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Diari di viaggio di Luigi De Luca. Travelblogger dal 2006

Idee per le vacanze: diari di viaggio pronti!

by Luigi De Luca on 6 luglio 2018

Diari di viaggio da Granada, Bruges, Mont Saint Michel, Tokyo, Nara e il Kumano Kodo

Diari di viaggio: un po’ di Belgio, un po’ di Spagna, un po’ di Francia, un po’ di Giappone, un po’ di me e Federica 😉

Da qualche anno non aggiornavo la lista dei luoghi visitati con i rispettivi diari di viaggio, con questo post ho recuperato un po’ di tempo perduto.
I Paesi del mondo in cui ho viaggiato sono aumentati e le località attraversate in nave, aereo, treno, bus, macchina sono anche di più. Come i diari di viaggio che ho scritto!
La pubblicazione dei diari di viaggio su questo blog è ormai un rito, un appuntamento fisso con i miei ricordi e con altri viaggiatori che vogliono fare esperienze simili.
I miei viaggi divisi per anno sono direttamente collegati al rispettivo diario: pronti a partire? 😉

2018: Normandia in macchina: Rouen, Mont Sant-Michel, Omaha Beach, Bayeux, Arromanches, Honfleur, Etretat, Giverny (Francia); Amsterdam (8) e Volendam (3)
2017: Bruges e Bruxelles (Belgio); Tokyo, Watarase Onsen, Hongu (Kumano Kodo), Shirahama, Nachi, Koyasan, Kyoto e Nara (Giappone); Sofia (Bulgaria)
2016: Vilnius e Trakai (Lituania); Amsterdam (6), Volendam (2), Monnickendam (2), Marken (2) e Edam
(Paesi Bassi); Andalusia (2) in macchina: Granada (2), Cordoba, Ronda, Nerja e Malaga (Spagna); Amsterdam (7); Cracovia e Auschwitz (Polonia)
2015: Varanasi, Sarnath, Agra, Fatehpur Sikri, Jaipur, Delhi (India); Miami, Key West (2), Orlando (3), Savannah, New Orleans, New York (3); Bratislava e Devin (Slovacchia), Vienna (Austria);
2014: Atene (Grecia); Mosca e San Pietroburgo (Russia); San Francisco, Las Vegas e i grandi parchi americani (USA); Porto (Portogallo)
2013: Phnom Pen, Siem Reap, Koh Kong (Cambogia); Bristol (2), Salisbury (2), Stonehenge (2) e Bath (UK); Andalusia in macchina: Siviglia (2), Gibilterra (UK), Cadice (Spagna); Parigi (7)
2012: Parigi e Disneyland (6)
2010: Bristol , Salisbury, Stonehenge (UK), Amsterdam (5), Volendam, Monnickendam, Marken (Paesi Bassi), Madrid (Spagna)
2009: Amsterdam (3); Budapest (Ungheria); Edimburgo e Cramond (Scozia), Brema (Germania), Amsterdam (4), Lisbona (Portogallo)
2008: Berlino (Germania); Istanbul (Turchia)
2007: Siviglia e Granada (Spagna)
2006: Route 66 in macchina: Chicago, St. Louis, Springfield, Oklahoma City, Amarillo, Tucumcari, Santa Fe, Los Alamos, Albuquerque, Holbrook, Grand Canyon, Flagstaff, Las Vegas, Los Angeles (USA)
2005: Key West, Orlando (2), New York (2) (USA), Cozumel, Playa del Carmen e Tulum (Messico), Haltun Ha (Belize); Valencia (Spagna)
2004: Mumbai e Calcutta (India); Barcellona (Spagna); Parigi (5); Mauritius girata in macchina; Londra (2)
2001: Parigi (4)
1999: Il Cairo, Menfi, Saqquara e Giza (Egitto)
1998: Parigi (3); New York, Schenektady, Albany e Orlando (USA)
1997: Guadalupa e Martinica girate in auto
1996: Interrail: Parigi (2), Londra (UK) e Amsterdam (2)
1995: Montecarlo (Principato di Monaco); Praga (Repubblica Ceca); Interrail: Parigi (Francia), Bruxelles (Belgio), Amsterdam (Paesi Bassi), Dachau e Monaco di Baviera (Germania).

Le recensioni di ristoranti e hotel le pubblico sul mio profilo Tripadvisor 😉

Diario di viaggio in Normandia e Mont Saint-Michel

by Luigi De Luca on 7 aprile 2018

Viaggio in Normandia

Giverny, Honfleur, Etretat, Omaha Beach, Bayeux e Mont Sant-Michel: meraviglie di Normandia

 

Ci abbiamo provato l’anno scorso, a Giugno, ma non ci siamo riusciti: andare in Normandia durante i giorni di rievocazione dello sbarco (6 Giugno) è stato impossibile! Quindi abbiamo rimandato a un periodo più calmo, ed eccoci qua!
Il programma di viaggio prevede l’attraversamento del Nord della Francia: prima tappa la mistica rocca di Mont Saint-Michel, poi le martoriate spiagge che durante la II Guerra Mondiale furono determinanti per la riconquista dell’Europa da parte degli Alleati e infine un’escursione a Honfleur, Etretat e Giverny, lungo strade molto amate dai pittori impressionisti di fine ‘800. Partiamo? 😉

 

28/03 Roma – Parigi – Rouen – Mont Saint-Michel (346 km)

 

Questa fuga di Pasqua in Normandia non è stata pianificata con larghissimo anticipo, i biglietti li abbiamo prenotati l’11/02 e gli hotel il 25/02: praticamente un solo mese prima di partire.
Eppure abbiamo strappato ottime tariffe: per il volo a/r Ryanair – complice l’orario di partenza da fornaio – spendiamo 103 Euro a testa, partenza da Roma alle 06:30 e arrivo a Parigi (Beauvais) alle 08:50. Ormai siamo di casa a Beauvais, è il nostro terzo atterraggio, e stavolta abbiamo deciso addirittura di spenderci l’ultima notte. Ma per questo c’è tempo, siamo appena all’inizio 😉
Ryanair non manca mai di sorprendere i suoi clienti con modifiche sulla politica dei bagagli, quindi è bene essere sempre aggiornati. Le ultime novità sul bagaglio a mano sono del 15/01/2018 e si possono sintetizzare così: con il biglietto ordinario non è più possibile portare in cabina il trolley ma solo uno zainetto o una borsa di piccole dimensioni che entrano sotto il sedile. Hanno diritto al bagaglio a mano in cabina (fino a esaurimento dei posti nelle cappelliere) e all’imbarco prioritario solo i possessori di biglietto Premium (5 Euro in più durante l’acquisto, 6 Euro dopo). Tutti gli altri passeggeri possono portare il proprio trolley (mi raccomando alle dimensioni e al peso!) fino al gate di imbarco ma al momento di salire a bordo sarà etichettato e messo in stiva (gratis, ovviamente). Se poi volete star tranquilli, consiglio di dare sempre un’occhiata alla pagina che risponde a tutte le domande sul bagaglio a mano di RyanAir.
Visto che abbiamo imbarcato anche una valigia grande, all’arrivo non ci costa molto aspettare sul nastro anche quello che fu il “bagaglio a mano”. L’aeroporto è piccolo, le indicazioni sono facili da seguire ma questa volta non cerchiamo lo shuttle che porta a Parigi (un’ora abbondante, 14.50 Euro, capolinea Port Maillot dove c’è la metro). Stavolta raggiungiamo l’edificio di fronte al terminal dove sono raccolti i banchi degli autonoleggi e puntiamo quello dell’Avis, dove sbrighiamo le pratiche per ritirare l’auto prenotata per 6 giorni a 157 Euro su Rentalcars (sito del gruppo Booking).
Ci assegnano una Ford Fiesta Diesel nuova di zecca, nella tariffa sono inclusi 1500 km. Al momento del ritiro bisogna presentare patente, carta d’identità e una carta di credito (non di debito!) per le cauzioni, anche se avete già pagato in anticipo. Tutto come previsto, quello che non ti spiegano durante la prenotazione online è l’ammontare di queste cauzioni: 900 euro! Non proprio un dettaglio. 800 Euro sono per eventuali danni e 100 se arriveranno multe, la cifra viene congelata e restituita alla riconsegna dell’auto.
La nostra Fiesta è ben accessoriata: cruise control, avviso e correzione automatica di cambio corsia, segnalatore di sosta durante la guida, lettore dei segnali stradali, sensori di posteggio, ecc… c’è tutto per un viaggio sicuro, quello che non dovrebbe esserci è un odore acido che persiste anche dopo i primi chilometri con i finestrini aperti. Qualcuno ha trasportato formaggi francesi oppure non osiamo immaginare altro, l’olezzo ci basta per battezzare la nostra nuova compagna di viaggio: Puzzarella 🙂
Sono le 10:15 quando azzeriamo il contachilometri e iniziamo il viaggio on the road in Normandia, la prima tappa sarà Rouen e ci arriveremo guidati dal nostro nuovo navigatore TomTom Start 42 che abbiamo comprato per 89.90 Euro completo di tutte le mappe d’Europa, una cifra inferiore rispetto a quanto sarebbe costato noleggiarlo con l’auto.
Arriviamo a destinazione alle 12:00 dopo aver guidato per soli 87 chilometri sotto una pioggia incessante che, purtroppo, sarà spesso una costante dell’intero viaggio: sì, è vero, il meteo in Normandia è particolarmente instabile. Preparate la valigia con k-way e portate un ombrellino, perché anche nella giornata più soleggiata probabilmente tornerà utile. I cambiamenti sono così repentini che è meglio non farsi cogliere impreparati, difatti l’ombrello comprato durante il bagnatissimo viaggio di Natale a Sofia si rivela subito utile.
Lasciamo la macchina in un (costosissimo) parcheggio multipiano in pieno centro (2 ore, 6 Euro) e facciamo un giro intorno al Palazzo di Giustizia nel cuore del centro storico medievale, circondati da abitazioni in stile normanno con le facciate a graticcio. Arriviamo fino a una delle antiche porte cittadine, quella più conosciuta che ospita il grande orologio astronomico che dal 1389 scandisce le ore di Rouen. Da qui ci spostiamo verso la cattedrale di Notre-Dame, capolavoro di gotico fiammeggiante che mostra con orgoglio un enorme rosone decorato. Peccato non poterlo ammirare dall’interno visto che l’edificio è chiuso tra le 12:00 e le 14:00!
Non ci resta che appostarci fuori a scattare foto cercando gli stessi angoli che Monet immortalò in ben 31 tele dedicate alla cattedrale alla fine del 1800. Durante il nostro servizio fotografico improvvisato notiamo che le torri laterali sono diverse, proprio come la Manquita di Malaga vista durante l’ultimo viaggio in Andalusia. Le due torri sono diverse per forma e anche per colore: una è di colore giallo paglierino, quella detta Torre del Burro, perché venne finanziata dall’omonima Confraternita di commercianti. Ecco, si comincia a parlare di cibo e quindi perché non fare la prima pausa gastronomica francese? Giusto un assaggio: fougasse aux lardons, una focaccia tempestata di cubetti di pancetta (2.40 Euro).
Visto che per riprendere la macchina e proseguire il viaggio dobbiamo attraversare un centro commerciale, ne approfittiamo per fare subito una piccola spesuccia per le colazioni dei prossimi giorni e qualche spuntino: nel nostro carrello finiscono una tanica di acqua da 5 litri e due bottigliette da rifornire, patatine, succhi di frutta, mandorle sgusciate, cubetti di zenzero e limone canditi, mandarini e una confezione da sei di simil-Girella (12.40 Euro)
Riprendiamo la strada verso la tappa-regina di questo viaggio e ce la prendiamo comoda, un po’ per ambientarci sulle strade francesi, un po’ perché la pioggia non ci molla. Percorriamo altri 259 chilometri fino a destinazione, dove arriviamo alle 18:00. Non ci sono volute 4 ore di guida, eh! Abbiamo rallentato molto perché in prossimità dell’arrivo ci siamo fermati più volte per fotografare da lontano l’isola con la fortezza e l’abbazia più conosciute di Francia: Mont Saint-Michel.
Che dire: l’impatto prospettico è notevole, davanti a noi ci sono chilometri di campi verdi dove i montoni locali brucano beatamente. Un paesaggio già visto in cartolina e sui libri di scuola ce lo ritroviamo finalmente davanti, in attesa di ritrovarlo anche a tavola! 😛
Ora è il momento di alcune informazioni utili per prenotare un hotel a Mont Saint-Michel. Allora, negli ultimi anni l’area è molto cambiata e l’accesso alla città-fortezza è limitato perché, mentre in tutto il mondo si calcolano i rischi causati dall’innalzamento del livello dei mari, qui – a causa di una diga – stava accadendo il contrario: la terra e la vegetazione avanzavano e guadagnavano nuovi spazi a discapito del mare. Mont Saint-Michel rischiava di perdere per sempre la sua origine naturale di isola inespugnabile protetta dalle maree. Solo grazie a una profonda riprogettazione del sistema di chiuse e di accessi al sito, l’ingegneria ha restituito alla marea la sua piena espressione e ha conservato Mont Saint-Michel come è sempre stata.
Questi cambiamenti hanno ridotto gli accessi al ponte-passarella che collega l’isola con la terraferma, solo i clienti dei pochi hotel all’interno della ZTL – la Caserne – possono entrare in macchina e da qui, in ogni caso, possono andare verso la rocca solo con le navette di servizio. Tutti gli altri visitatori arrivano da fuori con i bus locali oppure devono lasciare l’auto nel grande parcheggio all’ingresso del villaggio e proseguire esclusivamente a piedi o con la navetta interna (Le Passeur). Questo è decisamente da considerare prima di prenotare: noi abbiamo scelto di soggiornare nell’area protetta e una volta sul posto ci siamo resi conto che è stata un’ottima scelta. Arrivare da fuori, con la pioggia, e dipendere esclusivamente dai bus locali avrebbe complicato il soggiorno. Questa mappa interattiva spiega chiaramente quanto appena descritto.
Noi abbiamo prenotato l’Hotel Vert che in occasione dell’arrivo ci ha dato un codice numerico da inserire alla sbarra per gli accessi riservati. Abbiamo parcheggiato e alla reception ci hanno dato subito una buona notizia e una meno buona: la prima era che la navetta gratuita passava proprio di fronte al nostro  hotel, la seconda invece era l’orario della marea prevista alle 18:10. Con soli 10 minuti a disposizione abbiamo lanciato le valigie in camera e ci siamo fiondati al volo sulla navetta.
Siccome la marea di oggi ha coefficiente 66, quindi piuttosto bassa rispetto all’effetto che ci si aspetta di vedere, mentre quella di domani – ben 81 cm! – sarà notevole (coefficiente 100 è considerata una super-marea), decidiamo di fare solo un po’ di foto e un rapido sopralluogo esplorativo lungo le mura di ronda. L’ingresso è unico, dalla porta principale dell’Avancée, e una volta dentro prendiamo subito le prime scale sulla destra che salgono su un torrione che affaccia verso la terraferma. Da qui proseguiamo lungo il perimetro alto della rocca e ammiriamo l’intersecarsi di giardini, abitazioni, edifici governativi ed ecclesiastici. Una passeggiata che, notiamo, non ci porterà verso l’altra metà dell’isola, quella che affaccia sul mare aperto. Questa vista è possibile solo dai punti panoramici dell’abbazia. Concludiamo quindi la nostra escursione rientrando attraverso il torrione Nord, quello maggiormente consigliato per vedere le maree, e da qui torniamo verso l’uscita.
Tira un gran vento, iniziamo a sentire la stanchezza e decidiamo di rientrare in hotel ancora con la navetta. Su questo shuttle ci sono delle caratteristiche che vale la pena menzionare: ha solo tre fermate, il capolinea dista 350 metri dall’ingresso, è elettrica, gratuita e non fa inversioni ma marcia avanti e indietro semplicemente cambiando la postazione di guida; è attiva sette giorni su sette (tranne il 25/12 e l’1/01) dalle 07:30 fino all’1:00 e passa ogni 15/20 minuti in base al numero di turisti presenti. 
La giornata sta per finire, prima però c’è uno dei momenti che preferiamo in viaggio: scegliere il ristorante e mangiare. Accettiamo la disponibilità limitata perché non intendiamo riprendere la macchina, uscire, cercare strade e acquistare un nuovo codice per l’ingresso (4 Euro), quindi valutiamo solo locali raggiungibili a piedi e alla fine optiamo per Ferm Sant Michel, una vecchia stazione di posta subito fuori la Caserne.
All’ingresso ci sono vecchie carrozze e l’interno è molto curato, con un soffitto altissimo in muratura e legno e un grande camino scoppiettante. Fuori ci sono 4 gradi e trovare un’ambiente così caldo e accogliente stuzzica ancora di più l’appetito, è il momento perfetto per prendere confidenza con una costante del viaggio in Normandia: il menù fisso. Lo propongono praticamente tutti i ristoranti e basta il desiderio di assaggiare un paio di portate per rendere conveniente la formula del menù, che di solito è composto da tre elementi: antipasto, piatto principale e dessert. Siccome i costi delle singole portate sono mediamente alti vale la pena ammortizzarli con il “pacchetto”. Ci sono diversi menu fissi con diversi prezzi, la differenza sta nel tipo di portate che si possono scegliere per comporre il proprio pasto.
Noi scegliamo il Menu du visiteur e dalle varie opzioni ordiniamo un duo di terrine, una con legumi e una con una base di agnello pré-salé al foie gras; come primo piatto agnello, ancora pré salé, sfilacciato con purea di patate, e per dolce una creme brûlé. Ci abbiamo aggiunto anche un petto di pollo alla griglia marinato nel miele e mezzo litro di Chardonnay. Nell’attesa ci hanno offerto anche una piccola zuppa di frutti di mare frullati, bollente e servita in bicchierini: un intruglio né mangiabile né bevibile. Tutto il resto era buono ma senz’anima, diciamo che l’atmosfera ha fatto meglio dello chef (49 Euro).
Ricordate che qualche rigo fa l’avevo giurata a quei montoni? Detto-fatto! L’agnello pré-salé descritto nel menù è un tipo di carne che si può mangiare solo qui, difatti è protetto da un marchio AOP. “Pré-salé” dà l’idea di qualcosa di “pre-salato” e in un certo senso è proprio così: pré in francese vuol dire prato e questi benedetti agnelli brucano ogni giorno erbe ricche di sali minerali perché bagnate dalle maree, quindi le loro carni hanno un gusto particolare.
Questa notte sogneremo prati salati.

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,9 km

 

29/03 Mont Sant-Michel

 

Dopo quasi 24 ore svegli ci siamo regalati una bella dormita, sveglia con calma, colazione in camera e poi di nuovo in strada per raggiungere la vicina diga sul fiume Couesnon.
Qui c’è un osservatorio, a pochi passi dal lungo ponte-passerella, dove una serie di pannelli spiega gli interventi che sono stati fatti per scongiurare la catastrofe ambientale e paesaggistica che Mont Sant-Michel ha rischiato.
Anche oggi c’è vento e pioggia, la temperatura massima arriva a 6 gradi e la percepita è solo 2: questo conferma quanto instabile sia il meteo della Normandia e ci dà una spiegazione sul perché ci siano così pochi turisti. Ci aspettavamo il delirio pre-pasquale, con un’altissima concentrazione di viaggiatori e invece non c’è quasi nessuno. Sui depliant dei servizi locali preso in hotel (stampato anche in italiano) è spiegato che l’alta stagione inizia dal giorno di Pasqua e finisce l’1/10, quindi siamo in bassa stagione e si nota: non sembra affatto un sito Patrimonio dell’UNESCO che supera i 3 milioni di visitatori all’anno!
Ci spostiamo verso il centro informazioni e il bookshop per fare qualche acquisto prima di tornare sull’isolotto, ci scaldiamo un po’ mentre nel carrello finiscono i primi souvenir: ormai immancabili ospiti per le collezioni nostre e di amici, acquistiamo calamite, sportine, t-shirt e shottini (40 Euro). Visto che ci troviamo, allunghiamo la pausa e facciamo uno spuntino con una baguette prosciutto e formaggio, accompagnata da una birra La Croix des Grèves Blonde prodotta dai monaci dell’abbazia.
Ok, le batterie sono cariche e le calorie sono pronte per essere dissipate. Il Passeur non si fa attendere, saliamo e man mano che ci avviciniamo all’isola la pioggia concede una tregua benevola che ci permette di arrivare senza ombrello dalle pendici della rocca di granito fino in cima all’abbazia. Ci godiamo una bella passeggiata lungo la stradina principale, la Grand Rue, che ieri avevamo evitato in favore del giro di ronda e ci immergiamo in un’atmosfera medievale perfettamente credibile. Sì, ci sono molti negozietti di souvenir, B&B e ristoranti, ma sono discreti e con insegne in linea con il decoro storico, niente di pacchiano o fuori posto. Tutte le attività sono integrate perfettamente in strutture che risalgono al XV-XVI secolo.
La salita ci porta fino all’ingresso dell’abbazia, il biglietto costa 10 Euro e ritirata la mappa-guida (in italiano) ci addentriamo nella Meraviglia d’Occidente che segna il confine tra la Bretagna e la Normandia. Un timido sole si affaccia tra le nuvole e proietta le ombre delle guglie gotiche sulle scale che portano alla terrazza Saut-Gautier. Sembra di essere entrati in una trama fantasy, un genere che non amo ma che rende l’idea. Tutto è enorme: sembra incredibile che dal XII secolo siano riusciti a costruire in un fazzoletto di terra questo capolavoro imponente di architettura civile, militare e religiosa.
L’intera struttura ha assunto nel tempo una forma piramidale perché è stata realmente costruita a strati, quindi una base ampia per il popolo e il commercio, protetta da mura perimetrali, e in cima a tutto l’abbazia con la rocca militare. Ovviamente la componente religiosa è stata prevalente nei secoli, dal semplice oratorio fino alla creazione di una meraviglia che a un certo punto della sua storia è diventata anche strategica sul piano militare: nessuno ha mai espugnato Mont Sant-Michel.
Man mano che si esplorano le sale si comprende pienamente il gioco di incastri che, come una scatola cinese, configura un equilibrio perfetto tra la leggerezza delle guglie e l’imponenza delle mura. Il complesso non è costruito solo dal basso verso l’alto ma anche dall’interno verso l’esterno, creando un gioco sapiente di labirinti che si intersecano e di spazi che si sovrappongono senza disturbarsi nelle loro funzioni, dall’ampio refettorio al chiostro. Quest’ultimo meraviglia nella meraviglia, perché non ti aspetti possa trovare spazio anche un cortile verde e ben curato in spazi apparentemente angusti.
Gli interni sono profondi e megalitici, i contrafforti, i pilastri, i camini, tutto è enorme e contrasta con gli stretti corridoi, le scale e i passaggi chiusi al pubblico che sembrano collegare segretamente altri locali ancora. Insomma, dietro ogni angolo c’è qualcosa che sorprende ma quello che accade quando arriviamo sul belvedere non ha eguali. Stavolta non è l’uomo a meravigliare ma la natura: finalmente vediamo l’altra faccia della rocca e davanti a noi l’intera baia.
Il complesso chiude alle 17:00, dietro di noi non c’è più nessuno e per questo già alle 17:15 siamo praticamente da soli a scattare foto panoramiche quando a un tratto si distingue nettamente un rumore di fondo, come uno scroscio d’acqua. Allora torniamo alla balaustra e davanti a noi vediamo finalmente il più grande spettacolo di Mont Sant-Michel: l’arrivo della marea!
Per conoscere gli orari consiglio di visitare il sito ufficiale dove è possibile scaricare ogni anno il calendario delle maree, sono informazioni che danno anche gli hotel ma per noi saperlo in anticipo è stato determinante già in Italia, per le prenotazioni e l’organizzazione della visita. Tutto è stato perfetto, siamo riusciti a vedere la marea che arriva veloce “come un cavallo al galoppo” e copre tutto il territorio sabbioso: ci siamo trovati al posto giusto nel momento giusto (due ore prima del picco massimo). A interrompere la visione arrivano due addetti del museo che ci invitano a riprendere la visita perché chiuderanno tutte le porte alle nostre spalle, va bene: missione compiuta per noi! 😉
All’uscita prendiamo la strada di ieri e ci spostiamo sulla torre Nord, la pioggia ricomincia a cadere lentamente e sotto un sole che resiste crea due arcobaleni sull’orizzonte interno della baia. La luce è magica, ci becchiamo addirittura uno scoppio improvviso di grandine e notiamo che anche da questo lato l’onda lunga di marea avanza verso l’interno, più lentamente ma sempre visibile a occhio nudo, per abbracciare l’intera isola lasciando asciutto solo il ponte-passerella (che in casi eccezionali può anche essere sommerso).
Mentre aspettiamo la navetta facciamo nuove foto perché lo scenario è completamente diverso da ieri e ci regala lo scatto perfetto per il nostro profilo Instagram Handmade_Travel.
Per cena già sappiamo dove andare, la Caserne non offre grandissima scelta e il Relais du Roy ci è sembrato quello con le recensioni più equilibrate. Diciamo pure che sembra essere quello meno trappola per turisti ma soprattutto è vicino sia al nostro hotel sia alla navetta, visto che intendiamo tornare anche dopo cena sull’isola.
Ormai sappiamo come funziona, quindi andiamo decisi con l’ordine di due Pelèrin Menu: antipasti con filetti di sgombro marinato nel lime e spolverato di kumbawa (un agrume giapponese che assaggiamo qui per la prima volta, alla faccia del recente viaggio in Giappone!); un filetto di salmone ripieno di ricotta ed erbette aromatiche e il duo di formaggi normanni (puzzolentissimi Camembert e Pont l’Eveque); come piatti principali ancora agnello pré-salé in torta e crosta di pan di zenzero e una Relais Style Montoise Omelet, in pratica una mega frittata che riproduce la famosa ricetta – e le dimensioni! – della più nota Mère Poulard (il ristorante omonimo è proprio all’interno di Mont Saint-Michel), considerato un piatto tradizionale consigliato sulla guida Michelin (esagerati! Ripeto: è ‘na frittatona). Per dolce una crema brûlé con burro salato al caramello, acqua e una 0,5 Heineken (57.30 Euro). Cena tutto sommato migliore di ieri ma anche qui niente di memorabile, c’è sempre quel qualcosa che manca!
Alle 22:30 siamo pronti per riprendere l’ormai famigliare navetta ma dopo una giornata di meraviglie arriva una prima e decisiva delusione: Mont Sant-Michel è spenta. Non è illuminata come invece l’abbiamo vista in foto e, complice il freddo e l’immancabile pioggia, dopo 30 minuti di attesa decidiamo di non proseguire visto che è tutto buio e le navette in servizio sono di meno.
Dobbiamo recuperare energie, domani si riprende la strada per entrare nel cuore della Normandia.

Quanto abbiamo camminato oggi? 4,8 km

 

30/03 Mont Sant-Michel – Omaha Beach – Bayeux (221 km)

 

Finora abbiamo fatto il pieno di meraviglie, abbiamo visto cosa può fare l’uomo quando impiega l’ingegno per avvicinarsi al cielo e comunicare con il divino. Abbiamo visto come ha piegato la natura mettendola a rischio e come ha rimediato ai suoi errori.
Oggi andremo a vedere altre forme dell’ingegno dell’uomo, più drammatiche e violente, che quando sono state impiegate per rimediare a errori commessi da altri uomini, hanno causato morte e distruzione prima di ricostruire. Oggi vedremo le martoriate coste della Normandia che il 6 Giugno 1944 hanno visto arrivare gli Alleati in Francia per aprire un fronte occidentale contro le armate di Hitler e riconquistare l’Europa. Non sarà stato affatto facile per quegli uomini coraggiosi e i luoghi che visiteremo: a distanza di 74 anni, si vedono ancora i segni di tante battaglie e sofferenze.
Alle 11:00 partiamo per Sainte Mère Église dove arriviamo dopo un’ora e mezza e 134 chilometri, tutti sotto la pioggia e con 5 gradi di temperatura: ancora una giornata invernale!
Parcheggiamo nella piazza centrale proprio di fronte la chiesa di Notre Dame de la Paix che rappresenta simbolicamente il luogo dove ebbe inizio la grande operazione Overlord, passata alla storia come lo sbarco in Normandia.
La notte prima del D-Day, qui furono paracadutati i militari americani della 82° Divisione Aviotrasportata, un po’ allo sbaraglio visto che moltissimi non arrivarono sull’obiettivo stabilito. Il più celebre di questi errori, citato nel film Il giorno più lungo e – per gli amanti dei videogame – in Call of Duty, è quello del parà John Steele che rimase appeso alla torre campanaria di questa chiesa per due ore fingendosi morto. Riuscì a sopravvivere nonostante le ferite e diventò sordo perché per tutto il tempo le campane suonavano l’allarme durante i bombardamenti. Per ricordare questo episodio, sul campanile c’è in pianta stabile un manichino appeso con il suo paracadute e probabilmente è il manichino più fotografato del mondo!
La chiesa è molto bella, piccolina e davvero ben conservata nonostante sia stata al centro di scontri feroci. All’interno ci sono diversi punti dove si ricordano i protagonisti del conflitto, con foto di reduci e messaggi di ringraziamento. Molto insolita la vetrata a colori del 1960 che commemora i 25 anni dello sbarco: invece di scene ecumeniche sono rappresentati i paracadusti, le date, i nomi dei reggimenti che hanno combattuto su quel territorio. Ai piedi della vetrata, scritto in francese e inglese, l’omaggio eterno ai veterani che hanno partecipato alle celebrazioni: Loro sono tornati.
Ci separano solo 15 chilometri dalla prossima tappa: Utah Beach. Qui i combattimenti furono pochi grazie a un’imprecisione: gli americani sbarcarono nel posto sbagliato e invece di fronteggiare le mitragliatrici tedesche si ritrovarono ad aggirarle. Persero solo 12 uomini e lo sbarco poteva sembrare in discesa, peccato che la presa delle spiagge successive dimostrerà il contrario. Scattiamo le foto ai monumenti e alla pietra miliare che indica il KM 00 sulla Strada della Libertà e ripartiamo verso la località successiva: Pointe du Hoc.
Ora una nota sui musei: tutte le località dello sbarco in Normandia hanno i propri musei pieni di documenti, foto, ricostruzioni, memorabilia e residuati bellici. Non si può dire quale sia il migliore perché sono tanti e ognuno con delle peculiarità, ci sono carrarmati, interi aerei custoditi in hangar, spesso sono usati anche come attrattiva all’esterno. Noi per oggi abbiamo scelto di non scegliere un museo e dedicarci solo alla visita dei luoghi.
Nello spostamento da Utah Beach a Pointe du Hoc si lascia il dipartimento della Manica e si entra nel Calvados. A Pointe du Hoc si avverte il crescendo dell’impatto: il sacrificio dei Ranger americani incaricati di conquistare la postazione è narrato con enfasi e il campo di battaglia è stato conservato come allora perché le gesta dei militari furono eroiche e decisive. Gli americani riuscirono a snidare i tedeschi dalle casematte e difesero strenuamente l’avamposto fino all’arrivo dei rinforzi, contando solo 86 superstiti dei 225 uomini inviati sul posto. Il percorso della visita si snoda lungo sentieri che fanno lo slalom tra gli enormi crateri lasciati dalle bombe e dai mortai, si può entrare nei bunker e nelle trincee, e vedere ancora i resti carbonizzati delle strutture in legno che vennero conquistate a colpi di granate e lanciafiamme. Il sacrificio di questi uomini è stato talmente importante che nel 1979 la Francia ha ceduto l’intero sito in uso perpetuo al governo americano.
La pioggia battente e il vento hanno fatto due vittime illustri anche nella nostra missione: l’ombrellino bulgaro si è scoperchiato definitivamente e Federica è caduta sul campo di battaglia, scivolata sul fango e l’erba. Per non proseguire la giornata in una mimetica improvvisata, facciamo una pausa per rinnovare il look e poi scappiamo di corsa a Colleville-sur-Mer.
Arriviamo 20 minuti prima della chiusura (17:00) ma il tempo a disposizione ci basta per vedere il grande memoriale, il cimitero americano e la spiaggia più nota dello sbarco in Normandia: Omaha Beach.
Qui la battaglia fu cruenta e vide in campo migliaia di soldati, alla fine della giornata gli americani contarono un migliaio di morti. La spiaggia venne ribattezzata Bloody Omaha e i minuti iniziali del film Salvate il soldato Ryan di Spielberg ci spiegano il motivo di questo soprannome. Nel cimitero monumentale ci sono file ordinate di croci e stelle di David di quasi 10.000 soldati americani caduti durante la campagna di Francia, in buona parte giovanissimi (m)andati dall’altra parte del mondo a combattere per la nostra libertà e per i quali da sempre nutro rispetto e gratitudine. Dopo la chiusura del cimitero percorriamo l’adiacente sentiero che porta alla magnifica spiaggia: quasi 8 chilometri di sabbia e maree, una spiaggia larghissima che termina a ridosso di falesie e dune. In pratica una scatola di sabbia facile da proteggere, logisticamente era evidente che sarebbe stato un massacro eppure la realpolitik di guerra non ha avuto scrupoli e ha chiesto il sacrificio estremo a migliaia di ragazzi. Per oggi può bastare.
Dopo una carrellata di storia, guerra, libertà ed emozioni è il momento di distrarsi e tornare al viaggio, precisamente ci dirigiamo verso Bayeux dove abbiamo prenotato una stanza presso il Grand Hotel de Luxembourg.
Restiamo in albergo giusto il tempo di ripulirci un po’ dal fango e siamo subito in strada diretti verso la cattedrale di Notre Dame (che fantasia, eh!), del 1077, ancora un capolavoro gotico. Per raggiungerla seguiamo le indicazioni di un simpatico vecchietto che ci fa strada fino all’ingresso. All’interno troviamo la messa cantata del venerdì santo (proprio come accadde durante il viaggio a Vilnius) che rende la visita ancora più suggestiva: le dimensioni sono imponenti, le navate ampie, altissime, si distingue anche il precedente impianto romanico. Gli esterni sono altrettanto belli e curati, la cattedrale è immersa nel centro storico e nelle vicinanze scattiamo foto a un piccolo sistema di chiuse e mulini.
Ce la prendiamo comoda perché stasera non abbiamo l’ansia di decidere dove cenare: è tutto già pronto! Abbiamo organizzato un incontro con amici che vivono qui, un po’ come facemmo con i Di Nittos durante il viaggio in Florida, e quindi ci hanno pensato Alessia e Jacopo a prenotare un tavolo Au ptit Bistrot, vicinissimo alla cattedrale.
Alle 20:45 ci incontriamo tutti e dopo i saluti siamo pronti a tuffarci in una nuova esperienza gastronomica francese. Anche i nostri ospiti ci confermano che la formula del menù è molto in uso e non è necessariamente da intendersi come “turistica”, pertanto scegliamo due menu fissi per coppia con diverse combinazioni di piatti per assaggiare di tutto un po’. Prima di aprire le danze ci portano un aperitivo con piccole focaccine di ceci servite con crema di aneto, poi scattano i piatti forti. Antipasti: mousse di merluzzo, peperone, cavolo e aglio; e pane tostato con parmigiano e formaggio fresco di capra, verdure primaverili e vinagrette all’andouille (un salume di origine medievale composto da trippa di maiale, dal gusto molto forte). Primi: mandrino di vitello arrosto con burro, funghi, frittelle di patate e scalogno candito; e merluzzo giallo al vapore con asparagi bianchi, fragole e salsa di mandorle. Dolci: millefoglie di mousse all’arancia con praline di caramello alla cannella; e croccante al cioccolato, ananas e latte cagliato con sambuco. Da bere una bottiglia di Château Landreau per una spesa finale di 36 Euro a persona.
Un’altra cena in crescendo rispetto alle precedenti, come il conto del resto, con una particolare nota di merito per gli abbinamenti e la presentazione dei piatti, eppure manca ancora quel “qualcosa”… 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,8 km

 

31/03 Bayeux – Arromanches – Honfleur (130 km)

 

Alle 11:00 dopo la consueta colazione in stanza lasciamo i bagagli in reception e continuiamo la nostra perlustrazione per le strade di Bayeux.
Seguiamo tutto il corso principale, una bella strada piena di negozi e abitazioni a graticcio. Ci fermiamo a fotografare altri scorci del fiume Aure e troviamo il secondo dei tre mulini che sono in città, poi ci fermiamo ad acquistare qualche souvenir ed entriamo in un piccolo Carrefour per ricaricare i viveri dei prossimi giorni: pain au chocolat e succhi di frutta, visto che ci siamo prendiamo anche una baguette per lo spuntino di oggi e un salame locale da portare in Italia.
Ci sarebbe un’altra cosa importante da vedere a Bayeux: il museo della tappezzeria. Qui è custodito un arazzo da record: un’opera completata in 16 anni, lungo 70 metri, che narra la storia di Guglielmo il Conquistatore e le vittorie riportate in Inghilterra. Tutte le guide consigliano una visita ma per noi il problema non si pone: l’arazzo non c’è. Per adeguare le sale che lo ospitano con nuove tecnologie in grado di preservarlo meglio, il capolavoro tessile è andato in prestito… in Inghilterra, dove resterà per due anni. Sarà contento Guglielmo 😉
Bayeux è veramente bellina, merita un giro e per noi la passeggiata termina nella piazza dove ogni sabato si tiene il mercato. C’è ogni bendiddio: formaggi, formaggi, formaggi, salumi, cucine etniche (spagnola, marocchina, messicana), frutta fresca e tante bancarelle che arrostiscono qualsiasi cosa. La sera prima Jacopo e Alessia ci avevano dato la dritta e difatti li ritroviamo proprio qui a fare spese, ancora una conferma di quanto Bayeux sia a misura d’uomo. Ne approfittiamo per altri saluti e poi prima di ripartire, complici i recettori della fame ormai ultrastimolati, compriamo un paio di salsicce calde per le nostre baguette.
Alle 13:00 siamo di nuovo in auto diretti ad Arromanches, a soli 30 minuti. Qui concludiamo il nostro viaggio nei luoghi dello sbarco in Normandia, quella che per noi è la tappa finale per tanti altri fu l’inizio. Per altri ancora fu l’inizio della fine.
Ad Arromanches-les-Bains sbarcarono gli inglesi, su quella che in codice venne nominata Gold Beach. Dall’alto della collina possiamo ammirare un vasto panorama del tratto di mare da cui ancora emergono i resti del grande porto artificiale intitolato a Winston Churchill. Il porto serviva a semplificare le operazioni di sbarco dei rifornimenti e dei mezzi necessari per penetrare le linee nemiche e avanzare il fronte. A questi enormi cassoni rimasti in acqua venivano ormeggiate le navi alla fonda e dai moli galleggianti partivano tanti carroponti di acciaio e legno percorsi dai mezzi militari per raggiungere la terraferma. Un’opera enorme di cui ci rendiamo conto soltanto quando entriamo nel museo che siamo venuti a visitare.
Più che un museo è un cinema a 360° dove su 9 schermi viene proiettato un film-documentario, Il prezzo della libertà, che in 20 minuti ripercorre attraverso immagini e suoni originali i momenti salienti della Seconda Guerra Mondiale: dall’invasione della Francia fino alla Liberazione, ovviamente la parte centrale è focalizzata sullo sbarco. Un’esperienza immersiva che consigliamo (6 Euro). Al termine della proiezione visitiamo il fornitissimo bookshop e con 40 Euro portiamo a termine l’ultima missione-souvenir dedicati al D-Day: foulard, bracciali, t-shirt, portabibite e il richiamo del grillo che serviva ai paracadutisti per riconoscersi quando atterravano oltre le linee nemiche. Chi ha visto Il giorno più lungo ha già capito cos’è, per tutti gli altri c’è questo video.
Sono le 15:45 quando ripartiamo e ci lasciamo definitivamente alle spalle i luoghi dello sbarco: è stata un’esperienza impegnativa ma utile. Era da tempo che mi sarebbe piaciuto visitare questa costa e finalmente ce l’ho fatta, adesso per bilanciare un po’ le brutture della guerra c’è bisogno di arte e cultura. Per questo abbiamo aggiunto al nostro itinerario Honfleur che raggiungeremo dopo una rapida puntata a Deauville, un po’ di novelle vague non guasta prima di perderci lungo la Costa d’Alabastro alla scoperta dei luoghi più amati dagli impressionisti che cambiarono la pittura tra l‘800 e il ‘900.
Deauville dista solo 95 chilometri, è un piccolo centro balneare molto ben frequentato: qui hanno vissuto Coco Chanel e il regista Lelouch, si tiene un importante festival cinematografico ed è nota per i casinò, la spiaggia con gli ombrelloni colorati e gli ippodromi. Facciamo giusto un giro per vedere i bei palazzi del centro e i grandi alberghi sul lungomare, non si direbbe proprio un paesino di soli 4.000 abitanti!
Ci mancano ancora pochi chilometri per arrivare a Honfleur, quindi riprendiamo la marcia e dopo neanche mezz’ora arriviamo al Motel Les Bluets. Da notare: Honfleur è molto visitata dai parigini, abbiamo avuto difficoltà a trovare posto e difatti il nostro hotel si trova esattamente a La Rivière St Sauveur (1,5 km da Honfleur). Questo ci ha permesso di non avere difficoltà con i parcheggi e abbiamo spuntato prezzi migliori (nonostante tutto qui è stato il soggiorno più costoso del viaggio ma, va detto, anche la stanza più grande e con la SPA a disposizione).
Prima di lasciare la valigia raccogliamo alcune informazioni in reception ma non siamo affatto convinti dei locali suggeriti; ci hanno assicurato che non sono per turisti ma erano proprio tutti lì, nella bolgia del centro. Quindi abbiamo fatto di testa nostra e con lo stesso principio usato nella scelta dell’hotel abbiamo trovato un ristorantino lontano dal centro di Honfleur. Torniamo a bordo di Puzzarella e ci dirigiamo a Vasouy per cenare a Le Petit Vasouyard, ovviamente fuori fa freddo e piove ed entrare senza prenotazione nel week end di Pasqua e trovare un sorriso accogliente e un tavolo vicino al camino è una vera benedizione.
Il locale è arredato in stile marinaro, con un bel giardino curato e grandi vetrate che affacciano sul mare. Ha personalità e le proposte sono decisamente interessanti, noi ordiniamo una galette al salmone e un menu Capitaine Cook composto con una tartelletta ripiena di Andouille e formaggio Livarot; un filetto di maiale glassato con timo, cipollotto e granella di mele essiccate; per del dolce crumble di mele e caramello. Da bere mezzo litro di Petit Chablis superiore per una spesa di 55.40 Euro.
Al termine della cena non ci pensiamo due volte: prenotiamo subito per domani. Gusto, atmosfera… abbiamo trovato quel qualcosa che mancava!

Quanto abbiamo camminato oggi? 3 km

 

01/04 Honfleur – Etretat – Honfleur (109 km)

 

Per oggi abbiamo programmato un’escursione a Etretat, andiamo a vedere da vicino questo gioiello della Costa d’Alabastro e per arrivarci attraversiamo il ponte di Normandia (pedaggio 5.40 Euro), un’imponente opera strallata lunga 2 chilometri, alta 219 metri che passa 60 metri sopra la Senna.
Dobbiamo percorrere solo 40 chilometri ma ci fermiamo dopo due ore perché gran parte del tempo lo passiamo a cercare parcheggio! Oggi è Pasqua, per la prima volta vediamo il sole e una marea di persone sono uscite di casa come le lumache dopo la pioggia. Tutti a vedere le falesie!
Etretat ha diversi motivi per essere nota, quelli che mi hanno incuriosito di più sono tre: 1) Qui sono ambientate le avventure del ladro-gentiluomo Arsenio Lupin (la casa-museo dell’autore, Leblanc, è visitabile e gestita dalla nipote dello scrittore); 2) Qui ha vissuto Guy de Maupassant che ha definito perfettamente il nome onomatopeico della città, associandolo al rumore prodotto dai ciottoli delle sue spiagge quando vengono calpestati; 3) Qui si trovano grandi falesie bianche a picco sul mare, amate e dipinte dagli impressionisti.
Il piccolo centro è congestionato di persone ma sembra che tutti siano più interessati ai negozi e ai bar, perché la folla si dirada man mano che ci avviciniamo al mare. Si sta così bene sui ciottoli e il panorama è così rilassante che ne approfittiamo per sonnecchiare un po’ sdraiati al sole. Dopo le rituali foto, torniamo indietro e ci fermiamo a La Maison du Calvado per comprare magneti e caramello al burro salato (23.50 Euro).
Intorno alle 16:00 torniamo a Honfleur e prima di arrivare facciamo per la prima volta carburante (Diesel costo 1,345/L, spesa 51 Euro) e lasciamo la macchina nel grande parcheggio antistante il vecchio porto, dove con 4 Euro puoi sostare tutto il giorno.
A Honfleur comprendiamo meglio le meraviglie della Normandia: le ragioni per cui tanti artisti hanno amato e vissuto questi luoghi si ritrovano nella luce spettacolare che volge verso il tramonto. L’iconografia del vecchio porto è costituita dalle antiche case a graticcio che si riflettono sul mare in modo netto, e sembra di stare in un sogno nel momento in cui non ti rendi più conto di cosa sia reale e cosa no. Qui è nato Boudin, qui hanno dipinto Monet e Courbet, qui ha scritto e vissuto Charles Baudelaire. Qui c’è qualcosa di speciale, in un piccolo centro di 8000 anime a 200 chilometri dalla capitale. E questa sensazione di pace, di estasi ispiratrice si conferma anche estendendo il ragionamento all’intera Normandia: Prevert, Flaubert, Proust, Barthes, Queneau, Duras, Duchamp… oltre ai nomi già citati, tutti sono nati in Normandia oppure qui hanno vissuto o ambientato le loro opere: c’è una concentrazione tale di bellezza e cultura che si respira. E non è un caso che nel cuore di Honfleur, tra un creperie e una boulangerie che anche qui hanno cannibalizzato il centro, si possano trovare curatissime gallerie d’arte aperte e visitabili dove è possibile comprare una tela originale di Boudin.
Passeggiamo a lungo e ci perdiamo nel dedalo di viuzze del centro storico, fino ad arrivare al campanile-simbolo della città insolitamente distaccato dalla spettacolare chiesa di Santa Caterina. Costruita tutta in legno, resiste da oltre 500 anni e la navata principale riproduce un drakkar capovolto, l’antica nave da guerra vichinga.
Il nostro giro tra queste incredibili abitazioni del XVI secolo continua tra una degustazione di Calvados e un Poiré (un sidro molto leggero, a base di pera). Questa bevanda si trova solo in Normandia e quindi l’abbiamo comprato insieme a dei fantastici cioccolatini assortiti da Maison Georges Larnicol (15 Euro).
L’intenzione era quella di rientrare in hotel prima di cena, fare una pausa, andare nella SPA a rilassarsi un po’ dopo tanti spostamenti ma Honfleur ci ha rapito e trattenuto tra le sue strade fino a ora di cena. Sappiamo dove andare e al Petit Vasouyard ci aspettano: entriamo puntuali, prendiamo posto e ordiniamo da un menu che ormai conosciamo bene: filetto di manzo in salsa bernese con patatine fritte e un hamburger di salmone affumicato con uova, verdure e formaggio spalmabile. Per bere abbiamo bissato il vino di ieri e tutto è stato ancora buono, consigliato! (47 Euro).

Quanto abbiamo camminato oggi? 4,3 km

 

02/04 Honfleur – Giverny – Beauvais (225 km)

 

Questo è l’ultimo giorno on the road sulle strade della Normandia. Dopo quasi una settimana in giro è ora di riportare Puzzarella a casa, ci è stata molto utile ma il suo aroma non ci mancherà. A chi fosse interessato ai dati feticisti su consumi e costi per valutare un viaggio simile, dico che oltre il costo del noleggio di 157 Euro abbiamo speso 67 Euro di carburante per macinare 1031 chilometri (23 KM/L) e 33.80 Euro di pedaggi.
Lasciamo Honfleur con calma, dobbiamo raggiungere Giverny ma poco prima di arrivare ci infiliamo in un gigantesco Carrefour alle porte di Vernon: entriamo e ci trascorriamo un’ora. Signori, c’è poco da fare: andare in un supermercato per comprare alimenti locali, conviene. E qui in particolare visto che ci sono scaffali consacrati ai prodotti tipici di Normandia. Considerato che abbiamo spazio in valigia, decidiamo di prendere le ultime cose per la cena francese del ritorno e così nel nostro carrello finiscono: un Camembert di latte crudo, Pont l’Eveque (questi due, insieme al Livarot e al Neufchetel sono i formaggi per eccellenza della Normandia), un panetto di foie gras, un salame con noci, una bottiglia di Calvados, un barattolo di caramello al burro salato e un paio di baguette da farcire con formaggi spalmabili aromatizzati al miele e all’aglio e salame pave poivre già affettato (sul dorso di ogni fetta c’è del pepe). Ci aggiungiamo l’ultima scorta di acqua e andiamo alla cassa (40 Euro).
Le indicazioni che portano a Giverny sono chiare e le seguiamo per arrivare ai due grandi parcheggi gratuiti dove è obbligatorio lasciare la macchina per accedere in centro. Ma perché siamo finiti a Giverny, un villaggetto di 400 abitanti?
Facile, ne ho parlato tanto nei giorni scorsi e questo viaggio non poteva che finire qui: a casa di Claude Oscar Monet!
Il grande pittore ha vissuto qui dal 1883 fino alla sua morte, nel 1926, e noi abbiamo ripercorso le sue tracce in Normandia fin dentro il suo famoso giardino. Monet era (anche) un botanico e le famose ninfee da lui riprodotte in maniera quasi ossessiva, le curava personalmente nel suo giardino giapponese che ora è possibile visitare insieme alla casa.
Arriviamo in un buon momento: c’è il sole e il giardino è in fiore. L’ingresso ha di solito una lunga fila, che becchiamo anche noi, e costa 9.50 euro. Dopo aver visto gli interni, con il salone pieno di opere d’arte sue e di altri impressionisti, la stanza da letto, la cucina maiolicata e i corridoi valorizzati da quadri di pittori giapponesi che tanto lo affascinavano, usciamo per camminare tra glicini e azalee e dirigerci verso il famoso stagno.
Siamo dentro un suo quadro, ci sono i salici piangenti, i piccoli ponti curvi, il barchino nelle acque ferme… manca solo Monet con i suoi cavalletti fissati in serie per continuare a dipingere durante il giorno seguendo la luce del sole. Il vantaggio in più che ho avuto nel fare questa escursione me l’ha dato il libro che sto leggendo, ambientato proprio qui! (titolo nelle note finali).
La visita termina nel bookshop dove prendiamo gli ultimissimi souvenir: una tazza, un tagliere e ancora qualche sportina e magneti (28.30 Euro). Inutile specificare il tema di questi ultimi acquisti 😉
Bene, il viaggio in Normandia è praticamente finito. Quello che resta è solo cronaca, neanche esaltante: la riconsegna della macchina senza sblocco della caparra perché la ragazza di turno non sapeva farlo, un bus che non è passato senza che nessuno venisse a informare i poveri viaggiatori in attesa sotto la pioggia della soppressione della corsa. Siamo stati costretti al taxi (7 Euro) per raggiungere l’anonimo Inter Hotel City Beauvais per l’ultima notte. Quel genere di hotel che serve solo per dormire prima di un volo, più o meno la stessa funzione che ha Buffalo Grill, il ristorante dove consumiamo l’ultima cena non propriamente francese: bacon cheeseburger e panino con pollo fritto, con birra e coca. Be’, almeno stavolta il conto è da fast food! (27 Euro).
Che dire, questo itinerario in Normandia è stato appagante. Abbiamo fatto delle buone scelte, forse ci poteva stare una notte in più a Bayeux. Per tutto il resto è stato un gran bel viaggio, siamo sicuri che non dimenticheremo i colori, le luci, la pioggia della Normandia 😉

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 29,3 km

 

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Itinerari imperdibili in Bretagna e Normandia di Annalisa Porporato, completa di belle foto e disponibile su Amazon; Meridiani Normandia (N. 208 Ago/Sett 2012) disponibile su Amazon
Libro letto su Kindle: La settimana bianca di Emmanuel Carrère e Ninfee nere di Michel Bussi
In chiusura un ringraziamento speciale va alla mia migliore amica francese Sophie D. e ai suoi splendidi genitori che mi hanno dato consigli determinanti per organizzare questo viaggio in Normandia

Diario di viaggio: Sofia

by Luigi De Luca on 8 dicembre 2017

Sofia, Cattedrale di Aleksandr Nevskij

Sofia in una fotografia: la Cattedrale di Aleksandr Nevskij

Siamo tornati appena due mesi fa dal Giappone e già riprendiamo la strada per l’aeroporto. Ormai è una tradizione: a Dicembre ci piace visitare i mercatini di Natale, un po’ per l’atmosfera, un po’ per le decorazioni, un po’ per i regali ma soprattutto per il cibo di strada! 😉
Abbiamo iniziato da Parigi nel 2013 e negli anni successivi siamo stati a Porto, Bratislava, Vienna e Cracovia. Quest’anno tocca alla capitale della Bulgaria: Sofia stiamo arrivando!

01/12 Roma – Sofia

 

Era una sera d’agosto quando acquistammo il biglietto, faceva un caldo boia e l’offerta di Ryanair era fresca-fresca: appena pubblicata sul sito, abbiamo spuntato i biglietti di andata e ritorno con 38 Euro a testa. Ci siamo detti: noi compriamo, male che va la perdita è sostenibile. Ma alla fine non abbiamo perso niente perché con un po’ di organizzazione siamo riusciti a centrare l’obiettivo della partenza nelle date prenotate.
Oggi Agosto e il suo caldo boia sembrano lontani anni-luce, anche perché a quanto pare in Bulgaria ci aspettano temperature polari, pioggia e neve.
Lasciamo la macchina al solito parcheggio, prendiamo la navetta, andiamo dritti all’imbarco con i nostri bagagli a mano e alle 08:00 in punto l’aereo decolla. Dopo un’ora e cinquanta minuti atterriamo e per assecondare il mini fuso orario che troviamo in Bulgaria, spostiamo le lancette dell’orologio avanti di un’ora.
Superati i controlli dei documenti, seguiamo gli adesivi blu sul pavimento che portano fino alla metro. Non ci sono molte persone e alla prima colonnina per acquistare i biglietti ci fermiamo e usiamo la PostePay ricaricabile per la nostra prima transazione in terra bulgara. Non abbiamo ancora moneta locale e quindi usiamo il contactless della carta di debito e ritiriamo i tagliandi: facile, veloce, sicuro. Ah! I biglietti costano solo 80 cents!
A proposito di soldi, transazioni e cambi. Che moneta si usa in Bulgaria? Anche loro stanno per entrare nel mercato dell’Euro (pensateci bene!) ma nel momento in cui scrivo si usa ancora il Lev, quotato con un rapporto quasi di 1:2 con l’Euro (1.956). Quindi è molto facile fare i calcoli: per sapere quanto costano le cose basta dimezzare o raddoppiare le cifre. Per esempio: 50 Euro sono circa 100 Lev e 170 Lev sono circa 85 Euro.
Prendiamo la linea blu, pulita e puntuale, e dopo 20 minuti scendiamo alla fermata dell’Università, St Kliment Ohridski, e da qui ci spostiamo per raggiungere l’hotel. Purtroppo la pioggia condiziona subito i nostri movimenti  e come se non bastasse prendiamo l’uscita su una strada che ci fa allungare il cammino, ma di questo ce ne accorgeremo solo dopo aver capito meglio la topografia della zona e la nostra posizione. Siamo ancora mezzi addormentati e siamo indulgenti con noi stessi per non aver visto bene la mappa, c’è già la pioggia che ci sta punendo abbastanza. Per non disperdere altre energie facciamo una pausa per orientarci correttamente e ritirare 100 Lev (51.11 Eu) a un bancomat, poi restiamo sotto un portico a osservare i mucchi di neve agli angoli delle strade e nel Parco Dei Medici ma la speranza che smetta di piovere è un’illusione! La pioggia è incessante, quindi entriamo in un emporio, compriamo un ombrello e proseguiamo il cammino. Durante la marcia notiamo una cosa che sarà confermata nei giorni successivi: i marciapiedi di Sofia sono in pessime condizioni praticamente ovunque! Disconnessi, rotti, con stili, forme, materiali e colori diversi, un vero pasticcio! L’unica costante è la condizione d’insieme, decisamente disastrata. Facciamo un lungo slalom tra buche, pozzanghere e schizzi che partono dal basso quando metti il piede su una mattonella gonfiata dall’acqua, e con movimenti goffi che ricordano i concorrenti di Giochi Senza Frontiere, raggiungiamo finalmente il nostro Best Western Premier Collection CiTY Hotel. Ovviamente zuppi, noi e le valigie.
Stavolta non restiamo in hotel giusto il tempo di raccogliere un po’ di informazioni perché dobbiamo svuotare i trolley e mettere ad asciugare i vestiti. Solo dopo aver ridotto la camera come un accampamento di coloni mormoni torniamo nella hall, chiediamo di prenotarci un tavolo in un ristorante scelto per la cena, prendiamo due grandi ombrelli e iniziamo a scoprire la città.
Siamo in pieno centro e ci bastano pochi passi per trovarci davanti la maestosa cattedrale Aleksander Nevskij che però visiteremo domani con tutta calma, quindi proseguiamo fino alla chiesa russa di San Nicola con le sue guglie verdi e le cupole a cipolla. Entriamo con l’idea di ammirare mosaici come quelli visti durante il viaggio a San Pietroburgo ma dentro c’è una luce così fioca che a stento si riesce a vedere l’iconostasi di ceramica. La visita si conclude subito e riprendiamo a camminare lungo l’antistante strada gialla dello Zar, un pavimento acciottolato e dipinto di giallo che attraversa la città ed è il viale più importante di Sofia. Su questo elegante boulevard si affacciano ambasciate, musei, teatri e altri edifici istituzionali con imponenti facciate ottocentesche.
Dopo pochi minuti arriviamo al mercatino di Natale di Sofia, che loro definiscono “tedesco” e, complice la pioggia insistente, troviamo un’atmosfera dimessa e molto poco natalizia. Per quanto l’aria sia scura è ancora giorno, quindi le luminarie sono spente, pertanto decidiamo di dargli una seconda opportunità in un altro giorno: magari con il favore del buio e senza pioggia andrà meglio. Però prima di andar via facciamo uno spuntino e ci fermiamo in un paio di chalet per mangiare un panino con bockwurst (salsiccia di maiale, vitello, pepe e paprika) e una fetta di pane tostato con Raclette, un formaggio svizzero che viene fuso prima di essere servito (10 Lev, 5.10 Eu).
Riprendiamo il viale dello zar fino al grande slargo del Palazzo Presidenziale, in Plostad Nezavisimost. Qui si concentrano i principali palazzi governativi con facciate in stile realsocialista, tra cui spicca l’ex sede del Partito Comunista che dopo la caduta del muro ha sostituito il simbolo della falce e martello con il vessillo bulgaro ma ancora si nota il calco lasciato dal precedente fregio. La storia non si cancella mai completamente 😉
Per importanza storica e politica segnalo anche l’edificio del Museo Archeologico Nazionale e quello assegnato alla massima carica statale, presidiato da guardie in alta uniforme. Bisogna entrare proprio nel portico del Palazzo Presidenziale per visitare uno dei luoghi-simbolo di Sofia e dell’intera Bulgaria: la Rotonda di San Giorgio. Questa antica costruzione in mattoni rossi risale all’epoca romana ed è considerata quella meglio conservata della capitale. Con i suoi 1700 anni di storia, questa basilica eretta ai tempi di Costantino ha superato tutte le fasi della travagliata storia bulgara: terremoti, unni, visigoti, turchi, cambi d’identità, crolli e ricostruzioni, abbandoni e recuperi oggi sono tutti raccolti sotto la sua cupola.
Dopo la visita optiamo per continuare la nostra passeggiata al coperto, anche perché il meteo continua a essere avverso, quindi raggiungiamo il vicino mercato centrale Hali, posto proprio davanti ad altri due edifici importanti: la moschea di Banya Bashi e le terme municipali di Sofia. Entrambi hanno bellissimi giardini pubblici e fontane zampillanti ma… l’ho già detto che piove?! 😉
Il mercato coperto è una salvezza, pieno di botteghe artigiane, offre tutto: souvenir, cibo, accessori, abbigliamento. Sono tre piani e si trovano tante cose interessanti, per esempio nel livello inferiore c’è una rivendita di vestiti usati, vintage, fuori produzione che viene smaltita a peso. Ci sono le tariffe esposte in base alla categoria (maglioni, camicie, cappotti) e l’unità di misura (etti o chili), vicino le casse si pesano i capi e si paga l’importo esattamente come si fa dal fruttivendolo.
Facciamo solo un sopralluogo per orientarci sulle cose in vendita e i prezzi, poi una volta scoperto che è aperto ogni giorno fino alle 20:30, torniamo in strada e prendiamo il tram 22 fino al teatro dell’Opera. Da qui proseguiamo a piedi per andare a cena ma prima facciamo tappa da Beer Bar Corona per un aperitivo a base di birre bulgare: una Staropramen bionda e una scura, accompagnate da patatine fritte fatte in casa (9.50 Lev, 4.85 Eu).
Finalmente è ora di spostarci da Staria Chinar, circa 50 metri più avanti. Il locale è in un vicoletto, molto bello all’interno, con arredamento rustico, teschi di selvaggina alle pareti, mensole in legno intarsiate e parquet. Ci portano a un tavolo nel semi interrato, di fianco a una cantina ben fornita e scenograficamente illuminata. Svegli dalle 4:00 del mattino, siamo decisamente stanchi e affamati e viviamo il momento dell’ordine come un rituale sacro: con estrema devozione scegliamo agnello cotto al forno “secondo l’antica ricetta bulgara”, polpette di stinco di maiale e salsiccia di selvaggina fatta in casa. Da bere birra bulgara Zagorka e acqua per una spesa finale di 48.10 Lev (24.60 Eu).
Buona cena, ottimo conto, non ci resta che smaltire la scorpacciata tornando a piedi verso l’hotel, con i nostri ombrelli. Dobbiamo recuperare forze ché domani sarà una lunga giornata e speriamo che la pioggia ci dia tregua! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,9 km

02/12 Sofia

 

La giornata inizia nel modo che preferiamo, cioè con una colazione di altissimo livello. Ambiente caldo, ben arredato e una vasta scelta di dolce e salato. Sul nostro tavolo finiscono salumi, formaggi, crepes con marmellata di mirtilli e miele, un bell’assortimento di pasticceria con croissant, donuts, rotelle di pasta sfoglia che ormai conosciamo come una cifra stilistica di BW visto che le abbiamo trovate in tutti gli alberghi della catena da New York a… Bologna! E infine un dolcetto tipico bulgaro molto buono, banitza, un piccolo cannolo di pasta sfoglia..l
Con un pieno calorico ed energetico così, siamo pronti ad affrontare l’itinerario che abbiamo preparato per oggi. Prima, però, scegliamo il ristorante per cena e lo facciamo prenotare in reception: operazione consigliata perché il sabato sera si riempiono facilmente tutti i locali e difatti la nostra prima scelta non aveva disponibilità e abbiamo dovuto attuare il piano B.
La nostra passeggiata artistica parte dalla vicina chiesa di Santa Sofia, il più antico tempio ortodosso della città che ha dato il nome alla capitale della Bulgaria. La chiesa intitolata alla Sapienza di Dio ha una storia lunghissima, iniziata sul cimitero dell’antica Serdica, ed è stata protagonista di tutte le fasi più importanti della storia bulgara, tanto che dalla necropoli all’edificio odierno è passata attraverso così tanti scenari e destinazioni d’uso che pare essere costruita a strati. Il nuovo non ha mai definitivamente cancellato il precedente e tutto si è rimescolato in un’armoniosa struttura. All’esterno è ancora visibile la campana appesa a un albero usata quando ancora non era stato costruito il campanile.
All’interno troviamo una commemorazione di defunti, si mangia e si beve con le foto dei cari estinti sul tavolo e uno è particolarmente “partecipe”: nel ritratto ha grandi occhiali da sole, sorrisone e boccale di birra in primo piano, come a brindare con gli amici e i parenti venuti per lui. Le persone sono a proprio agio, parlano e sono soprattutto i senzatetto a beneficiare di questa occasione per mettere sotto i (pochi) denti qualcosa di consistente.
Da qui ci spostiamo finalmente verso l’adiacente cattedrale Nevskij che è sicuramente l’immagine iconografica che meglio rappresenta Sofia nel mondo. L’edificio può apparire esile dalla sua facciata principale mentre è nella parte posteriore che esplode tutta la selva di cupole accatastate per cui è nota: proprio così, ci rendiamo conto solo ora che nell’immaginario comune tutti conoscono il retro della chiesa e non il suo ingresso!
La zona è semi-pedonale per cui si riescono a fare foto decenti senza essere disturbati da macchine di passaggio, all’interno della chiesa sono due le caratteristiche a farla da padrone: la semi-oscurità e lo zelo dei custodi che impediscono di scattare foto (a meno di non avere il ticket che autorizza l’uso della macchina fotografica senza flash per la modica cifra di 10 Lev, 5 Eu). Le dimensioni sono imponenti, può contenere 7.000 persone e la sommità campanaria misura 50 metri, ma la sua storia è recente visto che la fine dei lavori di costruzione risale agli inizi del ‘900. Lo spessore del tempo è stato aggiunto all’interno grazie alla traslazione di importante icone russe e reliquie di santi.
Al termine della visita ritroviamo la nostra amica pioggia che non promette nulla di buono, quindi rientriamo in hotel per asciugarci un po’ e studiare meglio le prossime tappe. Purtroppo ci rendiamo conto che dobbiamo fare i conti con il meteo, c’è poco da fare: siccome piove e continuerà a piovere, stabiliamo definitivamente che questo è il viaggio più piovoso di sempre 😳
A questo punto va aggiunta un’altra considerazione: non soffriamo molto queste limitazioni al movimento e il tempo perso a causa della pioggia perché, a essere onesti, a Sofia non c’è molto da vedere e in un weekend lungo si riesce a organizzare le visite, le pause, lo shopping, ecc… senza ansie e senza correre come pazzi da una parte all’altra per arrivare in tempo e “vedere tutto”. Ecco, non è quel genere di città che ti costringe a marce forzate pur di concentrare il massimo nel tempo a disposizione. Qui è il contrario: hai il tempo e devi diluire le visite 😉
Anzi, noi siamo venuti addirittura con l’intenzione di dedicare uno dei tre giorni alla visita del monastero di Rila, a circa 70 km da Sofia, ma dobbiamo rinunciare proprio a causa del meteo avverso!
Recuperati due grandi ombrelli, riprendiamo la strada e torniamo nel grande slargo al centro di Sofia, stavolta per ammirare i resti dell’antica Serdica emersi durante i recenti lavori di ampliamento della metropolitana e la colonna con la statua di Sofia, bruttina a dire il vero, che dovrebbe rappresentare l’identità della città. Scendiamo nel sottopasso e passeggiamo per le strade di questo importante insediamento romano tornato alla luce da pochissimi anni, l’inaugurazione del complesso è avvenuta ad aprile 2016. Ci sono cartelli che indicano le arterie principali, le abitazioni, gli uffici dei notabili, il complesso è in parte all’aperto e in parte conservato all’interno di strutture private come l’hotel Arena di Serdica che conserva le rovine dell’anfiteatro o il mercato Hali che custodisce i resti un bagno termale e le mura della fortezza. Terminiamo la visita del sottopassso sfilando davanti all’antica chiesa ortodossa Santa Petka Smardzijska (detta “dei sellai”) del XV secolo e riemergiamo proprio di fronte Sveta Nedelja, chiesa ortodossa in stile bizantino che per noi è la più bella di tutte. L’interno è illuminato bene e finalmente riusciamo a vedere chiaramente i grandi affreschi che decorano le pareti e i colori sgargianti che si mescolano con gli ori delle icone.
Il sagrato di questa chiesa interseca l’inizio di Vitosha Boulevard, una lunga strada pedonale piena di negozi e locali che è considerata la principale via dello shopping cittadino. Passeggiamo lentamente e visitiamo molti negozi dove iniziamo a fare le prima compere, soprattutto i prodotti di bellezza a base di rose che hanno una tradizione storica in Bulgaria. Quindi oltre alle immancabili calamite mettiamo nello zaino anche le prime saponette e creme per il viso. Il viale è lungo, le decorazioni natalizie sono accese, il clima è freddo al punto giusto eppure l’atmosfera non riesce a decollare. L’unica cosa che rianima un po’ lo spirito natalizio è un sacchetto di frutta secca che mette in moto le nostre mascelle e ci prepara all’ultimo spostamento, un po’ in periferia, per raggiungere il ristorante prenotato: Pod Lipite.
Prendiamo la metro, scendiamo alla fermata dello stadio Levski e raggiungiamo a piedi il locale. Si conferma un po’ isolato e non troppo evidente dalla strada ma all’interno ci accoglie un ambiente caldo e soprattutto strapieno di gente. A quanto pare alle 20:00 aspettavano solo noi e per farci accomodare attraversiamo diverse sale, tutte piene e arredate in stile campagnolo, con attrezzi agricoli appesi alle pareti, camini e un grande braciere dove arrostiscono carne. Pavimento, tavoli, sedie, travi a vista, tutto è in legno. Notiamo che c’è qualche gruppo di turisti ma soprattutto ci sono bulgari, persone del posto, quindi sembra un’ottima scelta. Mentre scegliamo cosa cenare da un menu pressoché infinito, arrivano due coppie con costumi tradizionali e iniziano a ballare tra i tavoli, accompagnati da due musicisti e una cantante, cercando il coinvolgimento del pubblico. C’è un casino infernale ma dura una decina di minuti, poi si spostano nelle altre sale e torniamo a concentrarci sull’ordinazione. Iniziamo con un antipasto a base di formaggio di capra a cubetti, marinato con erbe fresche e accompagnato da rakia, un distillato tipico, molto forte. Le portate principali sono un arrosto di cosciotto di vitello al forno con bacon, carote, aglio e patate al forno; e uno shashlic di pollo da mezzo chilo con verdure grigliate, molto scenografico perché portano a tavola uno spadone enorme con tutta la carne arrostita infilzata che un cameriere ci sgrana direttamente nel piatto. Da bere ordiniamo acqua, un calice di vino rosso e birra Shumensko Special per una spesa finale di 58.40 Lev (29.90 Eu). Tutto buono ma niente di memorabile, siamo dell’idea che è stata meglio la cena di ieri: la legge del “sabato sera meglio mangiare a casa”, vale anche in Bulgaria 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 8.2 km

03/12 Sofia

 

Le cose più importanti da vedere le abbiamo viste, la gita fuoriporta è saltata a causa del meteo che anche oggi non sarà clemente, cosa facciamo l’ultimo giorno a Sofia? Facile, shopping!
Iniziamo con la consueta colazione abbondante e poi ci dirigiamo verso il Mall of Sofia, il più grande centro commerciale nel cuore della città. Per arrivarci percorriamo nuove strade, vediamo zone residenziali e piazze frequentate, tra queste anche plostad Garibaldi, intitolata proprio al nostro Eroe dei due mondi e inaugurata pochi anni fa da Silvio Berlusconi, sempre lui! Berlusconi ovunque! 😀
Il centro commerciale è pieno di negozi e di persone che fanno compere. Noi facciamo un giro di perlustrazione e poi finiamo nel supermercato per comprare un po’ di schifezze e qualche succo di frutta. Mentre vaghiamo per i corridoi scaffalati immaginiamo cosa deve essere stato l’impatto del consumismo su una società che meno di 30 anni fa non aveva tale abbondanza di scelta.
Ovviamente all’esterno troviamo ancora la pioggia sulla strada per tornare in centro ma la destinazione finale ci conforta: ci aspetta il mercato coperto di Hali perché è qui che faremo la gran parte delle compere. Dopo aver confrontato il mall e la principale via dello shopping, abbiamo individuato punti di forza e debolezze di ognuno. Al mercato costa tutto meno, quindi conviene fare qui scorta di souvenir.
C’è uno stand dedicato ai prodotti a base di rosa e ne compriamo altri, poi passiamo alle spezie, in particolare la chubritza (in italiano è la santoreggia) e un mix bulgaro conosciuto come sharena sol (sale colorato) che viene venduto in contenitori di vetro dove gli strati sovrapposti di sale, paprika, pepe e altre spezie formano figure colorate. Prima di andar via non ci facciamo scappare un paio di tisane sfuse. Per le t-shirt invece andiamo nei negozi del sottopasso della metro Serdica perché sono gli unici che hanno una scelta ampia, ma per il resto non conviene affatto comprare da loro.
Finito il nostro shopping torniamo al mercatino di Natale per dargli la seconda chance che gli avevamo promesso, ed effettivamente abbiamo fatto bene perché lo troviamo finalmente pieno di persone, con le luminarie accese e un palco con il classico Babbo Natale sul trono e i bambini che recitano le poesie imparate a scuola per ricevere in cambio un dono. Finalmente abbiamo trovato un po’ di Natale a Sofia! 😉
Anche noi ci facciamo il nostro regalo: un bel panino con il salmone affumicato, insalata e salsa tartara. Dopo questo aperitivo di strada, rientriamo in hotel a scaricare la soma con gli acquisti fatti e poi torniamo verso Vitosha Boulevard e il Palazzo di Giustizia perché sarà nei paraggi che ceneremo stasera. La scelta è caduta su MOMA – Bulgarian Food e Wine, un ristorante di grande atmosfera, in una tipica casa bulgara, che vuole mostrare e diffondere la cultura, il cibo e le bellezze locali. Le sale sono divise su tre piani, corrispondenti a tre ambienti reali dell’abitazione originaria e sui muri ci sono grandi ritratti di ragazze bulgare con abiti e acconciature tradizionali. L’idea e la struttura ci ricordano molto il ristorante dove cenammo durante il viaggio ad Amsterdam. Continuiamo la nostra scoperta della gastronomia bulgara e ordiniamo Game Kavarma, uno spezzatino di cervo, vitello e maiale con cipolle, verdure e spezie servito all’interno di una pagnotta; un paio di polpette di vitello e di agnello, cotte arrosto, poi birra Staropramen e Coca Cola. Qui il conto è addirittura sotto ogni aspettativa, solo 36.68 Lev (18.80 Eu).
Ok, ora abbiamo proprio finito! Non ci resta che tornare in hotel (sotto la pioggia, ovvio) e preparare la valigia perché domani si parte presto per l’aeroporto.
Bilancio finale? Non dirò mai ad altri viaggiatori: non ci andate! Però se non ci sono stato finora, solo andandoci ho capito perché ho sempre rimandato. Diciamo che in Europa c’è molto da visitare prima di Sofia e io ho fatto così. Ho aspettato l’occasione giusta, un biglietto aereo a/r a meno di 40 Euro, e il momento giusto, il periodo natalizio. E con questi presupposti credo sia stata una buona decisione.
Servono altri motivi per visitare Sofia? Va bene: si mangia benissimo e costa molto poco. Avanti! 😉

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 25,9 km

Note
Hotel prenotato su Booking
Guida di riferimento: Sofia e dintorni di Simonetta Di Zanutto, completa e ben scritta. Disponibile su Amazon
Libro letto su Kindle: Il bar delle grandi speranze di J.R. Moehringer

Diario di viaggio in Giappone: Tokyo, Kansai e Kyoto

by Luigi De Luca on 14 ottobre 2017

Storia, cultura, natura, spiritualità: quattro immagini dal Giappone

Il Grande Buddha di Nara, le cascate di Nachi, il Kumano Kodo e la Pagoda d’Oro di Kyoto

Questo viaggio in Giappone è stato molto desiderato e ha richiesto tempo e applicazione per essere organizzato bene.
Ci sono voluti mesi per incastrare tutto: date, luoghi, mezzi di trasporto, ecc…In fase di preparazione abbiamo raccolto così tante informazioni che ho scritto un post più specifico, dedicato a chi intende organizzare un viaggio in Giappone senza agenzie.
In questo modo il reportage che segue resta focalizzato sul vero e proprio viaggio in Giappone, alla scoperta delle metropoli Tokyo e Kyoto, e della penisola del Kansai con i suoi villaggi termali, le cascate di Nachi, il mare di Shirahama e i sentieri sacri del Kumano Kodo. Buona lettura!

21/22-09 Roma-Tokyo

 

Partiamo da Gaeta alle 7:30 e tutto procede regolare fino al parcheggio lunga sosta Altaquota2 (40 Eu per 15 giorni).
Il volo l’ho acquistato sul portale viaggi American Express l’1 maggio a 521 Euro con Cathay Pacific: partenza da Roma FCO alle 13:50 e arrivo a Hong Kong dopo 11.5 ore. Due ore di scalo e poi di nuovo a bordo di un altro aereo per le ultime 4 ore di volo. L’atterraggio è previsto all’aeroporto Haneda di Tokyo, meglio del Narita perché molto più vicino al centro (10/15 chilometri invece di 60). I nostri bagagli, con franchigia fino a 30 chili, sono stati imbarcati a Roma e li ritireremo direttamente nella capitale nipponica.

Sul viaggio non c’è molto da dire: il decollo è puntuale e l’aereo dotato di tutti i comfort. Ogni posto ha il suo schermo touch con un vasto palinsesto di intrattenimento, telecamere esterne e mappa interattiva del viaggio. Ho creato una playlist con 5 film, iniziata con la visione dell’angosciante 127 Ore e proseguita con Allied e Jack Reacher. Per quanto riguarda l’ultimo titolo non sono interessato al film in sé, ma durante l’estate ho letto due libri di questa serie di Lee Child e sono curioso, visto che non andrò a vederlo al cinema. Un filmaccio… (al ritorno un passabile Sicario con Benicio del Toro, Passengers – che mi conferma che la fantascienza non fa per me – e per finire un orrendo John Wick 2 con Keanu Reeves e – udite udite! – Riccardo Scamarcio).

La mia teledipendenza viene interrotta solo dal pranzo ospedaliero dopo 3 ore di volo: una spigola di gomma, insalata di pollo e gelato al cioccolato. Neanche Pupo poteva pensare ad abbinamenti così perversi. Per fortuna durante il viaggio ci sono snack e bevande gratuite al centro dell’aereo, così ne approfitto a più riprese per sgranchire le gambe e fare rifornimenti di porcherie.

Diretti a est inseguiamo diverse albe e la luce del giorno si stabilizza solo con l’arrivo a Hong Kong. A bordo abbiamo letto i nostri libri rigorosamente a tema nipponico e definito meglio l’itinerario da seguire a Tokyo. Quando manca poco all’atterraggio faccio partire gli highlights di tutti i gol della Champions League 2016/17. Sul 4-1 di Barcellona-Juve “è finita” la nostra prima tappa.

A Hong Kong assistiamo a un fortissimo temporale che probabilmente è la causa del ritardo di circa un’ora con cui partirà il nostro aereo, ci è sembrato un fenomeno tipicamente tropicale perché in un attimo le colline verdi e i grattacieli che caratterizzano lo skyline sono spariti alla vista avvolti da nubi nere, poi si è abbattuto il nubifragio, potente e rapido. Anche sul secondo aereo troviamo film in italiano e una colazione inglese su cui è meglio… sorvolare, appunto! 😉

Finalmente è tempo di atterrare definitivamente e mettersi in fila per superare il controllo passaporto, ricevere il nostro visto gratuito per tre mesi e ritirare il bagaglio che già è stato scaricato dal nastro. Siamo finalmente pronti ad andare in albergo e per farlo seguiamo le indicazioni che portano alla Tokyo Monorail, compriamo i biglietti alla biglietteria automatica (1260 Yen, 9.50 Eu) e saliamo a bordo di un treno che ci lascerà alla fermata Hamamatschuko. Da qui passiamo sulla JR Yamanote fino alla fermata Tamachi. In totale un tragitto di 30 minuti che finisce a circa 300 metri dal nostro Hotel Villa Fontaine Tokyo-Tamachi.

Come abbiamo fatto a comprare subito i biglietti della metro? Semplice: abbiamo cambiato i soldi in Italia!  Conviene sempre partire già muniti di qualche moneta locale, sia per questioni pratiche sia di convenienza, per questo abbiamo prenotato alle Poste 80.000 Yen, pari a 626 Euro con un tasso di cambio di 127.62 Yen per Euro (+ 6 Euro di commissione).

Dopo le operazioni del check-in usciamo per vedere il tempio di Sengaku-ji che ospita le tombe dei 47 Ronin, i samurai senza padrone che entrarono nella leggenda e nelle sale cinematografiche capitanati da Keanu Reeves. Si trova vicino al nostro albergo e durante il tragitto per raggiungerlo incrociamo la strada con l’enorme Tokyo Tower, una brutta copia della Torre Eiffel alta 333 metri, tutta bianca e arancione. Piove e fa molto caldo, raggiungiamo il tempio pochi minuti prima della chiusura, quindi facciamo un giro rapido ma è sufficiente perché è molto piccolo e siamo sicuri che Tokyo ha tanto altro da mostrare.

Volevamo solo sgranchire le gambe dopo le 18 ore di viaggio e le 7 di fuso orario ma la stanchezza si fa sentire, ce ne accorgiamo dopo esserci spostati nella stazione centrale per convertire il voucher del JR Pass e toglierci il pensiero: una missione che purtroppo non portiamo a termine perché ho con me solo la carta d’identità, mentre è necessario il passaporto con il visto per procedere. Peccato! Ci toccherà tornare…

Ormai siamo sul posto e ne approfittiamo per esplorare il piano sotterraneo della gigantesca stazione, quasi interamente dedicato alla gastronomia. Proviamo a orientarci con una piantina tra le decine e decine di locali affollati in quanto è venerdì sera e i giapponesi si danno alla pazza gioia. C’è l’imbarazzo della scelta tra profumi, colori e una grande varietà di cibo a disposizione. Nonostante sia il loro scopo principale, le famose pietanze finte riprodotte perfettamente nelle vetrine di tutti i locali ci lasciano perplessi. Noi di solito siamo già scettici sui ristoranti che mostrano le foto delle proprie portate ma qui siamo addirittura al formato 3D! E per quanto sia una cosa molto comune, su di noi l’effetto è inverso: dovrebbe aiutarci a scegliere ma contribuisce a confondere le idee.

Alla fine, dopo aver visto mucchi di plastica a forma di cibo, entriamo da Create Restaurant che ci sembra caratteristico e ha una rapida fila all’esterno con giapponesi in attesa. Risulterà un’illusione, forse abbiamo scelto male perché stanchi e una volta dentro si confermeranno le sensazioni negative: sarà qui che faremo la cena peggiore di tutto il viaggio! Abbiamo ordinato omelette con maiale che poi altro non era che una poltiglia di carne in scatola avvolta in una frittata, spiedini di maiale e cipolle fritti, dove le cipolle erano decisamente più della carne, ravioli jyoza con pepe rosso di Okinawa, e chow mein Okinawa style in salsa di soia, bollenti come l’inferno ma passabili. Spendiamo 4016 (30 euro) ma come per tutte le cose fatte oggi… domani andrà sicuramente meglio!

Quanto abbiamo camminato oggi? 10,8 km

 

23/09 Tokyo

 

 

In piedi alle 8:00, facciamo una ricca colazione dolce e salata e siamo subito in strada per iniziare a esplorare Tokyo.

Ha finalmente smesso di piovere e ci avviamo verso la fermata della metro per andare al mercato del pesce. Sicuramente non parteciperemo alla famosa asta del tonno perché l’accesso è permesso solo su prenotazione e senza alcuna certezza, nel senso che in base ai periodi e alla disciplina dei turisti decidono i giorni di apertura e di chiusura al pubblico. In più il personale dell’hotel ci ha detto che il mercato la domenica è chiuso, e difatti sarà così, ma noi andiamo lo stesso. Una nota importante: sulla guida del 2016 abbiamo trovato scritto che il mercato si sarebbe trasferito a Dicembre di quell’anno in un’altra zona ma probabilmente qualcosa è andato storto durante i lavori perché sono in ritardo e a Settembre 2017 il mercato è ancora nella sede storica di Tsukiji.

Il quartiere prendere il nome dallo Tsukijihongangji Temple che visitiamo prima di girovagare tra i tanti negozi che vendono cibo di strada. Ci esercitiamo con il rituale scintoista per una preghiera, che qui è del tutto simile all’espressione di un desiderio: si prende con due mani la corda con cui suonare la campana, si battono due volte le mani per attirare l’attenzione della divinità, si fanno due rapidi inchini, ci si raccoglie velocemente con le mani giunte e si va via con un inchino più profondo. Ma la prima cosa da fare è gettare una moneta nella cassetta delle offerte 😉

Dopo questo assaggio di spiritualità ci dedichiamo agli assaggi veri e propri, e passiamo in rassegna una moltitudine di bancarelle sgranocchiando seppie panate e fritte, mandorle tostate, fagioli neri… Grazie a questo perfetto movimento sincronizzato di mascelle e gambe raggiungiamo il vicino quartiere di Ginza, la strada-vetrina di Tokyo. Una sorta di Fifth Avenue per New York o gli Champs-Élysées di Parigi: un viale ampio, lungo, contornato da palazzi enormi e tirati a lucido, gente a passeggio e ovviamente tutte le grandi firme della moda.

Fuori una gastronomia troviamo un capannello di persone eccitate intorno al pupazzo animato di Gunma Chan, il simbolo dell’omonima prefettura che nel 2014 ha vinto il concorso della miglior mascotte giapponese. Si vede che la sua popolarità non è scemata nel tempo perché è pieno di persone che scattano foto e lo abbracciano. Ce ne sono sicuramente più da lui che davanti all’imponente facciata del teatro Kabuki-za, e anche noi ci facciamo sedurre dal cavallino giapponese, soprattutto perché non abbiamo 4 ore a disposizione per assistere a uno spettacolo tradizionale! Quindi scattiamo qualche foto e poi visto che è sabato ci godiamo il cuore del quartiere – all’incrocio tra Chuo-dori e Harumi dori – che in occasione del week end diventa inaccessibile al traffico nella prima strada e si trasforma in quello che gli abitanti di Tokyo chiamano “il paradiso dei pedoni”.

Da qui torniamo in stazione e alle 13:30 siamo finalmente allo sportello per cambiare il voucher del JR Pass, stavolta abbiamo i documenti giusti e prenotiamo i posti a sedere su tutti i treni che prenderemo nei giorni successivi.
Da notare! Tutti le rotte, le coincidenze, gli orari e i calcoli che avevamo fatto per gli spostamenti interni si sono rivelati esatti e anche in biglietteria ce li hanno confermati come i migliori possibili. Abbiamo usato il sito NAVITIME Travel e la relativa applicazione per smartphone. Molto meglio del più citato Hyperdia che dà anch’esso risultati esatti ma in quanto a grafica e usabilità sta qualche passo indietro.

Dopo il dovere torna il piacere e ci spostiamo verso la nostra prossima tappa, quindi dalla stazione prendiamo la Yamanote fino a Komagone per visitare Rikugien Garden, uno dei giardini più belli di Tokyo.
A questo punto è bene aprire una parentesi su come spostarsi a Tokyo: nelle stazioni delle metro (ci sono diverse compagnie che coprono la città) bisogna fare attenzione e guardare bene i tabelloni informativi per prendere i treni e le direzioni giuste, perché sono solitamente divisi per colore e numeri – che distinguono le varie linee – e le fermate riportano la tariffa necessaria per raggiungerle dalla stazione in cui siete, dettaglio molto utile da sapere prima di acquistare il biglietto giusto. Ci vuole un po’ di esercizio, anche perché questi tabelloni non sempre hanno la versione con caratteri occidentali e quando non c’è, non bisogna farsi prendere dal panico: basta guardarli qualche istante come degli ebeti e subito si avvicina qualcuno per dare aiuto. Ci è successo in diverse occasioni e abbiamo sempre accettato volentieri il soccorso dei giapponesi, anche quando avevamo le idee chiare sul da farsi: sono gentilissimi e ci dispiaceva rifiutare gesti così spontanei, che sicuramente – considerata la loro sobrietà e discrezione – gli costa qualche strappo al proprio senso del pudore, decisamente ancora sviluppato rispetto ai nostri standard attuali.

Torniamo ai giardini Rikugien. Anzi prima di entrare ci fermiamo a fare uno spuntino con un enorme raviolo al vapore ripieno di carne di maiale e uno spiedino di pollo. L’ingresso costa 300 Yen (2.30 Eu) e la passeggiata è molto piacevole: piantina del parco alla mano ci inoltriamo nei vari sentieri che risalgono agli inizi del ‘700 e non sembra proprio di essere nel cuore di una metropoli gigantesca. La vegetazione è brillante, le aiuole curate, i ponti di pietra, le cascate, le carpe colorate e le tartarughe ci proiettano in uno scenario tipicamente giapponese: stavolta non stiamo guardando una foto, ci siamo dentro! Il grande laghetto centrale e la casa da the, offrono scorci molto suggestivi e quando usciamo siamo pronti a gettarci  nella grande mischia di Akihabara. Sono le 17:00, il sole inizia a calare ed è il momento perfetto per trasferirsi nel “quartiere elettrico” di Tokyo, celebre per la concentrazione di cosplayer e appassionati di manga e anime.

Già alla stazione della metro troviamo dei chiari segnali: nell’atrio ci sono decine e decine di distributori meccanici di giocattoli. Di quelli che ci metti un moneta, giri la maniglia e ti cacciano fuori una pallina con sorpresa. Di solito da noi si trovano in qualche bar, nei lidi, mentre in Giappone sono quasi ovunque e in quantità enormi. La cosa bella è che sono prese d’assalto dagli adulti e non dai bambini, come normalmente siamo abituati a vedere da noi. Ragazzi e ragazze aprono decine di palline alla ricerca soprattutto di action figures e vediamo scene di esultanza o delusione; in entrambi i casi mi piace l’idea che riescono a provare emozioni fanciullesche senza sentirsi ridicoli. Pascoli sarebbe orgoglioso di loro 😉

Una volta in strada veniamo bombardati da musica, colori, luci, voci, megafoni, un assalto sensoriale che ti lascia un po’ spiazzato. Vediamo sfilare qualche pittoresco protagonista di queste subculture metropolitane derivate dal mondo dei cartoni animati e dei fumetti, e facciamo la conoscenza delle sale Pachinko: un gioco d’azzardo molto popolare, concentrato in ambienti talmente incasinati e rumorosi che un casino di Las Vegas in confronto è un’oasi di pace. Dentro abbiamo visto quasi esclusivamente uomini alienati e intontiti, che fumavano e bevevano con gli occhi puntati solo sulla propria macchinetta; centinaia di persone una attaccata all’altra, come polli in batteria, senza alcuna interazione tra loro.

Dopo questa scena è necessario ritrovare un po’ di equilibro e quindi ci spostiamo verso il quartiere Asakusa per visitare il celebre tempio buddhista di Senso-ji. Visto che ci arriviamo in metro, approfitto per un’altra nota importante: le uscite sono sempre indicate in giallo e sarebbe utile conoscere in anticipo l’uscita migliore da prendere. Per esempio tante guide o pubblicità, quando indicano un luogo, riportano sempre la fermata della metro e la relativa uscita, così che le persone possano orientarsi correttamente e salire in superficie dalla parte giusta.

Senso-ji ̬ meraviglioso, una delle attrazioni di Tokyo da non perdere. Dedicato a Kannon ̬ celebre per la sua pagoda a cinque piani alta 55 metri e per noi rappresenta una perfetta introduzione al sincretismo: un concetto che vedremo ben espresso praticamente in tutti i luoghi sacri e che Рsintetizzando molto prosaicamente Рconsiste in una pacifica convivenza dei maggiori culti religiosi del Paese. Scintoismo e Buddhismo in Giappone non si fanno la guerra, anzi convivono molto spesso negli stessi spazi e i loro templi condividono altrettanto di frequente gli stessi giardini.

Anche qui seguiamo un rituale molto in uso e molto rumoroso: agitiamo un pesante bussolotto di ferro pieno di legnetti numerati, ne tiriamo fuori uno e cerchiamo la cifra corrispondente su una serie di cassetti all’interno dei quali ogni partecipante trova il suo destino. Federica ha estratto il numero 12, quello più fortunato e alcuni giapponesi ci aiutano a tradurre il biglietto e si complimentano con noi. E se la sorte non è benevola? Niente paura, può succedere che i bigliettini siano negativi ma basta annodare il foglio sugli appositi espositori e ci penseranno i monaci a pregare per purificare la sorte avversa.

La visita serale è piacevole perché le strutture sono ben illuminate e, visto il grande numero di bancarelle chiuse, immaginiamo che durante il giorno sia molto caotico in quanto è il tempio più visitato di Tokyo. All’uscita abbiamo chiesto a una coppia giapponese di scattarci qualche foto e – toh! – lei ha lavorato in Italia per tre anni, per cui ha abbiamo parlato un po’ ed era molto incuriosita dal nostro viaggio e dal nostro profilo Instagram Handmade Travel.

Dopo un selfie di buon ricordo tutti e quattro insieme, ognuno è tornato sulla sua strada e la nostra ci ha portato dritti da Sushi Zanmai dove non è necessario spiegare cosa si mangia. Ci sediamo al banco di fronte ai sushi master e facciamo la nostra ordinazione compilando da soli un foglietto che riporta le voci del menù, accanto alle quali va messo un segno di spunta e la quantità di pezzi. La nostra scelta ricade su quattro set di maki da sei pezzi (uno di tonno, due con gambero e cetrioli, uno con capesante e cetrioli), poi coppie di nigiri di bonito, tonno rosso, gambero bollito, red snapper (parente lontano del dentice) e sei immancabili pezzi al salmone. Tutto accompagnato da birra e sakè freddo, per una spesa finale di 5127 Yen (38 Eu).

Torniamo per la prima volta in hotel con la metro al posto della Yamanote Line, scendiamo a Mita e raggiungiamo l’hotel a piedi con un’ultima passeggiata. Poi resta giusto il tempo per una doccia e una conferma importante su miti e leggende giapponesi: è tutto vero! Nei bagni, dall’aeroporto all’hotel, dalle stazioni ai treni, il livello igienico è sempre altissimo, mentre delle mitologiche tavolette dei water… ne parleremo più avanti! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 15 km

 

24/09 Tokyo

 

Anche oggi iniziamo con una colazione importante perché ci sarà molto da fare. Cominciamo dal Grande Giardino Orientale del Palazzo Imperiale, l’ingresso è libero e si accede dalla porta di Ote-mon dove c’è un controllo di sicurezza, si ritira la mappa del parco e il pass gratuito da restituire all’uscita. Si può scaricare anche un’audioguida gratuita.

La passeggiata è molto tranquilla, si possono vedere le mura antiche che cingevano in passato il palazzo, di dimensioni megalitiche, ci sono ambienti separati in base al tipo di vegetazione che ovviamente è curata, sia nella potatura sia nell’alternanza di colori, e non mancano cascate e stagni. Però, in tutta onestà, i giardini di ieri per quanto più piccoli sono stati più belli. Col senno di poi, considerato che di cose da vedere a Tokyo ce ne sono tante, questa è un’escursione che si potrebbe tranquillamente evitare.

Fa molto caldo, ci sono 28 gradi quando andiamo a prendere la linea verde della metropolitana diretti verso la stazione Meiji Jingumae. Altra nota sulla metro: abbiamo detto che i tabelloni indicano le fermate e le relative tariffe da pagare. Abbiamo anche detto che ci sono diverse compagnie che coprono la città e in base a distanze e incroci hanno costi diversi. Ora aggiungo che se sbagliate l’acquisto del biglietto non c’è problema, arriverete in ogni caso a destinazione ma per uscire vi sarà richiesto il biglietto corretto e per questo troverete in tutte le stazioni macchinette che “aggiustano” la tariffa e richiedono la differenza. Dopo la compensazione riceverete il tagliando corretto che vi permetterà di uscire. Altra cosa notevole: per l’ultima uscita il tornello non vi restituisce il biglietto, si apre per farvi passare e conserva il ticket, così li riciclano ed evitano il rischio che vengano gettati a terra.

Fuori dalla metro incrociamo la celebre Takeshita Dori, affollatissima di adolescenti, ma la vedremo dopo la visita all’altra grande attrazione in programma oggi: il tempio Meiji Jingu.
Passiamo attraverso il grande torii alto 12 metri (portale di accesso di ogni tempio scintoista) e passeggiamo nel bosco fino al santuario che purtroppo ha il padiglione principale in restauro. Partecipiamo anche noi alle abluzioni rituali prima di accedere: ricordate che bisogna riempire le coppette d’acqua alla fonte, sciacquare una mano per volta e poi la bocca. Ma l’acqua usata deve cadere fuori dalla vasca principale!

Dopo aver visitato il complesso, i templi scintoisti sono abbastanza scarni e quasi sempre inaccessibili all’interno, dichiariamo finiti i nostri giri culturali e diamo inizio alla fase finale: shopping a Shibuya.

Prima passiamo per Takeshita Dori, un vero delirio di ragazzi che sfilano a caccia di abbigliamento e accessori strani. Scattiamo qualche foto, ci immergiamo nel fiume umano – in mezzo al quale becchiamo anche una processione dal tasso alcolico notevole – e procediamo verso la stazione della metro per arrivare a Shibuya. Il primo articolo che compriamo è un ventaglio, poi restiamo piuttosto delusi dal fatto che non riusciamo a trovare i souvenir classici da collezione come accade normalmente in altre località: magneti, shottini e le palle di vetro con neve sembrano introvabili! Camminiamo lungo la strada pedonale Shibuya Center Gai costellata di neon e negozi e ci infiliamo in un negozio tutto a 100 yen Can Do, dove compriamo portabottiglie termici, piattini quadrati di arenaria, rulli massaggianti, patatini e tre pacchi di tagliolini per ramen (1080 Yen, 8.10 Eu).

Dopo raggiungiamo il celebre incrocio con l’attraversamento pedonale che traghetta migliaia di persone da un marciapiede all’altro. Per vederlo bene saliamo al secondo piano dello Starbucks che affaccia sulla strada e dalle finestre scattiamo grandi foto e giriamo video in time-lapse che rendono benissimo l’idea di quanto accade ogni volta che i semafori cambiano colore.

Sono le 20:30, abbiamo camminato per quasi 10 ore consecutive e ci fermiamo a cenare da Genki Sushi, nel cuore di Shibuya. Per l’ultima cena a Tokyo abbiamo scelto un locale insolito che è diventato una sorta di istituzione per il modo particolare in cui si ordina. Poca fila all’ingresso e siamo subito alla nostra postazione, ognuno di fronte a un tablet fisso. Il menù è tutto lì, in digitale, e scegli i piatti direttamente dal tuo monitor. Non è finita, perché non ci sono camerieri a servirti: il sushi ti arriva dopo pochi secondi su un piattino portato da un carrellino automatizzato su una monorotaia. Quando arriva il monitor ti avvisa, tu ritiri il piattino e sempre con un tap rispedisci indietro il carrellino, pronto per nuovi viaggi! Molto divertente e anche di qualità discreta, prezzo poi imbattibile: abbiamo ordinato 14 piattini con diversi nigiri e maki roll, notevoli quelli con tempura di gamberi, e spendiamo solo 2347 Yen (17 Eu).

Dopo cena ci restano le forze per una deludente ultima caccia al souvenir e un passaggio sulla Dogenzaka, piena di love hotel. È tempo di rientrare, domani inizia l’avventura vera: la spinta principale per questo viaggio, vale a dire la scoperta del Kansai, con i suoi villaggi termali, i corsi d’acqua, i sentieri del Kumano Kodo e il mare.

Quanto abbiamo camminato oggi? 16,8 km

 

25/09 Tokyo – Hongu (Watarase Onsen)

 

Sveglia alle 7:30, altra gran colazione e poi via in stazione: inizia la nostra settimana alla scoperta del Kansai, il cuore spirituale del Giappone e del Buddhismo Zen.

Ci dirigiamo verso la stazione dei treni Tokyo, la più grande della città, per prendere il nostro “treno-pallottola” Shinkansen Hikari che ci porterà fino a Nagoya dove prenderemo il regionale Nanki Wide View fino a Shingu.

Ci siamo presi un buon margine di anticipo per cercare qualche souvenir, che non troveremo (attenzione! Può sembrare assurdo ma solo ad Akihabara e Takeshita Dori abbiamo trovato t-shirt e magneti ma non li abbiamo comprati, sicuri che li avremo trovati anche altrove. Sbagliato!), ma soprattutto siamo arrivati prima per capire senza affanni quale fosse il binario di partenza, visto che la stazione è grande e molto trafficata. Pensavamo fosse più complesso ma una volta arrivati sul posto è stato tutto facile. Anche perché l’applicazione su cui abbiamo programmato tutti i nostri spostamenti si è mostrata affidabile anche nella previsione del binario di partenza con due mesi di anticipo! Il merito è anche delle ferrovie giapponesi che funzionano perfettamente, ce ne accorgiamo già con il puntualissimo orario di arrivo del treno, le operazioni di pulizia prima dell’imbarco dei passeggeri e successivamente con la partenza, anch’essa precisa al millesimo.

Rispetto a quanto ho letto in giro mi aspettavo spazi più angusti a bordo, invece le valigie stanno comode quanto noi che abbiamo spazio per distendere completamente le gambe e reclinare il sedile fin quasi a renderlo orizzontale. In pratica è come viaggiare su un lettino da spiaggia!

Sul viaggio c’è poco da dire: tutto è andato liscio, coincidenza e orari hanno combaciato con il nostro programma e siamo arrivati a Shingu dove alle 17:10 abbiamo preso il bus per Hongu.
La stazione di Shingu è piccola e la rimessa dei bus è adiacente, l’arrivo a destinazione è previsto per le 18:11.
Nota sui bus: il biglietto si paga a bordo al termine del viaggio. Al momento di salire si ritira un biglietto con il numero della fermata, in questo caso la 1 perché siamo al capolinea, e man mano che si procede con le fermate un tabellone luminoso vicino al conducente indica il costo da pagare rispetto alla fermata di partenza, che varia come fosse un tassametro. Alla fine del viaggio la nostra tariffa è 1540 yen (11.65 Eu). Si paga la cifra esatta in contanti mettendo i soldi in una macchinetta automatica vicino all’autista, non è previsto resto di alcun tipo ma affianco alla contasoldi c’è un altro dispositivo per cambiare i contanti in monete. Un ottimo sistema per far pagare tutti, senza perdite tempo.

Giù dal bus ci aspetta la navetta dell’albergo che in 10 minuti ci porta al nostro Watarase Onsen Hotel Himeyuri. Sbrigate le pratiche di registrazione andiamo dritti al ristorante, un po’ perché abbiamo fame e un po’ perché chiude alle 19:00 e dopo quest’ora si resta a digiuno. Proprio così! Siamo in un luogo isolato e senza nulla intorno: fare tardi significherebbe restare a stomaco vuoto fino all’indomani!

Raggiungiamo la tavola calda in uno stabile vicino a quello del ricevimento e siccome siamo gli unici clienti, piuttosto spaesati, con l’aiuto del personale ordiniamo la nostra cena sfogliando il menù appeso a un distributore automatico. Infiliamo i soldi nell’apposita fessura (2550 yen, 19 Eu) e pigiamo i tasti corrispondenti alle nostre scelte. Per fortuna poi non è caduto niente da raccogliere nel cassetto! 😉 Con questa procedura abbiamo solo trasmesso l’ordine alla cucina e pagato, dopo un po’ ci servono i piatti a tavola. Il motivo dell’ordinazione fatta alla macchinetta resta un mistero degno di Voyager.

Finiamo i nostri udon cucinati in brodo, una variante dei noodles più spessa e di grano duro rispetto a quella usata per il ramen, di frumento, e lo spezzatino di maiale con riso. Dopo cena rientriamo in stanza, la camera è in stile giapponese e ha una bella area con tatami per prendere il the ma c’è un altro soggetto sconosciuto con cui prendere confidenza: lo yukata. Si tratta di una sorta di vestaglia da camera a disposizione degli ospiti nelle ryokan, le locande tradizionali, e alle terme, difatti letteralmente significa abito da bagno. Per quanto sia molto simile per fattura e taglio, non si considera un kimono!

Lo indossiamo, leghiamo la cinta e ci infiliamo sopra anche l’hoari, una giacca da indossare se fuori è freddo, e ci dirigiamo verso gli onsen: le vasche pubbliche e private di acqua termale. Si vede che i giapponesi hanno orari e abitudini diverse dalle nostre, perché non c’è nessuno in circolazione. Noi ci dirigiamo verso le terme private, entriamo in uno dei quattro ambienti separati e una volta dentro si accende una luce esterna per avvisare che l’onsen non è disponibile. C’è un’intera piscina in pietra tutta per noi, siamo circondati da un giardino rigoglioso e un tetto di stelle! L’acqua è bollente e rilascia un vapore magico a contatto con l’aria frizzante, ci immergiamo e restiamo a mollo fino alle 23:00, poi facciamo una doccia finale – sempre all’aperto – , ci asciughiamo e torniamo verso la nostra stanza, rilassati e convinti di aver fatto un’esperienza completamente nuova e indimenticabile. E siamo solo al primo giorno in Kansai!

Quanto abbiamo camminato oggi? 5,1 km

 

26/09 Hongu – Kumano Kodo

 

Ci svegliamo e ci prepariamo con i nostri tempi e per un attimo dimentichiamo di essere in Giappone, morale: ci presentiamo alle 9:32 alla fermata della navetta e non la troviamo perché è partita come previsto alle 9:30!
Poco male perché ci accompagnano ugualmente fino a Hosshinmon Oji, un piccolo tempio molto importante nel sentiero di pellegrinaggio Kumano Kodo. Da qui iniziamo la nostra giornata di trekking alle 10:15.

Abbiamo organizzato questo viaggio con l’intenzione di visitare questi sentieri sacri dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e durante l’estate ci siamo preparati, fisicamente e mentalmente. Avevamo già le idee chiare sul da farsi e con le informazioni raccolte in hotel ci abbiamo aggiunto ancora più dettagli: percorsi, mappe, altitudini, ecc… in questo modo abbiamo pianificato il percorso, tenendo conto delle ore di luce, delle salite, dello sterrato, dei tempi di percorrenza.

Camminiamo immersi nel verde fra criptomerie, i cedri giapponesi lunghi e sottili, e bambù altissimi. Questi sentieri collegano una miriade di piccoli templi e tre grandi santuari, e nei secoli hanno subito una trasformazione importante: da pellegrinaggio sono divenuti vero e proprio culto. L’antica strada del Kumano ha quindi rispolverato le origini della propria fede ancestrale nella natura e l’ha fusa con scintoismo e buddhismo che in questi luoghi selvaggi hanno trovato la casa perfetta per le proprie divinità e bodhisattva. Così il Kansai ha guadagnato la fama di cuore sacro del Giappone.

Percorriamo i primi 1,8 km lungo la pista Nakaheci  per raggiungere Mizunomi oji, la nostra prima tappa è un tempietto eretto per il bodhisattva Jizo, una divinità molto popolare in Giappone, protettore dei bambini e dei viaggiatori! Proprio ciò che fa per noi. Da qui proseguiamo verso Fushiogami oji, distante 1,9 km. Fa molto molto caldo, c’è afa e umidità nei tratti su strada. Per fortuna ogni volta che ritroviamo lo sterrato nel mezzo della foresta, l’ombra degli alberi abbassa di qualche grado la temperatura. Arriviamo alle 11:45 e facciamo la prima pausa in un punto di ristoro: durante un’ora e mezzo di cammino abbiamo incontrato una sola macchina e cinque persone a piedi. Dopo il caos di Tokyo, un po’ di isolamento ci sta proprio bene.

Alle 12:00 riprendiamo il cammino verso il più grande tempio del Kumano Kodo che rappresenta anche la fine del sentiero: Hongu Taisha Shrine. Questa parte del percorso è stata la migliore, nonostante i cartelli di pericolo per la presenza di vipere ci abbiano condizionato un po’, visto che a un certo punto tutte le radici degli alberi che spuntavano dal terreno si sono trasformate in pitoni, cobra, coccodrilli che neanche nel rettilario dello Zoo Safari di Fasano 😉

Alle 13:30 varchiamo il torii d’ingresso del grande tempio e ci accoglie un cartello di benvenuto che ci conferma che siamo alla fine del Kumano Kodo. Ma non è ancora la fine della nostra escursione perché, dopo una pausa per visitare il santuario e fare uno spuntino, riprendiamo il cammino e andiamo a visitare il torii più grande del Giappone. L’impatto di questo portale di acciaio nero, alto 40 metri, è impressionante: spicca sul piatto terreno delle risaie circostanti e incornicia perfettamente le montagne verdi alle sue spalle. Siamo sempre soli quando entriamo a visitare quello che resta del tempio di Oyunohara, spazzato via nel 1889 da un’alluvione e sostituto da Kumano Hongu Taisha.
A parte la vegetazione rigogliosa e i cartelli informativi resta ben poco da vedere, quindi usciamo dal parco e raggiungiamo il placido fiume Shingu che attraversa la pianura. Facciamo una sosta per ammirare il volo delle aquile negli spazi immensi della vallata e diamo vita a una modestissima performance di land art, accatastando delle pietre in equilibrio sulla sponda del fiume. Con una serie di ciottoli ammassati, lasciamo ai posteri il segno del nostro passaggio e torniamo verso l’edificio moderno del Centro del Patrimonio Storico di Kumano Hongu dove si trova la rimessa dei bus.

Nei negozi di souvenir troviamo la conferma di ciò che avevamo sospettato durante il tragitto: ci sono t-shirt che attestano l’esistenza di un gemellaggio tra Kumano Kodo e Cammino di Santiago di Compostela. Perché lo sospettavamo? Perché durante il percorso quei pochi occidentali incontrati erano piccoli gruppi di spagnoli. Dopo aver comprato una confezione di riso locale notiamo che il bus per la nostra prossima destinazione è appena passato e il prossimo arriverà tra un’ora! Questo imprevisto mette a rischio la nostra tabella di marcia perché il sole sta per calare, ma un colpo di fortuna ci assiste! Riconosciamo l’autista della navetta del nostro hotel e gli chiediamo un passaggio: non si ricorda di averci accompagnato ieri ma accetta di farci salire e una volta a destinazione ci segue fino alla reception per assicurarsi che siamo davvero clienti dell’hotel e non due scrocconi vagabondi. Dopo i saluti con il personale del desk sono tutti più tranquilli e noi possiamo riprendere la marcia: se nessuno ci porta a Yunomine Onsen, ci andremo da soli e a piedi! Sono ancora le 16:30 e dobbiamo concludere i nostri giri entro e 19:00 per poter cenare, quindi è subito tempo di ripartire: 30 minuti di cammino ci separano dal più pittoresco dei tre villaggi termali presenti nella zona.

Dopo una nuova scarpinata in collina arriviamo nella stazione termale più antica dell’intero Giappone, con oltre mille anni di storia. Il villaggio sorge sulle sponde di uno stretto corso d’acqua bollente ed è celebre per la sua piccola capanna di legno costruita al centro del fiumiciattolo che ospita una vasca naturale in pietra. La cabina è pubblica e possono accedervi una o due persone per massimo 30 minuti, non c’è un controllo ma solo dei cartelli che invitano a rispettare queste semplici regole. Qui troviamo concentrati il maggior numero di occidentali, alloggiano nelle tante ryokan e minshuku e si godono l’ospitalità e lo stile di vita del luogo immergendo i piedi nel fiume dopo una giornata di escursioni, bevendo una birra e cuocendo le uova sode nell’acqua calda: 15/20 minuti e sono pronte, proprio come fanno le persone del posto che portano qui a sbollentare verdure e mais.

Il sole tramonta alle 18:00 e se non vogliamo fare la strada del ritorno al buio c’è da riprendere la marcia per tornare a Watarase Onse, dove arriviamo in perfetto orario per cambiarci, indossare i nostri yukata e andare a cena. Stasera niente tavola calda, ci premiamo con il ristorante principale dell’hotel che ha delle grandi vetrate che affacciano sul fiume e una bella atmosfera. Mentre aspettiamo i camerieri, ripensiamo alle scoperte di oggi, alle meraviglie viste e alla perfetta organizzazione che grazie a cartelli, punti di ritrovo, indicazioni, ha reso il cammino più interessante e sicuro.

Il menù era solo in giapponese ma ci siamo fatti aiutare da Kazuki che – per quanto abbiamo capito nei giorni di permanenza – è l’unico a conoscere decentemente l’inglese, quindi ci ha tradotto la lista dei cibi e dopo aver schivato la carne di balena abbiamo ordinato del manzo arrosto servito insieme a sashimi accompagnato da riso, e poi del manzo locale crudo tagliato sottilissimo da cuocere al tavolo in un brodo di ortaggi accompagnato da tofu. Alle prese con il fornello abbiamo dosato gli ingredienti e scelto il grado di cottura portando a compimento un’insolita pratica gastronomica, con cibi di ottima qualità e in un certo senso “cucinati” da noi.

Dopo aver saldato il conto di 4320 Yen (32.60 Eu) raggiungiamo le terme pubbliche e ci separiamo. In questo tipo di terme l’accesso è separato per un motivo molto semplice: si entra in acqua completamente nudi. Ma visto l’orario l’imbarazzo è ridotto al minimo perché non c’è quasi nessuno. Lasciamo gli indumenti negli spogliatoi e ci diamo appuntamento dopo mezz’ora, una volta fuori raggiungiamo l’onsen privato e mentre siamo immersi nell’acqua calda per rilassarci ci raccontiamo l’esperienza pubblica che è risultata identica: una vasca al chiuso che rendeva l’ambiente simile a una sauna, persone a lavarsi meticolosamente prima di entrare in acqua e all’esterno altre quattro enormi vasche in pietra con diverse temperature. Tutto perfettamente illuminato e curato nei dettagli, già lo sappiamo: quanto ci mancheranno questi rotenburo!

Quanto abbiamo camminato oggi? 17,3 km.

 

27/09 Watarase Onsen – Shirahama

 

La giornata inizia con un graditissimo cambio di programma per via di una possibilità che ci hanno presentato in reception al nostro arrivo: hanno una navetta gratuita che ogni giorno parte alle 10:30 per la stazione di Shirahama.
Noi abbiamo in programma proprio questo spostamento e con il JR Pass l’avremmo fatto tranquillamente, solo che avremmo dovuto farci accompagnare alla fermata del bus in partenza per la stazione di Shingu alle 8:56 e da lì, dopo un’ora di viaggio, prendere il treno delle 10:28 per Shirahama con arrivo previsto alle 12:20.

Invece così partiamo e viaggiamo molto più comodi e arriviamo prima: anche l’arrivo in stazione ci va benissimo perché il nostro Minshuku Inn Shirahama Ekinoyado è a soli 50 metri dai binari, l’avevamo scelto proprio in previsione degli spostamenti in treno.

Alle 12:00 arriviamo a destinazione e appena fuori la stazione troviamo la nostra casa per le prossime due notti e a questo punto ci sta bene una nota sulla differenza tra ryokan e minshuku: in realtà sono molto simili, si tratta di abitazioni/locande tradizionali, una sorta di pensione a conduzione famigliare. Entrambe possono essere in condivisione con la famiglia ospitante e si scelgono per vivere una completa esperienza giapponese, visto che ci si adegua ai ritmi e alle usanze locali, in particolar modo per i pasti. Si dorme ovviamente su tatami e futon e, forse, la differenza sostanziale consiste che nelle minshuku i proprietari si aspettano che siano gli ospiti a preparare il futon per dormire e a riporlo nell’armadio al mattino.

La signora che ci apre le porte della locanda è arzilla, quasi parla soltanto giapponese, non accetta carte di credito ma solo contanti, con piglio militare ci dà qualche spiegazione sulle regole della casa e ci chiede a che ora vogliamo la colazione offrendoci margini di scelta molto risibili: o alle 7:30 o alle 8:00, poi digiuno.

Va bene, ci adegueremo. Da bravi cadetti andiamo in stanza, scostiamo il tavolino basso, stendiamo i nostri futon sul tatami, infiliamo i costumi nello zaino e torniamo in stazione a prendere il bus 12 diretti a Sandanbeki Rock Cliff, una scogliera alta 50 metri da cui si ammira un vasto panorama sull’Oceano. In cima c’è un piccolo ristoro dove ci fermiamo a prendere un orrendo gelato al the verde che era amaro e sapeva di pesce marcio. Scampati all’avvelenamento ci spostiamo a piedi verso la vicina Senjojiki Rock Plateau, altrimenti nota come “Punta dei 1000 tatami”. La chiamano così perché effettivamente le stratificazioni delle rocce che formano il promontorio sono così regolari che ricordano la forma di tanti tatami sovrapposti. Qui il mare e il vento hanno compattato e levigato per secoli la sabbia chiara, creando anfratti dalle linee morbide e e riflessi abbaglianti. Mentre ci allontaniamo per raggiungere la spiaggia Shirara-hama, la più famosa nel cuore della città, notiamo che rispetto a qualche sparuto gruppo incontrato nel Kumano Kodo, finora a Shirahama non abbiamo visto turisti occidentali.

Shirahama è nota per i suoi antichi onsen a ridosso dell’Oceano, che risalgono anche a 1300 anni fa (!) ed è molto frequentata come località balneare dai giapponesi ma siccome siamo fuori stagione è semi-deserta: l’ideale per godersi l’enorme spiaggia di finissima sabbia bianca lunga quasi un chilometro. Non ci fermiamo all’onsen perché vogliamo raggiungere il mare ma prima facciamo una sosta per immergere i piedi in una vasca termale pubblica adiacente alla spiaggia. Ok, ora siamo già senza scarpe: è il momento di continuare la nostra passeggiata lungo la riva.

L’acqua è bellissima, pulita e trasparente, non ci tuffiamo completamente perché il sole sta per tramontare e non ci resta molto tempo per asciugarci prima di cena. Quindi ci fermiamo giusto il tempo di uno spuntino e procediamo fino alla fine della spiaggia, dove troviamo un bellissimo tempio shintoista silenzioso e isolato. Sicuramente molto più sobrio del nome: Nishinomiyashirahamaemihisashi Shrine 🙂

Sono soltanto le 18:00 ma decidiamo di andare ugualmente a cena perché in questa zona c’è più scelta rispetto a dove soggiorniamo, quindi siccome alle 19:10 parte l’ultimo bus entriamo senza indugi nel ristorante che avevamo selezionato in precedenza. Da Kiraku troviamo un bellissimo ambiente, molto rustico, e un’accoglienza formidabile. Il locale è piccolissimo, tutto in legno e molto tipico con i suoi tavoli bassi sui tatami. Appena seduti ci portano l’entrée che assaggiamo soltanto perché ha un sapore “forte” e, diciamo così, “sospetto”. Non siamo riusciti a riconoscere tutti gli ingredienti ma ce li svelano a fine pasto: ravanelli, ginger, carote, cipolle e… branchie di pesce!
Dopo questo brivido ci servono uno Yaki Sakana, spigola giapponese arrosto, e una tempura di gamberi e verdure. Ogni piatto è accompagnato dall’immancabile riso, una ciotola con la zuppa di miso e varie coppette con verdure miste. Da bere abbiamo ordinato una birra media e uno chuhai, a base di shochu – liquore giapponese – mescolato con soda e lime.

A parte le branchie è stato tutto buonissimo, spendiamo 3600 Yen (27 Eu), tanto che al termine del viaggio Kuraki risulterà sul podio delle cene migliori. Prima di andar via ci fermiamo a parlare con i gestori che con tanto di vocabolario alla mano si prodigano per darci informazioni sui prodotti e la cucina giapponese, e ci tenevano moltissimo a farci capire cosa avevamo mangiato. A un certo punto tutta la famiglia si è riunita al nostro tavolo, anche il nonno che con orgoglio si avvicina portando con sé un bottiglione di umeshu, un liquore tradizionale a base di albicocche fatto da sua moglie e che dobbiamo assaggiare assolutamente. La mama-san è l’unica che resta lontana ma ci guarda sorniona e sorride quando alziamo i bicchierini e brindiamo alla sua salute. Un vero peccato dover andar via!

Alle 19:07 prendiamo l’ultimo bus diretto in stazione e chiudiamo la giornata come da programma, con un asso nella manica che ci siamo riservati per il finale. In fase di prenotazione del minshuku abbiamo pensato: va bene la locanda tradizionale, va bene il tatami, va bene pure il futon… va bene tutto, però se prenotiamo la stanza che ha una bella vasca privata sul terrazzo, tutta in legno, sarebbe anche meglio! È andata proprio così: al ritorno in stanza l’abbiamo trovata già piena di acqua fumante, grazie alla premura della proprietaria. E dopo un bagno caldo e il relax, ancora una doccia sotto le stelle (per forza, nel bagno non c’è!) 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 11,1 km

 

28/09 Shirahama – Nachi – Shirahama

 

Uno dei motivi per cui abbiamo scelto questa minshuku è stata anche la colazione giapponese, tanto decantata nelle recensioni degli ospiti.
Alle 8:00, vestiti con gli immancabili yukata, andiamo a vedere cosa ha preparato con le sue mani la proprietaria della nostra locanda.

La tavola è magnificamente imbandita e praticamente non c’è nulla di quello che noi mangiamo abitualmente appena svegli. Ci facciamo spiegare cosa c’è nelle 100 scodelle e scodelline che la signora ha preparato con tanta cura. Ognuno ha il suo vassoio e all’interno ci sono portate, cucchiai, bicchieri, per unire, miscelare, condire. Immancabile la zuppa di miso e tofu che cuoce sul piccolo fornello da campo vicino al riso, anch’esso caldo. Tutto ha una simmetria, una regolarità nell’estetica che, nostro malgrado, non riusciamo a riprodurre con una gestualità altrettanto sobria ed elegante durante la fruizione. Ci sono frittatine, insalata con una fetta di fesa di tacchino, purea di rafano, uova alla stracciatella con funghi e pomodori, radici di loto, daikon, una varietà di ravanelli, e satoimo, una patata dolce.

La signora è molto orgogliosa di ciò che ha preparato ma si rende conto anche della diversità rispetto alle nostre abitudini e quindi resta a guardare divertita come ci approcciamo ai suoi piatti e, visti i risolini e lo stupore, sicuramente noterà cose buffe nei nostri abbinamenti. Quindi, per non fare come gli americani che da noi ordinano la pizza con il cappuccino, le chiediamo qualche suggerimento su come abbinare al meglio le varie portate. Noi sapevamo cosa fare solo con l’acqua e il the!

Non lasciamo nulla di intentato, assaggiamo tutto e qualcosa la finiamo anche di gusto, come le frittate e il riso, ma qualcosa proprio non va giù come per esempio la crema di uova con i funghi. Alla fine, però, non rinunciamo a un paio di panini al latte con marmellata di fragole: un tocco europeo ci voleva!

Per oggi il meteo non prometteva nulla di buono per la nostra giornata di mare e onsen, quindi abbiamo improvvisato un fuori programma: forti nel nostro JR Pass, ci siamo inventati un’escursione per vedere le cascate e la pagoda di Nachi, in pratica torniamo indietro e riprendiamo un altro percorso del Kumano Kodo. L’idea di tornare su quei sentieri ci piace, il richiamo di ciò che abbiamo visto è fortissimo e alle 10:12 prendiamo il treno che ci porterà fino a Kiikatsura dove arriviamo alle 11:30.

Appena fuori la stazione ci orientiamo nel piccolo centro di informazioni turistiche e notiamo che intorno a noi non c’è una sola parola scritta in inglese, soltanto ideogrammi, e nessuna possibilità di pagare con carta, solo cash. Racimoliamo con qualche difficoltà le informazioni che ci servono e compriamo un biglietto giornaliero per il bus che con 1000 Yen (7.50 Eu) ci permetterà di viaggiare sulla tratta che raggiunge le attrazioni principali. Scendiamo dopo 30 minuti di viaggio alla fermata Nachisan Mountains e da qui prendiamo la serie di ripide gradinate che portano in cima al Kumano Nachi Taisha Grand Shrine. Dopo 20 minuti e 453 scalini raggiungiamo il santuario e visitiamo i templi scintoista e buddhista, come in altre occasioni vicini e chiaramente distinguibili nei loro colori ed elementi architettonici. Il tempio buddista Nachisan Seiganto-ji è sicuramente il più bello, all’interno c’è il gong più grande del Giappone e all’esterno un belvedere talmente ampio che permette di vedere la celebre pagoda di Nachi in primo piano, la grande cascata sullo sfondo e, dalla parte opposta, in lontananza, l’immensità del Pacifico.

Con uno scenario del genere scateniamo le nostre macchine fotografiche e giriamo qualche video per riprendere il salto di 133 metri della cascata più alta del Giappone. Dopo aver superato la discesa che porta alla base della pagoda ci inoltriamo in un nuovo tratto del Kumano Kodo che sbuca nei pressi del bacino della cascata. Sarà questo il nostro congedo dai sentieri sacri e saluto migliore non poteva esserci: un finale molto suggestivo, ancora immersi nel verde, con radici, sassi e muschio a complicare il cammino e il fragore dell’acqua che aumenta man mano che ci avviciniamo. Non vediamo ancora la cascata ma il verde brillante che ci circonda, l’umidità e una pioggerellina nebulizzata sulla pelle ci indica che ci siamo quasi. Poi la radura si apre e la scheggia d’argento che spacca in due lo smeraldo della foresta ci appare in tutta la sua grandezza. Lo ribadiamo ancora una volta: che intuizione meravigliosa è stata la scelta di visitare il Kansai e la prefettura di Wakayama!

Il nostro giro si conclude alla fermata Nachinotachi Mae e da qui riportiamo con il bus delle 14:56 per tornare alla stazione di Kiikatsura dove prendiamo il treno delle 15:57 che ci riporterà a Shirahama dopo un’ora e mezza di viaggio. Prima di rientrare nella locanda ci fermiamo allo sportello turistico per prendere informazioni molto importanti sulla possibilità di lasciare i bagagli in custodia nella stazione di Koyasan, destinazione in programma domani che per quanto abbiamo letto andrebbe affrontata con bagagli leggeri, trovandosi in montagna. Il personale è gentile ed è preparato ad affrontare le difficoltà linguistiche: ci fanno fare le domande in inglese a un tablet che gliele traduce scrivendole in giapponese. Loro rispondono in giapponese e noi leggiamo in inglese: tutto risolto! Ah! Hanno telefonato alla stazione di Koyasan e ci hanno assicurato che ci sono gli armadietti per lasciare i bagagli. Prima di tornare in stanza ci fermiamo all’emporio della stazione e compriamo le calamite del Kumano, che non avevamo trovato in nessuna delle tappe precedenti, l’acqua e il necessario per un aperitivo giapponese a base di schochu e patatine all’alga nori.

Ma non è finita perché Shirahama ci riserva ancora una sorpresa. Alle 19 i bus non circolano più, quindi dobbiamo muoverci a piedi per cercare un posto dove mangiare. L’operazione non è affatto semplice, perché ora Shirahama sembra una città fantasma: non ci sono persone in giro, non ci sono locali aperti, anche su TripAdvisor non otteniamo riscontri. Ci muoviamo lungo una strada buia e camminiamo senza una meta: l’unica persona che incontriamo sta facendo jogging, si ferma e ci parla in giapponese come se niente fosse. Ovviamente non ci dice nulla di utile e decidiamo di proseguire ancora un po’, ci fissiamo come obiettivo massimo una curva per affacciarci alla fine del rettilineo e dare uno sguardo oltre. Arrivati alla svolta, ancora nulla: solo strada e case. Però c’è un’insegna luminosa su un piccolo edificio, non riconosciamo gli ideogrammi ma c’è qualcosa che pende al centro e che ci fa sperare: sembra un caciocavallo nostrano! Seguiamo il feticcio luminoso come falene e apriamo la porta: mettiamo il naso dietro e ci troviamo di fronte cinque persone che ci guardano sorprese. Tre sono seduti al banco e due sono dall’altra parte: ce l’abbiamo fatta! Si mangia!

La fortuna ci sorride ancora (come potrebbe essere altrimenti dopo aver pescato la profezia perfetta a Tokyo?) perché dei tre clienti presenti uno è sposato con un’americana e parla benissimo inglese. Il locale si chiama Hyoutan, che vuol dire zucca (non era un caciocavallo!), ed è una izakaya, una taverna tradizionale. Visto che i proprietari, una coppia, parlano solo giapponese, il nostro nuovo amico ci fa da interprete e ci consiglia cosa ordinare. Lui sta mangiando un pollo fritto dall’ottimo aspetto e gli diamo subito l’ok per provarlo anche noi, poi ci aggiungiamo un pesce locale arrosto e una tempura di verdure e gamberi. Il cibo è buono e la compagnia anche, restiamo volentieri a chiacchierare e visto che si mangia benissimo ordiniamo anche degli straccetti di manzo arrosto, tagliati sottilissimi e accompagnati da riso. Beviamo birra, chuhai, offriamo un giro al nostro interprete e andiamo via dopo aver saldato il conto (6400 yen, 48.20 Euro), rigorosamente in contanti!

Cena abbondante stasera, tanto domani ci aspetta la dieta vegetariana prevista nel monastero buddhista in cui alloggeremo…

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,7 km

 

29/09 Shirahama – Koyasan

 

Per concludere la nostra settimana in Kansai, abbiamo programmato un breve soggiorno sul Monte Koya. Quando abbiamo letto sulla guida che era possibile alloggiare in un monastero buddhista, le nostre ricerche si sono direzionate in questo senso per provare l’ospitalità di un vero shukubō, la foresteria dei templi.

Visto che iniziamo a prepararci alle 7:00 non avremo tempo per la maxi colazione giapponese ma la nostra locandiera è così gentile da trasformare tutto in un bento, il pranzo da asporto anch’esso magnificamente confezionato.

Oggi è il giorno più complicato in termini di logistica, si comincia con il treno delle 9:19 per Wakayama dove arriviamo alle 10:47. Il prossimo treno per Hashimoto parte dopo soli 3 minuti ma quando tutto funziona perfettamente tre minuti sono sufficienti per passare da un binario all’altro. Questo secondo treno è praticamente una piccola metro: solo tre carrozze, pochi posti a sedere e molti in piedi.

Una volta arrivati ad Hashimoto abbiamo 7 minuti prima di prendere il treno successivo ma il grado di difficoltà aumenta perché dobbiamo fare i biglietti! Difatti il prossimo tratto di ferrovia non è incluso nel JR Pass perché è servito da una compagnia diversa, la Nankai Koya Line Local. I nostri timori di perdere la coincidenza si rivelano infondati perché in biglietteria i controllori ci aiutano a fare il tagliando giusto che ci servirà fino al Koyasan. Quindi abbiamo in mano un solo biglietto che da Hashimoto ci porta a Gokurakubashi, valido anche per la successiva teleferica diretta a Koyasan in totale (830 Yen, 6.20 Eu).

Finalmente ci siamo! Dopo l’ascesa che ci ha portato in 5 minuti da 400 a 1000 metri d’altezza, siamo finalmente arrivati in questo luogo mistico. Una volta sul posto ci rendiamo conto che non sarà necessario lasciare il bagaglio grande in stazione (abbiamo preparato uno zaino leggero, pronti a soggiornare senza valigie), perché la situazione non è così “difficile” come l’avevamo letta sui diari di altri viaggiatori. Il bus 2 parte davanti alla stazione e ci lascia alla fermata 9, proprio davanti al nostro tempio (330 Yen, 2.50 Eu). L’avevamo visto descritto come un tragitto di chilometri da fare a piedi lungo impervie mulattiere di montagna e invece…

Ci siamo! Entriamo nel nostro Eko-in Temple, ci togliamo le scarpe e raggiungiamo una stanza con altre persone per ascoltare le istruzioni sul soggiorno e fare il check-in. Un monaco ci dà spiegazioni su orari, rituali, pratiche e pasti. Sarà un’esperienza intensa che inizia nella nostra stanza con il ricalco dei sutra con la tecnica Shakio, una pratica molto comune in Giappone. Ci hanno dato i pennini e un foglio con il sutra del cuore su 14 linee verticali, semplice e conciso. Questa attività aumenta la concentrazione, ancora di più per noi che abbiamo a che fare con gli ideogrammi. Non importa la comprensione del testo, il principio con cui vivere l’esperienza è lo stesso che applichi colorando un mandala: svuoti la mente, nessuna distrazione.

La camera è molto bella, ovviamente in stile giapponese, tutta in legno, con tatami e grandi vetrate che affacciano sul complesso monastico e lo stagno. Decidiamo di interrompere il ricalco per fare un giro fuori prima della seconda attività che abbiamo programmato. Scendiamo in strada per visitare alcuni templi di questa Las Vegas buddhista: esatto, può sembrare assurdo ma camminare a Koyasan ci ricorda il viaggio in USA del 2014. Qui sicuramente non ci sono casinò ma passeggiare per 2,5 km su una strada su cui affacciano grandi e piccoli templi, ci fa pensare a un accostamento azzardato con la strip di Las Vegas. In versione mistica, ovvio!

Entriamo nel tempio Rengedani che ha una bella pagoda, sgraniamo un lungo rosario di legno appeso al soffitto che scoppietta mentre lo tiriamo e il grano corrispondente all’altezza degli occhi dopo il terzo giro previsto dal rituale ci dà una benedizione. Da qui passiamo direttamente al Kongobu-ji (500 Yen, 3.75 Eu), il tempio principale del buddhismo Shingon a Koyasan e sede dell’abate. Molto famoso per i pannelli di legno dipinti all’interno delle stanze; in tutta sincerità, non è granché e vale la visita quasi esclusivamente per il giardino di roccia, uno dei più grandi e curati del Giappone.

L’esplorazione per oggi finisce qui perché dobbiamo rientrare al monastero, visto che alle 16:30 partecipiamo a una sessione di meditazione. Entriamo puntuali nella sala insieme ad altri viaggiatori e un monaco impartisce istruzioni sul da farsi, a partire dalla postura. Veniamo iniziati alla meditazione Ajikan, sulla lettera “A” che in sanscrito ha una grafia che richiama l’immagine della luna – intesa come illuminazione nel buio – e rappresenta il Buddha cosmico. La sua visualizzazione durante la meditazione sintetizza la dottrina del buddhismo esoterico: possiamo raggiungere l’illuminazione in questa vita terrena. Una speranza più che una possibilità.

Si comincia con un inchino seduti, con i piedi sotto i glutei, e si passa a incrociare le gambe, portando il piede sinistro sul ginocchio destro. Chi riesce può portare anche il piede destro sull’altro ginocchio, riproducendo così la seduta “del loto”. La schiena resta dritta, le mani poggiano in grembo con il dorso della sinistra sovrapposto sul palmo della destra e i pollici a contatto (non forte pressione, né leggero distacco). Gli occhi restano semichiusi a guardare la punta del naso (avete presente quelle immagini di Buddha che sembra strabico o ubriaco?), non devono essere aperti perché distraggono e neanche chiusi perché ti fanno guardare troppo dentro o, più probabilmente, rischi di prendere sonno. La meditazione ci rilassa e al termine dei 30 minuti ci intratteniamo a parlare con un monaco di buddhismo e gli facciamo alcune domande su una dottrina che in Italia ha acquisito popolarità negli ultimi anni, che viene dal Giappone ma che finora non abbiamo incontrato durante tutto il viaggio, la Soka Gakkai.

Alle 17:30 torniamo in stanza dove troviamo la cena già pronta sul tavolino basso, un altro momento importante di questo soggiorno. I monaci hanno da secoli un regime alimentare rigorosamente vegetariano chiamato shojin-ryori e il bilanciamento dei colori e la presentazione sono elementi importanti quanto gli ingredienti locali, come il goma dofu (tofu di sesamo), la tempura di verdure, la zuppa (indovinate di cosa?) e altre radici e ortaggi che non abbiamo riconosciuto. Per carità, sarà tutto sicuramente nutriente e salutare ma in quanto a gusto non c’è da entusiasmarsi: si può fare molto meglio pur senza usare carne e pesce.

Al termine del pasto i monaci vengono a ritirare i vassoi e preparano il futon per la notte. Rispetto a Las Vegas qui alle 19:00 è tutto spento, l’unica attività possibile è la visita “notturna” al cimitero che finisce alle 20:00. Visto che la giornata è stata lunga, piena di treni e di cose viste e fatte, decidiamo di restare in stanza. Soprattutto perché fuori ci sono 8 gradi! In camera si sente un gran freddo perché gli ambienti non sono riscaldati, quindi ci sarà da restare sotto le coperte e ripararsi anche perché le pareti di legno e carta di riso non offrono grande isolamento. Alle 22:00 inizia il coprifuoco del monastero che chiude i battenti, ora non si può più entrare o uscire.

Cena sana e leggera, a dormire presto e sveglia all’alba. Siamo qui, siamo pronti.

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,5 km

 

30/09 Koyasan – Kyoto

 

Ci svegliamo alle 6:00 in punto, i bagni sono in comune (pulitissimi) e bisogna prepararsi per partecipare alla cerimonia del mattino prevista alle 6:30 nel tempio principale.
Arriviamo puntuali e assistiamo i monaci che recitano un sutra accompagnati da un gong. Al termine della preghiera fanno sfilare tutti i partecipanti lungo il perimetro interno del tempio per fare una serie di inchini rituali dinanzi a statue del Buddha e di altri bodhisattva. Una volta fuori ci spostiamo verso un secondo tempio del complesso, per assistere al goma, la cerimonia del fuoco: un rituale antichissimo che vede un monaco preparare una pira di bastoncini di legno profumato all’interno di un grande braciere mentre un altro inizia a salmodiare un sutra battendo su un tamburo. Il ritmo aumenta man mano che la fiamma cresce e diventa sempre più larga e alta. Viene alimentata con altri legni e oli, con gesti calmi e compassati alternati ad altri più rapidi e decisi. La penombra in cui siamo avvolti viene spazzata via dalla luce durante l’apice del rituale purificatore, salvo poi riconquistare il suo spazio man mano che la fiamma perde intensità fino a spegnersi. Dopo il consueto giro di inchini, rientriamo in stanza ma saltiamo volentieri la colazione vegetariana e passiamo direttamente al digiuno: più sano di così!

Approfittiamo della sveglia all’alba per uscire subito e andare a visitare il pezzo forte di Koyasan: il grande cimitero secolare Okuno-in, il più grande del Giappone e ovviamente Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Dista solo 100 metri da noi e già subito dopo l’ingresso ci rendiamo conto dell’atmosfera magica che ci circonda: criptomerie gigantesche proteggono il sentiero principale che separa in due il cimitero dove 200.000 buddhisti hanno trovato sepoltura nel corso dei secoli. Il percorso lungo un chilometro e mezzo è costellato di altari, templi, sculture, ceppi, ricoperti di muschi che brillano sotto la luce che filtra agli alberi. Fa sicuramente freddo ma siamo attrezzati e abbiamo fatto un’ottima scelta perché a quest’ora non c’è praticamente nessuno e ci godiamo l’escursione fino al tempio principale di Kobo Daishi (Kukai), fondatore del Buddhismo Shingon e dell’intera Koyasan. In pratica una divinità.

Superiamo il Toro-do, l’edificio principale del cimitero dove ci sono due lanterne che ardono ininterrottamente da 900 anni, e arriviamo nel luogo più sacro del complesso: il mausoleo di Kobo Daishi. Ora, nonostante le dimensioni monumentali del cimitero, non possiamo dire propriamente che anche il padre fondatore di Koyasan abbia trovato sepoltura qui, per un motivo semplice: Kukai non è morto ma si è ritirato volontariamente in eterna meditazione e i fedeli ogni giorno portano offerte di cibo per il suo sostentamento. Da 1200 anni.

Ormai il sole è alto quando iniziamo a tornare verso il monastero e vediamo arrivare grandi gruppi e un notevole afflusso di persone che sicuramente aumenterà nel corso della giornata. Abbiamo fatto benissimo ad andare presto!
Alle 10:00 lasciamo la stanza e ci muoviamo verso il centro per visitare il Gran Garan. In strada iniziamo il nostro shopping: due statuine di Buddha Amithaba, pennino e pergamena per ripetere l’esperienza Ajikan, t-shirt, calamite e una confezione di tofu al sesamo ma non per noi! Lo regaleremo ad amici che hanno preso ad apprezzarlo in Italia (5240 Yen, 40 Eu). Qui lo mangiamo almeno una volta al giorno preparato da mani diverse con le migliori tecniche e ingredienti, e il risultato ci sembra sempre ospedaliero. Sarà pure sano ma a chi proviene dalla dieta mediterranea resterà sempre insipido, salvo arrotolarci attorno una bella fetta di pancetta arrosto.

Il blitz per lo shopping è rapido perché gli ultimi acquisti li faremo tutti a Kyoto e procediamo a visitare l’ultimo grande complesso di templi e pagode, da vedere senza indugi. Se per questioni di tempo, oltre all’imprescindibile cimitero Okuno-in, sarete costretti a scegliere se vedere il Garan o il Kongobu-ji, non esitate e preferite il primo al secondo. Vale il viaggio sin dal portale ingresso, c’è un laghetto con ponti, templi, un albero di pino a tre aghi dal forte valore simbolico e la spettacolare pagoda Dai-to che pare sia il centro del mandala a forma di loto costituito dalle otto montagne che circondano il Koyasan. Prima di andar via mettiamo in moto la grande ruota del dharma alla base di una pagoda, come facemmo a Sarnath durante il viaggio in India, e con questa azione di buon auspicio ci prepariamo a salutare questo luogo magnifico: qualche sacrificio per il freddo, gli orari, i pasti freddi e insapore, i bagni condivisi, si sopportano volentieri in confronto a tutto quello che abbiamo visto e ricevuto.

Torniamo in hotel a prendere le valigie e ci prepariamo a viaggiare verso la prossima tappa. Alle 12:11 prendiamo il bus che in 20 minuti ci riporta alla stazione Koyasan. Facciamo i biglietti per tornare con la teleferica delle 13:11 a Gokurakubashi e da qui a Shinimamiya, come all’andata tragitti non compresi nel JR Pass e che costano 2040 Yen (15.30 Eu, compresa prenotazione posto). A Shinimamiya torna valido il nostro pass per prendere il treno delle 14:54 per Osaka e da lì quello delle 15:44 per Kyoto, la nostra destinazione finale di oggi.

Dopo una settimana di Kansai selvaggio, immersi nella natura tra mare e montagna, onsen e foreste, torniamo alla “civiltà”, nell’antica capitale giapponese che, con i suoi mille templi seminati nel tessuto cittadino, racchiude bene lo spirito del nostro viaggio assemblato con l’alternanza bilanciata di metropoli tecnologiche e piccoli villaggi rurali, di modernità e spiritualità.

La stazione di Kyoto è molto grande e ci orientiamo grazie alla Kyoto Tower ben visibile di fronte l’uscita centrale, da qui decidiamo di arrivare a piedi in hotel visto che dista 15 minuti. Ovviamente una volta sul posto scopriamo che c’è una fermata di metro a 100 metri da noi. Pazienza, la useremo in futuro. Il Rinn Shichijo Ohashi Bridge è veramente molto bello e nuovo, inaugurato nel 2017. Funziona come una guesthouse, difatti in stanza troviamo piano cottura, lavatrice, frigo, forno e la migliore toilette del viaggio. Ora è il momento di spendere due parole sul mito per eccellenza dei viaggi in Giappone: le tavolette del water. Allora, è tutto vero: sono riscaldate e tecnologiche, se qui troviamo la migliore va detto che in tutti luoghi dove siamo stati – compresi quelli pubblici come le stazioni – i bagni erano dello stesso livello per tecnologia (per pulizia l’abbiamo già detto). Cosa intendo per tecnologia? Fotocellule che si attivano quando ti siedi e fanno partire un disinfettante vaporizzato, la musica, un bidet incorporato (a scomparsa) con diversi flussi e posizioni per uomo e donna, un pannello di controllo con la possibilità di scegliere la temperatura dell’acqua, il tipo di scarico, la temperatura della tavoletta! E poi la stessa fotocellula che quando ti alzi fa partire lo scarico, chiude il coperchio (non tutte, solo le versioni lusso) e attiva il rubinetto posto sopra la vasca di raccolta dello scarico, per lavare le mani senza usare il lavello e riciclando immediatamente l’acqua. Sono componenti esterni che si applicano sulla ceramica, li abbiamo visti in vendita ad Akihabara con prezzi tra i 500 e i 1000 Euro in base agli optional, quasi quasi… 😉

Facciamo il punto della situazione per organizzare le visite nei prossimi giorni e in particolare decidiamo il programma di domani, diviso tra Nara e Arashiyama. Bisogna organizzarsi bene perché c’è veramente tanto da vedere a Kyoto!
Intanto c’è da pensare a dove cenare, anche perché è sabato e troviamo difficoltà a trovare posto. La reception prova a prenotare qualche locale che abbiamo selezionato ma sono pieni, o non accettano prenotazioni, oppure danno il via libera dalle 21:30 in poi. Troppo tardi per chi è a digiuno da un giorno e viene da un lungo viaggio.

Decidiamo di fare da noi e ci spostiamo con la metro un paio di fermate più in là, Sanjo, attraversiamo il ponte sul fiume Kamogawa e percorriamo Ponto-cho, una strada pedonale molto famosa – diciamo più un vicolo – che comunque intendevamo visitare perché sulla guida è descritta come una delle più caratteristiche della città. Effettivamente è piena di lanterne appese sulle facciate di piccoli edifici in legno, c’è una marea di persone che passeggia e guarda le vetrine e gli interni di quelle che sembrano essere le uniche attività commerciali: ristoranti. Sono incastrati l’uno sull’altro ed è difficile trovare il preferito, alla fine ci riusciamo ma non possiamo sederci perché non accettano le carte di credito. Poco male! La strada è davvero molto turistica e normalmente non avremmo scelto di mangiare qui, quindi facciamo di necessità virtù, riprendiamo la nostra bella lista su TripAdvisor e andiamo a caccia di un secondo locale. La scelta finale ricade su Katsukura, anche questo nascosto all’interno di un vicoletto della grande galleria commerciale Sanjo Dori.

Qui la specialità è carne di maiale fritta e visto che digiuno e cucina vegetariana non ci hanno fatto cambiare idea, ordiniamo con entusiasmo una cotoletta Sangen da 200 grammi e un filetto di maiale – sempre fritto! – servito su una base di iso. I piatti sono accompagnati da condimenti vari che ti portano a tavola e che poi provvedi tu a miscelare in base al gusto, ti danno le istruzioni su cosa contengono i vari pentolini e poi decidi tu cosa fare. Per dire: ti portano anche il pestello per il sesamo se vuoi fare una salsina e spolverare questo aroma. Cena abbondante e buona, con acqua e birra paghiamo 4540 Yen (34 Eu).

Prima di tornare in hotel facciamo un po’ di spesa nella galleria commerciale situata all’incrocio tra Kawaramachi e Shinimamiya-dori, due grandi strade commerciali molto frequentate, e visto che non abbiamo colazione per i prossimi giorni facciamo il pieno di cornetti, tortine, yogurt e succo di frutta per ritrovare il gusto di una colazione, diciamo così, più famigliare!

Quanto abbiamo camminato oggi? 17 km

 

01/10 Kyoto – Nara – Arashiyama – Kyoto

 

Sì, siamo appena arrivati a Kyoto e già ripartiamo per un nuovo spostamento in treno. Niente valigie però, perché torneremo a dormire a Kyoto. Allora perché questo spostamento? Il motivo è semplice: oggi è l’ultimo giorno di validità del nostro JR Pass e abbiamo calcolato tutto in anticipo. Vicino Kyoto c’è Nara che bisogna assolutamente vedere e quindi abbiamo inserito questa escursione prima della scadenza della tessera.

Come arrivare a Nara da Kyoto? Dopo la nostra colazione personalizzata andiamo in stazione per prendere l’espresso delle 10:33 diretto a Nara (45 min). Appena fuori la stazione di Nara prendiamo la Sanjo Dori e prima di arrivare al parco dei cervi ci  fermiamo a visitare il tempio Kofuku-ji che ospita una pagoda a tre piani e un’altra di ben cinque, la seconda più alta del Giappone con i suoi 50 metri di altezza.

Proseguiamo sempre dritti fino ad arrivare nel grande parco dove ci sono 1300 cervi in libertà abituati a interagire con gli umani, anche grazie ai tanti venditori di biscotti fatti per loro. Ne compriamo un pacco da 150 Yen (1.10 Eu) e mentre percorriamo il viale del parco fino al complesso templare Todai-ji facciamo tantissime foto ai cervi ghiottoni che mangiano direttamente dalle nostre mani. C’è veramente tanta folla, pieno di scolaresche, e il numero di cervi aumenta man mano che ci si avvicina all’ingresso principale. Il portale di accesso Nandai-mon ospita su entrambi i lati della gigantesca porta due enormi statue lignee con espressioni inferocite. Sono i Nio, i guardiani del tempio, che incutono timore da oltre 800 anni chi varca quell’ingresso. Sono considerate le statue di legno più belle del mondo.

Il biglietto per entrare costa 500 Yen (3.80 Eu) e una volta nel cortile del Daibutsu-den restiamo impressionati di fronte al padiglione di legno più grande del mondo che adesso è soltanto due terzi di quello che era in origine. Risale al 700 e nella sua lunga storia ha subìto molti danni a causa di incendi, terremoti e guerre, l’ultima ricostruzione è del 1709. Dentro questa struttura c’è la statua di Buddha più grande del Giappone, alta oltre 16 metri e realizzata nel 746 con 437 tonnellate di bronzo e 130 chili di oro. Cifre da capogiro, almeno quanto le urla dei ragazzini che provano a passare attraverso la cavità di un pilastro alle spalle del Buddha. Il buco ha le dimensioni di una narice della statua e passare da una parte all’altra assicurerebbe il raggiungimento dell’illuminazione. Inutile aggiungere che tutto questo complesso è patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, insieme ad altri 7 siti di questa piccola ma culturalmente importantissima città del Giappone, seconda sola a Kyoto per numero di siti protetti dall’organizzazione internazionale (17).

Appagati e frastornati dal gran numero di persone, rientriamo verso la stazione e in strada ci fermiamo a comprare un po’ di souvenir: t-shirt, portagioie e una statuina di Kannon, in sanscrito Avalokiteshvara, il Buddha della compassione e della mia iniziazione avvenuta a Livorno il 15/06/2014 in presenza del Dalai Lama. Prima di salire sul treno, facciamo ancora un acquisto nel mercatino fuori la stazione e nello zaino finiscono tre bellissimi kimono.

I nostri spostamenti in treno continuano e da Nara ci dirigiamo verso Arashiyama per vedere il famoso bosco di bambù. Sarò molto sintetico su questo luogo perché probabilmente resterà la delusione principale del viaggio. Nel senso che le foto viste prima di partire rendevano molto di più rispetto alla realtà e – ce ne rendiamo conto già sul posto –  le ore spese per fare questa escursione le avremmo potute occupare sicuramente molto meglio su altre attrazioni. Come se non bastasse, anche lo spuntino che facciamo nei paraggi delude le aspettative: finalmente assaggiamo il mitarashi dango che abbiamo visto spesso nei giorni precedenti e che ha una sua emoji sui principali instant messenger. Consiste in uno spiedino con tre gnocchi di riso, noi abbiamo scelto una versione al sesamo, bello da vedere ma di consistenza molle, dolcissimo e non troppo gradevole da masticare. Una roba gommosa che può piacere fino ai sei anni di età, poi è buono solo per farci i sefie.

Sono le 18:00 quando rientriamo a Kyoto e ci muoviamo per andare direttamente a cena attraversando prima Shijo-dori – elegante e piena di negozi – e poi Gion, un tempo noto come quartiere dei divertimenti e delle geisha. L’ultimo tratto lo percorriamo lungo Hanami-koji, una strada bellissima, piena di sale da the e ristoranti tradizionali all’interno di basse costruzioni in legno del XVII secolo perfettamente conservate.

Siamo affamati come lupi quando entriamo da Teppanya Tavern Tenamonya, una izakaya seminterrata abbastanza difficile da trovare. Siamo fortunati perché ha solo 16 coperti e sono più le persone che manda via rispetto a quelle che riescono a mangiare. Ci salviamo solo per via dell’orario e – pur senza prenotazione – ci fanno sedere davanti le piastre del cuoco. Ogni due posti c’è una piastra sulla quale viene servito il cibo, così si mantiene caldo. I gestori sono marito e moglie e dedicano grande attenzione ai propri clienti. Ci portano un asciugamano caldo per lavare le mani e poi ordiniamo un misto di mare e monti: una bistecca di Wagyu, una razza di manzo giapponese selezionato per produrre questa carne marezzata, morbida e… costosa! Per capirci: il manzo Wagyu è quello che che viene allevato a Kobe e noi occidentali lo conosciamo per il nome della città di provenienza! Dopo aver appreso la lezione sul manzo Wagyu/Kobe (di qualità A5, la migliore), il nostro ordine si è arricchito di una okonomiyaki – tradizionale pancake a base di cavoli – con maiale, poi noodles saltati in padella con gamberi, seppie e polpo e infine cinque pezzi di kushiage, una fritturina con gambero, capasanta, polpo, asparagi e cipolle. Ci aggiungiamo una birra Kirin in bottiglia e spendiamo 4650 Yen (35 Eu). Per inciso: durante un viaggio in Giappone una izakaya è da provare e se questa è ancora meglio! Lo consigliamo vivamente perché è qui che faremo le cene migliori del viaggio e difatti… torneremo! 😉

Visto che è molto preso quando usciamo dal ristorante, ci concediamo una lunga passeggiata digestiva: ritorniamo su Hanami-koji, proseguiamo per il tratto mancante e attraversiamo il parco del complesso Ebisu-jinja all’interno del quale c’è il tempio zen Kennin-ji, il più antico di Kyoto fondato nel 1202. Rientriamo in hotel lungo la strada che costeggia il fiume, buia e silenziosa, con una bella sensazione di pace e sicurezza. Riflettiamo proprio su questo: non c’è stato un solo attimo in cui non ci siamo sentiti in pericolo attraversando foreste, spiagge e città. Abbiamo visto pochissima polizia in giro e quei pochi non erano neppure armati. Strano a dirsi ma è una bella sensazione, mentre dalle nostre parti – in Europa e per generalizzare in Occidente – la stessa sensazione di sicurezza dovrebbe essere trasmessa attraverso pattuglie armate fino ai denti. Un paradosso, no?

Quanto abbiamo camminato oggi? 17,8 km

 

02/10 Kyoto

 

Oggi piove e pioverà tutto il giorno. Siamo stati fortunati per buona parte del viaggio, il meteo è stato clemente (con temperature vicine ai 30 gradi!) e anche quando ha dato indicazioni nefaste alla fine si è sempre piegato ai nostri scongiuri. Ma oggi proprio no, dà pioggia senza alcuna speranza e andrà proprio così.

Il nostro programma viene sicuramente limitato da queste previsioni, quindi nonostante la pioggia battente decidiamo di rompere l’ipnosi prodotta dalle televendite e dai video musicali trash di improbabili cantanti pop giapponesi e decidiamo di uscire dalla stanza. Visto che lo staff della reception ci presta due ombrellini trasparenti (così ammiri la città anche sotto la pioggia), spostiamo i nostri k-way sugli zaini e ci impermeabilizziamo definitivamente.

Siccome i bus rispetto alla metro hanno una copertura più capillare della città e fermate più vicine alle attrazioni, compriamo il biglietto giornaliero (500 Yen, 3.80 Eu) e saliamo sul 205 per andare a vedere Daitoku-ji, un complesso di 25 templi a circa un’ora da noi, famoso per i giardini zen. Una sfacchinata che non risulterà niente di memorabile, a differenza della tappa successiva: Kinkaku-ji temple, molto più interessante. L’ingresso costa 400 Yen (3 Euro) e all’interno c’è la famosa Pagoda d’Oro che è davvero spettacolare. La lamina d’oro con cui è rivestita scintilla nello stagno di fronte e crea un riflesso bellissimo nonostante la pioggia, nonostante la folla. Purtroppo il flebile ottimismo che ci aveva portato a contare sul minore afflusso per via del giorno infrasettimanale piovoso, si infrange con la realtà: ci sono tantissime persone, chissà cosa succede nei fine settimana soleggiati!

Al termine della visita rinunciamo a visitare altri luoghi all’aperto, la pioggia è incessante e a tratti anche forte, nonostante ombrelli e impermeabili ci stiamo bagnando, quindi decidiamo di proseguire le escursioni in luoghi riparati. E dove sono questi luoghi coperti? Il mercato di Nishiki in pieno centro sarà la nostra prossima tappa e una volta sul posto siamo felici di questa scelta perché ci rilassiamo, stiamo all’asciutto e ci godiamo una miriade di bancarelle stracolme di cibi freschi e cotti, qui ammiriamo praticamente tutti gli ingredienti della vasta gastronomia giapponese, in ogni forma: fresca, conservata, cotta, cruda e… viva 😉

Quasi tutti i commercianti invitano ad assaggiare i propri prodotti e così tra un the e sgranocchiamenti vari, ci infiliamo anche un bello spuntino con frittelle di riso con zenzero e seppie, e pollo fritto con crema di macha. Poi iniziamo uno shopping furioso che ci porterà in valigia: katsuobushi (bonito affumicato), the verde e una gran varietà di calamite, bastoncini decorati, bicchieri e scodelle di ceramica. Quando ci spostiamo nell’adiacente galleria Teramachi proseguiamo gli acquisti con: t-shirt, orecchini, set per sakè e un’infinità di accessori per la persona e casa. Grazie alla pioggia la casella souvenir è definitivamente spuntata e questo incrocio di gallerie ci è sembrato il luogo migliore per trovare tutto a prezzi accettabili.

Proprio fuori dalla galleria c’è il ristorante selezionato per questa sera, Sushi no Musashi. Dobbiamo percorrere solo pochi metri e siamo in fila sotto un portico, abbiamo davanti almeno 30 persone ma probabilmente sono diversi gruppi perché appena si liberano due posti vicino al nastro dove scorre il cibo, ci fanno passare davanti a tutti per sederci. Ancora un bel colpo di fortuna! Questa sarà la nostra ultima cena di sushi e abbiamo intenzione di darci dentro, anche perché dobbiamo solo servirci: sul nastro scorrono una gran varietà di piattini ben descritti sulla carta e hanno tutti lo stesso prezzo (146 Yen, 1.10 Eu). Solo alcuni sono speciali, distinguibili dai altri per via del piattino blu (noi abbiamo scelto il tonno grasso, buonissimo), e costano 346 Yen (2.61 Eu). In base al tipo di portata i pezzi vanno dai 2 ai 6. Alla fine contiamo 14 piatti e due birre per un totale di 3180 Yen (24 Eu).

Mentre paghiamo notiamo che in fila all’esterno c’è la cantante Noa, in vacanza con la famiglia. All’uscita ci fermiamo a salutarla e scambiamo qualche chiacchiera prima di fare una foto insieme, ovviamente sotto la pioggia! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,6 km

 

03/10 Kyoto

 

Il meteo ha deciso di essere più clemente oggi, molto più clemente. E ci permette di attuare un vasto programma di visite ai templi considerato che dobbiamo recuperare il tempo perduto a causa della poggia di ieri e del deludente bosco di bambù.
Siccome ci sono tante cose da non perdere a Kyoto, non vogliamo farcene sfuggire altre.

Iniziamo dallo spettacolare Fushimi-Inari Taisha  Questa località è famosa per le migliaia di torii che formano una sorta di galleria lungo i 4 chilometri di sentiero che si inerpica sulla montagna sacra e che attraversa decine di grandi e piccoli santuari. Il complesso sacro risale al 700 e il tempio principale al 1499; i torii arancioni sono stati donati da aziende giapponesi in quanto il santuario è intitolato ad Inari, patrono degli affari. Il messaggero di Inari è una volpe e difatti è pieno di statue di questo animale rappresentato con una chiave in bocca, a simboleggiare la custodia dei depositi di riso: un animale sacro che protegge i raccolti è il top dei buoni auspici. Arriviamo fin quasi in cima ma considerata la nostra tabella di marcia, piuttosto serrata, decidiamo di tornare indietro. Una nota: in questo luogo è ambientato il film Memorie di una geisha ma non vi aspettate scenari di beata solitudine perché anche qui c’è una marea di gente che rende quasi impossibile scattare quelle fotografie da scenografia hollywoodiana che si vedono su Internet e nei cataloghi, ci sarà sempre dietro di voi il photobomber di turno e frotte di selfisti anonimi.

Rientriamo verso la metro alle 13:00, impresa ardua perché la strada di accesso al santuario è strapiena di bancarelle che vendono tanta ma tanta roba da mangiare, per tutti i gusti e tutto sembra veramente buono. Friggono e arrostiscono qualsiasi cosa e mettono a dura prova la nostra acquolina. Proviamo a distrarci buttando un’occhiata ai negozietti di souvenir e notiamo con soddisfazione che qui si trovano le stesse identiche cose che abbiamo comprato ieri, solo che costano di più! 😛

Torniamo alla metro e ci spostiamo verso Kiyomizu-dera, riduciamo al minimo le distrazioni ma nel tragitto a piedi per arrivarci si passa davanti a un buon numero di negozi di ceramiche non dozzinali che meritano una visita. Dopo aver ceduto alla tentazione dello shopping raggiungiamo il complesso buddhista noto per le grandi pagode e la vista panoramica di Kyoto, e da qui percorriamo la frequentatissima discesa che porta fino alla fermata del bus 100 che prendiamo per andare alla prossima attrazione.

Durante il tragitto passiamo davanti al tempio Heian-ji e così vediamo anche il maestoso torii per cui è celebre, costruito in occasione dei 1100 anni della fondazione di Kyoto. Un passaggio veloce perché dedicheremo più tempo al Ginkaku-ji, uno dei siti più importanti di Tokyo, ovviamente Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e sede di arrivo del Sentiero della Filosofia. Arriviamo alle 16:00, l’ingresso costa 500 Yen (3.80 Eu) e permette di vedere il Padiglione d’Argento con l’antistante giardino di roccia perfettamente rastrellato, con i grandi coni di pietrisco – che simboleggiano le montagne – che emergono dalla sabbia levigata per rappresentare un lago. Ma un lago c’è davvero e si può osservare da diverse angolazioni grazie al bellissimo sentiero che permette una passeggiata memorabile all’interno del parco: muschio, alberi altissimi, piccole cascate e in più una buona altezza che mostra lo splendore di Kyoto da un punto di osservazione privilegiato.

Dopo una rapida sosta da Kiharu per un ghiacciolo artigianale all’ananas, giusto per ricaricarci prima di percorrere (al contrario) il Sentiero della Filosofia, una delle migliori 100 passeggiate giapponesi, completato nel 1890.
Corre lungo un canale costeggiato da una fitta vegetazione, il cammino deve essere molto bello durante il periodo di fioritura dei ciliegi ma in condizioni normali è una buona passeggiata senza niente di particolarmente intrigante. Ce la godiamo soprattutto perché gli orari di visita ai templi sono ormai superati e quindi c’è meno afflusso, altrimenti anche qui – neanche a dirlo! – sarebbe stato pieno di gente.

Durante il tragitto incontriamo i cartelli che indicano l’Honen-in e facciamo una deviazione per visitarlo. È tutto chiuso ma il cancello di ingresso è ancora aperto, quindi entriamo e ci godiamo il silenzio di una visita in solitaria. Mentre ci spingiamo sulla collina vicina al cimitero – non ci eravamo accorti l’uno dell’altro – dal fitto della foresta un cervo ci taglia la strada spaventato dal nostro passaggio.

Gli ultimi due templi, l’Eikan-do e il Nanzen-ji li troviamo davvero chiusi perché sono passate le 17:00 e quindi siamo obbligati a fare soltanto foto degli esterni ma sul Nanzen va detto che una delle parti migliori del tempio è proprio il maestoso portale di accesso che troviamo in una veste quasi spettrale in quanto il sole sta calando e una magnifica luna piena è pronta a rubargli la scena e a fare da sfondo per le nostre foto.

Da qui procediamo a piedi attraversando un bel quartiere residenziale e visto che è di strada infiliamo una visita fuori programma al tempio scintoista Yasaka jinja che protegge il vivace quartiere di Gion. Con questa visita serale dichiariamo finito il nostro inseguimento spirituale ai templi migliori di Tokyo e ci prepariamo a tornare a cena da Teppanya Tavern Tenamonya.

Per la nostra ultima cena giapponese abbiamo adottato la tecnica del buon ricordo: facciamo sempre così, se abbiamo la possibilità di mangiare nuovamente in un posto che ci è piaciuto e in cui siamo stati bene, ci torniamo per fare l’ultima cena del viaggio. Così, dopo aver provato in circa due settimane 13 diversi ristoranti in 5 luoghi diversi, siamo andati sul sicuro e abbiamo prenotato il tavolo già ieri. Arriviamo puntuali alle 19:30 e ci sediamo al nostro posto per ordinare: ancora bistecca wagyu A5, un filetto cotto con ponzu: una salsa giapponese a base di aceto di riso, succo di limone, salsa di soia e dashi (il brodo di pesce per la zuppa di miso), poi negisoba vale a dire noodles saltati con maiale, e per finire gyoza – ravioli di riso con carne di maiale, verza, porro e cipollotto – e un gelato al sesamo, di un insolito colore grigio.

Dopo cena facciamo la nostra passeggiata digestiva ancora a Gion, precisamente alla ricerca di Shinbashi. Considerata la strada più bella di Kyoto e secondo la nostra guida “una delle più belle d’Asia”, è nota anche come Shirakawa minami-dori. Che dire, stavolta non è un’esagerazione e vale la pena cercarla: l’ultima serata di Kyoto la ricorderemo così, in questa larga strada pedonale, tra l’acqua del canale, i riflessi delle lanterne, le fronde basse degli alberi che ci accompagnano nella penombra.

Quanto abbiamo camminato oggi? 20 km

 

Kyoto – Osaka (KIX) – Roma

 

Siamo pronti a tornare a casa ma ancora non abbiamo finito con Kyoto e il Giappone (visto che oggi c’è da raggiungere l’aeroporto del Kansai, a Osaka).
Alle 10:00 facciamo check-out e lasciamo le valigie al desk dell’hotel e raggiungiamo a piedi il tempio Sanjusangen-do, un sito importantissimo che ci siamo tenuti per quest’ultima mezza giornata visto che dista solo pochi metri dal nostro albergo. L’ingresso costa 600 Yen (4.50 Eu) e la visita è altamente consigliata perché all’interno ci sono 1001 statue lignee di Kannon (ancora lui!) disposte su più file, tutte ordinate a formare un “muro” in un atrio lunghissimo e punteggiato da altre statue delle 28 divinità minori buddhiste tutte derivate dall’induismo. Al centro della sala si trova la statua del bodhisattva della compassione composta con 11 volti in cima alla testa e 40 braccia (che ne rappresentano “1000”) con cui salverà i 25 mondi.

Bene, stavolta abbiamo davvero finito e torniamo alle informazioni tecniche. Dopo aver ritirato le valigie andiamo in stazione e compriamo i biglietti del treno Haruka (binario 30) (2850 Yen, 21.50 Eu).
Parte alle 14:30 e impiega un’ora e venti minuti per arrivare all’Aeroporto Internazionale del Kansai. Occhio che vicino Osaka c’è anche un altro aeroporto, quindi assicuratevi di partire da Kyoto per raggiungere quello giusto!

Prima di andare al binario facciamo un giro nel centro commerciale della stazione ma ci fermiamo al settimo piano perché sono solo negozi di alta moda e grandi firme. Cerchiamo su internet qualcosa di alternativo e troviamo un BIC Camera proprio fuori la stazione: peccato non averlo scoperto prima! Sette piani di hi-tech ma abbiamo il tempo di vederne solo un paio, che già bastano per mettere in carrello un visore 3D e le pellicole decorate per la nostra Instamax, queste ultime al 50% in meno rispetto a quanto le paghiamo in Italia. Kyoto è da vedere e ora abbiamo un motivo in più per tornare: visitare gli altri 5 piani di BIC.

Arrivati in aeroporto ci separiamo dal pocket Wi-Fi che abbiamo noleggiato prima di partire e che ci è stato utilissimo. Seguiamo le istruzioni ricevute in hotel a Tokyo insieme al dispositivo, inseriamo l’apparecchio nella busta prepagata e la imbuchiamo in una cassetta postale rossa in aeroporto. Ci è costato 65 Euro e siamo stati sempre connessi con smartphone e notebook senza limiti di traffico, ci è servito in tantissime occasioni per consultare mappe, farci guidare in tragitti pedonali, cercare informazioni. Senza, il viaggio sarebbe stato sicuramente più complicato.

Ora ci aspettano le 18 ore di viaggio del ritorno e già iniziamo a ricordare i sorrisi, i saluti cerimoniosi, la gentilezza che abbiamo vissuto, ricevuto e contraccambiato in questi giorni. Sono circoli virtuosi che fanno bene e semplificano la vita.

Ripensiamo agli eccessi di Tokyo, ai paesaggi del Kumano Kodo, agli onsen, al bianco della sabbia di Shirahama, all’acqua di fiumi, laghi e stagni, fino all’Oceano, la storia e la spiritualità di Kyoto. Abbiamo la sensazione di aver visto tanto ma andiamo via con la certezza di aver visto solo una minima parte. Abbiamo solo intuito cos’è il Giappone ma non basterà una vita di viaggi per comprenderlo realmente.
Siamo diversi, sicuro, e verrebbe anche abbastanza facile dire chi tra noi e loro è “avanti” o “indietro”, ma sarebbe un esercizio sterile, inutile. Ognuno sta dove merita. Di certo il lavoro, l’educazione, il rispetto derp sé, per gli altri e per l’ambiente, la progettualità, il senso di appartenenza e gli obiettivi condivisi pagano sempre in termini di crescita di civiltà e cultura. E i giapponesi ci sono sembrati laboriosi e civili.

Settanta anni fa erano distrutti, in ginocchio, ora sono in piedi e il modo in cui stanno in piedi, nonostante una grave crisi economica che dura da anni, li ripaga di tutti gli sforzi fatti. Sono dritti sulla schiena, dignitosi e con un pregio in più: l’umiltà sincera di chi ha piena consapevolezza del proprio valore.

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 159,7 km!

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Giappone di Lonely Planet
Libri letti su Kindle: Leggero il passo sui tatami di Antonietta Pastore, Kwaidan. Storie misteriose e stravaganti di Lafcadio Hearn, Fiabe giapponesi antiche di Yei Theodora Oazaki e Pioggia nera su Tokyo di Barry Eisler

Come organizzare un viaggio in Giappone

by Luigi De Luca on 11 agosto 2017

Come organizzare un viaggio in Giappone

Il Giappone visto dalla Treccani

 

Alla fine ce l’abbiamo fatta!
Il viaggio in Giappone era in programma già nel 2016 ma impegni di lavoro ce l’hanno impedito, così siamo tornati in Andalusia. Sicuramente è stato un bel viaggio ma al ritorno, la guida del Giappone rimasta sulla scrivania ha rappresentato un monito potente: “Per stavolta siete perdonati, ma la prossima…”

Un monito che abbiamo ascoltato e su cui abbiamo lavorato nel corso dell’anno. Anzi, ci siamo organizzati gli impegni e abbiamo sognato, pensato e poi studiato questo viaggio in Giappone per prepararlo nel migliore dei modi possibili.
Ci abbiamo ragionato così tanto che ho pensato di scrivere questo post che anticiperà il vero diario di viaggio: una cosa che non ho mai fatto ma che ritengo utile. Per due motivi: 1) L’organizzazione di un viaggio in Giappone richiede tempo, metodo e idee chiare; 2) Il nostro itinerario e la relativa mole d’informazioni diventavano talmente complessi che avrei rischiato di scrivere un diario di viaggio troppo lungo e – ancora peggio! – a distanza di molti mesi avrei potuto trascurare informazioni importanti.

Non siamo ancora partiti ma una cosa è certa: abbiamo viaggiato in lungo e largo tra la costa Est e la costa Ovest degli USA, in India, in Cambogia e in Russia, sempre con viaggi faidaté. E ogni volta è stato bello e impegnativo ma per il Giappone è stato un altro livello.
Nessuna difficoltà insormontabile ma neppure una passeggiata, molto probabilmente anche per l’itinerario scelto che come sempre è un mix tra mete turistiche arcinote e destinazioni meno conosciute. La nostra ricerca di luoghi autentici  e fuori dalle rotte classiche del turismo di massa continua ad alternarsi perfettamente con le visite alle grandi metropoli e altre tappe considerate “obbligatorie” quando si visita un Paese.

*** AGGIORNAMENTO OTTOBRE 2017 ***

Il diario di viaggio scritto per il seguente itinerario è disponibile nel post dedicato, buona lettura! 🙂

L’itinerario

Il nostro viaggio in Giappone inizia a Tokyo, prosegue nella penisola del Kansai e termina a Kyoto. In pratica trascorreremo l’inizio e la fine del viaggio nelle due capitali storiche; e nel mezzo andremo nel cuore dell’isola, lungo i sentieri spirituali del buddhismo zen ed esoterico. I luoghi che visiteremo e le attività previste nel Kansai saranno: Hongu per i templi scintoisti, i villaggi termali di Watarase e Yunomine Onsen, il trekking del Kumano Kodo, il mare di Shirahama e il breve ritiro in un monastero sul monte sacro Koya-san per visitare il cimitero Okuno-in. A questo itinerario aggiungeremo anche escursioni di un giorno da Kyoto, per visitare il Buddha di Nara e la foresta di bambù di Arashiyama.

In Giappone ci sono tantissime cose da scoprire: storia, cultura, religione, paesaggi, mare, monti, ghiacciai e isole tropicali, c’è di tutto. Bisogna solo scegliere in base ai propri gusti, prendere una guida ben illustrata e particolareggiata, informarsi, fare ricerche e rispondersi alla domanda: cosa voglio vedere in Giappone? Noi abbiamo ragionato in questo modo, sulla base del tempo a disposizione e degli spostamenti da fare.

Sitografia e Bibliografia

Per ottenere un buon risultato, abbiamo fatto tante ricerche e consultato moltissimi siti. Al termine della selezione, alcune di queste risorse sono diventate dei riferimenti che sento di condividere, anche come forma di ringraziamento agli autori che si sono impegnati per semplificare l’organizzazione del viaggio in Giappone ai propri lettori. Inizio dai libri…

  • Guida Lonely Planet Giappone, disponibile su Amazon
  • Giappone in 2 settimane: Guida pratica per un viaggio da Tokyo a Kyoto e dintorni. Di Alessandra Sanna, ebook disponibile su Amazon
  • Orizzonte Giappone. Viaggio fra cultura, cucina e natura di un paese all’apparenza incomprensibile: Seconda edizione aggiornata e ampliata. Di Patrick Colgan, ebook disponibile su Amazon

Di Alessandra e Patrick consiglio anche i rispettivi siti: Sognando il Giappone per la prima e Orizzonti Blog per il secondo 🙂

Sui loro siti troverete tante informazioni utili e per aggiungere altri riferimenti online in italiano sul Giappone, segnalo anche il sito di Marco Togni e quello di Fabrizio, Giappone per tutti.

Per la parte di viaggio nel Kansai e nello specifico per i sentieri del Kumano Kodo, la nostra stella polare è stato il sito Light Painting di Fabrizio Paravisi: fotografie, descrizioni, addirittura mappe di Google con i percorsi da seguire; ha fatto davvero un ottimo lavoro e ci ha dato grande motivazione nella definizione dell’itinerario.

Sempre per il Kansai e il Kumano Kodo, merita una menzione anche Japan Hoppers che a dispetto del nome è in perfetto italiano 🙂

Per quanto riguarda i siti istituzionali, ne riporto in particolare tre:

Soggiorno e spostamenti

In Giappone ci sono hotel di ogni tipo e per ogni tasca. Poi ci sono anche alcune esperienze alternative, come ryokan, minshuku e shukubo. Le prime due sono simili, in pratica delle locande tradizionali, delle pensioni a conduzione famigliare. Entrambe possono essere in condivisione con la famiglia ospitante e si scelgono per vivere una completa esperienza giapponese visto che ci si adegua ai ritmi e alle usanze locali, in particolar modo per i pasti. Si dorme ovviamente su tatami e futon e, forse, l’unica differenza sostanziale consiste che nelle minshuku i proprietari si aspettano che siano gli ospiti a preparare il futon per dormire e a riporlo nell’armadio al mattino.

Lo shukubo, invece, è la foresteria di un tempio buddhista. Anche qui le camere sono in stile tradizionale giapponese ed è possibile partecipare alle consuetudini dei monaci: pasti, preghiere, coprifuoco, orari sonno-veglia, ecc…

Noi abbiamo scelto una minshuku a Shirahama, uno shukubo a Koya-san e hotel nelle altre destinazioni. Tutti gli alloggi sono stati prenotati su Booking.

Per quanto riguarda gli spostamenti, abbiamo optato per il celebre Japan Rail Pass: la tessera per prendere treni (e non solo) in tutto il Giappone, molto conveniente se avete intenzione di fare spostamenti interni.
Sulla base del nostro itinerario abbiamo calcolato quanto sarebbero costati i singoli trasferimenti in treno e abbiamo comprato il pass di una settimana. In media, se pensate anche solo di fare un viaggio a/r Tokyo-Kyoto conviene avere il JR Pass rispetto al costo del biglietto.

Il pass è valido solo per i turisti e NON si compra in Giappone (agg: è iniziata nel 2017 una fase sperimentale che permette agli stranieri l’acquisto in Giappone, a prezzo maggiorato). Si compra online e si riceve un voucher che si cambia in stazione una volta arrivati in Giappone. La validità del pass scatta dal momento in cui si effettua il primo viaggio.

I siti che ho considerato come validi riferimenti per l’acquisto sono due:

Gli stessi siti sono da considerare se intendete noleggiare il pocket wi-fi, un dispositivo portatile che fa da hotspot per connettersi a internet con smartphone e notebook. Si prenota online in base alla durata del soggiorno, si ritira sul posto (in aeroporto o in hotel, per esempio) e si riconsegna prima della partenza, semplicemente lasciandolo in una cassetta postale dopo averlo inserito nella busta pre-affrancata che viene consegnata al momento del ritiro. E così il problema internet, wi-fi libere, tariffe telefoniche, giga, connessioni rapide e ricerche in caso di bisogno è risolto 😉

Cose da sapere

Ci sono tante cose da conoscere per organizzare un viaggio in Giappone, dal meteo alla gastronomia, dalla storia al bon ton. Ma per questi importanti dettagli e informazioni rimando a una buona guida, più completa di questo post 🙂
In questo ultimo paragrafo voglio solo riassumere alcune cose essenziali, voglio provare ad anticipare alcune risposte alle principali domande che possono sorgere durante la preparazione del viaggio.

  • Documenti: passaporto valido ma nessun visto da chiedere in anticipo. All’arrivo viene rilasciato un visto turistico per 90 giorni
  • Una polizza di viaggio è sempre prudente averla, in Giappone e in qualsiasi altro Paese
  • La corrente è 100V/50Hz/60Hz con prese a lamelle. Adattatore/trasformatore obbligatorio!
  • La moneta è lo Yen (Â¥). Un Euro sono circa 130 Yen
  • Le ore di fuso rispetto all’Italia sono otto, in avanti. Sette se da noi c’è l’ora legale
  • La guida è a sinistra ed è richiesta la patente internazionale
  • Il meteo: dipende dove andate e in che periodo. Il Giappone va dalle montagne con clima alpino alle isole tropicali.
  • Prima di partire ricordate sempre di registrarvi sul sito della Farnesina, Dove siamo nel mondo

Ok. Per adesso è tutto, il resto arriverà al ritorno, più o meno a metà Ottobre. Di sicuro la data della partenza è fissata: 21 Settembre 2017. Chissà come sarà l’autunno in Giappone! 😉

***AGGIORNAMENTO OTTOBRE 2017***

Questo viaggio è andato benissimo e l’organizzazione descritta ha funzionato perfettamente, complice l’ammirevole organizzazione giapponese. Mi riferisco in particolare agli spostamenti avvenuti in bus e treno: tutto riuscito come da programma in Italia. Orari e coincidenze programmate non hanno subito intoppi. Il diario di viaggio quotidiano è disponibile nel post dedicato. Buona lettura! 🙂

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