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Diario di viaggio USA: San Diego, Grand Canyon, Las Vegas e Los Angeles

10 giorni in USA: Los Angeles, Las Vegas, Grand Canyon e Route 66
Da sinistra: Balboa Park a San Diego, Venice e Waterworld agli Universal Studios di Los Angeles, il Venetian a Las Vegas, il Grand Canyon e il General Store di Hackberry sulla Route 66

Dopo aver spiegato come organizzare un viaggio negli USA, io e mio nipote Lorenzo siamo pronti a partire. Ci aspettano tre stati (California, Arizona e Nevada), tre metropoli (San Diego, Las Vegas e Los Angeles), qualche piccola località (Yuma, Cottonwood e Flagstaff), un paio di deserti (Sonora e Mojave), la Route 66, migliaia di chilometri e il re dei paesaggi americani: il Grand Canyon. Tutto in 10 giorni. Si parte!

29/08 Roma – Los Angeles – San Diego (202 km)

Viaggiare con un nipote rivela subito un grandissimo vantaggio: i genitori ti accompagnano in aeroporto (e i nonni ti vengono a riprendere) risparmiando il viaggio in macchina, con annesso parcheggio, chiavi, navetta, ecc… molto più pratico!
Non cambia però la levataccia: per una partenza sicura seguiamo le istruzioni di Alitalia che invita i passeggeri diretti in USA a recarsi in aeroporto tre ore e mezza prima del volo. Quindi ci mettiamo in macchina a Gaeta alle 3:30 e arriviamo alle 5:00, così tanto in anticipo che – dopo aver imbarcato i bagagli – troviamo i controlli di sicurezza ancora chiusi e dobbiamo aspettare l’arrivo del personale per l’apertura.
Tutto avviene al terminal 1 e non il 5, perché il volo è Alitalia. In passato ho viaggiato per gli USA con Delta e i voli delle compagnie americane e israeliane partivano da un blindatissimo T5. In quell’occasione, presentandoci con due ore scarse di anticipo rispetto al decollo, rischiammo seriamente di non partire.
Lo stesso rischio che corriamo anche stavolta perché, mentre ci dirigiamo al gate, mi accorgo di aver perso biglietto e passaporto! Torniamo indietro, allertiamo polizia e carabinieri, frughiamo nei vassoi del controllo bagagli e solo quando ripercorriamo i movimenti precedenti, troviamo la soluzione: l’edicola!
La signora alla cassa non si era scomposta e aspettava il nostro ritorno: quando sono entrato speranzoso nel negozio ho incontrato il suo sguardo rassicurante ed è stato come avere un’apparizione mariana. Mi ha detto solo: “Ti stavo aspettando”.
Il biglietto aereo A/R per Los Angeles l’ho acquistato online sul sito Alitalia il 24 Giugno ed è costato 550 Euro a persona, incluso il bagaglio in stiva da 23 chili. Il volo fila liscio e dopo 10.500 chilometri, 12 ore e mezzo, due pasti carcerari e due film (Creed II e Aquaman), atterriamo e sbrighiamo le pratiche doganali alle colonnine automatiche e poi con gli agenti che ci identificano con foto e scansione dell’impronta digitale.
Nessun problema per ritirare i bagagli, alle 14:00 siamo finalmente fuori LAX, il grande aeroporto di Los Angeles, e prendiamo lo shuttle gratuito che collega i terminal con gli uffici dei noleggi auto. Il bus si riconosce facilmente perché è rivestito con colori e logo di Alamo, la compagnia dove ritireremo la macchina.
Il noleggio per una settimana è costato 308 Euro incluso il navigatore, prenotazione fatta l’8 Luglio online (il pagamento anticipato dava uno sconto sul prezzo finale). Al momento del check-in ho aggiunto per 54.90 dollari (49.60 Eu) una copertura assicurativa totale, senza franchigie, anche per smarrimento delle chiavi, assistenza stradale o rottura dei vetri.
Alle 15:00 ritiriamo la macchina e va in scena la solita operazione simpatia, stavolta l’impiegato Eddie. Spiego che dobbiamo fare molti chilometri e per questo ho fatto l’assicurazione supplementare: per caso è disponibile un upgrade gratuito? 😉
Come accaduto in passato, anche Eddie ci invita a scegliere tra le macchine di categoria superiore a quella prenotata e non ci pensiamo due volte: Chevrolet Malibu bianca con 1200 miglia, tutte le comodità e tetto apribile.
Ora una parentesi importante per un viaggio on the road in USA.
Guidare la macchina è divertente, facile, ci sono strade di ogni genere e tante corsie a disposizione. Di base bisogna sapere che vanno rispettati i limiti, non si superano MAI i bus scolastici in sosta, si può girare a destra (se non espressamente vietato) anche con il semaforo rosso e la risposta alla fatidica domanda quanto costa la benzina in America?, è facile: “Costa poco”.
Il prezzo può variare molto tra i vari distributori ma certamente sarà sempre più conveniente dei nostri prezzi. Per le macchine a benzina, prima di fare rifornimento, si può selezionare quella a 87 ottani, la più economica. La benzina si vende a galloni (3.78 litri).
Per calcolare un budget di viaggio, svelo subito che abbiamo percorso 1476 miglia pari a 2375 chilometri. Abbiamo fatto benzina 4 volte per un totale di 31.7 galloni (120 litri) e una spesa finale di 98.5 dollari (89.50 Eu). Quindi il costo medio di un litro di benzina è stato di 0.82 dollari (0.75 Eu), la metà rispetto a noi. Il consumo della nostra Malibu, 19.7 km/litro.
Anche per questo viaggiare in macchina in America è piacevole e conveniente.
Torniamo al viaggio: azzeriamo il contachilometri, impostiamo il navigatore, prendiamo confidenza con l’auto e restiamo concentrati per uscire dal traffico convulso di Los Angeles. Fuori ci sono 28 gradi e guidiamo senza soste fino al nostro Days Inn San Diego Hotel Circle Near SeaWorld dove arriviamo alle 18:50 dopo aver percorso 126 miglia.
Facciamo un salto in piscina per rilassarci e decidere dove cenare, la scelta ricade su Blue Water Seafood, una pescheria/grill dove ordiniamo due grandi sandwich. Uno con salmone scozzese, guacamole, chipotle e cheddar, e l’altro con tonno hawaiano. Mangiamo molto bene e ci dispiace che alle 21:00 siano in chiusura perché ci sarebbe piaciuto assaggiare qualcos’altro. Spendiamo 25 dollari (21.70 Eu) e prima di rientrare in hotel compriamo un paio di bottiglie d’acqua dal tipico negozietto di liquori aperto fino a tardi.
Siamo in piedi da 30 ore, è tempo di mettere le lancette 9 ore indietro: ora sì che abbiamo tempo per recuperare sonno! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 7,8 km

30/08 San Diego

Purtroppo il fuso ha colpito: nonostante la stanchezza ci abbia messo KO alle 22:00, mi sveglio alle 2:00 e poi a intervalli di altre due ore fino alle 6:00. A quel punto, svegli entrambi, ci alziamo per andare a fare la prima colazione americana da Denny’s.
Abbiamo tempo e fame per fare il pieno di zuccheri, proteine e grassi. Soprattutto gli ultimi, come conferma il nostro ordine: All American Slam, con toast imburrati, tre uova strapazzate con cheddar e accompagnate da bacon, salsicce e patate. Per finire abbiamo diviso un paio di pancake alla cannella conditi con panna montata e glassa calda di formaggio cremoso. Una colazione super, al prezzo di 40 dollari (36.30 Eu) che ci servirà come carica per tutta la giornata.
Torniamo in hotel, ci organizziamo e alle 11:00 usciamo di nuovo per andare verso l’Old Town di San Diego.
Arriviamo dopo pochi minuti, lasciamo la macchina in un grande parcheggio gratuito e trascorriamo le successive tre ore passeggiando tra gli edifici che costituirono il nucleo della città antica, il cuore della California che vede proprio qui la sua fondazione nel 1769.
La visita è molto interessante, si alternano costruzioni originali dell’epoca a evidenti riproduzioni che rendono l’insieme del tutto simile a un parco dei divertimenti a tema pionieristico. Ci sono figuranti in costumi dell’epoca che rendono credibile la rievocazione storica, anche i negozi e il mercatino rispettano canoni estetici e cura dei dettagli per rendere l’esperienza del turista immersiva nel passato.
La vicinanza con il Messico si sente e i souvenir hanno origine nello stato confinante: ceramiche, stampe, alimenti, sono tantissimi i prodotti con chiare influenze dei vicini di casa.
Visitiamo i piccoli musei ospitati negli edifici storici: l’ufficio dello sceriffo, la prigione, il saloon, il municipio, la posta con le diligenze, le stalle e la grande piazza centrale.
Dopo una pausa per una maxi limonata, alle 13:30 riprendiamo la macchina per andare in centro, ci aspetta il Gaslamp Quarter.
Il tragitto è breve ma ci liberiamo della macchina dopo un’ora perché incontriamo diverse difficoltà a parcheggiare: in centro ci sono moltissimi “parcheggi pubblici” a pagamento e una buona parte di questi funziona solo con carte di credito al costo di 18/20 dollari… per ora!
Quindi vale la pena perdere un po’ di tempo per trovare cifre più basse e difatti il nostro impegno viene premiato da un multipiano enorme, proprio a ridosso della 5th, la strada principale di San Diego, a solo un dollaro per ora.
Non facciamo neanche cento metri nella caratteristica 5th e ci fermiamo subito da SD Trading Co, un monomarca cittadino che fa tutto al 50% e ne approfittiamo per i primi, classici souvenir: magneti, t-shirt, shottino e palla di Natale (15 dollari, 13.65 Eu).
L’orientamento nel centro di San Diego è molto facile: le strade principali sono numerate in modo sequenziale e incrociano altre strade che sono denominate come lettere dell’alfabeto.
Dopo la pausa shopping percorriamo tutta la Quinta finché non incrocia la E di Elm Street, da qui giriamo per salire verso il grande Balboa Park. Passeggiamo nel verde fino al ponte Cabrillo, in pietra, e lo attraversiamo per arrivare alla California Tower, sede del Museo dell’Uomo.
In cima a questa collina San Diego raccoglie gallerie, musei, orti botanici, tutto estremamente curato e vivo. Ci sono tante persone che si godono la serata che anticipa il week end e l’atmosfera è rilassata e festosa, anche grazie al Food Truck Friday: una rassegna che per cinque mesi all’anno ospita i migliori fast food di strada per tutti i gusti, dal sushi al vegano.
I profumi stuzzicano l’appetito ma resistiamo alle tentazioni e continuiamo a camminare lungo i sentieri. Dopo la salita dell’andata ci godiamo la discesa lungo l’altro versante della collina, dove ammiriamo un magnifico giardino di piante grasse prima di prendere la strada che ci riporterà in centro.
Tornati sul livello del mare ci orientiamo di nuovo e ci ritroviamo sull’11esima, da qui ci muoviamo verso la Quarta per vedere Horton Plaza, considerata il cuore del Gaslamp Quarter, e poi rientriamo sulla Quinta dove ci aspetta per cena l’esperienza del Gaslamp Strip Club, una steak house dove puoi ordinare la carne che preferisci e cucinartela da solo su delle griglie già pronte e dotate di tutti gli attrezzi e i condimenti per provetti chef.
Sulla nostra piastra finiscono una Ribeye da 4 etti e una Skirt Steak da 3, tutte e due frollate per 21 giorni, marinate in olio di oliva e aglio, e servite con Caesar salad e pane all’aglio (abbiamo grigliato pure quello!). Buonissima cena, accompagnata da Bud Light e Pepsi Cola (niente birra per l’under 21!), per una spesa finale di 54 dollari (49.10 Eu).
Non è ancora tempo di tornare in hotel, dopo cena ci spostiamo a passeggiare lungo la spettacolare baia di San Diego dove abbiamo la fortuna di trovare uno show di fuochi d’artificio sul mare, al termine di un concerto. Tra un superyacht e l’altro seguiamo il deflusso del pubblico e anche noi rientriamo verso il parcheggio arrampicandoci lungo la suggestiva scala illuminata che taglia in due l’imponente Convention Center della città.
Dopo aver raggiunto il nostro parcheggio sulla Sesta, paghiamo 14 dollari per la sosta (12.70 Eu) e torniamo in albergo.
Sono le 22:30 quando arriviamo, giusto il tempo di fare una doccia e caricare le batterie: domani si prende la strada e inizia la parte del viaggio on the road 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 11,8 km

31/08 San Diego – Yuma – Cottonwood (740 km)

Oggi ci aspetta la tappa più lunga del viaggio: il passaggio dalla fresca costa californiana ai paesaggi aridi dell’Arizona, sarà la nostra tappa di avvicinamento al Grand Canyon.
Prima però c’è da fare il pieno di energie dal vicino Bunz dove ordiniamo una maxi colazione con burrito, waffles, succhi d’arancia e ovviamente l’immancabile corredo di colesterolo: uova e pancetta. Aggiungiamo pane imburrato e spendiamo 35 dollari (31.80 Eu).
Adesso sì che possiamo partire, prima però torniamo nell’Old Town per acquistare alcune cose che ci erano piaciute ieri e compriamo una seconda palla di Natale e un’altra t-shirt (20 dollari, 18.10 Eu).
Sono le 10:00 quando impostiamo il navigatore e senza distrazioni puntiamo dritti Yuma, dove arriviamo giusto tre ore e 180 miglia dopo. Durante il tragitto facciamo una sola pausa per scattare foto spettacolari nel punto in cui la I-8 taglia in due delle enormi e arroventate dune di sabbia sottile e bianca.
Nonostante la temperatura sia di 41 gradi, decidiamo di fare un giro a piedi nel sonnacchioso centro storico di Yuma, località nota per la sua prigione storica e per i film western che la citano.
Percorriamo la Main Street all’ombra dei suoi porticati e troviamo condizioni abbastanza desolanti: tanti locali chiusi, polvere ovunque e qualche negozio di souvenir e bar aperti nella speranza di accogliere qualche turista. Approfittiamo dell’aria condizionata di una boutique di costosissimo abbigliamento vintage, giusto il tempo di comprare un paio di adesivi da collezione e torniamo a prendere la macchina. Prima di ripartire facciamo scorta di benzina e snack, visto che ci resta da percorrere ancora un lungo tratto desertico, dove vedremo il termometro salire fino a 45 gradi!
In prossimità di Phoenix lasciamo la I-8 per prendere strade più piccole che attraversano località minori che caratterizzano il più classico dei paesaggi lunari disseminato di caratteristici cactus Saguaro dell’Arizona: mancano solo Roadrunner e Wile E. Coyote. Beep beep!
Non facciamo altre soste fino a destinazione: alle 19:00 arriviamo al Super 8 by Windham Cottonwood e nonostante siamo abbastanza provati dalla lunga giornata in strada, dopo il check-in torniamo subito in macchina per andare a cena: siamo affamati come coyoti.
Abbiamo intenzione di mangiare messicano perché siamo nel posto giusto per farlo, quindi la prima scelta ci porta da Adriana che troviamo chiusa per lutto. Allora ci spostiamo da Concho’s, consigliato dal receptionist, che però alle 20:01 non ci fa sedere perché chiude alle 20:00. Siamo quasi disperati visto che Cottonwood non offre granché e non ha un centro specifico poiché è una località sviluppata lungo la strada che l’attraversa, e a quanto pare chiudono anche presto!
La fortuna però è dalla nostra: l’altro consiglio che abbiamo è Calavera, un ristorante messicano proprio di fronte il nostro hotel. Il locale è bellissimo, arredato molto bene (mi ricorda un altro messicano dove cenai con Federica a Page, durante il viaggio nei parchi USA) e proprio qui, sicuramente complici la fame e la sete, ci godiamo quella che sarà una delle migliori cene del viaggio: chimichanga con carne di manzo sfilacciata, fajitas, fagioli e un enorme piatto di pollo alla piastra condito con peperoni, avocado, cipolle, piselli e pomodori, servito su un letto di riso al formaggio. Stavolta servono birra a entrambi e ne abbiamo approfittato con una doppia dose di Bud Light, necessaria per mandar giù le maxi portate e il gusto piccante. Cena pesante ma conto leggero, lasciamo sul tavolo solo 38 dollari (34.60 Eu) e andiamo via soddisfatti.
Cottonwood è piuttosto desolata, non c’è nessuno in giro e a noi resta solo da attraversare la strada per tornare in hotel. Sono le 21:00 e – seppure stanchi – è un po’ presto per dormire, quindi lavoro un po’ al computer, vediamo la sintesi di Juve-Napoli (4-3) e dopo la doccia ci abbandoniamo alla prima notte in Arizona.
Domani andiamo a vedere il panorama naturale più famoso d’America.

Quanto abbiamo camminato oggi? 3 km

01/09 Cottonwood – Grand Canyon – Flagstaff (450 km)

Dopo una colazione abbastanza misera rispetto agli standard a cui ci siamo abituati, alle 10:00 partiamo. Siamo un po’ in ritardo perché non abbiamo resistito e ci siamo visti il primo tempo del derby di Roma (1-1).
Lasciamo la calda Cottonwood, attraversiamo la Coconino National Forest con le sue imponenti conifere, superiamo Flagstaff – dove torneremo al termine di questa giornata – e a 48 miglia dal Grand Canyon, per non sfidare ancora una spia della riserva che ci ammonisce da troppo tempo, ci fermiamo a un distributore e poi facciamo un giro nel Visitor Center a 6 miglia dall’ingresso, nel pieno della Keibab National Forest, giusto il tempo necessario per comprare qualche souvenir.
Arriviamo al casello/biglietteria del Grand Canyon alle 13:00 e troviamo tante macchine incolonnate: è domenica ed è il week end del Labour Day, l’equivalente del nostro Primo Maggio (primo lunedì di settembre).
Quanto costa l’ingresso al Canyon? Dipende. Nel precedente viaggio nei Parchi USA avevamo la tessera annuale, molto molto conveniente. L’ingresso singolo, invece, costa proporzionalmente molto di più: 35 dollari (32 Eu) per veicolo e vale una settimana.
Questa è la mia terza visita al Grand Canyon, la prima risale al 2006, e questa volta – superati i varchi della biglietteria – invece di girare subito a destra per prendere la strada panoramica verso Cameron, proseguo dritto fino al parcheggio di Mather Point. Lasciamo la macchina e ci affacciamo a vedere il magnifico scenario da questo affollato punto panoramico.
Gli scorci della gola più famosa d’America sono sempre impressionanti, nonostante l’alto numero di persone, e da qui partono una serie di sentieri che percorriamo anche in alcuni tratti che richiedono brevi arrampicate per raggiungere belvedere più isolati.
Dopo le prime foto torniamo al grande piazzale e facciamo una pausa per integrare liquidi e sali minerali, fa molto caldo ed è necessario idratarsi prima di proseguire.
C’è qualcosa che non mi convince del tutto: è la prima volta che vedo il Grand Canyon così affollato ed è anche la prima volta che vedo una zona diversa del Grand Canyon. Mi domando se sia stato semplicemente fortunato nelle precedenti visite.
Per fortuna scopro presto che non c’entra niente la domenica e il Labour Day, probabilmente il punto panoramico Mather è sempre così affollato perché è il principale della South Rim. Difatti, appena prendiamo la 64, la strada fatta in passato, ritrovo il “mio” Grand Canyon lungo questa strada costellata di punti panoramici spettacolari e poco frequentati (Grandview, Lipan, Moran, Navajo, Tusayan con le rovine del villaggio nativo).
Percorriamo tutta la Desert View Drive e al termine ci aspetta la torre Desert View e l’ultimo bookstore dove compriamo marmellata e miele di cactus e t-shirt per 15 dollari (13.70 Eu).
Dopo 4 ore nel parco, sono le 18:00 quando riprendiamo la strada per completare le 70 miglia che ci separano da Flagstaff.
In uscita dal Grand Canyon ci gustiamo ancora scorci panoramici presidiati da insediamenti Navajo a bordo strada, dove vendono artigianato locale.
Ci fermiamo presso un paio di questi per comprare dei monili, poi cerco e ritrovo l’ultimo suggestivo belvedere proprio mentre il sole sta calando: una degna chiusura per una giornata che ha visto inseguirsi panorami sempre più belli.
Arriviamo a destinazione che è ormai buio, lasciamo al volo le valigie nella stanza prenotata all’Americas Best Value Inn & Suites Flagstaff e temiamo di essere in ritardo per la cena programmata al mitico Galaxy Diner sulla vecchia Route 66. Dalla reception ci rassicurano che siamo ancora in tempo perché chiude alle 21:00, riprendiamo la macchina e dopo pochi minuti di marcia arriva una grande delusione! Lo storico locale è chiuso!
Speravo di cenare qui per la terza volta ma non sarà possibile e forse non lo sarà più per nessuno: sulla porta c’era l’avviso dell’autorità giudiziaria che ne dichiarava il fallimento. Un locale simbolo della Route, fermo agli anni ’50 per arredi, neon, menu e musica rockabilly, ora non c’è più, ora è buio e spento. Mi dispiace che Lorenzo non lo possa apprezzare, a me resta la consolazione di averlo visto un paio di volte, probabilmente già nella sua fase decadente.
Questo luogo simbolico per noi avrebbe dovuto rappresentare l’inizio della seconda parte del viaggio ma non ci abbattiamo, la Route 66 esiste ancora e questo incidente di percorso non cambierà i nostri programmi.
Per cena, però, dobbiamo improvvisare un piano B: andiamo in centro, parcheggiamo la macchina e chiediamo ad alcuni ragazzi come funziona il parcometro (bisogna digitare la targa della macchina sulla colonnina e inserire le monete). Scopriamo con il loro aiuto che la sosta è gratuita fino al mattino successivo, quindi approfittiamo per chiedere dove mangiare qualcosa e ci indirizzano verso il Collins Irish Pub. All’interno troviamo tanti schermi con sport di ogni tipo che però non ci distraggono dalla nostra scelta: hamburger Bacon & Blu per me e un Texas BBQ per il nipote viaggiatore. Va molto meglio lui con salsa barbecue, anelli di cipolla fritti, bacon, cheddar fuso, insalata, pomodoro e cetriolini. Mentre il mio – ahimè, è stata solo colpa mia! – è buono ma lo devo “alleggerire”: complice la stanchezza ho dimenticato che il “blu” cheese è gorgonzola e io non sopporto il gorgonzola! Nonostante tutto è stato un buon piano B, accompagnato con birra, limonata e patatine, spendiamo 40 dollari (36.50 Eu) e alle 22:30 torniamo in hotel e crolliamo dopo una giornata molto intensa.
Domani ci aspetta La Strada e per noi sarà una scoperta e un ritorno. Sarà la Route 66.

Quanto abbiamo camminato oggi? 8,5 km

02/09 Flagstaff – Route 66 – Las Vegas (458 km)

La seconda parte del viaggio che ci porterà a Las Vegas, prevede un tratto di strada da percorrere lungo la Route 66. La Mother Road, la storica strada che dal 1926 unisce Chicago a Los Angeles, l’est e l’ovest degli USA, è sempre meno usata, in alcuni tratti addirittura non esiste più – sostituita da nuove e più veloci highway – ma continua a conservare tutto il suo fascino per chi sa apprezzare ritmi più compassati e vuole vivere di persona quella sensazione di libertà, quel mito americano on the road, descritto in libri, canzoni e film che hanno fatto epoca.
Io l’ho percorsa tutta nel 2006, un’esperienza indimenticabile descritta nel diario di viaggio sulla Route 66, valido ancora oggi per organizzare le tappe fondamentali lungo il percorso. La mia promessa a Lorenzo nasce proprio da quel viaggio, gli avevo detto che dopo la maturità ci saremo andati insieme e oggi la mia parola sarà definitivamente onorata: si torna sulla Route 66!
Prima di partire però ci fermiamo in un vicino Walmart dove spendiamo circa 90 dollari (82.30 Eu) per comprare tante porcherie americane (principalmente Pringles, cereali, carne secca, bibite e dolci introvabili da noi), e restare perplessi davanti alle vetrine dei videogame poste di fronte a quelle dei fucili automatici.
Alle 11:30 siamo sulla Route 66 e procediamo spediti fino allo storico General Store di Hackberry un vero monumento sulla strada americana. Lo scoprii nel 2006 e durante l’ultimo viaggio lo trovai chiuso, ma stavolta recupero e riesco visitarlo nuovamente all’interno. Indosso la maglia a tema Back to the future e davvero mi sembra di fare un viaggio nel tempo: fuori è rimasto tutto com’è, pompe di benzina abbandonate e macchine arrugginite. Dentro è sempre più un incrocio tra un rigattiere e un antiquario, inutile aggiungere quale è il tema principale dei cimeli esposti. Dopo un ricco shopping nostalgico fatto di targhe e t-shirt, procediamo per la diga di Hoover Dam, a sole 38 miglia dalla nostra destinazione finale.
Quando arriviamo sono quasi le 17:00 eppure ci sono oltre 40 gradi, il sole picchia ancora duro ma non ci ferma: lasciamo la macchina e proseguiamo a piedi per camminare sul Mike O’Callaghan – Pat Tillman Memorial Bridge, una porzione pedonale del ponte che passa sul Colorado proprio di fronte al gigantesco invaso. Dopo le foto panoramiche riprendiamo l’auto e ci spostiamo sul lato opposto per fotografare il bacino della diga più famosa d’America che porta splendidamente i suoi quasi 100 anni di vita.
Alle 18:15 arriviamo finalmente nella città del peccato e facciamo check-in nel Best Western Plus Casino Royale, l’hotel scelto per il nostro soggiorno a Las Vegas.
Una nota importante per prenotare l’hotel a Las Vegas: in passato ho dormito allo Stratosphere e al Mirage quindi ho scelto questo hotel sulla base delle esperienze pregresse. Lo Stratosphere è molto decentrato rispetto alla Strip (come il Mandala Bay o il Luxor che si trovano all’altro punto estremo della strada principale di Las Vegas), mentre il Mirage è stato perfetto: in pieno centro.
Ecco, l’hotel di questo soggiorno è esattamente di fronte al Mirage, in una posizione perfetta per visitare tutti i magnifici casinò della città. Ma la scelta non è stata dettata solo dalla posizione, ci sono altre due variabili da considerare: dormire a Las Vegas costa in media abbastanza poco. Bisogna però calcolare bene la tariffa di base e quella dei servizi aggiuntivi obbligatori che, in quanto obbligatori, di fatto cambiano il prezzo finale. Per esempio ricevere il quotidiano in stanza è un servizio che alcuni hotel considerano come “obbligatorio”, indipendentemente se interessante o no: c’è poco da fare, lo pagherete. Stesso discorso per altri servizi in buona parte inutili, come le chiamate urbane illimitate. Questi escamotage, insieme alle tasse di soggiorno quando non incluse, possono addirittura raddoppiare la tariffa iniziale. Quindi attenzione!
Il Best Western, invece, oltre a proporre una tariffa unica e inclusiva di tutto ci aggiunge anche il parcheggio. Infine, l’ulteriore motivo che mi ha imposto questa scelta: una legge del Nevada vieta il soggiorno in hotel ai minori di 21 anni non accompagnati dai genitori. Gli hotel che ho selezionato durante la ricerca dichiaravano apertamente questa impossibilità, quindi occhi aperti. Il Best Western invece non ha questo limite, ha una tariffa unica, è in pieno centro e include il parcheggio gratuito: come si fa a non sceglierlo? 😉
Stiamo in stanza il tempo di rinfrescarci e sistemare i bagagli, che diventano sempre più massicci, e con il calar del sole siamo subito in strada per assistere allo spettacolo di acqua e fuoco del vulcano del Mirage (ogni ora tra le 20:00 e le 23:00).
Al termine dello show andiamo dritti nella zona pedonale del Linq, alle spalle della ruota panoramica, e tra artisti di strada e negozi cerchiamo e troviamo la nostra meta: il Tilted Kilt che, come accaduto nel 2014, si conferma il miglior hamburger del viaggio. Anche l’ordine è lo stesso della volta scorsa: un Wicked Boston con formaggio americano condito con cipolle alla birra Samuel Adams, pancetta al pepe d’acero, insalata, pomodoro e salse; e poi un BBQ Burger con salsa barbecue, cheddar, pancetta affumicata alle mele, cipolle fritte e due grandi Bud Light alla spina per un totale di 50 dollari (45.70 Eu).
Finalmente carichi di proteine e grassi, siamo pronti per una prima esplorazione della pazza Sin City. Attraversiamo la strada e passiamo davanti alle “rovine” del Caesar’s Palace per procedere poi fino al Bellagio, dove ammiriamo un paio di spettacoli delle fontane danzanti prima di entrare. Siamo a caccia di una informazione importante: gli orari del buffet 🙂
Il leggendario buffet del Bellagio è aperto dalle 19:00 alle 22:00 e così per domani sappiamo già dove venire per cena. Dopo aver buttato inutilmente qualche dollaro nelle slot machine, rientriamo verso il nostro hotel frastornati da luci, suoni e colori dopo giorni di paesaggi deserti e silenzi.
Prima di andare a dormire, però, ci concediamo un po’ di Italia visitando i canali e i cieli azzurri di Venezia perfettamente riprodotti all’interno del Venetian: forse il casinò più kitsch di Las Vegas.
Domani abbiamo un’intera giornata per scoprire questa città folle.

Quanto abbiamo camminato oggi? 10,5 km

03/09 Las Vegas

A causa di un falso allarme antincendio, siamo definitivamente svegli all’alba. Sbrigo un po’ di lavoro e alle 09:30 entriamo nel vicino Denny’s e ordiniamo entrambi un Lumberjack Slam con due uova strapazzate, bacon, salsiccia, prosciutto arrosto e pancake; da bere succo d’arancia e milkshake Oreo. I 37 dollari del conto diventano 27.75 grazie al buono sconto del 25% regalato dall’hotel (25.40 Eu).
Cosa fare a Las Vegas durante il giorno? C’è tanto da fare, i casinò non chiudono praticamente mai e sono belli da vedere a qualsiasi ora. Noi abbiamo passeggiato lungo la Strip partendo dai giardini esotici e le cascate del Wynn fino ai grattacieli curvi del Waldorf Astoria. Visto il gran caldo abbiamo fatto lunghi tratti entrando e uscendo dai casinò, impresa non facile visto che questi locali enormi e ipnotici sono fatti per disorientare e intrappolare le persone! 🙂
Durante il passaggio all’interno del Planet Hollywood troviamo un bel negozio di souvenir dove si compra bene (abbiamo portato a casa una targa del Nevada).
A proposito di souvenir: durante il tragitto abbiamo fatto tanti confronti prezzi ma nessuno batte i negozietti dell’Hawaiian Marketplace che si trovano subito dopo i passaggi sopraelevati del Paris Paris (in direzione Mandala Bay). Concentriamo qui il nostro shopping: t-shirt, borracce di alluminio, magneti, adesivi, penne, berretto, tazze, portachiavi fiche e mazzi di carte usate (hanno i 4 angoli tagliati) con il brand dei più noti casino sul dorso (40 dollari, 36.40 Eu). E per finire un delizioso completino per bebè che giocano d’azzardo.
E sì, ho comprato il primo souvenir del genere al Grand Canyon, ora posso dirlo chiaro e forte: ci siamo! Io e Fede siamo abbastanza incinti!
L’anno scorso, prima del nostro viaggio in Perù, avevamo fatto una previsione: nel 2019, in occasione del viaggio-premio con mio nipote, lei avrebbe preso una pausa per via della futura gravidanza che avevamo in programma … e così è stato! Dopo i primi tre mesi di ecografie e visite mediche, mentre ero a San Diego ho ricevuto la notizia che anche l’ultimo esame che ha fatto prima della mia partenza è andato benissimo.
Sì! Presto riprenderemo a viaggiare insieme e saremo in tre!
Alle 15:00 rientriamo in hotel e ci rilassiamo in piscina per rinfrescarci prima di cena. Dopo tuffi, snack e letture, indossiamo le nostre belle camicie da serata importante e usciamo di nuovo, stavolta per andare a vedere l’interno del Mirage: la grande piscina, il meraviglioso negozio di memorabilia del cinema e dello sport autografate, il ricco acquario della reception, e poi passiamo agli interni sontuosi del Caesar’s.
Sono le 19:40 quando ci mettiamo in fila per il grande buffet del Bellagio. Aspettiamo il nostro turno per 40 minuti, paghiamo l’ingresso 86.58 dollari (79.15 Eu) e ci accompagnano al tavolo.
Ora dobbiamo solo scegliere da dove iniziare, la nostra intenzione è assaggiare tutto e in buona parte ci riusciamo. Facciamo diversi viaggi e nei nostri piatti finiscono: granchi giganti, gamberi, costolette marinate, filetti di manzo, salsicce, tacchino, pollo, mini hamburger, paella, piatti cinesi, indiani, sushi, uno spicchio di pizza e un pugno di pasta per curiosità (sorvoliamo, non ne vale la pena. Mai! Neanche al Bellagio). Non ci siamo fatti sfuggire (quasi) niente prima di attaccare il carrello dei dolci e gelati. Praticamente abbiamo saltato solo frutta e verdura ma ci sono e abbiamo visto persone mangiare solo quelle.
Rispetto al 2014, stavolta sono incluse nel prezzo le bibite analcoliche: ci sono grandi distributori automatici di soft drink con display digitali per scegliere tra decine di bevande. Assaggiamo la Coca Cola alla ciliegia e la limonata al lime, buonissima. Birra e vino si pagano a parte e si possono chiedere ai camerieri in sala che sparecchiano ogni volta che vai a rifornirti di nuovo. Per noi le cose più buone sono stati i tagli di carne, le costate in particolare, il sushi e il granchio. Delusione per i dolci, in passato erano più buoni, mentre stavolta ci hanno lasciato… l’amaro in bocca!
In ogni caso lo consiglio: anche a distanza di anni e a dispetto di qualche recensione negativa su TripAdvisor, il buffet del Bellagio merita ancora attenzione. Specie se si pensa che la spesa è di 39 Euro a persona dove un hamburger con bibita ne costa circa 25. Si può fare!
Dopo un’ora e mezza trascorse a tavola come le cavallette dell’apocalisse siamo pronti a uscire e proseguire verso la parte di Strip che ancora non abbiamo visto. Camminiamo sul lato del Bellagio e passiamo in rassegna il vertiginoso New York New York, il fiabesco Excalibur e il piramidale Luxor.
Per tornare indietro attraversiamo la strada all’altezza del MGM e proseguiamo verso il casinò del nostro hotel dove arriviamo dopo mezzanotte: un’ora perfetta per sedersi alla roulette e fare qualche puntata.
Alle 2:00 lasciamo il tavolo da vincenti e portiamo con noi 42 dollari (38.40 Eu): un buon modo per salutare Las Vegas!

Quanto abbiamo camminato oggi? 17,2 km

04/09 Las Vegas – Los Angeles (475 km)

Per oggi abbiamo in programma un pigro avvicinamento a Los Angeles, la destinazione finale di questo viaggio.
Partiamo con calma dall’hotel, dopo aver aiutato una coppia italiana a parcheggiare, fare check-in e orientarsi nel complicato mondo di Las Vegas che al primo impatto ti confonde e frastorna.
Dopo la nostra buona azione quotidiana, lasciamo la Strip in macchina e ci spostiamo verso il Las Vegas South Premium Outlets dove compriamo felpe nello store Nike e visitiamo tanti altri negozi di abbigliamento. Il bottino principale, però, è a base di jerky beef e una confezione di preparato per cucinare la jambalaya della Lousiana, un piatto che ho apprezzato moltissimo durante il viaggio a New Orleans nel 2015.
La sosta dura più del previsto e ripartiamo piuttosto tardi, prima di lasciare il Nevada ci fermiamo a Jean dove c’è il distributore Chevron più grande del mondo con le sue 96 pompe. Deve essere anche il più caro perché qui la benzina la paghiamo ben 4 dollari (3.66 Eu) al gallone!
Superiamo il confine, rientriamo in California e attraversiamo il deserto del Mojave. Dopo Barstow scendiamo verso sud e nei pressi di San Bernardino veniamo inghiottiti dal traffico convulso delle enormi strade che caratterizzano l’hinterland di Los Angeles.
Sono già le 20:00 quando arriviamo al Best Western Redondo Beach Galleria Inn, lasciamo al volo le valigie e ci rimettiamo in marcia per andare a riconsegnare la macchina.
Arrivare in aeroporto è una missione stressante che portiamo a compimento senza imprevisti, anche perché per fortuna siamo abbastanza vicini. Dopo aver salutato la nostra Malibu, prendiamo la navetta che ci porta ai terminal e da qui ci agganciamo alla wi-fi dell’aeroporto per connetterci con Uber: sarà questo il principale servizio di trasporto che abbiamo programmato di usare a Los Angeles.
Prenotiamo il nostro autista, seguiamo le istruzioni per identificarci a vicenda e con solo 17 dollari (15.50 Eu) ci riporta in hotel. Durante il tragitto chiediamo informazioni per cena ma, siccome è tardi, troviamo i locali consigliati già chiusi e per questo finiamo in un Wienerschnitzel vicino al nostro albergo.
Siamo stanchi morti, ci restano giusto le forze necessarie per mangiare il classico BBQ Bacon Cheeseburger, un Junkyard dog (un hot dog con patatine fritte, chili, formaggio americano, mostarda, cipolle grigliate, pane al sesamo) e un bratwurst con cipolle e mostarda. In pratica un menù da Oktoberfest nel pieno di Redondo Beach, in California. Ma l’assurdità non è finita, perché questi “tedeschi”… non servono birra! Solo bibite analcoliche.
Poco male, siamo già cotti, quindi per digerire vanno bene anche una limonata Tropicana e una Mountain Dew. Lasciamo in cassa 20 dollari (18.20 Eu) e dichiariamo chiusa la giornata e tutta la nostra settimana on the road. Abbiamo visto San Diego, Yuma, Cottonwood, il Grand Canyon, Flagstaff e Las Vegas. 2375 chilometri in 7 giorni, da Los Angeles a Los Angeles: si può fare!
Ora ci aspettano un paio di giorni losangelini e abbiamo le idee molto chiare su cosa faremo… 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 5,1 km

05/09 Los Angeles (Universal Studios)

A Los Angeles c’è Hollywood, la casa del cinema mondiale. Attori, studi, cinema, teatri, produzioni: la scena quotidiana di Los Angeles è sempre a metà strada tra finzione e realtà.
Quindi, per fare un vero assaggio di questo mondo di mezzo trascorreremo la giornata agli Universal Studios di Hollywood… e non solo! 😉
Il 27 Luglio abbiamo comprato il biglietto sul sito ufficiale, con la formula due giorni al prezzo di uno. In pratica scegli la data della visita e hai la possibilità di entrare con lo stesso biglietto anche in un secondo giorno (ti indicano esattamente in quali date sarebbe possibile l’ingresso omaggio). Visto che il prezzo era uguale al biglietto di un giorno ho acquistato questa soluzione a 109 dollari (99.50 Eu). Non succede, ma se succede che ci va, possiamo tornarci gratis già domani. Hai visto mai?
Dopo una ricca ricca colazione dolce e salata offerta dal Best Western, selezioniamo il nostro UberPool per raggiungere gli Studios. Questa categoria di Uber condivide il tragitto o parte di esso con altri passeggeri, riducendo il costo della corsa a 31 dollari (28.30 Eu).
Dopo un’ora di macchina superiamo la passeggiata dei negozi, raggiungiamo l’ingresso del parco alle 11:30 e dopo l’esordio con il cinema 4D di Kung Fu Panda, entriamo dritti nel magico mondo di Harry Potter e poi dei Minion.
Queste attrazioni sono identiche a quelle che ho visto nel parco gemello di Orlando, durante il viaggio in Florida: sono sempre bellissime e divertenti, quindi faccio volentieri il bis di tutto, anche quando ci spostiamo nel livello inferiore degli Studios. Qui ci aspettano i Transformers e l’adrenalinica Jurassic Park dalla quale usciamo piuttosto rinfrescati, vista l’abbondanza d’acqua che è arrivata a secchiate da ogni direzione.
Dopo aver recuperato gli zaini nei comodissimi armadietti gratuiti a riconoscimento digitale, presenti all’ingresso delle attrazioni più movimentate, torniamo al livello superiore e andiamo a vedere la zona dei Simpson con la riproduzione di Springfield, dove non manca una sosta al Krusty Burger per mangiare l’enorme hot dog Telespalla Bob con chili, formaggio e cipolle, accompagnato da una grande limonata (20 dollari, 18.20 Eu).
Prima di lasciare quest’area andiamo sulla montagna russa virtuale dei Simpson e incontriamo la fila più lunga del giorno: 40 minuti, mentre tutte le altre sono state sempre sotto i 15. Il giorno infrasettimanale sicuramente ci ha aiutati ad avere tempi di attesa così bassi, così come ci ha aiutato l’app ufficiale del parco che dà delle stime in tempo reale sulle file, per organizzare meglio il proprio programma.
Nel frattempo è arrivata l’ora per vedere lo spettacolo live di Waterworld che è rimasto identico a quello visto nel 2006, quindi lo trovo ancora perfettamente organizzato e recitato. In più quest’anno abbiamo trovato a recitare anche la protagonista femminile di Waterworld 2.
Ricordate che per vedere uno spettacolo dal vivo bisogna andare 20 minuti prima dell’inizio dello show. E un avviso importante per Waterworld: sulle gradinate sono indicate le file che saranno colpite dagli abbondanti schizzi d’acqua provocati, più o meno volontariamente, dagli attori in scena. Le file sono dove ci si bagna sono indicate, ma voi non fidatevi troppo e mettetevi più indietro! 😉
Il parco chiude alle 18:00 ma ce la prendiamo comoda in diversi negozi a tema dove lasciamo 50 dollari (45.70 Eu) per comprare tazze, apribottiglie magnetico, t-shirt, penne, blocchetti e qualche altra cianfrusaglia.
All’uscita seguiamo le indicazioni per la stazione della metro Universal Studio City, dove andiamo a prendere la linea rossa in direzione Union Station e scendiamo dopo una sola fermata a Hollywood Highland: il cuore della lunga Hollywood Boulevard, più nota come Walk of Fame.
Alcune informazioni sulla metropolitana di Los Angeles: la rete è vasta e abbastanza capillare ma Los Angeles è più grande ancora! Molti luoghi noti sono distanti tra loro e in alcuni casi raggiungibili con due o tre cambi e anche un paio di ore di collegamenti. Per questo abbiamo usato la metro solo per tratti brevi e preferito Uber per altri spostamenti: per quanto sia sicuramente più dispendioso dei mezzi pubblici ci ha fatto risparmiare molto tempo. Il primo biglietto della metro costa 3.75 dollari (3.40 Eu) e la cifra include il costo della singola corsa, 1.75 dollari (1.60 Eu), e 2 dollari (1.80 Eu) sono per acquistare la tessera da ricaricare nei viaggi successivi.
È quasi il tramonto quando arriviamo a destinazione, un momento perfetto per vedere questa grande arteria parallela a Sunset Boulevard.
I palazzi e le palme altissime dovrebbero farti puntare gli occhi verso l’alto ma le stelle sul marciapiede sono le vere protagoniste di questa strada spettacolare. Ci divertiamo a riconoscere i grandi personaggi del cinema, della musica, della radio che hanno ricevuto questo omaggio e cerchiamo, e troviamo, anche i nomi di tanti artisti italiani.
Davanti al Chinese Theatre ci sono i calchi di mani e piedi autografati da celebrità del passato e star del cinema contemporaneo. Soprattutto, però, proprio accanto al celebre teatro, c’è un enorme negozio di souvenir con tanto di imbonitore microfonato all’esterno: 5 dollari (4.60 Eu) per comprare qualsiasi articolo, e noi scegliamo felpe e targa della California.
Se vi state chiedendo dove comprare souvenir a Los Angeles, la risposta è tutta in questa strada. La paccottiglia per turisti abbonda e man mano che ci si allontana dalla zona centrale si riducono i prezzi, fino a trovare anche negozi che vendono tutto a 99 cents! Proprio qui compriamo ancora magneti, sticker e portachiavi.
Poi ci sono negozi più belli e curati, come quello della Marvel, dove compriamo altre borracce in alluminio e un tappeto da supereroe per casa nuova (36 dollari, 32.80 Eu).
Dopo una perlustrazione a caccia di promozioni e sconti torniamo nei negozi con le proposte migliori per comprare quattro t-shirt a 10 dollari e sei magneti per la stessa cifra. Ce ne sono tante di queste promozioni: più compri e meno paghi.
Dopo aver camminato a lungo nel tratto più noto di questa incredibile strada, alle 21:30 ci fermiamo a cenare da Johnny Rockets, consigliato dal nostro autista Uber. Si tratta di una catena di fast food – al ritorno ho scoperto che hanno cinque punti vendita anche in Italia, di cui uno a Roma – dove servono carne fresca e non surgelata, quindi il gusto è migliore. Gli arredi sono in stile anni ’50 e anche se promettono sorrisi, troviamo il personale piuttosto scorbutico e sbrigativo. Ordiniamo due panini classici con bacon e cheddar, acqua e Pepsi per un totale di 35.29 dollari (32.20 Eu). Anche qui non servono alcolici.
Sono passate le 22:00 quando torniamo in strada, entriamo in un altro paio di negozi e vampirizziamo la wi-fi di un Footloocker per prenotare il nostro Uber. In meno di un minuto arriva la macchina che con 50 minuti e 27.55 dollari (25.15 Eu) ci riporta in hotel dopo aver attraversato i grattacieli di Downtown.
Ancora una giornata intensa trascorsa in questa città elettrica ma non è finita, domani ci rilassiamo un po’ e andiamo a vedere una Los Angeles più stravagante e bohémien. Domani andiamo al mare…

Quanto abbiamo camminato oggi? 12,8 km

06/09 Los Angeles (Venice – Santa Monica)

Dopo l’ormai consueta e ricchissima colazione, pianifichiamo un po’ la giornata. L’ultima giornata zio-nipote in USA.
Come sempre abbiamo le idee chiare su cosa fare, non resta che applicarle: alle 10:30 arriva direttamente in hotel il nostro UberPool e ci facciamo lasciare a Venice Boardwalk. Tempo impiegato: 45 minuti. Prezzo: 18.22 dollari (16.60 Eu).
Ancora una nota sul funzionamento di UberPool: oltre a ridurre la spesa finale se condividi l’auto con altri passeggeri che prenotano sul tuo percorso, bisogna aggiungere che in questa categoria accetti di incontrare l’autista in un punto concordato che dista al massimo qualche centinaio di metri rispetto al luogo della tua chiamata. A noi di solito sono venuti a prenderci al punto di chiamata ma è successo anche di doverci spostare un paio di volte, in entrambi i casi si è trattato semplicemente di attraversare una strada per stare sul senso di marcia più favorevole all’autista. Niente di complicato, però attenzione alla connessione: se siete in wi-fi e dovete spostarvi, rischiate di perdere il segnale e di conseguenza gli eventuali scambi e aggiornamenti con l’auto in arrivo.
Sono le 12:00, il sole è alto e picchia duro. Girovaghiamo sotto i portici e lungo i viali di quelli che dovevano essere la riproduzione dei canali di Venezia in questo folle progetto di architettura contemporanea. La speculazione immobiliare non riuscì benissimo e Venice cadde in disgrazia, abbandonata e mal frequentata.
Oggi è in netta ripresa: la pista ciclabile, gli skate park, i prati, le palestre all’aperto, i tanti negozietti di artigianato etnico e gli artisti di strada la rendono viva e ne determinato il carattere frizzante e multiculturale.
Eppure c’è qualcosa che non va: l’atmosfera rilassata e del tutto simile alle comuni della vecchia Europa non trova corrispondenza nei prezzi delle cose in vendita. Abbiamo trovato Venice più costosa del centro di Los Angeles!
I negozi vintage vendono a prezzi salati vecchie divise militari e capi firmati, si trovano capi di abbigliamento di marche note negli anni ’80/90 e non abbiamo trovato niente sotto i 70 dollari. Anche per i comuni souvenir è meglio comprare su Hollywood Boulevard.
Dopo aver accantonato ogni idea di shopping camminiamo lungo la pista che fiancheggia l’enorme spiaggia in direzione Santa Monica, dove arriviamo alle 13:30 dopo una pausa per vedere le evoluzioni degli skater e una doccia per rinfrescare la testa.
Santa Monica è la località che ospita il pier più famoso e frequentato di Los Angeles. Il molo è lungo, si slancia per molti metri dalla terraferma al mare e sulla sua palafitta – retta da grandi pali di legno – trovano posto tanti negozi, addirittura una montagna russa e la celebre ruota panoramica!
Noi entriamo dalla zona del Luna Park, ci fermiamo in una sala giochi anche questa – neanche a dirlo! – con videogames degli anni ’90 e dopo uno spuntino veloce, scattiamo le foto al segnale stradale che indica il termine della Route 66; una piccola anticipazione della fine del molo, dove troviamo l’ultimo shop della Route.
Proprio qui ci affacciamo per ammirare il mare che si apre davanti a noi e mentre stiamo a guardare ci sentiamo osservati da una foca che in acqua aspetta qualche bocconcino lanciato da turisti e pescatori.
Facciamo ancora qualche altro giro che ci conferma, anche qui, che ieri abbiamo fatto ottimi acquisti e prima di andar via il nipotone consacra il suo viaggio in America con un rituale tuffo nell’oceano.
Una volta tornati su Ocean Drive prenotiamo Uber e ci facciamo scaricare al South Bay Galleria, un grande centro commerciale vicino al nostro hotel, dove arriviamo – per l’ultimo shopping matto e disperato – alle 16:30, dopo un’ora di macchina al costo di 30.46 dollari (27.80 Eu).
Qui vanno via ancora 100 dollari in t-shirt, body per bimbi, sportina, thermos, scarpe e ciabatte Nike da Macy’s, dove approfittiamo anche del wi-fi per fare check-in online sull’app Delta, per il volo di domani: il ritorno a casa si avvicina.
Prima però ci aspetta l’ultima cena a Los Angeles e vogliamo che sia meglio delle precedenti, anche perché finalmente riusciamo ad andare in un locale selezionato dall’Italia e che avevamo adocchiato sin dal primo giorno ma che alle 21:00 chiude!
Stavolta siamo in netto anticipo e riusciamo a goderci i tacos di pesce di Ensenada’s surf n turf grill. Ordiniamo due tacos di pesce e uno di pesce e gamberi, accompagnati da riso e fagioli e un refill medio di bibite gassate perché anche qui non servono alcolici! Spendiamo solo 20 dollari (18.20 Eu) per la cena meno costosa di tutto il viaggio che risulta anche una delle migliori.
In uscita dal ristorante ci accorgiamo di aver smarrito gli occhiali da sole e abbiamo anche il sospetto su dove siano stati lasciati, così torniamo dritti nel negozio del centro commerciale dove avevamo provato delle maglie e le commesse sembravano aspettare proprio noi da un momento all’altro. Il viaggio si chiude esattamente come era iniziato: con qualcosa di perso e ritrovato.
Anzi no! Non si chiude così, perché negli ultimi tre giorni a Los Angeles non siamo riusciti a bere la nostra adorata Bud Light, quindi facciamo come a San Diego il primo giorno: entriamo in una di quelle rivendite di alcolici gestite da asiatici asserragliati dietro un vetro blindato e compriamo una bella bottiglia da collezione, in alluminio e richiudibile, della nostra birra preferita (1.49 dollari, 1.30 Eu). Ora sì che possiamo tornare in Italia! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 14.6 km

07/09 Los Angeles – Roma

Il viaggio con Lorenzo sta per finire. Abbiamo portato a termine la missione e abbiamo fatto tutto quello che avevamo in programma.
Siamo sempre andati d’accordo, ci piace ridere, giocare, siamo appassionati di sport e di AS Roma, ci piace viaggiare, mangiare, andare allo stadio, abbiamo una storia ventennale alle spalle ma un viaggio è un viaggio.
Un viaggio è diverso da qualsiasi esperienza, vengono fuori altre dinamiche, abitudini, caratteri, umori. Stare per undici giorni insieme, a stretto contatto, 24 ore su 24, è stata una novità per entrambi e posso dire che abbiamo superato anche questa prova. Chissà, magari in futuro sarà lui a promettermi un viaggio alle Hawaii! 😉
Ovviamente quando i ritmi sonno/sveglia sono equilibrati e riusciresti a dormire a lungo, è tempo di tornare a casa e ti devi alzare all’alba.
Dopo la colazione e i controlli finali in stanza e nella valigia, alle 7:45 prenotiamo il nostro ultimo Uber per raggiungere l’aeroporto.
Arriviamo a destinazione in 15 minuti, con una spesa di 14.11 dollari (12.85 Eu) e con questa storia delle tre ore e mezza prima siamo decisamente in anticipo sulla partenza.
Ci mettiamo solo 40 minuti a superare i controlli di sicurezza e così ci troviamo nel gate di partenza ben tre ore prima del volo. Non immaginavano un così largo anticipo e contavamo di spendere ancora un po’ di soldi e tempo nel duty free, salvo poi scoprire che trovandoci in un terminal per i voli interni, non ci sono negozi se non un paio di edicole e caffetterie. Una noia mortale lo scintillante aeroporto di Los Angeles!
Lo scalo di un’ora e mezza a Boston fila liscio e mentre stiamo per imbarcarci penso che qui dovrei venire prima o poi. Magari per fare un giro anche in Canada. A Fede piacerebbe viaggiare in Canada e sono sicuro che anche alla piccolissima in arrivo piacerà. Buon viaggio!

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 95,9 km

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Stati Uniti Occidentali disponibile su Amazon
Libri letti su Kindle: La scomparsa di Josef Mengele di O. Guez e Corruzione di D. Wislow

Diario di viaggio in USA: Route 66 da Chicago a Los Angeles

Route 66
La Route 66 a Essex, California

Dopo circa 20 giorni di viaggio, dopo aver percorso 5230 Km, dopo 8 pieni di benzina, dopo aver pernottato in 11 città di 8 diversi stati, dopo aver visitato oltre 20 località e 4 grandi parchi, insomma dopo questi dettagli e molte vicende, io e Dan, il mio compagno di viaggio, siamo tornati!

Ho riletto l’ultimo post e ora posso affermare con certezza che questo 2006 lo ricorderò per sempre.
E questo viaggio ha messo sul piatto della bilancia così tanta positività da riscattare l’amaro dei precedenti mesi, quindi ringrazio la Route 66 perché mi ha dato esattamente ciò che cercavo: orizzonti nuovi, silenzi irreali, paesaggi dolci e aspri, in ogni caso unici. Ringrazio la Route 66 per essere stata se stessa, quella letta sui libri e vista al cinema.
Ho scritto qualche appunto durante il viaggio e ho deciso di pubblicarlo sul mio trascurato blog, a disposizione di quanti mi hanno chiesto un resoconto del viaggio e di chi avrà bisogno di informazioni del genere prima di intraprendere un viaggio simile.
On the road ci si deve aiutare, quindi chi è pronto ad andare negli USA a percorrere la mother road, non esiti a contattarmi, sarò lieto di rispondere a qualsiasi domanda su questo blog o in privato.
Adesso cominciamo, dall’inizio…

 

21/09/06 Roma – Chicago

 

La partenza si rivela molto dura: sveglia all’alba e alle 6 siamo già in aeroporto. Il volo per Madrid fila via liscio in un paio d’ore e non dobbiamo attendere molto per la coincidenza.
Decolliamo per Chicago alle 12 circa e dopo 9 ore e due pasti degni di un lager, atterriamo nella capitale dell’Illinois. Sbrigate le pratiche doganali, corriamo incontro ai nostri bagagli che stranamente sono già sul nastro! Il colpo di fortuna è insolito e non perdiamo l’occasione per guadagnare del tempo: ci avventiamo come falchi sulle valigie e alle 15 circa siamo già sullo shuttle diretto verso l’Holiday Inn Mart Plaza!
L’impatto con la città è emozionante, lo skyline si presenta con l’imponente facciata della Sear Tower e il nostro hotel va oltre le aspettative: è nel cuore della city e la nostra camera affaccia sulla torre del John Hanckok Center.
Incuranti del fuso usciamo a esplorare le strade e subito l’impressione è ottima: le strade, i locali, i palazzi, le persone, è tutto favoloso!
Costeggiamo il Chicago River fino all’incrocio col Magnificent Mile che risaliamo fin sotto al John Hancock. Il grattacielo è maestoso, vola verso il cielo e ci invita a salire, a guardare l’immenso panorama che offre la città di notte. Saliamo fino al bar del piano 96 e lì restiamo a bocca aperta: le strade, le luci, la macchia buia ed enorme lasciata dal lago Michigan nel cuore della città sfavillante, ci tengono incollati ai vetri.
Una volta coi piedi per terra iniziamo la ricerca di un posto dove mangiare, e alla fine puntiamo su una steakhouse vicina all’hotel. Locale bellissimo, sul fiume, dall’atmosfera raffinata. Nella zona del bar per 18 $ a testa ci servono un mega hamburger di 3 chili 🙂
La prima giornata negli Stati Uniti si chiude con l’orologio indietro di 7 ore e un bilancio iniziale che dà energia, anche se siamo più scarichi di una vecchia pila di Volta.
Le ultime forze le impieghiamo per una doccia e una grande dormita.

 

22/09/06 Chicago

 

Al mattino ci alziamo di buon’ora perché abbiamo un programma molto fitto e vogliamo rispettarlo.
Si comincia da Lou Mitchell, il primo locale segnalato dalle guide che si occupano di Route 66. È celebre per le sue colazioni ed effettivamente merita la fama che ha: mangiamo scrambled eggs con bacon, pancake con sciroppo d’acero e marmellata, succhi e caffè e spendiamo solo 9 dollari.
All’uscita passiamo sotto la celebratissima Sear Tower ma l’impatto è meno emozionante del previsto, concludiamo che la città ha grattacieli molto più belli. Per esempio il 333 di Wacker Drive, a cui ci affezioniamo idealmente.
Ormai abbiamo preso confidenza con la Loop, la sopraelevata che serve il cuore di Chicago, così ci spostiamo verso l’Art Institute, esattamente all’incrocio di Jackson Bv. con Michigan Av., è qui che inizia la Route 66 e un cartello con scritto “BEGIN” ci ricorda perché siamo lì.
Dopo ci immergiamo nel verde del Millennium Park e la passeggiata ci regala sorprese dietro ogni sentiero, in particolare ci colpisce l’auditorium all’aperto progettato da Frank O. Gehry e ‘il fagiolo’ di Anish Kapoor, una scultura enorme, in titanio, che riflette e distorce il cielo, lo skyline della città e tutto ciò che si specchia sulla sua superficie. Trovate alcune foto di questo spettacolare parco visitando questo link.
Osserviamo le persone, la pulizia e la cura con cui conservano le cose che hanno e siamo contenti di aver prolungato il soggiorno a Chicago: è una città magnifica!
Dopo una breve pausa in hotel per riprendere le forze, siamo pronti per la cena. La nostra destinazione è Billy Goat Tavern, il luogo preferito dai giornalisti del Chicago Tribune.
Il locale è nelle vicinanze della torre che prende il nome dalla mitica testata cittadina, in un sottoscala per la precisione. L’aspetto è molto trasandato, sembra la classica bettola, ma l’ambiente è familiare e trasmette una calma anomala in una metropoli così grande e indaffarata.
Rispettiamo la “tradizione” gastronomica del posto e ordiniamo double cheeseburger e hot dog, ma soprattutto respiriamo l’aria del tipico locale americano: bancone, gestori, tavoli, sedie, tutto richiama gli anni ’50. E non è un ambiente ricostruito: è così da sempre!
A cena finita torniamo nel Loop: la notte è lunga e si vede che la gente di Chicago è pronta a viverla. Girovaghiamo per la città, arriviamo fino ai giochi d’acqua, luci e musica della Buckingham Fountain di Grant Park e restiamo ad ammirare lo skyline notturno dalle rive del lago Michigan.
Ormai è notte, e ci ritroviamo seduti su una panchina lungo il fiume a fumare l’ultima sigaretta dedicata a Chicago. La città del blues e di Al Capone ci ha sorpreso: è davvero bella, da conoscere più a fondo. In pratica merita una vacanza a sé 🙂
Poi torniamo in hotel, è ora di programmare la partenza del giorno dopo, St. Louis ci aspetta.

 

23/09/06 Chicago – St. Louis (Km. 584)

 

Alle 7 siamo già in piedi, pronti a ritirare l’auto presso Alamo.
Sbrigate le pratiche burocratiche facciamo conoscenza con la Chevrolet Impala che per quasi 2 settimane sarà un po’ la nostra casa, insieme alla strada. Tanto per prendere confidenza con l’auto e la viabilità americana facciamo subito un paio di memorabili infrazioni, ma siamo fortunati: a parte qualche strombazzata, nessuno ci nota e ci dirigiamo verso Lou per un’altra grande colazione. Bissiamo il menù di ieri e dopo aver salutato la simpatica Linda, una donnona innamorata delle calzature italiane che ci ha servito la colazione, apriamo le mappe con un solo obiettivo: prendere la strada e arrivare a St. Louis.
Lasciare Chicago non è semplice ma alla fine veniamo indirizzati sulla I-55 South, la strada che dopo circa 300 miglia ci porterà a destinazione.
Guidare negli USA risulta facile e gradevole, specie se si conosce il percorso da seguire e si ha un’auto fornita di pilota automatico, come la nostra. Seguendo le indicazioni della DeLuchina, una “guida” alternativa composta da me in Italia con le mappe per raggiungere tutti i luoghi dove pernotteremo, arriviamo finalmente al motel Ramada.
Giusto il tempo per posare i bagagli e raccogliere informazioni su come raggiungere downtown e siamo di nuovo in strada. La città è a 18 miglia da noi ma raggiungerla non è difficile, troviamo subito il parcheggio indicato sulla guida e iniziamo l’escursione del Jefferson Memorial.
Il panorama che ci attende subito fuori la rimessa, è di quelli che si ricordano per sempre: siamo affacciati sul Mississippi, che scorre placido, larghissimo e scuro. Alle nostre spalle c’è il Gateway Arch, una struttura alta 164 metri opera del finnoamericano Saarinen, che rappresenta idealmente la porta per l’Ovest, ruolo che nella storia degli Usa è sempre appartenuto alla città di St. Louis. Dal greto del fiume provengono il suono e la voce di un concerto blues, che ci attirano a vedere uno show organizzato in uno scenario unico. C’è perfino un interprete affianco alla cantante che traduce le canzoni con il linguaggio dei sordomuti a tempo di musica, come se ballasse! Dietro il palco, sull’altra sponda, sono ormeggiati vecchi battelli a pale trasformati in luminosi casinò.
Dopo aver passeggiato su Market St. ci dirigiamo verso Laclade, il quartiere storico della città, ricco di locali. Sembra di essere in un film: tutto è rimasto come agli inizi del secolo scorso. Le strade lastricate sono attraversate dalle carrozze, i tombini fumanti, le luci soffuse, le abitazioni di mattoni rossi, tutto ti riporta indietro nel tempo. Solo la moderna supercostata di maiale spennellata di salsa bbq e l’indigena Bud Light che ordiniamo dallo storico Hannegan’s, ci ricordano che siamo nel 2006. Così, a stomaco pieno, facciamo ritorno al motel, lasciandoci alle spalle i colori dei fuochi d’artificio che esplodono sul fiume, perfettamente incorniciati all’interno del Gateway Arch.
È tardi, bisogna riposare, domani si riprende la strada.

 

24/09/06 St. Louis – Springfield (Km. 516,8)

 

Sveglia alle 7, ci aspetta una gran colazione a base di waffle e muffin prima di iniziare il viaggio verso Springfield.
Cominciamo il viaggio sulla I-55 che abbandoneremo poi per la I-44, ma alla prima uscita utile siamo subito a cavallo della nostra strada, la Route 66.
Percorriamo miglia su miglia circondati dai boschi delle colline Ozark. Il paesaggio è incantevole, stiamo attraversando gli USA meno conosciuti, fatti dalle persone comuni, dai paesini sulle strade, dal calore e dalla curiosità per gli stranieri che attraversano il loro territorio.
Superate le Meramec Caverns, luogo di rifugio per banditi e soldati durante la guerra civile, la Route 66 passa per il centro abitato di piccoli paesi: Cuba, Rolla, Lebanon sono i più caratteristici ed effettivamente si nota come la loro economia attuale sia risollevata dal turismo prodotto dalla mitica strada.
Tutto o quasi è intitolato a lei, è la consacrazione del mito, un inno all’asfalto che per anni ha collegato il West e l’East di questa giovane nazione.
Procediamo meravigliati tra pompe di benzina e motel fatiscenti, fino all’ora di pranzo che ci vede sbranare un ottimo bacon cheeseburger al Rocking Chair, un localino ai margini della I-44, strada veloce che ci porterà fino a Springfield.
Dopo una pausa in hotel riprendiamo la strada per raggiungere Branson, la Las Vegas del Missouri per via dei numerosi show in programma durante la stagione estiva.
Le 40 miglia che ci separano dalla città sono tempestate di cartelloni che pubblicizzano i tantissimi spettacoli previsti, e i concerti di musica folk e country la fanno indubbiamente da padroni.
Siamo sempre più curiosi e una volta parcheggiato, la città si presenta nel migliore dei modi: inno americano e spettacolo di fontane e fuochi sulle acque del fiume.
Dopo una passeggiata sulla commercialissima Main Street, sembrava un outlet italiano anche se credo che siano gli outlet italiani a ispirarsi a questi centri americani, andiamo da Texas a mangiare una morbida steak sirloin da 8 once.
Dopo 323 miglia e 9 ore di auto ci restano le forze solo per trascinarci in hotel e chiudere gli occhi, buonanotte Missouri.

 

25/09/06 Springfield – Oklahoma City (Km. 544.8)

 

Alle 9 siamo in macchina per affrontare quella che nei programmi iniziali doveva essere la tappa più lunga del viaggio: 545 km da Springfield a Oklahoma.
Solo col trascorrere dei giorni ci accorgeremo che sarà stata una tappa “nella media”, la più lunga arriverà tra qualche giorno, sì che arriverà 😉
Meglio non fidarsi troppo delle programmazioni fatte in Italia, on the road tutto può cambiare… garantito!
Sulla strada ci fermiamo ad ammirare gli edifici in stile vittoriano di Carthage, un piccolo paese curato e orgoglioso della sua fama di città storica degli USA.
Al centro della città c’è l’edificio della Court House, che pare un castello, e tutto intorno si sviluppa il tessuto cittadino, tranquillo e bonario, che sa di cose semplici ma vere. Ci sono gli empori, gli antiquari, il pub dove gli anziani fanno colazione e giocano a ramino. Insomma, Carthage è molto bella e ci spiace dover ripartire.
Ma la strada ci attende e non resistiamo all’idea di proseguire, senza mappe, sulla Route 66. Dopo diverse deviazioni e richieste di info, all’orizzonte appare Tulsa, la nostra prossima tappa di passaggio.
La città, resa celebre dal boom petrolifero, non è particolarmente interessante, però conserva per circa 40 miglia uno spettacolare tratto storico della Route 66, quello del 1927-1932, che ovviamente percorriamo per intero.
La Old 66 serpeggia per la città e offre scorci incredibili della periferia, conservata nello stile inizi ’900, mentre tutto intorno le moderne “Interstate” portano a destinazione rapidamente ma con meno poesia.
Noi non abbiamo fretta e così, al termine del tratto storico, mangiamo un boccone da Subway e poi riprendiamo la I-44 verso la nostra méta.
Siamo ormai in pieno Oklahoma e il paesaggio è caratterizzato da vaste pianure e pascoli. Anche le persone sembrano più rudi, abituate a lavorare nei campi e a lasciare poco spazio alle distrazioni. Ce ne accorgiamo già dal caos e dal traffico isterico nei pressi della capitale.
Arrivare in hotel si rivela più complicato del previsto ma dopo 100 calcoli, centriamo l’obiettivo.
La pausa per scaricare i bagagli e rinfrescarsi è breve come sempre, così riprendiamo subito la macchina e andiamo in centro, a visitare il memoriale costruito per ricordare le vittime dell’attentato terroristico del 1995.
L’impatto è forte, al posto dell’edificio distrutto ci sono due enormi mura di marmo nero e lucido, una di fronte all’altra. Tra loro uno specchio d’acqua delimita l’ex superficie del palazzo federale distrutto. In cima alle lastre in marmo nero campeggiano i numeri 9:01 e 9:03, gli orari delle esplosioni.
A rendere ancora più suggestiva l’atmosfera ci sono 168 sedie vuote, rivolte verso lo specchio d’acqua. Ogni sedia ha il nome di una vittima e vengono i brividi a vedere sedie grandi, per gli adulti, alternarsi a sedie piccole, per i bambini.
Dietro di loro, come un monito contro l’odio e il terrore, sono state lasciate le macerie, grezze, delle mura che hanno resistito all’urto.
Uscendo notiamo sul muro d’ingresso le foto di chi quel giorno ha perso la vita, i biglietti, le dediche, le preghiere, i fiori, tutto come se la tragedia fosse successa ieri e non 11 anni fa.
Andiamo via con una consapevolezza: gli americani, rispetto a noi, non si limitano a ricordare, gli americani non dimenticano.
Torniamo verso l’hotel e come indicato sulla guida ci fermiamo per un hamburger al Charcoal Oven, uno storico drive in dove puoi ritirare la tua cena dall’auto. Ormai abbiamo familiarizzato con queste strade e così ci godiamo una bella escursione notturna tra le stradine di periferia, fino in hotel.
Poi non ci resta che chiudere gli occhi e dormire, domani toccherà ad Amarillo.

 

26/09/06 Oklahoma City – Amarillo (Km. 454.4)



Come sempre, di buon mattino, ci mettiamo in viaggio per raggiungere la nuova destinazione: Amarillo, in Texas.
La prima sosta è a Clinton, dove ci fermiamo a visitare un piccolo e dettagliato museo che l’Oklahoma ha dedicato alla Route 66.
Parliamo con persone che ci raccontano le imprese della loro famiglia sulla mitica strada, e restiamo affascinati dall’attaccamento che molti americani hanno per la tradizione. Sono dei nostalgici, a una certa età sentono il bisogno di ricostruire il passato, ripercorrerlo a ritroso, come per cercare le proprie origini, le radici della loro esistenza.
Andiamo via soddisfatti e, percorrendo un tratto storico della nostra strada, puntiamo su Texola. La città è al confine tra Oklahoma e Texas e sembra un set cinematografico. È deserta, spoglia e trascurata ma conserva un fascino spettrale. Siamo in vena di avventura e quindi decidiamo di pranzare proprio nell’unico ristorante del posto, il Windmill, dove prendiamo un panino chop beef davvero ottimo, condito con una grande salsa bbq.
Ripresa la strada, ci dirigiamo senza indugi verso Amarillo ma… durante il percorso una specie di albero di natale luminoso taglia in due l’aiuola spartitraffico e punta su di noi.
È una pattuglia della polizia texana che, dopo aver fatto testacoda sulla nostra corsia, si attacca con il muso al posteriore della nostra Chevrolet. Sembra voglia darci il benvenuto a tutti i costi, così rallentiamo e ci fermiamo.
Manteniamo la calma e aspettiamo in macchina che il poliziotto ci raggiunga. Al suo arrivo ci contesta l’infrazione ai limiti di velocità dello Stato: andavamo a 83 miglia orarie invece delle 70 consentite: ci ha misurato col laser venendoci incontro sull’altra corsia!
Lo convinciamo che siamo dei bravi turisti rispettosi e che il nostro limitatore era puntato sui 70, così ci grazia ed emette solo un warning, un avvertimento.
Per stavolta niente multa, ma la prossima…
Arrivati ad Amarillo ci fermiamo in hotel e gironzoliamo per la città in attesa della cena, quindi andiamo verso il caratteristico quartiere di San Jacinto, dove lungo la 6th ci sono antiquari, librerie, abbigliamento vintage e altre merci polverose e di seconda mano.
Ma il pezzo forte della strada sono i locali con le loro insegne, e noi ci fermiamo al più famoso: il Blue Gator. Tavolacci all’esterno che danno sulla strada, birra ghiacciata da 1,50 $ e un favoloso tramonto reso ancora più scintillante dalle cromature di decine di enormi Harley che qui sembrano proprio essere di casa. Dopo una porzione di chips con gazpacho, raggiungiamo il mitico The Big Texan per mangiare una celebre bistecca texana.
Il locale è degno della fama che ha, è talmente famoso e celebrato che all’interno ha anche un negozio di souvenir a tema, tutti dedicati al suo nome, allo Stato che l’ha reso celebre, ai cow boy dei ranch, ecc….
All’interno i camerieri girano per i tavoli in costume d’epoca, mentre un complessino acustico incanta gli spettatori con le ballate del vecchio West. Tutt’intorno animali impagliati, scale e soppalchi in legno come in un vero saloon!
Per non parlare della carne, assolutamente all’altezza delle aspettative. Divoriamo una ribeye da 12 once e poi andiamo in hotel soddisfatti.
Amarillo, che doveva essere solo una tappa di attraversamento, ci ha riservato tante sorprese.

 

27/09/06 Amarillo – Tucumcari (Km. 411.2)



Al mattino lasciamo Amarillo. Sarà una giornata di attraversamento da affrontare con calma visto che Tucumcari, nostra prossima destinazione, dista solo 120 miglia.
Durante il viaggio osserviamo come sia cambiato il panorama circostante, ormai siamo in pieno clima western, la temperatura si aggira sui 30 gradi, la vegetazione è sempre più spoglia e la terra è colorata con diverse sfumature di rosso.
La prima tappa è Adrian, il Midpoint della Route 66. In questo punto è stata matematicamente calcolata l’equidistanza tra Chicago e Los Angeles, le due grandi città unite dalla storica strada.
Per tutti i viaggiatori Adrian è un momento importante perché rappresenta idealmente il giro di boa, e ciò vale anche per noi. Da Chicago ci siamo lasciati alle spalle 1139 miglia, e altrettante ce ne aspettano fino a Santa Monica (ma ne faremo moooolte di più), quindi non ci resta che riprendere il cammino.
Puntiamo dritti su Glenrio, una ghost town ubicata non appena varcato il confine col New Mexico, il sesto Stato attraversato finora.
La città è ancora più desolata di Texola, e anche più piccola, tanto che non c’è neppure un locale in attività! Per mangiare qualcosa dobbiamo raggiungere Tucumcari. Una volta lasciate le valigie in hotel, mangiamo un hamburger da Denny’s e siamo pronti a programmare un’escursione a Santa Rosa, una cittadina molto curata 90 miglia a Sud di Tucumcari, con diversi parchi lacustri e il Blue Hole che ha attirato la nostra curiosità.
Una volta arrivati comprendiamo meglio la scelta del nome dato a questo sito. E’ una polla alimentata da un fiume sotterraneo e l’acqua che affiora in superficie, grazie alle rocce bianche sul fondo e al riflesso diretto del cielo, forma un piccolo e profondo laghetto di uno straordinario colore blu.
Visto che ci si può immergere solo con un permesso per fare escursioni nelle grotte subacquee, restiamo affacciati sul muretto che dà sull’acqua. Così ci rilassiamo al sole e fumiamo un paio di sigarette circondati dal silenzio e dagli scoiattoli. Quanto è strano questo specchio d’acqua nel mezzo del desertico New Mexico!
Dopo il rientro in hotel, usciamo per cena e con il sopraggiungiere della notte ci viene svelato perché l’insignificante Tucumcari è considerata una tappa fondamentale in questo viaggio: la città è cresciuta lungo la Route 66 ed è su questa che si affacciano tutti i negozi, i caffè e gli oltre 50 motel che sono l’orgoglio cittadino.
Dopo il crepuscolo sono le loro insegne di neon colorati a strappare Tucumcari dall’anonimato.
Così passiamo in rassegna il Palomino, il Teepee, il Mexican, l’Apache e il mitico Blu Swallow, rimasto immutato dagli anni ’50, non solo all’esterno ma anche dentro, tanto che nelle camere la televisione è… in bianco e nero!
Dopo il tour ci fermiamo a cenare da Pow Wow, un locale caratteristico con musica country live. Con 15 dollari mangiamo uno steak chop burger e un’enorme insalatona con salsa ranch.
Dopo non ci resta che sincronizzare gli orologi sul nuovo fuso orario (ancora un’ora indietro rispetto all’Italia, -8) e dormire.
Domani ci dirigeremo verso Albuquerque passando per Santa Fe, e lo faremo in modo molto particolare.
C’è bisogno di molto riposo per recuperare le energie, domani sarà un’altra lunghissima giornata.

 

28/09/06 Tucumcari – Santa Fe – Albuquerque (Km. 419.2)



Per questa tappa ci svegliamo e partiamo prima del solito. Abbiamo intenzione di raggiungere Albuquerque via Santa Fe, per cominciare a vedere già oggi una parte della capitale del New Mexico.
Questa deviazione, programmata a tavolino, ci costa circa 60 miglia in più ma ci permette di guidare su un tratto di Route 66 antecedente al 1937, anno della costruzione della bretella che oggi collega Albuquerque all’Est e che ha evitato ai viaggiatori l’escursione obbligatoria verso i 2200 metri di Santa Fe.
La Old Route, inoltre, è più affascinante della monotona I-40 e offre scorci unici, con paesaggi sempre più western.
Durante il tragitto ci fermiamo a fare colazione a Ribeira, da La Risa. Il locale e il posto sanno più di Messico che di USA, la vegetazione intorno è spoglia, il sole brucia e i colori presenti sembrano scelti in un atelier: la porta d’ingresso è intonata con l’azzurro del cielo e le mura della costruzione sono color sabbia, e si amalgamano armoniosamente col paesaggio circostante.
E poi si mangia davvero bene: tè, caffè, succo d’arancia, uova, bacon, patate e per finire brownie e peachpie. Ora sì che ci possiamo rimettere in marcia!
Arrivati a Santa Fe la città si presenta con i suoi edifici in adobe, dai colori tenui. Anche qui l’ocra, l’arancio, il rosso, le travi in legno sembrano voler mimetizzare l’insediamento umano con la natura.
Iniziamo la nostra escursione dalla Plaza centrale che ospita sotto i suoi porticati decine di artigiani pronti a vendere i loro manufatti. I prodotti esposti sono un indecifrabile groviglio di culture, storie ed etnie diverse. Proprio come coloro che li vendono. Ci sono nei volti delle persone i lineamenti fieri degli aztechi, i tratti europei degli spagnoli, oppure quelli indigeni dei nativi.
La passeggiata prosegue fino alla chiesa cattolica di San Francesco d’Assisi e poi lungo il parco che costeggia il Santa Fe River.
L’indomani è prevista una nuova gita in città per cui decidiamo di raggiungere l’hotel BW Rio Grande ad Albuquerque, dove riposeremo un po’ anche grazie a un favoloso idromassaggio all’aperto.
Per cena andiamo alla Plaza dell’Old Town, luogo in cui la Route 66 si dirige verso tutti e 4 i punti cardinali.
Central Street è costellata di locali e neon e ci fermiamo a mangiare un hamburger da Kia, dove suonano musica live.
La notte di Albuquerque sta per iniziare, gli studenti dell’UNM si riversano nelle strade, mentre noi facciamo rotta verso l’hotel per programmare la lunga giornata di domani, la prima senza la Route 66.

 

29/09/06 Albuquerque e dintorni (Km. 377.6)

 

Oggi è la prima volta da quando siamo sulla strada che sosteremo una seconda notte nello stesso hotel, per cui ce la prendiamo con calma e usciamo alle 10 per iniziare un’escursione inventata da noi.
Dopo un giro nella caratteristica Old Plaza di Albuquerque, ricca di bottegucce e sede della prima abitazione costruita in città, risalente al 1707, prendiamo la strada verso nord sulla statale 550: abbiamo intenzione di raggiungere Los Alamos.
Dopo una breve sosta a San Ysidro e qualche foto ricordo alla classica chiesetta western style con le mura di calce bianca, procediamo attraversando vari pueblos sperduti, villaggi abitati dai nativi dove è vietato l’ingresso ai non appartenenti alle tribù.
Stiamo attraversando una zona delle Rocky Mountains ricca di riserve indiane, tanto che vediamo sfilare nell’ordine: Zia, Jemez, Santa Clara, San Juan, Nambe e Tesuque. La strada si insinua sui fianchi delle montagne e a ogni curva ci riserva delle sorprese, specie durante l’attraversamento della Red Walk, un tratto caratterizzato dalle famose rocce rosse levigate dal vento.
Il parco di Jemez è sorprendente per quanto è curato e attrezzato alla perfezione: aree di sosta per pic nic, per campeggiare o pescare, tutto è perfettamente organizzato e ben conservato.
Vediamo la sorgente del Jemez River, la Battleship e la Camel Rock e scorci di natura belli e selvaggi.
Una volta a Los Alamos ci fermiamo a mangiare carne asada con tacos prima di visitare il museo dedicato all’atomica.
Los Alamos è famosa proprio per questo motivo: è qui che il progetto segreto Manhattan prese forma, ed è sempre qui che si testò il primo ordigno nucleare.
Il museo è ricco di documenti storici originali e multimediali. C’è la lunga cronistoria della costruzione della bomba H e, in parallelo, del corso della II guerra mondiale, fino al durissimo epilogo che accomuna i due percorsi: Hiroshima e Nagasaki.
Lasciamo Los Alamos in silenzio, riflettendo sulla guerra, sulla storia e su una domanda letta prima di andare via sul guestbook: “Ma se la bomba H l’avessero avuta i giapponesi e i nazisti per primi, come sarebbe oggi il mondo?”.
Sulla strada del ritorno ci fermiamo nuovamente a Santa Fe e sulla terrazza panoramica del bar La Fonda un buon Margarita ci aiuta a lasciare alle spalle questi pensieri, così come ci stiamo lasciando alle spalle un’altra lunga giornata americana. Dopo il tramonto torniamo in città per cenare al 66 Diner, una vera e propria istituzione per chi sta percorrendo la Strada. Il locale è stato ricavato da una vecchia stazione di servizio e risale agli anni ’40. All’interno tutto riporta a quell’epoca, anche l’abbigliamento dei camerieri!
Dopo il solito maxi bacon cheeseburger, torniamo in hotel per sognare l’Arizona per l’ultima volta… da domani la vedremo dal vivo!

 

30/09/06 Albuquerque – Holbrook (Km. 427.2)



Lasciamo Albuquerque molto presto perché, prima di raggiungere Holbrook, abbiamo intenzione di fare due tappe importanti.
La prima è Gallup, famosa perché le star hollywoodiane impegnate sui set dei vecchi western girati nei paraggi, adoravano soggiornare all’hotel El Rancho. A Gallup, inoltre, sono state girate le scene notturne di Natural Born Killers, uno dei nostri film preferiti, per cui non disdegniamo fare un giro per le due strade principali dell’abitato.
La nostra guida ne aveva fatto una descrizione apocalittica, mettendola addirittura al secondo posto nel mondo per incuria e degrado sociale… dopo Calcutta! Ovviamente le cose non stanno così, anzi, la città è pulita e piena di negozi. Mai fidarsi troppo delle guide…
Dopo l’escursione, proseguiamo per la seconda tappa, il parco nazionale Pietrified Forest and Painted Desert.
L’ingresso è gratuito il sabato e questa è già una piacevole sorpresa, ma mai quanto quelle che ci attendono nelle prossime miglia. Ci sono circa 50 km da percorrere all’interno del parco e seguendo la mappa si può sostare nei vari punti di osservazione. Cominciamo dal Painted Desert dove assistiamo a uno spettacolo unico: i sedimenti di minerali diversi, nelle diverse ere hanno colorato le rocce per miglia e miglia di deserto. Il cielo e la luce fanno da cornice a qualcosa che è impossibile descrivere. Dopo ci fermiamo a Teepee, dove le colline sono a forma di pinnacolo e con le loro striature grigie e rosse ricordano le tende Navajo. A Teepee ritroviamo qualcosa a cui non siamo più abituati: il silenzio naturale.
Poi è la volta dell’insiedamento di Puerco Peblo, ricco di testimonianze risalenti al 1200 e di pitture rupestri, così tante che per via delle molte rocce incise questa zona è stata ribattezzata Newspaper Rocks.
L’ultima tappa è la Foresta Pietrificata, uno scherzo geologico per cui alberi risalenti a millenni fa hanno cristallizato il proprio tronco, pietrificandosi.
Siamo davvero stanchi ed è giunta l’ora di proseguire per Holbrook, ma ci aspetta un’altra emozione: è quasi il tramonto sul deserto, la luna già splende alta e il sole, di fronte, si lascia accompagnare dietro l’orizzonte da due arcobaleni che si specchiano nella sua aura.
Dopo una giornata così c’è bisogno di una gran bistecca al Butterfield Stage, il locale più famoso di Holbrook per questo piatto. E poiché è proprio attaccato al nostro motel, lo raggiungiamo a piedi camminando su Hopi Drive, meravigliati dalla desolazione che ci circonda in un sabato sera americano, e sono solo le 22!
Tornati in camera sincronizziamo gli orologi sul nuovo fuso orario (-9 ore rispetto all’Italia) e ci addormentiamo con la consapevolezza che quanto visto oggi, già domani dovrà sfidarsi con un colosso dei panorami spettacolari: il Grand Canyon.
Questa è l’America, questa è la Route 66.

 

01/10/06 Holbrook – Flagstaff (Km. 465.6)

 

Oggi dobbiamo raggiungere Flagstaff, ma prima abbiamo un appuntamento imperdibile: la visita al Grand Canyon National Park.
Durante lo spostamento facciamo due inutili deviazioni, la prima nell’insignificante e deserta Joseph City (mi sa che erano tutti a messa…), prima comunità mormone dell’Arizona; e la seconda all’attrazione-pacco di Meteor Crater, luogo dove si schiantò un enorme meteorite lasciando un cratere di notevoli dimensioni.
Per carità, la visione d’insieme è molto suggestiva ma non vale assolutamente i 15 dollari dell’ingresso. Va be’, sono cose che capitano quando si insiste a dare troppa fiducia alle guide o, peggio, si vedono troppi polpettoni di fantascienza.
Procediamo diritti verso il Grand Canyon e una volta nel parco – al costo di 25 $ per auto – siamo pronti a percorrere le 30 miglia della South Rim a partire dal Mother Point.
Può sembrare scontato, ma l’impatto con la visione d’insieme del Canyon lascia davvero senza fiato. Il paesaggio sembra dipinto, le creste sono aspre e di forme e colori diversi, la vegetazione è spoglia e diventa più viva e verde man mano che arriva in prossimità delle acque del Colorado River, che scorre placido e blu 2200 metri più in basso.
Ogni punto di osservazione ci regala scorci ed emozioni diverse: vediamo le aquile volare in libertà, le rapide del fiume, proviamo l’ebbrezza di affacciarci a guardare lo strapiombo da spuntoni di roccia fuori dai sentieri e senza protezioni.
L’adrenalina scorre a fiumi e ci accompagna per vari chilometri. E così superiamo i vari Grandview, Hopi, Moran, Lipan Point, fino alla torre di Desert View che ci regala l’ultima sensazionale visione. Qui il Colorado River è molto più visibile rispetto a tutti gli altri belvedere e la maestosità di quanto vediamo si comprende meglio pensando che alcune delle cime di fronte a noi, che sembrano così vicine… sono in realtà distanti oltre 60 chilometri! Andiamo via dalla 64 South che ci regala altre vedute impressionanti: la strada fila via più in alto rispetto al Canyon e quindi la spaccatura è ancora più evidente.
Arriviamo al Days Inn di Flagstaff alle 19 e dopo la doccia mangiamo nel caratteristico Galaxy 66.
Prendiamo il solito bacon cheeseburger ma in versione Californian, vale a dire con la variante del guacamole come salsa, ottimo davvero.
Flagstaff è molto carina e dà l’impressione di essere più spumeggiante delle tappe precedenti. Ci dispiace non poterla conoscere meglio ma siamo distrutti e appagati da una giornata che ricorderemo per sempre, quindi torniamo in camera per recuperare energie e concentrarci sulle prossime destinazioni, le ultime due on the road.

 

02/10/06 Flagstaff – Las Vegas (Km. 430.4)

 

Il nostro programma per la giornata di oggi prevede come destinazione Las Vegas, in Nevada. La vogliamo raggiungere in maniera originale, percorrendo il tratto storico della Route 66 più lungo che esista: quello che copre ben 160 miglia in pieno Arizona.
Durante il viaggio incontriamo diverse località roadside molto particolari, segnaliamo Seligman, Hackberry – dove c’è uno store davvero unico – e la triste Kingman, che sembra un cimitero per auto a cielo aperto. Proprio qui prendiamo la deviazione sulla 93 Nord che ci porterà nella capitale mondiale del gioco d’azzardo.
Prima, però, ci fermiamo ad ammirare la Hoover Dam, un’imponente diga artificiale sulle acque del Lake Mead e del Colorado River. Un altro lavoro made in USA che ci lascia a bocca aperta: non solo hanno costruito dove sembrava impossibile, ma l’hanno fatta anche diventare un’attrazione turistica con parcheggi, musei e visitor center.
Las Vegas è dietro le montagne e quando ci si presenta all’orizzonte capiamo che raggiungere il nostro hotel, lo Stratosphere, non sarà complicato. La sua torre alta 300 metri è visibile da molte miglia di distanza.
Raggiungiamo la camera dopo aver girovagato un po’ nella hall ai margini del casinò, progettato per disorientare, per fare perdere il senso dello spazio e del tempo mentre si gioca ai tavoli o alle slot.
Prima di cena andiamo a fare un idromassaggio in piscina, all’ottavo piano. Le vasche sono enormi, con campi da gioco, maxischermi, musica e una scenografia da film: di fronte a noi il tramonto sulla Sierra Nevada e alle spalle la gigantesca torre dell’hotel. Dalle 19 alle 2 percorriamo l’intera Strip a piedi, una passeggiata di qualche chilometro che vale la pena fare, dallo Stratosphere al Luxor!
Tra le centinaia di neon e di attrazioni, che rendono Las Vegas una città unica al mondo, restiamo incantati da come si presentano Circus Circus e il Wynn, dallo spettacolo live di Treasure Island e dallo stile imperiale del Caesar’s Palace. Dopo l’eruzione del vulcano del Mirage, passeggiamo per i canali del Venetian e passando sul Ponte di Rialto raggiungiamo la perfetta riproduzione del campanile di San Marco. Poi assistiamo allo show di acqua e luci dell’elegante Bellagio e ci incamminiamo verso il Paris, che non solo ha una Tour Eiffel alta 50 metri e un Arco di Trionfo in scala, ha anche il tratto di marciapiede che lo serve in perfetto stile Champs Elisee!
A Las Vegas la Francia e gli Usa sono a pochi metri di distanza, e così, dopo l’MGM, arriviamo al New York New York dove passiamo sul ponte di Brooklyn e di fronte la Statua della Libertà che svetta dinanzi lo skyline di Manhattan.
Concludiamo il tour prendendo la monorotaia che ci porta dallo stile disneyano dell’Excalibur a quello orientale del Mandala Bay, per chiudere sotto l’imponente piramide del Luxor. Alle 2 una navetta ci riporta sfiniti in hotel.
Concludiamo che a Las Vegas bisognerebbe sostare un po’ di più, ma il richiamo della strada è forte e l’ultima tappa è dietro l’angolo.
Prima però toccherà al deserto… California, stiamo arrivando!

 

03/10/06 Las Vegas – Los Angeles (Km. 654)

 

Siamo alla fine. Oggi è il giorno della tappa finale che da Las Vegas ci porterà a Los Angeles, a Santa Monica per la precisione.
Dopo aver consultato le mappe decidiamo di andare a riprendere la vecchia Route 66, la nuova deviazione ci costerà un centinaio di miglia in più ma non ce ne pentiremo. Soprattutto non possiamo terminare il viaggio senza più usare la 66.
Il tratto di Route 66 che collega l’Arizona alla California è sicuramente il più suggestivo e fotografato in quanto è poco usato, anche per le condizioni del manto stradale.
A Goff usciamo dalla I-95 e iniziamo l’attraversamento del deserto del Mojave, il paesaggio intorno ha qualcosa di unico e ci fermiamo più volte a fare delle foto agli stemmi della 66 pitturati sull’asfalto.
Troviamo diverse ghost town affascinanti, come Essex che è completa di pompe di benzina abbandonate, ufficio postale e cartelli cigolanti al vento, proprio come nei film! A Barstow ci ricolleghiamo alla I-40 che una volta diventata I-10 ci immetterà nell’enorme intreccio di highway che annunciano la periferia di L.A.
Dopo San Bernardino il traffico diventa sempre più isterico, convulso. Abbiamo ormai alle spalle le tranquille cittadine del cuore dell’America, ora ci troviamo di fronte a una metropoli colossale, che ci risucchia subito nel vortice dei suoi ritmi. Orientarsi non è facile, ma siamo motivati e abbiamo la grinta necessaria per portare a termine la nostra missione: raggiungere l’Oceano Pacifico, esattamente al celebre Pier di Santa Monica, dove termina quella che ormai è la “nostra strada”.
Troviamo l’uscita per Sunset Boulevard proprio mentre il sole sta per tramontare e, dopo aver parcheggiato, ci incamminiamo verso l’incrocio con Ocean Drive, la strada che costeggia il mare.
Prima di arrivare al molo bisogna attraversare un parco, ed è qui che troviamo la targa in bronzo che stavamo cercando: Route 66 Ending.

 

Stavolta è davvero finita: così, dopo 16 giorni, 8 stati, 11 città, 3300 miglia percorse (Km. 5285), possiamo dire di avercela fatta.
E’ stata una piccola impresa che ci ha dato tanto, ogni giorno, da Chicago fino all’emozione dell’Oceano, lo scenario ideale per terminare un viaggio mitico su una strada che mitica lo è sin dalla sua costruzione.
Dopo c’è il tempo solo per una sigaretta sul mare, accesa con l’ultimo cerino rimasto nel pacchetto preso da Billy Goat, a Chicago, dove tutto ebbe inizio.
Dopo ci regaliamo qualche minuto di silenzio, dedicato alle riflessioni personali e riprendiamo la strada, per consegnare la macchina in aeroporto.
E sì, dopo tanti giorni di fedele servizio è arrivato il momento di separarsi dalla nostra compagna di viaggio, la Chevy Impala ribattezzata Impalina 🙂
L’ultimo hotel che ci ospiterà, l’Angeleno, sembra un premio alla fine del viaggio: lussuoso, arredato con gusto, con lcd 32 pollici, porte scrigno con vetri satinati, pieno di personale cortese e disponibile, è abbondantemente sopra la media dei tanti alberghi visitati. E soprattutto ha due enormi lettoni matrimoniali con morbidi materassi alti un metro!
Quale posto migliore per riposare dopo un’impresa come la nostra?