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Diari di viaggio di Luigi De Luca. Travelblogger dal 2006

Diario di viaggio in USA: Route 66 da Chicago a Los Angeles

by Luigi De Luca on 9 ottobre 2006

Route 66

La Route 66 a Essex, California

Dopo circa 20 giorni di viaggio, dopo aver percorso 5230 Km, dopo 8 pieni di benzina, dopo aver pernottato in 11 città di 8 diversi stati, dopo aver visitato oltre 20 località e 4 grandi parchi, insomma dopo questi dettagli e molte vicende, io e Dan, il mio compagno di viaggio, siamo tornati!

Ho riletto l’ultimo post e ora posso affermare con certezza che questo 2006 lo ricorderò per sempre.
E questo viaggio ha messo sul piatto della bilancia così tanta positività da riscattare l’amaro dei precedenti mesi, quindi ringrazio la Route 66 perché mi ha dato esattamente ciò che cercavo: orizzonti nuovi, silenzi irreali, paesaggi dolci e aspri, in ogni caso unici. Ringrazio la Route 66 per essere stata se stessa, quella letta sui libri e vista al cinema.
Ho scritto qualche appunto durante il viaggio e ho deciso di pubblicarlo sul mio trascurato blog, a disposizione di quanti mi hanno chiesto un resoconto del viaggio e di chi avrà bisogno di informazioni del genere prima di intraprendere un viaggio simile.
On the road ci si deve aiutare, quindi chi è pronto ad andare negli USA a percorrere la mother road, non esiti a contattarmi, sarò lieto di rispondere a qualsiasi domanda su questo blog o in privato.
Adesso cominciamo, dall’inizio…

 

21/09/06 Roma – Chicago

 

La partenza si rivela molto dura: sveglia all’alba e alle 6 siamo già in aeroporto. Il volo per Madrid fila via liscio in un paio d’ore e non dobbiamo attendere molto per la coincidenza.
Decolliamo per Chicago alle 12 circa e dopo 9 ore e due pasti degni di un lager, atterriamo nella capitale dell’Illinois. Sbrigate le pratiche doganali, corriamo incontro ai nostri bagagli che stranamente sono già sul nastro! Il colpo di fortuna è insolito e non perdiamo l’occasione per guadagnare del tempo: ci avventiamo come falchi sulle valigie e alle 15 circa siamo già sullo shuttle diretto verso l’Holiday Inn Mart Plaza!
L’impatto con la città è emozionante, lo skyline si presenta con l’imponente facciata della Sear Tower e il nostro hotel va oltre le aspettative: è nel cuore della city e la nostra camera affaccia sulla torre del John Hanckok Center.
Incuranti del fuso usciamo a esplorare le strade e subito l’impressione è ottima: le strade, i locali, i palazzi, le persone, è tutto favoloso!
Costeggiamo il Chicago River fino all’incrocio col Magnificent Mile che risaliamo fin sotto al John Hancock. Il grattacielo è maestoso, vola verso il cielo e ci invita a salire, a guardare l’immenso panorama che offre la città di notte. Saliamo fino al bar del piano 96 e lì restiamo a bocca aperta: le strade, le luci, la macchia buia ed enorme lasciata dal lago Michigan nel cuore della città sfavillante, ci tengono incollati ai vetri.
Una volta coi piedi per terra iniziamo la ricerca di un posto dove mangiare, e alla fine puntiamo su una steakhouse vicina all’hotel. Locale bellissimo, sul fiume, dall’atmosfera raffinata. Nella zona del bar per 18 $ a testa ci servono un mega hamburger di 3 chili 🙂
La prima giornata negli Stati Uniti si chiude con l’orologio indietro di 7 ore e un bilancio iniziale che dà energia, anche se siamo più scarichi di una vecchia pila di Volta.
Le ultime forze le impieghiamo per una doccia e una grande dormita.

 

22/09/06 Chicago

 

Al mattino ci alziamo di buon’ora perché abbiamo un programma molto fitto e vogliamo rispettarlo.
Si comincia da Lou Mitchell, il primo locale segnalato dalle guide che si occupano di Route 66. È celebre per le sue colazioni ed effettivamente merita la fama che ha: mangiamo scrambled eggs con bacon, pancake con sciroppo d’acero e marmellata, succhi e caffè e spendiamo solo 9 dollari.
All’uscita passiamo sotto la celebratissima Sear Tower ma l’impatto è meno emozionante del previsto, concludiamo che la città ha grattacieli molto più belli. Per esempio il 333 di Wacker Drive, a cui ci affezioniamo idealmente.
Ormai abbiamo preso confidenza con la Loop, la sopraelevata che serve il cuore di Chicago, così ci spostiamo verso l’Art Institute, esattamente all’incrocio di Jackson Bv. con Michigan Av., è qui che inizia la Route 66 e un cartello con scritto “BEGIN” ci ricorda perché siamo lì.
Dopo ci immergiamo nel verde del Millennium Park e la passeggiata ci regala sorprese dietro ogni sentiero, in particolare ci colpisce l’auditorium all’aperto progettato da Frank O. Gehry e ‘il fagiolo’ di Anish Kapoor, una scultura enorme, in titanio, che riflette e distorce il cielo, lo skyline della città e tutto ciò che si specchia sulla sua superficie. Trovate alcune foto di questo spettacolare parco visitando questo link.
Osserviamo le persone, la pulizia e la cura con cui conservano le cose che hanno e siamo contenti di aver prolungato il soggiorno a Chicago: è una città magnifica!
Dopo una breve pausa in hotel per riprendere le forze, siamo pronti per la cena. La nostra destinazione è Billy Goat Tavern, il luogo preferito dai giornalisti del Chicago Tribune.
Il locale è nelle vicinanze della torre che prende il nome dalla mitica testata cittadina, in un sottoscala per la precisione. L’aspetto è molto trasandato, sembra la classica bettola, ma l’ambiente è familiare e trasmette una calma anomala in una metropoli così grande e indaffarata.
Rispettiamo la “tradizione” gastronomica del posto e ordiniamo double cheeseburger e hot dog, ma soprattutto respiriamo l’aria del tipico locale americano: bancone, gestori, tavoli, sedie, tutto richiama gli anni ’50. E non è un ambiente ricostruito: è così da sempre!
A cena finita torniamo nel Loop: la notte è lunga e si vede che la gente di Chicago è pronta a viverla. Girovaghiamo per la città, arriviamo fino ai giochi d’acqua, luci e musica della Buckingham Fountain di Grant Park e restiamo ad ammirare lo skyline notturno dalle rive del lago Michigan.
Ormai è notte, e ci ritroviamo seduti su una panchina lungo il fiume a fumare l’ultima sigaretta dedicata a Chicago. La città del blues e di Al Capone ci ha sorpreso: è davvero bella, da conoscere più a fondo. In pratica merita una vacanza a sé 🙂
Poi torniamo in hotel, è ora di programmare la partenza del giorno dopo, St. Louis ci aspetta.

 

23/09/06 Chicago – St. Louis (Km. 584)

 

Alle 7 siamo già in piedi, pronti a ritirare l’auto presso Alamo.
Sbrigate le pratiche burocratiche facciamo conoscenza con la Chevrolet Impala che per quasi 2 settimane sarà un po’ la nostra casa, insieme alla strada. Tanto per prendere confidenza con l’auto e la viabilità americana facciamo subito un paio di memorabili infrazioni, ma siamo fortunati: a parte qualche strombazzata, nessuno ci nota e ci dirigiamo verso Lou per un’altra grande colazione. Bissiamo il menù di ieri e dopo aver salutato la simpatica Linda, una donnona innamorata delle calzature italiane che ci ha servito la colazione, apriamo le mappe con un solo obiettivo: prendere la strada e arrivare a St. Louis.
Lasciare Chicago non è semplice ma alla fine veniamo indirizzati sulla I-55 South, la strada che dopo circa 300 miglia ci porterà a destinazione.
Guidare negli USA risulta facile e gradevole, specie se si conosce il percorso da seguire e si ha un’auto fornita di pilota automatico, come la nostra. Seguendo le indicazioni della DeLuchina, una “guida” alternativa composta da me in Italia con le mappe per raggiungere tutti i luoghi dove pernotteremo, arriviamo finalmente al motel Ramada.
Giusto il tempo per posare i bagagli e raccogliere informazioni su come raggiungere downtown e siamo di nuovo in strada. La città è a 18 miglia da noi ma raggiungerla non è difficile, troviamo subito il parcheggio indicato sulla guida e iniziamo l’escursione del Jefferson Memorial.
Il panorama che ci attende subito fuori la rimessa, è di quelli che si ricordano per sempre: siamo affacciati sul Mississippi, che scorre placido, larghissimo e scuro. Alle nostre spalle c’è il Gateway Arch, una struttura alta 164 metri opera del finnoamericano Saarinen, che rappresenta idealmente la porta per l’Ovest, ruolo che nella storia degli Usa è sempre appartenuto alla città di St. Louis. Dal greto del fiume provengono il suono e la voce di un concerto blues, che ci attirano a vedere uno show organizzato in uno scenario unico. C’è perfino un interprete affianco alla cantante che traduce le canzoni con il linguaggio dei sordomuti a tempo di musica, come se ballasse! Dietro il palco, sull’altra sponda, sono ormeggiati vecchi battelli a pale trasformati in luminosi casinò.
Dopo aver passeggiato su Market St. ci dirigiamo verso Laclade, il quartiere storico della città, ricco di locali. Sembra di essere in un film: tutto è rimasto come agli inizi del secolo scorso. Le strade lastricate sono attraversate dalle carrozze, i tombini fumanti, le luci soffuse, le abitazioni di mattoni rossi, tutto ti riporta indietro nel tempo. Solo la moderna supercostata di maiale spennellata di salsa bbq e l’indigena Bud Light che ordiniamo dallo storico Hannegan’s, ci ricordano che siamo nel 2006. Così, a stomaco pieno, facciamo ritorno al motel, lasciandoci alle spalle i colori dei fuochi d’artificio che esplodono sul fiume, perfettamente incorniciati all’interno del Gateway Arch.
È tardi, bisogna riposare, domani si riprende la strada.

 

24/09/06 St. Louis – Springfield (Km. 516,8)

 

Sveglia alle 7, ci aspetta una gran colazione a base di waffle e muffin prima di iniziare il viaggio verso Springfield.
Cominciamo il viaggio sulla I-55 che abbandoneremo poi per la I-44, ma alla prima uscita utile siamo subito a cavallo della nostra strada, la Route 66.
Percorriamo miglia su miglia circondati dai boschi delle colline Ozark. Il paesaggio è incantevole, stiamo attraversando gli USA meno conosciuti, fatti dalle persone comuni, dai paesini sulle strade, dal calore e dalla curiosità per gli stranieri che attraversano il loro territorio.
Superate le Meramec Caverns, luogo di rifugio per banditi e soldati durante la guerra civile, la Route 66 passa per il centro abitato di piccoli paesi: Cuba, Rolla, Lebanon sono i più caratteristici ed effettivamente si nota come la loro economia attuale sia risollevata dal turismo prodotto dalla mitica strada.
Tutto o quasi è intitolato a lei, è la consacrazione del mito, un inno all’asfalto che per anni ha collegato il West e l’East di questa giovane nazione.
Procediamo meravigliati tra pompe di benzina e motel fatiscenti, fino all’ora di pranzo che ci vede sbranare un ottimo bacon cheeseburger al Rocking Chair, un localino ai margini della I-44, strada veloce che ci porterà fino a Springfield.
Dopo una pausa in hotel riprendiamo la strada per raggiungere Branson, la Las Vegas del Missouri per via dei numerosi show in programma durante la stagione estiva.
Le 40 miglia che ci separano dalla città sono tempestate di cartelloni che pubblicizzano i tantissimi spettacoli previsti, e i concerti di musica folk e country la fanno indubbiamente da padroni.
Siamo sempre più curiosi e una volta parcheggiato, la città si presenta nel migliore dei modi: inno americano e spettacolo di fontane e fuochi sulle acque del fiume.
Dopo una passeggiata sulla commercialissima Main Street, sembrava un outlet italiano anche se credo che siano gli outlet italiani a ispirarsi a questi centri americani, andiamo da Texas a mangiare una morbida steak sirloin da 8 once.
Dopo 323 miglia e 9 ore di auto ci restano le forze solo per trascinarci in hotel e chiudere gli occhi, buonanotte Missouri.

 

25/09/06 Springfield – Oklahoma City (Km. 544.8)

 

Alle 9 siamo in macchina per affrontare quella che nei programmi iniziali doveva essere la tappa più lunga del viaggio: 545 km da Springfield a Oklahoma.
Solo col trascorrere dei giorni ci accorgeremo che sarà stata una tappa “nella media”, la più lunga arriverà tra qualche giorno, sì che arriverà 😉
Meglio non fidarsi troppo delle programmazioni fatte in Italia, on the road tutto può cambiare… garantito!
Sulla strada ci fermiamo ad ammirare gli edifici in stile vittoriano di Carthage, un piccolo paese curato e orgoglioso della sua fama di città storica degli USA.
Al centro della città c’è l’edificio della Court House, che pare un castello, e tutto intorno si sviluppa il tessuto cittadino, tranquillo e bonario, che sa di cose semplici ma vere. Ci sono gli empori, gli antiquari, il pub dove gli anziani fanno colazione e giocano a ramino. Insomma, Carthage è molto bella e ci spiace dover ripartire.
Ma la strada ci attende e non resistiamo all’idea di proseguire, senza mappe, sulla Route 66. Dopo diverse deviazioni e richieste di info, all’orizzonte appare Tulsa, la nostra prossima tappa di passaggio.
La città, resa celebre dal boom petrolifero, non è particolarmente interessante, però conserva per circa 40 miglia uno spettacolare tratto storico della Route 66, quello del 1927-1932, che ovviamente percorriamo per intero.
La Old 66 serpeggia per la città e offre scorci incredibili della periferia, conservata nello stile inizi ’900, mentre tutto intorno le moderne “Interstate” portano a destinazione rapidamente ma con meno poesia.
Noi non abbiamo fretta e così, al termine del tratto storico, mangiamo un boccone da Subway e poi riprendiamo la I-44 verso la nostra méta.
Siamo ormai in pieno Oklahoma e il paesaggio è caratterizzato da vaste pianure e pascoli. Anche le persone sembrano più rudi, abituate a lavorare nei campi e a lasciare poco spazio alle distrazioni. Ce ne accorgiamo già dal caos e dal traffico isterico nei pressi della capitale.
Arrivare in hotel si rivela più complicato del previsto ma dopo 100 calcoli, centriamo l’obiettivo.
La pausa per scaricare i bagagli e rinfrescarsi è breve come sempre, così riprendiamo subito la macchina e andiamo in centro, a visitare il memoriale costruito per ricordare le vittime dell’attentato terroristico del 1995.
L’impatto è forte, al posto dell’edificio distrutto ci sono due enormi mura di marmo nero e lucido, una di fronte all’altra. Tra loro uno specchio d’acqua delimita l’ex superficie del palazzo federale distrutto. In cima alle lastre in marmo nero campeggiano i numeri 9:01 e 9:03, gli orari delle esplosioni.
A rendere ancora più suggestiva l’atmosfera ci sono 168 sedie vuote, rivolte verso lo specchio d’acqua. Ogni sedia ha il nome di una vittima e vengono i brividi a vedere sedie grandi, per gli adulti, alternarsi a sedie piccole, per i bambini.
Dietro di loro, come un monito contro l’odio e il terrore, sono state lasciate le macerie, grezze, delle mura che hanno resistito all’urto.
Uscendo notiamo sul muro d’ingresso le foto di chi quel giorno ha perso la vita, i biglietti, le dediche, le preghiere, i fiori, tutto come se la tragedia fosse successa ieri e non 11 anni fa.
Andiamo via con una consapevolezza: gli americani, rispetto a noi, non si limitano a ricordare, gli americani non dimenticano.
Torniamo verso l’hotel e come indicato sulla guida ci fermiamo per un hamburger al Charcoal Oven, uno storico drive in dove puoi ritirare la tua cena dall’auto. Ormai abbiamo familiarizzato con queste strade e così ci godiamo una bella escursione notturna tra le stradine di periferia, fino in hotel.
Poi non ci resta che chiudere gli occhi e dormire, domani toccherà ad Amarillo.

 

26/09/06 Oklahoma City – Amarillo (Km. 454.4)



Come sempre, di buon mattino, ci mettiamo in viaggio per raggiungere la nuova destinazione: Amarillo, in Texas.
La prima sosta è a Clinton, dove ci fermiamo a visitare un piccolo e dettagliato museo che l’Oklahoma ha dedicato alla Route 66.
Parliamo con persone che ci raccontano le imprese della loro famiglia sulla mitica strada, e restiamo affascinati dall’attaccamento che molti americani hanno per la tradizione. Sono dei nostalgici, a una certa età sentono il bisogno di ricostruire il passato, ripercorrerlo a ritroso, come per cercare le proprie origini, le radici della loro esistenza.
Andiamo via soddisfatti e, percorrendo un tratto storico della nostra strada, puntiamo su Texola. La città è al confine tra Oklahoma e Texas e sembra un set cinematografico. È deserta, spoglia e trascurata ma conserva un fascino spettrale. Siamo in vena di avventura e quindi decidiamo di pranzare proprio nell’unico ristorante del posto, il Windmill, dove prendiamo un panino chop beef davvero ottimo, condito con una grande salsa bbq.
Ripresa la strada, ci dirigiamo senza indugi verso Amarillo ma… durante il percorso una specie di albero di natale luminoso taglia in due l’aiuola spartitraffico e punta su di noi.
È una pattuglia della polizia texana che, dopo aver fatto testacoda sulla nostra corsia, si attacca con il muso al posteriore della nostra Chevrolet. Sembra voglia darci il benvenuto a tutti i costi, così rallentiamo e ci fermiamo.
Manteniamo la calma e aspettiamo in macchina che il poliziotto ci raggiunga. Al suo arrivo ci contesta l’infrazione ai limiti di velocità dello Stato: andavamo a 83 miglia orarie invece delle 70 consentite: ci ha misurato col laser venendoci incontro sull’altra corsia!
Lo convinciamo che siamo dei bravi turisti rispettosi e che il nostro limitatore era puntato sui 70, così ci grazia ed emette solo un warning, un avvertimento.
Per stavolta niente multa, ma la prossima…
Arrivati ad Amarillo ci fermiamo in hotel e gironzoliamo per la città in attesa della cena, quindi andiamo verso il caratteristico quartiere di San Jacinto, dove lungo la 6th ci sono antiquari, librerie, abbigliamento vintage e altre merci polverose e di seconda mano.
Ma il pezzo forte della strada sono i locali con le loro insegne, e noi ci fermiamo al più famoso: il Blue Gator. Tavolacci all’esterno che danno sulla strada, birra ghiacciata da 1,50 $ e un favoloso tramonto reso ancora più scintillante dalle cromature di decine di enormi Harley che qui sembrano proprio essere di casa. Dopo una porzione di chips con gazpacho, raggiungiamo il mitico The Big Texan per mangiare una celebre bistecca texana.
Il locale è degno della fama che ha, è talmente famoso e celebrato che all’interno ha anche un negozio di souvenir a tema, tutti dedicati al suo nome, allo Stato che l’ha reso celebre, ai cow boy dei ranch, ecc….
All’interno i camerieri girano per i tavoli in costume d’epoca, mentre un complessino acustico incanta gli spettatori con le ballate del vecchio West. Tutt’intorno animali impagliati, scale e soppalchi in legno come in un vero saloon!
Per non parlare della carne, assolutamente all’altezza delle aspettative. Divoriamo una ribeye da 12 once e poi andiamo in hotel soddisfatti.
Amarillo, che doveva essere solo una tappa di attraversamento, ci ha riservato tante sorprese.

 

27/09/06 Amarillo – Tucumcari (Km. 411.2)



Al mattino lasciamo Amarillo. Sarà una giornata di attraversamento da affrontare con calma visto che Tucumcari, nostra prossima destinazione, dista solo 120 miglia.
Durante il viaggio osserviamo come sia cambiato il panorama circostante, ormai siamo in pieno clima western, la temperatura si aggira sui 30 gradi, la vegetazione è sempre più spoglia e la terra è colorata con diverse sfumature di rosso.
La prima tappa è Adrian, il Midpoint della Route 66. In questo punto è stata matematicamente calcolata l’equidistanza tra Chicago e Los Angeles, le due grandi città unite dalla storica strada.
Per tutti i viaggiatori Adrian è un momento importante perché rappresenta idealmente il giro di boa, e ciò vale anche per noi. Da Chicago ci siamo lasciati alle spalle 1139 miglia, e altrettante ce ne aspettano fino a Santa Monica (ma ne faremo moooolte di più), quindi non ci resta che riprendere il cammino.
Puntiamo dritti su Glenrio, una ghost town ubicata non appena varcato il confine col New Mexico, il sesto Stato attraversato finora.
La città è ancora più desolata di Texola, e anche più piccola, tanto che non c’è neppure un locale in attività! Per mangiare qualcosa dobbiamo raggiungere Tucumcari. Una volta lasciate le valigie in hotel, mangiamo un hamburger da Denny’s e siamo pronti a programmare un’escursione a Santa Rosa, una cittadina molto curata 90 miglia a Sud di Tucumcari, con diversi parchi lacustri e il Blue Hole che ha attirato la nostra curiosità.
Una volta arrivati comprendiamo meglio la scelta del nome dato a questo sito. E’ una polla alimentata da un fiume sotterraneo e l’acqua che affiora in superficie, grazie alle rocce bianche sul fondo e al riflesso diretto del cielo, forma un piccolo e profondo laghetto di uno straordinario colore blu.
Visto che ci si può immergere solo con un permesso per fare escursioni nelle grotte subacquee, restiamo affacciati sul muretto che dà sull’acqua. Così ci rilassiamo al sole e fumiamo un paio di sigarette circondati dal silenzio e dagli scoiattoli. Quanto è strano questo specchio d’acqua nel mezzo del desertico New Mexico!
Dopo il rientro in hotel, usciamo per cena e con il sopraggiungiere della notte ci viene svelato perché l’insignificante Tucumcari è considerata una tappa fondamentale in questo viaggio: la città è cresciuta lungo la Route 66 ed è su questa che si affacciano tutti i negozi, i caffè e gli oltre 50 motel che sono l’orgoglio cittadino.
Dopo il crepuscolo sono le loro insegne di neon colorati a strappare Tucumcari dall’anonimato.
Così passiamo in rassegna il Palomino, il Teepee, il Mexican, l’Apache e il mitico Blu Swallow, rimasto immutato dagli anni ’50, non solo all’esterno ma anche dentro, tanto che nelle camere la televisione è… in bianco e nero!
Dopo il tour ci fermiamo a cenare da Pow Wow, un locale caratteristico con musica country live. Con 15 dollari mangiamo uno steak chop burger e un’enorme insalatona con salsa ranch.
Dopo non ci resta che sincronizzare gli orologi sul nuovo fuso orario (ancora un’ora indietro rispetto all’Italia, -8) e dormire.
Domani ci dirigeremo verso Albuquerque passando per Santa Fe, e lo faremo in modo molto particolare.
C’è bisogno di molto riposo per recuperare le energie, domani sarà un’altra lunghissima giornata.

 

28/09/06 Tucumcari – Santa Fe – Albuquerque (Km. 419.2)



Per questa tappa ci svegliamo e partiamo prima del solito. Abbiamo intenzione di raggiungere Albuquerque via Santa Fe, per cominciare a vedere già oggi una parte della capitale del New Mexico.
Questa deviazione, programmata a tavolino, ci costa circa 60 miglia in più ma ci permette di guidare su un tratto di Route 66 antecedente al 1937, anno della costruzione della bretella che oggi collega Albuquerque all’Est e che ha evitato ai viaggiatori l’escursione obbligatoria verso i 2200 metri di Santa Fe.
La Old Route, inoltre, è più affascinante della monotona I-40 e offre scorci unici, con paesaggi sempre più western.
Durante il tragitto ci fermiamo a fare colazione a Ribeira, da La Risa. Il locale e il posto sanno più di Messico che di USA, la vegetazione intorno è spoglia, il sole brucia e i colori presenti sembrano scelti in un atelier: la porta d’ingresso è intonata con l’azzurro del cielo e le mura della costruzione sono color sabbia, e si amalgamano armoniosamente col paesaggio circostante.
E poi si mangia davvero bene: tè, caffè, succo d’arancia, uova, bacon, patate e per finire brownie e peachpie. Ora sì che ci possiamo rimettere in marcia!
Arrivati a Santa Fe la città si presenta con i suoi edifici in adobe, dai colori tenui. Anche qui l’ocra, l’arancio, il rosso, le travi in legno sembrano voler mimetizzare l’insediamento umano con la natura.
Iniziamo la nostra escursione dalla Plaza centrale che ospita sotto i suoi porticati decine di artigiani pronti a vendere i loro manufatti. I prodotti esposti sono un indecifrabile groviglio di culture, storie ed etnie diverse. Proprio come coloro che li vendono. Ci sono nei volti delle persone i lineamenti fieri degli aztechi, i tratti europei degli spagnoli, oppure quelli indigeni dei nativi.
La passeggiata prosegue fino alla chiesa cattolica di San Francesco d’Assisi e poi lungo il parco che costeggia il Santa Fe River.
L’indomani è prevista una nuova gita in città per cui decidiamo di raggiungere l’hotel BW Rio Grande ad Albuquerque, dove riposeremo un po’ anche grazie a un favoloso idromassaggio all’aperto.
Per cena andiamo alla Plaza dell’Old Town, luogo in cui la Route 66 si dirige verso tutti e 4 i punti cardinali.
Central Street è costellata di locali e neon e ci fermiamo a mangiare un hamburger da Kia, dove suonano musica live.
La notte di Albuquerque sta per iniziare, gli studenti dell’UNM si riversano nelle strade, mentre noi facciamo rotta verso l’hotel per programmare la lunga giornata di domani, la prima senza la Route 66.

 

29/09/06 Albuquerque e dintorni (Km. 377.6)

 

Oggi è la prima volta da quando siamo sulla strada che sosteremo una seconda notte nello stesso hotel, per cui ce la prendiamo con calma e usciamo alle 10 per iniziare un’escursione inventata da noi.
Dopo un giro nella caratteristica Old Plaza di Albuquerque, ricca di bottegucce e sede della prima abitazione costruita in città, risalente al 1707, prendiamo la strada verso nord sulla statale 550: abbiamo intenzione di raggiungere Los Alamos.
Dopo una breve sosta a San Ysidro e qualche foto ricordo alla classica chiesetta western style con le mura di calce bianca, procediamo attraversando vari pueblos sperduti, villaggi abitati dai nativi dove è vietato l’ingresso ai non appartenenti alle tribù.
Stiamo attraversando una zona delle Rocky Mountains ricca di riserve indiane, tanto che vediamo sfilare nell’ordine: Zia, Jemez, Santa Clara, San Juan, Nambe e Tesuque. La strada si insinua sui fianchi delle montagne e a ogni curva ci riserva delle sorprese, specie durante l’attraversamento della Red Walk, un tratto caratterizzato dalle famose rocce rosse levigate dal vento.
Il parco di Jemez è sorprendente per quanto è curato e attrezzato alla perfezione: aree di sosta per pic nic, per campeggiare o pescare, tutto è perfettamente organizzato e ben conservato.
Vediamo la sorgente del Jemez River, la Battleship e la Camel Rock e scorci di natura belli e selvaggi.
Una volta a Los Alamos ci fermiamo a mangiare carne asada con tacos prima di visitare il museo dedicato all’atomica.
Los Alamos è famosa proprio per questo motivo: è qui che il progetto segreto Manhattan prese forma, ed è sempre qui che si testò il primo ordigno nucleare.
Il museo è ricco di documenti storici originali e multimediali. C’è la lunga cronistoria della costruzione della bomba H e, in parallelo, del corso della II guerra mondiale, fino al durissimo epilogo che accomuna i due percorsi: Hiroshima e Nagasaki.
Lasciamo Los Alamos in silenzio, riflettendo sulla guerra, sulla storia e su una domanda letta prima di andare via sul guestbook: “Ma se la bomba H l’avessero avuta i giapponesi e i nazisti per primi, come sarebbe oggi il mondo?”.
Sulla strada del ritorno ci fermiamo nuovamente a Santa Fe e sulla terrazza panoramica del bar La Fonda un buon Margarita ci aiuta a lasciare alle spalle questi pensieri, così come ci stiamo lasciando alle spalle un’altra lunga giornata americana. Dopo il tramonto torniamo in città per cenare al 66 Diner, una vera e propria istituzione per chi sta percorrendo la Strada. Il locale è stato ricavato da una vecchia stazione di servizio e risale agli anni ’40. All’interno tutto riporta a quell’epoca, anche l’abbigliamento dei camerieri!
Dopo il solito maxi bacon cheeseburger, torniamo in hotel per sognare l’Arizona per l’ultima volta… da domani la vedremo dal vivo!

 

30/09/06 Albuquerque – Holbrook (Km. 427.2)



Lasciamo Albuquerque molto presto perché, prima di raggiungere Holbrook, abbiamo intenzione di fare due tappe importanti.
La prima è Gallup, famosa perché le star hollywoodiane impegnate sui set dei vecchi western girati nei paraggi, adoravano soggiornare all’hotel El Rancho. A Gallup, inoltre, sono state girate le scene notturne di Natural Born Killers, uno dei nostri film preferiti, per cui non disdegniamo fare un giro per le due strade principali dell’abitato.
La nostra guida ne aveva fatto una descrizione apocalittica, mettendola addirittura al secondo posto nel mondo per incuria e degrado sociale… dopo Calcutta! Ovviamente le cose non stanno così, anzi, la città è pulita e piena di negozi. Mai fidarsi troppo delle guide…
Dopo l’escursione, proseguiamo per la seconda tappa, il parco nazionale Pietrified Forest and Painted Desert.
L’ingresso è gratuito il sabato e questa è già una piacevole sorpresa, ma mai quanto quelle che ci attendono nelle prossime miglia. Ci sono circa 50 km da percorrere all’interno del parco e seguendo la mappa si può sostare nei vari punti di osservazione. Cominciamo dal Painted Desert dove assistiamo a uno spettacolo unico: i sedimenti di minerali diversi, nelle diverse ere hanno colorato le rocce per miglia e miglia di deserto. Il cielo e la luce fanno da cornice a qualcosa che è impossibile descrivere. Dopo ci fermiamo a Teepee, dove le colline sono a forma di pinnacolo e con le loro striature grigie e rosse ricordano le tende Navajo. A Teepee ritroviamo qualcosa a cui non siamo più abituati: il silenzio naturale.
Poi è la volta dell’insiedamento di Puerco Peblo, ricco di testimonianze risalenti al 1200 e di pitture rupestri, così tante che per via delle molte rocce incise questa zona è stata ribattezzata Newspaper Rocks.
L’ultima tappa è la Foresta Pietrificata, uno scherzo geologico per cui alberi risalenti a millenni fa hanno cristallizato il proprio tronco, pietrificandosi.
Siamo davvero stanchi ed è giunta l’ora di proseguire per Holbrook, ma ci aspetta un’altra emozione: è quasi il tramonto sul deserto, la luna già splende alta e il sole, di fronte, si lascia accompagnare dietro l’orizzonte da due arcobaleni che si specchiano nella sua aura.
Dopo una giornata così c’è bisogno di una gran bistecca al Butterfield Stage, il locale più famoso di Holbrook per questo piatto. E poiché è proprio attaccato al nostro motel, lo raggiungiamo a piedi camminando su Hopi Drive, meravigliati dalla desolazione che ci circonda in un sabato sera americano, e sono solo le 22!
Tornati in camera sincronizziamo gli orologi sul nuovo fuso orario (-9 ore rispetto all’Italia) e ci addormentiamo con la consapevolezza che quanto visto oggi, già domani dovrà sfidarsi con un colosso dei panorami spettacolari: il Grand Canyon.
Questa è l’America, questa è la Route 66.

 

01/10/06 Holbrook – Flagstaff (Km. 465.6)

 

Oggi dobbiamo raggiungere Flagstaff, ma prima abbiamo un appuntamento imperdibile: la visita al Grand Canyon National Park.
Durante lo spostamento facciamo due inutili deviazioni, la prima nell’insignificante e deserta Joseph City (mi sa che erano tutti a messa…), prima comunità mormone dell’Arizona; e la seconda all’attrazione-pacco di Meteor Crater, luogo dove si schiantò un enorme meteorite lasciando un cratere di notevoli dimensioni.
Per carità, la visione d’insieme è molto suggestiva ma non vale assolutamente i 15 dollari dell’ingresso. Va be’, sono cose che capitano quando si insiste a dare troppa fiducia alle guide o, peggio, si vedono troppi polpettoni di fantascienza.
Procediamo diritti verso il Grand Canyon e una volta nel parco – al costo di 25 $ per auto – siamo pronti a percorrere le 30 miglia della South Rim a partire dal Mother Point.
Può sembrare scontato, ma l’impatto con la visione d’insieme del Canyon lascia davvero senza fiato. Il paesaggio sembra dipinto, le creste sono aspre e di forme e colori diversi, la vegetazione è spoglia e diventa più viva e verde man mano che arriva in prossimità delle acque del Colorado River, che scorre placido e blu 2200 metri più in basso.
Ogni punto di osservazione ci regala scorci ed emozioni diverse: vediamo le aquile volare in libertà, le rapide del fiume, proviamo l’ebbrezza di affacciarci a guardare lo strapiombo da spuntoni di roccia fuori dai sentieri e senza protezioni.
L’adrenalina scorre a fiumi e ci accompagna per vari chilometri. E così superiamo i vari Grandview, Hopi, Moran, Lipan Point, fino alla torre di Desert View che ci regala l’ultima sensazionale visione. Qui il Colorado River è molto più visibile rispetto a tutti gli altri belvedere e la maestosità di quanto vediamo si comprende meglio pensando che alcune delle cime di fronte a noi, che sembrano così vicine… sono in realtà distanti oltre 60 chilometri! Andiamo via dalla 64 South che ci regala altre vedute impressionanti: la strada fila via più in alto rispetto al Canyon e quindi la spaccatura è ancora più evidente.
Arriviamo al Days Inn di Flagstaff alle 19 e dopo la doccia mangiamo nel caratteristico Galaxy 66.
Prendiamo il solito bacon cheeseburger ma in versione Californian, vale a dire con la variante del guacamole come salsa, ottimo davvero.
Flagstaff è molto carina e dà l’impressione di essere più spumeggiante delle tappe precedenti. Ci dispiace non poterla conoscere meglio ma siamo distrutti e appagati da una giornata che ricorderemo per sempre, quindi torniamo in camera per recuperare energie e concentrarci sulle prossime destinazioni, le ultime due on the road.

 

02/10/06 Flagstaff – Las Vegas (Km. 430.4)

 

Il nostro programma per la giornata di oggi prevede come destinazione Las Vegas, in Nevada. La vogliamo raggiungere in maniera originale, percorrendo il tratto storico della Route 66 più lungo che esista: quello che copre ben 160 miglia in pieno Arizona.
Durante il viaggio incontriamo diverse località roadside molto particolari, segnaliamo Seligman, Hackberry – dove c’è uno store davvero unico – e la triste Kingman, che sembra un cimitero per auto a cielo aperto. Proprio qui prendiamo la deviazione sulla 93 Nord che ci porterà nella capitale mondiale del gioco d’azzardo.
Prima, però, ci fermiamo ad ammirare la Hoover Dam, un’imponente diga artificiale sulle acque del Lake Mead e del Colorado River. Un altro lavoro made in USA che ci lascia a bocca aperta: non solo hanno costruito dove sembrava impossibile, ma l’hanno fatta anche diventare un’attrazione turistica con parcheggi, musei e visitor center.
Las Vegas è dietro le montagne e quando ci si presenta all’orizzonte capiamo che raggiungere il nostro hotel, lo Stratosphere, non sarà complicato. La sua torre alta 300 metri è visibile da molte miglia di distanza.
Raggiungiamo la camera dopo aver girovagato un po’ nella hall ai margini del casinò, progettato per disorientare, per fare perdere il senso dello spazio e del tempo mentre si gioca ai tavoli o alle slot.
Prima di cena andiamo a fare un idromassaggio in piscina, all’ottavo piano. Le vasche sono enormi, con campi da gioco, maxischermi, musica e una scenografia da film: di fronte a noi il tramonto sulla Sierra Nevada e alle spalle la gigantesca torre dell’hotel. Dalle 19 alle 2 percorriamo l’intera Strip a piedi, una passeggiata di qualche chilometro che vale la pena fare, dallo Stratosphere al Luxor!
Tra le centinaia di neon e di attrazioni, che rendono Las Vegas una città unica al mondo, restiamo incantati da come si presentano Circus Circus e il Wynn, dallo spettacolo live di Treasure Island e dallo stile imperiale del Caesar’s Palace. Dopo l’eruzione del vulcano del Mirage, passeggiamo per i canali del Venetian e passando sul Ponte di Rialto raggiungiamo la perfetta riproduzione del campanile di San Marco. Poi assistiamo allo show di acqua e luci dell’elegante Bellagio e ci incamminiamo verso il Paris, che non solo ha una Tour Eiffel alta 50 metri e un Arco di Trionfo in scala, ha anche il tratto di marciapiede che lo serve in perfetto stile Champs Elisee!
A Las Vegas la Francia e gli Usa sono a pochi metri di distanza, e così, dopo l’MGM, arriviamo al New York New York dove passiamo sul ponte di Brooklyn e di fronte la Statua della Libertà che svetta dinanzi lo skyline di Manhattan.
Concludiamo il tour prendendo la monorotaia che ci porta dallo stile disneyano dell’Excalibur a quello orientale del Mandala Bay, per chiudere sotto l’imponente piramide del Luxor. Alle 2 una navetta ci riporta sfiniti in hotel.
Concludiamo che a Las Vegas bisognerebbe sostare un po’ di più, ma il richiamo della strada è forte e l’ultima tappa è dietro l’angolo.
Prima però toccherà al deserto… California, stiamo arrivando!

 

03/10/06 Las Vegas – Los Angeles (Km. 654)

 

Siamo alla fine. Oggi è il giorno della tappa finale che da Las Vegas ci porterà a Los Angeles, a Santa Monica per la precisione.
Dopo aver consultato le mappe decidiamo di andare a riprendere la vecchia Route 66, la nuova deviazione ci costerà un centinaio di miglia in più ma non ce ne pentiremo. Soprattutto non possiamo terminare il viaggio senza più usare la 66.
Il tratto di Route 66 che collega l’Arizona alla California è sicuramente il più suggestivo e fotografato in quanto è poco usato, anche per le condizioni del manto stradale.
A Goff usciamo dalla I-95 e iniziamo l’attraversamento del deserto del Mojave, il paesaggio intorno ha qualcosa di unico e ci fermiamo più volte a fare delle foto agli stemmi della 66 pitturati sull’asfalto.
Troviamo diverse ghost town affascinanti, come Essex che è completa di pompe di benzina abbandonate, ufficio postale e cartelli cigolanti al vento, proprio come nei film! A Barstow ci ricolleghiamo alla I-40 che una volta diventata I-10 ci immetterà nell’enorme intreccio di highway che annunciano la periferia di L.A.
Dopo San Bernardino il traffico diventa sempre più isterico, convulso. Abbiamo ormai alle spalle le tranquille cittadine del cuore dell’America, ora ci troviamo di fronte a una metropoli colossale, che ci risucchia subito nel vortice dei suoi ritmi. Orientarsi non è facile, ma siamo motivati e abbiamo la grinta necessaria per portare a termine la nostra missione: raggiungere l’Oceano Pacifico, esattamente al celebre Pier di Santa Monica, dove termina quella che ormai è la “nostra strada”.
Troviamo l’uscita per Sunset Boulevard proprio mentre il sole sta per tramontare e, dopo aver parcheggiato, ci incamminiamo verso l’incrocio con Ocean Drive, la strada che costeggia il mare.
Prima di arrivare al molo bisogna attraversare un parco, ed è qui che troviamo la targa in bronzo che stavamo cercando: Route 66 Ending.

 

Stavolta è davvero finita: così, dopo 16 giorni, 8 stati, 11 città, 3300 miglia percorse (Km. 5285), possiamo dire di avercela fatta.
E’ stata una piccola impresa che ci ha dato tanto, ogni giorno, da Chicago fino all’emozione dell’Oceano, lo scenario ideale per terminare un viaggio mitico su una strada che mitica lo è sin dalla sua costruzione.
Dopo c’è il tempo solo per una sigaretta sul mare, accesa con l’ultimo cerino rimasto nel pacchetto preso da Billy Goat, a Chicago, dove tutto ebbe inizio.
Dopo ci regaliamo qualche minuto di silenzio, dedicato alle riflessioni personali e riprendiamo la strada, per consegnare la macchina in aeroporto.
E sì, dopo tanti giorni di fedele servizio è arrivato il momento di separarsi dalla nostra compagna di viaggio, la Chevy Impala ribattezzata Impalina 🙂
L’ultimo hotel che ci ospiterà, l’Angeleno, sembra un premio alla fine del viaggio: lussuoso, arredato con gusto, con lcd 32 pollici, porte scrigno con vetri satinati, pieno di personale cortese e disponibile, è abbondantemente sopra la media dei tanti alberghi visitati. E soprattutto ha due enormi lettoni matrimoniali con morbidi materassi alti un metro!
Quale posto migliore per riposare dopo un’impresa come la nostra?

2 thoughts on “Diario di viaggio in USA: Route 66 da Chicago a Los Angeles

  1. anna maria says:

    vorrei delle informazioni private , ad esempio coasti del viaggio e se devi saper parlare bene l’inglese ecc. ecc.

    • Luigi De Luca says:

      Ciao Anna Maria,
      puoi sicuramente contattarmi in privato. Sull’home page del blog trovi il logo di Facebook che ti porta dritta al mio profilo 🙂
      Oppure puoi andare nella pagina “Chi?” del blog e visitare il link che va su Aphorism: puoi contattarmi anche da lì.
      Il viaggio lungo la Route 66 è molto bello e può avere diverse varianti sui costi, mentre per la lingua non mi preoccuperei: certo, l’inglese aiuta sempre, ma oggi come oggi attraversare gli USA senza conoscere perfettamente la lingua è possibile 🙂
      A presto allora! 🙂

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