitudini, caratteri, umori. Stare per undici giorni insieme, a stretto contatto, 24 ore su 24, è stata una novità per entrambi e posso dire che abbiamo superato anche questa prova. Chissà, magari in futuro sarà lui a promettermi un viaggio alle Hawaii! 😉
Ovviamente quando i ritmi sonno/sveglia sono equilibrati e riusciresti a dormire a lungo, è tempo di tornare a casa e ti devi alzare all’alba.
Dopo la colazione e i controlli finali in stanza e nella valigia, alle 7:45 prenotiamo il nostro ultimo Uber per raggiungere l’aeroporto.
Arriviamo a destinazione in 15 minuti, con una spesa di 14.11 dollari (12.85 Eu) e con questa storia delle tre ore e mezza prima siamo decisamente in anticipo sulla partenza.
Ci mettiamo solo 40 minuti a superare i controlli di sicurezza e così ci troviamo nel gate di partenza ben tre ore prima del volo. Non immaginavano un così largo anticipo e contavamo di spendere ancora un po’ di soldi e tempo nel duty free, salvo poi scoprire che trovandoci in un terminal per i voli interni, non ci sono negozi se non un paio di edicole e caffetterie. Una noia mortale lo scintillante aeroporto di Los Angeles!
Lo scalo di un’ora e mezza a Boston fila liscio e mentre stiamo per imbarcarci penso che qui dovrei venire prima o poi. Magari per fare un giro anche in Canada. A Fede piacerebbe viaggiare in Canada e sono sicuro che anche alla piccolissima in arrivo piacerà. Buon viaggio!

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 95,9 km

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Stati Uniti Occidentali disponibile su Amazon
Libri letti su Kindle: La scomparsa di Josef Mengele di O. Guez e Corruzione di D. Wislow

Come organizzare un viaggio in USA: da Los Angeles al Grand Canyon

Viaggio in USA
Gli Stati Uniti visti dalla Treccani

Negli ultimi anni ho scritto un paio di post per organizzare viaggi dall’altra parte del mondo: documenti, visti, cambi, hotel, itinerari, ecc…
Così, dopo gli articoli su come organizzare un viaggio in Giappone e uno in Perù, questa volta dedico il post alla prossima destinazione: gli Stati Uniti.

Il mio sesto viaggio in USA mi riporterà per la terza volta in alcune località che mi hanno impressionato e che rivedo sempre con piacere.
L’occasione di questo ritorno me l’ha data l’esame di maturità di mio nipote Lorenzo. Nel 2006 tornavo da un grandioso viaggio lungo la Route 66 e gli feci una promessa: “Se sarai promosso tutti gli anni fino alla maturità, ti porterò negli USA”.
E così, dopo 13 anni, la tanto attesa maturità è arrivata (con un bel 93) e finalmente onoro la mia promessa: zio e nipote, si parte! 😉

L’itinerario

Ci siamo preparati un bel fly and drive molto serrato, che abbina grandi metropoli agli spazi incontaminati dei parchi americani.
Dopo l’atterraggio a Los Angeles, ritiriamo subito la macchina prenotata con Alamo e ci spostiamo verso San Diego dove resteremo due notti. Da San Diego percorreremo la linea di confine con il Messico fino alle cinematografiche prigioni di Yuma e successivamente ci fermeremo a Cottonwood, nella Coconino National Forest, in Arizona. Da qui saremo abbastanza vicini per raggiungere la South Rim del Grand Canyon per poi ripiegare verso Flagstaff. Quando partiremo da Flagstsaff la mia promessa sarà definitivamente onorata: attraverseremo un lungo tratto della storica Route 66, passando per il mitico General Store di Hackberry, fino a Kingman. Da qui riprenderemo strade più veloci per raggiungere la frenetica Las Vegas. Dopo la capitale mondiale del gioco d’azzardo ritorneremo a Los Angeles per trascorrere gli ultimi giorni tra parchi a tema e relax oceanico.
Come dicevo nella premessa, è il mio terzo ritorno in questi luoghi e l’itinerario è venuto facile. Il consiglio in fase di preparazione è di scegliere tappe di massimo 500 chilometri con cose da vedere nel mezzo. Se due destinazioni finali sono molto lontane, tra gli 800 e i 900 chilometri, vale sempre la pena cercare qualcosa nel mezzo e fare una tappa intermedia.

Sitografia e Bibliografia

Per comporre l’itinerario di questo viaggio in USA ho fatto meno ricerche del solito perché ero avvantaggiato dalle esperienze precedenti. Quindi questa volta la sitografia sarà piuttosto autoreferenziale 🙂

Le risorse che ho usato online e che potrebbero tornare utili ad altri viaggiatori sono queste:

Cose da sapere

Organizzare un viaggio in USA è facile, basta avere le idee chiare su cosa vedere.
Tante informazioni utili sono raccolte nelle indispensabili guide stampate, in questo ultimo paragrafo elenco solo alcuni dettagli di base che è molto importante conoscere prima di partire.

  • Documenti: i cittadini italiani che programmano un viaggio inferiore ai 90 giorni, possono visitare gli USA con un passaporto a lettura ottica (o biometrico) valido. Grazie al Visa Waiver Program possono ottenere una sorta di “visto leggero” noto come ESTA. Costa 14 dollari, vale due anni ed è obbligatorio. Dove fare l’ESTA per gli USA? Facile, sul sito ufficiale ESTA.
  • Una polizza di viaggio è sempre prudente averla, in USA e in qualsiasi altro Paese.
  • La corrente è 110V: adattatore/trasformatore obbligatorio!
  • La moneta è il Dollaro ($). Un Euro sono circa 1.10 dollari.
  • Le unità di misura sono diverse dalle nostre: miglia, galloni, once, Fahrenheit. Per non impazzire basta munirsi di un convertitore 😉
  • Le ore di fuso rispetto all’Italia cambiano in base alle destinazioni. In California saranno 9 ore indietro rispetto all’Italia.
  • Il meteo: variabile in base alle zone e da consultare sui siti internet prima di partire, per preparare la valigia. Poi giorno per giorno basta accendere la TV, in USA impazziscono per le previsioni del tempo!
  • Prima di partire ricordate sempre di registrarvi sul sito della Farnesina, Dove siamo nel mondo.

Ok. Per adesso è tutto, il diario vero e proprio arriverà verso la metà di Settembre.
Cara Route 66, non c’è due senza tre… sto arrivando! 😉

Diario di viaggio: Lisbona, Sintra, Setubal ed Evora

La torre di Belem a Lisbona, il tempio di Diana a Evora e il pozzo iniziatico a Sintra
Da sinistra: torre di Belem a Lisbona, tempio di Diana a Evora e pozzo iniziatico a Sintra

Sono stato a Lisbona la prima volta 10 anni fa, da solo. Nel post scritto durante quel viaggio in giro per l’Europa, mi ero promesso di ritornarci perché mi era piaciuta tantissimo.
C’è voluto tempo ma ce l’ho fatta! Stavolta viaggiamo in due, con Fede vedo sempre le cose con nuovi occhi e nuove prospettive. Non ci siamo fermati solo nella capitale ma abbiamo esplorato in macchina anche i dintorni, da Sintra a Evora.
Lisbona com’è oggi? Stavolta, varrà la pena tornare? La risposta è sempre alla fine del viaggio… 😉

03/04 Roma – Lisbona

Stavolta nessuna sveglia all’alba. Dopo aver comprato due pizzette al volo, partiamo da Gaeta con tutta calma alle 10:30 e dopo un paio di ore lasciamo la macchina da Best Parking, nelle vicinanze dell’aeroporto di Roma Ciampino. Di solito noi scegliamo AltaQuota ma, visto che è stato chiuso, siamo costretti a provare questo nuovo servizio.
Per una sosta di sette giorni spendiamo 36 Euro, di cui 12 per portare via le chiavi. Il parcheggio è vicino l’aeroporto, le navette frequenti e in brevissimo tempo arriviamo al banco del check-in per imbarcare il bagaglio.
Il volo per Lisbona l’abbiamo comprato sul sito Ryanair il 20 Gennaio 2019 ed è costato 90 Euro a persona (a/r), incluso l’extra per imbarcare un bagaglio in stiva (max 20 Kg). La politica sui bagagli di Ryan diventa sempre più complessa e restrittiva, oltre a cambiare spesso. Sono finiti i bei tempi del trolley in cabina incluso nel prezzo, adesso al massimo puoi portare uno zaino oppure comprare un supplemento da 7 Euro. Almeno fin quando non cambierà di nuovo! Meglio informarsi bene prima di decidere che biglietto fare e con quale valigia partire.
Il volo fila via in due ore e mezza e dopo l’atterraggio guadagniamo un’ora grazie al fuso orario. Purtroppo constatiamo subito che le previsioni del meteo a Lisbona dicevano il vero: dopo giorni di sole caldo, ci accoglie un gran vento e il crollo delle temperature causato da una perturbazione che durerà tutta la settimana! E sarà proprio così: in media troveremo sui 14/15 gradi e saremo costretti a coprirci.
Seguiamo le indicazioni per prendere la linea rossa della metro e prima di varcare gli accessi, compriamo una carta ricaricabile (0.50 Eu) per accreditare subito 1.50 Euro, la cifra necessaria per raggiungere la nostra destinazione e conservare poi la carta (dura un anno) per tutti i prossimi spostamenti, senza fare ogni volta un tagliando: l’ambiente ringrazia.
Giunti alla fermata Saldanha cambiamo e prendiamo la linea gialla che dopo due soste ci porterà alla nostra stazione: Marquis De Pombal.
Il nostro hotel Exe Liberdade è proprio vicino a questa importante fermata della metro. Importante perché da questa rotonda monumentale parte la lunga Avenida da Liberdade, un elegante viale alberato che porta dritti in centro e che Pessoa definì “la strada più bella di Lisbona”.
La percorriamo subito lungo il marciapiede centrale che divide due carreggiate stradali, durante la passeggiata ci godiamo le statue, le grandi fontane e il verde degli alberi ci accompagnano fino alla piazza Dom Pedro IV, più nota semplicemente come Rossio.
Questa ampia piazza è decorata con due grandi fontane e nella visione d’insieme spiccano le facciate del Teatro dell’Opera e della stazione dei treni per Sintra. Da qui ci spostiamo nell’adiacente Largo de Sao Domingos, luogo di ritrovo della comunità africana, per gustare un bicchierino (1.40 Eu) della famosa gingjinha nell’omonimo e storico locale che ne vanta la paternità.
La gingjinha è un liquore a base di ciliegie amare ed è considerato una vera e propria istituzione dai lisboneti, un rituale da non perdere. Ci sottoponiamo volentieri all’assaggio e una volta lasciato il negozietto con il pavimento più appiccicoso del mondo, proseguiamo verso la vicina Praca da Figueira e troviamo un interessante mercatino gastronomico con tante specialità tipiche del Portogallo.
Dopo un attento sopralluogo imbocchiamo Rua Augusta, una lunga strada di negozi e locali che collega il Rossio con il grande Arco di Trionfo che immette nella trionfale Praca do Comércio.
Durante il cammino incontriamo il famoso Elevador de Santa Justa, un ascensore di 45 metri che collega con la parte alta della città. La struttura è in ferro battuto e lo stile ci ricorda caratteristiche simili al ponte Luis I ammirato durante il viaggio a Porto. Sembra che in entrambi i casi ci sia lo zampino della scuola Eiffel ma se sul ponte non ci sono dubbi, sull’ascensore non esistono prove ufficiali.
Superato l’arco di trionfo, attraversiamo l’ampia piazza e ci spingiamo fino al mare, che poi non si tratta propriamente di mare visto che siamo nel mezzo del grande estuario del fiume Tiago attraversato dal gigantesco ponte 25 Aprile.
Il primo giro di orientamento nel cuore di Lisbona è compiuto, ora conosciamo i punti di riferimento più importanti e da domani inizieremo a esplorare meglio i quartieri: possiamo andare a cena!
Abbiamo individuato il ristorante da raggiungere e invece di percorrere la stessa strada dell’andata, risaliamo lungo la parallela di Rua Augusta e poi dell’Avenida da Liberdade, così vediamo dove sono collocati i locali più famosi di Lisbona. All’inizio sono molto turistici e man mano che ci si allontana dal centro diventano più piccoli, caratteristici e frequentati da persone del posto.
Per la prima cena la scelta è caduta su Forninho Saloio, è nascosto in una traversa ma vale la pena cercarlo. All’interno ci sono tanti tavoli, non abbiamo prenotazione ma contiamo sul fatto che è mercoledì, infatti ci trovano posto in un angolino rivestito di maioliche e ci portano subito un piattino di formaggio e olive.
A questo punto una nota importante sull’antipasto portoghese, perché sarà utile per tutto il viaggio: a Lisbona si usa portare a tavola degli assaggini, sfizi, tapas… senza che siano richiesti. Se li mangi li ritrovi nel conto, se li lasci invece li portano indietro. Quindi, se siete affamati e sbranate qualsiasi cosa vi mettono davanti, non pensate che sia gratis. A meno che non lo dicano chiaramente, ok?
Il formaggio è buono e anche il pane ma per riempire davvero lo stomaco dobbiamo attendere i nostri piatti: un bel polpo alla brace e uno spiedino di cernia e gamberi arrosto infilzati in una spadone tipo churrasco, molto scenografico. Tutto accompagnato da patate bollite e insalata con cipolle e pomodoro. Un’ottima cena per iniziare il viaggio, accompagnata dalle due birre più bevute in Portogallo: Sagres e Super Bock. In totale spendiamo 35.20 Eu.
La prima giornata si conclude con una passeggiata tranquilla per rientrare in hotel mentre ragioniamo sul programma dei prossimi giorni.
Benvenuti a Lisbona!

Quanto abbiamo camminato oggi? 7,8 Km

04/04 Lisbona

Ci svegliamo molto presto, il tempo è buono e prima di uscire sbrighiamo un po’ di lavoro.
Proprio di fronte l’hotel c’è la pasticceria Balcão Do Marquês e ne approfittiamo per mangiare la prima pastel de nata (1.10 Eu). Il dolce nazionale portoghese è un tartina di pastasfoglia colma di crema all’uovo, una delizia dolce e croccante.
C’è il sole, Avenida da Liberdade è ancora più bella, con tutte le fontane accese, anche quelle del Rossio. Decidiamo di non prendere la metro e spostarci ancora a piedi e per questo, nonostante sia mattina, arrivati a Largo dos Domingos abbiamo bisogno di un’immediata sosta per una gingjinha.
Su questa piccola piazza affaccia anche l’omonima chiesa, una delle più insolite di Lisbona perché, ferita gravemente da terremoti e incendi, all’interno non è stata ristrutturata e si possono vedere ancora le colonne incurvate e annerite, lasciate come ceppi per ricordare il sisma che distrusse la città e risparmiò l’edificio sacro, evento che venne considerato un miracolo.
Dopo la visita ci spostiamo nella vicina Praca da Figueira ed entriamo in un’istituzione gastronomica di Lisbona: la Confeitaria Nacional, che dal 1829 sforna le migliori pastel de nata della città (1.15 Eu) . Le aspettative non restano deluse, quelle provate qui resteranno le più buone del viaggio ma va detto che, in media, tutte quelle assaggiate saranno di ottima qualità.
Riprendiamo da qui la nostra scoperta di Lisbona, iniziamo a risalire lungo le stradine e i vicoli che caratterizzano il quartiere Alfama e ci fermiamo davanti all’imponente cattedrale del Sé costruita nel 1150.
Dopo aver visitato l’interno, procediamo fino a largo Sao Martinho dove riconosco un moderno negozio di souvenir al posto della Garrafeira di Miguel, dove mangiai e passai un pomeriggio in compagnia del proprietario 10 anni fa.
Continuiamo a camminare fino al belvedere di Santa Luzia e scattiamo foto molto suggestive sui tetti dell’Alfama, con le sue tegole arancioni cotte dal sole che contrastano con l’azzurro del mare sottostante.
Da qui ci spostiamo ancora più in alto, sempre attraverso il labirinto di vicoli che rende unico questo quartiere storico, e raggiungiamo il castello di Sao Jorge che domina su Lisbona.
Dopo una sosta, andiamo a caccia di un altro belvedere e ci spingiamo verso l’Igreja e Convento da Graça. Qui c’è un miradores ancora più alto rispetto a quelli visti finora, che affaccia sulla parte interna di Lisbona. Il panorama è davvero ampio e in lontananza si vede anche il ponte 25 Aprile in tutta la sua estensione, un effetto scenico così notevole che scattiamo una foto istantanea da far trovare a chi seguirà la nostra gallery Handmade Travel su Instagram.
La chiesa e il convento meritano una visita rapida per vedere il chiostro e ammirare i magnifici azulejos.
Dal vicino Largo da Graça prendiamo il famoso tram 28, bastano 3 Euro per iniziare un viaggio nel tempo in queste carrozze originali degli anni ‘30, con interni in legno e l’inconfondibile colore giallo. Il tram attraversa diversi quartieri della città inerpicandosi nei vicoletti dell’Alfama e tra saliscendi, curve e scossoni ci riporta a Praca da Figueira.
Riprendiamo la marcia verso il Bairro Alto, il quartiere antistante l’Alfama, quindi ripassiamo attraverso il Rossio, prendiamo Rua do Carmo e ci dirigiamo verso il prossimo sito da visitare.
Il nostro viaggio nella storia di Lisbona continua con l’ingresso nell’atmosfera magica del Convento do Carmo. Il biglietto costa 4 Euro e permette di ammirare le rovine di questa antica chiesa gotica, costruita nel 1389 su una collina. La chiesa, un tempo la più grande della città, fu distrutta dallo spaventoso terremoto che nel 1755 mise in ginocchio Lisbona e oggi sono visibili i resti della navata centrale, le colonne e il transetto che contrastano il cielo aperto.
Il piccolo museo adiacente è ben curato e ospita un sarcofago egizio e delle mummie provenienti dal Nuovo Mondo, identiche a quelle viste durante il nostro recente viaggio in Perù.
Purtroppo, appena usciamo dal museo inizia a piovere e siamo costretti a tirar fuori i nostri magnifici ombrelli per arrivare, lungo Rua Nova da Trindade, alla chiesa di Sao Roque. Qui non solo troviamo riparo ma possiamo anche ammirare una delle cose più spettacolari del viaggio: i micromosaici sulla vita di San Giovanni Battista, fatti talmente bene da sembrare dei dipinti. Lo zampino italiano si nota, difatti questa cappella fu commissionata a Luigi Vanvitelli, il noto architetto della Reggia di Caserta.
Anche qui siamo in alto e ne approfittiamo per raggiungere un vicino belvedere: abbiamo di fronte l’Alfama, siamo esattamente all’opposto rispetto a dove ci trovavamo un’oretta fa. Questa inversione dei punti di vista ci ricorda molto la stessa sensazione provata a Granada, dai punti panoramici opposti dell’Alhambra e dell’Albaycin, durante il nostro secondo viaggio in Andalusia.
La pioggia ci costringe a una piacevole pausa da 11 Tapas dove ordiniamo del vino verde e un piatto di formaggio e prosciutto (13.50 Eu) prima di rientrare verso l’hotel.
Per cena abbiamo individuato un altro locale fuori dal centro storico, molto spartano. Prima di entrare ci fermiamo a fare spesa per i prossimi giorni e compriamo, merendine, acqua, succhi di frutta, caramelle e frutta secca (7.30 Eu).
Sono le 20:45, la pioggia è aumentata d’intensità e siamo quasi zuppi quando imbocchiamo Rua de Santa Marta per entrare da Andaluz.
Siamo senza prenotazione ma ci fanno accomodare in uno spazio libero, il locale è pieno, c’è una cena aziendale e per quanto siano pochi i tavoli c’è un gran casino: le risate fragorose aumentano con il tasso alcolico, esattamente com’era descritto nelle recensioni. Noi non ci facciamo distrarre e, con l’aiuto del cameriere, scegliamo ancora pesce e assaggiamo il famoso Bacalhau à Lagareiro, un filetto di merluzzo arrosto condito con olio e aglio, abbondante aglio. Lo stesso condimento per la seppia arrosto che completa la nostra cena, insieme a un bel po’ di patate bollite. Mandiamo giù tutto con birra e acqua e lasciamo sul tavolo 24 Euro.
Quando finiamo è buio pesto, non ha smesso di piovere e dobbiamo raggiungere l’hotel. L’unico vantaggio che abbiamo per questa notte è che i vampiri staranno ben lontani da noi! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,5 Km

05/04 Lisbona

La giornata inizia con un bella colazione in camera, un po’ di lavoro e uno sguardo al meteo visto che da ieri sera è piuttosto instabile.
Anche oggi sono previste alternanze di sole e pioggia, quindi ci organizziamo per distribuire il tempo da trascorrere all’aperto o al chiuso.
Avenida da Liberdade ci piace molto e visto che c’è il sole, perché non percorrerla di nuovo? Stavolta invece del marciapiede centrale ci spostiamo su lato sinistro (diretti verso il mare), dove ci sono le vetrine di tutte le griffe di moda più note. Siamo interessati a cose più modeste e nei giorni scorsi abbiamo già fatto diversi sopralluoghi per confrontare i prezzi, quindi raggiungiamo direttamente il negozio individuato per acquistare i souvenir, in Rua da Prata.
Dove comprare i souvenir a Lisbona? Noi abbiamo usato il solito metodo: selezioniamo uno store grande e conveniente dove acquistare tutto il ciarpame tipico che cercano i turisti, spieghiamo ai proprietari le nostre intenzioni e questi di solito accettano di buon grado l’esclusiva che offriamo in cambio di uno sconto finale. Nei nostri zaini finiscono: quattro strofinacci, sottopentola di sughero e ceramica, orecchini, un vassoio, sette immancabili calamite, una bella borsa in sughero con motivi azulejos, due t-shirt, una tazza e una sportina (60 Eu).
Dopo lo shopping ci spostiamo nella parallela Rua Augusta e ci fermiamo alla Casa Portuguesa do Pastel de Bacalhau per mangiare una crocchetta fritta di baccalà e formaggio (4 Eu), un aperitivo delizioso prima dello spuntino di mezza giornata che facciamo, finalmente, nel mercatino di Praca da Figueira. Dopo un giro di perlustrazione, arrivano le nostre scelte: un pasticcio di carne di maiale sfilacciata e un’empanada fritta ripiena di maiale (3 Eu).
Alle 14:30 raggiungiamo la metro del Rossio, carichiamo i nostri biglietti con 1.50 Eu e prendiamo la linea verde fino alla fermata Alameda, e da qui cambiamo con la rossa (direzione aeroporto) per scendere alla fermata Oriente: un viaggio di 30 minuti che ci porterà all’Oceanário di Lisbona per visitare il grande acquario e il quartiere dell’Expo ’98.
Una volta fuori la metro è lecito aspettarsi maggiori indicazioni per raggiungere un sito così importante (e frequentato), invece i cartelli sono pochi e potrebbero essere distribuiti meglio. Attraversiamo il centro commerciale Vasco de Gama, un grande complesso futuristico che ingloba la metro ed è stato progettato magistralmente da Calatrava, e camminiamo tra i padiglioni dell’Esposizione Universale di 20 anni fa, oggi polo fieristico. Dopo percorriamo la lunga passerella sull’acqua che ci porterà, proprio mentre inizia un forte acquazzone, all’ingresso dell’acquario.
Il biglietto costa 16 Euro e mentre fuori piove, trascorriamo 3 ore letteralmente immersi nei corridoi del museo oceanografico che abbracciano, su più livelli, la gigantesca vasca centrale dove nuotano molte specie di pesci: squali, mante, cernie, banchi di sardine, tonni, barracuda, pesce-luna e molti altri. Ogni angolo del percorso offre punti di vista diversi sul vascone, mentre sulle pareti ci sono spiegazioni scientifiche, tecniche, altre vasche e vetrine per proteggere in ambienti isolati alcune specie più piccole e delicate.
Al termine della visita decidiamo di restare in questa zona per cena: siamo molto lontani dal centro storico, circa 15 chilometri, e certamente abbiamo la possibilità di provare qualche locale meno turistico. Quindi facciamo un giro al centro commerciale e intorno alle 20:30 andiamo al ristorante D’Bacalhau (ancora senza prenotazione). Non aspettiamo neanche un minuto e ci fanno subito sedere, nell’attesa ci portano delle crocchette di baccalà con il solito metodo: prendere (e pagare) o lasciare. Noi prendiamo tutto perché siamo affamati e ci aggiungiamo anche la specialità della casa: 4 tipi di baccalà. Uno mantecato con crema di formaggio, uno gratinato con spinaci e patate, uno a lagareiro – che già conosciamo – e uno alla brace con olive, cipolle e uovo. Il migliore di tutti. Da bere due Super Bock 0.4, una chiara e una scura, e per digerire anche una ginjinha offerta dalla casa, per un conto finale di 29.60 Euro.
Anche questa giornata è finita, siamo stanchi e dobbiamo camminare verso la metro che ci riporterà in hotel, poi ci aspettano ancora 45 minuti di spostamenti prima di arrivare a destinazione.
Lisbona è bellissima anche in questa zona lontano dal centro, Lisbona è bellissima nonostante la pioggia.

Quanto abbiamo camminato oggi? 11,5 km

06/04 Lisbona – Sintra – Cascais – Setubal (121 km)

Oggi inizia la seconda parte del viaggio. Come abbiamo fatto l’anno scorso in Normandia, abbiamo prenotato una macchina su RentalCars (53 Eu) e siamo pronti a esplorare altre località del Portogallo.
Dopo un rapido check out, alle 10:30 siamo in aeroporto al desk di Keddy-Europcar dove, dopo aver schivato upgrade e iatture di ogni sorta per farci aumentare il premio della copertura assicurativa, ritiriamo la nostra Polo che ci porterà in giro per i prossimi tre giorni.
Durante l’attesa aiutiamo una signora americana disperata per aver smarrito il cellulare, le facciamo da hot-spot per far connettere il suo portatile e con l’app Trova il mio iPhone lo riusciamo a rintracciare: l’ha perso in aeroporto ma sta già a Belem!
Le suggeriamo di spostarsi in quella direzione e proseguire la ricerca, noi partiamo e restiamo in contatto con il suo cellulare con SMS e chiamate finché non ci risponde la proprietaria che, con la collaborazione della polizia, l’ha ritrovato proprio dove l’avevamo individuato.
Questa bella notizia ci raggiunge a Sintra che abbiamo appena raggiunto dopo 27 chilometri e mezz’ora di macchina.
Parcheggiamo nella parte alta del centro storico e iniziamo a esplorare i viottoli di questa incantevole cittadella medievale fino alla piazza centrale dove spicca la sagoma del Palazzo Reale di Sintra con i suoi strani camini conici.
L’ingresso costa 10 Euro, il percorso della visita è ben indicato e con la mappa in dotazione è possibile orientarsi e leggere nozioni sulle sale e gli oggetti esposti.
Il palazzo è stato costruito in epoche diverse a partire dal XIII secolo e ha diversi stili proprio per questo motivo. Ogni sala è una scoperta: la sala dei cigni, delle gazze, del blasone, tutte con le loro peculiarità di legni intarsiati, affreschi e azulejos. I corridoi e le stanze sono colmi di storia imperiale e di intrighi di corte, quando arriviamo al patio esterno con la fontana e il bagno sembra di essere tornati al Palacio Nazarios, visitato durante il viaggio a Granada.
Questa volta il sincronismo con il meteo non riesce bene, perché appena usciamo si scatena l’ennesimo temporale e siamo costretti a riparare nella storica pasticceria Casa Piriquita. Facciamo di necessità virtù e trasformiamo la sosta forzata in una dolce pausa iperglicemica: dalla vetrina piena di dolci tipici scegliamo una Pastel Sintra è una Joaninha (2.70 Eu), dolci lavorati con ingredienti semplici come miele, mandorle, marmellata e uovo, tanto uovo.
Il cielo torna limpido e riprendiamo le viuzze del centro storico per spostarci verso la prossima destinazione: la misteriosa tenuta Quinta da Regaleira, un palazzo con un enorme parco costellato di strutture e simboli esoterici. Ci sono fontane, torri, portali merlati, laghetti e cascate ma il sito più suggestivo di tutti è sicuramente il pozzo iniziatico usato per le cerimonie di ammissione alla massoneria. Il rito prevedeva la discesa di nove livelli fino alla base, dove è raffigurata l’effige dei Templari. Risalendo lungo la scala a spirale l’iniziato attraversava simbolicamente l’inferno, il purgatorio e il paradiso come nei gironi danteschi, metafora della morte e rinascita.
Anche questo sito ha contribuito ad assegnare a Sintra e alle colline circostanti il titolo di Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Il biglietto costa 8 Euro e iniziamo la visita dal parco, seguendo la mappa e cercando tra sentieri e vegetazione le installazioni che intendiamo vedere. Dopo una lunga passeggiata in questo labirinto esoterico, concludiamo la visita nel palazzo principale proprio mentre sta per ricominciare a piovere. L’enorme abitazione nobiliare è in stile gotico e ricorda l’attrazione Phantom Manor del parco tematico Disneyland Paris e sembra che l’architetto italiano, Manini, si sia divertito nel cercare soluzioni scenografiche capaci di stupire gli ospiti.
Sono le 18:00 quando riprendiamo la macchia e ci spostiamo verso il Parque da Pena, distante 4 chilometri. Anche qui c’è un grande parco da attraversare ma è troppo tardi per entrare, a quanto pare sembra che saremo costretti a tornare una seconda volta a Sintra… 😉
Decidiamo quindi di proseguire il cammino verso Estoril, che annuncia la sua periferia con il paddock del noto circuito automobilistico, e poi Cascais con la vivacità del suo casinò. Noi più che alla mondanità, siamo interessati alla costa e ai fari, quindi dopo 30 minuti di strada ci fermiamo al belvedere Boca do Inferno per scattare foto all’Oceano in tempesta e alle sue onde enormi.
Dopo un’altra pausa in un punto panoramico dove si ammira tutta la potenza del mare sfidato dai surfisti, riprendiamo la strada che ci riporta in direzione Lisbona per attraversare l’enorme ponte 25 Aprile. Mentre lo percorriamo non possiamo non ricordare quando camminammo sulla campata del suo gemello, il Golden Gate a San Francisco, durante il viaggio nei grandi parchi USA.
Alle 20:30 arriviamo a Setubal, abbiamo scelto la città di Mourinho come tappa intermedia per la prossima destinazione. Lasciamo macchina e valigie all’hotel Solaris e usciamo subito per cenare nella vicina Nova Taberna o Pescador. La sala è piccola, accogliente, siamo senza prenotazione ed è sabato sera, eppure ci trovano subito posto e sono gentilissimi nel darci informazioni sui piatti. Tutto è fresco, semplice e genuino. Nell’attesa ci portano pane e olive, insalata di pomodori, fave all’aglio e migas de pan. Come piatti principali abbiamo ordinato: un trancio di pescespada arrosto servito con patate bollite, buonissimo, e un enorme fritto di seppie accompagnate da patatine e riso bianco. Immancabili acqua e Sagres, alla fine abbiamo mangiato bene e speso 28 Euro.
La giornata è stata lunga, il ristorante vicino all’hotel, salutiamo tutti e andiamo a dormire attraversando una Setubal malinconica, piovosa e spenta. Mi aspettavo qualcosa di più vivace, è pur sempre sabato sera!

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,5 km

07/04 Setubal – Evora (111 km)

Dopo la colazione in hotel prendiamo la macchina per spostarci verso il vicino porto dei pescatori ma non ci fermiamo a passeggiare perché piove forte e il paesaggio non è eccezionale, ci basta vedere le orrende installazioni che riproducono i famosi delfini che si avvistano facilmente nei tour organizzati all’interno del parco naturale Serra da Arrábida e nella riserva dell’Estuario del Sado.
Torniamo verso il centro, parcheggiamo ed entriamo nella grande Praca de Bocage, la piazza principale della città famosa per le sue fontane, per lo storico municipio e per la chiesa San Juliao.
Tutto il centro è pedonale e deserto, probabilmente perché è domenica mattina e il tempo non è dei migliori: in giro non c’è nessuno! Ne approfittiamo per una lunga passeggiata nei vicoli decadenti di Setubal, tra negozi chiusi e chiese. Dopo aver visto l’edificio religioso nella grande piazza e il bel palazzo municipale, vaghiamo nel dedalo del centro storico e scopriamo la chiesa di Santa Maria. Facciamo un salto dentro e anche qui troviamo azulejos meravigliosi e un elaborato altare dorato in legno intarsiato.
Le architetture manueline e barocche trionfano, ma la massima espressione di questi stili ci aspetta presso la chiesa-convento del Gesù. Un’aspettativa che resterà delusa perché la troviamo chiusa e inaccessibile. L’intero perimetro è completamente recintato e non è possibile vederla neanche dall’esterno! Poco male, anche questi sono chiari segnali sulla necessità di tornare in Portogallo…
Alle 12:15 lasciamo Setubal per coprire i 100 km che ci separano da Evora.
Sono le 14:00 quando facciamo check-in al Moov Hotel, raccogliamo un po’ di informazioni sul centro storico, interamente patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, e cominciamo la nostra escursione.
Tutta la zona all’interno delle mura della città è pedonale e accessibile solo ai mezzi autorizzati, una scelta felice. Raggiungiamo Praca do Giraldo, la piazza centrale del municipio sulla quale sbucano i tanti vicoli che caratterizzano le strade di Evora. Vediamo i resti dell’antico acquedotto romano ed entriamo nella chiesetta di San Giacomo dove oltre ai soliti, bellissimi azulejos, troviamo una particolare struttura a pianta quadrata che ci ricorda le chiese ortodosse viste durante il viaggio a Mosca e San Pietroburgo, e a Vilnius. Notevoli le volte, le colonne e le pareti interamente dipinti con affreschi che risalgono al 1600.
All’uscita riprendiamo la passeggiata per arrivare fino al sontuoso tempio romano dedicato a Diana. Le vestigia sono poste su un piedistallo, quindi rialzate rispetto alla strada, e questo espediente architettonico rende più maestoso il sito. Ci fermiamo a scattare foto mentre il sole sta per calare e la fame cresce, così torniamo verso l’hotel per riprendere la macchina e andare a cena.
La domenica si può parcheggiare dentro le mura ma per non farci sorprendere dal divieto domattina, abbiamo individuato un ristorante interessante fuori il centro storico e al ritorno lasceremo la macchina in un parcheggio pubblico gratuito, a ridosso dell’antica porta di accesso vicina al nostro hotel.
Sono le 20:30 quando entriamo da O Parque Dos Leitões e sarà qui che faremo la cena migliore di questo viaggio.
Il ristorante è specializzato in cucina tradizionale dell’Alentejo, la regione del Portogallo in cui ci troviamo, che ha una gastronomia molto varia e rinomata. Il locale è elegante e caldo, una buona notizia visto che fuori ci sono 8 gradi; appena seduti ci portano il consueto assaggio di antipasti e stavolta prendiamo: prosciutto crudo Pata Negra Beher, formaggio di pecora e insalata di polipo. Già da qui capiamo che sarà una cena interessante, la conferma arriva definitivamente con il gusto delle portate principali: maialino nero al forno con patate fritte, e capretto cotto nel forno a legna accompagnato con patate arrosto. Da bere, birra Sagres e una mezza bottiglia di vino bianco Monte Velho per una spesa totale di 52.80 Euro.
Una cifra sicuramente diversa dalle medie precedenti ma decisamente in linea con gli standard di casa nostra. Però, che cena! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 8 km

08/04 Evora – Lisbona (178 km)

Per l’ultimo giorno on the road, usciamo alle 9:30 e andiamo dritti alla chiesa di San Francesco, complesso religioso che ospita la famosa Cappella delle Ossa.
La chiesa è stata costruita nel 1376 e ospita molte cappelle e altari, tutti finemente lavorati e decorati con ori e le immancabili ceramiche azzurre. L’altare maggiore è composto da marmi policromi e l’effetto di insieme è decisamente impressionante, anche la navata centrale è maestosa e le volte a crociera ci ricordano la cattedrale di Bayeux vista nel recente viaggio in Normandia. Sospettiamo di trovarci di fronte a qualcosa di importante e la conferma arriva quando leggiamo sulla guida che in questa chiesa è possibile ammirare “la più grande campata del gotico portoghese”.
Terminata la visita della chiesa ci spostiamo nell’edificio accanto e compriamo il biglietto (5 Euro) per visitare la Cappella delle Ossa.
La cappella è del 1600 e nacque come luogo di meditazione sulla caducità della vita, all’interno una lapide scolpita dà il benvenuto ai visitatori: “Noi ossa che qui stiamo, le vostre aspettiamo”. Ecco, non è difficile immaginare cosa abbiamo di fronte: tutta la superficie della cappella è rivestita di ossa provenienti da 5000 scheletri. Teschi e femori sono ovunque su pareti, colonne e angoli. Ci sono cappelle simili in diverse parti del mondo, intorno al 1700 la celebrazione del memento mori avveniva anche attraverso queste architetture macabre.
Dopo aver fatto il pieno di ossa continuiamo a visitare il museo con le sue belle sale dedicate a piccole rappresentazioni della Natività e terminiamo il giro con qualche scatto panoramico dal belvedere del museo: il sole splende ed Evora mostra tutta la sua bellezza arroccata tra vicoli bianchi e stradine acciottolate.
Prima di rientrare in hotel per il check-out previsto alle 12:00 raggiungiamo la vicina Pastelaria Conventual Pão de Rala per fare colazione. Questo antico forno è famoso in tutto il Portogallo per la sua storia e le ricette della tradizione. Noi assaggiamo anche qui due pastel de nata, insieme a una fetta di touchino rancoso e una pastel touchino, dolci poveri a base di uova e mandorle molto saporiti. Insieme a due spremute d’arancia spendiamo 10.20 Eu.
Lasciamo Evora alle 12:15 e ci fermiamo a metà strada per comprare dei panini in un supermercato e proseguire spediti verso Lisbona. Dopo 3 ore di marcia parcheggiamo a soli 300 metri dalla torre di Belém e sgranchiamo le gambe davanti al complesso museale dedicato all’aviazione e ai caduti della marina portoghese. Assistiamo a un goffo cambio della guardia e dopo qualche passo ancora, tra prati curati, vediamo finalmente la grigia torre di Belém sul fiume Tejo. Icona assoluta di Lisbona, dal 1515 caratterizza la baia da cui partì Vasco da Gama per il viaggio che lo portò fino a Calcutta, tracciando la prima rotta europea che collegò l’Europa all’India.
Tutto il parco nelle vicinanze è bellissimo e la panoramica che abbiamo di fronte la immortaliamo nelle ultime foto del viaggio. Davanti a noi abbiamo la storica torre sul Tejo, il ponte 25 Aprile alle sue spalle, e sull’altra sponda del fiume la grande statua del Cristo Re, riproduzione del celebre monumento di Rio de Janeiro, eretta nell’antistante città di Almada come ringraziamento per aver risparmiato il Portogallo dal coinvolgimento nella seconda guerra mondiale.
Ci resta da vedere ancora il Monastero dos Jerónimos e decidiamo di raggiungerlo a piedi, idea che purtroppo si rivelerà sbagliata visto che neanche a metà strada si abbatte improvvisamente il più violento acquazzone dei tanti presi in questa settimana dal meteo impazzito.
Siamo costretti a rinunciare e tornare verso la macchina dopo aver trovato un riparo di fortuna sotto un ponte pedonale. Purtroppo il danno è fatto: siamo zuppi e non ci resta che pagare il parcheggio (1 Eu/h) e andare a riconsegnare la macchina.
Abbiamo preso decisioni giuste per organizzare quest’ultimo giorno portoghese: la torre di Belem è distante dal centro e in questo modo l’abbiamo vista senza togliere tempo alle visite dei primi giorni a Lisbona. In più ci troviamo con la macchina a disposizione per lasciare prima le valigie nell’hotel scelto per l’ultima notte, l’Holiday Inn Express Lisbon Airport, e poi andare a consegnare la macchina in aeroporto dopo aver fatto il pieno.
Per completare il tragitto descritto abbiamo consumato 18,20 litri di benzina per un totale di 29 Eu (1.59 Eu/L). Abbiamo guidato per 9.5 ore e percorso 410 chilometri con un consumo medio di 23 km/L. Girare il Portogallo in macchina è stato piacevole, le strade sono buone e il traffico poco: noleggiare l’auto ci ha dato tempo e libertà per vedere luoghi che sarebbe stato più complicato (e costoso) raggiungere in treno.
Prenotiamo un autista Uber dall’aeroporto e con 4.50 Euro torniamo in hotel. Ci cambiamo qualche strato di vestiti bagnati e usciamo subito per andare a cena da Restaurante Leitão do Prior ancora un bel locale spartano e famigliare. I clienti sono pochi e si conoscono tutti, guardano una partita e ci osservano incuriositi. Ordiniamo un buon maialino al forno e un hamburger misto di maiale e manzo, servito con patatine. Da bere birra e acqua per un totale di 26.35 Eu.
Non andiamo via subito perché fuori – di nuovo! – piove fortissimo, così il proprietario chiude la saracinesca ma ci permette di restare finché non smette. Nel frattempo ci racconta la storia di un suo viaggio in macchina dal Portogallo alla Bulgaria, attraverso l’Italia, fatto negli anni ’80 con una FIAT.
La storia è interessante, specie davanti all’ultima, ottima ginjinha artigianale!

Quanto abbiamo camminato oggi? 7,5 km

09/04 Lisbona – Roma

Per gli ultimi attimi a Lisbona ci svegliamo all’alba, facciamo colazione e raggiungiamo l’aeroporto distante 10 minuti con la navetta dell’hotel in partenza alle 8:00 (prenotata la sera prima, 8 Eu).
Abbiamo dovuto rimodulare la valigia e distribuire negli zaini alcune cose acquistate, solo così riusciamo a far rientrare la valigia nei 20 chili previsti per il bagaglio in stiva. Perfetto.
Abbiamo calcolato anche il tempo per l’ultimo acquisto che ancora ci manca: una bottiglia dell’originale Ginjinha Espinheira e conviene comprarla proprio in aeroporto perché la paghiamo 9.50 Euro invece di 13.10, il prezzo fissato nella piccola rivendita di Largo de São Domingos.
Il bilancio finale di questo secondo viaggio in Portogallo è positivo: ci sono cose interessanti da vedere, le persone sono accoglienti e si mangia benissimo. In pratica già a metà del viaggio avevamo una risposta alla domanda che ci siamo fatti all’inizio del post.
Il monastero di Belem, il convento di Setubal, il palazzo di Sintra… abbiamo lasciato per strada troppe cose per non pensare a un ritorno.
Arrivederci Lisbona, arrivederci Portogallo!

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 53 km

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Lisbona disponibile su Amazon
Libri letti su Kindle: Il giro di vite di H. James e La notte di Lisbona di H.M. Remarque

Diario di viaggio: Monaco di Baviera e Dachau

Mercatini di Natale a Monaco di Baviera
I mercatini di Natale di Marienplatz, Dachau e i surfisti dell’Eisbach

Monaco di Baviera. Stavolta è toccato ai mercatini di Natale a Monaco di Baviera.
Ormai siamo ufficialmente mercatinofili: tutto iniziò nel 2013. Volevamo vedere Parigi a Natale, siamo andati, ci abbiamo trovato dei fantastici mercatini natalizi e da allora non ci siamo più fermati. Porto, Bratislava e Vienna, Cracovia, Sofia e adesso Monaco di Baviera, in Germania.
Siamo praticamente pronti per fare una nostra classifica dei mercatini di Natale più belli e prima o poi arriverà. Intanto vediamo com’è andata nella capitale bavarese…

 

07/12 Roma – Monaco di Baviera

 

Partiamo da casa alle 7:45 per lasciare la macchina al solito parcheggio AltaQuota2 di Fiumicino. Prendiamo la navetta e alle 10:15 siamo in aeroporto per il nostro volo Vueling in partenza alle 11:20. Il biglietto è stato comprato il 20/09, appena uscita la newsletter promozionale per i voli invernali, ed è costato 85 Euro a persona.
Il volo fila liscio, atterriamo a Monaco di Baviera alle 13:10 e seguiamo le indicazioni con il simbolo verde della S-Bahn, la ferrovia che attraversa Monaco di Baviera e la collega alle località limitrofe.
I cartelli ci portano alla biglietteria dove compriamo un biglietto giornaliero, per tutti i mezzi pubblici (bus, metro, tram e ferrovia) e valido per un gruppo fino a 5 persone. Costa 24.30 Euro e se conviene a noi che siamo solo due immagino quanto sia utile a una famiglia, visto che una corsa singola in metro costa 2.60 Euro e il collegamento dall’aeroporto al centro 11.60 Euro a persona! Quindi sfatiamo il mito dei trasporti costosi, anzi, hanno un prezzo equilibrato perché funzionano e incentivano più persone insieme a usare i mezzi pubblici invece di quelli privati.
Dopo un tragitto di 40 minuti la nostra S-1 ci lascia alla stazione Donnersbergerbrucke, a soli 300 metri dall’hotel scelto per questo viaggio: Hampton By Hilton Munich City West
Abbiamo ragionato in maniera strategica: lontani dal centro storico e vicini a una stazione ben servita, ci passano ben 7 linee della S-Bahn. Ci bastano 3 fermate e meno di 10 minuti per arrivare nel cuore di Monaco di Baviera, si può fare.
Difatti subito dopo il check-in siamo già in Marienplatz e visto che abbiamo superato l’ora di pranzo, recuperiamo subito con un grande panino con salsiccia tradizionale bavarese e mostarda (4 Eu): ecco i mercatini di natale di Monaco di Baviera! L’atmosfera è incantevole: gli edifici severi, gotici e fiammeggianti del vecchio e nuovo municipio sovrastano decine di chalet di legno con i tetti a spiovente. La piazza che di solito ospita artisti di strada e band musicali è decorata per il Mercatino di Natale di Gesù Bambino. C’è tanta gastronomia: dolci, castagne, salumi, formaggi, vino caldo aromatizzato… e idee regalo: abbigliamento, decorazioni, saponi, candele, artigianato.
Diamo un’occhiata in giro, ci fermiamo a leggere le informazioni storiche sulla Colonna della Madonna, al centro della piazza, e sul quarto carillon più grande d’Europa, il Glockenspiel, posto sulla facciata principale del Neues Rathaus, il nuovo municipio. Da qui ci muoviamo verso l’adiacente Peterskirche, la chiesa più antica della città, chiamata affettuosamente dagli abitanti Alte Peter, vecchio Peter, perché esiste sin dalla fondazione di Monaco di Baviera.
La chiesa dista pochi metri dalla nostra prossima destinazione: Viktualienmarkt, il più antico mercato di generi alimentari di Monaco, attivo dal 1807. Tutti i giorni i commercianti vendono prodotti caseari, uova, pesce, selvaggina, frutta e verdura. Praticamente un mercatino di Natale perenne: in questo periodo è ancora più caratteristico e lo conferma il suo noto palo della cuccagna decorato per le feste, ma anche nel resto dell’anno non deve essere affatto male per atmosfera e genuinità 😉
Compriamo un grande brezel salato appena sfornato (0.55 Eu) e lo mangiucchiamo mentre ci spostiamo verso Frauenkirche, percorrendo l’ampia strada commerciale Kaufingerstrasse che sui lati ospita tanti negozi e al centro della carreggiata gli chalet del mercatino, esattamente  come avviene lungo la Sendlingerstrasse, l’altra strada che parte da Marienplatz. Si è capito: il mercatino non è proprio -ino, si estende su diversi isolati ma non è dispersivo. Il centro è tutto pedonale, a dimensione d’uomo e la passeggiata è sempre gradevole.
A metà percorso ci fermiamo a scattare foto ai noti campanili con cupola a cipolla di Frauenkirche, paralleli e alti 100 metri sono un simbolo della città che caratterizza lo skyline da secoli. La cattedrale che risale al 1488 è enorme, ospita fino a 20.000 fedeli e il nome del suo vescovo più noto lo conosciamo tutti: Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI.
Torniamo sulla strada principale e continuiamo a camminare fino al termine, dove si trova Michaelskirche, una chiesa enorme le cui volte a botte sono inferiori solo a quelle della basilica di San Pietro a Roma! Qui c’è il miglior coro religioso della città che canta ogni domenica ma noi siamo fortunati perché entriamo nel momento esatto in cui fuori inizia a piovere e dentro cominciano le prove. Tutto esattamente come accadde durante il viaggio a New York: sarà un segno divino? 😉
All’uscita troviamo la temperatura molto più bassa, quindi ci scaldiamo con tre frittelle di patate con sour cream (5 Eu) e camminiamo fino alla Hofbrauhaus, la birreria storica più famosa di Monaco di Baviera e forse del mondo. Costruita nel 1589 è una delle sette fabbriche storiche di birra (HB), arredata con i classici tavolacci da Oktoberfest ospita fino a 3000 persone sotto le sue volte affrescate con motivi floreali. Purtroppo è tristemente nota anche perché qui, nel 1920, Hitler tenne un noto comizio nel quale enunciò i 25 punti fondativi del partito nazista.
La nostra idea iniziale era di fermarci a bere qualcosa qui ma la notorietà del luogo attira un mucchio di persone: non solo è difficilissimo trovare un posto ma c’è anche un baccano infernale con gruppi di turisti che seguono le istruzioni delle guide per prendere posto e assaggiare le specialità bavaresi. Non fa per noi, meglio cercare altro… 😉
Decidiamo di riprendere la strada e percorriamo la Maximilianstrasse, un sontuoso boulevard che lungo i suoi porticati ospita solo negozi di lusso con vetrine sfavillanti che espongono oggetti costosissimi. Ovviamente qui c’è molto meno traffico… 😉
Passiamo in rassegna un numero indefinito di gioiellerie e case d’alta moda, ammirando palazzi monumentali e il magnifico Teatro Nazionale. Poi, arrivati agli imponenti edifici del Residenz, sede del Palazzo Reale, rientriamo verso Viktualienmarkt dove troviamo chiuse le botteghe che avevamo individuato per cenare. Effettivamente in questa piazza lavorano tutti i giorni tutto l’anno e a fine giornata chiudono, non hanno a niente a che vedere con i mercatini di Natale che sono aperti fino a tardi.
Dobbiamo improvvisare un piano B e siccome siamo stanchi, è venerdì sera, sono le 20 e tanti ristoranti hanno la fila fuori, tentiamo di entrare senza prenotazione in un paio di locali piccoli e interessanti che ci respingono. Il terzo tentativo lo facciamo in un locale più grande che ci assegna un posto al volo e finalmente sediamo. Siamo da Bratwurstherzl, una bella birreria storica con arredi in legno, una grande brace a vista e un menù con piatti bavaresi e birre: proprio quello di cui abbiamo bisogno! Ordiniamo: schnitzel di vitello con insalata di patate e cetrioli, 8 salsiccette di Norimberga alla griglia con patatine fritte, birra Munich lager e dark da 0,5 e spendiamo 35 Eu.
Ora siamo accaldati ma fuori ci aspettano 2 gradi e la strada del ritorno in hotel, in una sola giornata ci siamo goduti il cuore di Monaco e nei prossimi giorni ci torneremo più volte: è bellissimo!

Quanto abbiamo camminato oggi? 8,4 km

 

08/12 Monaco di Baviera – Dachau

 

Alle 8:00 siamo in piedi per una grande colazione: salsicce, patate, bacon, waffle con miele e sciroppo d’acero, tisane, succhi, cereali, pane, marmellate e pure qualche croissant. Abbiamo bisogno di un carico energetico importante per affrontare la lunga giornata. Prima di uscire proviamo a prenotare il ristorante scelto per cena ma purtroppo risulta già pieno, in reception ci dicono che bisogna andare di persona e vedere se si è liberato qualcosa, il sabato è difficile trovare posto per la sera stessa.
Una volta fuori l’hotel andiamo in stazione e prendiamo il treno per il campo di concentramento di Dachau.
Come arrivare a Dachau da Monaco? Basta fare un normale biglietto XXL della S-Bahn, valido per tutto il centro città ma che comprende anche alcune località limitrofe, tra cui Dachau. Bastano 6 Euro per arrivare in questa zona e il biglietto continuerà a essere valido tutto il giorno per tutti i mezzi, decisamente conveniente.
Prendiamo la linea S2 direzione Peteransen e scendiamo alla fermata Dachau. Appena fuori la stazione c’è il bus 726 che porta al lager e ci sono anche precise indicazioni per raggiungere il campo a piedi. L’ingresso è libero tutti i giorni e non è prenotabile, bisogna solo vedere gli orari di apertura e chiusura perché potrebbero variare durante l’anno. Solo il sabato e la domenica sono previsti dei tour guidati in italiano alle 11:30 al costo di 4 Euro a persona. Questa e altre informazioni sono reperibili sul sito ufficiale del memoriale.
Dachau inizialmente doveva essere un campo di lavoro e di addestramento delle SS, la sua costituzione fu una delle prime iniziative di Hitler quando salì al potere. Per il fuhrer Dachau doveva rappresentare una sorta di modello per gli altri campi. All’inizio doveva servire come campo di rieducazione e lavoro per gli oppositori e, nella maniacale ricerca del perfezionamento, divenne una specie di prototipo su cui sperimentare il rigore della nuova dottrina politica nazionalsocialista. Una dottrina e una sperimentazione che venivano applicate a uomini e donne privati di libertà e dignità. Lo sappiamo bene com’è andata la storia: i nazisti persero il controllo di tutto, a cominciare dall’umanità. Seppur in scala contenuta a Dachau sono stati commessi gli stessi atroci delitti che macchieranno per sempre la coscienza della Germania e dell’Europa.
Ci sembra di essere tornati indietro nel tempo, quando visitammo Cracovia e Auschwitz, le sensazioni sono le stesse perché quello che vediamo a Dachau – seppur in proporzione minore – è identico a ciò che abbiamo visto in Polonia. Dalle camerate, alle storie narrate, dalle camere a gas ai forni crematori, tutto è drammaticamente identico: la prova evidente di uno sterminio scientifico, compiuto con assoluta determinazione e meticolosità.
Proprio come due anni fa, anche qui fa molto freddo e tira un vento gelido, seguiamo il percorso consigliato sulla mappa dell’audioguida che abbiamo ritirato al centro informazioni (4 Eu) e silenziosamente visitiamo i padiglioni del museo, la scultura in bronzo dedicata alle vittime dell’Olocausto, il perimetro di filo spinato elettrificato, il cancello d’ingresso con la macabra scritta Arbeit Macht Frei.
Terminiamo la visita alle 16:00, rientriamo verso Monaco di Baviera e prendiamo altri mezzi pubblici per raggiungere il complesso dello Schloss Nymphenburg dove arriviamo mentre il sole sta calando. Giusto in tempo per scattare qualche foto al tramonto di questo elegante castello barocco, la cui facciata imponente, lunga 700 metri, si riflette nei canali d’acqua che nel progetto originario dovevano servire per collegare i palazzi residenziali della nobiltà bavarese che si sarebbe spostata da uno all’altro in barca, fino a Dachau. Il progetto non fu portato a termine ma canali e laghetti artificiali ci sono tutti e valgono sicuramente qualche fotografia, specie al tramonto 😉
Qui sembra faccia ancora più freddo, quindi stiamo giusto il necessario prima di riprendere il tram per raggiungere Hauptbahnhof, la stazione centrale. Da qui prendiamo la metro per arrivare a Theresienwiese, la celebre spianata dove ogni anno da oltre un secolo si tiene l’Oktoberfest (per gli appassionati di birra: la festa si chiama così perché chiude sempre nel primo week end di Ottobre ma inizia tre settimane prima. Quindi, a dispetto del nome, gran parte della sagra si svolge a Settembre).
L’area fieristica riprende vita in questo periodo e diventa un altro grande mercatino di Natale. Dentro enormi tensostrutture ci sono artigiani, ristoranti etnici, spettacoli, concerti… e ovviamente tra un padiglione e l’altro ti puoi godere altri chalet per bere, mangiare e fare acquisti da mettere sotto l’albero. Dopo un lungo giro, prima di lasciare il grande prato, diamo uno sguardo all’imponente statua della Baviera e il Ruhmeshalle alle sue spalle, il pantheon delle personalità tedesche. Un tempio in stile neoclassico che raccoglie i busti scolpiti di esponenti dell’arte, della scienza, della letteratura, della politica che hanno dato lustro alla Germania nei secoli.
Torniamo alla metro e prendiamo la U5 fino alla stazione centrale per cambiare con la U1 e scendere a Rotkreutzplatz dove – guarda un po’ – troviamo un altro mercatino mentre stiamo cercando il ristorante scelto stamattina. Facciamo un giro rapido senza distrarci troppo mentre, guidati da Google Maps, proseguiamo altri 400 metri prima di entrare infreddoliti e affamati da Sappralott.
Per fortuna l’accoglienza è calda in tutti i sensi, forse abbiamo azzeccato l’orario perché ci assegnano subito un tavolo in una saletta tranquilla e ben riscaldata. Perfetto. Come perfetta sarà la cena, eletta a posteriori la migliore del viaggio: zuppa di gulasch, molto consistente, con carne, patate e pane; e una Munich schnitzel che consiste in due grandi filetti di manzo impanati con mostarda e rafano. Non solo, perché ordiniamo anche una specialità della casa: Sappralott Pfanderl, filetto di maiale con bacon grigliato servito con salsa di funghi su gnocchetti e insalata. Da bere due Augustiner 0,5 di cui una waiss. In totale spendiamo 35.30 Euro e usciamo dal locale rotolando per le porzioni giganti.
Tutto questo cibo calorico ci ha caricato le batterie giusto per tornare in hotel visto che ci raffredderemo molto presto: la temperatura è scesa due gradi sotto lo zero e ha iniziato anche a piovere!

Quanto abbiamo camminato oggi? 7,9 Km

 

09/12 Monaco di Baviera

 

Come ampiamente previsto dal meteo dei giorni scorsi, oggi la giornata non promette nulla di buono e dobbiamo organizzare un programma in base all’intensità della pioggia. Ma non sarà un problema perché sulla guida sono indicati tutta una serie di suggerimenti e luoghi da visitare in caso di brutto tempo: a quanto pare è un fenomeno atmosferico frequente da queste parti.
Approfittiamo di una tregua mattutina dopo il temporale della notte per raggiungere il gigantesco parco cittadino English Gartner, uno dei più grandi al mondo con ben 78 chilometri di sentieri, e vedere i surfisti di città cavalcare l’onda perpetua del fiume Eisbach.
Avevamo letto che qui i surfisti ci sono a qualsiasi ora del giorno e con qualsiasi condizione meteo ma abbiamo pensato si trattasse di una quelle esagerazioni da guida tascabile e invece no! Quando arriviamo sul posto, nonostante un violento acquazzone e un freddo polare, troviamo una decina di surfisti in muta integrale che si lanciano uno alla volta sull’onda cittadina. Caduto uno, avanti un altro! Lo spettacolo ovviamente non è esaltante, specie per chi vive al mare, però è curioso.
Siccome siamo usciti senza muta decidiamo che non è il caso di provare e soprattutto di restare sotto la pioggia, quindi proprio davanti il ponte sull’Eisbach prendiamo il bus 100 per raggiungere il Deutsches Museum.
Questa linea attraversa la lunga strada su cui affacciano i principali musei di Monaco di Baviera, così sono tutti collegati e in caso di pioggia si può passare da uno all’altro in modo facile e senza bagnarsi.
Il Deutsches Museum è il museo della scienza e della tecnologia più grande del mondo, con oltre 28.000 oggetti esposti. L’ingresso costa 12 Euro e su sette piani si possono ammirare tutti i progressi e le scoperte dell’uomo, dall’agricoltura alla conquista dello spazio.
I piani più belli sono quelli della nautica e dell’aviazione, con enormi modelli di navi e aerei, per il resto ci è sembrato datato e poco interattivo rispetto ad altri musei simili visti in altre città, come Parigi e Valencia. Molto interessante il bookstore all’uscita, più che altro per avere qualche idea per fare un regalo originale, rigorosamente da cercare su Amazon e pagare la metà! 😉
Siamo stati abbastanza al chiuso, è tempo di uscire di nuovo e tornare a Marienplatz per l’ultimo giro al mercatino di Natale. Purtroppo piove ancora, pertanto facciamo un blitz a colpo sicuro e per i parenti collezionisti compriamo una pallina per l’albero di Natale e una t-shirt della città (24 Eu). A missione compiuta ci rilassiamo in uno chalet e mangiamo un brezel salato accompagnato da vino rosso caldo con ciliegie, e vino bianco aromatizzato all’arancia. Dopo la degustazione portiamo con noi i bellissimi boccali del buon ricordo (15 Eu).
Dopo questo sostanzioso aperitivo siamo pronti a raggiungere il ristorante scelto per cena, mentre siamo sul bus ci viene il sospetto che possa essere chiuso visto che la domenica molti esercizi non aprono (anche i centri commerciali). Facciamo una rapida ricerca su TripAdvisor e scopriamo che è proprio così! Scendiamo al volo dal bus e la fortuna torna a sorriderci perché l’alternativa che abbiamo scelto nei giorni scorsi è proprio vicino alla nostra fermata improvvisa, tanto che la raggiungiamo a piedi.
Non solo, perché Wirtshaus Eder è anche vicino al nostro hotel, così tanto che vediamo la sua torre a occhio nudo e dopo cena lo raggiungeremo con una passeggiata.
Personale gentile, locale bello, caldo, accogliente e soprattutto vuoto: quello che ci voleva dopo il caos del weekend, si vede proprio che è domenica.
Ordiniamo una birra rossa e una chiara da 0,5 e da mangiare Bayrisch Gröstl, straccetti di maiale arrosto su letto di gnocchi di pane, patate e cipolle, servito con un’insalata mista; e Blut-und Leberwurst: un gusto un po’ più estremo ma decisamente tipico. Una salsiccia bianca e una nera, molto spesse, con impasto tritato fino e bollito. La consistenza è quella di un budino insaccato, e gli ingredienti? La salsiccia scura è fatta con sangue e grasso di maiale, la bianca con il fegato. Tutto servito con patate lesse e mostarda. Impegnativo per vista, gusto, olfatto ma ce l’abbiamo fatta. Lasciamo sul tavolo 33.80 Euro e rientriamo in hotel con il pieno di calorie e una riserva di ferro per i prossimi cinque anni 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 10 km

 

10/12 Monaco di Baviera – Roma

 

L’ultimo giorno ce la prendiamo comoda, l’aereo parte nel primo pomeriggio e abbiamo tutto il tempo per fare colazione con calma e poi una spesa al supermarket sotto l’hotel. Resta sempre questo il modo migliore per portare a casa qualche sapore locale: compriamo preparati per gulash, salsicce bavaresi (non di sangue e fegato!) sottovuoto, cioccolatini  Mozartklugen ripieni di marzapane e una confezione di Tuc (15 Eu).
Andiamo verso la stazione, compriamo il biglietto singola corsa per l’aeroporto (11.60 Eu) e dopo un ultimo giro nel duty free possiamo dire che i prezzi di molti articoli sono identici a quelli trovati in centro e nei mercatini: t-shirt, boccali, calamite, dolci, birre… sì, i souvenir più classici si possono comprare anche in aeroporto!
Che dire: sono tornato a Monaco di Baviera dopo 23 anni e l’ho trovata ancora più bella e ben organizzata. Stavolta l’Oktoberfest non c’entrava niente, i gusti cambiano e i mercatini di Natale sono stati decisamente convincenti. Li abbiamo messi sul podio insieme a quelli di Cracovia e Vienna. Ora dobbiamo decidere in che posizione, ci penseremo durante il 2019. Auguri! 

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 30 km

 

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Monaco di Baviera disponibile su Amazon
Libro letto su Kindle: Al servizio di Adolf Hitler di S.V. Alexander

Diario di viaggio in Perù: Arequipa, Titicaca, Cuzco e Machu Picchu

Un tour del Perù fatto in casa: da Lima a Machu Picchu lungo il Gringo Trail
Una sintesi del tour in Perù: le isole Uros, Arequipa, Chinchero e le saline nella Valle Sacra, Paracas e Machu Picchu

Machu Picchu e Perù: fatto!
Il viaggio si potrebbe riassumere in una cosa del genere: 15 giorni, 11 città, 8 hotel, 6 aerei, 30 ore di volo, 9 bus, 33 ore di trasferimenti, 19 taxi, 14 ore di macchina, 5 barche, 6 ore e mezza di navigazione, 2 treni, 5 ore e mezza di collegamenti e tanti chilometri a piedi, per vicoli, strade, salite, discese, mari, monti e laghi peruviani. Ma così è troppo facile e poco d’aiuto, per questo dopo il post su come organizzare un viaggio in Perù… arriva il diario di viaggio completo.
Buona lettura e buon viaggio!

 

01/10 Roma – Lima

 

Partenza notturna da casa fissata alle 3:15, viaggiamo spediti fino a Roma dove alle 5:15 lasciamo la macchina al solito parcheggio Altaquota2 (52 Eu).
La navetta ci porta al terminal alle 5:30, giusto un’ora prima del volo. I tempi sono così ridotti perché dopo il check-in online fatto la sera prima, dobbiamo solo andare al desk per imbarcare le valigie che sono 10 chili sotto il limite consentito (Kg 23) e passiamo rapidamente ai controlli di sicurezza. Il volo è operato da Air France all’andata e KLM al ritorno ed è stato acquistato il 31/05 sul portale viaggi American Express per 1100 Euro a persona.
Non proprio economico ma abbiamo scelto gli orari migliori per noi e soprattutto i voli con un solo scalo. Quindi facciamo una sosta all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi: due ore e mezza in attesa della coincidenza che quasi passano via mentre ci spostiamo da un terminal all’altro (c’è da prendere anche un bus per raggiungere il terminal M!). Da pochi mesi abbiamo il Priority Pass di Amex per accedere gratis alle lounge VIP degli aeroporti di tutto il mondo ma la inaugureremo un’altra volta, quando i tempi per le coincidenze saranno maggiori.
L’aereo che ci porterà a Lima dopo 12 ore e mezza sembra un residuato bellico, non è all’altezza  degli ultimi viaggi fatti con Emirates, China Eastern e Catai: è anzianotto, con i sedili reclinabili rotti e atmosfere vintage. Mancano solo i rotori con le pale. Per fortuna è stato aggiornato l’intrattenimento multimediale con monitor cinesi per i giochi Atari e un paio di film in bianco e nero. Soprattutto non è memorabile il servizio: alle 12:00 servono il rancio a base di pollo e insalata e poi più nulla fino alle 20. Quindi sfruttiamo in un paio di occasioni il self service al centro dell’aereo dove facciamo uno spuntino con mini Magnum e succhi di frutta. Dopo aver sonnecchiato davanti a un inguardabile Ocean 8, iniziamo a mettere a punto la strategia per vedere qualcosa a Lima e decidere dove mangiare per la prima cena peruviana.
Atterriamo puntuali alle ore 16:00 e raggiungiamo il nastro dei bagagli in preda al panico perché, appena agganciati al Wi-Fi dell’aeroporto, un SMS e una mail di Air France ci avvisano che il nostro bagaglio non è stato imbarcato sull’aereo e che ce lo consegneranno presto all’indirizzo che indicheremo all’ufficio Lost & Found. Peccato solo che i bagagli sono lì che ci aspettano sul nastro! Mah… falso allarme, meglio così.
Prima di uscire dall’aeroporto e subire l’annunciato assalto dei tassisti, ritiriamo da un ATM 400 Soles (+19 Soles commissione) e spendiamo 116 Euro con una banale PostePay (104 il cambio a 3,8 + 5 Eu commissione fissa + % variabile in base all’importo del prelievo). Lo stesso ritiro di Sol fatto con Amex è costato un Euro in più, mentre con BancoPosta è stata rifiutata la transazione nonostante il logo del circuito Maestro fosse tra quelli accettati.
Superate le porte degli arrivi riceviamo subito proposte di tassisti ufficiali che sono dentro l’aeroporto ma da fuori arrivano altri tassisti che si presentano pure loro come ufficiali. Ne scegliamo uno che ci spiega che sono tutti ufficiali, solo che alcuni possono sostare dentro l’aeroporto e altri no; si affacciano solo a pescare clienti ma le tariffe sono uguali: 60 Sol (15,60 Eu) per Miraflores, dove arriviamo dopo circa 45 minuti e l’attraversamento di diversi distretti. Prima di scaricarci di fronte l’hotel Estelar Apartamentos Bellavista, il nostro autista Ramon ci introduce al Perù e ci racconta la situazione dei 400.000 migranti che hanno invaso Lima a causa della crisi economica venezuelana. In qualche modo sono stati accolti nonostante le già grandi difficoltà di Lima, una metropoli che ha superato 10 milioni di abitanti! Questi migranti economici sono ai semafori, vendono prodotti del loro Paese e Ramon scambia qualche parola con loro mentre siamo imbottigliati nel traffico, non c’è ostilità ma comprensione. Ci spiega che nei prossimi giorni si voterà in tutto il Perù e che il voto è un dovere inteso come vero e proprio obbligo, altrimenti multa salata! Mica male…
Ci fermiamo un attimo a lasciare i bagagli e siamo subito fuori per andare a conoscere il primo ristorante di Gastón Acurio, uno chef molto noto che rappresenta la cucina peruviana nel mondo per la sua capacità di valorizzare i prodotti e le ricette tradizionali del Perù. Ha attirato l’attenzione di tutti i buongustai del mondo e – per fare un parallelo – è popolare quanto i nostri Cracco a Cannavacciuolo. Solo che nei suoi ristoranti si mangia davvero, perché le porzioni sono abbondanti.
Arriviamo al Panchita molto presto e senza prenotazione, ci mettono in lista e aspettiamo 45 minuti prima di sedere: il locale è bello, arredato con gusto, con un angolo bar, la cucina a vista e un grande forno a legna rivestito di ceramica, molto scenografico. Ordiniamo anticuchos, degli spiedini tipici di polpo alla brace (i più noti sono quelli di cuore di manzo che per i nostri gusti è troppo “pulp”), serviti con patate e mais imburrato in salsa in stile peruviano. Da notare: per tutto il resto del viaggio ci sogneremo questo antipasto! Come portate principali: chuletas de chanco, due belle braciole di maiale con purè di mela cotta e salsa al miele; e pancheta de lechòn, un bel filetto di maiale con pelle croccante e salsa creola. Abbiamo mangiato bene, la prima cena limena è andata alla grande e sappiamo bene che sarà probabilmente la cena più costosa del viaggio, dipende da quanti altri ristoranti di Acurio intendiamo visitare! Nonostante questa premessa, non c’è niente a che vedere con i conti di Cracco e Cannavacciuolo: spendiamo 200 Sol (52,48 Eu).
Facciamo due passi per tornare in hotel, mettiamo l’orologio indietro di 7 ore e alle 23 crolliamo dal sonno in un vero letto!

Quanto abbiamo camminato oggi? 4,3 km

 

02/10 Lima – Paracas

 

Il fuso orario e l’eccitazione per l’inizio dell’avventura si fanno sentire, siamo svegli già alle 3:00 e non c’è verso di riprendere sonno. Alla fine, gira e rigira, alle 6:00 siamo in piedi, diamo un’occhiata alla posta e abbracciati alle nostre valigie leggiamo ancora messaggi di Air France che ci conferma di aver smarrito i bagagli. Sorridiamo di questo finto imprevisto e ci mettiamo in movimento per scendere a fare colazione, soprattutto mettiamo in movimento le nostre ganasce che iniziano ad assaggiare un po’ di cibo locale: proviamo la yucas, la manioca, un tubero simile alla patata che ovviamente fritto è buono, e ci abbiniamo uova strapazzate, salsicce, pancake al miele, croissant e pane tostato con marmellata di sambuco e aguaymanto, una bacca della foresta di colore dorato e dal gusto asprigno, detta anche “ciliegia peruviana”. A vederla è particolare perché ogni frutto è “incartato” nelle sue foglie, come se fosse confezionato.
Siamo mattinieri e pronti a goderci il risveglio di Lima dopo aver raccolto informazioni in reception e aver lasciato i bagagli che torneremo a prendere alle 12:30, quando arriverà anche il taxi prenotato.
Iniziamo a vagare per la strade del quartiere Miraflores, costeggiamo il parco Kennedy e percorriamo tutta l’Avenida Jose Larco fino alla fine, dove c’è uno spettacolare belvedere con un centro commerciale all’aperto e un parco su più livelli. Nei primi negozi di souvenir incontrati su questa strada notiamo che nessuno espone i prezzi ma tanto non dobbiamo fare shopping e dal Mirador del Parco Salazar passeggiamo lungo la bellissima Malecon de la Reserva, in pratica un lungomare rialzato di un centinaio di metri dal quale si godono panorami meravigliosi del Pacifico e scorci indimenticabili di Lima. Proprio qui scattiamo la prima foto per il nostro profilo Instagram Handmade_Travel che con oltre 350 like sarà la più cliccata del viaggio.
Arriviamo fino al celebre Parco dell’Amore e da qui rientriamo verso l’hotel lungo Malecon Balta costellato di campi da tennis. Prima però facciamo un salto al mercato indio, giusto il tempo di dare un’occhiata e farci un’idea di quello che potremo acquistare nei prossimi giorni. Alle 12:30 prendiamo il nostro taxi che per 20 Sol (5.20 Eu) ci porta in 30 minuti al nostro primo appuntamento con i bus Cruz del Sur per prendere il pullman delle ore 13:30. Un margine di tempo giusto per capire come funziona il terminal, anche perché prima di salire a bordo c’è da fare il check-in per i bagagli e un controllo passaporti simile a quello degli aeroporti. Attenzione! Diversamente da come avevamo letto su Internet non accettano fotocopie dei documenti ma bisogna presentare gli originali registrati al momento dell’acquisto online. Il bus parte puntuale e sarà così anche per (quasi) tutti gli altri che prenderemo durante il viaggio: anche su questo argomento avevo letto notizie inquietanti di ritmi blandi, tempi dilatati, ritardi cronici e invece – non so se siamo stati fortunati – non abbiamo riscontrato niente di tutto ciò: bus, auto, navette, barche, treni, aereo, tutti i mezzi presi in Perù sono stati sempre precisi!
Percorriamo la Panamericana verso Sud lungo un percorso monotono che propone un paesaggio arido alla nostra sinistra e il mare a destra. Ma soprattutto notiamo quella che sarà poi una costante dei nostri spostamenti in bus: centinaia e centinaia di costruzioni semidiroccate, perimetri tracciati con grandi palizzate di legno, alcuni in muratura, con qualche capanna nel mezzo, a volte fatte semplicemente di canne. Alcuni tassisti ci spiegheranno che sono una sorta di usucapione: in Perù c’è tanta terra e se qualcuno ne dimostra di averne diritto ne può reclamare la proprietà. Per questo lungo tutto il nostro tragitto abbiamo trovato ovunque questi appezzamenti recintati alla buona: vicino al mare, in altitudine, nel deserto, in zone industriali o vicine alle città, tutti i luoghi con potenziale in via di sviluppo sono marchiati da questa insolita pratica. Teniamo conto di questo, se può aiutarci a fare un’idea degli spazi a disposizione: il Perù ha sette microclimi, paesaggi e ambienti che vanno dall’Oceano alle cime innevate, dalla foresta amazzonica al deserto, è grande quattro volte l’Italia e ha la metà dei suoi abitanti!
Alle 17:00 arriviamo a El Chaco, il villaggio più noto della penisola Paracas e prendiamo un taxi che per 5 Sol (1.30 Eu) ci porta al nostro hotel Betania. Prima di salutarci ci facciamo spiegare i dettagli dell’escursione che intendiamo fare domani, chiediamo il prezzo e confrontiamo tutto con la nostra guida Lonely Planet e con le informazioni raccolte online. Alla fine ci mettiamo d’accordo per 170 Sol (44.50 Eu) inclusi l’imbarco e i biglietti per le Isole Ballestas e la Riserva Nazionale di Paracas. Durante gli spostamenti visiteremo cinque siti e come omaggio finale ci abbiamo anche messo il ritorno al terminal Cruz del Sur per la nostra prossima partenza in bus.
Usciamo per andare a vedere il tramonto sul malecon e notiamo come la città sia ancora in fase di ripresa dal terremoto del 2007 che l’ha praticamente devastata: tutte le strade sono sterrate, c’è sabbia dove dovrebbe esserci l’asfalto e solo il lungomare è stato recentemente ricostruito. Le case del villaggio, neanche tutte, hanno solo le facciate terminate, il resto delle costruzioni sono ancora grezze.
Dopo una lunga passeggiata e qualche incontro ravvicinato con i pellicani sulla spiaggia, alle 19 puntiamo il locale scelto per cena: El Chorito, presente sulla Lonely e consigliato anche dal nostro hotel. Iniziamo con un Pisco Sour, il cocktail nazionale peruviano a base di pisco – un’acquavite di uva passa – shakerato con zucchero, albume d’uovo, limone, angostura bitter e ghiaccio.
Ok, a bere si beve bene, vediamo come si mangia. Ordiniamo chicharrones, un fritto di pesce cabrilla (perchia) e ancora lo stesso pesce alla chorillana, grigliato con cipolle, pomodoro, aceto e pasta di pepe giallo. Tutto buono e pesante, si può fare sicuramente di meglio. Per pagare il conto di 103 Sol (23 Eu) si procede rigorosamente in contanti perché non accettano carte di credito, come del resto il nostro hotel.
Sono solo le 20:00 quando ci prepariamo per fare una doccia e crollare beatamente dal sonno dopo il primo vero giorno in Perù e soprattutto il primo spostamento. Dobbiamo caricare le batterie per le escursioni in programma domani, il viaggio entra nel vivo.

Quanto abbiamo camminato oggi? 10 km

 

03/10 Paracas – Islas Ballestas – Paracas

 

In piedi già alle 6:30. La spiegazione è facile: siamo svegli da molto tempo perché dalle 4:00 tutti i galli del Perù hanno cominciato a cantare all’unisono sotto la nostra finestra e ci hanno costretto a una levataccia! Per fortuna ieri siamo andati a letto… con le galline! A quanto pare il gallo di Paracas è determinante nell’adattamento del bioritmo al nuovo fuso orario: siamo freschissimi e scendiamo baldanzosi a fare una ricca colazione. Ci diamo dentro con tutto: pane, marmellata, uova strapazzate, prosciutto, formaggio, succo d’ananas estratto fresco – il migliore del viaggio – e tisane. Non è proprio il pasto indicato prima di salire a bordo e fare un paio di ore in mare ma noi siamo di Gaeta, siamo lupi di mare!
Il cielo non promette nulla di buono, ci sono 18 gradi e alle 7:50 passa a prenderci puntuale il nostro amico tassista Luis che ci porta all’imbarcadero dove incontriamo la nostra guida e il restante gruppo di 30 persone che salirà a bordo su una lancia che alle 8:30 punta la prua verso le Ballestas, distanti 20 chilometri.
Prima di marciare a velocità di crociera l’imbarcazione si avvicina alla costa della penisola per fotografare il misterioso ed enorme geoglifo del candelabro, lungo 150 metri sul versante di una collina rivolta verso il mare. Significato e provenienza restano ancora ignoti: si va dai collegamenti con le linee di Nazca, al simbolo massonico, fino a scomodare addirittura le costellazioni. Dopo le foto di rito si prende il largo verso le isole, che raggiungiamo in circa 20 minuti.
Qui inizia il vero spettacolo, protagonista la natura: vediamo colonie di leoni marini, pinguini di Humboldt, milioni di uccelli che godono la piena libertà del loro habitat. Siamo ancora all’inizio ma possiamo già affermare che l’escursione delle isole Ballestas, al largo di Paracas, è da non perdere!
In questo incontaminato santuario della fauna marina l’uomo si stabilisce solo ogni 7 anni, quando 400 persone vivono sull’isola due mesi per estrarre il guano accumulato: il fertilizzante naturale migliore del mondo! Un fertilizzante che piove dal cielo, quindi si consiglia di portare un k-way e tenere la bocca chiusa! L’ultimo “raccolto” risale al 2011, quindi lo Stato dovrebbe autorizzare proprio quest’anno l’estrazione: sembra che ci sarà un bel carico da fare, si “sente” nell’aria.
Dopo aver ammirato anche le stelle marine e gli archi di pietra con l’inquietante profilo Inca che sembra osservare i turisti, alle 9:45 torniamo verso terra dove arriviamo dopo mezz’ora esatta e troviamo il nostro Luis ad attenderci.
Alle 10:30 siamo già nella vicina Riserva Nazionale di Paracas e percorriamo in macchina una delle zone più aride del Sudamerica. Subito dopo l’ingresso ci fermiamo a visitare un’area dove ci sono numerosi fossili marini: sembra incredibile ma dove ci troviamo adesso una volta c’era il mare! Difatti la strada che attraversa il parco non è asfaltata, è sale compattato e reso scuro dai copertoni delle auto ma basta smuoverlo un po’ e rompere la superficie per riconoscere il minerale bianco. In questa zona non piove praticamente mai, altrimenti la strada sarebbe fango.
Durante l’estate la Riserva è molto frequentata perché ci sono spiagge bellissime, la temperatura arriva a 45° e quella dell’acqua sui 25/26. I panorami sono meravigliosi, anche dal belvedere della vicina Cattedrale possiamo ammirare lo spettacolo del deserto che si tuffa nell’Oceano. Questa formazione rocciosa ci ricorda le falesie viste a Etretat, nel recente viaggio in Normandia, anche se possiamo affermarlo solo grazie alle foto presenti sui cartelloni perché in realtà la struttura ad arco è crollata nell’acqua durante il famigerato terremoto del 2007.
Poi ci spostiamo verso la spiaggia Yumaque dove facciamo una lunga passeggiata per andare a vedere le stratificazioni geologiche simili alla scogliera di Sandanbeki, a Shirahama, in Giappone. Mentre ci avviciniamo agli scogli, pensiamo che sarebbe bello incontrare da vicino un leone marino: detto-fatto! Ce n’è uno tutto per noi da fotografare! Se ne stava beato sugli scogli e non l’abbiamo visto fino a che non siamo arrivati a pochi passi. Si è mosso impaurito e mentre noi scappavamo da una parte lui prendeva la via del mare, salvo poi fermarsi. Ha capito che eravamo innocui e anche noi siamo tornati indietro e ci siamo avvicinati con prudenza. È stato un incontro fortuito e fortunato, meno fortunato l’incontro successivo, quando a riva è stato sbattuto dalle onde il cadavere di una foca e gli avvoltoi collo rosso si sono subito avvicinati per iniziare il banchetto. Pazienza, è la natura!
La tappa successiva è l’incredibile spiaggia rossa, inaccessibile sia d’estate che d’inverno. La Playa Roja è un’insenatura di sabbia rossa che contrasta con il giallo del deserto e il blu dell’oceano. Il suo colore è il risultato di antiche attività vulcaniche risalenti a milioni anni fa e, per preservare questo scenario incredibile, è vietato portare via anche un solo sassolino.
Dopo 7 ore trascorse tra barca e macchina, tra mare e deserto e immersi sempre in paesaggi incantevoli, è tempo di tornare alla dura realtà: lo shopping lungo il malecon! Giusto il tempo di ritirare ancora un po’ di contanti da un ATM in strada e iniziamo a visitare alcuni dei tantissimi negozi che vendono souvenir e che saranno, con i loro colori sgargianti e le migliaia di accessori in argento, pietre e smalti, una costante di tutte le tappe del viaggio.
Per iniziare la campionatura di ricordi del Perù, compriamo orecchini e calamite con 10 Sol (2.60 Eu), poi entriamo in un mini market per fare scorta di snack visto che nei giorni successivi trascorreremo molto tempo sul bus: con 6.40 Sol (1.70 Eu) compriamo patatine di pollo a la brasa, arachidi e una confezione di camote, una patata dolce e ovviamente fritta.
Prima di cena ci fermiamo per l’happy hour di Muelle Viejo che ci ha convinto per il suo piano superiore: ordiniamo una Piña Colada, una birra da 66, crostini al prosciutto e ci godiamo un fantastico tramonto sul mare incluso nel conto di 40 Sol (10.50 Eu).
Sono le 19:00 quando ci spostiamo verso il ristorante scelto per cena, l’ultimo in fondo al lungomare di Paracas, La Negra y El Blanco. Anche qui abbiamo scelto un locale terrazzato per vedere il panorama, peccato però che l’illuminazione del porto non sia particolarmente scenica e non si veda granché dopo il tramonto. Restiamo concentrati sul cibo e assaggiamo il famoso ceviche (o cebiche) peruviano: un piatto tipico a base di pesce e frutti di mare crudi, marinati in limone abbondante e spezie. Assaggiamo anche il pescato del giorno, una spigola alla chorrillana, cioè grigliata e saltata con pomodoro e cipolla, servita con patate fritte e riso bianco. Spesa: 88 soles (22 Eu).
Mentre rientriamo verso l’hotel ragioniamo sul fatto che una sola notte a Paracas sarebbe sufficiente: El Chaco si visita tutto il giorno dell’arrivo, l’indomani si possono visitare le isole Ballestas e la Riserva, come abbiamo fatto noi, e poi ripartire già nel pomeriggio verso un’altra destinazione. Certo, il rischio è quello di perdersi il meraviglioso corteo e il comizio del candidato alcalde di turno: ma noi no! Noi siamo qua e ci uniamo alla folla che marcia al grido: “Omar! Amigo! El pueblo esta contigo!”, ed è con questa meravigliosa parafrasi da supermercato che lasciamo la piazza in delirio con decibel da stadio.
Vista l’atmosfera caliente e le birre in circolazione probabilmente la notte sarà lunga e i galli domattina si vendicheranno…

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,2 km

 

04/10 Paracas – Nazca – Arequipa

 

L’adattamento al fuso va a rilento perché andiamo a dormire molto presto, per cui anche oggi siamo svegli alle 5 e decidiamo di accendere i notebook e sistemare qualcosa di lavoro.
Alle 7:00 c’è il richiamo della colazione e andiamo a fare il pieno di uova strapazzate, prosciutto, formaggio, panini con marmellata, banana, tisane e l’ormai adorato succo di ananas frullato fresco-fresco per noi.
Dopo la sbornia generale di ieri, facciamo un giro nella piazza centrale per vedere il paese che si sveglia lentamente, i bambini che vanno a scuola, gli operai al lavoro, mentre noi torniamo in hotel e prepariamo i bagagli con calma.
Alle 10 arriva puntualissimo il nostro Luis che, come promesso, ci accompagna alla vicina stazione dei bus. Si è capito, dai! Luis Edwin Sotomayor è un autista molto consigliato per un taxi-tour della penisola di Paracas, potete contattarlo anche su WhatsApp al numero (+51) 985470839.
La nostra corriera per Nazca parte alle 10:30 e impiega 3 ore e 50 minuti per arrivare a destinazione. Da questo viaggio in poi abbiamo prenotato dall’Italia solo i posti VIP, a partire da 45 Sol (11.80 Eu), con i sedili reclinabili quasi a 180 gradi. Torneranno utili visto che i prossimi trasferimenti saranno molto più lunghi dei primi due.
Nel corso del tragitto il bus si ferma a Ica, famosa per le dune di sabbia e la vicina oasi di Huacachina, e man mano che ci spostiamo verso l’interno e lasciamo alle spalle il mare, il paesaggio è sempre più desertico. Le morbide colline di sabbia dorata diventano altissime e ripide, poi nel giro di qualche chilometro si liberano della sabbia e si trasformano in rilievi aspri e duri.
Lo scenario che segue si ripete come una sequenza già vista e che rivedremo spesso: terreni incolti, aridi, costellati di tante capanne nel bel mezzo del nulla, spesso con le pareti fatte di canne e stuoia intrecciata. Anche i villaggi che attraversiamo mostrano povertà e un senso di incompiutezza che ci ricorda il viaggio in Cambogia: tante baracche sul ciglio della strada, nessun marciapiede per le botteghe e i venditori che sfruttano la strada per vendere la propria merce. La sporcizia e la polvere vengono spazzate via da camion e bus frettolosi di arrivare a destinazione nei luoghi benedetti dal turismo e dal commercio.
Subito dopo Ica il deserto si mostra ancora più sfacciatamente e per noi sarà a Nazca che rivelerà il suo volto più noto e misterioso. Arriviamo all’autorimessa alle 15:00 con 30 minuti di ritardo e facciamo subito il check-in dei nostri ingombranti bagagli: visto che stasera stessa ripartiremo per Arequipa, useremo il terminal come deposito bagagli così ci possiamo muovere liberamente per le nostre escursioni.
All’uscita ci propongono diversi taxi tour, in modo un po’ insistente e specificando che altrimenti non avremmo avuto tempo per raggiungere i luoghi d’interesse con i mezzi pubblici prima dell’orario di chiusura. Peccato che non sia vero, visto che i bus locali passano ogni 30 minuti fino alle 22. Come lo sappiamo? Abbiamo chiesto: proprio di fronte al terminal Cruz del Sur c’è l’autorimessa di PerùBus che con le sue vetture Soyuz collega le principali città peruviane e fa anche servizi urbani. Rispetto a Cruz del Sur sono più frequentati dalla gente del posto e hanno tempi più compassati, però fanno esattamente quello che cerchiamo: con 3 Sol (0.80 Eu) andiamo al Mirador De Geoglifos, a 30 chilometri da Nazca.
Il bus ci lascia nel mezzo del deserto, davanti a una struttura in ferro presidiata da alcune bancarelle di souvenir. L’ingresso costa 3 Sol e dalla cima della torre si vedono tre figure: la lucertola, l’albero e le mani.
Non siamo interessati ai costosi sorvoli perché non siamo particolarmente attratti dalle linee ma – come si dice? – passavamo di qui… e che fai? Non ti fermi?
Dopo Luigi Di Maio Ministro del Lavoro, un altro grande enigma irrisolto dell’umanità sono le linee di Nazca 😁
La provenienza di questi segni incisi nel terreno non è mai stata definita con certezza, probabilmente risalgono a una civiltà pre-incaica vissuta tra il 300 e il 600 d.C.
Le figure sono circa 800 e le linee ben 13.000, sono profonde solo 4 centimetri e si conservano grazie al clima arido. Sono tante le teorie sul significato di questi geoglifi nel deserto, le spiegazioni più frequenti vanno dal culto delle divinità fino alla riproduzione delle costellazioni e… lo sbarco alieno! 👽
Mentre siamo impegnati a scattare le foto delle mani per la nostra gallery Instagram arrivano sulla torre due ragazze che siamo certi di aver visto già in aeroporto e a Paracas. Stavolta ci presentiamo e ci ritroviamo a parlare italiano, in cima a un trespolo battuto dal vento, lontani 10.000 chilometri da casa, a raccontare le sensazioni di questo viaggio, gli spostamenti, le tappe che faremo… ma le sorprese non sono ancora finite, perché Claudia e Simona ci hanno detto di essere di Perugia, e Antonio, il ragazzo che lavora al mirador e aiuta i pedoni ad attraversare la Panamericana, ci ha raccontato che sua madre vive da 18 anni proprio a Perugia e che lui sta mettendo i soldi da parte per raggiungerla e restare a vivere in Italia. Quanto è piccolo il mondo! 😉
Dopo i saluti aspettiamo il nostro bus per tornare a Nazca e confermiamo che la scelta di prendere il bus locale per raggiungere questo belvedere si è rivelata azzeccata in confronto ai 70 Sol (18.20 Eu) chiesti dai tassisti.
Arrivati in centro individuiamo il posto dove cenare, facciamo una passeggiata lungo il corso principale, Avenida Bolognesi,  e compriamo una t-shirt e un paio di calamite per 20 Sol (5.20 Eu). Ovviamente, anche qui, sono tutti in delirio per le imminenti elezioni e veniamo travolti dall’entusiasmo di un altro corteo elettorale: mentre stiamo fotografando il candidato che sfila, si avvicinano, ci consegnano una maglia e ci invitano a unirci alla marcia. Va bene, seguiamo la folla fino a Plaza de Armas e ci dileguiamo per tornare verso il mercato che ci aveva molto incuriosito, dove vendono polli crudi, verdure, ortaggi e tanta frutta.
La nostra passeggiata finisce proprio di fronte al terminal dei bus, dove c’è il locale scelto e consigliato sulla Lonely: La Kañada.
Ordiniamo il tipico tacu tacu di pollo, in pratica quella che da noi sarebbe una ricetta con gli avanzi, perché la base si prepara con una minestra di legumi del giorno prima mescolata con riso fino a creare una massa compatta che viene saltata in padella insieme alla carne. Un sapore bello intenso che abbiamo ammorbidito con un piatto di lomo saltado, straccetti di manzo flambé con cipolle, pomodoro e il segreto dello chef, servito con riso e patate fritte. Spendiamo 51 Sol (13.20 Eu), attraversiamo la strada e raggiungiamo il nostro hotel speciale: il bus notturno Cruz del Sur che alle 22 partirà per Arequipa dove arriveremo domattina alle 7:30. Aggiungiamo un’altra esperienza particolare all’avventura e ci prepariamo all’altitudine, si comincia a salire.
Prossima fermata: 2355 metri sul livello del mare.

Quanto abbiamo camminato oggi? 3,2 km

 

05/10 Arequipa

 

Durante la notte in bus alterniamo stati di veglia a sonno profondo. I sedili sono comodi e vale la pena spendere qualcosa in più per riposare. Le poltrone VIP sembrano dei letti con tanto di cuscino e coperta e i posti disponibili nel piano inferiore del bus sono soltanto 12, quindi si viaggia tranquilli ma di certo non è una stanza d’albergo!
Arriviamo con un’ora di ritardo e così il viaggio è durato ben 10 ore e mezza! Tutto senza sosta, in pratica è come fare un altro volo intercontinentale.
Abbiamo voglia di sgranchire le gambe e questa esigenza coincide perfettamente con i tempi del nostro Viza Hotel che abbiamo raggiunto con una corsa di 15 minuti in taxi al costo di 10 Sol (2.60 Eu). Con il check-in previsto alle 13 la nostra camera non è ancora pronta e ci chiedono di attendere giusto il tempo di terminare le pulizie. Per noi non è un problema, anzi, lasciamo i bagagli e ci precipitiamo da Capriccio, nella vicina Calle Mercaderes. A dire il vero a bordo del bus servivano una piccola colazione ma noi abbiamo bisogno di una grande colazione, è pur sempre il pasto più importante della giornata!
E con pieno spirito peruviano ordiniamo una colazione con pane croccante, costine di maiale, camote fritto e salsa creola, pancakes burro e miele, una gigantesca fetta di torta alle mele, un succo mango, arancia e ananas e un altro mango, ananas e maracuja. Anche il conto, per gli standard peruviani, è in formato maxi: 68.50 Sol (18.70 Eu).
Torniamo in hotel a riposare un po’ e nel primo pomeriggio siamo di nuovo fuori, prima però ci facciamo prenotare un tavolo per domani nel locale di Gastón Acurio: confermiamo la fiducia al noto chef peruviano e a quanto pare non siamo gli unici a giocare d’anticipo, visto che ha tavoli liberi sono alle 19:45.
Iniziamo a esplorare la città dal Claustro de la Compañia, un bellissimo chiostro colonico, con un colonnato perimetrale in sillar finemente scolpito. Il sillar è una pietra vulcanica bianca.
Un tempo il chiostro era un’area di pertinenza della vicina chiesa della Compagnia del Gesù, oggi ospita quello che viene considerato il “centro commerciale più elegante del Sudamerica”.
Anche la chiesa gesuita è molto bella, con una facciata barocca elaborata che risale al 1660, all’interno l’altare è molto decorato e chiaramente ispirato a quello della cattedrale di Siviglia che abbiamo visitato durante il primo viaggio in Andalusia.
Superata la chiesa arriviamo nella meravigliosa Plaza de Armas, la piazza Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO che nell’immaginario collettivo rappresenta idealmente le città coloniche spagnole. Quadrangolare, con un ampio giardino con fontana zampillante al centro, è circondata da tre bellissimi porticati a due piani di colore bianco. Lungo il quarto lato c’è l’imponente cattedrale con i due campanili che svettano e, alle loro spalle, come a riprodurre una similitudine fra architettura e natura, spiccano le cime innevate dei vulcani El Misti e Chanchani. Bianco il sillar, bianchi i porticati, bianche le montagne, capito perché Arequipa è la città bianca? 😉
Visto che la cattedrale apre alle 17:00 facciamo una passeggiata lungo Calle San Francisco dove al civico 108 incontriamo il palazzo nobiliare conosciuto come casa Ricketts, oggi sede di una prestigiosa banca. Si può entrare anche senza fare operazioni agli sportelli perché c’è un cortile molto bello da vedere e una piccola galleria d’arte locale a ingresso libero.
Di fronte questa questa banca ci sono diversi uffici di cambio con un rapporto molto favorevole per l’Euro, lo troviamo a 3.85 senza commissioni. A conti fatti conviene molto di più cambiare qui che prelevare dagli ATM (guadagniamo circa 15 Euro per ogni 100 Euro cambiati).
Al civico 303 della stessa strada troviamo il ristorante Zingaro, precedentemente selezionato, e ci fermiamo a prenotare per assaggiare il famoso alpaca. Questa bellissima strada termina con la chiesa coloniale del 1553 dedicata a San Francesco, nota per aver resistito a tutti i terremoti che in questa zona sono molto frequenti. Al suo interno è ancora visibile la cupola crepata dall’ultimo sisma. In uscita dalla chiesa incontriamo di nuovo Simona e Claudia, ci aggiorniamo sui nostri spostamenti e ci salutiamo per andare a visitare la cattedrale.
Sulla basilica cattedrale non c’è molto da dire perché la facciata e l’imponenza esterna è di gran lunga migliore degli interni, questo perché l’edificio negli anni ha subito danni irreparabili a causa di incendi e terremoti, quindi non resta niente che risalga alla fondazione del 1656. Addirittura l’intera struttura attuale risale al 1868, grazie all’ultima ricostruzione avvenuta successivamente a un sisma che l’aveva completamente rasa al suolo.
Al termine della visita lasciamo il centro storico, superiamo il ponte Grau e percorriamo circa 400 metri per arrivare al Monasterio de la Recoleta che purtroppo troviamo chiuso. La nostra guida diceva che sarebbe stato aperto fino alle 20 ma alle 19 è già tutto buio e spento. Chiediamo informazioni a un signore che sosta sull’uscio, e che poi scopriamo essere il parroco, il quale prima ci conferma la chiusura del museo, poi prende il telefono, chiama qualcuno e gli dice che ci sono due turisti. Terminata la chiamata ci dice di aspettare cinque minuti perché un suo collaboratore ancora all’interno avrebbe aperto il museo solo per la nostra visita. L’ingresso costa solo 10 Sol (2.60 Eu) e ovviamente non ci tiriamo indietro, nonostante l’isolamento e l’insolita dinamica per accedere.
Quando viene ad aprirci un ragazzo pallido e silenzioso, ci inghiotte un’atmosfera esoterica e inquietante. Il museo ha poche sale piene di reperti raccolti dai missionari spagnoli e ci sono conservate mummie e teschi impressionanti per stato di conservazione. Le stanze sono buie e siamo le uniche persone nel monastero, tutto è spento e per salire al piano superiore usiamo la luce del nostro cellulare. Siamo sicuri che rivivere nella nostra immaginazione le scene principali dei migliori film horror valga la pena rispetto a quello che siamo venuti a vedere: un’antichissima biblioteca con oltre 20.000 volumi risalenti al 1500!
Passeggiamo sulle assi malconce che scricchiolano e restiamo affascinati nel percorrere una teca lunga quanto l’intera stanza, decine di metri, dove è riprodotta tutta la storia dell’umanità tramite disegni, testi e la genealogia di tutte le case regnanti del mondo, dall’arca di Noè fino alle successioni di Papi, Re, Imperatori e dinastie del XIX secolo.
Dopo quasi un’ora col fiato corto, anche per via dell’altitudine, siamo pronti per la cena dallo Zingaro. Appena seduti ci portano delle focaccine salate al rosmarino per accompagnare la birra Arequipena. Poi ordiniamo tequenos, involtini di pasta sfoglia ripieni di prosciutto e formaggio, serviti con un ottimo guacamole. Come piatti principali ordiniamo altre due portate adorate in Perù: il cuy croccante, il porcellino d’India piatto nazionale, servito con patate e insalata; e poi un favoloso filetto di alpaca in salsa al rosmarino servito con verdura, yucca fritta e patate dolci. Lasciamo sul tavolo 144 Sol (37.40 Eu) per quella che sarà una delle cene migliori del viaggio.
Dopo l’ultima notte in pullman è ora di godersi la suite che ci siamo concessi come premio per i primi giorni di sbattimenti. E non saranno gli ultimi… 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,8 km

 

06/10 Arequipa

 

Dopo una bella notte di sonno ristoratore, anche l’hotel Viza ci regala una magnifica colazione dolce e salata. Visto che è molto presto, prima di uscire torniamo a scaricare un po’ di posta e alle 12:00 ci avviamo verso il Monastero di Santa Caterina da Siena. L’ingresso costa 40 Sol (10.40 Eu) e una volta varcati i tornelli della biglietteria si comprende subito perché questo luogo sia noto anche come “la città nella città”.
Il Monastero di Santa Catalina è stato costruito nel 1579 ed è tuttora cinto da mura che occupano un intero isolato di Arequipa. Con la sua superficie di 20.000 metri quadrati è il monastero di clausura più grande al mondo! Aperto al pubblico nel 1970 dopo 390 anni di isolamento, nel 2000 è stato registrato come sito Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Negli anni non ha mai ospitato tantissime monache ma le dimensioni sono sempre cresciute perché dopo terremoti e incendi distruttivi venivano aggiunte nuove celle, chiostri, cucine, finché non decisero di circoscrivere le mura e collegare le diverse aree con vere e proprie strade che hanno nomi di città spagnole. La personalità di maggior spicco è Suor Ana, una monaca che oggi è oggetto di culto popolare per via dei tanti miracoli e per le predizioni. Talmente amata e venerata che nel 1985 Giovanni Paolo II la beatificò.
Oggi il monastero ospita solo 15 monache che non hanno contatti con i turisti a spasso tra il chiostro degli aranci e quello delle novizie, non vedono nessuno sbirciare nelle vecchie cucine, nelle austere celle monastiche o nel refettorio. Continuano a preservare la loro riservatezza e lasciano che siano gli altri a godersi l’intera struttura, caratterizzata soprattutto dai colori intensi delle sue mura: blu, rosso, giallo e bianco si mescolano nel labirinto dei vicoli che collegano i diversi ambienti e contrastano tra loro. Notevole anche l’esposizione di tele nella grande pinacoteca, qui sono esposti i migliori dipinti della scuola cusquena, che rappresenta la fusione delle culture inca e spagnola.
Il Monastero è considerato l’esempio più bello di architettura coloniale dell’intero Sudamerica e da quando è stato aperto al pubblico, Arequipa ha avuto un boom turistico che ha migliorato complessivamente la città e la vita dei suoi abitanti.
La visita dura circa 3 ore ed è semplificata da una mappa in italiano che rilasciano alla biglietteria.
All’uscita ci fermiamo a cambiare Euro in Soles perché per la prossima visita che faremo al Museo Santuarios Andinos non accetteranno carte di credito ma solo contanti. L’ingresso costa 20 Sol (5.20 Eu) e nonostante l’opuscolo informativo e la mappa in italiano, non è possibile visitare il museo da soli ma bisogna seguire una guida (e al termine lasciare una mancia, non inclusa nel prezzo). La visita inizia con un filmato di 20 minuti e alla cassa organizzano i gruppi in base alla lingua e ai sottotitoli delle proiezioni, quindi dopo aver fatto il biglietto ti assegnano un orario per vedere il documentario al termine del quale parte il tour del museo. Prima però è obbligatorio lasciare zaini, macchine fotografiche e smartphone.
Perché tante attenzioni? Per proteggere Juanita, una delicata mummia ritrovata nel 1995 dall’archeologo Johan Reinhard in uno straordinario stato di conservazione! La piccola Juanita è stata una vittima sacrificale degli Inca, rinvenuta sul Nevado Ampato in seguito a un’eruzione vulcanica che ha sprigionato calore e sciolto il ghiaccio rivelando il tumulo dov’era sepolta. Questo ritrovamento ha permesso agli archeologi di scoprire molto sui riti incaici, sulle vittime, sui sacerdoti e sulla preparazione del sacrificio che iniziava mesi prima con un lungo pellegrinaggio che partiva da Cuzco per raggiungere la cima del vulcano El Misti.
Il nostro filmato inizia alle 16:20 e al termine la nostra guida Jorge ci accompagna per un giro esclusivo, visto che siamo gli unici italiani. Ascoltiamo tutta la storia del ritrovamento di Juanita e le missioni che si sono succedute per proteggere la scoperta fatta a oltre 5500 metri di altitudine e ampliare gli scavi che porteranno alla scoperta di altri tumuli e altre mummie. Colpisce molto sapere che erano solo bambini, appartenenti alle classi più agiate, che erano “consenzienti” e addirittura onorati di essere vittime sacrificali, e che venivano storditi con bevande allucinogene. Attenzione! Le sale del museo conservano mummie congelate e quindi le temperature sono basse in tutte le stanze, in sintesi: fa un freddo boia!
Ok, anche oggi abbiamo fatto il pieno di cultura peruviana e imparato cose nuove. Ora ci possiamo dedicare a un po’ di shopping prima di salutare l’elegante Arequipa. Torniamo quindi in Plaza de Armas e sotto il porticato troviamo l’enorme Galleria degli Artigiani El Tumi de Oro (esattamente l’indirizzo è Portal de Flores, 126): un intricato labirinto di negozietti dove compriamo un bellissimo anello d’argento che riproduce le foglie di coca, una t-shirt, due scialle misto cotone e alpaca, per una spesa totale di 95 Sol (24.80 Eu). Poi proseguiamo lungo Calle Catalina e con 115 Sol (29.95 Eu) acquistiamo ancora orecchini di argento e turchesi per fare alcuni regali.
Sono quasi le 20:30 ed è il momento di far valere la nostra prenotazione da Chicha: dopo aver assaggiato i sapori di mare proposti a Lima dallo chef stellato Gastón Acurio, oggi proviamo il suo ristorante di Arequipa per assaggiare i piatti di carne. Per iniziare ordiniamo l’ocopa, una salsa tipica di Arequipa con patate al salerillo, rosolate insieme a uova e formaggio fritto. Poi passiamo al tradizionale adobo, uno stufato di Arequipa con tre tagli di manzo cotti con origano, cipolla, aglio e chicha, una bevanda poco alcolica che deriva dalla fermentazione non distillata del mais, nota per essere la birra ancestrale delle popolazioni native sudamericane che la bevono anche oggi. E per finire un piatto di alpaca al curry con frutta di stagione e quinoa saltate in padella. Lasciamo sul tavolo solo 147 sol (38.30 Eu) anche perché non è stato possibile ordinare vino o birra: la sera prima delle elezioni non si possono vendere alcolici. Un’idea niente male, visto come sono andate le ultime elezioni dovremmo provarla anche dalle nostre parti 😉
È il momento di salutare Arequipa, bella, tranquilla, con un clima perfetto per fare una prima tappa di adattamento all’altitudine. Domani si riprende la strada, domani si sale ancora.

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,6 km

 

07/10 Arequipa – Puno – Isole Uros – Puno

 

Ancora una levataccia alle 6:00, pubblichiamo una foto su Instagram, facciamo una colazione leggera con pane, burro, marmellata e tisane, e prepariamo un paio di sandwich da portare via. Chiudiamo l’ennesima valigia e alle 8:00 scendiamo a prendere il taxi prenotato. In questa occasione c’è stato l’unico episodio di tassista furbetto perché, siccome ha aspettato 10 minuti in strada, ci chiede 20 Soles invece dei 6 pattuiti con la reception. Durante il tragitto gli spieghiamo che non è colpa nostra: se nessuno ci avvisa, perché dovremmo scendere 10 minuti prima dell’orario stabilito? Va be’, alla fine gli diamo 13 Sol (3.40 Eu) e ci salutiamo da amici.
Entriamo nel terminal del bus con 20 minuti di anticipo, il margine più ridotto del viaggio, e riscontriamo che qui sono meno organizzati rispetto ai precedenti terminal. Per fare il check-in delle valigie aspettiamo 30 minuti perché devono scaricare prima i bagagli arrivati con il bus notturno partito da Nazca. Spieghiamo più volte che il nostro pullman sta per partire ma niente da fare, continuano a scaricare e a dirci di aspettare. A un tratto annunciano l’imbarco immediato per i passeggeri diretti a Puno e allora qualcuno si sveglia e prende in custodia le nostre valigie. Come se non bastasse, dopo l’attesa di mezz’ora e la brusca accelerazione dell’imbarco, ci spiegano che trattandosi di un terminal pubblico è necessario pagare una tassa di 3 Sol (0.80 Eu) prima di salire a bordo. Ma non potevano dirlo prima?! Corriamo ai banchi di accettazione, paghiamo, torniamo e finalmente saliamo sul bus.
Alle 8:50 partiamo e pensiamo a come avverrà il collegamento con la nostra prossima destinazione, visto che abbiamo organizzato via internet dall’Italia l’escursione in programma. Per fortuna tutto fila liscio: arriviamo a Puno alle 15:20 e troviamo ad attenderci al terminal Jonathan, il tassista che ci accompagna a un imbarcadero privato dove ci aspetta la famiglia del nostro contatto Eddy, che gestisce Los Uros Aruntawi Lodge situato su una delle 180 isole galleggianti dell’arcipelago Uros, sul lago Titicaca.
Abbiamo fatto una lunga ricerca prima di decidere dove andare per vedere lo stile di vita isolano più autentico e meno frequentato dal circuito turistico, e alla fine abbiamo optato per questa famiglia e non abbiamo sbagliato.
Sulla barca troviamo il papà di Eddy, la mamma Salomè e la sorella Emily, erano stati a Puno per votare e sarebbero tornati sull’isola insieme a noi.
Appena partiti si scatena un gran temporale con tuoni e fulmini che illuminano il cielo immenso su questo lago a 4000 metri di altitudine. Ci fermiamo un istante presso una specie di casello galleggiante per pagare gli 8 Sol (2.10 Eu) richiesti per accedere ai territori lacustri dell’antica tribù Uros.
Le isole Uros prendono il nome dal popolo di lingua quechua che le abita da secoli. Per sfuggire agli Inca, gli Uros si insediarono nel lago Titicaca al largo di Puno, su isole artificiali, che abitano ancora oggi, create con canne di totora. Sono isole galleggianti e flottanti, ancorate al fondo ma con la capacità di spostarsi se necessario. Sono costruite interamente con le canne del lago e necessitano di continua manutenzione: ogni circa tre mesi gli strati superficiali vengono rinnovati con nuove totora per compensare la perdita degli strati più profondi che marciscono a contatto con l’acqua.
L’isola della famiglia di Eddy è piccola ma molto curata, con diverse capanne per ricevere ospiti e una sala comune dove sorseggiamo del mate di coca per contrastare l’altitudine che si fa sentire, specialmente con un gran mal di testa. Ci mostrano la camera dove potremo soggiornare ma la cosa che notiamo – oltre all’assenza di acqua calda – è che fa un gran freddo. Siamo intorno ai 3 gradi umidi, piove e sicuramente con l’avanzare della notte la temperatura scenderà ulteriormente, addirittura di un grado sotto lo zero secondo le previsioni. Non siamo pronti a restare e rischiare di compromettere il resto del viaggio con un’influenza, poi la pioggia continua a cadere e ci impedisce di stare all’aperto e andare a pesca come avremmo voluto fare. Quindi dopo 4 ore in compagnia di questa splendida famiglia, scambiamo alcuni regali che abbiamo portato per loro dall’Italia e torniamo sulla terraferma. 
Sono tutti molto carini e premurosi, ci accompagnano alla barca e alle 20:00 organizzano il ritorno a terra e il nuovo incontro con Jonathan che ci porta all’hotel Balsa Inn prenotato al volo grazie a Eddy.
Visto che è tardi, siamo stanchi e infreddoliti dopo ore di viaggio e pioggia, facciamo una cena in hotel a base di pollo e riso e torniamo in stanza a riposare. Domani ci aspetta un altro piccolo tour de force e dobbiamo recuperare energie.

Quanto abbiamo camminato oggi? 1,8 km

 

08/10 Puno – Taquile – Puno

 

L’hotel in cui siamo e che abbiamo scelto ieri sera, ha due caratteristiche determinanti per un soggiorno a Puno: l’acqua calda corrente e un impianto di riscaldamento, due cose che non sono affatto considerate comuni ma che fanno la differenza. Non solo, su richiesta hanno a disposizione anche bombole di ossigeno che portano in camera per favorire la respirazione.
Dopo una notte al caldo, siamo pronti già all’alba e alle 7:45 aspettiamo un nuovo autista inviato da Eddy che ci riporterà sull’isola per fare poi rotta verso Taquile.
Riabbracciamo volentieri Emily e la mamma, anche perché splende un magnifico sole, il cielo è limpido e ci sono 16 gradi che fanno ben sperare: è tutta un’altra cosa rispetto alla giornata buia e piovosa di ieri.
Alle 9:00 ci portano verso un’imbarcazione più grande che sta facendo un giro turistico delle isole Uros. Facciamo un abbordaggio da provetti marinai e ci trasferiamo dopo aver pagato a Eddy 80 Sol (20.90 Eu) per tutto il disturbo, inclusi i passaggi in barca, l’escursione a Taquile e i trasferimenti in auto da e per l’hotel.
Alle 9:30 prendiamo il largo, la terraferma si allontana e l’acqua del Titicaca diventa sempre più blu.
Le barche che attraversano il lago sono di diversi tipi e i prezzi variano in base al comfort e alla durata del viaggio. La nostra è una speed boat che impiega un’ora e mezza per arrivare a destinazione, poi ci sono le regular boat che ci mettono 2 ore e mezza, e infine le artesenales che impiegano il doppio del tempo!
A bordo ci mostrano una cartina che mostra dall’alto in che punto siamo, così possiamo capire la conformazione del territorio circostante e il punto in cui le due penisole antistanti a Puno lasciano un passaggio verso il lago aperto che porta nel cuore del Titicaca. Superata questa bocca vediamo da lontano le sagome delle isole Taquile e Amantani. Siamo a 3800 metri sul livello del mare e a Taquile arriveremo a 4000 dopo una scarpinata che ci porterà sulla sommità dell’isola.
La barca ormeggia sul lato dell’isola opposto a Puno e antistante la Bolivia, la cui terra si vede in lontananza. Prendiamo un sentiero ripido che sale verso l’alto e si sente l’affanno di uno spostamento in altitudine. Fa anche caldo ma superate le prime rampe iniziali l’escursione procede liscia tra scenari indimenticabili, fino ad arrivare alla struttura che ospita la cooperativa costituita dagli abitanti del villaggio.
Per gli abitanti di Taquile il turismo è stato una benedizione: sono vegetariani, non mangiano gli animali che allevano e vivono dei prodotti che offre la terra in un ambiente circoscritto. Con il turismo hanno potuto variare la loro alimentazione e soprattutto collegarsi più spesso con Puno, migliorando notevolmente le condizioni di vita pur mantenendo salda la loro identità comunitaria che preservano con devozione.
Nella comunità sono gli uomini che lavorano a maglia sin dall’età di 8 anni, mentre le donne tessono al telaio. Assistiamo a una dimostrazione dal vivo e ci mostrano anche la preparazione di una schiuma ricavata pestando alcune erbe e mescolandole con l’acqua, in pratica un sapone vegetale. I vestiti tradizionali sono i più sgargianti ed eleganti del Perù e ballano per noi una danza che ogni anno eseguono tutti i giorni dal 25 luglio al 5 agosto, accompagnati dai famosi flauti e da tamburi.
Al termine dell’esibizione aprono un banco per vendere cappelli, sciarpe, guanti, tovaglie, bracciali, contraddistinti da un numero che rappresenta la famiglia che ha realizzato il manufatto. Intanto la cucina lavora per preparare un pasto a base di zuppa di quinoa, omelette al formaggio di mucca non pastorizzato e trota fritta.
Noi restiamo a guardare il panorama, alla nostra destra c’è Amantani con il verde brillante delle piante autoctone e tutto intorno a noi il blu cobalto del Titicaca: nel catino del lago navigabile più alto del mondo l’unica cosa che si riflette sull’acqua è il cielo, come in un gioco di specchi. 
Prima di iniziare la discesa chiediamo al nostro accompagnatore un altro rimedio per il soroche, il mal d’aria. Si rivolge a un giovane del villaggio che va dietro un cespuglio e torna con alcuni rametti di muña, un’erba che sfregata tra le mani e poi inalata riduce il senso di nausea. Finora tra tutte le cose provate, dal mate alle caramelle, alla masticazione diretta delle amarissime foglie di coca, sembra che sia il rimedio più efficace.
L’itinerario riprende con la discesa verso l’altro versante dell’isola dove c’è una bellissima spiaggia di sabbia bianca e nei paraggi la nostra barca che ci attende per ripartire alle 14:00 e arrivare a Puno dopo due ore di navigazione. Facciamo due ore e un po’, perché a qualche chilometro dalla costa l’imbarcazione resta senza benzina e devono dar fondo alla riserva! Dopo questo imprevisto sbarchiamo e prendiamo la navetta che ci porterà al Casona Plaza Hotel Centro.
Scegliamo il ristorante e prenotiamo dalla reception il taxi che domani ci porterà al terminal per prendere l’ultimo bus del viaggio che ci lascerà a Cuzco, l’antica capitale inca.
Prima di cena passeggiamo lungo la vicina strada pedonale Jirón Lima, piena di bottegucce e ristoranti. Compriamo un paio di calamite e poi entriamo da Valeria, un bel ristorantino caldo e accogliente dove ordiniamo filetto di alpaca con purè di patate e insalata di quinoa; e un filetto di manzo con purè di yucca e verdure. Abbiamo bisogno di proteine per integrare al termine di una giornata impegnativa che ci ha fatto disperdere molte energie, mentre il fisico si prepara a combattere il freddo intenso che sta arrivando con la notte.
Lasciamo sul tavolo 73 Sol (19 Eu) e facciamo rientro in hotel ma… poco prima di entrare nel nostro albergo veniamo attirati da una musica fortissima che suona dietro un portone semi-aperto. Ci affacciamo a sbirciare e vediamo festoni e luci anni ’80 di una festa privata, sembra un matrimonio. Incuriositi, chiediamo di cosa si tratta e ci spiegano che è una festa religiosa organizzata nella sede di un gruppo folklorico. A un certo punto sembrano accorgersi tutti di noi che siamo sulla soglia, ci vengono incontro alcune persone e ci invitano a entrare. Sembra brutto tirarsi indietro e così nel giro di pochi secondi ci troviamo seduti a tavola con donne e uomini in abiti tradizionali che stappano birre calde in sequenza e ci offrono da bere.
Di certo non è che si può parlare e socializzare con la musica a palla e la birra a fiumi, quindi come va a finire? Che si balla! E così ci ritroviamo al centro di danze peruviane fotografati e filmati da tutti, un po’ come successe durante i viaggi in India e Cambogia, quando volevamo vedere da vicino persone e stili di vita genuini e siamo finiti per diventare noi il divertimento della serata! 🙂
Peccato per la levataccia che ci aspetta domani, saremmo rimasti volentieri a lungo con i nostri nuovi amici peruviani 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 5,6 km

 

09/10 Puno – Cuzco

 

Sveglia alle 6:00, giusto il tempo di fare colazione e alle 7:15 prendiamo il taxi che in meno di 10 minuti ci lascia all’autorimessa dei bus. Anche qui, come ad Arequipa, paghiamo la tassa per il terminal condiviso (1.50 Sol, 0.40 Eu) e procediamo all’imbarco.
Alle 8:00 lasciamo Puno per raggiungere Cuzco dopo altre 7 ore e mezza di viaggio, una in più del previsto a causa di un tremendo incidente e la pioggia.
Questo era proprio l’ultimo bus Cruz del Sur del viaggio! Ok, esperienza molto on the road, molto hippie, molto immersiva. Del genere “da provare almeno una volta nella vita”. Ok, una. L’ho fatto e ora non voglio vedere un bus a lunga percorrenza per i prossimi 40 anni! Questi lunghi spostamenti a 90 all’ora si sono sentiti tutti, forse anche perché sono stati molto concentrati. Se avete pochi giorni da trascorrere in Perù questo itinerario si può fare anche con voli interni. Opzione da considerare 😉
Fuori dal terminal prendiamo subito un taxi che per 15 Sol (3.90 Eu) ci lascia dopo 20 minuti davanti il nostro hotel Esplendor Cusco dove ci attende l’hotel più bello del viaggio. Abbiamo fatto lo stesso ragionamento applicato ad Arequipa: dopo gli sbattimenti in giro, un paio di giorni di suite ce li meritiamo. Nella stanza il letto è addirittura più largo che lungo ma c’è tempo per riposare, dopo le ore in pullman vogliamo solo uscire e fare un giro esplorativo dell’antica capitale Inca.
A pochi metri da noi c’è il Mercado San Pedro e l’omonima chiesa adiacente, facciamo un giro in entrambi ma al mercato torneremo domattina, durante la piena attività. Intanto abbiamo capito che è un ottimo posto per fare acquisti di souvenir.
Siamo a 3400 metri e l’aria rarefatta si sente mentre camminiamo lungo Calle Santa Clara, proseguiremo dritti finché la strada non arriverà nel magnifico scenario di Plaza de Armas.
Intanto la luce del sole sta per scomparire e con l’arrivo del buio migliaia di abitazioni costruite l’una sull’altra, illuminano i fianchi delle montagne che circondano Cuzco: sembra un presepe. Facciamo una sosta per vedere la Basilica Menor de la Merced e poi raggiungiamo la piazza principale.
Andiamo dritti al centro dell’enorme rettangolo, proprio qui Pizarro ha dichiarato la conquista della città da parte degli spagnoli e la sconfitta degli Inca. Per avere una visione d’insieme ci posizioniamo vicino alla fontana zampillante che in cima ha la statua di Pachacutec, l’ultimo imperatore inca rappresentato con il braccio teso, una gestualità ieratica riservata a chi guida un intero popolo. Il sovrano oggi è qui, al centro del suo antico impero e di fronte la sacra cattedrale dei suoi nemici, come se quell’epoca non fosse ancora finita. La piazza ha ripreso il nome antico di Huacaypata perché la riconquista della propria identità passa anche attraverso il recupero dell’antica toponomastica quechua che esprime l’orgoglio dei nativi. Ci vengono in mente le parole di Abramo Lincoln: “La forza conquista ogni cosa, ma le sue vittorie sono di breve durata”.
Osserviamo ancora con attenzione gli edifici che circondano la piazza: su due lati ci sono lunghi porticati con grandi balconi in legno finemente intagliato, su un altro lato la cattedrale barocca, poi altre strutture in stile coloniale mescolate con resti delle antiche mura dell’epoca Inca.
Siamo qui da poche ore e non abbiamo visto molto, però abbiamo la netta sensazione di trovarci nella più bella città che vedremo in Perù, anche meglio di Arequipa che nel nostro immaginario pre-partenza era al primo posto!
La passeggiata finisce alle 20 proprio davanti al ristorante scelto per cena: Uchu Peruvian Steakhouse. Locale intimo, molto ben arredato e soprattutto buono: qui mettiamo a segno la miglior cena del viaggio.
Ordiniamo causas con patate bollite aromatizzate alle erbe e anticuchitos, dei piccoli spiedini di pollo cotto alla piastra dopo la marinatura in aji panca e chicha de jora, cioè salsa piccante e birra di mais, accompagnati da avocado e crema di aji amarillo. Più lungo da descrivere che da mangiare! Mentre bastano poche parole per il piatto più noto di Uchu: tre filetti di carni nazionali da 110 grammi l’uno. Noi abbiamo scelto manzo, alpaca e agnello serviti al sangue su una pietra ardente su cui possiamo mettere a punto la cottura preferita. Il gusto viene esaltato da salse e le immancabili patate fritte. Da bere acqua e birra cusqueña, per un totale di 127 Sol (33.30 Eu).
Dopo un assaggio di Cuzco, adesso è tempo di rientrare con la pancia piena in hotel per goderci la nostra meritata suite: il premio per festeggiare la fine dei trasferimenti in bus!

Quanto abbiamo camminato oggi? 4,6 km

 

10/10 Cuzco

 

Cuzco esprime bene tutta l’essenza del Perù: sontuose chiese, resti di imponenti mura inca e vicoli acciottolati che si intersecano con sontuosi viali coloniali. La nostra intera giornata dedicata alla scoperta della storica capitale inca inizia alle 8:00 e dopo colazione usciamo per tornare al mercato San Pedro. Prima di entrare, però, ci fermiamo a trattare con un tassista il tour che abbiamo programmato per domani, quando per raggiungere Machu Picchu ci sposteremo verso Ollantaytambo attraverso la Valle Sacra.
Il tassista che ieri ci ha portato in hotel ha chiesto 180 Sol (46.90 Eu), quello interrogato fuori il mercato addirittura 250 (65.10 Eu)! Decidiamo di aspettare un po’ prima di accettare e ci concentriamo sul mercato in piena attività: i negozi sono tutti aperti e tante persone mangiano e bevono. I banchi sono pieni di cibo ed è un festival di colori e profumi: gelatine zuccherate, frullati, frutta fresca di ogni genere, spezie…  c’è anche un’area decisamente più pulp, che ospita i macellai. Questa zona è piuttosto truculenta, solo per stomaci forti: ci sono enormi teste di mucca, lingue, zampe, musi e cuori pronti per essere arrostiti infilzati in uno spiedo, una specialità molto apprezzata.
Continuiamo anche il nostro confronto prezzi tra i banchi di souvenir e poi ci spostiamo verso Plaza de Armas. Siamo fermi sul marciapiede in attesa di attraversare e dall’altro lato della strada chi vediamo? Simona e Claudia! Quanto è piccolo il Perù! Scambiamo i saluti, ci aggiorniamo sugli ultimi spostamenti e soprattutto ci consigliamo i ristoranti provati nella capitale storica 😉
Dopo il nostro rituale arrivederci riprendiamo l’itinerario che ci porta dritti nella cattedrale dove facciamo un biglietto cumulativo per visitare anche altri siti, al costo di 30 Sol (7.80 Eu).
Che dire, in tutta sincerità anche qui come ad Arequipa, gli interni valgono meno degli esterni. La cattedrale – come altre chiese viste finora – non è particolarmente memorabile, specie per noi che veniamo dall’Europa. La cosa più curiosa che abbiamo notato è un grande dipinto dell‘Ultima Cena dove al centro del tavolo, davanti a Gesù e gli apostoli, c’è un cuy, il porcellino d’India piatto nazionale; a confermare come la scuola cusqueña sia stata capace di unire la cultura cattolica cristiana con quella dei nativi.
All’uscita troviamo un tassista seduto in macchina e domandiamo anche a lui il prezzo del taxi-tour che intendiamo fare domani, stavolta con idee ancora più chiare perché abbiamo acquisito più informazioni e sappiamo esattamente cosa desideriamo vedere: un paio di siti, la saline di Maras e Ollantaytambo, dove ci attende il treno che ci porterà ad Aguas Calientes, la località di riferimento per raggiungere Machu Picchu.
Ci accordiamo con Willy per 150 Sol (39 Eu) e scambiamo i numeri di telefono per dare conferma via WhatsApp una volta tornati in hotel. A proposito, Willy Castillo Gonzales si è confermato persona di fiducia e disponibile. Pertanto lo consiglio per un giro turistico di Cuzco e dintorni, potete contattarlo su WhatsApp al numero +51 962 216482. 
Dopo aver sondato i prezzi un po’ ovunque, inizia il momento dello shopping, entriamo in un consorzio di artigiani e scegliamo il banco di una signora che vende un po’ di tutto, per fare più acquisti e avere uno sconto cumulativo. Compriamo due belle sciarpone, due t-shirt, calze di alpaca, tre pochette e spendiamo 143 Sol (37.20 Eu). Torniamo in hotel per lasciare gli acquisti fatti e inviamo un messaggio a Willy per dargli appuntamento domani alle 12:00 in hotel: anche questa è andata!
Usciamo di nuovo, prendiamo un taxi e spendiamo 5 Sol (1.30 Eu) per andare a San Blas. Il tragitto non è lungo ma c’è un gran traffico e impieghiamo 30 minuti per arrivare: a piedi avremmo fatto sicuramente prima! La chiesa che intendiamo visitare prende il nome dal quartiere che la ospita ed è aperta fino alle 18:00, noi ci presentiamo alla cassa trafelati giusto 2 minuti prima della chiusura ed entriamo spediti con il nostro biglietto cumulativo. Bastano 10 minuti per la visita, la chiesa è piccola e gli elementi di rilievo sono giusto un paio: l’altare tutto in lamina d’oro e il pulpito magistralmente scolpito da un unico (e gigantesco) tronco d’albero che pare sia la miglior opera di legno intagliato delle Americhe.
La nostra passeggiata prosegue da piazza San Blas, stretta tra le strade parallele di Carmen Alto e Bajo. Questo è il quartiere degli artisti che ha avuto un boom negli ultimi anni, si trovano molte botteghe artigiane, piccoli ristoranti e alloggi per backpackers. Per quanto abbiamo visto è una zona un po’ fricchettona come se ne trovano in tutto il mondo e i cacciatori di souvenir qui non faranno affari, molto meglio i prezzi del Mercado San Pedro.
La parte più interessante del quartiere è la passeggiata da fare seguendo il lungo sentiero acciottolato Tandapata: una stretta viuzza pedonale che si districa tra vicoli e scalinate. Isolati dal traffico, sembra di tornare indietro nel tempo mentre si cammina tra mura megalitiche, canali di irrigazione e resti di decorazioni inca.
Ci piace molto camminare in questa zona di Cuzco e continuiamo finché non incrociamo Sunturwasi e Hatunrumiyoc, un lungo e importante doppio-vicolo inca che termina in Plaza de Armas. Da qui riconosciamo il tragitto per tornare in hotel e visto che siamo stanchi e dobbiamo prepararci alla fase finale del viaggio, rientriamo. Prima però facciamo una piccola spesa nel supermarket vicino e poi andiamo andiamo a dormire senza troppe cerimonie dopo aver cenato a base di riso e pollo nel ristorante dell’hotel. Machu Picchu stiamo arrivando!

Quanto abbiamo camminato oggi? 7 km

 

11/10 Cuzco – Valle Sacra – Ollantaytambo – Aguas Calientes (Machu Picchu)

 

Oggi ci aspetta un lungo spostamento in auto attraverso il Valle Sagrado, la Valle Sacra degli Inca, per raggiungere il treno che ci porterà all’apice di questo viaggio: Machu Picchu.
Dopo colazione prepariamo i bagagli e li lasciamo in reception perché domani, dopo l’escursione a Machu Picchu, torneremo a dormire in questo albergo. Lasciare i bagagli in hotel e muoversi con degli zaini più leggeri è una pratica molto usata, noi l’abbiamo già applicata a Puno e sono così tanti i viaggiatori che adottano questo espediente che gli hotel sono preparati. In particolar modo proprio tra Cuzco e Machu Picchu è una prassi consolidata, anche perché Aguas Calientes non è che sia granché e trascorrerci una notte basta e avanza.
Prima di partire torniamo ancora a San Pedro per gli ultimi acquisti a Cuzco: cinque ciondoli, orecchini, shottino, agendina, peluche di alpaca, sei magneti  e un borsellino con 100 Sol (26 Eu) peraltro pagati con Amex (in un mercato! un mercato peruviano!).
Alle 12:00 arriva puntuale il nostro tassista Willy e iniziamo le escursioni di oggi dal Qorichanka (ingresso 15 Sol, 3.90 Eu solo in contanti). Cuzco è tutta un affascinante intreccio di resti precolombiani e architettura coloniale ma l’emblema della fusione tra le due culture è visibile in questo tempio. Il colpo d’occhio esterno riassume perfettamente quanto è celato dietro le spesse mura: la struttura dell’attuale chiesa e il convento domenicano poggiano sulle solide fondamenta di antichi templi inca dedicati alla luna, alle stelle, all’arcobaleno e al tuono.
Qorikancha è l’emblema di come i conquistadores abbiano sostituito il culto politeista dei nativi con quello monoteista cattolico, costruendo un convento in stile coloniale sopra il tempio più ricco dell’impero inca. Tempio che fu addirittura un regalo di Francisco Pizarro a suo fratello Juan… e che regalo! Muri ricoperti da 700 lamine d’oro di 2 chili ciascuna e al centro una fonte ottagonale rivestita da 55 chili di oro massiccio! (Tutto ovviamente trafugato e fuso pochi mesi dopo l’arrivo degli spagnoli).
Al termine della visita torniamo da Willy e prendiamo una strada che ci porta fuori Cuzco e inizia a salire fino ai 3800 metri di quota di Chinchero. In questo villaggio d’altura ci fermiamo a visitare un’officina tessile di famiglie consorziate che filano la lana per produrre accessori che poi vendono a Cuzco. Qui abbiamo un incontro molto ravvicinato con la materia prima di questi artigiani: lama e alpaca pascolano fuori i cancelli e ne approfittiamo per qualche foto insieme alle star della fauna peruviana.
Riprendiamo la marcia fino a un belvedere che conosce Willy e che ci offre un panorama maestoso: alla nostra destra c’è Pisac, di fronte l’enorme massiccio Chicón con i suoi 5530 metri e la cima innevata, in basso la valle in cui scorre il fiume Urubamba.
L’aria è fredda e minaccia pioggia, risaliamo in macchina e andiamo dritti alla prossima tappa: le saline di Maras. L’ingresso costa 10 Sol (2.60 Eu) e basta un’occhiata d’insieme per meravigliarsi ancora di fronte all’ingegno dell’uomo e alla generosità della natura. Siamo in una gola stretta e profonda posta tra montagne altissime, qui una misteriosa sorgente di acqua carica di sodio ha permesso all’uomo di estrarre il sale nel cuore del Perù.
Queste saline sono utilizzate sin dall’epoca inca, sono costituite da ben 3000 vasche terrazzate che, attraverso un intricato sistema di canalizzazione, distribuiscono e raccolgono l’acqua della sorgente salata che nasce a 4000 metri sul livello del mare. Le vasche sono poste su più livelli in base alla qualità del sale da estrarre, prodotto per diversi scopi: allevamento del bestiame, uso medico e alimentare. Ci allontaniamo un attimo dal percorso guidato e ci spostiamo su un sentiero più panoramico per fare una foto spettacolare su uno scenario incredibile: un vento leggero ha spazzato vie le nuvole, ora di fronte a noi abbiamo tutta la salina che termina alle pendici di un’altra gigantesca montagna carica di neve.
Prima di tornare alla macchina compriamo un po’ di sale e poi attraversiamo diversi villaggi prima di raggiungere Ollantaytambo. Questo paesino di 900 anime ospita un monumentale sito archeologico inca ed è un punto di riferimento importante per chi si dirige verso Machu Picchu. Facciamo un giro, scattiamo foto nelle vie acciottolate e ci spostiamo lentamente verso la stazione dove alle 18:34 abbiamo il nostro treno diretto ad Aguas Calientes. I treni sono usati soprattutto dai turisti perché costano molto, peccato viaggiare con il buio perché alcuni tratti sono illuminati artificialmente e ci rendiamo conto che nell’oscurità deve esserci un paesaggio incredibile visto che il treno viaggia parallelo al fiume Urubamba che scorre impetuoso a pochi metri dalle rotaie.
Arriviamo puntuali alle 20:15, in stazione c’è grande fermento per quello che probabilmente sarà uno degli ultimi arrivi della giornata. Raggiungiamo sotto la pioggia il nostro hotel Panorama B&B e subito avvertiamo qualcosa di inquietante a cui non siamo abituati: nel buio avvertiamo la presenza di due enormi montagne scure che incombono sul nostro balcone con le loro pareti lisce e verticali. Muri alti 2600 metri che dietro di sé hanno celato per secoli l’ultima roccaforte degli inca.
In reception ci consigliano di fare subito il biglietto per il bus che prenderemo domani, quindi ci spostiamo in centro e restiamo direttamente fuori per cena.
Aguas Calientes sembra un outlet a uso e consumo di turisti che sono lì esclusivamente per Machu Picchu, quindi non aspettatevi niente di particolare. Purtroppo piove – e tanto! – quindi non facciamo una grande selezione tra i tantissimi ristoranti e ci buttiamo dentro El Mapi perché ci è piaciuto dall’esterno. Ordiniamo una versione un tantino più elaborata e scenografica del menù monotematico degli ultimi giorni: manzo saltato con patatine fritte, e pollo alla piastra con verdure e purè. Spendiamo 84 Sol (21,70 Eu) e facciamo ritorno verso l’albergo per fare gli ultimi preparativi. Domani ci aspetta il motivo principale per cui siamo qui: Machu Picchu e non solo, perché siamo pronti a scalare anche il Wayna Picchu.
Prima di andare a letto guardiamo ancora una volta lo splendido panorama dal nostro balcone e anche se siamo eccitati per l’impresa che ci attende, abbiamo davanti a noi abbiamo un sonnifero naturale che ci farà riposare: lo scroscio della pioggia incessante che si confonde con il rombo dell’Urubamba. Buonanotte! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 8,3 km

 

12/10 Machu Picchu – Cuzco

 

Ancora una sveglia all’alba, anzi prima perché nonostante la sveglia sia puntata alle 5:30 siamo svegli dalle 4:30! Il motivo è semplice: abbiamo la fermata dei bus per Machu Picchu proprio sotto l’hotel e sentiamo il vociare di tantissime persone che stanno iniziando a mettersi in fila per raggiungere il sito archeologico.
A proposito, come arrivare a Machu Picchu? Si può prendere un bus che costa ben 24 dollari per andata e ritorno (21 Eu). Serve a coprire 8 chilometri e impiega circa 20 minuti di tornanti a picco nel vuoto. Altrimenti è possibile salire a piedi.
I biglietti vanno comprati in centro, presso il botteghino di Consettur, il rivenditore ufficiale che gestisce anche gli spostamenti.
Sono quasi le 7:00 quando ci mettiamo in fila, ormai si è ridotta moltissimo perché i più mattinieri sono già saliti per vedere l’alba. Noi no! Tanto era nuvoloso… 🤣
La strada per arrivare in cima è sterrata e a tratti acciottolata, il bus si muove a scossoni nella radura rigogliosa. Ogni tanto incrocia qualche collega che marcia in direzione opposta e ognuno conosce bene chi ha la precedenza in base agli spazi di manovra. Può succedere di vedere accostare un bus ai margini di uno strapiombo: per chi soffre di vertigini non sarà un viaggio piacevole.
Arrivati all’ingresso mostriamo il biglietto e il passaporto. Ricordate di comprare in anticipo il titolo di accesso perché gli ingressi sono limitati, ho spiegato come fare nel post dedicato dove ci sono le istruzioni per acquistare il biglietto per Machu Picchu.
Una cosa da notare e che ci spiegano anche in hotel: all’interno del sito archeologico non ci sono bagni. Si trovano solo ai varchi di accesso e poi stop. Tenetelo in considerazione, specialmente se avete in programma di visitare anche Wayna Picchu. Subito dopo l’ingresso ci fermiamo a ritirare la mappa e iniziamo il nostro giro dalla Capanna del Custode, qui c’è un sentiero a zig-zag che porta a una serie di terrazzamenti da cui è possibile scattare la famosa foto panoramica di Machu Picchu. Il sito è avvolto dalla nebbia in attesa che il sole diventi alto, non piove più ma ci sono ancora nuvole che si muovono veloci e minacciose. Mentre facciamo foto e video, ci spostiamo alla ricerca di visuali sempre migliori e ogni volta il nostro soggetto immobile cambia grazie al movimento prodotto dalle nubi, dal sole, dalle ombre. L’antica cittadella inca si svela poco alla volta fino a mostrare tutta la sua magia fatta di storia, natura, spiritualità e mistero.
Le antiche mura passano da un colore grigio plumbeo a tonalità più chiare man mano che il sole le asciuga, l’erba è di un verde brillante che abbaglia e mentre ci spostiamo verso l’interno del sito, i custodi iniziano a lavorare sulla manutenzione dei prati con la collaborazione di qualche lama lasciato liberamente e pascolare tra le rovine. Di fronte a noi incombe il massiccio verticale del Wayna Picchu, ci osserviamo a vicenda: siamo pronti alla sfida.
La nostra visita prosegue così, seguendo il percorso che affianca le vasche cerimoniali e si addentra nel cuore della città, passando per il Tempio del Sole e fino alla Piazza Sacra.
Machu Picchu fu annunciata al mondo dall’archeologo Hiram Bingham nel 1911, viene considerata la città perduta degli Inca perché non è mai menzionata nelle cronache dei Conquistadores spagnoli. Ma questo non vuol dire che sia stata scoperta agli inizi del XX secolo. Il sito era stato precedentemente saccheggiato da predoni e quando Bingham arrivò con la sua spedizione ci trovò addirittura dei campesinos che vivevano e lavoravano nella città sacra!
Quando si parla di Machu Picchu si parla di mistero perché la sua storia non è ben definita, di certo sono stati trovati templi, un osservatorio e strutture cerimoniali su un lato del grande prato centrale che separa l’altro lato della roccaforte inca, dove si trovano gli alloggi dei residenti, dei contadini e degli artigiani. La cittadella ha ospitato fino a 700 abitanti ed è stata costruita in circa 50/70 anni, nonostante un secolo di studi ancora non sono riusciti ad attribuire con esattezza perché sia stata costruita in questo luogo remoto a 2400 metri d’altezza. Le ipotesi sono diverse: si va dalla città consacrata agli dei dai sacerdoti, per via della sua buona posizione per osservare le stelle, fino alla residenza estiva di Pachacutec, l’imperatore che favorì l’espansione degli inca, fino ad arrivare alla tesi più affascinanti che vede rifugiarsi in questa roccaforte gli ultimi inca, consapevoli della sconfitta subita dagli spagnoli e dell’impossibilità di risollevare le sorti dell’impero. Decisero quindi di isolarsi per preservare la loro identità senza più contatti con gli uomini bianchi, in attesa di riconquistare il Perù ormai perso.
Il nostro viaggio nel tempo si interrompe alle 10:00, quando dopo aver attraversato tutta la città arriviamo alle pendici del Wayna Picchu: è arrivato il momento di iniziare l’ascesa.
Il Wayna Picchu, o Huayna Picchu, ormai si è capito, è quel cucuzzolo che sovrasta Machu Picchu. Dalle foto classiche del sito archeologico, quelle che conosciamo tutti, non si vede, eppure proprio lassù ci sono le rovine di un tempio e per arrivarci si percorre una vertiginosa scalinata che sembra scolpita nella roccia. Man mano che ci avviciniamo all’ingresso del Wayna riusciamo a vedere a occhio nudo le persone che salivano, ed è un po’ come aspettare il proprio turno sotto una montagna russa al Luna Park. Poi è toccato a noi.
Si può accedere al Wayna Picchu solo su prenotazione e l’ascesa è divisa in due turni di due ore, uno alle 8:00 e uno alle 10:00, il nostro. Ogni turno è riservato a massimo 200 persone al giorno, quindi chi ha intenzione di fare questa esperienza deve giocare d’anticipo. All’ingresso firmiamo un registro con l’orario di partenza e mentre entriamo nel fitto della foresta assistiamo a scene di giubilo di persone che tornano stravolte dalla fatica ma che hanno completato il percorso.
Il dislivello è solo di 300 metri ma ci vogliono tra i 60 e i 90 minuti per arrivare in cima. All’inizio è una passeggiata in salita, con qualche fatica in più per l’altitudine, poi diventa sempre più impegnativa. I gradini sono stretti e alti, mentre li affronti incontri qualcuno che rinuncia e torna indietro, superi persone che poi non vedrai arrivare in alto ma resti sempre concentrato sulle scale. Ogni tanto tiriamo su la testa per ammirare il paesaggio che ci circonda. In alcuni tratti le scale sono a pioli e bisogna usare mani e piedi per salire, più si va su e più diventa difficile. L’attenzione è alta perché è piovuto molto e alcuni tratti sono scivolosi, non ci sono protezioni e sotto c’è uno strapiombo di 2000 metri che termina nel fiume Urubamba. Tutto intorno altre vette enormi rivestite di alberi.
Facciamo tre pause per bere, senza sederci e senza recuperare troppo per non perdere il ritmo. Dopo 50 minuti siamo in vetta e il panorama ripaga la fatica: questa visuale di Machu Picchu la vedono meno di 400 persone al giorno e noi ce l’abbiamo fatta!
La discesa è sicuramente meno impegnativa della salita ma ugualmente complicata per questioni di sicurezza, quindi manteniamo alta la concentrazione fino al momento di firmare il registro con l’orario del ritorno: sono le 12:15 quando rientriamo nel sito principale ancora pieni di adrenalina e carichi di nuove energie nonostante la fatica. Ci avviamo lentamente verso l’uscita continuando a vagare per il lato di Machu Picchu che ancora non abbiamo visto, poi ci mettiamo in coda per prendere il bus del ritorno (una fila di quasi un’ora) che ci riporterà in hotel per fare una pausa prima di riprendere il treno. Siamo stanchi, sporchi e sudati eppure molto soddisfatti!
Non abbiamo più la camera ma in reception sanno come funziona con le escursioni, quindi ci permettono di usare i bagni e preparare qualche tisana e panini con marmellata. Sembra sia stata solo una tregua durata giusto il tempo della nostra missione, perché nel pomeriggio riprendere a piovere fortissimo e continua finché non andiamo in stazione a prendere il treno che alle 16:33 ci porterà a Poroy, la stazione di riferimento di Cuzco (16 km), dove ci aspetta Willy per riportarci al nostro hotel Esplendor per 30 Sol (7.80 Eu) per ricongiungerci con le nostre valigie. Sono le 21:15 passate e siamo cotti, quindi non perdiamo tempo a cercare un locale e ci infiliamo nel ristorante dell’albergo di fronte a noi: il bellissimo patio coloniale del Terra Andina sarà la cornice di quest’ultima cena a base di riso e pollo 93.50 Sol (24.10 Eu).
Poi resta solo il tempo di una lunga doccia e crolliamo. Con la visita a Machu Picchu il viaggio ha toccato il suo apice e tutto è filato alla grande, da domani si pensa al ritorno a casa…

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,5 km

 

13/10 Cuzco – Lima

 

Dopo l’ultima colazione a Cuzco facciamo check out e alle 9:00 siamo nella macchina di Willy che è venuto a prenderci per accompagnarci in aeroporto.
Willy è stato molto gentile, ha sempre guidato bene e accolto le nostre richieste. Al momento dei saluti gli facciamo i complimenti per come svolge il suo lavoro e promettiamo che suggeriremo volentieri il suo nome ad altri viaggiatori che andranno in Perù a fare questo giro: promessa mantenuta!
In aeroporto notiamo per la prima volta una certa inefficienza organizzativa di cui avevamo tanto letto, forse con gli aerei ci sanno fare un po’ meno rispetto alle corriere ma la traversata Cuzco-Lima in bus proprio non si poteva fare e quindi pazienza se prima ci dicono un gate e dopo 10 minuti un altro ancora. Anche al nuovo gate vediamo che imbarcano un volo diverso dal nostro e solo un annuncio carpito al volo dall’altoparlante ci informa del nuovo cambio: stavolta il gate è tre piani più in basso. Quando arriviamo al posto giusto evidentemente non è il momento giusto perché ci dicono che il nostro aereo ancora deve arrivare! Alla fine il ritardo totale sarà solo di mezz’ora, sopportabile.
Alle 13:30 lasciamo l’aeroporto di Lima con un taxi Green per 60 Sol (15.60 Eu) più uno sconto di 10 Sol se lo prenderemo anche per il ritorno.
Dopo due settimane siamo di nuovo qui, nella capitale, immersi nel traffico e a 45 minuti dalla nostra destinazione. Stavolta non andiamo a Miraflores ma nell’adiacente quartiere San Isidro, il cuore finanziario di Lima, dove ci aspetta l’ultima notte peruviana presso l’Atton Hotel. In realtà noi abbiamo prenotato l’hotel Foresta ma a causa di lavori di ristrutturazione ci hanno ricollocato in questa struttura, un upgrade inaspettato e sicuramente gradito una volta visto l’albergo e i suoi servizi. Ma non perdiamo tempo, ormai siamo allenati a certi ritmi, quindi lasciamo solo le valigie, raccogliamo in reception qualche informazione per cena e andiamo dritti in centro con un taxi fermato per strada (quelli che sostano vicino gli alberghi costano sempre di più!) al costo di 15 Sol (3.90 Eu).
Il programma che abbiamo in testa è molto semplice: seguire l’itinerario a piedi di Lima Centro suggerito dalla Lonely, con alcune varianti fatte in casa. Partiamo dalla bella Plaza San Marten e procediamo lungo la pedonale Jiròn de la Uniòn: una strada dello shopping un po’ scalcagnata che termina nella grande Plaza de Armas. Durante il tragitto ci fermiamo a visitare la barocca Iglesia de la Merced, una chiesa del 1541 dove fu celebrata la prima messa di Lima.
Curata, ampia, con un’antica fontana del 1650 al centro, la piazza fu il primo insediamento spagnolo e il Palazzo del Governo, quello dell’Arcivescovo e la Cattedrale della città che la circondano ne testimoniano ancora oggi l’importanza.  Dopo aver fortuitamente assistito all’ingresso di una sposa nella cattedrale, scortata da un manipolo di militari in alta uniforme, e al cambio della guardia del palazzo presidenziale, ci allunghiamo a visitare l’importante chiesa di Santo Domingo che custodisce le spoglie di tre santi peruviani e poi proseguiamo per il Parque de la Muralla, situato alle spalle dei palazzi governativi e a ridosso del fiume Rimac. Qui si possono osservare alcuni tratti dell’antica cinta muraria ma noi restiamo soprattutto affascinati dalle piccole arene circolari che sono disseminate nel parco, dove la gente del posto si accalca per assistere a spettacoli teatrali, musicali, di danza tradizionale e sembra divertirsi un mondo.
Non capiamo molto di quello che accade e non riusciamo ad apprezzare l’intrattenimento proposto, così ci rifugiamo nella prossima destinazione, decisamente più prosaica: il supermercato Metro, per acquistare spezie, gelatine e cioccolata (24 Sol, 6.25 Eu).
Ormai è buio, il quartiere non è proprio dei migliori e anche sulla guida consigliano di visitarlo solo durante il giorno, così ci spostiamo verso le zone dove ci sono i locali per trascorrere la serata. Basta riso e pollo! Per l’ultima cena peruviana vogliamo mangiare pesce, come il primo giorno, quindi torniamo a Miraflores e visto che il tassista che abbiamo fermato sembra non conoscere troppo bene la strada, né come funziona il navigatore di Google, gli diamo una mano e con 20 Sol (5.20 Eu) ci portiamo da soli da Punto Azul (quello in Calle San Martin, l’altro locale con lo stesso nome è aperto solo a pranzo). Dopo un’attesa di 45 minuti ci fanno sedere e ordiniamo: polpo arrosto, un esplosivo riso con calamari e gamberi, davvero molto condito e due grandi filetti di palmerita arrosto, un pesce locale accompagnato con insalata. Spendiamo 125 Sol (32.60 Eu) e siamo pronti a lasciare il Perù con un ottimo sapore in bocca. Proprio come successo all’arrivo da Panchita, ormai è chiaro: in Perù si mangia benissimo! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 7 km

 

14/10 Lima – Roma

 

La miglior colazione del viaggio la facciamo proprio sul gran finale all’Hatton, al quale chiediamo e otteniamo un check-in ritardato alle 14:00 per fare i bagagli dopo una visita al Mercado Inca e a quello Indio per le ultime compere.
Spendiamo 20 Sol in tutto per andare e tornare (5.20 Eu), compriamo giusto qualche coppa con cannuccia per il mate e vaghiamo tra i banchi ormai stanchi, non c’è niente di diverso o particolarmente conveniente che non abbiamo già visto durante il viaggio. La conclusione in materia di souvenir per noi è semplice: meglio comprare di volta in volta durante le varie tappe e non attendere l’ultimo giorno a Lima.
Al ritorno ci mettono a disposizione sauna e doccia per rilassarci prima di lasciare l’hotel, purtroppo dobbiamo rinunciare perché sono quasi le 16:00 e il taxi che abbiamo prenotato sta per arrivare. Chiudiamo in fretta le valigie e il ritardo di 15 minuti del nostro taxi che arriva solo in seguito a un sollecito telefonico della reception, è un cattivo presagio per tutto quello che succederà durante il viaggio di ritorno.
KLM ci comunica via SMS di aver cancellato la nostra coincidenza da Amsterdam a Roma per un problema tecnico e ci sposta su un aereo Iberia che parte da Lima e fa scalo a Madrid per atterrare a Roma addirittura 20 minuti prima di quanto previsto dal nostro piano di volo. Facciamo regolarmente check-in ai banchi di Iberia, imbarchiamo i bagagli e mentre ci spostiamo al gate delle partenze compriamo al duty free pisco e cioccolata.
Siamo in coda per salire a bordo quando sentiamo i nostri cognomi dall’altoparlante e pensiamo a qualche priorità concessa per via della cancellazione. Invece è l’esatto contrario: ci comunicano che siamo in overbooking e che potremo salire a bordo solo se qualcuno rinuncerà a partire! Una volta riempito l’aereo e lasciati a terra, il personale Iberia ci porta rapidamente all’imbarco del KLM in partenza, in pratica sul volo che avremmo dovuto prendere e che avevamo acquistato! La domanda resterà irrisolta: perché spostarci su Iberia sin da Lima se il volo KLM cancellato era solo la coincidenza Amsterdam-Roma e non quello in partenza dalla capitale peruviana? Il mistero lo capiamo in volo, quando si presenta il capitano dell’aereo con le nostre nuove carte d’imbarco e scopriamo che ci hanno prenotato un albergo per la notte del 15 Ottobre ad Amsterdam ed emesso un biglietto per Roma per la mattina all’alba del 16/10: il tutto di propria iniziativa e senza informarci adeguatamente. Ma non è finita, perché ovviamente i nostri bagagli sono rimasti nella stiva dell’aereo Iberia, con la rassicurazione che sarebbero arrivati a Roma prima di noi e che li avremmo già trovati a destinazione. Sì, come no…
Una volta atterrati a Schipol andiamo al desk KLM, protestiamo per come hanno gestito il nostro caso e chiediamo di trovare un aereo che ci porti a destinazione secondo i nostri piani e che ci ricongiunga al più presto con i nostri bagagli e non il giorno dopo. Tirano fuori dal cilindro un volo in partenza per Bruxelles e poi dalla capitale belga un aereo Brussels Airlines con destinazione Roma. Con questo doppio scalo riusciamo ad arrivare due ore dopo l’aereo che da Madrid avrebbe portato le nostre valigie. Condizionale d’obbligo perché una volta a Roma, come previsto, le valigie non sono arrivate e nessuno sa dove siano.
All’ufficio Lost & Found accettano la denuncia a titolo di cortesia perché il responsabile della consegna bagagli è sempre l’ultimo vettore, in questo caso Brussels Airlines, che però le nostre valigie non l’ha neanche mai viste! Difatti arrivano dopo altri due giorni dall’aeroporto di Madrid dove sono state ispezionate in dogana e ci chiamano per andare a riprenderle perché nessuna compagnia si assumeva le responsabilità dell’accaduto e il costosissimo onere di una consegna a domicilio! Ok, vado a prenderle di persona e poi iniziamo la trafila dei reclami e le richieste di risarcimento.
Nel momento in cui pubblico questo post, 20 giorni dopo il ritorno, in seguito a numerosi solleciti via social e sito, KLM ha risposto con scuse formali e una proposta di rimborso di 125 Euro per passeggero. Proposta che ho declinato per portare avanti una richiesta di risarcimento più adeguata alla gravità dei fatti e ai disagi procurati con un comportamento irresponsabile delle compagnie aeree coinvolte. Abbiamo trovato supporto presso un legale specializzato di Federviaggiatori e al termine della disputa aggiornerò il post con l’esito finale.
Ma non vogliamo che sia questo il ricordo finale di questo viaggio.
Quanto accaduto sulla strada del ritorno è solo un episodio negativo, gestito malissimo da KLM, che non influenzerà il ricordo positivo di 15 giorni trascorsi a stretto contatto con la natura, il cibo, i paesaggi, i colori e la gente del Perù.

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 90 km

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Perù di Lonely Planet disponibile su Amazon
Libri letti su Kindle: I simboli maya, inca e aztechi di Heike Owusu, Paperino – Il mistero degli Incas di Carl Barks e La via d’oro di James Rollins
Tutti i dettagli sulla prenotazione dei treni, dei bus e degli ingressi a Machu Picchu sono descritti nel post dedicato all’organizzazione di un viaggio in Perù