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Diari di viaggio di Luigi De Luca. Travelblogger dal 2006

Diario di viaggio in Giappone: Tokyo, Kansai e Kyoto

by Luigi De Luca on 14 ottobre 2017

Storia, cultura, natura, spiritualità: quattro immagini dal Giappone

Il Grande Buddha di Nara, le cascate di Nachi, il Kumano Kodo e la Pagoda d’Oro di Kyoto

Questo viaggio in Giappone è stato molto desiderato e ha richiesto tempo e applicazione per essere organizzato bene.
Ci sono voluti mesi per incastrare tutto: date, luoghi, mezzi di trasporto, ecc…In fase di preparazione abbiamo raccolto così tante informazioni che ho scritto un post più specifico, dedicato a chi intende organizzare un viaggio in Giappone senza agenzie.
In questo modo il reportage che segue resta focalizzato sul vero e proprio viaggio in Giappone, alla scoperta delle metropoli Tokyo e Kyoto, e della penisola del Kansai con i suoi villaggi termali, le cascate di Nachi, il mare di Shirahama e i sentieri sacri del Kumano Kodo. Buona lettura!

21/22-09 Roma-Tokyo

 

Partiamo da Gaeta alle 7:30 e tutto procede regolare fino al parcheggio lunga sosta Altaquota2 (40 Eu per 15 giorni).
Il volo l’ho acquistato sul portale viaggi American Express l’1 maggio a 521 Euro con Cathay Pacific: partenza da Roma FCO alle 13:50 e arrivo a Hong Kong dopo 11.5 ore. Due ore di scalo e poi di nuovo a bordo di un altro aereo per le ultime 4 ore di volo. L’atterraggio è previsto all’aeroporto Haneda di Tokyo, meglio del Narita perché molto più vicino al centro (10/15 chilometri invece di 60). I nostri bagagli, con franchigia fino a 30 chili, sono stati imbarcati a Roma e li ritireremo direttamente nella capitale nipponica.

Sul viaggio non c’è molto da dire: il decollo è puntuale e l’aereo dotato di tutti i comfort. Ogni posto ha il suo schermo touch con un vasto palinsesto di intrattenimento, telecamere esterne e mappa interattiva del viaggio. Ho creato una playlist con 5 film, iniziata con la visione dell’angosciante 127 Ore e proseguita con Allied e Jack Reacher. Per quanto riguarda l’ultimo titolo non sono interessato al film in sé, ma durante l’estate ho letto due libri di questa serie di Lee Child e sono curioso, visto che non andrò a vederlo al cinema. Un filmaccio… (al ritorno un passabile Sicario con Benicio del Toro, Passengers – che mi conferma che la fantascienza non fa per me – e per finire un orrendo John Wick 2 con Keanu Reeves e – udite udite! – Riccardo Scamarcio).

La mia teledipendenza viene interrotta solo dal pranzo ospedaliero dopo 3 ore di volo: una spigola di gomma, insalata di pollo e gelato al cioccolato. Neanche Pupo poteva pensare ad abbinamenti così perversi. Per fortuna durante il viaggio ci sono snack e bevande gratuite al centro dell’aereo, così ne approfitto a più riprese per sgranchire le gambe e fare rifornimenti di porcherie.

Diretti a est inseguiamo diverse albe e la luce del giorno si stabilizza solo con l’arrivo a Hong Kong. A bordo abbiamo letto i nostri libri rigorosamente a tema nipponico e definito meglio l’itinerario da seguire a Tokyo. Quando manca poco all’atterraggio faccio partire gli highlights di tutti i gol della Champions League 2016/17. Sul 4-1 di Barcellona-Juve “è finita” la nostra prima tappa.

A Hong Kong assistiamo a un fortissimo temporale che probabilmente è la causa del ritardo di circa un’ora con cui partirà il nostro aereo, ci è sembrato un fenomeno tipicamente tropicale perché in un attimo le colline verdi e i grattacieli che caratterizzano lo skyline sono spariti alla vista avvolti da nubi nere, poi si è abbattuto il nubifragio, potente e rapido. Anche sul secondo aereo troviamo film in italiano e una colazione inglese su cui è meglio… sorvolare, appunto! 😉

Finalmente è tempo di atterrare definitivamente e mettersi in fila per superare il controllo passaporto, ricevere il nostro visto gratuito per tre mesi e ritirare il bagaglio che già è stato scaricato dal nastro. Siamo finalmente pronti ad andare in albergo e per farlo seguiamo le indicazioni che portano alla Tokyo Monorail, compriamo i biglietti alla biglietteria automatica (1260 Yen, 9.50 Eu) e saliamo a bordo di un treno che ci lascerà alla fermata Hamamatschuko. Da qui passiamo sulla JR Yamanote fino alla fermata Tamachi. In totale un tragitto di 30 minuti che finisce a circa 300 metri dal nostro Hotel Villa Fontaine Tokyo-Tamachi.

Come abbiamo fatto a comprare subito i biglietti della metro? Semplice: abbiamo cambiato i soldi in Italia!  Conviene sempre partire già muniti di qualche moneta locale, sia per questioni pratiche sia di convenienza, per questo abbiamo prenotato alle Poste 80.000 Yen, pari a 626 Euro con un tasso di cambio di 127.62 Yen per Euro (+ 6 Euro di commissione).

Dopo le operazioni del check-in usciamo per vedere il tempio di Sengaku-ji che ospita le tombe dei 47 Ronin, i samurai senza padrone che entrarono nella leggenda e nelle sale cinematografiche capitanati da Keanu Reeves. Si trova vicino al nostro albergo e durante il tragitto per raggiungerlo incrociamo la strada con l’enorme Tokyo Tower, una brutta copia della Torre Eiffel alta 333 metri, tutta bianca e arancione. Piove e fa molto caldo, raggiungiamo il tempio pochi minuti prima della chiusura, quindi facciamo un giro rapido ma è sufficiente perché è molto piccolo e siamo sicuri che Tokyo ha tanto altro da mostrare.

Volevamo solo sgranchire le gambe dopo le 18 ore di viaggio e le 7 di fuso orario ma la stanchezza si fa sentire, ce ne accorgiamo dopo esserci spostati nella stazione centrale per convertire il voucher del JR Pass e toglierci il pensiero: una missione che purtroppo non portiamo a termine perché ho con me solo la carta d’identità, mentre è necessario il passaporto con il visto per procedere. Peccato! Ci toccherà tornare…

Ormai siamo sul posto e ne approfittiamo per esplorare il piano sotterraneo della gigantesca stazione, quasi interamente dedicato alla gastronomia. Proviamo a orientarci con una piantina tra le decine e decine di locali affollati in quanto è venerdì sera e i giapponesi si danno alla pazza gioia. C’è l’imbarazzo della scelta tra profumi, colori e una grande varietà di cibo a disposizione. Nonostante sia il loro scopo principale, le famose pietanze finte riprodotte perfettamente nelle vetrine di tutti i locali ci lasciano perplessi. Noi di solito siamo già scettici sui ristoranti che mostrano le foto delle proprie portate ma qui siamo addirittura al formato 3D! E per quanto sia una cosa molto comune, su di noi l’effetto è inverso: dovrebbe aiutarci a scegliere ma contribuisce a confondere le idee.

Alla fine, dopo aver visto mucchi di plastica a forma di cibo, entriamo da Create Restaurant che ci sembra caratteristico e ha una rapida fila all’esterno con giapponesi in attesa. Risulterà un’illusione, forse abbiamo scelto male perché stanchi e una volta dentro si confermeranno le sensazioni negative: sarà qui che faremo la cena peggiore di tutto il viaggio! Abbiamo ordinato omelette con maiale che poi altro non era che una poltiglia di carne in scatola avvolta in una frittata, spiedini di maiale e cipolle fritti, dove le cipolle erano decisamente più della carne, ravioli jyoza con pepe rosso di Okinawa, e chow mein Okinawa style in salsa di soia, bollenti come l’inferno ma passabili. Spendiamo 4016 (30 euro) ma come per tutte le cose fatte oggi… domani andrà sicuramente meglio!

Quanto abbiamo camminato oggi? 10,8 km

 

23/09 Tokyo

 

 

In piedi alle 8:00, facciamo una ricca colazione dolce e salata e siamo subito in strada per iniziare a esplorare Tokyo.

Ha finalmente smesso di piovere e ci avviamo verso la fermata della metro per andare al mercato del pesce. Sicuramente non parteciperemo alla famosa asta del tonno perché l’accesso è permesso solo su prenotazione e senza alcuna certezza, nel senso che in base ai periodi e alla disciplina dei turisti decidono i giorni di apertura e di chiusura al pubblico. In più il personale dell’hotel ci ha detto che il mercato la domenica è chiuso, e difatti sarà così, ma noi andiamo lo stesso. Una nota importante: sulla guida del 2016 abbiamo trovato scritto che il mercato si sarebbe trasferito a Dicembre di quell’anno in un’altra zona ma probabilmente qualcosa è andato storto durante i lavori perché sono in ritardo e a Settembre 2017 il mercato è ancora nella sede storica di Tsukiji.

Il quartiere prendere il nome dallo Tsukijihongangji Temple che visitiamo prima di girovagare tra i tanti negozi che vendono cibo di strada. Ci esercitiamo con il rituale scintoista per una preghiera, che qui è del tutto simile all’espressione di un desiderio: si prende con due mani la corda con cui suonare la campana, si battono due volte le mani per attirare l’attenzione della divinità, si fanno due rapidi inchini, ci si raccoglie velocemente con le mani giunte e si va via con un inchino più profondo. Ma la prima cosa da fare è gettare una moneta nella cassetta delle offerte 😉

Dopo questo assaggio di spiritualità ci dedichiamo agli assaggi veri e propri, e passiamo in rassegna una moltitudine di bancarelle sgranocchiando seppie panate e fritte, mandorle tostate, fagioli neri… Grazie a questo perfetto movimento sincronizzato di mascelle e gambe raggiungiamo il vicino quartiere di Ginza, la strada-vetrina di Tokyo. Una sorta di Fifth Avenue per New York o gli Champs-Élysées di Parigi: un viale ampio, lungo, contornato da palazzi enormi e tirati a lucido, gente a passeggio e ovviamente tutte le grandi firme della moda.

Fuori una gastronomia troviamo un capannello di persone eccitate intorno al pupazzo animato di Gunma Chan, il simbolo dell’omonima prefettura che nel 2014 ha vinto il concorso della miglior mascotte giapponese. Si vede che la sua popolarità non è scemata nel tempo perché è pieno di persone che scattano foto e lo abbracciano. Ce ne sono sicuramente più da lui che davanti all’imponente facciata del teatro Kabuki-za, e anche noi ci facciamo sedurre dal cavallino giapponese, soprattutto perché non abbiamo 4 ore a disposizione per assistere a uno spettacolo tradizionale! Quindi scattiamo qualche foto e poi visto che è sabato ci godiamo il cuore del quartiere – all’incrocio tra Chuo-dori e Harumi dori – che in occasione del week end diventa inaccessibile al traffico nella prima strada e si trasforma in quello che gli abitanti di Tokyo chiamano “il paradiso dei pedoni”.

Da qui torniamo in stazione e alle 13:30 siamo finalmente allo sportello per cambiare il voucher del JR Pass, stavolta abbiamo i documenti giusti e prenotiamo i posti a sedere su tutti i treni che prenderemo nei giorni successivi.
Da notare! Tutti le rotte, le coincidenze, gli orari e i calcoli che avevamo fatto per gli spostamenti interni si sono rivelati esatti e anche in biglietteria ce li hanno confermati come i migliori possibili. Abbiamo usato il sito NAVITIME Travel e la relativa applicazione per smartphone. Molto meglio del più citato Hyperdia che dà anch’esso risultati esatti ma in quanto a grafica e usabilità sta qualche passo indietro.

Dopo il dovere torna il piacere e ci spostiamo verso la nostra prossima tappa, quindi dalla stazione prendiamo la Yamanote fino a Komagone per visitare Rikugien Garden, uno dei giardini più belli di Tokyo.
A questo punto è bene aprire una parentesi su come spostarsi a Tokyo: nelle stazioni delle metro (ci sono diverse compagnie che coprono la città) bisogna fare attenzione e guardare bene i tabelloni informativi per prendere i treni e le direzioni giuste, perché sono solitamente divisi per colore e numeri – che distinguono le varie linee – e le fermate riportano la tariffa necessaria per raggiungerle dalla stazione in cui siete, dettaglio molto utile da sapere prima di acquistare il biglietto giusto. Ci vuole un po’ di esercizio, anche perché questi tabelloni non sempre hanno la versione con caratteri occidentali e quando non c’è, non bisogna farsi prendere dal panico: basta guardarli qualche istante come degli ebeti e subito si avvicina qualcuno per dare aiuto. Ci è successo in diverse occasioni e abbiamo sempre accettato volentieri il soccorso dei giapponesi, anche quando avevamo le idee chiare sul da farsi: sono gentilissimi e ci dispiaceva rifiutare gesti così spontanei, che sicuramente – considerata la loro sobrietà e discrezione – gli costa qualche strappo al proprio senso del pudore, decisamente ancora sviluppato rispetto ai nostri standard attuali.

Torniamo ai giardini Rikugien. Anzi prima di entrare ci fermiamo a fare uno spuntino con un enorme raviolo al vapore ripieno di carne di maiale e uno spiedino di pollo. L’ingresso costa 300 Yen (2.30 Eu) e la passeggiata è molto piacevole: piantina del parco alla mano ci inoltriamo nei vari sentieri che risalgono agli inizi del ‘700 e non sembra proprio di essere nel cuore di una metropoli gigantesca. La vegetazione è brillante, le aiuole curate, i ponti di pietra, le cascate, le carpe colorate e le tartarughe ci proiettano in uno scenario tipicamente giapponese: stavolta non stiamo guardando una foto, ci siamo dentro! Il grande laghetto centrale e la casa da the, offrono scorci molto suggestivi e quando usciamo siamo pronti a gettarci  nella grande mischia di Akihabara. Sono le 17:00, il sole inizia a calare ed è il momento perfetto per trasferirsi nel “quartiere elettrico” di Tokyo, celebre per la concentrazione di cosplayer e appassionati di manga e anime.

Già alla stazione della metro troviamo dei chiari segnali: nell’atrio ci sono decine e decine di distributori meccanici di giocattoli. Di quelli che ci metti un moneta, giri la maniglia e ti cacciano fuori una pallina con sorpresa. Di solito da noi si trovano in qualche bar, nei lidi, mentre in Giappone sono quasi ovunque e in quantità enormi. La cosa bella è che sono prese d’assalto dagli adulti e non dai bambini, come normalmente siamo abituati a vedere da noi. Ragazzi e ragazze aprono decine di palline alla ricerca soprattutto di action figures e vediamo scene di esultanza o delusione; in entrambi i casi mi piace l’idea che riescono a provare emozioni fanciullesche senza sentirsi ridicoli. Pascoli sarebbe orgoglioso di loro 😉

Una volta in strada veniamo bombardati da musica, colori, luci, voci, megafoni, un assalto sensoriale che ti lascia un po’ spiazzato. Vediamo sfilare qualche pittoresco protagonista di queste subculture metropolitane derivate dal mondo dei cartoni animati e dei fumetti, e facciamo la conoscenza delle sale Pachinko: un gioco d’azzardo molto popolare, concentrato in ambienti talmente incasinati e rumorosi che un casino di Las Vegas in confronto è un’oasi di pace. Dentro abbiamo visto quasi esclusivamente uomini alienati e intontiti, che fumavano e bevevano con gli occhi puntati solo sulla propria macchinetta; centinaia di persone una attaccata all’altra, come polli in batteria, senza alcuna interazione tra loro.

Dopo questa scena è necessario ritrovare un po’ di equilibro e quindi ci spostiamo verso il quartiere Asakusa per visitare il celebre tempio buddhista di Senso-ji. Visto che ci arriviamo in metro, approfitto per un’altra nota importante: le uscite sono sempre indicate in giallo e sarebbe utile conoscere in anticipo l’uscita migliore da prendere. Per esempio tante guide o pubblicità, quando indicano un luogo, riportano sempre la fermata della metro e la relativa uscita, così che le persone possano orientarsi correttamente e salire in superficie dalla parte giusta.

Senso-ji è meraviglioso, una delle attrazioni di Tokyo da non perdere. Dedicato a Kannon è celebre per la sua pagoda a cinque piani alta 55 metri e per noi rappresenta una perfetta introduzione al sincretismo: un concetto che vedremo ben espresso praticamente in tutti i luoghi sacri e che – sintetizzando molto prosaicamente – consiste in una pacifica convivenza dei maggiori culti religiosi del Paese. Scintoismo e Buddhismo in Giappone non si fanno la guerra, anzi convivono molto spesso negli stessi spazi e i loro templi condividono altrettanto di frequente gli stessi giardini.

Anche qui seguiamo un rituale molto in uso e molto rumoroso: agitiamo un pesante bussolotto di ferro pieno di legnetti numerati, ne tiriamo fuori uno e cerchiamo la cifra corrispondente su una serie di cassetti all’interno dei quali ogni partecipante trova il suo destino. Federica ha estratto il numero 12, quello più fortunato e alcuni giapponesi ci aiutano a tradurre il biglietto e si complimentano con noi. E se la sorte non è benevola? Niente paura, può succedere che i bigliettini siano negativi ma basta annodare il foglio sugli appositi espositori e ci penseranno i monaci a pregare per purificare la sorte avversa.

La visita serale è piacevole perché le strutture sono ben illuminate e, visto il grande numero di bancarelle chiuse, immaginiamo che durante il giorno sia molto caotico in quanto è il tempio più visitato di Tokyo. All’uscita abbiamo chiesto a una coppia giapponese di scattarci qualche foto e – toh! – lei ha lavorato in Italia per tre anni, per cui ha abbiamo parlato un po’ ed era molto incuriosita dal nostro viaggio e dal nostro profilo Instagram Handmade Travel.

Dopo un selfie di buon ricordo tutti e quattro insieme, ognuno è tornato sulla sua strada e la nostra ci ha portato dritti da Sushi Zanmai dove non è necessario spiegare cosa si mangia. Ci sediamo al banco di fronte ai sushi master e facciamo la nostra ordinazione compilando da soli un foglietto che riporta le voci del menù, accanto alle quali va messo un segno di spunta e la quantità di pezzi. La nostra scelta ricade su quattro set di maki da sei pezzi (uno di tonno, due con gambero e cetrioli, uno con capesante e cetrioli), poi coppie di nigiri di bonito, tonno rosso, gambero bollito, red snapper (parente lontano del dentice) e sei immancabili pezzi al salmone. Tutto accompagnato da birra e sakè freddo, per una spesa finale di 5127 Yen (38 Eu).

Torniamo per la prima volta in hotel con la metro al posto della Yamanote Line, scendiamo a Mita e raggiungiamo l’hotel a piedi con un’ultima passeggiata. Poi resta giusto il tempo per una doccia e una conferma importante su miti e leggende giapponesi: è tutto vero! Nei bagni, dall’aeroporto all’hotel, dalle stazioni ai treni, il livello igienico è sempre altissimo, mentre delle mitologiche tavolette dei water… ne parleremo più avanti! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 15 km

 

24/09 Tokyo

 

Anche oggi iniziamo con una colazione importante perché ci sarà molto da fare. Cominciamo dal Grande Giardino Orientale del Palazzo Imperiale, l’ingresso è libero e si accede dalla porta di Ote-mon dove c’è un controllo di sicurezza, si ritira la mappa del parco e il pass gratuito da restituire all’uscita. Si può scaricare anche un’audioguida gratuita.

La passeggiata è molto tranquilla, si possono vedere le mura antiche che cingevano in passato il palazzo, di dimensioni megalitiche, ci sono ambienti separati in base al tipo di vegetazione che ovviamente è curata, sia nella potatura sia nell’alternanza di colori, e non mancano cascate e stagni. Però, in tutta onestà, i giardini di ieri per quanto più piccoli sono stati più belli. Col senno di poi, considerato che di cose da vedere a Tokyo ce ne sono tante, questa è un’escursione che si potrebbe tranquillamente evitare.

Fa molto caldo, ci sono 28 gradi quando andiamo a prendere la linea verde della metropolitana diretti verso la stazione Meiji Jingumae. Altra nota sulla metro: abbiamo detto che i tabelloni indicano le fermate e le relative tariffe da pagare. Abbiamo anche detto che ci sono diverse compagnie che coprono la città e in base a distanze e incroci hanno costi diversi. Ora aggiungo che se sbagliate l’acquisto del biglietto non c’è problema, arriverete in ogni caso a destinazione ma per uscire vi sarà richiesto il biglietto corretto e per questo troverete in tutte le stazioni macchinette che “aggiustano” la tariffa e richiedono la differenza. Dopo la compensazione riceverete il tagliando corretto che vi permetterà di uscire. Altra cosa notevole: per l’ultima uscita il tornello non vi restituisce il biglietto, si apre per farvi passare e conserva il ticket, così li riciclano ed evitano il rischio che vengano gettati a terra.

Fuori dalla metro incrociamo la celebre Takeshita Dori, affollatissima di adolescenti, ma la vedremo dopo la visita all’altra grande attrazione in programma oggi: il tempio Meiji Jingu.
Passiamo attraverso il grande torii alto 12 metri (portale di accesso di ogni tempio scintoista) e passeggiamo nel bosco fino al santuario che purtroppo ha il padiglione principale in restauro. Partecipiamo anche noi alle abluzioni rituali prima di accedere: ricordate che bisogna riempire le coppette d’acqua alla fonte, sciacquare una mano per volta e poi la bocca. Ma l’acqua usata deve cadere fuori dalla vasca principale!

Dopo aver visitato il complesso, i templi scintoisti sono abbastanza scarni e quasi sempre inaccessibili all’interno, dichiariamo finiti i nostri giri culturali e diamo inizio alla fase finale: shopping a Shibuya.

Prima passiamo per Takeshita Dori, un vero delirio di ragazzi che sfilano a caccia di abbigliamento e accessori strani. Scattiamo qualche foto, ci immergiamo nel fiume umano – in mezzo al quale becchiamo anche una processione dal tasso alcolico notevole – e procediamo verso la stazione della metro per arrivare a Shibuya. Il primo articolo che compriamo è un ventaglio, poi restiamo piuttosto delusi dal fatto che non riusciamo a trovare i souvenir classici da collezione come accade normalmente in altre località: magneti, shottini e le palle di vetro con neve sembrano introvabili! Camminiamo lungo la strada pedonale Shibuya Center Gai costellata di neon e negozi e ci infiliamo in un negozio tutto a 100 yen Can Do, dove compriamo portabottiglie termici, piattini quadrati di arenaria, rulli massaggianti, patatini e tre pacchi di tagliolini per ramen (1080 Yen, 8.10 Eu).

Dopo raggiungiamo il celebre incrocio con l’attraversamento pedonale che traghetta migliaia di persone da un marciapiede all’altro. Per vederlo bene saliamo al secondo piano dello Starbucks che affaccia sulla strada e dalle finestre scattiamo grandi foto e giriamo video in time-lapse che rendono benissimo l’idea di quanto accade ogni volta che i semafori cambiano colore.

Sono le 20:30, abbiamo camminato per quasi 10 ore consecutive e ci fermiamo a cenare da Genki Sushi, nel cuore di Shibuya. Per l’ultima cena a Tokyo abbiamo scelto un locale insolito che è diventato una sorta di istituzione per il modo particolare in cui si ordina. Poca fila all’ingresso e siamo subito alla nostra postazione, ognuno di fronte a un tablet fisso. Il menù è tutto lì, in digitale, e scegli i piatti direttamente dal tuo monitor. Non è finita, perché non ci sono camerieri a servirti: il sushi ti arriva dopo pochi secondi su un piattino portato da un carrellino automatizzato su una monorotaia. Quando arriva il monitor ti avvisa, tu ritiri il piattino e sempre con un tap rispedisci indietro il carrellino, pronto per nuovi viaggi! Molto divertente e anche di qualità discreta, prezzo poi imbattibile: abbiamo ordinato 14 piattini con diversi nigiri e maki roll, notevoli quelli con tempura di gamberi, e spendiamo solo 2347 Yen (17 Eu).

Dopo cena ci restano le forze per una deludente ultima caccia al souvenir e un passaggio sulla Dogenzaka, piena di love hotel. È tempo di rientrare, domani inizia l’avventura vera: la spinta principale per questo viaggio, vale a dire la scoperta del Kansai, con i suoi villaggi termali, i corsi d’acqua, i sentieri del Kumano Kodo e il mare.

Quanto abbiamo camminato oggi? 16,8 km

 

25/09 Tokyo – Hongu (Watarase Onsen)

 

Sveglia alle 7:30, altra gran colazione e poi via in stazione: inizia la nostra settimana alla scoperta del Kansai, il cuore spirituale del Giappone e del Buddhismo Zen.

Ci dirigiamo verso la stazione dei treni Tokyo, la più grande della città, per prendere il nostro “treno-pallottola” Shinkansen Hikari che ci porterà fino a Nagoya dove prenderemo il regionale Nanki Wide View fino a Shingu.

Ci siamo presi un buon margine di anticipo per cercare qualche souvenir, che non troveremo (attenzione! Può sembrare assurdo ma solo ad Akihabara e Takeshita Dori abbiamo trovato t-shirt e magneti ma non li abbiamo comprati, sicuri che li avremo trovati anche altrove. Sbagliato!), ma soprattutto siamo arrivati prima per capire senza affanni quale fosse il binario di partenza, visto che la stazione è grande e molto trafficata. Pensavamo fosse più complesso ma una volta arrivati sul posto è stato tutto facile. Anche perché l’applicazione su cui abbiamo programmato tutti i nostri spostamenti si è mostrata affidabile anche nella previsione del binario di partenza con due mesi di anticipo! Il merito è anche delle ferrovie giapponesi che funzionano perfettamente, ce ne accorgiamo già con il puntualissimo orario di arrivo del treno, le operazioni di pulizia prima dell’imbarco dei passeggeri e successivamente con la partenza, anch’essa precisa al millesimo.

Rispetto a quanto ho letto in giro mi aspettavo spazi più angusti a bordo, invece le valigie stanno comode quanto noi che abbiamo spazio per distendere completamente le gambe e reclinare il sedile fin quasi a renderlo orizzontale. In pratica è come viaggiare su un lettino da spiaggia!

Sul viaggio c’è poco da dire: tutto è andato liscio, coincidenza e orari hanno combaciato con il nostro programma e siamo arrivati a Shingu dove alle 17:10 abbiamo preso il bus per Hongu.
La stazione di Shingu è piccola e la rimessa dei bus è adiacente, l’arrivo a destinazione è previsto per le 18:11.
Nota sui bus: il biglietto si paga a bordo al termine del viaggio. Al momento di salire si ritira un biglietto con il numero della fermata, in questo caso la 1 perché siamo al capolinea, e man mano che si procede con le fermate un tabellone luminoso vicino al conducente indica il costo da pagare rispetto alla fermata di partenza, che varia come fosse un tassametro. Alla fine del viaggio la nostra tariffa è 1540 yen (11.65 Eu). Si paga la cifra esatta in contanti mettendo i soldi in una macchinetta automatica vicino all’autista, non è previsto resto di alcun tipo ma affianco alla contasoldi c’è un altro dispositivo per cambiare i contanti in monete. Un ottimo sistema per far pagare tutti, senza perdite tempo.

Giù dal bus ci aspetta la navetta dell’albergo che in 10 minuti ci porta al nostro Watarase Onsen Hotel Himeyuri. Sbrigate le pratiche di registrazione andiamo dritti al ristorante, un po’ perché abbiamo fame e un po’ perché chiude alle 19:00 e dopo quest’ora si resta a digiuno. Proprio così! Siamo in un luogo isolato e senza nulla intorno: fare tardi significherebbe restare a stomaco vuoto fino all’indomani!

Raggiungiamo la tavola calda in uno stabile vicino a quello del ricevimento e siccome siamo gli unici clienti, piuttosto spaesati, con l’aiuto del personale ordiniamo la nostra cena sfogliando il menù appeso a un distributore automatico. Infiliamo i soldi nell’apposita fessura (2550 yen, 19 Eu) e pigiamo i tasti corrispondenti alle nostre scelte. Per fortuna poi non è caduto niente da raccogliere nel cassetto! 😉 Con questa procedura abbiamo solo trasmesso l’ordine alla cucina e pagato, dopo un po’ ci servono i piatti a tavola. Il motivo dell’ordinazione fatta alla macchinetta resta un mistero degno di Voyager.

Finiamo i nostri udon cucinati in brodo, una variante dei noodles più spessa e di grano duro rispetto a quella usata per il ramen, di frumento, e lo spezzatino di maiale con riso. Dopo cena rientriamo in stanza, la camera è in stile giapponese e ha una bella area con tatami per prendere il the ma c’è un altro soggetto sconosciuto con cui prendere confidenza: lo yukata. Si tratta di una sorta di vestaglia da camera a disposizione degli ospiti nelle ryokan, le locande tradizionali, e alle terme, difatti letteralmente significa abito da bagno. Per quanto sia molto simile per fattura e taglio, non si considera un kimono!

Lo indossiamo, leghiamo la cinta e ci infiliamo sopra anche l’hoari, una giacca da indossare se fuori è freddo, e ci dirigiamo verso gli onsen: le vasche pubbliche e private di acqua termale. Si vede che i giapponesi hanno orari e abitudini diverse dalle nostre, perché non c’è nessuno in circolazione. Noi ci dirigiamo verso le terme private, entriamo in uno dei quattro ambienti separati e una volta dentro si accende una luce esterna per avvisare che l’onsen non è disponibile. C’è un’intera piscina in pietra tutta per noi, siamo circondati da un giardino rigoglioso e un tetto di stelle! L’acqua è bollente e rilascia un vapore magico a contatto con l’aria frizzante, ci immergiamo e restiamo a mollo fino alle 23:00, poi facciamo una doccia finale – sempre all’aperto – , ci asciughiamo e torniamo verso la nostra stanza, rilassati e convinti di aver fatto un’esperienza completamente nuova e indimenticabile. E siamo solo al primo giorno in Kansai!

Quanto abbiamo camminato oggi? 5,1 km

 

26/09 Hongu – Kumano Kodo

 

Ci svegliamo e ci prepariamo con i nostri tempi e per un attimo dimentichiamo di essere in Giappone, morale: ci presentiamo alle 9:32 alla fermata della navetta e non la troviamo perché è partita come previsto alle 9:30!
Poco male perché ci accompagnano ugualmente fino a Hosshinmon Oji, un piccolo tempio molto importante nel sentiero di pellegrinaggio Kumano Kodo. Da qui iniziamo la nostra giornata di trekking alle 10:15.

Abbiamo organizzato questo viaggio con l’intenzione di visitare questi sentieri sacri dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e durante l’estate ci siamo preparati, fisicamente e mentalmente. Avevamo già le idee chiare sul da farsi e con le informazioni raccolte in hotel ci abbiamo aggiunto ancora più dettagli: percorsi, mappe, altitudini, ecc… in questo modo abbiamo pianificato il percorso, tenendo conto delle ore di luce, delle salite, dello sterrato, dei tempi di percorrenza.

Camminiamo immersi nel verde fra criptomerie, i cedri giapponesi lunghi e sottili, e bambù altissimi. Questi sentieri collegano una miriade di piccoli templi e tre grandi santuari, e nei secoli hanno subito una trasformazione importante: da pellegrinaggio sono divenuti vero e proprio culto. L’antica strada del Kumano ha quindi rispolverato le origini della propria fede ancestrale nella natura e l’ha fusa con scintoismo e buddhismo che in questi luoghi selvaggi hanno trovato la casa perfetta per le proprie divinità e bodhisattva. Così il Kansai ha guadagnato la fama di cuore sacro del Giappone.

Percorriamo i primi 1,8 km lungo la pista Nakaheci  per raggiungere Mizunomi oji, la nostra prima tappa è un tempietto eretto per il bodhisattva Jizo, una divinità molto popolare in Giappone, protettore dei bambini e dei viaggiatori! Proprio ciò che fa per noi. Da qui proseguiamo verso Fushiogami oji, distante 1,9 km. Fa molto molto caldo, c’è afa e umidità nei tratti su strada. Per fortuna ogni volta che ritroviamo lo sterrato nel mezzo della foresta, l’ombra degli alberi abbassa di qualche grado la temperatura. Arriviamo alle 11:45 e facciamo la prima pausa in un punto di ristoro: durante un’ora e mezzo di cammino abbiamo incontrato una sola macchina e cinque persone a piedi. Dopo il caos di Tokyo, un po’ di isolamento ci sta proprio bene.

Alle 12:00 riprendiamo il cammino verso il più grande tempio del Kumano Kodo che rappresenta anche la fine del sentiero: Hongu Taisha Shrine. Questa parte del percorso è stata la migliore, nonostante i cartelli di pericolo per la presenza di vipere ci abbiano condizionato un po’, visto che a un certo punto tutte le radici degli alberi che spuntavano dal terreno si sono trasformate in pitoni, cobra, coccodrilli che neanche nel rettilario dello Zoo Safari di Fasano 😉

Alle 13:30 varchiamo il torii d’ingresso del grande tempio e ci accoglie un cartello di benvenuto che ci conferma che siamo alla fine del Kumano Kodo. Ma non è ancora la fine della nostra escursione perché, dopo una pausa per visitare il santuario e fare uno spuntino, riprendiamo il cammino e andiamo a visitare il torii più grande del Giappone. L’impatto di questo portale di acciaio nero, alto 40 metri, è impressionante: spicca sul piatto terreno delle risaie circostanti e incornicia perfettamente le montagne verdi alle sue spalle. Siamo sempre soli quando entriamo a visitare quello che resta del tempio di Oyunohara, spazzato via nel 1889 da un’alluvione e sostituto da Kumano Hongu Taisha.
A parte la vegetazione rigogliosa e i cartelli informativi resta ben poco da vedere, quindi usciamo dal parco e raggiungiamo il placido fiume Shingu che attraversa la pianura. Facciamo una sosta per ammirare il volo delle aquile negli spazi immensi della vallata e diamo vita a una modestissima performance di land art, accatastando delle pietre in equilibrio sulla sponda del fiume. Con una serie di ciottoli ammassati, lasciamo ai posteri il segno del nostro passaggio e torniamo verso l’edificio moderno del Centro del Patrimonio Storico di Kumano Hongu dove si trova la rimessa dei bus.

Nei negozi di souvenir troviamo la conferma di ciò che avevamo sospettato durante il tragitto: ci sono t-shirt che attestano l’esistenza di un gemellaggio tra Kumano Kodo e Cammino di Santiago di Compostela. Perché lo sospettavamo? Perché durante il percorso quei pochi occidentali incontrati erano piccoli gruppi di spagnoli. Dopo aver comprato una confezione di riso locale notiamo che il bus per la nostra prossima destinazione è appena passato e il prossimo arriverà tra un’ora! Questo imprevisto mette a rischio la nostra tabella di marcia perché il sole sta per calare, ma un colpo di fortuna ci assiste! Riconosciamo l’autista della navetta del nostro hotel e gli chiediamo un passaggio: non si ricorda di averci accompagnato ieri ma accetta di farci salire e una volta a destinazione ci segue fino alla reception per assicurarsi che siamo davvero clienti dell’hotel e non due scrocconi vagabondi. Dopo i saluti con il personale del desk sono tutti più tranquilli e noi possiamo riprendere la marcia: se nessuno ci porta a Yunomine Onsen, ci andremo da soli e a piedi! Sono ancora le 16:30 e dobbiamo concludere i nostri giri entro e 19:00 per poter cenare, quindi è subito tempo di ripartire: 30 minuti di cammino ci separano dal più pittoresco dei tre villaggi termali presenti nella zona.

Dopo una nuova scarpinata in collina arriviamo nella stazione termale più antica dell’intero Giappone, con oltre mille anni di storia. Il villaggio sorge sulle sponde di uno stretto corso d’acqua bollente ed è celebre per la sua piccola capanna di legno costruita al centro del fiumiciattolo che ospita una vasca naturale in pietra. La cabina è pubblica e possono accedervi una o due persone per massimo 30 minuti, non c’è un controllo ma solo dei cartelli che invitano a rispettare queste semplici regole. Qui troviamo concentrati il maggior numero di occidentali, alloggiano nelle tante ryokan e minshuku e si godono l’ospitalità e lo stile di vita del luogo immergendo i piedi nel fiume dopo una giornata di escursioni, bevendo una birra e cuocendo le uova sode nell’acqua calda: 15/20 minuti e sono pronte, proprio come fanno le persone del posto che portano qui a sbollentare verdure e mais.

Il sole tramonta alle 18:00 e se non vogliamo fare la strada del ritorno al buio c’è da riprendere la marcia per tornare a Watarase Onse, dove arriviamo in perfetto orario per cambiarci, indossare i nostri yukata e andare a cena. Stasera niente tavola calda, ci premiamo con il ristorante principale dell’hotel che ha delle grandi vetrate che affacciano sul fiume e una bella atmosfera. Mentre aspettiamo i camerieri, ripensiamo alle scoperte di oggi, alle meraviglie viste e alla perfetta organizzazione che grazie a cartelli, punti di ritrovo, indicazioni, ha reso il cammino più interessante e sicuro.

Il menù era solo in giapponese ma ci siamo fatti aiutare da Kazuki che – per quanto abbiamo capito nei giorni di permanenza – è l’unico a conoscere decentemente l’inglese, quindi ci ha tradotto la lista dei cibi e dopo aver schivato la carne di balena abbiamo ordinato del manzo arrosto servito insieme a sashimi accompagnato da riso, e poi del manzo locale crudo tagliato sottilissimo da cuocere al tavolo in un brodo di ortaggi accompagnato da tofu. Alle prese con il fornello abbiamo dosato gli ingredienti e scelto il grado di cottura portando a compimento un’insolita pratica gastronomica, con cibi di ottima qualità e in un certo senso “cucinati” da noi.

Dopo aver saldato il conto di 4320 Yen (32.60 Eu) raggiungiamo le terme pubbliche e ci separiamo. In questo tipo di terme l’accesso è separato per un motivo molto semplice: si entra in acqua completamente nudi. Ma visto l’orario l’imbarazzo è ridotto al minimo perché non c’è quasi nessuno. Lasciamo gli indumenti negli spogliatoi e ci diamo appuntamento dopo mezz’ora, una volta fuori raggiungiamo l’onsen privato e mentre siamo immersi nell’acqua calda per rilassarci ci raccontiamo l’esperienza pubblica che è risultata identica: una vasca al chiuso che rendeva l’ambiente simile a una sauna, persone a lavarsi meticolosamente prima di entrare in acqua e all’esterno altre quattro enormi vasche in pietra con diverse temperature. Tutto perfettamente illuminato e curato nei dettagli, già lo sappiamo: quanto ci mancheranno questi rotenburo!

Quanto abbiamo camminato oggi? 17,3 km.

 

27/09 Watarase Onsen – Shirahama

 

La giornata inizia con un graditissimo cambio di programma per via di una possibilità che ci hanno presentato in reception al nostro arrivo: hanno una navetta gratuita che ogni giorno parte alle 10:30 per la stazione di Shirahama.
Noi abbiamo in programma proprio questo spostamento e con il JR Pass l’avremmo fatto tranquillamente, solo che avremmo dovuto farci accompagnare alla fermata del bus in partenza per la stazione di Shingu alle 8:56 e da lì, dopo un’ora di viaggio, prendere il treno delle 10:28 per Shirahama con arrivo previsto alle 12:20.

Invece così partiamo e viaggiamo molto più comodi e arriviamo prima: anche l’arrivo in stazione ci va benissimo perché il nostro Minshuku Inn Shirahama Ekinoyado è a soli 50 metri dai binari, l’avevamo scelto proprio in previsione degli spostamenti in treno.

Alle 12:00 arriviamo a destinazione e appena fuori la stazione troviamo la nostra casa per le prossime due notti e a questo punto ci sta bene una nota sulla differenza tra ryokan e minshuku: in realtà sono molto simili, si tratta di abitazioni/locande tradizionali, una sorta di pensione a conduzione famigliare. Entrambe possono essere in condivisione con la famiglia ospitante e si scelgono per vivere una completa esperienza giapponese, visto che ci si adegua ai ritmi e alle usanze locali, in particolar modo per i pasti. Si dorme ovviamente su tatami e futon e, forse, la differenza sostanziale consiste che nelle minshuku i proprietari si aspettano che siano gli ospiti a preparare il futon per dormire e a riporlo nell’armadio al mattino.

La signora che ci apre le porte della locanda è arzilla, quasi parla soltanto giapponese, non accetta carte di credito ma solo contanti, con piglio militare ci dà qualche spiegazione sulle regole della casa e ci chiede a che ora vogliamo la colazione offrendoci margini di scelta molto risibili: o alle 7:30 o alle 8:00, poi digiuno.

Va bene, ci adegueremo. Da bravi cadetti andiamo in stanza, scostiamo il tavolino basso, stendiamo i nostri futon sul tatami, infiliamo i costumi nello zaino e torniamo in stazione a prendere il bus 12 diretti a Sandanbeki Rock Cliff, una scogliera alta 50 metri da cui si ammira un vasto panorama sull’Oceano. In cima c’è un piccolo ristoro dove ci fermiamo a prendere un orrendo gelato al the verde che era amaro e sapeva di pesce marcio. Scampati all’avvelenamento ci spostiamo a piedi verso la vicina Senjojiki Rock Plateau, altrimenti nota come “Punta dei 1000 tatami”. La chiamano così perché effettivamente le stratificazioni delle rocce che formano il promontorio sono così regolari che ricordano la forma di tanti tatami sovrapposti. Qui il mare e il vento hanno compattato e levigato per secoli la sabbia chiara, creando anfratti dalle linee morbide e e riflessi abbaglianti. Mentre ci allontaniamo per raggiungere la spiaggia Shirara-hama, la più famosa nel cuore della città, notiamo che rispetto a qualche sparuto gruppo incontrato nel Kumano Kodo, finora a Shirahama non abbiamo visto turisti occidentali.

Shirahama è nota per i suoi antichi onsen a ridosso dell’Oceano, che risalgono anche a 1300 anni fa (!) ed è molto frequentata come località balneare dai giapponesi ma siccome siamo fuori stagione è semi-deserta: l’ideale per godersi l’enorme spiaggia di finissima sabbia bianca lunga quasi un chilometro. Non ci fermiamo all’onsen perché vogliamo raggiungere il mare ma prima facciamo una sosta per immergere i piedi in una vasca termale pubblica adiacente alla spiaggia. Ok, ora siamo già senza scarpe: è il momento di continuare la nostra passeggiata lungo la riva.

L’acqua è bellissima, pulita e trasparente, non ci tuffiamo completamente perché il sole sta per tramontare e non ci resta molto tempo per asciugarci prima di cena. Quindi ci fermiamo giusto il tempo di uno spuntino e procediamo fino alla fine della spiaggia, dove troviamo un bellissimo tempio shintoista silenzioso e isolato. Sicuramente molto più sobrio del nome: Nishinomiyashirahamaemihisashi Shrine 🙂

Sono soltanto le 18:00 ma decidiamo di andare ugualmente a cena perché in questa zona c’è più scelta rispetto a dove soggiorniamo, quindi siccome alle 19:10 parte l’ultimo bus entriamo senza indugi nel ristorante che avevamo selezionato in precedenza. Da Kiraku troviamo un bellissimo ambiente, molto rustico, e un’accoglienza formidabile. Il locale è piccolissimo, tutto in legno e molto tipico con i suoi tavoli bassi sui tatami. Appena seduti ci portano l’entrée che assaggiamo soltanto perché ha un sapore “forte” e, diciamo così, “sospetto”. Non siamo riusciti a riconoscere tutti gli ingredienti ma ce li svelano a fine pasto: ravanelli, ginger, carote, cipolle e… branchie di pesce!
Dopo questo brivido ci servono uno Yaki Sakana, spigola giapponese arrosto, e una tempura di gamberi e verdure. Ogni piatto è accompagnato dall’immancabile riso, una ciotola con la zuppa di miso e varie coppette con verdure miste. Da bere abbiamo ordinato una birra media e uno chuhai, a base di shochu – liquore giapponese – mescolato con soda e lime.

A parte le branchie è stato tutto buonissimo, spendiamo 3600 Yen (27 Eu), tanto che al termine del viaggio Kuraki risulterà sul podio delle cene migliori. Prima di andar via ci fermiamo a parlare con i gestori che con tanto di vocabolario alla mano si prodigano per darci informazioni sui prodotti e la cucina giapponese, e ci tenevano moltissimo a farci capire cosa avevamo mangiato. A un certo punto tutta la famiglia si è riunita al nostro tavolo, anche il nonno che con orgoglio si avvicina portando con sé un bottiglione di umeshu, un liquore tradizionale a base di albicocche fatto da sua moglie e che dobbiamo assaggiare assolutamente. La mama-san è l’unica che resta lontana ma ci guarda sorniona e sorride quando alziamo i bicchierini e brindiamo alla sua salute. Un vero peccato dover andar via!

Alle 19:07 prendiamo l’ultimo bus diretto in stazione e chiudiamo la giornata come da programma, con un asso nella manica che ci siamo riservati per il finale. In fase di prenotazione del minshuku abbiamo pensato: va bene la locanda tradizionale, va bene il tatami, va bene pure il futon… va bene tutto, però se prenotiamo la stanza che ha una bella vasca privata sul terrazzo, tutta in legno, sarebbe anche meglio! È andata proprio così: al ritorno in stanza l’abbiamo trovata già piena di acqua fumante, grazie alla premura della proprietaria. E dopo un bagno caldo e il relax, ancora una doccia sotto le stelle (per forza, nel bagno non c’è!) 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 11,1 km

 

28/09 Shirahama – Nachi – Shirahama

 

Uno dei motivi per cui abbiamo scelto questa minshuku è stata anche la colazione giapponese, tanto decantata nelle recensioni degli ospiti.
Alle 8:00, vestiti con gli immancabili yukata, andiamo a vedere cosa ha preparato con le sue mani la proprietaria della nostra locanda.

La tavola è magnificamente imbandita e praticamente non c’è nulla di quello che noi mangiamo abitualmente appena svegli. Ci facciamo spiegare cosa c’è nelle 100 scodelle e scodelline che la signora ha preparato con tanta cura. Ognuno ha il suo vassoio e all’interno ci sono portate, cucchiai, bicchieri, per unire, miscelare, condire. Immancabile la zuppa di miso e tofu che cuoce sul piccolo fornello da campo vicino al riso, anch’esso caldo. Tutto ha una simmetria, una regolarità nell’estetica che, nostro malgrado, non riusciamo a riprodurre con una gestualità altrettanto sobria ed elegante durante la fruizione. Ci sono frittatine, insalata con una fetta di fesa di tacchino, purea di rafano, uova alla stracciatella con funghi e pomodori, radici di loto, daikon, una varietà di ravanelli, e satoimo, una patata dolce.

La signora è molto orgogliosa di ciò che ha preparato ma si rende conto anche della diversità rispetto alle nostre abitudini e quindi resta a guardare divertita come ci approcciamo ai suoi piatti e, visti i risolini e lo stupore, sicuramente noterà cose buffe nei nostri abbinamenti. Quindi, per non fare come gli americani che da noi ordinano la pizza con il cappuccino, le chiediamo qualche suggerimento su come abbinare al meglio le varie portate. Noi sapevamo cosa fare solo con l’acqua e il the!

Non lasciamo nulla di intentato, assaggiamo tutto e qualcosa la finiamo anche di gusto, come le frittate e il riso, ma qualcosa proprio non va giù come per esempio la crema di uova con i funghi. Alla fine, però, non rinunciamo a un paio di panini al latte con marmellata di fragole: un tocco europeo ci voleva!

Per oggi il meteo non prometteva nulla di buono per la nostra giornata di mare e onsen, quindi abbiamo improvvisato un fuori programma: forti nel nostro JR Pass, ci siamo inventati un’escursione per vedere le cascate e la pagoda di Nachi, in pratica torniamo indietro e riprendiamo un altro percorso del Kumano Kodo. L’idea di tornare su quei sentieri ci piace, il richiamo di ciò che abbiamo visto è fortissimo e alle 10:12 prendiamo il treno che ci porterà fino a Kiikatsura dove arriviamo alle 11:30.

Appena fuori la stazione ci orientiamo nel piccolo centro di informazioni turistiche e notiamo che intorno a noi non c’è una sola parola scritta in inglese, soltanto ideogrammi, e nessuna possibilità di pagare con carta, solo cash. Racimoliamo con qualche difficoltà le informazioni che ci servono e compriamo un biglietto giornaliero per il bus che con 1000 Yen (7.50 Eu) ci permetterà di viaggiare sulla tratta che raggiunge le attrazioni principali. Scendiamo dopo 30 minuti di viaggio alla fermata Nachisan Mountains e da qui prendiamo la serie di ripide gradinate che portano in cima al Kumano Nachi Taisha Grand Shrine. Dopo 20 minuti e 453 scalini raggiungiamo il santuario e visitiamo i templi scintoista e buddhista, come in altre occasioni vicini e chiaramente distinguibili nei loro colori ed elementi architettonici. Il tempio buddista Nachisan Seiganto-ji è sicuramente il più bello, all’interno c’è il gong più grande del Giappone e all’esterno un belvedere talmente ampio che permette di vedere la celebre pagoda di Nachi in primo piano, la grande cascata sullo sfondo e, dalla parte opposta, in lontananza, l’immensità del Pacifico.

Con uno scenario del genere scateniamo le nostre macchine fotografiche e giriamo qualche video per riprendere il salto di 133 metri della cascata più alta del Giappone. Dopo aver superato la discesa che porta alla base della pagoda ci inoltriamo in un nuovo tratto del Kumano Kodo che sbuca nei pressi del bacino della cascata. Sarà questo il nostro congedo dai sentieri sacri e saluto migliore non poteva esserci: un finale molto suggestivo, ancora immersi nel verde, con radici, sassi e muschio a complicare il cammino e il fragore dell’acqua che aumenta man mano che ci avviciniamo. Non vediamo ancora la cascata ma il verde brillante che ci circonda, l’umidità e una pioggerellina nebulizzata sulla pelle ci indica che ci siamo quasi. Poi la radura si apre e la scheggia d’argento che spacca in due lo smeraldo della foresta ci appare in tutta la sua grandezza. Lo ribadiamo ancora una volta: che intuizione meravigliosa è stata la scelta di visitare il Kansai e la prefettura di Wakayama!

Il nostro giro si conclude alla fermata Nachinotachi Mae e da qui riportiamo con il bus delle 14:56 per tornare alla stazione di Kiikatsura dove prendiamo il treno delle 15:57 che ci riporterà a Shirahama dopo un’ora e mezza di viaggio. Prima di rientrare nella locanda ci fermiamo allo sportello turistico per prendere informazioni molto importanti sulla possibilità di lasciare i bagagli in custodia nella stazione di Koyasan, destinazione in programma domani che per quanto abbiamo letto andrebbe affrontata con bagagli leggeri, trovandosi in montagna. Il personale è gentile ed è preparato ad affrontare le difficoltà linguistiche: ci fanno fare le domande in inglese a un tablet che gliele traduce scrivendole in giapponese. Loro rispondono in giapponese e noi leggiamo in inglese: tutto risolto! Ah! Hanno telefonato alla stazione di Koyasan e ci hanno assicurato che ci sono gli armadietti per lasciare i bagagli. Prima di tornare in stanza ci fermiamo all’emporio della stazione e compriamo le calamite del Kumano, che non avevamo trovato in nessuna delle tappe precedenti, l’acqua e il necessario per un aperitivo giapponese a base di schochu e patatine all’alga nori.

Ma non è finita perché Shirahama ci riserva ancora una sorpresa. Alle 19 i bus non circolano più, quindi dobbiamo muoverci a piedi per cercare un posto dove mangiare. L’operazione non è affatto semplice, perché ora Shirahama sembra una città fantasma: non ci sono persone in giro, non ci sono locali aperti, anche su TripAdvisor non otteniamo riscontri. Ci muoviamo lungo una strada buia e camminiamo senza una meta: l’unica persona che incontriamo sta facendo jogging, si ferma e ci parla in giapponese come se niente fosse. Ovviamente non ci dice nulla di utile e decidiamo di proseguire ancora un po’, ci fissiamo come obiettivo massimo una curva per affacciarci alla fine del rettilineo e dare uno sguardo oltre. Arrivati alla svolta, ancora nulla: solo strada e case. Però c’è un’insegna luminosa su un piccolo edificio, non riconosciamo gli ideogrammi ma c’è qualcosa che pende al centro e che ci fa sperare: sembra un caciocavallo nostrano! Seguiamo il feticcio luminoso come falene e apriamo la porta: mettiamo il naso dietro e ci troviamo di fronte cinque persone che ci guardano sorprese. Tre sono seduti al banco e due sono dall’altra parte: ce l’abbiamo fatta! Si mangia!

La fortuna ci sorride ancora (come potrebbe essere altrimenti dopo aver pescato la profezia perfetta a Tokyo?) perché dei tre clienti presenti uno è sposato con un’americana e parla benissimo inglese. Il locale si chiama Hyoutan, che vuol dire zucca (non era un caciocavallo!), ed è una izakaya, una taverna tradizionale. Visto che i proprietari, una coppia, parlano solo giapponese, il nostro nuovo amico ci fa da interprete e ci consiglia cosa ordinare. Lui sta mangiando un pollo fritto dall’ottimo aspetto e gli diamo subito l’ok per provarlo anche noi, poi ci aggiungiamo un pesce locale arrosto e una tempura di verdure e gamberi. Il cibo è buono e la compagnia anche, restiamo volentieri a chiacchierare e visto che si mangia benissimo ordiniamo anche degli straccetti di manzo arrosto, tagliati sottilissimi e accompagnati da riso. Beviamo birra, chuhai, offriamo un giro al nostro interprete e andiamo via dopo aver saldato il conto (6400 yen, 48.20 Euro), rigorosamente in contanti!

Cena abbondante stasera, tanto domani ci aspetta la dieta vegetariana prevista nel monastero buddhista in cui alloggeremo…

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,7 km

 

29/09 Shirahama – Koyasan

 

Per concludere la nostra settimana in Kansai, abbiamo programmato un breve soggiorno sul Monte Koya. Quando abbiamo letto sulla guida che era possibile alloggiare in un monastero buddhista, le nostre ricerche si sono direzionate in questo senso per provare l’ospitalità di un vero shukubō, la foresteria dei templi.

Visto che iniziamo a prepararci alle 7:00 non avremo tempo per la maxi colazione giapponese ma la nostra locandiera è così gentile da trasformare tutto in un bento, il pranzo da asporto anch’esso magnificamente confezionato.

Oggi è il giorno più complicato in termini di logistica, si comincia con il treno delle 9:19 per Wakayama dove arriviamo alle 10:47. Il prossimo treno per Hashimoto parte dopo soli 3 minuti ma quando tutto funziona perfettamente tre minuti sono sufficienti per passare da un binario all’altro. Questo secondo treno è praticamente una piccola metro: solo tre carrozze, pochi posti a sedere e molti in piedi.

Una volta arrivati ad Hashimoto abbiamo 7 minuti prima di prendere il treno successivo ma il grado di difficoltà aumenta perché dobbiamo fare i biglietti! Difatti il prossimo tratto di ferrovia non è incluso nel JR Pass perché è servito da una compagnia diversa, la Nankai Koya Line Local. I nostri timori di perdere la coincidenza si rivelano infondati perché in biglietteria i controllori ci aiutano a fare il tagliando giusto che ci servirà fino al Koyasan. Quindi abbiamo in mano un solo biglietto che da Hashimoto ci porta a Gokurakubashi, valido anche per la successiva teleferica diretta a Koyasan in totale (830 Yen, 6.20 Eu).

Finalmente ci siamo! Dopo l’ascesa che ci ha portato in 5 minuti da 400 a 1000 metri d’altezza, siamo finalmente arrivati in questo luogo mistico. Una volta sul posto ci rendiamo conto che non sarà necessario lasciare il bagaglio grande in stazione (abbiamo preparato uno zaino leggero, pronti a soggiornare senza valigie), perché la situazione non è così “difficile” come l’avevamo letta sui diari di altri viaggiatori. Il bus 2 parte davanti alla stazione e ci lascia alla fermata 9, proprio davanti al nostro tempio (330 Yen, 2.50 Eu). L’avevamo visto descritto come un tragitto di chilometri da fare a piedi lungo impervie mulattiere di montagna e invece…

Ci siamo! Entriamo nel nostro Eko-in Temple, ci togliamo le scarpe e raggiungiamo una stanza con altre persone per ascoltare le istruzioni sul soggiorno e fare il check-in. Un monaco ci dà spiegazioni su orari, rituali, pratiche e pasti. Sarà un’esperienza intensa che inizia nella nostra stanza con il ricalco dei sutra con la tecnica Shakio, una pratica molto comune in Giappone. Ci hanno dato i pennini e un foglio con il sutra del cuore su 14 linee verticali, semplice e conciso. Questa attività aumenta la concentrazione, ancora di più per noi che abbiamo a che fare con gli ideogrammi. Non importa la comprensione del testo, il principio con cui vivere l’esperienza è lo stesso che applichi colorando un mandala: svuoti la mente, nessuna distrazione.

La camera è molto bella, ovviamente in stile giapponese, tutta in legno, con tatami e grandi vetrate che affacciano sul complesso monastico e lo stagno. Decidiamo di interrompere il ricalco per fare un giro fuori prima della seconda attività che abbiamo programmato. Scendiamo in strada per visitare alcuni templi di questa Las Vegas buddhista: esatto, può sembrare assurdo ma camminare a Koyasan ci ricorda il viaggio in USA del 2014. Qui sicuramente non ci sono casinò ma passeggiare per 2,5 km su una strada su cui affacciano grandi e piccoli templi, ci fa pensare a un accostamento azzardato con la strip di Las Vegas. In versione mistica, ovvio!

Entriamo nel tempio Rengedani che ha una bella pagoda, sgraniamo un lungo rosario di legno appeso al soffitto che scoppietta mentre lo tiriamo e il grano corrispondente all’altezza degli occhi dopo il terzo giro previsto dal rituale ci dà una benedizione. Da qui passiamo direttamente al Kongobu-ji (500 Yen, 3.75 Eu), il tempio principale del buddhismo Shingon a Koyasan e sede dell’abate. Molto famoso per i pannelli di legno dipinti all’interno delle stanze; in tutta sincerità, non è granché e vale la visita quasi esclusivamente per il giardino di roccia, uno dei più grandi e curati del Giappone.

L’esplorazione per oggi finisce qui perché dobbiamo rientrare al monastero, visto che alle 16:30 partecipiamo a una sessione di meditazione. Entriamo puntuali nella sala insieme ad altri viaggiatori e un monaco impartisce istruzioni sul da farsi, a partire dalla postura. Veniamo iniziati alla meditazione Ajikan, sulla lettera “A” che in sanscrito ha una grafia che richiama l’immagine della luna – intesa come illuminazione nel buio – e rappresenta il Buddha cosmico. La sua visualizzazione durante la meditazione sintetizza la dottrina del buddhismo esoterico: possiamo raggiungere l’illuminazione in questa vita terrena. Una speranza più che una possibilità.

Si comincia con un inchino seduti, con i piedi sotto i glutei, e si passa a incrociare le gambe, portando il piede sinistro sul ginocchio destro. Chi riesce può portare anche il piede destro sull’altro ginocchio, riproducendo così la seduta “del loto”. La schiena resta dritta, le mani poggiano in grembo con il dorso della sinistra sovrapposto sul palmo della destra e i pollici a contatto (non forte pressione, né leggero distacco). Gli occhi restano semichiusi a guardare la punta del naso (avete presente quelle immagini di Buddha che sembra strabico o ubriaco?), non devono essere aperti perché distraggono e neanche chiusi perché ti fanno guardare troppo dentro o, più probabilmente, rischi di prendere sonno. La meditazione ci rilassa e al termine dei 30 minuti ci intratteniamo a parlare con un monaco di buddhismo e gli facciamo alcune domande su una dottrina che in Italia ha acquisito popolarità negli ultimi anni, che viene dal Giappone ma che finora non abbiamo incontrato durante tutto il viaggio, la Soka Gakkai.

Alle 17:30 torniamo in stanza dove troviamo la cena già pronta sul tavolino basso, un altro momento importante di questo soggiorno. I monaci hanno da secoli un regime alimentare rigorosamente vegetariano chiamato shojin-ryori e il bilanciamento dei colori e la presentazione sono elementi importanti quanto gli ingredienti locali, come il goma dofu (tofu di sesamo), la tempura di verdure, la zuppa (indovinate di cosa?) e altre radici e ortaggi che non abbiamo riconosciuto. Per carità, sarà tutto sicuramente nutriente e salutare ma in quanto a gusto non c’è da entusiasmarsi: si può fare molto meglio pur senza usare carne e pesce.

Al termine del pasto i monaci vengono a ritirare i vassoi e preparano il futon per la notte. Rispetto a Las Vegas qui alle 19:00 è tutto spento, l’unica attività possibile è la visita “notturna” al cimitero che finisce alle 20:00. Visto che la giornata è stata lunga, piena di treni e di cose viste e fatte, decidiamo di restare in stanza. Soprattutto perché fuori ci sono 8 gradi! In camera si sente un gran freddo perché gli ambienti non sono riscaldati, quindi ci sarà da restare sotto le coperte e ripararsi anche perché le pareti di legno e carta di riso non offrono grande isolamento. Alle 22:00 inizia il coprifuoco del monastero che chiude i battenti, ora non si può più entrare o uscire.

Cena sana e leggera, a dormire presto e sveglia all’alba. Siamo qui, siamo pronti.

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,5 km

 

30/09 Koyasan – Kyoto

 

Ci svegliamo alle 6:00 in punto, i bagni sono in comune (pulitissimi) e bisogna prepararsi per partecipare alla cerimonia del mattino prevista alle 6:30 nel tempio principale.
Arriviamo puntuali e assistiamo i monaci che recitano un sutra accompagnati da un gong. Al termine della preghiera fanno sfilare tutti i partecipanti lungo il perimetro interno del tempio per fare una serie di inchini rituali dinanzi a statue del Buddha e di altri bodhisattva. Una volta fuori ci spostiamo verso un secondo tempio del complesso, per assistere al goma, la cerimonia del fuoco: un rituale antichissimo che vede un monaco preparare una pira di bastoncini di legno profumato all’interno di un grande braciere mentre un altro inizia a salmodiare un sutra battendo su un tamburo. Il ritmo aumenta man mano che la fiamma cresce e diventa sempre più larga e alta. Viene alimentata con altri legni e oli, con gesti calmi e compassati alternati ad altri più rapidi e decisi. La penombra in cui siamo avvolti viene spazzata via dalla luce durante l’apice del rituale purificatore, salvo poi riconquistare il suo spazio man mano che la fiamma perde intensità fino a spegnersi. Dopo il consueto giro di inchini, rientriamo in stanza ma saltiamo volentieri la colazione vegetariana e passiamo direttamente al digiuno: più sano di così!

Approfittiamo della sveglia all’alba per uscire subito e andare a visitare il pezzo forte di Koyasan: il grande cimitero secolare Okuno-in, il più grande del Giappone e ovviamente Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Dista solo 100 metri da noi e già subito dopo l’ingresso ci rendiamo conto dell’atmosfera magica che ci circonda: criptomerie gigantesche proteggono il sentiero principale che separa in due il cimitero dove 200.000 buddhisti hanno trovato sepoltura nel corso dei secoli. Il percorso lungo un chilometro e mezzo è costellato di altari, templi, sculture, ceppi, ricoperti di muschi che brillano sotto la luce che filtra agli alberi. Fa sicuramente freddo ma siamo attrezzati e abbiamo fatto un’ottima scelta perché a quest’ora non c’è praticamente nessuno e ci godiamo l’escursione fino al tempio principale di Kobo Daishi (Kukai), fondatore del Buddhismo Shingon e dell’intera Koyasan. In pratica una divinità.

Superiamo il Toro-do, l’edificio principale del cimitero dove ci sono due lanterne che ardono ininterrottamente da 900 anni, e arriviamo nel luogo più sacro del complesso: il mausoleo di Kobo Daishi. Ora, nonostante le dimensioni monumentali del cimitero, non possiamo dire propriamente che anche il padre fondatore di Koyasan abbia trovato sepoltura qui, per un motivo semplice: Kukai non è morto ma si è ritirato volontariamente in eterna meditazione e i fedeli ogni giorno portano offerte di cibo per il suo sostentamento. Da 1200 anni.

Ormai il sole è alto quando iniziamo a tornare verso il monastero e vediamo arrivare grandi gruppi e un notevole afflusso di persone che sicuramente aumenterà nel corso della giornata. Abbiamo fatto benissimo ad andare presto!
Alle 10:00 lasciamo la stanza e ci muoviamo verso il centro per visitare il Gran Garan. In strada iniziamo il nostro shopping: due statuine di Buddha Amithaba, pennino e pergamena per ripetere l’esperienza Ajikan, t-shirt, calamite e una confezione di tofu al sesamo ma non per noi! Lo regaleremo ad amici che hanno preso ad apprezzarlo in Italia (5240 Yen, 40 Eu). Qui lo mangiamo almeno una volta al giorno preparato da mani diverse con le migliori tecniche e ingredienti, e il risultato ci sembra sempre ospedaliero. Sarà pure sano ma a chi proviene dalla dieta mediterranea resterà sempre insipido, salvo arrotolarci attorno una bella fetta di pancetta arrosto.

Il blitz per lo shopping è rapido perché gli ultimi acquisti li faremo tutti a Kyoto e procediamo a visitare l’ultimo grande complesso di templi e pagode, da vedere senza indugi. Se per questioni di tempo, oltre all’imprescindibile cimitero Okuno-in, sarete costretti a scegliere se vedere il Garan o il Kongobu-ji, non esitate e preferite il primo al secondo. Vale il viaggio sin dal portale ingresso, c’è un laghetto con ponti, templi, un albero di pino a tre aghi dal forte valore simbolico e la spettacolare pagoda Dai-to che pare sia il centro del mandala a forma di loto costituito dalle otto montagne che circondano il Koyasan. Prima di andar via mettiamo in moto la grande ruota del dharma alla base di una pagoda, come facemmo a Sarnath durante il viaggio in India, e con questa azione di buon auspicio ci prepariamo a salutare questo luogo magnifico: qualche sacrificio per il freddo, gli orari, i pasti freddi e insapore, i bagni condivisi, si sopportano volentieri in confronto a tutto quello che abbiamo visto e ricevuto.

Torniamo in hotel a prendere le valigie e ci prepariamo a viaggiare verso la prossima tappa. Alle 12:11 prendiamo il bus che in 20 minuti ci riporta alla stazione Koyasan. Facciamo i biglietti per tornare con la teleferica delle 13:11 a Gokurakubashi e da qui a Shinimamiya, come all’andata tragitti non compresi nel JR Pass e che costano 2040 Yen (15.30 Eu, compresa prenotazione posto). A Shinimamiya torna valido il nostro pass per prendere il treno delle 14:54 per Osaka e da lì quello delle 15:44 per Kyoto, la nostra destinazione finale di oggi.

Dopo una settimana di Kansai selvaggio, immersi nella natura tra mare e montagna, onsen e foreste, torniamo alla “civiltà”, nell’antica capitale giapponese che, con i suoi mille templi seminati nel tessuto cittadino, racchiude bene lo spirito del nostro viaggio assemblato con l’alternanza bilanciata di metropoli tecnologiche e piccoli villaggi rurali, di modernità e spiritualità.

La stazione di Kyoto è molto grande e ci orientiamo grazie alla Kyoto Tower ben visibile di fronte l’uscita centrale, da qui decidiamo di arrivare a piedi in hotel visto che dista 15 minuti. Ovviamente una volta sul posto scopriamo che c’è una fermata di metro a 100 metri da noi. Pazienza, la useremo in futuro. Il Rinn Shichijo Ohashi Bridge è veramente molto bello e nuovo, inaugurato nel 2017. Funziona come una guesthouse, difatti in stanza troviamo piano cottura, lavatrice, frigo, forno e la migliore toilette del viaggio. Ora è il momento di spendere due parole sul mito per eccellenza dei viaggi in Giappone: le tavolette del water. Allora, è tutto vero: sono riscaldate e tecnologiche, se qui troviamo la migliore va detto che in tutti luoghi dove siamo stati – compresi quelli pubblici come le stazioni – i bagni erano dello stesso livello per tecnologia (per pulizia l’abbiamo già detto). Cosa intendo per tecnologia? Fotocellule che si attivano quando ti siedi e fanno partire un disinfettante vaporizzato, la musica, un bidet incorporato (a scomparsa) con diversi flussi e posizioni per uomo e donna, un pannello di controllo con la possibilità di scegliere la temperatura dell’acqua, il tipo di scarico, la temperatura della tavoletta! E poi la stessa fotocellula che quando ti alzi fa partire lo scarico, chiude il coperchio (non tutte, solo le versioni lusso) e attiva il rubinetto posto sopra la vasca di raccolta dello scarico, per lavare le mani senza usare il lavello e riciclando immediatamente l’acqua. Sono componenti esterni che si applicano sulla ceramica, li abbiamo visti in vendita ad Akihabara con prezzi tra i 500 e i 1000 Euro in base agli optional, quasi quasi… 😉

Facciamo il punto della situazione per organizzare le visite nei prossimi giorni e in particolare decidiamo il programma di domani, diviso tra Nara e Arashiyama. Bisogna organizzarsi bene perché c’è veramente tanto da vedere a Kyoto!
Intanto c’è da pensare a dove cenare, anche perché è sabato e troviamo difficoltà a trovare posto. La reception prova a prenotare qualche locale che abbiamo selezionato ma sono pieni, o non accettano prenotazioni, oppure danno il via libera dalle 21:30 in poi. Troppo tardi per chi è a digiuno da un giorno e viene da un lungo viaggio.

Decidiamo di fare da noi e ci spostiamo con la metro un paio di fermate più in là, Sanjo, attraversiamo il ponte sul fiume Kamogawa e percorriamo Ponto-cho, una strada pedonale molto famosa – diciamo più un vicolo – che comunque intendevamo visitare perché sulla guida è descritta come una delle più caratteristiche della città. Effettivamente è piena di lanterne appese sulle facciate di piccoli edifici in legno, c’è una marea di persone che passeggia e guarda le vetrine e gli interni di quelle che sembrano essere le uniche attività commerciali: ristoranti. Sono incastrati l’uno sull’altro ed è difficile trovare il preferito, alla fine ci riusciamo ma non possiamo sederci perché non accettano le carte di credito. Poco male! La strada è davvero molto turistica e normalmente non avremmo scelto di mangiare qui, quindi facciamo di necessità virtù, riprendiamo la nostra bella lista su TripAdvisor e andiamo a caccia di un secondo locale. La scelta finale ricade su Katsukura, anche questo nascosto all’interno di un vicoletto della grande galleria commerciale Sanjo Dori.

Qui la specialità è carne di maiale fritta e visto che digiuno e cucina vegetariana non ci hanno fatto cambiare idea, ordiniamo con entusiasmo una cotoletta Sangen da 200 grammi e un filetto di maiale – sempre fritto! – servito su una base di iso. I piatti sono accompagnati da condimenti vari che ti portano a tavola e che poi provvedi tu a miscelare in base al gusto, ti danno le istruzioni su cosa contengono i vari pentolini e poi decidi tu cosa fare. Per dire: ti portano anche il pestello per il sesamo se vuoi fare una salsina e spolverare questo aroma. Cena abbondante e buona, con acqua e birra paghiamo 4540 Yen (34 Eu).

Prima di tornare in hotel facciamo un po’ di spesa nella galleria commerciale situata all’incrocio tra Kawaramachi e Shinimamiya-dori, due grandi strade commerciali molto frequentate, e visto che non abbiamo colazione per i prossimi giorni facciamo il pieno di cornetti, tortine, yogurt e succo di frutta per ritrovare il gusto di una colazione, diciamo così, più famigliare!

Quanto abbiamo camminato oggi? 17 km

 

01/10 Kyoto – Nara – Arashiyama – Kyoto

 

Sì, siamo appena arrivati a Kyoto e già ripartiamo per un nuovo spostamento in treno. Niente valigie però, perché torneremo a dormire a Kyoto. Allora perché questo spostamento? Il motivo è semplice: oggi è l’ultimo giorno di validità del nostro JR Pass e abbiamo calcolato tutto in anticipo. Vicino Kyoto c’è Nara che bisogna assolutamente vedere e quindi abbiamo inserito questa escursione prima della scadenza della tessera.

Come arrivare a Nara da Kyoto? Dopo la nostra colazione personalizzata andiamo in stazione per prendere l’espresso delle 10:33 diretto a Nara (45 min). Appena fuori la stazione di Nara prendiamo la Sanjo Dori e prima di arrivare al parco dei cervi ci  fermiamo a visitare il tempio Kofuku-ji che ospita una pagoda a tre piani e un’altra di ben cinque, la seconda più alta del Giappone con i suoi 50 metri di altezza.

Proseguiamo sempre dritti fino ad arrivare nel grande parco dove ci sono 1300 cervi in libertà abituati a interagire con gli umani, anche grazie ai tanti venditori di biscotti fatti per loro. Ne compriamo un pacco da 150 Yen (1.10 Eu) e mentre percorriamo il viale del parco fino al complesso templare Todai-ji facciamo tantissime foto ai cervi ghiottoni che mangiano direttamente dalle nostre mani. C’è veramente tanta folla, pieno di scolaresche, e il numero di cervi aumenta man mano che ci si avvicina all’ingresso principale. Il portale di accesso Nandai-mon ospita su entrambi i lati della gigantesca porta due enormi statue lignee con espressioni inferocite. Sono i Nio, i guardiani del tempio, che incutono timore da oltre 800 anni chi varca quell’ingresso. Sono considerate le statue di legno più belle del mondo.

Il biglietto per entrare costa 500 Yen (3.80 Eu) e una volta nel cortile del Daibutsu-den restiamo impressionati di fronte al padiglione di legno più grande del mondo che adesso è soltanto due terzi di quello che era in origine. Risale al 700 e nella sua lunga storia ha subìto molti danni a causa di incendi, terremoti e guerre, l’ultima ricostruzione è del 1709. Dentro questa struttura c’è la statua di Buddha più grande del Giappone, alta oltre 16 metri e realizzata nel 746 con 437 tonnellate di bronzo e 130 chili di oro. Cifre da capogiro, almeno quanto le urla dei ragazzini che provano a passare attraverso la cavità di un pilastro alle spalle del Buddha. Il buco ha le dimensioni di una narice della statua e passare da una parte all’altra assicurerebbe il raggiungimento dell’illuminazione. Inutile aggiungere che tutto questo complesso è patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, insieme ad altri 7 siti di questa piccola ma culturalmente importantissima città del Giappone, seconda sola a Kyoto per numero di siti protetti dall’organizzazione internazionale (17).

Appagati e frastornati dal gran numero di persone, rientriamo verso la stazione e in strada ci fermiamo a comprare un po’ di souvenir: t-shirt, portagioie e una statuina di Kannon, in sanscrito Avalokiteshvara, il Buddha della compassione e della mia iniziazione avvenuta a Livorno il 15/06/2014 in presenza del Dalai Lama. Prima di salire sul treno, facciamo ancora un acquisto nel mercatino fuori la stazione e nello zaino finiscono tre bellissimi kimono.

I nostri spostamenti in treno continuano e da Nara ci dirigiamo verso Arashiyama per vedere il famoso bosco di bambù. Sarò molto sintetico su questo luogo perché probabilmente resterà la delusione principale del viaggio. Nel senso che le foto viste prima di partire rendevano molto di più rispetto alla realtà e – ce ne rendiamo conto già sul posto –  le ore spese per fare questa escursione le avremmo potute occupare sicuramente molto meglio su altre attrazioni. Come se non bastasse, anche lo spuntino che facciamo nei paraggi delude le aspettative: finalmente assaggiamo il mitarashi dango che abbiamo visto spesso nei giorni precedenti e che ha una sua emoji sui principali instant messenger. Consiste in uno spiedino con tre gnocchi di riso, noi abbiamo scelto una versione al sesamo, bello da vedere ma di consistenza molle, dolcissimo e non troppo gradevole da masticare. Una roba gommosa che può piacere fino ai sei anni di età, poi è buono solo per farci i sefie.

Sono le 18:00 quando rientriamo a Kyoto e ci muoviamo per andare direttamente a cena attraversando prima Shijo-dori – elegante e piena di negozi – e poi Gion, un tempo noto come quartiere dei divertimenti e delle geisha. L’ultimo tratto lo percorriamo lungo Hanami-koji, una strada bellissima, piena di sale da the e ristoranti tradizionali all’interno di basse costruzioni in legno del XVII secolo perfettamente conservate.

Siamo affamati come lupi quando entriamo da Teppanya Tavern Tenamonya, una izakaya seminterrata abbastanza difficile da trovare. Siamo fortunati perché ha solo 16 coperti e sono più le persone che manda via rispetto a quelle che riescono a mangiare. Ci salviamo solo per via dell’orario e – pur senza prenotazione – ci fanno sedere davanti le piastre del cuoco. Ogni due posti c’è una piastra sulla quale viene servito il cibo, così si mantiene caldo. I gestori sono marito e moglie e dedicano grande attenzione ai propri clienti. Ci portano un asciugamano caldo per lavare le mani e poi ordiniamo un misto di mare e monti: una bistecca di Wagyu, una razza di manzo giapponese selezionato per produrre questa carne marezzata, morbida e… costosa! Per capirci: il manzo Wagyu è quello che che viene allevato a Kobe e noi occidentali lo conosciamo per il nome della città di provenienza! Dopo aver appreso la lezione sul manzo Wagyu/Kobe (di qualità A5, la migliore), il nostro ordine si è arricchito di una okonomiyaki – tradizionale pancake a base di cavoli – con maiale, poi noodles saltati in padella con gamberi, seppie e polpo e infine cinque pezzi di kushiage, una fritturina con gambero, capasanta, polpo, asparagi e cipolle. Ci aggiungiamo una birra Kirin in bottiglia e spendiamo 4650 Yen (35 Eu). Per inciso: durante un viaggio in Giappone una izakaya è da provare e se questa è ancora meglio! Lo consigliamo vivamente perché è qui che faremo le cene migliori del viaggio e difatti… torneremo! 😉

Visto che è molto preso quando usciamo dal ristorante, ci concediamo una lunga passeggiata digestiva: ritorniamo su Hanami-koji, proseguiamo per il tratto mancante e attraversiamo il parco del complesso Ebisu-jinja all’interno del quale c’è il tempio zen Kennin-ji, il più antico di Kyoto fondato nel 1202. Rientriamo in hotel lungo la strada che costeggia il fiume, buia e silenziosa, con una bella sensazione di pace e sicurezza. Riflettiamo proprio su questo: non c’è stato un solo attimo in cui non ci siamo sentiti in pericolo attraversando foreste, spiagge e città. Abbiamo visto pochissima polizia in giro e quei pochi non erano neppure armati. Strano a dirsi ma è una bella sensazione, mentre dalle nostre parti – in Europa e per generalizzare in Occidente – la stessa sensazione di sicurezza dovrebbe essere trasmessa attraverso pattuglie armate fino ai denti. Un paradosso, no?

Quanto abbiamo camminato oggi? 17,8 km

 

02/10 Kyoto

 

Oggi piove e pioverà tutto il giorno. Siamo stati fortunati per buona parte del viaggio, il meteo è stato clemente (con temperature vicine ai 30 gradi!) e anche quando ha dato indicazioni nefaste alla fine si è sempre piegato ai nostri scongiuri. Ma oggi proprio no, dà pioggia senza alcuna speranza e andrà proprio così.

Il nostro programma viene sicuramente limitato da queste previsioni, quindi nonostante la pioggia battente decidiamo di rompere l’ipnosi prodotta dalle televendite e dai video musicali trash di improbabili cantanti pop giapponesi e decidiamo di uscire dalla stanza. Visto che lo staff della reception ci presta due ombrellini trasparenti (così ammiri la città anche sotto la pioggia), spostiamo i nostri k-way sugli zaini e ci impermeabilizziamo definitivamente.

Siccome i bus rispetto alla metro hanno una copertura più capillare della città e fermate più vicine alle attrazioni, compriamo il biglietto giornaliero (500 Yen, 3.80 Eu) e saliamo sul 205 per andare a vedere Daitoku-ji, un complesso di 25 templi a circa un’ora da noi, famoso per i giardini zen. Una sfacchinata che non risulterà niente di memorabile, a differenza della tappa successiva: Kinkaku-ji temple, molto più interessante. L’ingresso costa 400 Yen (3 Euro) e all’interno c’è la famosa Pagoda d’Oro che è davvero spettacolare. La lamina d’oro con cui è rivestita scintilla nello stagno di fronte e crea un riflesso bellissimo nonostante la pioggia, nonostante la folla. Purtroppo il flebile ottimismo che ci aveva portato a contare sul minore afflusso per via del giorno infrasettimanale piovoso, si infrange con la realtà: ci sono tantissime persone, chissà cosa succede nei fine settimana soleggiati!

Al termine della visita rinunciamo a visitare altri luoghi all’aperto, la pioggia è incessante e a tratti anche forte, nonostante ombrelli e impermeabili ci stiamo bagnando, quindi decidiamo di proseguire le escursioni in luoghi riparati. E dove sono questi luoghi coperti? Il mercato di Nishiki in pieno centro sarà la nostra prossima tappa e una volta sul posto siamo felici di questa scelta perché ci rilassiamo, stiamo all’asciutto e ci godiamo una miriade di bancarelle stracolme di cibi freschi e cotti, qui ammiriamo praticamente tutti gli ingredienti della vasta gastronomia giapponese, in ogni forma: fresca, conservata, cotta, cruda e… viva 😉

Quasi tutti i commercianti invitano ad assaggiare i propri prodotti e così tra un the e sgranocchiamenti vari, ci infiliamo anche un bello spuntino con frittelle di riso con zenzero e seppie, e pollo fritto con crema di macha. Poi iniziamo uno shopping furioso che ci porterà in valigia: katsuobushi (bonito affumicato), the verde e una gran varietà di calamite, bastoncini decorati, bicchieri e scodelle di ceramica. Quando ci spostiamo nell’adiacente galleria Teramachi proseguiamo gli acquisti con: t-shirt, orecchini, set per sakè e un’infinità di accessori per la persona e casa. Grazie alla pioggia la casella souvenir è definitivamente spuntata e questo incrocio di gallerie ci è sembrato il luogo migliore per trovare tutto a prezzi accettabili.

Proprio fuori dalla galleria c’è il ristorante selezionato per questa sera, Sushi no Musashi. Dobbiamo percorrere solo pochi metri e siamo in fila sotto un portico, abbiamo davanti almeno 30 persone ma probabilmente sono diversi gruppi perché appena si liberano due posti vicino al nastro dove scorre il cibo, ci fanno passare davanti a tutti per sederci. Ancora un bel colpo di fortuna! Questa sarà la nostra ultima cena di sushi e abbiamo intenzione di darci dentro, anche perché dobbiamo solo servirci: sul nastro scorrono una gran varietà di piattini ben descritti sulla carta e hanno tutti lo stesso prezzo (146 Yen, 1.10 Eu). Solo alcuni sono speciali, distinguibili dai altri per via del piattino blu (noi abbiamo scelto il tonno grasso, buonissimo), e costano 346 Yen (2.61 Eu). In base al tipo di portata i pezzi vanno dai 2 ai 6. Alla fine contiamo 14 piatti e due birre per un totale di 3180 Yen (24 Eu).

Mentre paghiamo notiamo che in fila all’esterno c’è la cantante Noa, in vacanza con la famiglia. All’uscita ci fermiamo a salutarla e scambiamo qualche chiacchiera prima di fare una foto insieme, ovviamente sotto la pioggia! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,6 km

 

03/10 Kyoto

 

Il meteo ha deciso di essere più clemente oggi, molto più clemente. E ci permette di attuare un vasto programma di visite ai templi considerato che dobbiamo recuperare il tempo perduto a causa della poggia di ieri e del deludente bosco di bambù.
Siccome ci sono tante cose da non perdere a Kyoto, non vogliamo farcene sfuggire altre.

Iniziamo dallo spettacolare Fushimi-Inari Taisha  Questa località è famosa per le migliaia di torii che formano una sorta di galleria lungo i 4 chilometri di sentiero che si inerpica sulla montagna sacra e che attraversa decine di grandi e piccoli santuari. Il complesso sacro risale al 700 e il tempio principale al 1499; i torii arancioni sono stati donati da aziende giapponesi in quanto il santuario è intitolato ad Inari, patrono degli affari. Il messaggero di Inari è una volpe e difatti è pieno di statue di questo animale rappresentato con una chiave in bocca, a simboleggiare la custodia dei depositi di riso: un animale sacro che protegge i raccolti è il top dei buoni auspici. Arriviamo fin quasi in cima ma considerata la nostra tabella di marcia, piuttosto serrata, decidiamo di tornare indietro. Una nota: in questo luogo è ambientato il film Memorie di una geisha ma non vi aspettate scenari di beata solitudine perché anche qui c’è una marea di gente che rende quasi impossibile scattare quelle fotografie da scenografia hollywoodiana che si vedono su Internet e nei cataloghi, ci sarà sempre dietro di voi il photobomber di turno e frotte di selfisti anonimi.

Rientriamo verso la metro alle 13:00, impresa ardua perché la strada di accesso al santuario è strapiena di bancarelle che vendono tanta ma tanta roba da mangiare, per tutti i gusti e tutto sembra veramente buono. Friggono e arrostiscono qualsiasi cosa e mettono a dura prova la nostra acquolina. Proviamo a distrarci buttando un’occhiata ai negozietti di souvenir e notiamo con soddisfazione che qui si trovano le stesse identiche cose che abbiamo comprato ieri, solo che costano di più! 😛

Torniamo alla metro e ci spostiamo verso Kiyomizu-dera, riduciamo al minimo le distrazioni ma nel tragitto a piedi per arrivarci si passa davanti a un buon numero di negozi di ceramiche non dozzinali che meritano una visita. Dopo aver ceduto alla tentazione dello shopping raggiungiamo il complesso buddhista noto per le grandi pagode e la vista panoramica di Kyoto, e da qui percorriamo la frequentatissima discesa che porta fino alla fermata del bus 100 che prendiamo per andare alla prossima attrazione.

Durante il tragitto passiamo davanti al tempio Heian-ji e così vediamo anche il maestoso torii per cui è celebre, costruito in occasione dei 1100 anni della fondazione di Kyoto. Un passaggio veloce perché dedicheremo più tempo al Ginkaku-ji, uno dei siti più importanti di Tokyo, ovviamente Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e sede di arrivo del Sentiero della Filosofia. Arriviamo alle 16:00, l’ingresso costa 500 Yen (3.80 Eu) e permette di vedere il Padiglione d’Argento con l’antistante giardino di roccia perfettamente rastrellato, con i grandi coni di pietrisco – che simboleggiano le montagne – che emergono dalla sabbia levigata per rappresentare un lago. Ma un lago c’è davvero e si può osservare da diverse angolazioni grazie al bellissimo sentiero che permette una passeggiata memorabile all’interno del parco: muschio, alberi altissimi, piccole cascate e in più una buona altezza che mostra lo splendore di Kyoto da un punto di osservazione privilegiato.

Dopo una rapida sosta da Kiharu per un ghiacciolo artigianale all’ananas, giusto per ricaricarci prima di percorrere (al contrario) il Sentiero della Filosofia, una delle migliori 100 passeggiate giapponesi, completato nel 1890.
Corre lungo un canale costeggiato da una fitta vegetazione, il cammino deve essere molto bello durante il periodo di fioritura dei ciliegi ma in condizioni normali è una buona passeggiata senza niente di particolarmente intrigante. Ce la godiamo soprattutto perché gli orari di visita ai templi sono ormai superati e quindi c’è meno afflusso, altrimenti anche qui – neanche a dirlo! – sarebbe stato pieno di gente.

Durante il tragitto incontriamo i cartelli che indicano l’Honen-in e facciamo una deviazione per visitarlo. È tutto chiuso ma il cancello di ingresso è ancora aperto, quindi entriamo e ci godiamo il silenzio di una visita in solitaria. Mentre ci spingiamo sulla collina vicina al cimitero – non ci eravamo accorti l’uno dell’altro – dal fitto della foresta un cervo ci taglia la strada spaventato dal nostro passaggio.

Gli ultimi due templi, l’Eikan-do e il Nanzen-ji li troviamo davvero chiusi perché sono passate le 17:00 e quindi siamo obbligati a fare soltanto foto degli esterni ma sul Nanzen va detto che una delle parti migliori del tempio è proprio il maestoso portale di accesso che troviamo in una veste quasi spettrale in quanto il sole sta calando e una magnifica luna piena è pronta a rubargli la scena e a fare da sfondo per le nostre foto.

Da qui procediamo a piedi attraversando un bel quartiere residenziale e visto che è di strada infiliamo una visita fuori programma al tempio scintoista Yasaka jinja che protegge il vivace quartiere di Gion. Con questa visita serale dichiariamo finito il nostro inseguimento spirituale ai templi migliori di Tokyo e ci prepariamo a tornare a cena da Teppanya Tavern Tenamonya.

Per la nostra ultima cena giapponese abbiamo adottato la tecnica del buon ricordo: facciamo sempre così, se abbiamo la possibilità di mangiare nuovamente in un posto che ci è piaciuto e in cui siamo stati bene, ci torniamo per fare l’ultima cena del viaggio. Così, dopo aver provato in circa due settimane 13 diversi ristoranti in 5 luoghi diversi, siamo andati sul sicuro e abbiamo prenotato il tavolo già ieri. Arriviamo puntuali alle 19:30 e ci sediamo al nostro posto per ordinare: ancora bistecca wagyu A5, un filetto cotto con ponzu: una salsa giapponese a base di aceto di riso, succo di limone, salsa di soia e dashi (il brodo di pesce per la zuppa di miso), poi negisoba vale a dire noodles saltati con maiale, e per finire gyoza – ravioli di riso con carne di maiale, verza, porro e cipollotto – e un gelato al sesamo, di un insolito colore grigio.

Dopo cena facciamo la nostra passeggiata digestiva ancora a Gion, precisamente alla ricerca di Shinbashi. Considerata la strada più bella di Kyoto e secondo la nostra guida “una delle più belle d’Asia”, è nota anche come Shirakawa minami-dori. Che dire, stavolta non è un’esagerazione e vale la pena cercarla: l’ultima serata di Kyoto la ricorderemo così, in questa larga strada pedonale, tra l’acqua del canale, i riflessi delle lanterne, le fronde basse degli alberi che ci accompagnano nella penombra.

Quanto abbiamo camminato oggi? 20 km

 

Kyoto – Osaka (KIX) – Roma

 

Siamo pronti a tornare a casa ma ancora non abbiamo finito con Kyoto e il Giappone (visto che oggi c’è da raggiungere l’aeroporto del Kansai, a Osaka).
Alle 10:00 facciamo check-out e lasciamo le valigie al desk dell’hotel e raggiungiamo a piedi il tempio Sanjusangen-do, un sito importantissimo che ci siamo tenuti per quest’ultima mezza giornata visto che dista solo pochi metri dal nostro albergo. L’ingresso costa 600 Yen (4.50 Eu) e la visita è altamente consigliata perché all’interno ci sono 1001 statue lignee di Kannon (ancora lui!) disposte su più file, tutte ordinate a formare un “muro” in un atrio lunghissimo e punteggiato da altre statue delle 28 divinità minori buddhiste tutte derivate dall’induismo. Al centro della sala si trova la statua del bodhisattva della compassione composta con 11 volti in cima alla testa e 40 braccia (che ne rappresentano “1000”) con cui salverà i 25 mondi.

Bene, stavolta abbiamo davvero finito e torniamo alle informazioni tecniche. Dopo aver ritirato le valigie andiamo in stazione e compriamo i biglietti del treno Haruka (binario 30) (2850 Yen, 21.50 Eu).
Parte alle 14:30 e impiega un’ora e venti minuti per arrivare all’Aeroporto Internazionale del Kansai. Occhio che vicino Osaka c’è anche un altro aeroporto, quindi assicuratevi di partire da Kyoto per raggiungere quello giusto!

Prima di andare al binario facciamo un giro nel centro commerciale della stazione ma ci fermiamo al settimo piano perché sono solo negozi di alta moda e grandi firme. Cerchiamo su internet qualcosa di alternativo e troviamo un BIC Camera proprio fuori la stazione: peccato non averlo scoperto prima! Sette piani di hi-tech ma abbiamo il tempo di vederne solo un paio, che già bastano per mettere in carrello un visore 3D e le pellicole decorate per la nostra Instamax, queste ultime al 50% in meno rispetto a quanto le paghiamo in Italia. Kyoto è da vedere e ora abbiamo un motivo in più per tornare: visitare gli altri 5 piani di BIC.

Arrivati in aeroporto ci separiamo dal pocket Wi-Fi che abbiamo noleggiato prima di partire e che ci è stato utilissimo. Seguiamo le istruzioni ricevute in hotel a Tokyo insieme al dispositivo, inseriamo l’apparecchio nella busta prepagata e la imbuchiamo in una cassetta postale rossa in aeroporto. Ci è costato 65 Euro e siamo stati sempre connessi con smartphone e notebook senza limiti di traffico, ci è servito in tantissime occasioni per consultare mappe, farci guidare in tragitti pedonali, cercare informazioni. Senza, il viaggio sarebbe stato sicuramente più complicato.

Ora ci aspettano le 18 ore di viaggio del ritorno e già iniziamo a ricordare i sorrisi, i saluti cerimoniosi, la gentilezza che abbiamo vissuto, ricevuto e contraccambiato in questi giorni. Sono circoli virtuosi che fanno bene e semplificano la vita.

Ripensiamo agli eccessi di Tokyo, ai paesaggi del Kumano Kodo, agli onsen, al bianco della sabbia di Shirahama, all’acqua di fiumi, laghi e stagni, fino all’Oceano, la storia e la spiritualità di Kyoto. Abbiamo la sensazione di aver visto tanto ma andiamo via con la certezza di aver visto solo una minima parte. Abbiamo solo intuito cos’è il Giappone ma non basterà una vita di viaggi per comprenderlo realmente.
Siamo diversi, sicuro, e verrebbe anche abbastanza facile dire chi tra noi e loro è “avanti” o “indietro”, ma sarebbe un esercizio sterile, inutile. Ognuno sta dove merita. Di certo il lavoro, l’educazione, il rispetto derp sé, per gli altri e per l’ambiente, la progettualità, il senso di appartenenza e gli obiettivi condivisi pagano sempre in termini di crescita di civiltà e cultura. E i giapponesi ci sono sembrati laboriosi e civili.

Settanta anni fa erano distrutti, in ginocchio, ora sono in piedi e il modo in cui stanno in piedi, nonostante una grave crisi economica che dura da anni, li ripaga di tutti gli sforzi fatti. Sono dritti sulla schiena, dignitosi e con un pregio in più: l’umiltà sincera di chi ha piena consapevolezza del proprio valore.

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 159,7 km!

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Giappone di Lonely Planet
Libri letti su Kindle: Leggero il passo sui tatami di Antonietta Pastore, Kwaidan. Storie misteriose e stravaganti di Lafcadio Hearn, Fiabe giapponesi antiche di Yei Theodora Oazaki e Pioggia nera su Tokyo di Barry Eisler

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