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Diario di viaggio: San Francisco, Las Vegas e grandi parchi USA

 

Monument Valley
Panoramica sulla Monument Valley

Torno negli USA. Sono passati otto anni dall’ultima volta, dal lungo viaggio percorso sulla Route 66 da Chicago fino a Los Angeles. Quando tornai portai con me la sensazione di un discorso lasciato in sospeso: fui entusiasta di attraversare tutta l’America, quella vera, rurale, fatta di piccoli paesi, strade deserte e persone semplici, ma rimasi molto deluso dal finale a Los Angeles. Volevo tornare on the road al più presto, ho dovuto aspettare un po’ ma alla fine ce l’ho fatta…

 

22/09 Roma – Charlotte – San Francisco

 

Prima di partire per gli Stati Uniti bisogna aderire al Visa Waiver Program per viaggiare senza visto. La procedura è molto meno complessa di quella necessaria per ottenere il visto per la Russia ma non posso descriverla nel dettaglio perché varia in base alla data di emissione del passaporto, quindi meglio consultare le informazioni ufficiali adatte al proprio profilo. Quello che è certo è che bisogna preparare l’ESTA, un modulo disponibile online che costa 14 dollari a persona (11.05 Euro).
I biglietti aerei per San Francisco li ho prenotati con due mesi di anticipo sul portale di American Express e sono venuti a costare 592 Euro a/r, tasse incluse. Si viaggia con US Airways, acquisita di recente da American Airlines quindi, per quanto siano ancora in una fase di passaggio, si tratta a tutti gli effetti della stessa compagnia. Ancora più grande, ancora più efficiente.
L’inizio del viaggio è da brivido perché nonostante la partenza da casa programmata con largo anticipo, rallentamenti sul GRA direzione Fiumicino ci fanno arrivare al pelo in aeroporto. La navetta ci scarica al Terminal 3 ma è dal 5 che partono le compagnie americane e israeliane. Hanno un terminal riservato, che si raggiunge con un autobus, e che sembra Guantanamo con tutto quel filo spinato che lo circonda.
Anche le procedure d’imbarco sono diverse dalle solite, si fa un pre-check in dove gli addetti – più sadici del solito, considerato che è un lunedì mattina – ci rassicurano dicendo che probabilmente perderemo l’aereo perché non ci siamo presentati con le dovute tre ore di anticipo. Confesso: con tre ore di anticipo non sono mai andato da nessuna parte, eppure qualche aereo l’ho già preso 🙂
Alla fine facciamo check-in da soli da una colonnina e poi imbarchiamo il bagaglio (portata massima 23 chili, ne misuriamo solo 13 perché lo riempiremo per bene negli USA).
Il volo farà scalo a Charlotte, dura 10 ore e 45 minuti e fila via liscio grazie alla consolle individuale che ci fa vedere Gravity, Capitan Phillips e mezzo Godzilla. Solo mezzo perché è troppo brutto per proseguire, meglio passare al Trivial. A pranzo servono pollo thai con curry verde ed è superfluo descrivere com’è il pasto a bordo di un aereo, basta dire che in ospedale si mangia meglio.
Per fortuna c’è il catalogo di Skymall a rallegrarci: in pratica è un equivalente di Euronova in Italia, solo che vende cose più idiote – semmai fosse possibile – e più costose.
Una volta a Charlotte superiamo i controlli doganali con rilevamento ottico e digitale, ritiriamo il bagaglio, facciamo un nuovo check-in per la coincidenza e rimettiamo le valigie su un nastro per ritirarle poi a San Francisco, dove atterriamo dopo altre cinque ore di volo.
Siccome è tardi e dobbiamo raggiungere Millbrae senza perdere tempo, prendiamo un taxi che per 20 dollari (15,50 Euro) ci porta a destinazione… nell’hotel sbagliato! Siamo così stanchi da non notare neanche l’insegna: entriamo, chiediamo la nostra stanza ma ci rispondono che non ci sono prenotazioni per noi. Poi leggo la carta intestata dell’albergo e mi rendo conto che non è quello prenotato!
Per fortuna il nostro Millwood Inn & Suites era giusto di fronte quindi attraversiamo la strada, ci presentiamo alla reception giusta e dopo aver lasciato le valigie usciamo a sgranchire le gambe e fare un giro per questo piccolo sobborgo di San Francisco, ma resistiamo poco: dopo 26 ore svegli non vediamo l’ora di mettere le lancette indietro di nove ore e dormire. Buonanotte California!

 

23/09 San Francisco – Monterey – Carmel- Salinas (Km. 215)

 

Oggi inizia il vero viaggio, un lungo anello di strade da percorrere in macchina tra quattro stati americani, che inizierà e finirà all’aeroporto di San Francisco. Prima, però, ci aspetta una ricca colazione completa di tutto: uova, bacon, patate, waffel, cinnamom roll e donut.
L’hotel mette a disposizione un servizio shuttle gratuito per l’aeroporto e alle 10:30 siamo già diretti ai banchi dell’Alamo per ritirare la macchina prenotata. Dopo l’imprevisto del tassista della sera prima, arriva il secondo intoppo: l’addetta alla nostra pratica ci rivela che le informazioni riportate sul sito da cui abbiamo noleggiato l’auto erano inesatte e per avere la macchina richiesta dovevamo pagare un supplemento di 100 dollari.
Per 10 giorni di noleggio avevamo scelto un pacchetto da 322 Euro incluso GPS e un pieno di benzina, e avevamo selezionato una macchina spaziosa, con un bagagliaio capiente per le valigie. La simpatica Jessica non si assume la responsabilità dell’errore e insiste per il pagamento della differenza, noi non cediamo e andiamo fino in fondo con la nostra prenotazione. Quando arriviamo al ritiro troviamo la più simpatica Loretta a cui spiego soltanto che dovremmo girare in lungo e in largo e che avremmo bisogno di una buona macchina. Loretta ci dice che non erano disponibili auto medie ed era previsto un upgrade gratuito: ci piazza letteralmente a bordo di una gigantesca Chrisler 300 C con soli 16000 chilometri, che per i prossimi giorni sarà la nostra seconda casa. Con buona pace di Jessica, ritiriamo la macchina che eravamo sicuri di aver prenotato e non vediamo l’ora di metterla in moto.
Prendiamo confidenza con il navigatore Garmin e durante il tragitto verso Monterey iniziamo a scoprire tutti i congegni della macchina, a iniziare dal comodissimo cruise control.
Dopo due ore e mezza arriviamo all’acquario di Monterey e si materializza il terzo imprevisto: una volta parcheggiata la macchina resta aperta. La chiudiamo con il telecomando ma se proviamo a tirare la maniglia si riapre. Dopo diverse scene comiche, intuiamo che è una questione di prossimità: se il telecomando è nei paraggi l’auto si riapre, se si allontana resta chiusa. Magnifico! Così nei prossimi giorni non sarà necessario preoccuparsi delle chiavi! L’auto si chiude con un pulsante sulla maniglia e il telecomando può rimanere nello zaino per tutto il viaggio: un pensiero in meno (perdere le chiavi prevede una penale di 250 dollari, ca.200 Euro).
L’ingresso all’acquario costa 40 dollari (31,50 Euro) a persona ma vale la pena fare una visita perché tutto è organizzato molto bene, nulla è lasciato al caso e ci sono padiglioni perfetti per famiglie e bambini, che possono interagire con gli ambienti e in qualche caso anche con i pesci, per esempio è possibile accarezzare le razze. L’acquario è da vedere però, sono sincero, se avete già visto quello di Genova o, meglio ancora, quello di Valencia, non resterete troppo colpiti dalle dimensioni e dal numero di specie ospitate.
Alle 18 usciamo e passeggiamo lungo il Fisherman’s Wharf. Il quartiere del porto è pieno di negozietti e ci fermiamo in un chiosco per comprare un gigantesco rotolo alla cannella che mangiamo nella piazza dedicata a John Steinbeck. Poi scendiamo in spiaggia a scattare qualche foto ai leoni marini prima di tornare alla macchina per dirigerci verso l’elegante Carmel by the Sea.
Le due località sono molto vicine e la strada da percorrere attraversa un bosco. Eravamo partiti da poco quando abbiamo visto improvvisamente un cervo bellissimo che brucava tranquillo alcuni germogli in un giardino privato.
Carmel è molto piccola, abitata da ricchi americani che l’hanno eletta a buen retiro. Sulla strada principale si incontrano sofisticati bohèmien e reduci del ’68 che indossano ancora maglie e calze psichedeliche, e pensano di essere giovani per tutta la vita. Non ti dico ora che in California l’erba è libera…
Lasciamo la strada dello shopping e puntiamo dritti verso l’oceano. Dal parcheggio al mare ci separa solo una gigantesca duna di sabbia bianca e fina, la duna più famosa del posto. L’affrontiamo in discesa mentre il sole tramonta, i piedi affondano con tutte le scarpe e siamo circondati al massimo da dieci persone in uno spazio enorme. Ogni onda che porta l’oceano ha una lunghezza quasi pari a quella della spiaggia, e quando si rompe lo fa con un fragore assordante. Ci sono tanti cartelli che indicano quanto sia pericoloso fare il bagno qui, per le correnti, la temperatura dell’acqua e le insidie del fondale. Non ci pensiamo neppure a tentare un tuffo, però scattiamo delle gran foto e registriamo il rumore del mare così ce lo porteremo dietro per un po’…
La prima giornata volge al termine, come impatto iniziale è stato abbastanza impegnativo e resta da raggiungere il nostro Super 8 a Salinas, dove alla reception troviamo un ragazzo molto gentile che ci consiglia un ristorante secondo lui buono, il migliore del posto per mangiare il piatto nazionale – parliamo ovviamente di hamburger. Anche TripAdvisor ci dice che è al terzo posto su 238 locali di Salinas, quindi non ci resta che andare da In-N-Out Burger. Sul posto ci rendiamo conto che è un McDonald’s più casalingo, perché gli hamburger e gli ingredienti sono freschi, ma pur sempre di catena si tratta. Solo che è tardi, siamo stanchi e Salinas non ha l’aria di essere troppo movimentata, quindi superiamo la delusione, ci dichiariamo anche noi fan accaniti di questo magnifico “ristorante” e andiamo fino in fondo: ordiniamo due double cheesburger, un cheesburger, una patata fritta e due bibite per 13.53 dollari (10.50 Euro). Non male ma neppure niente di memorabile.
Finisce così la prima lunga giornata on the road, non mi sembra vero. Mi sembra di essere tornato indietro nel tempo, sono a mio agio sulle strade americane e sento che andrà tutto bene.

 

24/09 Salinas – Sequoia – Tehachapi (Km. 670)

 

Oggi visiteremo il Sequoia National Park. In Italia abbiamo programmato un itinerario di massima, completo di tutte le tappe, i chilometri e i tempi di percorrenza previsti. Sono indicazioni utili per avere dei riferimenti ma che non contemplano imprevisti, modifiche del percorso, decisioni da prendere sul posto e altre variabili. Come ad esempio una strada chiusa per lavori, che ci costringe a una deviazione che al termine della giornata ci avrà allungato il percorso programmato di quasi 100 chilometri! Gli aspetti positivi di questa deviazione? Passiamo per una strada di montagna piena di scoiattoli, che ci offre degli scorci meravigliosi e ci fa scoprire il lago San Luis che altrimenti non avremmo visto.
Torniamo a puntare sulla nostra meta: dopo circa 5 ore dalla partenza il lago Kaweah ci introduce al parco nazionale dei grandi alberi. Attraversiamo Three River e arriviamo all’ingresso sud di Ash Mountain dove acquistiamo il pass annuale dei parchi USA. Costa 80 dollari (63 Euro) e permette di accedere per un anno a oltre 2000 siti naturalistici americani. L’ingresso è autorizzato per una macchina che porta fino a quattro adulti e se calcolate che in media entrare in un parco con l’auto costa sui 20/25 dollari, la convenienza di questo pass è altissima. Si può comprare sul posto, in qualsiasi parco, oppure online.
Raggiungiamo il Visitor Center e scegliamo il nostro percorso che ci porterà a incontrare la star del parco: il Generale Sherman Tree, l’albero più grande del mondo.
Arriviamo al parcheggio, prendiamo gli zaini e percorriamo il sentiero che conduce nel cuore della Giant Forest. Ci rendiamo conto che mai nome fu più azzeccato: le dimensioni dei tronchi e le altezze raggiunte dalle fronde sono davvero straordinarie. Certo, sapevo che erano enormi ma non pensavo fossero così grandi.
Ma a quanto pare le sorprese della giornata non sono finite, perché scorgiamo un movimento in lontananza. Mi fermo, metto a fuoco un grande tronco abbattuto e stavolta sono sicuro: qualcosa si muove! Voglio dire, ci ho messo un po’, non è che tutti i giorni vedi mamma orsa che porta a spasso due cuccioli!
Giocano e cercano cibo, ma quel che è più incredibile è che si dirigono proprio dove dobbiamo andare noi. Tanto che a un certo punto scattiamo foto piuttosto ravvicinate e forse azzardiamo un po’ troppo: la distanza è minima, sicuramente sotto la soglia di sicurezza, e mentre facciamo il selfie dell’anno mamma orsa fa uno scatto verso di noi che ci riporta all’ordine in un attimo. Per fortuna ce l’aveva con uno dei cuccioli, però vale la pena ascoltare l’avvertimento e rimettere le giuste distanze tra noi e la natura selvaggia: qui gli ospiti, quelli fuori posto, siamo noi.
Lasciamo gli orsi a giocare e ad arrampicarsi indisturbati sugli alberi e arriviamo sotto la grande sequoia. La base è così larga che sembra finta, chissà quante ne ha viste in oltre 2000 anni di vita.
Sta facendo buio e non è il caso di farsi sorprendere sul sentiero, quindi torniamo verso la macchina e riprendiamo la 198 che ci porterà all’uscita. Il sole che tramonta incendia il picco del Moro e tutti i pendii ricoperti di alberi enormi, alcuni dei quali in pieno foliage: ma come si fa a descrivere uno spettacolo di luci e colori che è indescrivibile? 😉
In strada ci fermiamo per il primo pieno di benzina e il gestore ci rivela che possiamo scegliere la benzina qualità 87 ottani, la più economica. Molto onesto, dice che tanto sono tutte uguali e che i carburanti più raffinati (89 e 91 ottani) servono solo a fregare soldi a quelli che hanno Mercedes e BMW. I prezzi della benzina variano, c’è tanta scelta e ognuno applica il suo listino. Nei pressi dei parchi costa tanto perché all’interno ci sono pochi distributori oppure non ce ne sono proprio, quindi meglio calcolare distanze e consumi, e fare rifornimento nei tempi giusti. Il carburante si vende a galloni (1=3.859 litri).
Spendiamo 54.35 dollari (43 Euro) per i nostri primi 14.88 galloni e andiamo diretti verso il Ranch Motel di Tehachapi, dove arriviamo alle 23. Il paese è deserto e troviamo tutto chiuso, anche l’hotel. Bussiamo più volte in uno stanzino semi buio, dove c’è una guardiola chiusa con lucchetti. L’atmosfera è spettrale, dopo qualche minuto sentiamo sferragliare i chiavistelli e lo sportello si apre con il classico cigolio da thriller: un omone farfuglia qualcosa mentre cerca la prenotazione, l’abbiamo evidentemente svegliato. La pratica è veloce e quasi imbarazzante perché lo scambio di parole è essenziale, quindi portiamo la macchina sul retro e dopo aver lasciato le valigie in una stanza modesta, che sapeva di muffa, usciamo a caccia di cibo affamati come lupi.
C’è poco da scegliere: l’unico posto aperto, ancora per pochi minuti, è un Burger King. Siamo costretti a ordinare due bacon cheeseburger che risultano poi abbastanza dignitosi, ma forse è la fame a farci sembrare tutto più buono. Spendiamo 12 dollari (9.50 Euro) e rientriamo nel nostro motel per una notte da incubo: all’atmosfera tetra e isolata, nel cuore della notte si aggiungerà più volte la sirena dei treni di passaggio. Il silenzio assoluto viene interrotto improvvisamente da quelle che riconosco chiaramente come le trombe dell’Apocalisse: quando arriva il mattino? 😉

 

25/09 Tehachapi – Death valley – Las Vegas (Km 492)

 

Che ironia sopravvivere a una nottataccia per andare l’indomani nella Valle della Morte. Il programma della giornata, a parte la sopravvivenza, prevede il raggiungimento di Las Vegas proprio attraversando la Death Valley.
Ma prima c’è da fare colazione, quindi usciamo e scopriamo che con la luce Tehachapi non è così male: è molto curata, ci sono bei negozi, c’è la ferrovia maledetta (l’avevamo solo immaginata) e soprattutto c’è Kohnen’s Country Bakery, un forno-gastronomia che ricorderemo a lungo.
Prendiamo succo d’arancia, muffin al cioccolato e zucca, un cookie al cioccolato e una sfogliata danese ripiena di pasta di mandorle. Paghiamo 7.50 dollari (6 Euro) e facciamo colazione all’esterno, sotto un bel sole caldo che ci mette di buonumore. Tutto è così delizioso che ne approfittiamo per portare via anche un paio di sandwich e un pretzel, saranno il nostro pranzo al sacco nel mezzo del deserto.
Alle 10:15 partiamo e decidiamo di raggiungere la Death Valley su un tragitto diverso dalle highway, quindi ci ritroviamo a percorrere stradine che dalla campagna ci trasferiscono nel mezzo di paesaggi lunari. Per centinaia di chilometri incontriamo solo arbusti, sabbia, rocce e i curiosi joshua tree.
Ma anche in queste condizioni, le sorprese non mancano: incrociamo più volte i binari di una ferrovia nel mezzo del nulla, ci sono spazi attrezzati per pic-nic e addirittura un’inspiegabile pista ciclabile! Poi, a ridosso di una duna, si apre lo spettacolo improvviso della bianchissima Searles Valley che ospita l’omonimo lago e la città mineraria di Trona.
L’ultimo tratto della Trona Road è sterrato per qualche chilometro e a complicarci le cose incontriamo una piccola tempesta di sabbia che riduce di molto la visibilità. Il paesaggio diventa ancora più arido, il deserto del Mojave si è fuso con la Death Valley quando ci separano ancora 52 miglia da Furnace Creek.
In località Stovepipe Wells un cartello ci informa che siamo a zero metri sul livello del mare e subito dopo facciamo una breve sosta per ammirare le Mesquite Flat Sand Dunes. Pausa breve perché fuori dalla macchina ci sono 44 gradi e dopo le foto di rito scatta la prima bustina di sali minerali. Se visitate queste zone nelle ore più calde portate con voi tanta acqua, frutta, integratori e un copricapo: con i colpi di calore non si scherza.
All’interno del Visitor Center di Furnace Creek una lavagnetta informa che da Aprile la Death Valley aveva fatto due vittime per il caldo, in attesa di nuovi aggiornamenti. Un metodo ironico per mettere tutti in guardia, invitando esplicitamente a “non essere la prossima vittima”.
Noi non ci pensiamo neppure a incrementare la statistica, mostriamo il nostro pass a un ranger e ritiriamo il tagliando dei visitatori per girare liberamente nel parco.
Prima di ripartire mangiamo i panini comprati a Tehachapi (uno con arrosto di tacchino, mostarda e pomodoro, l’altro con rostbeef affumicato, insalata, pomodoro e mayonaise) e poi ci dirigiamo verso Zabriskie Point che si trova già sulla strada che ci porterà a Las Vegas.
Il tragitto che separa il parcheggio dal belvedere di Zabriskie Point è breve, ma il caldo e la salita lo fanno sembrare irraggiungibile. Il panorama che ci attende in cima vale l’allontanamento provvisorio dal bocchettone dell’aria condizionata.
La depressione più grande degli Stati Uniti – che dà anche il titolo al capolavoro di Michelangelo Antonioni – si mostra in tutto il suo splendore. Le formazioni rocciose sono corrugate, poi diventano declivi più dolci fino a distendersi in un piatto deserto, aspro e duro. I colori cambiano come i livelli: si va dal bianco accesso fino al giallo ocra. Poi durante il giorno ci pensa l’inclinazione del sole a dosare le varie sfumature di tonalità.
Dopo le foto rituali in un luogo così potente e silenzioso, riprendiamo la marcia verso la più grande oasi del mondo: Las Vegas. Prima, però, incontriamo la maledizione di Walmart che ci ipnotizza, ci costringe a parcheggiare e a entrare. Come previsto c’è una mole spaventosa di merci e ne approfittiamo per fare qualche acquisto: adattatore elettrico, dentifricio con mascherine sbiancanti, penne con puntatore led, Pringles di gusti mai assaggiati, dolci per colazione e tre taniche d’acqua. Compriamo anche i primi souvenir per Halloween, una festa americana che per come la conosciamo noi consiste in una notte in discoteca vestiti come se fosse carnevale, ma per come la vivono loro la durata e i preparativi richiedono tempi del tutto simili a quelli impiegati per festeggiare decorosamente il Natale. Alla fine perdiamo un’ora e mezza che ci fa raggiungere l’hotel Mirage solo alle 20:00.
Ci rilassiamo un po’, facciamo una doccia e alle 23:00 siamo sulla Strip, qui non avremo problemi di locali chiusi: Las Vegas non dorme mai!
Cerchiamo un posto dove mangiare, entriamo nel nuovo quartire Linq e ci sediamo al bancone del Tilted Kilt dove ordiniamo BBQ Bacon Cheeseburger (applewood smoked bacon, cheddar cheese, cipolle croccanti e salsa Guinness BBQ) e un California Burger (hamburger di tacchino con swiss cheese, guacamole, insalata, pomodoro e cipolle). Aggiungiamo due birre grandi e spendiamo 42.79 dollari (34 Euro). Da notare: il bacon cheeseburger mangiato qui resterà il migliore di tutto il viaggio.
Dopo una cena così importante e raffinata, bisogna camminare prima di rientrare in hotel: arriviamo fino al Paris, dove da buoni amanti della capitale francese apprezziamo le riproduzioni della Torre Eiffel e degli Champs Eliseé, poi attraversiamo per ammirare la spettacolare facciata del Bellagio ed entriamo nelle sale dell’adiacente Caesar Palace. Siamo così stanchi che non ci resta neanche un po’ di fortuna da consumare alle slot, così dopo un paio di tentativi rinunciamo: sono le 3:00 e anche se nelle sale da gioco la cognizione del tempo è relativa, noi sappiamo perfettamente che è ora di dormire!

 

26/09 Las Vegas

 

Sveglia alle 9:30. Anche se nella stanza e nei corridoi del Mirage sembra di essere al Polo Sud, fuori fa un caldo di morte. Usciamo per fare colazione da Denny’s e tra un foto e l’altra arriviamo che sono le 12:30. Meglio così, perché la colazione che ordiniamo ha tutto l’aspetto di un pranzo. Scegliamo un paio di cose ma non calcoliamo che servono tutto con alcune portate “di accompagnamento”, quindi ci ritroviamo con il tavolo pieno di piatti: uova strapazzate con cheddar, bacon, salsicce, pane imburrato, giganteschi pancake con sciroppo d’acero e altri ricoperti di cioccolato e burro d’arachidi. A un certo punto, mentre continuano a portare altra roba chiediamo se avessero sbagliato la comanda ma ci confermano tutto: “In questo Paese le porzioni sono abbondanti”. Per mandare giù tutta quella roba beviamo succo d’arancia e uno smoothies, frullato di frutta fresca con banana, fragola e yogurt.
Ok, detto tra noi: l’America è grande e anche a tavola tende a strafare. L’abbondanza delle porzioni è esagerata praticamente ovunque, non solo da Denny’s, e spesso è uno spreco immenso di cibo. Ordinate con moderazione 😉
Strapieni, rinunciamo al brownie fudge con gelato e andiamo alla cassa per pagare 26.85 dollari (21 Euro).
Dopo inizia uno shopping isterico per fare incetta di souvenir in buona parte idioti. Compriamo slot-machine distribuisci caramelle, accendini e portachiavi a forma di fiche, temperamatite, mug, calamite e t-shirt.
Al rientro ci fermiamo al Bellagio per chiedere info sugli orari della cena e sullo spettacolo delle fontane danzanti (ogni mezz’ora fino alle 24). Dopo ci prendiamo qualche ora di relax in piscina, giusto il tempo di un tuffo e un Margarita frozen (13 dollari – 10 Euro). Il cielo non promette nulla di buono, l’aria è satura e calda e un avviso sul cellulare ci conferma una tempesta in arrivo. Dalla stanza assistiamo allo spettacolo dei fulmini che si abbattono sulla città, mentre si scatena un acquazzone violento che però dura poco e rinfresca l’aria, perfetto per farci godere la seconda parte della giornata.
Alle 19:30 siamo di nuovo fuori, vediamo lo show del vulcano del Mirage (ogni 30 minuti fino alle 23) e poi visitiamo il Venetian, trionfo del kitsch con tanto di gondole, canali e cielo azzurro. Tutto all’interno dell’hotel/casino.
Raggiungiamo ancora il Bellagio per cenare con lo splendido buffet caldo, di solito c’è una gran fila ma noi arriviamo alle 21 e troviamo poche persone. La spiegazione c’è: l’accesso chiude alle 22 e la cucina è aperta fino alle 23.
Il buffet è meraviglioso, noi scegliamo la formula gourmet per 86.46 dollari (68 Euro) e prendiamo: manzo Wellington in crosta di pane, manzo Kobe, costine d’agnello e carré di vitello. Poi passiamo all’oriente con noodle, sushi e due tipi di crostacei crudi: king e snow crab. Dopo il bis di Kobe, davvero una carne dal sapore unico, ci riforniamo di un quantitativo spaventoso di dolci. La curva glicemica schizza alle stelle ma pazienza, è impossibile rifiutare. I migliori? Le crostatine al lime, la mousse di gianduia su biscotto e la crème brûlée. Ma tutto il menù è stato di ottima qualità, se passate dal Bellagio… 😉
I vizi a tavola impongono marce forzate per tutta la notte e non sarà un problema trovare dove andare: prima visitiamo il New York New York con la sua montagna russa che precipita dai grattacieli, poi passiamo al fantasioso Excalibur e terminiamo con un giro in monorotaia fino alla trionfale piramide nera del Luxor.
Decidiamo di rientrare a piedi in hotel, dove arriviamo intorno alle 2:00 con le energie residue per qualche giro di roulette. Ma si vede che al gioco non siamo fortunati, meglio dormirci su e recuperare energie: domani si torna on the road, direzione Flagstaff.
Ma ci arriveremo in un modo particolare, molto particolare… 😉

 

27/09 Las Vegas – Hoover Dam – Route 66 – Flagstaff (Km 457)

 

Sveglia alle 9:30, colazione in camera con lo spesone fatto da Walmart.
Prepariamo la valigia, facciamo il check-out e qui c’è da aprire una piccola parentesi: il Mirage usa proporre una tariffa per la stanza a cui va aggiunta una quota fissa per “servizi accessori” e una percentuale (variabile) per le tasse locali. Prima di partire avevo letto tante recensioni che mettevano in guardia al momento del check-out, perché l’hotel aggiungeva servizi alla rinfusa che gonfiavano il conto. Non è vero: il Mirage informa ampiamente come si compone il prezzo finale e spiega nel dettaglio cos’è la Daily Resort Fee, vale a dire i benedetti servizi accessori. Per esempio nel nostro caso consistevano in 25 dollari per notte e includevano il wi-fi, l’accesso al Fitness Center, il quotidiano, fotocopie, fax, chiamate locali illimitate e altro. Si fanno pagare queste cose, indipendentemente se le usate o no. Quindi, per evitare casini o contestazioni, al momento di prenotare aggiungete subito 25 dollari per notte alla tariffa base e non se ne parla più: troverete così la somma che pagherete realmente in hotel, senza sorprese.
Dopo due giorni di riposo in garage riprendiamo la nostra Ciucciarella, ribattezzata così per i servizi di trasporto e soma ma soprattutto per i consumi: 13km/L.
Facciamo pochi chilometri e ci fermiamo al Premium Outlet che ci avevano consigliato amici dall’Italia. Non abbiamo molto tempo a disposizione ma in un’ora e mezza riusciamo a comprare scarpe, t-shirt, maglioni e infradito da Nike e GAP, spendendo solo 57 dollari (44 Euro). Le Nike sono costate 27.99 dollari, cifra già bassa. I prezzi di tutto il resto sfioravano il ridicolo. Peccato non poter restare di più.
Raggiungiamo la prima tappa della giornata: la Hoover Dam, un’imponente diga alta 220 metri sul fiume Colorado. Costruita negli anni ’30 segna il confine tra Nevada e Arizona e praticamente tiene accesa Las Vegas con la sua importante centrale elettrica.
Elegante, in stile Art déco, si può visitare da entrambi i lati ma quello più spettacolare è la passerella pedonale sul Mike O’Callanghan-Pat Tillman Memorial Bridge. Questo ponte è stato costruito nel 2009, quindi rispetto alla mia precedente visita ho scoperto un lato della diga che non conoscevo. E ho anche scoperto una nuova strada per entrare in Arizona.
Qui inizia il nostro percorso alternativo: invece di prendere l’highway per Flagstaff, all’altezza di Kingman imbocchiamo la mitica Route 66.
Per me è come fare un salto indietro nel tempo e indosso la maglietta strategica da nerd Back to the future per scattare le foto da condividere con gli amici. Il set che ho in mente è il general store di Hackberry che si è confermato un’ottima scenografia per le foto tra macchine arrugginite e pompe di benzina d’epoca, anche se purtroppo lo troviamo chiuso e non possiamo lasciare traccia del nostro passaggio. Nella piazzola dello store incontriamo dei camperisti francesi che stavano ripercorrendo i luoghi celebrati nel film Baghdad café, vagavano a caso e ci hanno chiesto informazioni che non siamo riusciti a dare perché le guide non citavano il film e i telefoni erano inutilizzabili. Anche questo episodio mi ha ricordato il viaggio di otto anni fa, quando sulla mother road facevamo incontri stravaganti.
Riprendiamo la marcia e a Kingman entriamo in un altro store, dove compriamo qualche souvenir marchiato Route 66 e da qui abbandoniamo la mitica strada per procedere sulla più veloce I-40 fino a destinazione.
Arriviamo con il buio, piove e l’impatto con L Motel è tragicomico, soprattutto perché dopo i lussi del Mirage è traumatico il ridimensionamento offerto dal motel di strada. La stanza sembra uscita da un horror di quarta categoria, piena di ragnatele e con una strana puzza di elefante. Lasciamo i bagagli e ci rimettiamo in strada per raggiungere il Galaxy Diner, locale in cui cenai durante il soggiorno del 2006. Entriamo e questa volta non sono solo io a tornare indietro in tempo, perché l’intero locale è di un’altra epoca e, alla scenografia naturale offerta dal posto, si aggiunge la serata rockabilly a imporre un’ulteriore immersione nel meglio degli anni ’50. Sedute in vinilpelle bianca e rossa, pavimento a scacchiera, neon d’atmosfera e nella seconda sala un cantante un po’ nostalgico che alternava brani country al calypso. Ordiniamo il piatto “della zia” a base di pollo fritto, pannocchia, purè di patate e toast imburrati, e non poteva mancare il classico bacon cheeseburger.
È tardi, siamo stanchi, fa freddo (ci sono 10 gradi) e non ce la sentiamo di ordinare uno dei 100 ricchissimi e coloratissimi milkshake della casa. Mentre paghiamo il conto di 25.48 dollari (20 Euro), prendiamo anche un ultimo souvenir della Route, un altro salvadanaio da riempire per un prossimo viaggio.
Rientriamo nel motel da incubo, teniamo le luci spente per vedere il meno possibile e accendiamo l’asciugacapelli per riscaldare un po’ il nostro primo assaggio d’inverno. Ma è il pensiero per il giorno dopo che ci scalda ancora di più: è il momento del Grand Canyon.

 

28/09 Flagstaff – Grand Canyon – Page (Km 365)

 

Rinunciamo volentieri alla colazione del nostro modesto motel, preferiamo sgranocchiare un paio di cookies e brownie comprati nei giorni precedenti. Siamo più mattinieri del solito e abbiamo una certa fretta di abbandonare quel postaccio, nonostante la nuova notifica ricevuta del National Weather Service che informava di pericolosi allagamenti improvvisi all’interno del Grand Canyon a causa di violenti temporali. Qualsiasi cosa ci sembra meglio che restare, anche il diluvio universale.
Lasciamo Flagstaff mentre piove ma durante il tragitto rispunta il sole e tutto il resto della giornata resterà solo un po’ nuvoloso. Facciamo rifornimento in una stazione di servizio lungo il percorso (16.60 galloni per 60 dollari – 47 Euro) e qui compriamo le ultime memorabilia della 66 e le prime del Grand Canyon.
Riprendiamo la strada verso Grand Canyon Village e dopo una sosta al Visitor Center per pianificare l’escursione, usciamo e cartina alla mano iniziamo a percorrere i 40 chilometri interni al parco lungo la South Rim, sulla 64.
Da qui si costeggia la sommità del Grand Canyon e si incontrano diversi punti di sosta da cui ammirare panorami imponenti. Si può anche decidere di seguire sentieri a piedi, dopo aver valutato il grado di difficoltà, la distanza e il tempo.
La vista è spettacolare ovunque ma Moran Point ha catturato maggiormente la nostra attenzione rispetto a Lipan Point e Navajo Point, che restano comunque da vedere.
Segnalo poi in particolare il Grandview Point perché ci ha dato la possibilità di fare una bella escursione a piedi, ancora più vicini al precipizio dove abbiamo fotografato le aquile in volo e provato l’ebbrezza degli strapiombi vertiginosi.
Le rovine Tusayan non sono state particolarmente interessanti, tranne per i cartelli sparsi che avvisavano di stare attenti ai serpenti a sonagli. Se avete poco tempo a disposizione, saltatele senza rimpianti.
Arrivati a Desertview troviamo l’ultimo belvedere da visitare e continuiamo la nostra marcia verso Page sul Lake Powell.
Procediamo lungo la 64 dove incontriamo un viewpoint esterno al parco e gestito dai navajo (siamo in piena Navajo Nation), ci fermiamo per le ultime foto al Colorado River – che qui si rivela meglio rispetto alle soste precedenti – e acquistiamo alcuni braccialetti fatti a mano dall’anziana della tribù. Ci spiega che l’attività è a conduzione famigliare e che tutti contribuiscono così al sostegno della tribù, ogni articolo porta il nome di chi l’ha fatto e così ripartiscono i guadagni in modo equilibrato. Come si fa a non comprare alcuni manufatti con nomi diversi? 😉
Arriviamo al Best Western Plus at Lake Powell alle 20, cerchiamo su TripAdvisor un locale dove mangiare e la scelta ricade su The Dam Bar & Grill che però alle 21 è già chiuso. Una commessa ci dirotta verso El Tapatio, che si rivela molto buono. Il locale è davvero bello, tutto decorato con scene di vita messicana dipinte con vivaci colori. Anche i piatti sono belli da vedere e coloratissimi, noi abbiamo scelto un bel Combo for two con petto di pollo, bistecca alla griglia, code di gamberi arrotolate nel bacon fritto con green and red bell pepper. Tutto accompagnato da riso, fagioli, guacamole e sour cream. Ci abbiamo aggiunto due belle birre ghiacciate per un totale di 49 dollari (38 Euro), niente male gringos!

 

29/09 Page – Monument valley – page (Km 425)

 

Il secondo giorno a Page prevede una escursione alla Monument Valley, lo scenario preferito dal regista John Ford per i suoi western con John Wayne. Prima di iniziare il tragitto di 200 chilometri, ci carichiamo con una ricca colazione: muffin alla banana e semi di papavero, donuts con marmellata alla pesca e ciliegia, pancake con sciroppo d’acero e l’immancabile piatto salato con patate al forno speziate, salsicce e uova strapazzate. Poi, tanto per gradire, aggiungiamo frutta caramellata, succo d’arancia e qualche mela da sgranocchiare durante il viaggio.
Alle 11:30 impostiamo il navigatore sull’ingresso principale che corrisponde a Monument Valley Navajo Tribal Park, dove arriviamo dopo due ore e mezza. L’ingresso per auto che trasportano fino a 4 persone costa 20 dollari (15,50 Euro) e non è incluso nella tessera annuale dei parchi, perché qui la gestione non è federale ma è un bene Navajo. Il biglietto permette l’accesso a una strada circolare panoramica lunga 17 miglia che si può percorrere con la propria auto oppure sui fuoristrada guidati dai navajo (75 dollari – 60 Euro).
Noi decidiamo di sfidare l’avventura e ci rendiamo conto che di avventura si tratta perché la strada è completamente sterrata, con alcuni tratti abbastanza difficili da percorrere soprattutto se non si guida un SUV. La nostra Ciucciarella, bassina, soffre un po’ e un paio di volte temo per la coppa dell’olio: avete presente Angelo Bernabucci nel film Compagni di scuola? Ecco, mentre guido sul tratturo mi trasformo più o meno in una cosa del genere
Ormai siamo in ballo, indietro non si torna e quindi proseguiamo lungo la pista di terra rossa che caratterizza l’intero complesso, seguiamo la spartana piantina che ti rilasciano all’ingresso e ci fermiamo nei punti di sosta tra mesa e butte. Alcune rocce, modellate dal vento e levigate dalla sabbia, prendono i nomi dall’immaginario perché assomigliano ad animali, cose, parti anatomiche, persone. Per cui ammiriamo l’elefante, il cammello, il sottomarino, il pollice, le tre sorelle e altre rocce dai nomi suggestivi che richiamano alla memoria forme ben precise.
Una deviazione dal percorso anulare porta al belvedere dell’Artist Point, da non perdere perché permette una vista dall’alto. Le migliori foto le abbiamo scattate qui e dal Visitor Center. A proposito di Visitor Center: anche qui ci sono molti souvenir ma costano di più rispetto agli altri parchi e se ne possono trovare altrove.
Alle ore 16:30 torniamo verso Page e già sappiamo dove ceneremo: ci aspetta il Dam Bar & Grill dove stavolta ci presentiamo in netto anticipo, anche perché affianco ha uno store molto fornito dove facciamo qualche spesa prima di sederci a tavola.
Siamo affascinati dal Dam Burger, presentato nel menù come dannatamente grande. Non ce lo siamo fatti sfuggire e l’abbiamo accompagnato con un bel pollo fritto con salsa ranch e sour cream. Com’era il Dam? Imbarazzante: una polpetta di carne da una libbra, cioè mezzo chilo (!), fusa con cheddar cheese, bacon, insalata, pomodori e anelli di cipolla fritti. Tutto servito con le immancabili patatine. Con due Bud light, tanto per mettere a tavola qualcosa con una parvenza dietetica almeno nel nome, paghiamo 39.84 dollari (31.40 Euro) e rientriamo a piedi verso l’albergo.
Due note in chiusura di giornata, la prima: il Dam sbaglia l’addebito sulla carta e mi ritrovo un conto maggiorato di 25 dollari. Gli scrivo dal sito, mi rispondono, si scusano e nel giro di una settimana rimettono tutto a posto. La seconda: in due giorni di Lake Powell non abbiamo visto il Lake Powell! È un lago artificiale e a quanto pare si nasconde bene, vediamo se domani si rivelerà prima della partenza.

 

30/09 Page – Zion – Alamo (Km 475)

 

Replichiamo la ricca colazione del giorno prima per fare il pieno: sarà una lunga giornata che ci porterà ad Alamo. Prima però faremo visita allo Zion National Park.
Come previsto, in uscita da Page vediamo finalmente il Lake Powell e ci fermiamo a scattare un paio di foto sulla diga del Glen Canyon che crea il bacino. In pratica hanno riempito d’acqua un canyon per cui il lago ha coste frastagliate e sembra più un fiume immobile.
Procediamo spediti fino allo Zion, ci fermiamo solo per fare rifornimento a Kanab e ripartiamo sgranocchiando delle Pringles al BBQ. E sì, durante il viaggio abbiamo comprato tante schifezze per gli spuntini di strada e ci siamo impegnati per assaggiare snack salati di forme, colori e dimensioni diverse. Gli americani hanno una scelta sterminata in termini di patatine, forse ancora maggiore delle scatole multicolore di cereali per la colazione.
Le più buone? Le Pringles honey & mustard di una spanna sopra le Kettle Brand Potato Chips, in particolare quelle cheddar & beer che si classificano a pari merito con le Lays al BBQ. Categoria a parte quelle al guacamole, buone ma piccanti. Troppo.
Sono le 14:00 quando arriviamo ma già gli ultimi chilometri li percorriamo all’interno del parco e iniziamo ad ammirare la bellezza del paesaggio e della fauna. Facciamo i primi incontri ravvicinati con una mandria di bisonti, un pascolo di stambecchi e un temerario cervo mulo che si lascia avvicinare.
La strada è abbastanza impegnativa, con l’alternanza di curve in discesa e tunnel senza illuminazione. L’unica luce è quella naturale che filtra dalle fenditure nella roccia.
Parcheggiamo e programmiamo, grazie alla mappa in italiano, un’escursione a piedi. Zion è davvero ben organizzato, ci sembra diverso dai parchi visti finora, forse perché siamo in Utah e pensiamo che la gestione sia diversa nei vari stati.
Dal Visitor Center prendiamo lo shuttle gratuito che ferma nelle diverse stazioni da cui partono i sentieri. Noi scegliamo l’escursione verso il Lower Emerald Pool trail e ci spingiamo fino al livello medio della cascata. La prima tappa dista un chilometro dalla fermata dello shuttle e per andata e ritorno richiede circa un’ora di cammino. Una volta sul posto decidiamo di proseguire fino al livello successivo (altri 500 m).
La portata d’acqua durante il periodo della nostra visita non era maestosa, ma comunque è stata una visita suggestiva perché senza bagnarci troppo siamo passati dietro la cascata, costeggiando la roccia. Se non avete molto tempo a disposizione, fate almeno questa escursione.
Al rientro verso la navetta facciamo un altro incontro ravvicinato con tre cervi e riprendiamo la macchina per raggiungere Alamo in Nevada, un tappone di 295 chilometri che abbiamo programmato per avvicinarci il più possibile alla destinazione del giorno dopo che prevede l’ingresso allo Yosemite. Procediamo senza soste verso una località generica visto che sul navigatore l’indirizzo del nostro motel non esiste, e alla fine ci ritroviamo in uno stradone dove non ci sono segni di vita né insegne luminose. Ma un colpo di fortuna ci regala il posto di blocco dello sceriffo, l’unico che abbiamo visto in 10 giorni sulle strade americane.
Ci accostiamo lentamente, ci spara un bel faro in faccia e poi scende dall’auto per venirci incontro. La prima cosa che fa è chiedere scusa per il faro, doveva farlo. Si è messo a disposizione per aiutarci e ci ha dato le ultime indicazioni per raggiungere Windmill Ridge, congedandosi con un insolito e inquietante “Have a safe night”.
Alle 20:00 in punto facciamo check-in e ci rendiamo conto che ci troviamo nell’unico posto dove troveremo da mangiare. Quindi, siccome ci avvertono che stanno per chiudere la cucina, ci sediamo a tavola insieme alle valigie.
Dall’Italia abbiamo fantasticato per due mesi su questo posto, per via delle foto non esaltanti e dell’isolamento. Scherzavamo sul fatto che avremmo trovato ad accoglierci tutti i maniaci, i serial killer e i freaks dei film americani. Immaginavamo un soggiorno da incubo, fatto di torture, fughe e morti ammazzati, e invece troviamo un posto caldo, accogliente e soprattutto molto pulito.
Visto che non eravamo noi la portata principale della cena, ordiniamo wrapped, una sorta di piadina arrotolata e ripiena di tacchino arrosto condito con pomodoro, cipolla e cetrioli, accompagnata da insalata di patate. E l’immancabile cheeseburger per il confronto con quelli già provati, questa volta di manzo Angus, e patatine fritte.
Dopo cena raggiungiamo il nostro alloggio che consiste in un cottage in legno ben arredato, caldo, spazioso, pulito e con tutti i servizi, compresa la vasca idromassaggio.
È ancora presto prima dormire perciò studiamo la tappa del giorno dopo e chiacchieriamo sulla veranda esterna, immersi nel buio tra muggiti lontani e un mare di stelle. Ci troviamo nella classica situazione in cui lui sente un rumore sinistro provenire dal bosco e come un genio si avvia nell’oscurità, mentre lei inizia a scappare e a inciampare infilando tutte le direzioni più improbabili: dalle scale che portano in basso alla casa abbandonata, quella con i vetri rotti e sporchi di sangue. Noi ci dimostriamo più intelligenti dei pruriginosi teenagers dei B-movie americani e optiamo per un rientro in stanza, una doccia e un bel lettone.
Ciucciarella resta fuori a fare la guardia, sono sicuro che in caso di bisogno lei si accenderà.

 

1/10 Alamo – Yosemite – Mariposa (Km 634)

 

Sopravvissuti alla notte, ci attende un’altra giornata fantasticata per molto tempo dall’Italia. Oggi attraverseremo tutto il parco Yosemite passando per quello che la guida definisce l’invalicabile Tioga Pass a 3000 metri di quota.
Ma ciò che ci affascina è anche tutto ciò che precede il valico, cioè un’immensa strada desertica in pieno Nevada, circondata da un paesaggio arido pieno di joshua tree e basi militari.
I cartelli stradali ci fanno capire dove siamo, perché stiamo per prendere l’Highway 375, definita Extraterrestrial Highway. Ora è tutto chiaro: stiamo attraversando i paesaggi della misteriosa Area 51 e il cartello di benvenuto di Rachel non lascia spazio a equivoci. Dice che la popolazione è composta sicuramente da umani e da un numero indefinito di alieni. Sono anche ironici questi americani.
Superiamo indenni la zona dei test missilistici dopo aver ricordato la rassicurante trama del film Le colline hanno gli occhi e facciamo una piccola pausa-rifornimento a Tonopah (12.6 galloni per 48 dollari – 38 Euro). Sarà questo l’ultimo pieno di benzina prima della riconsegna, poi continuiamo ad attraversare la cittadina che è il primo insediamento degno di nota dopo 150 miglia di nulla.
Da qui prendiamo la 120, la strada del temibile Tioga Pass e ci fermiamo a scattare qualche foto a Benton, che il 6 settembre 2014 ha compiuto 150 anni e l’abbiamo trovata ancora tirata a lucido per i festeggiamenti. Anche qui c’è lo store abbandonato, la pompa di benzina, la prigione, i carri dei pioneri e trattori arruginiti.
La strada inizia a salire con tornanti a ripetizione e davanti a noi si apre lo spettacolare scenario del Mono Lake con la Sierra Nevada a fare da sfondo, mentre alle nostre lasciamo le cime innevate delle White Mountain.
Ora, in tutta onestà, l’invalicabile Tioga Pass non è stata una grande esperienza; è vero che è l’unica strada che attraversa l’intero Yosemite ma è anche vero che per lunghezza, curve e lentezza non restituisce tante soddisfazioni quanto l’impegno richiesto. I paesaggi che ci fermiamo a fotografare sono prevalentemente di tipo alpino, molto simili a quelli europei.
Proprio quando reclamiamo un segnale che ci confermi di essere nel cuore dello Yosemite e non sugli Aurunci, ci attraversa la strada una coppia di cerbiatti in corsa e dopo qualche chilometro – incredibile – quasi venendoci incontro, tocca a un magnifico orso bruno. Non è finita, perché all’imbrunire scorgiamo sul ciglio della strada un’ultima maestosa presenza: perfettamente mimetizzato con la natura, un esemplare maschio di cervo sta brucando e al nostro passaggio tira su la testa mostrando con orgoglio le sue corna poderose.
Il check-in al Best Western Plus Yosemite di Mariposa è più gradevole del solito perché riceviamo un regalo speciale riservato ai clienti Diamond: una sportina che sembra la calza della befana piena di snack dolci, salati, gomme, caramelle, acqua e confezioni da viaggio di creme idratanti e dentifricio. Inoltre la receptionist ci raccomanda il Charles Street Dinner House che per TripAdvisor è al primo posto dei ristoranti di Mariposa.
Mentre lo raggiungiamo a piedi passeggiando per la gradevole Main Street, abbiamo la sensazione che Mariposa sia un gran bel posto dove trascorrere del tempo.
Il locale è molto tipico, con arredamento in legno e luci soffuse. Veniamo accolti bene, ci fanno accomodare e al momento dell’ordinazione non abbiamo dubbi: Honey BBQ Baby Back Ribs, costine di maiale affumicate e rivestite di salsa barbecue dolce fatta in casa, e l’immenso Charles Street Burger: anche qui mezzo chilo di hamburger ricoperto di american cheese, cipolle grigliate e una salsa “segreta” con mostarda di Digione. I piatti sono accompagnati da zuppa di pomodoro con focaccia all’aglio e spezie, e insalata fresca con crostini e cheddar grattugiato. Ci aggiungiamo due birre servite in bicchieri grandi come la Champions e spendiamo 54 dollari (42,50 Euro). Alla fine ci servono anche una creme brûlé deliziosa, un omaggio ricevuto grazie al biglietto da visita della receptionist con cui ci siamo presentati alla proprietaria.
Da notare: anche qui, come altrove, ci servono grandi brocche gelate piene di acqua e ghiaccio (non richiesto), hanno la mania del ghiaccio. Ghiaccio ovunque.
Dopo quasi 9 ore di guida la stanchezza non dà scampo, bisogna recuperare le forze per affrontare l’ultima giornata a stretto contatto con la natura dello Yosemite.

 

2/10 Mariposa – Yosemite – San Francisco (383 km)

 

Il nostro ultimo giorno on the road non sarà al risparmio perché abbiamo da vedere molte cose.
Dopo la colazione in hotel alle 10:00 siamo già in strada per raggiungere il Visitor Center dello Yosemite Village. Da qui abbiamo programmato due escursioni a piedi per vedere le Brindalveil fall e le Lower Yosemite fall.
Purtroppo le due cascate sono entrambe abbastanza asciutte quindi c’è poco da vedere e molto da immaginare. Durante la primavera devono essere spettacolari ma nel periodo in cui le visitiamo noi, decisamente no. Facciamo solo foto agli scoiattoli, alle cime di El Capitan e Half Dome e rientriamo in macchina diretti a San Francisco, giusto 315 km più in là.
La strada, ancora una volta, è tutta curve e per una buona metà in discesa su strapiombi senza protezioni. La concentrazione resta alta praticamente fino all’aeroporto visto che l’ultimo tratto è da fare tra le intricate uscite della highway e in prossimità della città il traffico diventa convulso, difficile da affrontare dopo 10 giorni di campagne, deserti e paesini semi abbandonati.
Arrivati sulla baia incontriamo finalmente l’unica strada a pagamento (5 dollari – 3.90 Euro) che immette sullo spettacolare ponte di San Mateo. Da qui in poi le indicazioni per la riconsegna dell’auto diventano sempre più precise, basta seguire i cartelli Rental Car Return per raggiungere con precisione i box dell’Alamo dove congediamo la nostra Ciucciarella dopo aver percorso insieme 4116 chilometri, per un totale di 257 litri di benzina e un costo carburante di 194 Euro. La procedura di riconsegna è velocissima, svuotiamo l’auto, la salutiamo devotamente per i servizi resi e l’altissima affidabilità e ci dirigiamo verso il terminal da cui partono i treni per il centro città.
Arriviamo al Parking G per prendere il servizio di trasporti urbani BART, il biglietto alle macchine automatiche va fatto in modo singolare: si caricano contanti o carte e si sceglie un dollaro alla volta quanto credito usare in base alla propria destinazione, per noi basteranno 8.65 dollari (6.80 Euro) a persona per raggiungere la fermata Montgomery, vicino Union Square, nel cuore della città.
Dopo 30 minuti di metro siamo all’esterno, storditi dalle luci e dal traffico. Ci incamminiamo verso il Baldwin e ci basta poco per capire che trascorreremo i prossimi giorni in pieno centro, circondati da eleganti boutique di grandi firme e i più noti monomarca internazionali.
Prendiamo possesso della stanza al nono piano e usciamo per andare a cena nello storico Pearl’s Deluxe Burgers, un’istituzione di San Francisco per mangiare un grande hamburger personalizzabile.
Il locale è piccolissimo, avrà al massimo 20 coperti, l’atmosfera è confidenziale e ci sentiamo a nostro agio: non sembra di essere in una grande metropoli, sembra di essere ancora on the road e per noi questo impatto soft è perfetto.
Scegliamo un sandwich con pollo grigliato e un hamburger di manzo Kobe, tormentone gastronomico del viaggio a cui ormai siamo devoti, condito con l’immancabile bacon e formaggio americano. Paghiamo 31.49 dollari (24.80 Euro) e stavolta la passeggiata digestiva ci porta fino a Union Square, dove facciamo conoscenza con i famosi saliscendi della città e i cable car.
Le prime impressioni ci bastano per confermare quanto letto sulle guide: San Francisco ha un numero consistente di senzatetto che vagano per le strade del centro e che sembrano messi piuttosto male.
Da notare: dopo aver monitorato il meteo di San Francisco per due mesi, siamo partiti dall’Italia con la certezza di trovare tempo variabile e temperature basse. In piena estate la massima non ha mai superato i 24 gradi!
E invece? Invece succede che ci troviamo proprio nei giorni in cui la città è colpita da un’insolita ondata di caldo, che spiazza anche gli abitanti del posto. Sentiamo sui mezzi pubblici che è argomento di discussione, sono meravigliati loro stessi di ritrovarsi con 31 gradi a Ottobre, figuriamoci noi che avevamo messo in valigia le pelli di foca e il colbacco di Totò e Peppino!

 

3/10 San Francisco

 

La giornata inizia con la colazione da Starbucks a base di brownie, muffin al mirtillo e tortino con noci pecan. Da bere prendiamo succo d’arancia e il celebre frappuccino al caramello. Siccome abbiamo superato il loro tempo media di attesa, ci danno un buono per una consumazione gratuita in qualsiasi Starbucks: questo si che è Customer Relationship Management fatto come si deve!
Sotto un sole caldissimo ci incamminiamo verso il molo 33 dove ci attende l’imbarco per l’isola di Alcatraz. Durante il tragitto passiamo proprio sotto la Transamerica Pyramid, il grattacielo a forma di piramide con base quadrata che dà un tocco unico allo skyline di San Francisco.
Alle 12:30 partiamo verso l’isola fortezza che dista solo un miglio dalla terra, bastano 15 minuti di navigazione per sbarcare davanti all’edificio che ospitava le guardie della prigione e i loro famigliari. I biglietti per il tour si devono prenotare online al costo di 30 dollari (23.60 Euro).
Armati di mappa e brochure, ci dirigiamo verso il posto di guardia dove venivano presi in consegna i galeotti e qui ritiriamo l’audioguida in italiano per iniziare il giro.
Tutto è molto chiaro, vaghiamo per i corridoi e le celle ascoltando la storia della prigione. La ricostruzione degli avvenimenti accaduti nel carcere di massima sicurezza sono narrati dalle voci di vere guardie ed ex detenuti che hanno vissuto e lavorato ad Alcatraz.
Riceviamo informazioni sulle regole della prigione, le dimensioni delle celle, sugli ospiti celebri come Al Capone, fino alla ribellione e la rocambolesca evasione di Frank Morris che ha ispirato il film Fuga da Alcatraz interpretato da Clint Eastwood. Il percorso dura un’ora e permette di visitare tutto il carcere, dal cortile alla mensa, dalla biblioteca alle sale riservate alle guardie.
Alcatraz venne chiuso nel 1963 per i costi alti e fu occupato due volte dai nativi americani durante le proteste del ’68. Venne poi liberata e assegnata all’autorità federale dei parchi che l’ha aperta al pubblico per le visite. Al termine del tour finiamo nell’immancabile bookshop dove troviamo un ex detenuto che firma le copie del suo libro. Una riabilitazione ben riuscita.
Dopo 3 ore sull’isola torniamo sulla terraferma, ritiriamo una foto scattata alla partenza e proseguiamo verso il celebre Pier 39, per vedere i leoni marini ma soprattutto per fare shopping nel Fisherman’s Wharf.
Troviamo decine di negozi, ristoranti, spettacoli, musicisti e facciamo incetta di maglie, tazze, bicchieri, le immancabili calamite, cappelli, ecc…
Ammiriamo il tramonto sulla baia davanti al Golden Gate e prima di andar via ci fermiamo a scattare foto alle star del posto: una colonia di leoni marini in libertà che se la gode sui pontili galleggianti.
Riprendiamo dal porto la nostra Grant Street che ci porterà fino all’hotel, in centro, ma prima affrontiamo un paio dei temibili saliscendi della città. Facciamo un passaggio ravvicinato della Coit Tower e attraversiamo tutta Chinatown piena di cose interessanti. Consiglio: fate qui i vostri acquisti di souvenir, ci sono bene o male le stesse cose del molo 39 ma costano meno.
Alle 21:00 arriviamo in hotel, lasciamo buste, zaini e pacchetti e andiamo verso il ristorante scelto per la serata. Considerata la grande comunità giapponese presente in città, puntiamo tutto sul sushi e TripAdvisor ci consiglia il Ryoko’s.
Piccolo, in un seminterrato, ci iscriviamo da soli sulla lavagnetta di chi è in attesa. Non accettano prenotazioni e sono sempre pieni ma dopo 45 minuti vengono a chiamarci fuori per farci accomodare. Ordiniamo Nigiri sushi dinner, una selezione dello chef con zuppa di miso, 9 pezzi di nigiri e 6 pezzi di California roll con granchio e avocado. Poi Tobiko, con uova di pesce volante, Unakyu, con anguilla bbq e cetriolo, Alaskan, con salmone affumicato, asparagi e avocado. Per finire Pier 39 con granchio e asparagi. Spendiamo 62.75 dollari (49.40 Euro) e rientriamo in hotel soddisfatti per la prima cena a base di pesce, depurativa.
Si comincia a pensare alla partenza, prima di salire in camera prenotiamo lo shuttle per il rientro in aeroporto. Considerato che dobbiamo uscire dalla stanza alle 5:30 non intendiamo rischiare i mezzi pubblici per arrivare al gate. Meglio andare sul sicuro, e poi viene a costare 15 dollari (11.80 Euro) a persona cioè poco più del costo della metro.

 

04/10 San Francisco

 
Terzo giorno a San Francisco e seconda colazione da Starbucks, abbiamo un buono da consumare e lo impieghiamo tutto per uno smoothies fragola e banana.
La giornata di oggi sarà in buona parte dedicata al simbolo della città: il Golden Gate Bridge. Google Maps ci dice che dobbiamo prendere due autobus e indica con precisione fermate e coincidenze. Da notare: a bordo i biglietti si acquistano solo in contanti e con la cifra precisa di 2.25 dollari (1.80 Euro), non è previsto il resto.
Dopo 40 minuti arriviamo al ponte, che ha ovviamente il suo Visitor Center pieno di gadget e spiegazioni interessanti sulla costruzione. Non è facile trasformare una strada in un’attrazione turistica, eppure ci sono riusciti benissimo. Tutta l’area del ponte è curata e ovviamente inserita nel programma dei parchi nazionali, con tante piste ciclabili e sentieri.
Camminiamo ammirando la baia piena di barche a vela e qualche temerario surfista che cavalca le onde proprio sotto il ponte. L’opera è incredibile, armoniosa e allo stesso tempo estremamente funzionale. Il Golden Gate ha quasi 80 anni ma non li dimostra.
Il traffico nelle due direzioni è notevole, noi proseguiamo sulla passerella pedonale fino alla metà dei 2.7 chilometri del ponte. Siamo a circa 70 metri di altezza, nel punto in cui molte persone hanno deciso di togliersi la vita. Purtroppo il Golden Gate è noto anche per l’altissimo numero di suicidi, sono oltre 1300 con punte di 50 in un anno, tanto che ci sono delle linee di emergenza per segnalare i casi di persone sospettate di compiere il gesto estremo.
Ci concentriamo su particolari più allegri e di rientro scattiamo la foto finale, quella che conclude la nostra gallery Handmade in the USA pubblicata su Facebook e arricchita quotidianamente con uno scatto rappresentativo della giornata.
A metà pomeriggio prendiamo il bus 28 e scendiamo al Golden Gate Park, anche questo enorme. Attraversiamo il roseto e arriviamo fino ai margini del giardino botanico ma non riusciamo a vedere il giardino zen perché è tardi e abbiamo da prendere un altro bus, il numero 5 che ci porterà a Japantown, il quartiere giapponese.
È sabato, ci sono tante persone in giro che vanno in bici, si allenano, bevono e si godono il week end, quindi il viaggio di rientro è un po’ tormentato: abbiamo aspettato invano due autobus stracolmi finché non ci siamo incamminati verso la fermata successiva e a stento siamo riusciti a prendere il terzo bus, stracarico anch’esso. Dopo 20 minuti inscatolati come sardine, scendiamo in Ferrel street ed entriamo nel Japan Center che racchiude un angolo di Sol Levante a San Francisco, con i suoi negozi e ristoranti dell’estremo oriente. Sembra che anche i clienti siano quasi esclusivamente orientali. Girovaghiamo un po’ tra ikebana, sushi bar e cosplayer, e ovviamente non manchiamo l’appuntamento con il cibo e lo shopping. All’uscita ci trasferiamo verso Chinatown dove completiamo i nostri acquisti con nuove sciarpe, bracciali, the, ecc… finché non arriva l’ora della cena.
Un po’ per astinenza, un po’ perché è stato il protagonista dei nostri pasti per due settimane, per l’ultima cena americana torniamo al Pearl’s Deluxe Burgers e ordiniamo hamburger deluxe di manzo e di tacchino, con la solita aggiunta di bacon, cheddar e patatine. Anche l’ultimo hamburger americano è ottimo, e Pearl’s entra nella classifica dei primi tre, subito dopo quello di Mariposa e l’irraggiungibile di Las Vegas. Fatto curioso: il locale non accetta carte di credito, solo contanti. Però all’interno ha uno sportello ATM! 🙂
Prima di rientrare in hotel facciamo un ultimo spesino di dolci e schifezze varie da portare in Italia, poi è davvero ora di svuotare le valigie e comporle diversamente per il ritorno perché sono più cariche dell’andata. Molto più cariche 😉
Il viaggio tra San Francisco, Las Vegas e i grandi parchi americani finisce con un pensiero alle prossime destinazioni: India? Olanda? Vietnam? Florida? Louisiana? Dov’è che andremo?
Non lo so, però se il ritmo resta quello degli ultimi due anni, che ci ha portato a Parigi, in Cambogia, UK, Andalusia, Atene e Russia, ci saranno sicuramente tanti altri diari di viaggio da scrivere!

 

Note
Gli hotel sono stati prenotati su BookingBest Western.
Durante il viaggio la guida di riferimento è stata la Lonely Planet Stati Uniti Occidentali.
Le letture fatte in viaggio su Kindle sono state: Il bello della vita di Dan Rhodes, Le terrificanti storie di Zio Montague di Chris Priestley e Il tempo della verità di Glenn Cooper
Come applicazioni da usare offline può bastare TripAdvisor Offline City Guides

Diario di viaggio in USA: Route 66 da Chicago a Los Angeles

Route 66
La Route 66 a Essex, California

Dopo circa 20 giorni di viaggio, dopo aver percorso 5230 Km, dopo 8 pieni di benzina, dopo aver pernottato in 11 città di 8 diversi stati, dopo aver visitato oltre 20 località e 4 grandi parchi, insomma dopo questi dettagli e molte vicende, io e Dan, il mio compagno di viaggio, siamo tornati!

Ho riletto l’ultimo post e ora posso affermare con certezza che questo 2006 lo ricorderò per sempre.
E questo viaggio ha messo sul piatto della bilancia così tanta positività da riscattare l’amaro dei precedenti mesi, quindi ringrazio la Route 66 perché mi ha dato esattamente ciò che cercavo: orizzonti nuovi, silenzi irreali, paesaggi dolci e aspri, in ogni caso unici. Ringrazio la Route 66 per essere stata se stessa, quella letta sui libri e vista al cinema.
Ho scritto qualche appunto durante il viaggio e ho deciso di pubblicarlo sul mio trascurato blog, a disposizione di quanti mi hanno chiesto un resoconto del viaggio e di chi avrà bisogno di informazioni del genere prima di intraprendere un viaggio simile.
On the road ci si deve aiutare, quindi chi è pronto ad andare negli USA a percorrere la mother road, non esiti a contattarmi, sarò lieto di rispondere a qualsiasi domanda su questo blog o in privato.
Adesso cominciamo, dall’inizio…

 

21/09/06 Roma – Chicago

 

La partenza si rivela molto dura: sveglia all’alba e alle 6 siamo già in aeroporto. Il volo per Madrid fila via liscio in un paio d’ore e non dobbiamo attendere molto per la coincidenza.
Decolliamo per Chicago alle 12 circa e dopo 9 ore e due pasti degni di un lager, atterriamo nella capitale dell’Illinois. Sbrigate le pratiche doganali, corriamo incontro ai nostri bagagli che stranamente sono già sul nastro! Il colpo di fortuna è insolito e non perdiamo l’occasione per guadagnare del tempo: ci avventiamo come falchi sulle valigie e alle 15 circa siamo già sullo shuttle diretto verso l’Holiday Inn Mart Plaza!
L’impatto con la città è emozionante, lo skyline si presenta con l’imponente facciata della Sear Tower e il nostro hotel va oltre le aspettative: è nel cuore della city e la nostra camera affaccia sulla torre del John Hanckok Center.
Incuranti del fuso usciamo a esplorare le strade e subito l’impressione è ottima: le strade, i locali, i palazzi, le persone, è tutto favoloso!
Costeggiamo il Chicago River fino all’incrocio col Magnificent Mile che risaliamo fin sotto al John Hancock. Il grattacielo è maestoso, vola verso il cielo e ci invita a salire, a guardare l’immenso panorama che offre la città di notte. Saliamo fino al bar del piano 96 e lì restiamo a bocca aperta: le strade, le luci, la macchia buia ed enorme lasciata dal lago Michigan nel cuore della città sfavillante, ci tengono incollati ai vetri.
Una volta coi piedi per terra iniziamo la ricerca di un posto dove mangiare, e alla fine puntiamo su una steakhouse vicina all’hotel. Locale bellissimo, sul fiume, dall’atmosfera raffinata. Nella zona del bar per 18 $ a testa ci servono un mega hamburger di 3 chili 🙂
La prima giornata negli Stati Uniti si chiude con l’orologio indietro di 7 ore e un bilancio iniziale che dà energia, anche se siamo più scarichi di una vecchia pila di Volta.
Le ultime forze le impieghiamo per una doccia e una grande dormita.

 

22/09/06 Chicago

 

Al mattino ci alziamo di buon’ora perché abbiamo un programma molto fitto e vogliamo rispettarlo.
Si comincia da Lou Mitchell, il primo locale segnalato dalle guide che si occupano di Route 66. È celebre per le sue colazioni ed effettivamente merita la fama che ha: mangiamo scrambled eggs con bacon, pancake con sciroppo d’acero e marmellata, succhi e caffè e spendiamo solo 9 dollari.
All’uscita passiamo sotto la celebratissima Sear Tower ma l’impatto è meno emozionante del previsto, concludiamo che la città ha grattacieli molto più belli. Per esempio il 333 di Wacker Drive, a cui ci affezioniamo idealmente.
Ormai abbiamo preso confidenza con la Loop, la sopraelevata che serve il cuore di Chicago, così ci spostiamo verso l’Art Institute, esattamente all’incrocio di Jackson Bv. con Michigan Av., è qui che inizia la Route 66 e un cartello con scritto “BEGIN” ci ricorda perché siamo lì.
Dopo ci immergiamo nel verde del Millennium Park e la passeggiata ci regala sorprese dietro ogni sentiero, in particolare ci colpisce l’auditorium all’aperto progettato da Frank O. Gehry e ‘il fagiolo’ di Anish Kapoor, una scultura enorme, in titanio, che riflette e distorce il cielo, lo skyline della città e tutto ciò che si specchia sulla sua superficie. Trovate alcune foto di questo spettacolare parco visitando questo link.
Osserviamo le persone, la pulizia e la cura con cui conservano le cose che hanno e siamo contenti di aver prolungato il soggiorno a Chicago: è una città magnifica!
Dopo una breve pausa in hotel per riprendere le forze, siamo pronti per la cena. La nostra destinazione è Billy Goat Tavern, il luogo preferito dai giornalisti del Chicago Tribune.
Il locale è nelle vicinanze della torre che prende il nome dalla mitica testata cittadina, in un sottoscala per la precisione. L’aspetto è molto trasandato, sembra la classica bettola, ma l’ambiente è familiare e trasmette una calma anomala in una metropoli così grande e indaffarata.
Rispettiamo la “tradizione” gastronomica del posto e ordiniamo double cheeseburger e hot dog, ma soprattutto respiriamo l’aria del tipico locale americano: bancone, gestori, tavoli, sedie, tutto richiama gli anni ’50. E non è un ambiente ricostruito: è così da sempre!
A cena finita torniamo nel Loop: la notte è lunga e si vede che la gente di Chicago è pronta a viverla. Girovaghiamo per la città, arriviamo fino ai giochi d’acqua, luci e musica della Buckingham Fountain di Grant Park e restiamo ad ammirare lo skyline notturno dalle rive del lago Michigan.
Ormai è notte, e ci ritroviamo seduti su una panchina lungo il fiume a fumare l’ultima sigaretta dedicata a Chicago. La città del blues e di Al Capone ci ha sorpreso: è davvero bella, da conoscere più a fondo. In pratica merita una vacanza a sé 🙂
Poi torniamo in hotel, è ora di programmare la partenza del giorno dopo, St. Louis ci aspetta.

 

23/09/06 Chicago – St. Louis (Km. 584)

 

Alle 7 siamo già in piedi, pronti a ritirare l’auto presso Alamo.
Sbrigate le pratiche burocratiche facciamo conoscenza con la Chevrolet Impala che per quasi 2 settimane sarà un po’ la nostra casa, insieme alla strada. Tanto per prendere confidenza con l’auto e la viabilità americana facciamo subito un paio di memorabili infrazioni, ma siamo fortunati: a parte qualche strombazzata, nessuno ci nota e ci dirigiamo verso Lou per un’altra grande colazione. Bissiamo il menù di ieri e dopo aver salutato la simpatica Linda, una donnona innamorata delle calzature italiane che ci ha servito la colazione, apriamo le mappe con un solo obiettivo: prendere la strada e arrivare a St. Louis.
Lasciare Chicago non è semplice ma alla fine veniamo indirizzati sulla I-55 South, la strada che dopo circa 300 miglia ci porterà a destinazione.
Guidare negli USA risulta facile e gradevole, specie se si conosce il percorso da seguire e si ha un’auto fornita di pilota automatico, come la nostra. Seguendo le indicazioni della DeLuchina, una “guida” alternativa composta da me in Italia con le mappe per raggiungere tutti i luoghi dove pernotteremo, arriviamo finalmente al motel Ramada.
Giusto il tempo per posare i bagagli e raccogliere informazioni su come raggiungere downtown e siamo di nuovo in strada. La città è a 18 miglia da noi ma raggiungerla non è difficile, troviamo subito il parcheggio indicato sulla guida e iniziamo l’escursione del Jefferson Memorial.
Il panorama che ci attende subito fuori la rimessa, è di quelli che si ricordano per sempre: siamo affacciati sul Mississippi, che scorre placido, larghissimo e scuro. Alle nostre spalle c’è il Gateway Arch, una struttura alta 164 metri opera del finnoamericano Saarinen, che rappresenta idealmente la porta per l’Ovest, ruolo che nella storia degli Usa è sempre appartenuto alla città di St. Louis. Dal greto del fiume provengono il suono e la voce di un concerto blues, che ci attirano a vedere uno show organizzato in uno scenario unico. C’è perfino un interprete affianco alla cantante che traduce le canzoni con il linguaggio dei sordomuti a tempo di musica, come se ballasse! Dietro il palco, sull’altra sponda, sono ormeggiati vecchi battelli a pale trasformati in luminosi casinò.
Dopo aver passeggiato su Market St. ci dirigiamo verso Laclade, il quartiere storico della città, ricco di locali. Sembra di essere in un film: tutto è rimasto come agli inizi del secolo scorso. Le strade lastricate sono attraversate dalle carrozze, i tombini fumanti, le luci soffuse, le abitazioni di mattoni rossi, tutto ti riporta indietro nel tempo. Solo la moderna supercostata di maiale spennellata di salsa bbq e l’indigena Bud Light che ordiniamo dallo storico Hannegan’s, ci ricordano che siamo nel 2006. Così, a stomaco pieno, facciamo ritorno al motel, lasciandoci alle spalle i colori dei fuochi d’artificio che esplodono sul fiume, perfettamente incorniciati all’interno del Gateway Arch.
È tardi, bisogna riposare, domani si riprende la strada.

 

24/09/06 St. Louis – Springfield (Km. 516,8)

 

Sveglia alle 7, ci aspetta una gran colazione a base di waffle e muffin prima di iniziare il viaggio verso Springfield.
Cominciamo il viaggio sulla I-55 che abbandoneremo poi per la I-44, ma alla prima uscita utile siamo subito a cavallo della nostra strada, la Route 66.
Percorriamo miglia su miglia circondati dai boschi delle colline Ozark. Il paesaggio è incantevole, stiamo attraversando gli USA meno conosciuti, fatti dalle persone comuni, dai paesini sulle strade, dal calore e dalla curiosità per gli stranieri che attraversano il loro territorio.
Superate le Meramec Caverns, luogo di rifugio per banditi e soldati durante la guerra civile, la Route 66 passa per il centro abitato di piccoli paesi: Cuba, Rolla, Lebanon sono i più caratteristici ed effettivamente si nota come la loro economia attuale sia risollevata dal turismo prodotto dalla mitica strada.
Tutto o quasi è intitolato a lei, è la consacrazione del mito, un inno all’asfalto che per anni ha collegato il West e l’East di questa giovane nazione.
Procediamo meravigliati tra pompe di benzina e motel fatiscenti, fino all’ora di pranzo che ci vede sbranare un ottimo bacon cheeseburger al Rocking Chair, un localino ai margini della I-44, strada veloce che ci porterà fino a Springfield.
Dopo una pausa in hotel riprendiamo la strada per raggiungere Branson, la Las Vegas del Missouri per via dei numerosi show in programma durante la stagione estiva.
Le 40 miglia che ci separano dalla città sono tempestate di cartelloni che pubblicizzano i tantissimi spettacoli previsti, e i concerti di musica folk e country la fanno indubbiamente da padroni.
Siamo sempre più curiosi e una volta parcheggiato, la città si presenta nel migliore dei modi: inno americano e spettacolo di fontane e fuochi sulle acque del fiume.
Dopo una passeggiata sulla commercialissima Main Street, sembrava un outlet italiano anche se credo che siano gli outlet italiani a ispirarsi a questi centri americani, andiamo da Texas a mangiare una morbida steak sirloin da 8 once.
Dopo 323 miglia e 9 ore di auto ci restano le forze solo per trascinarci in hotel e chiudere gli occhi, buonanotte Missouri.

 

25/09/06 Springfield – Oklahoma City (Km. 544.8)

 

Alle 9 siamo in macchina per affrontare quella che nei programmi iniziali doveva essere la tappa più lunga del viaggio: 545 km da Springfield a Oklahoma.
Solo col trascorrere dei giorni ci accorgeremo che sarà stata una tappa “nella media”, la più lunga arriverà tra qualche giorno, sì che arriverà 😉
Meglio non fidarsi troppo delle programmazioni fatte in Italia, on the road tutto può cambiare… garantito!
Sulla strada ci fermiamo ad ammirare gli edifici in stile vittoriano di Carthage, un piccolo paese curato e orgoglioso della sua fama di città storica degli USA.
Al centro della città c’è l’edificio della Court House, che pare un castello, e tutto intorno si sviluppa il tessuto cittadino, tranquillo e bonario, che sa di cose semplici ma vere. Ci sono gli empori, gli antiquari, il pub dove gli anziani fanno colazione e giocano a ramino. Insomma, Carthage è molto bella e ci spiace dover ripartire.
Ma la strada ci attende e non resistiamo all’idea di proseguire, senza mappe, sulla Route 66. Dopo diverse deviazioni e richieste di info, all’orizzonte appare Tulsa, la nostra prossima tappa di passaggio.
La città, resa celebre dal boom petrolifero, non è particolarmente interessante, però conserva per circa 40 miglia uno spettacolare tratto storico della Route 66, quello del 1927-1932, che ovviamente percorriamo per intero.
La Old 66 serpeggia per la città e offre scorci incredibili della periferia, conservata nello stile inizi ’900, mentre tutto intorno le moderne “Interstate” portano a destinazione rapidamente ma con meno poesia.
Noi non abbiamo fretta e così, al termine del tratto storico, mangiamo un boccone da Subway e poi riprendiamo la I-44 verso la nostra méta.
Siamo ormai in pieno Oklahoma e il paesaggio è caratterizzato da vaste pianure e pascoli. Anche le persone sembrano più rudi, abituate a lavorare nei campi e a lasciare poco spazio alle distrazioni. Ce ne accorgiamo già dal caos e dal traffico isterico nei pressi della capitale.
Arrivare in hotel si rivela più complicato del previsto ma dopo 100 calcoli, centriamo l’obiettivo.
La pausa per scaricare i bagagli e rinfrescarsi è breve come sempre, così riprendiamo subito la macchina e andiamo in centro, a visitare il memoriale costruito per ricordare le vittime dell’attentato terroristico del 1995.
L’impatto è forte, al posto dell’edificio distrutto ci sono due enormi mura di marmo nero e lucido, una di fronte all’altra. Tra loro uno specchio d’acqua delimita l’ex superficie del palazzo federale distrutto. In cima alle lastre in marmo nero campeggiano i numeri 9:01 e 9:03, gli orari delle esplosioni.
A rendere ancora più suggestiva l’atmosfera ci sono 168 sedie vuote, rivolte verso lo specchio d’acqua. Ogni sedia ha il nome di una vittima e vengono i brividi a vedere sedie grandi, per gli adulti, alternarsi a sedie piccole, per i bambini.
Dietro di loro, come un monito contro l’odio e il terrore, sono state lasciate le macerie, grezze, delle mura che hanno resistito all’urto.
Uscendo notiamo sul muro d’ingresso le foto di chi quel giorno ha perso la vita, i biglietti, le dediche, le preghiere, i fiori, tutto come se la tragedia fosse successa ieri e non 11 anni fa.
Andiamo via con una consapevolezza: gli americani, rispetto a noi, non si limitano a ricordare, gli americani non dimenticano.
Torniamo verso l’hotel e come indicato sulla guida ci fermiamo per un hamburger al Charcoal Oven, uno storico drive in dove puoi ritirare la tua cena dall’auto. Ormai abbiamo familiarizzato con queste strade e così ci godiamo una bella escursione notturna tra le stradine di periferia, fino in hotel.
Poi non ci resta che chiudere gli occhi e dormire, domani toccherà ad Amarillo.

 

26/09/06 Oklahoma City – Amarillo (Km. 454.4)



Come sempre, di buon mattino, ci mettiamo in viaggio per raggiungere la nuova destinazione: Amarillo, in Texas.
La prima sosta è a Clinton, dove ci fermiamo a visitare un piccolo e dettagliato museo che l’Oklahoma ha dedicato alla Route 66.
Parliamo con persone che ci raccontano le imprese della loro famiglia sulla mitica strada, e restiamo affascinati dall’attaccamento che molti americani hanno per la tradizione. Sono dei nostalgici, a una certa età sentono il bisogno di ricostruire il passato, ripercorrerlo a ritroso, come per cercare le proprie origini, le radici della loro esistenza.
Andiamo via soddisfatti e, percorrendo un tratto storico della nostra strada, puntiamo su Texola. La città è al confine tra Oklahoma e Texas e sembra un set cinematografico. È deserta, spoglia e trascurata ma conserva un fascino spettrale. Siamo in vena di avventura e quindi decidiamo di pranzare proprio nell’unico ristorante del posto, il Windmill, dove prendiamo un panino chop beef davvero ottimo, condito con una grande salsa bbq.
Ripresa la strada, ci dirigiamo senza indugi verso Amarillo ma… durante il percorso una specie di albero di natale luminoso taglia in due l’aiuola spartitraffico e punta su di noi.
È una pattuglia della polizia texana che, dopo aver fatto testacoda sulla nostra corsia, si attacca con il muso al posteriore della nostra Chevrolet. Sembra voglia darci il benvenuto a tutti i costi, così rallentiamo e ci fermiamo.
Manteniamo la calma e aspettiamo in macchina che il poliziotto ci raggiunga. Al suo arrivo ci contesta l’infrazione ai limiti di velocità dello Stato: andavamo a 83 miglia orarie invece delle 70 consentite: ci ha misurato col laser venendoci incontro sull’altra corsia!
Lo convinciamo che siamo dei bravi turisti rispettosi e che il nostro limitatore era puntato sui 70, così ci grazia ed emette solo un warning, un avvertimento.
Per stavolta niente multa, ma la prossima…
Arrivati ad Amarillo ci fermiamo in hotel e gironzoliamo per la città in attesa della cena, quindi andiamo verso il caratteristico quartiere di San Jacinto, dove lungo la 6th ci sono antiquari, librerie, abbigliamento vintage e altre merci polverose e di seconda mano.
Ma il pezzo forte della strada sono i locali con le loro insegne, e noi ci fermiamo al più famoso: il Blue Gator. Tavolacci all’esterno che danno sulla strada, birra ghiacciata da 1,50 $ e un favoloso tramonto reso ancora più scintillante dalle cromature di decine di enormi Harley che qui sembrano proprio essere di casa. Dopo una porzione di chips con gazpacho, raggiungiamo il mitico The Big Texan per mangiare una celebre bistecca texana.
Il locale è degno della fama che ha, è talmente famoso e celebrato che all’interno ha anche un negozio di souvenir a tema, tutti dedicati al suo nome, allo Stato che l’ha reso celebre, ai cow boy dei ranch, ecc….
All’interno i camerieri girano per i tavoli in costume d’epoca, mentre un complessino acustico incanta gli spettatori con le ballate del vecchio West. Tutt’intorno animali impagliati, scale e soppalchi in legno come in un vero saloon!
Per non parlare della carne, assolutamente all’altezza delle aspettative. Divoriamo una ribeye da 12 once e poi andiamo in hotel soddisfatti.
Amarillo, che doveva essere solo una tappa di attraversamento, ci ha riservato tante sorprese.

 

27/09/06 Amarillo – Tucumcari (Km. 411.2)



Al mattino lasciamo Amarillo. Sarà una giornata di attraversamento da affrontare con calma visto che Tucumcari, nostra prossima destinazione, dista solo 120 miglia.
Durante il viaggio osserviamo come sia cambiato il panorama circostante, ormai siamo in pieno clima western, la temperatura si aggira sui 30 gradi, la vegetazione è sempre più spoglia e la terra è colorata con diverse sfumature di rosso.
La prima tappa è Adrian, il Midpoint della Route 66. In questo punto è stata matematicamente calcolata l’equidistanza tra Chicago e Los Angeles, le due grandi città unite dalla storica strada.
Per tutti i viaggiatori Adrian è un momento importante perché rappresenta idealmente il giro di boa, e ciò vale anche per noi. Da Chicago ci siamo lasciati alle spalle 1139 miglia, e altrettante ce ne aspettano fino a Santa Monica (ma ne faremo moooolte di più), quindi non ci resta che riprendere il cammino.
Puntiamo dritti su Glenrio, una ghost town ubicata non appena varcato il confine col New Mexico, il sesto Stato attraversato finora.
La città è ancora più desolata di Texola, e anche più piccola, tanto che non c’è neppure un locale in attività! Per mangiare qualcosa dobbiamo raggiungere Tucumcari. Una volta lasciate le valigie in hotel, mangiamo un hamburger da Denny’s e siamo pronti a programmare un’escursione a Santa Rosa, una cittadina molto curata 90 miglia a Sud di Tucumcari, con diversi parchi lacustri e il Blue Hole che ha attirato la nostra curiosità.
Una volta arrivati comprendiamo meglio la scelta del nome dato a questo sito. E’ una polla alimentata da un fiume sotterraneo e l’acqua che affiora in superficie, grazie alle rocce bianche sul fondo e al riflesso diretto del cielo, forma un piccolo e profondo laghetto di uno straordinario colore blu.
Visto che ci si può immergere solo con un permesso per fare escursioni nelle grotte subacquee, restiamo affacciati sul muretto che dà sull’acqua. Così ci rilassiamo al sole e fumiamo un paio di sigarette circondati dal silenzio e dagli scoiattoli. Quanto è strano questo specchio d’acqua nel mezzo del desertico New Mexico!
Dopo il rientro in hotel, usciamo per cena e con il sopraggiungiere della notte ci viene svelato perché l’insignificante Tucumcari è considerata una tappa fondamentale in questo viaggio: la città è cresciuta lungo la Route 66 ed è su questa che si affacciano tutti i negozi, i caffè e gli oltre 50 motel che sono l’orgoglio cittadino.
Dopo il crepuscolo sono le loro insegne di neon colorati a strappare Tucumcari dall’anonimato.
Così passiamo in rassegna il Palomino, il Teepee, il Mexican, l’Apache e il mitico Blu Swallow, rimasto immutato dagli anni ’50, non solo all’esterno ma anche dentro, tanto che nelle camere la televisione è… in bianco e nero!
Dopo il tour ci fermiamo a cenare da Pow Wow, un locale caratteristico con musica country live. Con 15 dollari mangiamo uno steak chop burger e un’enorme insalatona con salsa ranch.
Dopo non ci resta che sincronizzare gli orologi sul nuovo fuso orario (ancora un’ora indietro rispetto all’Italia, -8) e dormire.
Domani ci dirigeremo verso Albuquerque passando per Santa Fe, e lo faremo in modo molto particolare.
C’è bisogno di molto riposo per recuperare le energie, domani sarà un’altra lunghissima giornata.

 

28/09/06 Tucumcari – Santa Fe – Albuquerque (Km. 419.2)



Per questa tappa ci svegliamo e partiamo prima del solito. Abbiamo intenzione di raggiungere Albuquerque via Santa Fe, per cominciare a vedere già oggi una parte della capitale del New Mexico.
Questa deviazione, programmata a tavolino, ci costa circa 60 miglia in più ma ci permette di guidare su un tratto di Route 66 antecedente al 1937, anno della costruzione della bretella che oggi collega Albuquerque all’Est e che ha evitato ai viaggiatori l’escursione obbligatoria verso i 2200 metri di Santa Fe.
La Old Route, inoltre, è più affascinante della monotona I-40 e offre scorci unici, con paesaggi sempre più western.
Durante il tragitto ci fermiamo a fare colazione a Ribeira, da La Risa. Il locale e il posto sanno più di Messico che di USA, la vegetazione intorno è spoglia, il sole brucia e i colori presenti sembrano scelti in un atelier: la porta d’ingresso è intonata con l’azzurro del cielo e le mura della costruzione sono color sabbia, e si amalgamano armoniosamente col paesaggio circostante.
E poi si mangia davvero bene: tè, caffè, succo d’arancia, uova, bacon, patate e per finire brownie e peachpie. Ora sì che ci possiamo rimettere in marcia!
Arrivati a Santa Fe la città si presenta con i suoi edifici in adobe, dai colori tenui. Anche qui l’ocra, l’arancio, il rosso, le travi in legno sembrano voler mimetizzare l’insediamento umano con la natura.
Iniziamo la nostra escursione dalla Plaza centrale che ospita sotto i suoi porticati decine di artigiani pronti a vendere i loro manufatti. I prodotti esposti sono un indecifrabile groviglio di culture, storie ed etnie diverse. Proprio come coloro che li vendono. Ci sono nei volti delle persone i lineamenti fieri degli aztechi, i tratti europei degli spagnoli, oppure quelli indigeni dei nativi.
La passeggiata prosegue fino alla chiesa cattolica di San Francesco d’Assisi e poi lungo il parco che costeggia il Santa Fe River.
L’indomani è prevista una nuova gita in città per cui decidiamo di raggiungere l’hotel BW Rio Grande ad Albuquerque, dove riposeremo un po’ anche grazie a un favoloso idromassaggio all’aperto.
Per cena andiamo alla Plaza dell’Old Town, luogo in cui la Route 66 si dirige verso tutti e 4 i punti cardinali.
Central Street è costellata di locali e neon e ci fermiamo a mangiare un hamburger da Kia, dove suonano musica live.
La notte di Albuquerque sta per iniziare, gli studenti dell’UNM si riversano nelle strade, mentre noi facciamo rotta verso l’hotel per programmare la lunga giornata di domani, la prima senza la Route 66.

 

29/09/06 Albuquerque e dintorni (Km. 377.6)

 

Oggi è la prima volta da quando siamo sulla strada che sosteremo una seconda notte nello stesso hotel, per cui ce la prendiamo con calma e usciamo alle 10 per iniziare un’escursione inventata da noi.
Dopo un giro nella caratteristica Old Plaza di Albuquerque, ricca di bottegucce e sede della prima abitazione costruita in città, risalente al 1707, prendiamo la strada verso nord sulla statale 550: abbiamo intenzione di raggiungere Los Alamos.
Dopo una breve sosta a San Ysidro e qualche foto ricordo alla classica chiesetta western style con le mura di calce bianca, procediamo attraversando vari pueblos sperduti, villaggi abitati dai nativi dove è vietato l’ingresso ai non appartenenti alle tribù.
Stiamo attraversando una zona delle Rocky Mountains ricca di riserve indiane, tanto che vediamo sfilare nell’ordine: Zia, Jemez, Santa Clara, San Juan, Nambe e Tesuque. La strada si insinua sui fianchi delle montagne e a ogni curva ci riserva delle sorprese, specie durante l’attraversamento della Red Walk, un tratto caratterizzato dalle famose rocce rosse levigate dal vento.
Il parco di Jemez è sorprendente per quanto è curato e attrezzato alla perfezione: aree di sosta per pic nic, per campeggiare o pescare, tutto è perfettamente organizzato e ben conservato.
Vediamo la sorgente del Jemez River, la Battleship e la Camel Rock e scorci di natura belli e selvaggi.
Una volta a Los Alamos ci fermiamo a mangiare carne asada con tacos prima di visitare il museo dedicato all’atomica.
Los Alamos è famosa proprio per questo motivo: è qui che il progetto segreto Manhattan prese forma, ed è sempre qui che si testò il primo ordigno nucleare.
Il museo è ricco di documenti storici originali e multimediali. C’è la lunga cronistoria della costruzione della bomba H e, in parallelo, del corso della II guerra mondiale, fino al durissimo epilogo che accomuna i due percorsi: Hiroshima e Nagasaki.
Lasciamo Los Alamos in silenzio, riflettendo sulla guerra, sulla storia e su una domanda letta prima di andare via sul guestbook: “Ma se la bomba H l’avessero avuta i giapponesi e i nazisti per primi, come sarebbe oggi il mondo?”.
Sulla strada del ritorno ci fermiamo nuovamente a Santa Fe e sulla terrazza panoramica del bar La Fonda un buon Margarita ci aiuta a lasciare alle spalle questi pensieri, così come ci stiamo lasciando alle spalle un’altra lunga giornata americana. Dopo il tramonto torniamo in città per cenare al 66 Diner, una vera e propria istituzione per chi sta percorrendo la Strada. Il locale è stato ricavato da una vecchia stazione di servizio e risale agli anni ’40. All’interno tutto riporta a quell’epoca, anche l’abbigliamento dei camerieri!
Dopo il solito maxi bacon cheeseburger, torniamo in hotel per sognare l’Arizona per l’ultima volta… da domani la vedremo dal vivo!

 

30/09/06 Albuquerque – Holbrook (Km. 427.2)



Lasciamo Albuquerque molto presto perché, prima di raggiungere Holbrook, abbiamo intenzione di fare due tappe importanti.
La prima è Gallup, famosa perché le star hollywoodiane impegnate sui set dei vecchi western girati nei paraggi, adoravano soggiornare all’hotel El Rancho. A Gallup, inoltre, sono state girate le scene notturne di Natural Born Killers, uno dei nostri film preferiti, per cui non disdegniamo fare un giro per le due strade principali dell’abitato.
La nostra guida ne aveva fatto una descrizione apocalittica, mettendola addirittura al secondo posto nel mondo per incuria e degrado sociale… dopo Calcutta! Ovviamente le cose non stanno così, anzi, la città è pulita e piena di negozi. Mai fidarsi troppo delle guide…
Dopo l’escursione, proseguiamo per la seconda tappa, il parco nazionale Pietrified Forest and Painted Desert.
L’ingresso è gratuito il sabato e questa è già una piacevole sorpresa, ma mai quanto quelle che ci attendono nelle prossime miglia. Ci sono circa 50 km da percorrere all’interno del parco e seguendo la mappa si può sostare nei vari punti di osservazione. Cominciamo dal Painted Desert dove assistiamo a uno spettacolo unico: i sedimenti di minerali diversi, nelle diverse ere hanno colorato le rocce per miglia e miglia di deserto. Il cielo e la luce fanno da cornice a qualcosa che è impossibile descrivere. Dopo ci fermiamo a Teepee, dove le colline sono a forma di pinnacolo e con le loro striature grigie e rosse ricordano le tende Navajo. A Teepee ritroviamo qualcosa a cui non siamo più abituati: il silenzio naturale.
Poi è la volta dell’insiedamento di Puerco Peblo, ricco di testimonianze risalenti al 1200 e di pitture rupestri, così tante che per via delle molte rocce incise questa zona è stata ribattezzata Newspaper Rocks.
L’ultima tappa è la Foresta Pietrificata, uno scherzo geologico per cui alberi risalenti a millenni fa hanno cristallizato il proprio tronco, pietrificandosi.
Siamo davvero stanchi ed è giunta l’ora di proseguire per Holbrook, ma ci aspetta un’altra emozione: è quasi il tramonto sul deserto, la luna già splende alta e il sole, di fronte, si lascia accompagnare dietro l’orizzonte da due arcobaleni che si specchiano nella sua aura.
Dopo una giornata così c’è bisogno di una gran bistecca al Butterfield Stage, il locale più famoso di Holbrook per questo piatto. E poiché è proprio attaccato al nostro motel, lo raggiungiamo a piedi camminando su Hopi Drive, meravigliati dalla desolazione che ci circonda in un sabato sera americano, e sono solo le 22!
Tornati in camera sincronizziamo gli orologi sul nuovo fuso orario (-9 ore rispetto all’Italia) e ci addormentiamo con la consapevolezza che quanto visto oggi, già domani dovrà sfidarsi con un colosso dei panorami spettacolari: il Grand Canyon.
Questa è l’America, questa è la Route 66.

 

01/10/06 Holbrook – Flagstaff (Km. 465.6)

 

Oggi dobbiamo raggiungere Flagstaff, ma prima abbiamo un appuntamento imperdibile: la visita al Grand Canyon National Park.
Durante lo spostamento facciamo due inutili deviazioni, la prima nell’insignificante e deserta Joseph City (mi sa che erano tutti a messa…), prima comunità mormone dell’Arizona; e la seconda all’attrazione-pacco di Meteor Crater, luogo dove si schiantò un enorme meteorite lasciando un cratere di notevoli dimensioni.
Per carità, la visione d’insieme è molto suggestiva ma non vale assolutamente i 15 dollari dell’ingresso. Va be’, sono cose che capitano quando si insiste a dare troppa fiducia alle guide o, peggio, si vedono troppi polpettoni di fantascienza.
Procediamo diritti verso il Grand Canyon e una volta nel parco – al costo di 25 $ per auto – siamo pronti a percorrere le 30 miglia della South Rim a partire dal Mother Point.
Può sembrare scontato, ma l’impatto con la visione d’insieme del Canyon lascia davvero senza fiato. Il paesaggio sembra dipinto, le creste sono aspre e di forme e colori diversi, la vegetazione è spoglia e diventa più viva e verde man mano che arriva in prossimità delle acque del Colorado River, che scorre placido e blu 2200 metri più in basso.
Ogni punto di osservazione ci regala scorci ed emozioni diverse: vediamo le aquile volare in libertà, le rapide del fiume, proviamo l’ebbrezza di affacciarci a guardare lo strapiombo da spuntoni di roccia fuori dai sentieri e senza protezioni.
L’adrenalina scorre a fiumi e ci accompagna per vari chilometri. E così superiamo i vari Grandview, Hopi, Moran, Lipan Point, fino alla torre di Desert View che ci regala l’ultima sensazionale visione. Qui il Colorado River è molto più visibile rispetto a tutti gli altri belvedere e la maestosità di quanto vediamo si comprende meglio pensando che alcune delle cime di fronte a noi, che sembrano così vicine… sono in realtà distanti oltre 60 chilometri! Andiamo via dalla 64 South che ci regala altre vedute impressionanti: la strada fila via più in alto rispetto al Canyon e quindi la spaccatura è ancora più evidente.
Arriviamo al Days Inn di Flagstaff alle 19 e dopo la doccia mangiamo nel caratteristico Galaxy 66.
Prendiamo il solito bacon cheeseburger ma in versione Californian, vale a dire con la variante del guacamole come salsa, ottimo davvero.
Flagstaff è molto carina e dà l’impressione di essere più spumeggiante delle tappe precedenti. Ci dispiace non poterla conoscere meglio ma siamo distrutti e appagati da una giornata che ricorderemo per sempre, quindi torniamo in camera per recuperare energie e concentrarci sulle prossime destinazioni, le ultime due on the road.

 

02/10/06 Flagstaff – Las Vegas (Km. 430.4)

 

Il nostro programma per la giornata di oggi prevede come destinazione Las Vegas, in Nevada. La vogliamo raggiungere in maniera originale, percorrendo il tratto storico della Route 66 più lungo che esista: quello che copre ben 160 miglia in pieno Arizona.
Durante il viaggio incontriamo diverse località roadside molto particolari, segnaliamo Seligman, Hackberry – dove c’è uno store davvero unico – e la triste Kingman, che sembra un cimitero per auto a cielo aperto. Proprio qui prendiamo la deviazione sulla 93 Nord che ci porterà nella capitale mondiale del gioco d’azzardo.
Prima, però, ci fermiamo ad ammirare la Hoover Dam, un’imponente diga artificiale sulle acque del Lake Mead e del Colorado River. Un altro lavoro made in USA che ci lascia a bocca aperta: non solo hanno costruito dove sembrava impossibile, ma l’hanno fatta anche diventare un’attrazione turistica con parcheggi, musei e visitor center.
Las Vegas è dietro le montagne e quando ci si presenta all’orizzonte capiamo che raggiungere il nostro hotel, lo Stratosphere, non sarà complicato. La sua torre alta 300 metri è visibile da molte miglia di distanza.
Raggiungiamo la camera dopo aver girovagato un po’ nella hall ai margini del casinò, progettato per disorientare, per fare perdere il senso dello spazio e del tempo mentre si gioca ai tavoli o alle slot.
Prima di cena andiamo a fare un idromassaggio in piscina, all’ottavo piano. Le vasche sono enormi, con campi da gioco, maxischermi, musica e una scenografia da film: di fronte a noi il tramonto sulla Sierra Nevada e alle spalle la gigantesca torre dell’hotel. Dalle 19 alle 2 percorriamo l’intera Strip a piedi, una passeggiata di qualche chilometro che vale la pena fare, dallo Stratosphere al Luxor!
Tra le centinaia di neon e di attrazioni, che rendono Las Vegas una città unica al mondo, restiamo incantati da come si presentano Circus Circus e il Wynn, dallo spettacolo live di Treasure Island e dallo stile imperiale del Caesar’s Palace. Dopo l’eruzione del vulcano del Mirage, passeggiamo per i canali del Venetian e passando sul Ponte di Rialto raggiungiamo la perfetta riproduzione del campanile di San Marco. Poi assistiamo allo show di acqua e luci dell’elegante Bellagio e ci incamminiamo verso il Paris, che non solo ha una Tour Eiffel alta 50 metri e un Arco di Trionfo in scala, ha anche il tratto di marciapiede che lo serve in perfetto stile Champs Elisee!
A Las Vegas la Francia e gli Usa sono a pochi metri di distanza, e così, dopo l’MGM, arriviamo al New York New York dove passiamo sul ponte di Brooklyn e di fronte la Statua della Libertà che svetta dinanzi lo skyline di Manhattan.
Concludiamo il tour prendendo la monorotaia che ci porta dallo stile disneyano dell’Excalibur a quello orientale del Mandala Bay, per chiudere sotto l’imponente piramide del Luxor. Alle 2 una navetta ci riporta sfiniti in hotel.
Concludiamo che a Las Vegas bisognerebbe sostare un po’ di più, ma il richiamo della strada è forte e l’ultima tappa è dietro l’angolo.
Prima però toccherà al deserto… California, stiamo arrivando!

 

03/10/06 Las Vegas – Los Angeles (Km. 654)

 

Siamo alla fine. Oggi è il giorno della tappa finale che da Las Vegas ci porterà a Los Angeles, a Santa Monica per la precisione.
Dopo aver consultato le mappe decidiamo di andare a riprendere la vecchia Route 66, la nuova deviazione ci costerà un centinaio di miglia in più ma non ce ne pentiremo. Soprattutto non possiamo terminare il viaggio senza più usare la 66.
Il tratto di Route 66 che collega l’Arizona alla California è sicuramente il più suggestivo e fotografato in quanto è poco usato, anche per le condizioni del manto stradale.
A Goff usciamo dalla I-95 e iniziamo l’attraversamento del deserto del Mojave, il paesaggio intorno ha qualcosa di unico e ci fermiamo più volte a fare delle foto agli stemmi della 66 pitturati sull’asfalto.
Troviamo diverse ghost town affascinanti, come Essex che è completa di pompe di benzina abbandonate, ufficio postale e cartelli cigolanti al vento, proprio come nei film! A Barstow ci ricolleghiamo alla I-40 che una volta diventata I-10 ci immetterà nell’enorme intreccio di highway che annunciano la periferia di L.A.
Dopo San Bernardino il traffico diventa sempre più isterico, convulso. Abbiamo ormai alle spalle le tranquille cittadine del cuore dell’America, ora ci troviamo di fronte a una metropoli colossale, che ci risucchia subito nel vortice dei suoi ritmi. Orientarsi non è facile, ma siamo motivati e abbiamo la grinta necessaria per portare a termine la nostra missione: raggiungere l’Oceano Pacifico, esattamente al celebre Pier di Santa Monica, dove termina quella che ormai è la “nostra strada”.
Troviamo l’uscita per Sunset Boulevard proprio mentre il sole sta per tramontare e, dopo aver parcheggiato, ci incamminiamo verso l’incrocio con Ocean Drive, la strada che costeggia il mare.
Prima di arrivare al molo bisogna attraversare un parco, ed è qui che troviamo la targa in bronzo che stavamo cercando: Route 66 Ending.

 

Stavolta è davvero finita: così, dopo 16 giorni, 8 stati, 11 città, 3300 miglia percorse (Km. 5285), possiamo dire di avercela fatta.
E’ stata una piccola impresa che ci ha dato tanto, ogni giorno, da Chicago fino all’emozione dell’Oceano, lo scenario ideale per terminare un viaggio mitico su una strada che mitica lo è sin dalla sua costruzione.
Dopo c’è il tempo solo per una sigaretta sul mare, accesa con l’ultimo cerino rimasto nel pacchetto preso da Billy Goat, a Chicago, dove tutto ebbe inizio.
Dopo ci regaliamo qualche minuto di silenzio, dedicato alle riflessioni personali e riprendiamo la strada, per consegnare la macchina in aeroporto.
E sì, dopo tanti giorni di fedele servizio è arrivato il momento di separarsi dalla nostra compagna di viaggio, la Chevy Impala ribattezzata Impalina 🙂
L’ultimo hotel che ci ospiterà, l’Angeleno, sembra un premio alla fine del viaggio: lussuoso, arredato con gusto, con lcd 32 pollici, porte scrigno con vetri satinati, pieno di personale cortese e disponibile, è abbondantemente sopra la media dei tanti alberghi visitati. E soprattutto ha due enormi lettoni matrimoniali con morbidi materassi alti un metro!
Quale posto migliore per riposare dopo un’impresa come la nostra?