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Diari di viaggio di Luigi De Luca. Travelblogger dal 2006

Diario di viaggio in Giappone: Tokyo, Kansai e Kyoto

by Luigi De Luca on 14 ottobre 2017

Storia, cultura, natura, spiritualità: quattro immagini dal Giappone

Il Grande Buddha di Nara, le cascate di Nachi, il Kumano Kodo e la Pagoda d’Oro di Kyoto

Questo viaggio in Giappone è stato molto desiderato e ha richiesto tempo e applicazione per essere organizzato bene.
Ci sono voluti mesi per incastrare tutto: date, luoghi, mezzi di trasporto, ecc…In fase di preparazione abbiamo raccolto così tante informazioni che ho scritto un post più specifico, dedicato a chi intende organizzare un viaggio in Giappone senza agenzie.
In questo modo il reportage che segue resta focalizzato sul vero e proprio viaggio in Giappone, alla scoperta delle metropoli Tokyo e Kyoto, e della penisola del Kansai con i suoi villaggi termali, le cascate di Nachi, il mare di Shirahama e i sentieri sacri del Kumano Kodo. Buona lettura!

21/22-09 Roma-Tokyo

 

Partiamo da Gaeta alle 7:30 e tutto procede regolare fino al parcheggio lunga sosta Altaquota2 (40 Eu per 15 giorni).
Il volo l’ho acquistato sul portale viaggi American Express l’1 maggio a 521 Euro con Cathay Pacific: partenza da Roma FCO alle 13:50 e arrivo a Hong Kong dopo 11.5 ore. Due ore di scalo e poi di nuovo a bordo di un altro aereo per le ultime 4 ore di volo. L’atterraggio è previsto all’aeroporto Haneda di Tokyo, meglio del Narita perché molto più vicino al centro (10/15 chilometri invece di 60). I nostri bagagli, con franchigia fino a 30 chili, sono stati imbarcati a Roma e li ritireremo direttamente nella capitale nipponica.

Sul viaggio non c’è molto da dire: il decollo è puntuale e l’aereo dotato di tutti i comfort. Ogni posto ha il suo schermo touch con un vasto palinsesto di intrattenimento, telecamere esterne e mappa interattiva del viaggio. Ho creato una playlist con 5 film, iniziata con la visione dell’angosciante 127 Ore e proseguita con Allied e Jack Reacher. Per quanto riguarda l’ultimo titolo non sono interessato al film in sé, ma durante l’estate ho letto due libri di questa serie di Lee Child e sono curioso, visto che non andrò a vederlo al cinema. Un filmaccio… (al ritorno un passabile Sicario con Benicio del Toro, Passengers – che mi conferma che la fantascienza non fa per me – e per finire un orrendo John Wick 2 con Keanu Reeves e – udite udite! – Riccardo Scamarcio).

La mia teledipendenza viene interrotta solo dal pranzo ospedaliero dopo 3 ore di volo: una spigola di gomma, insalata di pollo e gelato al cioccolato. Neanche Pupo poteva pensare ad abbinamenti così perversi. Per fortuna durante il viaggio ci sono snack e bevande gratuite al centro dell’aereo, così ne approfitto a più riprese per sgranchire le gambe e fare rifornimenti di porcherie.

Diretti a est inseguiamo diverse albe e la luce del giorno si stabilizza solo con l’arrivo a Hong Kong. A bordo abbiamo letto i nostri libri rigorosamente a tema nipponico e definito meglio l’itinerario da seguire a Tokyo. Quando manca poco all’atterraggio faccio partire gli highlights di tutti i gol della Champions League 2016/17. Sul 4-1 di Barcellona-Juve “è finita” la nostra prima tappa.

A Hong Kong assistiamo a un fortissimo temporale che probabilmente è la causa del ritardo di circa un’ora con cui partirà il nostro aereo, ci è sembrato un fenomeno tipicamente tropicale perché in un attimo le colline verdi e i grattacieli che caratterizzano lo skyline sono spariti alla vista avvolti da nubi nere, poi si è abbattuto il nubifragio, potente e rapido. Anche sul secondo aereo troviamo film in italiano e una colazione inglese su cui è meglio… sorvolare, appunto! 😉

Finalmente è tempo di atterrare definitivamente e mettersi in fila per superare il controllo passaporto, ricevere il nostro visto gratuito per tre mesi e ritirare il bagaglio che già è stato scaricato dal nastro. Siamo finalmente pronti ad andare in albergo e per farlo seguiamo le indicazioni che portano alla Tokyo Monorail, compriamo i biglietti alla biglietteria automatica (1260 Yen, 9.50 Eu) e saliamo a bordo di un treno che ci lascerà alla fermata Hamamatschuko. Da qui passiamo sulla JR Yamanote fino alla fermata Tamachi. In totale un tragitto di 30 minuti che finisce a circa 300 metri dal nostro Hotel Villa Fontaine Tokyo-Tamachi.

Come abbiamo fatto a comprare subito i biglietti della metro? Semplice: abbiamo cambiato i soldi in Italia!  Conviene sempre partire già muniti di qualche moneta locale, sia per questioni pratiche sia di convenienza, per questo abbiamo prenotato alle Poste 80.000 Yen, pari a 626 Euro con un tasso di cambio di 127.62 Yen per Euro (+ 6 Euro di commissione).

Dopo le operazioni del check-in usciamo per vedere il tempio di Sengaku-ji che ospita le tombe dei 47 Ronin, i samurai senza padrone che entrarono nella leggenda e nelle sale cinematografiche capitanati da Keanu Reeves. Si trova vicino al nostro albergo e durante il tragitto per raggiungerlo incrociamo la strada con l’enorme Tokyo Tower, una brutta copia della Torre Eiffel alta 333 metri, tutta bianca e arancione. Piove e fa molto caldo, raggiungiamo il tempio pochi minuti prima della chiusura, quindi facciamo un giro rapido ma è sufficiente perché è molto piccolo e siamo sicuri che Tokyo ha tanto altro da mostrare.

Volevamo solo sgranchire le gambe dopo le 18 ore di viaggio e le 7 di fuso orario ma la stanchezza si fa sentire, ce ne accorgiamo dopo esserci spostati nella stazione centrale per convertire il voucher del JR Pass e toglierci il pensiero: una missione che purtroppo non portiamo a termine perché ho con me solo la carta d’identità, mentre è necessario il passaporto con il visto per procedere. Peccato! Ci toccherà tornare…

Ormai siamo sul posto e ne approfittiamo per esplorare il piano sotterraneo della gigantesca stazione, quasi interamente dedicato alla gastronomia. Proviamo a orientarci con una piantina tra le decine e decine di locali affollati in quanto è venerdì sera e i giapponesi si danno alla pazza gioia. C’è l’imbarazzo della scelta tra profumi, colori e una grande varietà di cibo a disposizione. Nonostante sia il loro scopo principale, le famose pietanze finte riprodotte perfettamente nelle vetrine di tutti i locali ci lasciano perplessi. Noi di solito siamo già scettici sui ristoranti che mostrano le foto delle proprie portate ma qui siamo addirittura al formato 3D! E per quanto sia una cosa molto comune, su di noi l’effetto è inverso: dovrebbe aiutarci a scegliere ma contribuisce a confondere le idee.

Alla fine, dopo aver visto mucchi di plastica a forma di cibo, entriamo da Create Restaurant che ci sembra caratteristico e ha una rapida fila all’esterno con giapponesi in attesa. Risulterà un’illusione, forse abbiamo scelto male perché stanchi e una volta dentro si confermeranno le sensazioni negative: sarà qui che faremo la cena peggiore di tutto il viaggio! Abbiamo ordinato omelette con maiale che poi altro non era che una poltiglia di carne in scatola avvolta in una frittata, spiedini di maiale e cipolle fritti, dove le cipolle erano decisamente più della carne, ravioli jyoza con pepe rosso di Okinawa, e chow mein Okinawa style in salsa di soia, bollenti come l’inferno ma passabili. Spendiamo 4016 (30 euro) ma come per tutte le cose fatte oggi… domani andrà sicuramente meglio!

Quanto abbiamo camminato oggi? 10,8 km

 

23/09 Tokyo

 

 

In piedi alle 8:00, facciamo una ricca colazione dolce e salata e siamo subito in strada per iniziare a esplorare Tokyo.

Ha finalmente smesso di piovere e ci avviamo verso la fermata della metro per andare al mercato del pesce. Sicuramente non parteciperemo alla famosa asta del tonno perché l’accesso è permesso solo su prenotazione e senza alcuna certezza, nel senso che in base ai periodi e alla disciplina dei turisti decidono i giorni di apertura e di chiusura al pubblico. In più il personale dell’hotel ci ha detto che il mercato la domenica è chiuso, e difatti sarà così, ma noi andiamo lo stesso. Una nota importante: sulla guida del 2016 abbiamo trovato scritto che il mercato si sarebbe trasferito a Dicembre di quell’anno in un’altra zona ma probabilmente qualcosa è andato storto durante i lavori perché sono in ritardo e a Settembre 2017 il mercato è ancora nella sede storica di Tsukiji.

Il quartiere prendere il nome dallo Tsukijihongangji Temple che visitiamo prima di girovagare tra i tanti negozi che vendono cibo di strada. Ci esercitiamo con il rituale scintoista per una preghiera, che qui è del tutto simile all’espressione di un desiderio: si prende con due mani la corda con cui suonare la campana, si battono due volte le mani per attirare l’attenzione della divinità, si fanno due rapidi inchini, ci si raccoglie velocemente con le mani giunte e si va via con un inchino più profondo. Ma la prima cosa da fare è gettare una moneta nella cassetta delle offerte 😉

Dopo questo assaggio di spiritualità ci dedichiamo agli assaggi veri e propri, e passiamo in rassegna una moltitudine di bancarelle sgranocchiando seppie panate e fritte, mandorle tostate, fagioli neri… Grazie a questo perfetto movimento sincronizzato di mascelle e gambe raggiungiamo il vicino quartiere di Ginza, la strada-vetrina di Tokyo. Una sorta di Fifth Avenue per New York o gli Champs-Élysées di Parigi: un viale ampio, lungo, contornato da palazzi enormi e tirati a lucido, gente a passeggio e ovviamente tutte le grandi firme della moda.

Fuori una gastronomia troviamo un capannello di persone eccitate intorno al pupazzo animato di Gunma Chan, il simbolo dell’omonima prefettura che nel 2014 ha vinto il concorso della miglior mascotte giapponese. Si vede che la sua popolarità non è scemata nel tempo perché è pieno di persone che scattano foto e lo abbracciano. Ce ne sono sicuramente più da lui che davanti all’imponente facciata del teatro Kabuki-za, e anche noi ci facciamo sedurre dal cavallino giapponese, soprattutto perché non abbiamo 4 ore a disposizione per assistere a uno spettacolo tradizionale! Quindi scattiamo qualche foto e poi visto che è sabato ci godiamo il cuore del quartiere – all’incrocio tra Chuo-dori e Harumi dori – che in occasione del week end diventa inaccessibile al traffico nella prima strada e si trasforma in quello che gli abitanti di Tokyo chiamano “il paradiso dei pedoni”.

Da qui torniamo in stazione e alle 13:30 siamo finalmente allo sportello per cambiare il voucher del JR Pass, stavolta abbiamo i documenti giusti e prenotiamo i posti a sedere su tutti i treni che prenderemo nei giorni successivi.
Da notare! Tutti le rotte, le coincidenze, gli orari e i calcoli che avevamo fatto per gli spostamenti interni si sono rivelati esatti e anche in biglietteria ce li hanno confermati come i migliori possibili. Abbiamo usato il sito NAVITIME Travel e la relativa applicazione per smartphone. Molto meglio del più citato Hyperdia che dà anch’esso risultati esatti ma in quanto a grafica e usabilità sta qualche passo indietro.

Dopo il dovere torna il piacere e ci spostiamo verso la nostra prossima tappa, quindi dalla stazione prendiamo la Yamanote fino a Komagone per visitare Rikugien Garden, uno dei giardini più belli di Tokyo.
A questo punto è bene aprire una parentesi su come spostarsi a Tokyo: nelle stazioni delle metro (ci sono diverse compagnie che coprono la città) bisogna fare attenzione e guardare bene i tabelloni informativi per prendere i treni e le direzioni giuste, perché sono solitamente divisi per colore e numeri – che distinguono le varie linee – e le fermate riportano la tariffa necessaria per raggiungerle dalla stazione in cui siete, dettaglio molto utile da sapere prima di acquistare il biglietto giusto. Ci vuole un po’ di esercizio, anche perché questi tabelloni non sempre hanno la versione con caratteri occidentali e quando non c’è, non bisogna farsi prendere dal panico: basta guardarli qualche istante come degli ebeti e subito si avvicina qualcuno per dare aiuto. Ci è successo in diverse occasioni e abbiamo sempre accettato volentieri il soccorso dei giapponesi, anche quando avevamo le idee chiare sul da farsi: sono gentilissimi e ci dispiaceva rifiutare gesti così spontanei, che sicuramente – considerata la loro sobrietà e discrezione – gli costa qualche strappo al proprio senso del pudore, decisamente ancora sviluppato rispetto ai nostri standard attuali.

Torniamo ai giardini Rikugien. Anzi prima di entrare ci fermiamo a fare uno spuntino con un enorme raviolo al vapore ripieno di carne di maiale e uno spiedino di pollo. L’ingresso costa 300 Yen (2.30 Eu) e la passeggiata è molto piacevole: piantina del parco alla mano ci inoltriamo nei vari sentieri che risalgono agli inizi del ‘700 e non sembra proprio di essere nel cuore di una metropoli gigantesca. La vegetazione è brillante, le aiuole curate, i ponti di pietra, le cascate, le carpe colorate e le tartarughe ci proiettano in uno scenario tipicamente giapponese: stavolta non stiamo guardando una foto, ci siamo dentro! Il grande laghetto centrale e la casa da the, offrono scorci molto suggestivi e quando usciamo siamo pronti a gettarci  nella grande mischia di Akihabara. Sono le 17:00, il sole inizia a calare ed è il momento perfetto per trasferirsi nel “quartiere elettrico” di Tokyo, celebre per la concentrazione di cosplayer e appassionati di manga e anime.

Già alla stazione della metro troviamo dei chiari segnali: nell’atrio ci sono decine e decine di distributori meccanici di giocattoli. Di quelli che ci metti un moneta, giri la maniglia e ti cacciano fuori una pallina con sorpresa. Di solito da noi si trovano in qualche bar, nei lidi, mentre in Giappone sono quasi ovunque e in quantità enormi. La cosa bella è che sono prese d’assalto dagli adulti e non dai bambini, come normalmente siamo abituati a vedere da noi. Ragazzi e ragazze aprono decine di palline alla ricerca soprattutto di action figures e vediamo scene di esultanza o delusione; in entrambi i casi mi piace l’idea che riescono a provare emozioni fanciullesche senza sentirsi ridicoli. Pascoli sarebbe orgoglioso di loro 😉

Una volta in strada veniamo bombardati da musica, colori, luci, voci, megafoni, un assalto sensoriale che ti lascia un po’ spiazzato. Vediamo sfilare qualche pittoresco protagonista di queste subculture metropolitane derivate dal mondo dei cartoni animati e dei fumetti, e facciamo la conoscenza delle sale Pachinko: un gioco d’azzardo molto popolare, concentrato in ambienti talmente incasinati e rumorosi che un casino di Las Vegas in confronto è un’oasi di pace. Dentro abbiamo visto quasi esclusivamente uomini alienati e intontiti, che fumavano e bevevano con gli occhi puntati solo sulla propria macchinetta; centinaia di persone una attaccata all’altra, come polli in batteria, senza alcuna interazione tra loro.

Dopo questa scena è necessario ritrovare un po’ di equilibro e quindi ci spostiamo verso il quartiere Asakusa per visitare il celebre tempio buddhista di Senso-ji. Visto che ci arriviamo in metro, approfitto per un’altra nota importante: le uscite sono sempre indicate in giallo e sarebbe utile conoscere in anticipo l’uscita migliore da prendere. Per esempio tante guide o pubblicità, quando indicano un luogo, riportano sempre la fermata della metro e la relativa uscita, così che le persone possano orientarsi correttamente e salire in superficie dalla parte giusta.

Senso-ji è meraviglioso, una delle attrazioni di Tokyo da non perdere. Dedicato a Kannon è celebre per la sua pagoda a cinque piani alta 55 metri e per noi rappresenta una perfetta introduzione al sincretismo: un concetto che vedremo ben espresso praticamente in tutti i luoghi sacri e che – sintetizzando molto prosaicamente – consiste in una pacifica convivenza dei maggiori culti religiosi del Paese. Scintoismo e Buddhismo in Giappone non si fanno la guerra, anzi convivono molto spesso negli stessi spazi e i loro templi condividono altrettanto di frequente gli stessi giardini.

Anche qui seguiamo un rituale molto in uso e molto rumoroso: agitiamo un pesante bussolotto di ferro pieno di legnetti numerati, ne tiriamo fuori uno e cerchiamo la cifra corrispondente su una serie di cassetti all’interno dei quali ogni partecipante trova il suo destino. Federica ha estratto il numero 12, quello più fortunato e alcuni giapponesi ci aiutano a tradurre il biglietto e si complimentano con noi. E se la sorte non è benevola? Niente paura, può succedere che i bigliettini siano negativi ma basta annodare il foglio sugli appositi espositori e ci penseranno i monaci a pregare per purificare la sorte avversa.

La visita serale è piacevole perché le strutture sono ben illuminate e, visto il grande numero di bancarelle chiuse, immaginiamo che durante il giorno sia molto caotico in quanto è il tempio più visitato di Tokyo. All’uscita abbiamo chiesto a una coppia giapponese di scattarci qualche foto e – toh! – lei ha lavorato in Italia per tre anni, per cui ha abbiamo parlato un po’ ed era molto incuriosita dal nostro viaggio e dal nostro profilo Instagram Handmade Travel.

Dopo un selfie di buon ricordo tutti e quattro insieme, ognuno è tornato sulla sua strada e la nostra ci ha portato dritti da Sushi Zanmai dove non è necessario spiegare cosa si mangia. Ci sediamo al banco di fronte ai sushi master e facciamo la nostra ordinazione compilando da soli un foglietto che riporta le voci del menù, accanto alle quali va messo un segno di spunta e la quantità di pezzi. La nostra scelta ricade su quattro set di maki da sei pezzi (uno di tonno, due con gambero e cetrioli, uno con capesante e cetrioli), poi coppie di nigiri di bonito, tonno rosso, gambero bollito, red snapper (parente lontano del dentice) e sei immancabili pezzi al salmone. Tutto accompagnato da birra e sakè freddo, per una spesa finale di 5127 Yen (38 Eu).

Torniamo per la prima volta in hotel con la metro al posto della Yamanote Line, scendiamo a Mita e raggiungiamo l’hotel a piedi con un’ultima passeggiata. Poi resta giusto il tempo per una doccia e una conferma importante su miti e leggende giapponesi: è tutto vero! Nei bagni, dall’aeroporto all’hotel, dalle stazioni ai treni, il livello igienico è sempre altissimo, mentre delle mitologiche tavolette dei water… ne parleremo più avanti! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 15 km

 

24/09 Tokyo

 

Anche oggi iniziamo con una colazione importante perché ci sarà molto da fare. Cominciamo dal Grande Giardino Orientale del Palazzo Imperiale, l’ingresso è libero e si accede dalla porta di Ote-mon dove c’è un controllo di sicurezza, si ritira la mappa del parco e il pass gratuito da restituire all’uscita. Si può scaricare anche un’audioguida gratuita.

La passeggiata è molto tranquilla, si possono vedere le mura antiche che cingevano in passato il palazzo, di dimensioni megalitiche, ci sono ambienti separati in base al tipo di vegetazione che ovviamente è curata, sia nella potatura sia nell’alternanza di colori, e non mancano cascate e stagni. Però, in tutta onestà, i giardini di ieri per quanto più piccoli sono stati più belli. Col senno di poi, considerato che di cose da vedere a Tokyo ce ne sono tante, questa è un’escursione che si potrebbe tranquillamente evitare.

Fa molto caldo, ci sono 28 gradi quando andiamo a prendere la linea verde della metropolitana diretti verso la stazione Meiji Jingumae. Altra nota sulla metro: abbiamo detto che i tabelloni indicano le fermate e le relative tariffe da pagare. Abbiamo anche detto che ci sono diverse compagnie che coprono la città e in base a distanze e incroci hanno costi diversi. Ora aggiungo che se sbagliate l’acquisto del biglietto non c’è problema, arriverete in ogni caso a destinazione ma per uscire vi sarà richiesto il biglietto corretto e per questo troverete in tutte le stazioni macchinette che “aggiustano” la tariffa e richiedono la differenza. Dopo la compensazione riceverete il tagliando corretto che vi permetterà di uscire. Altra cosa notevole: per l’ultima uscita il tornello non vi restituisce il biglietto, si apre per farvi passare e conserva il ticket, così li riciclano ed evitano il rischio che vengano gettati a terra.

Fuori dalla metro incrociamo la celebre Takeshita Dori, affollatissima di adolescenti, ma la vedremo dopo la visita all’altra grande attrazione in programma oggi: il tempio Meiji Jingu.
Passiamo attraverso il grande torii alto 12 metri (portale di accesso di ogni tempio scintoista) e passeggiamo nel bosco fino al santuario che purtroppo ha il padiglione principale in restauro. Partecipiamo anche noi alle abluzioni rituali prima di accedere: ricordate che bisogna riempire le coppette d’acqua alla fonte, sciacquare una mano per volta e poi la bocca. Ma l’acqua usata deve cadere fuori dalla vasca principale!

Dopo aver visitato il complesso, i templi scintoisti sono abbastanza scarni e quasi sempre inaccessibili all’interno, dichiariamo finiti i nostri giri culturali e diamo inizio alla fase finale: shopping a Shibuya.

Prima passiamo per Takeshita Dori, un vero delirio di ragazzi che sfilano a caccia di abbigliamento e accessori strani. Scattiamo qualche foto, ci immergiamo nel fiume umano – in mezzo al quale becchiamo anche una processione dal tasso alcolico notevole – e procediamo verso la stazione della metro per arrivare a Shibuya. Il primo articolo che compriamo è un ventaglio, poi restiamo piuttosto delusi dal fatto che non riusciamo a trovare i souvenir classici da collezione come accade normalmente in altre località: magneti, shottini e le palle di vetro con neve sembrano introvabili! Camminiamo lungo la strada pedonale Shibuya Center Gai costellata di neon e negozi e ci infiliamo in un negozio tutto a 100 yen Can Do, dove compriamo portabottiglie termici, piattini quadrati di arenaria, rulli massaggianti, patatini e tre pacchi di tagliolini per ramen (1080 Yen, 8.10 Eu).

Dopo raggiungiamo il celebre incrocio con l’attraversamento pedonale che traghetta migliaia di persone da un marciapiede all’altro. Per vederlo bene saliamo al secondo piano dello Starbucks che affaccia sulla strada e dalle finestre scattiamo grandi foto e giriamo video in time-lapse che rendono benissimo l’idea di quanto accade ogni volta che i semafori cambiano colore.

Sono le 20:30, abbiamo camminato per quasi 10 ore consecutive e ci fermiamo a cenare da Genki Sushi, nel cuore di Shibuya. Per l’ultima cena a Tokyo abbiamo scelto un locale insolito che è diventato una sorta di istituzione per il modo particolare in cui si ordina. Poca fila all’ingresso e siamo subito alla nostra postazione, ognuno di fronte a un tablet fisso. Il menù è tutto lì, in digitale, e scegli i piatti direttamente dal tuo monitor. Non è finita, perché non ci sono camerieri a servirti: il sushi ti arriva dopo pochi secondi su un piattino portato da un carrellino automatizzato su una monorotaia. Quando arriva il monitor ti avvisa, tu ritiri il piattino e sempre con un tap rispedisci indietro il carrellino, pronto per nuovi viaggi! Molto divertente e anche di qualità discreta, prezzo poi imbattibile: abbiamo ordinato 14 piattini con diversi nigiri e maki roll, notevoli quelli con tempura di gamberi, e spendiamo solo 2347 Yen (17 Eu).

Dopo cena ci restano le forze per una deludente ultima caccia al souvenir e un passaggio sulla Dogenzaka, piena di love hotel. È tempo di rientrare, domani inizia l’avventura vera: la spinta principale per questo viaggio, vale a dire la scoperta del Kansai, con i suoi villaggi termali, i corsi d’acqua, i sentieri del Kumano Kodo e il mare.

Quanto abbiamo camminato oggi? 16,8 km

 

25/09 Tokyo – Hongu (Watarase Onsen)

 

Sveglia alle 7:30, altra gran colazione e poi via in stazione: inizia la nostra settimana alla scoperta del Kansai, il cuore spirituale del Giappone e del Buddhismo Zen.

Ci dirigiamo verso la stazione dei treni Tokyo, la più grande della città, per prendere il nostro “treno-pallottola” Shinkansen Hikari che ci porterà fino a Nagoya dove prenderemo il regionale Nanki Wide View fino a Shingu.

Ci siamo presi un buon margine di anticipo per cercare qualche souvenir, che non troveremo (attenzione! Può sembrare assurdo ma solo ad Akihabara e Takeshita Dori abbiamo trovato t-shirt e magneti ma non li abbiamo comprati, sicuri che li avremo trovati anche altrove. Sbagliato!), ma soprattutto siamo arrivati prima per capire senza affanni quale fosse il binario di partenza, visto che la stazione è grande e molto trafficata. Pensavamo fosse più complesso ma una volta arrivati sul posto è stato tutto facile. Anche perché l’applicazione su cui abbiamo programmato tutti i nostri spostamenti si è mostrata affidabile anche nella previsione del binario di partenza con due mesi di anticipo! Il merito è anche delle ferrovie giapponesi che funzionano perfettamente, ce ne accorgiamo già con il puntualissimo orario di arrivo del treno, le operazioni di pulizia prima dell’imbarco dei passeggeri e successivamente con la partenza, anch’essa precisa al millesimo.

Rispetto a quanto ho letto in giro mi aspettavo spazi più angusti a bordo, invece le valigie stanno comode quanto noi che abbiamo spazio per distendere completamente le gambe e reclinare il sedile fin quasi a renderlo orizzontale. In pratica è come viaggiare su un lettino da spiaggia!

Sul viaggio c’è poco da dire: tutto è andato liscio, coincidenza e orari hanno combaciato con il nostro programma e siamo arrivati a Shingu dove alle 17:10 abbiamo preso il bus per Hongu.
La stazione di Shingu è piccola e la rimessa dei bus è adiacente, l’arrivo a destinazione è previsto per le 18:11.
Nota sui bus: il biglietto si paga a bordo al termine del viaggio. Al momento di salire si ritira un biglietto con il numero della fermata, in questo caso la 1 perché siamo al capolinea, e man mano che si procede con le fermate un tabellone luminoso vicino al conducente indica il costo da pagare rispetto alla fermata di partenza, che varia come fosse un tassametro. Alla fine del viaggio la nostra tariffa è 1540 yen (11.65 Eu). Si paga la cifra esatta in contanti mettendo i soldi in una macchinetta automatica vicino all’autista, non è previsto resto di alcun tipo ma affianco alla contasoldi c’è un altro dispositivo per cambiare i contanti in monete. Un ottimo sistema per far pagare tutti, senza perdite tempo.

Giù dal bus ci aspetta la navetta dell’albergo che in 10 minuti ci porta al nostro Watarase Onsen Hotel Himeyuri. Sbrigate le pratiche di registrazione andiamo dritti al ristorante, un po’ perché abbiamo fame e un po’ perché chiude alle 19:00 e dopo quest’ora si resta a digiuno. Proprio così! Siamo in un luogo isolato e senza nulla intorno: fare tardi significherebbe restare a stomaco vuoto fino all’indomani!

Raggiungiamo la tavola calda in uno stabile vicino a quello del ricevimento e siccome siamo gli unici clienti, piuttosto spaesati, con l’aiuto del personale ordiniamo la nostra cena sfogliando il menù appeso a un distributore automatico. Infiliamo i soldi nell’apposita fessura (2550 yen, 19 Eu) e pigiamo i tasti corrispondenti alle nostre scelte. Per fortuna poi non è caduto niente da raccogliere nel cassetto! 😉 Con questa procedura abbiamo solo trasmesso l’ordine alla cucina e pagato, dopo un po’ ci servono i piatti a tavola. Il motivo dell’ordinazione fatta alla macchinetta resta un mistero degno di Voyager.

Finiamo i nostri udon cucinati in brodo, una variante dei noodles più spessa e di grano duro rispetto a quella usata per il ramen, di frumento, e lo spezzatino di maiale con riso. Dopo cena rientriamo in stanza, la camera è in stile giapponese e ha una bella area con tatami per prendere il the ma c’è un altro soggetto sconosciuto con cui prendere confidenza: lo yukata. Si tratta di una sorta di vestaglia da camera a disposizione degli ospiti nelle ryokan, le locande tradizionali, e alle terme, difatti letteralmente significa abito da bagno. Per quanto sia molto simile per fattura e taglio, non si considera un kimono!

Lo indossiamo, leghiamo la cinta e ci infiliamo sopra anche l’hoari, una giacca da indossare se fuori è freddo, e ci dirigiamo verso gli onsen: le vasche pubbliche e private di acqua termale. Si vede che i giapponesi hanno orari e abitudini diverse dalle nostre, perché non c’è nessuno in circolazione. Noi ci dirigiamo verso le terme private, entriamo in uno dei quattro ambienti separati e una volta dentro si accende una luce esterna per avvisare che l’onsen non è disponibile. C’è un’intera piscina in pietra tutta per noi, siamo circondati da un giardino rigoglioso e un tetto di stelle! L’acqua è bollente e rilascia un vapore magico a contatto con l’aria frizzante, ci immergiamo e restiamo a mollo fino alle 23:00, poi facciamo una doccia finale – sempre all’aperto – , ci asciughiamo e torniamo verso la nostra stanza, rilassati e convinti di aver fatto un’esperienza completamente nuova e indimenticabile. E siamo solo al primo giorno in Kansai!

Quanto abbiamo camminato oggi? 5,1 km

 

26/09 Hongu – Kumano Kodo

 

Ci svegliamo e ci prepariamo con i nostri tempi e per un attimo dimentichiamo di essere in Giappone, morale: ci presentiamo alle 9:32 alla fermata della navetta e non la troviamo perché è partita come previsto alle 9:30!
Poco male perché ci accompagnano ugualmente fino a Hosshinmon Oji, un piccolo tempio molto importante nel sentiero di pellegrinaggio Kumano Kodo. Da qui iniziamo la nostra giornata di trekking alle 10:15.

Abbiamo organizzato questo viaggio con l’intenzione di visitare questi sentieri sacri dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e durante l’estate ci siamo preparati, fisicamente e mentalmente. Avevamo già le idee chiare sul da farsi e con le informazioni raccolte in hotel ci abbiamo aggiunto ancora più dettagli: percorsi, mappe, altitudini, ecc… in questo modo abbiamo pianificato il percorso, tenendo conto delle ore di luce, delle salite, dello sterrato, dei tempi di percorrenza.

Camminiamo immersi nel verde fra criptomerie, i cedri giapponesi lunghi e sottili, e bambù altissimi. Questi sentieri collegano una miriade di piccoli templi e tre grandi santuari, e nei secoli hanno subito una trasformazione importante: da pellegrinaggio sono divenuti vero e proprio culto. L’antica strada del Kumano ha quindi rispolverato le origini della propria fede ancestrale nella natura e l’ha fusa con scintoismo e buddhismo che in questi luoghi selvaggi hanno trovato la casa perfetta per le proprie divinità e bodhisattva. Così il Kansai ha guadagnato la fama di cuore sacro del Giappone.

Percorriamo i primi 1,8 km lungo la pista Nakaheci  per raggiungere Mizunomi oji, la nostra prima tappa è un tempietto eretto per il bodhisattva Jizo, una divinità molto popolare in Giappone, protettore dei bambini e dei viaggiatori! Proprio ciò che fa per noi. Da qui proseguiamo verso Fushiogami oji, distante 1,9 km. Fa molto molto caldo, c’è afa e umidità nei tratti su strada. Per fortuna ogni volta che ritroviamo lo sterrato nel mezzo della foresta, l’ombra degli alberi abbassa di qualche grado la temperatura. Arriviamo alle 11:45 e facciamo la prima pausa in un punto di ristoro: durante un’ora e mezzo di cammino abbiamo incontrato una sola macchina e cinque persone a piedi. Dopo il caos di Tokyo, un po’ di isolamento ci sta proprio bene.

Alle 12:00 riprendiamo il cammino verso il più grande tempio del Kumano Kodo che rappresenta anche la fine del sentiero: Hongu Taisha Shrine. Questa parte del percorso è stata la migliore, nonostante i cartelli di pericolo per la presenza di vipere ci abbiano condizionato un po’, visto che a un certo punto tutte le radici degli alberi che spuntavano dal terreno si sono trasformate in pitoni, cobra, coccodrilli che neanche nel rettilario dello Zoo Safari di Fasano 😉

Alle 13:30 varchiamo il torii d’ingresso del grande tempio e ci accoglie un cartello di benvenuto che ci conferma che siamo alla fine del Kumano Kodo. Ma non è ancora la fine della nostra escursione perché, dopo una pausa per visitare il santuario e fare uno spuntino, riprendiamo il cammino e andiamo a visitare il torii più grande del Giappone. L’impatto di questo portale di acciaio nero, alto 40 metri, è impressionante: spicca sul piatto terreno delle risaie circostanti e incornicia perfettamente le montagne verdi alle sue spalle. Siamo sempre soli quando entriamo a visitare quello che resta del tempio di Oyunohara, spazzato via nel 1889 da un’alluvione e sostituto da Kumano Hongu Taisha.
A parte la vegetazione rigogliosa e i cartelli informativi resta ben poco da vedere, quindi usciamo dal parco e raggiungiamo il placido fiume Shingu che attraversa la pianura. Facciamo una sosta per ammirare il volo delle aquile negli spazi immensi della vallata e diamo vita a una modestissima performance di land art, accatastando delle pietre in equilibrio sulla sponda del fiume. Con una serie di ciottoli ammassati, lasciamo ai posteri il segno del nostro passaggio e torniamo verso l’edificio moderno del Centro del Patrimonio Storico di Kumano Hongu dove si trova la rimessa dei bus.

Nei negozi di souvenir troviamo la conferma di ciò che avevamo sospettato durante il tragitto: ci sono t-shirt che attestano l’esistenza di un gemellaggio tra Kumano Kodo e Cammino di Santiago di Compostela. Perché lo sospettavamo? Perché durante il percorso quei pochi occidentali incontrati erano piccoli gruppi di spagnoli. Dopo aver comprato una confezione di riso locale notiamo che il bus per la nostra prossima destinazione è appena passato e il prossimo arriverà tra un’ora! Questo imprevisto mette a rischio la nostra tabella di marcia perché il sole sta per calare, ma un colpo di fortuna ci assiste! Riconosciamo l’autista della navetta del nostro hotel e gli chiediamo un passaggio: non si ricorda di averci accompagnato ieri ma accetta di farci salire e una volta a destinazione ci segue fino alla reception per assicurarsi che siamo davvero clienti dell’hotel e non due scrocconi vagabondi. Dopo i saluti con il personale del desk sono tutti più tranquilli e noi possiamo riprendere la marcia: se nessuno ci porta a Yunomine Onsen, ci andremo da soli e a piedi! Sono ancora le 16:30 e dobbiamo concludere i nostri giri entro e 19:00 per poter cenare, quindi è subito tempo di ripartire: 30 minuti di cammino ci separano dal più pittoresco dei tre villaggi termali presenti nella zona.

Dopo una nuova scarpinata in collina arriviamo nella stazione termale più antica dell’intero Giappone, con oltre mille anni di storia. Il villaggio sorge sulle sponde di uno stretto corso d’acqua bollente ed è celebre per la sua piccola capanna di legno costruita al centro del fiumiciattolo che ospita una vasca naturale in pietra. La cabina è pubblica e possono accedervi una o due persone per massimo 30 minuti, non c’è un controllo ma solo dei cartelli che invitano a rispettare queste semplici regole. Qui troviamo concentrati il maggior numero di occidentali, alloggiano nelle tante ryokan e minshuku e si godono l’ospitalità e lo stile di vita del luogo immergendo i piedi nel fiume dopo una giornata di escursioni, bevendo una birra e cuocendo le uova sode nell’acqua calda: 15/20 minuti e sono pronte, proprio come fanno le persone del posto che portano qui a sbollentare verdure e mais.

Il sole tramonta alle 18:00 e se non vogliamo fare la strada del ritorno al buio c’è da riprendere la marcia per tornare a Watarase Onse, dove arriviamo in perfetto orario per cambiarci, indossare i nostri yukata e andare a cena. Stasera niente tavola calda, ci premiamo con il ristorante principale dell’hotel che ha delle grandi vetrate che affacciano sul fiume e una bella atmosfera. Mentre aspettiamo i camerieri, ripensiamo alle scoperte di oggi, alle meraviglie viste e alla perfetta organizzazione che grazie a cartelli, punti di ritrovo, indicazioni, ha reso il cammino più interessante e sicuro.

Il menù era solo in giapponese ma ci siamo fatti aiutare da Kazuki che – per quanto abbiamo capito nei giorni di permanenza – è l’unico a conoscere decentemente l’inglese, quindi ci ha tradotto la lista dei cibi e dopo aver schivato la carne di balena abbiamo ordinato del manzo arrosto servito insieme a sashimi accompagnato da riso, e poi del manzo locale crudo tagliato sottilissimo da cuocere al tavolo in un brodo di ortaggi accompagnato da tofu. Alle prese con il fornello abbiamo dosato gli ingredienti e scelto il grado di cottura portando a compimento un’insolita pratica gastronomica, con cibi di ottima qualità e in un certo senso “cucinati” da noi.

Dopo aver saldato il conto di 4320 Yen (32.60 Eu) raggiungiamo le terme pubbliche e ci separiamo. In questo tipo di terme l’accesso è separato per un motivo molto semplice: si entra in acqua completamente nudi. Ma visto l’orario l’imbarazzo è ridotto al minimo perché non c’è quasi nessuno. Lasciamo gli indumenti negli spogliatoi e ci diamo appuntamento dopo mezz’ora, una volta fuori raggiungiamo l’onsen privato e mentre siamo immersi nell’acqua calda per rilassarci ci raccontiamo l’esperienza pubblica che è risultata identica: una vasca al chiuso che rendeva l’ambiente simile a una sauna, persone a lavarsi meticolosamente prima di entrare in acqua e all’esterno altre quattro enormi vasche in pietra con diverse temperature. Tutto perfettamente illuminato e curato nei dettagli, già lo sappiamo: quanto ci mancheranno questi rotenburo!

Quanto abbiamo camminato oggi? 17,3 km.

 

27/09 Watarase Onsen – Shirahama

 

La giornata inizia con un graditissimo cambio di programma per via di una possibilità che ci hanno presentato in reception al nostro arrivo: hanno una navetta gratuita che ogni giorno parte alle 10:30 per la stazione di Shirahama.
Noi abbiamo in programma proprio questo spostamento e con il JR Pass l’avremmo fatto tranquillamente, solo che avremmo dovuto farci accompagnare alla fermata del bus in partenza per la stazione di Shingu alle 8:56 e da lì, dopo un’ora di viaggio, prendere il treno delle 10:28 per Shirahama con arrivo previsto alle 12:20.

Invece così partiamo e viaggiamo molto più comodi e arriviamo prima: anche l’arrivo in stazione ci va benissimo perché il nostro Minshuku Inn Shirahama Ekinoyado è a soli 50 metri dai binari, l’avevamo scelto proprio in previsione degli spostamenti in treno.

Alle 12:00 arriviamo a destinazione e appena fuori la stazione troviamo la nostra casa per le prossime due notti e a questo punto ci sta bene una nota sulla differenza tra ryokan e minshuku: in realtà sono molto simili, si tratta di abitazioni/locande tradizionali, una sorta di pensione a conduzione famigliare. Entrambe possono essere in condivisione con la famiglia ospitante e si scelgono per vivere una completa esperienza giapponese, visto che ci si adegua ai ritmi e alle usanze locali, in particolar modo per i pasti. Si dorme ovviamente su tatami e futon e, forse, la differenza sostanziale consiste che nelle minshuku i proprietari si aspettano che siano gli ospiti a preparare il futon per dormire e a riporlo nell’armadio al mattino.

La signora che ci apre le porte della locanda è arzilla, quasi parla soltanto giapponese, non accetta carte di credito ma solo contanti, con piglio militare ci dà qualche spiegazione sulle regole della casa e ci chiede a che ora vogliamo la colazione offrendoci margini di scelta molto risibili: o alle 7:30 o alle 8:00, poi digiuno.

Va bene, ci adegueremo. Da bravi cadetti andiamo in stanza, scostiamo il tavolino basso, stendiamo i nostri futon sul tatami, infiliamo i costumi nello zaino e torniamo in stazione a prendere il bus 12 diretti a Sandanbeki Rock Cliff, una scogliera alta 50 metri da cui si ammira un vasto panorama sull’Oceano. In cima c’è un piccolo ristoro dove ci fermiamo a prendere un orrendo gelato al the verde che era amaro e sapeva di pesce marcio. Scampati all’avvelenamento ci spostiamo a piedi verso la vicina Senjojiki Rock Plateau, altrimenti nota come “Punta dei 1000 tatami”. La chiamano così perché effettivamente le stratificazioni delle rocce che formano il promontorio sono così regolari che ricordano la forma di tanti tatami sovrapposti. Qui il mare e il vento hanno compattato e levigato per secoli la sabbia chiara, creando anfratti dalle linee morbide e e riflessi abbaglianti. Mentre ci allontaniamo per raggiungere la spiaggia Shirara-hama, la più famosa nel cuore della città, notiamo che rispetto a qualche sparuto gruppo incontrato nel Kumano Kodo, finora a Shirahama non abbiamo visto turisti occidentali.

Shirahama è nota per i suoi antichi onsen a ridosso dell’Oceano, che risalgono anche a 1300 anni fa (!) ed è molto frequentata come località balneare dai giapponesi ma siccome siamo fuori stagione è semi-deserta: l’ideale per godersi l’enorme spiaggia di finissima sabbia bianca lunga quasi un chilometro. Non ci fermiamo all’onsen perché vogliamo raggiungere il mare ma prima facciamo una sosta per immergere i piedi in una vasca termale pubblica adiacente alla spiaggia. Ok, ora siamo già senza scarpe: è il momento di continuare la nostra passeggiata lungo la riva.

L’acqua è bellissima, pulita e trasparente, non ci tuffiamo completamente perché il sole sta per tramontare e non ci resta molto tempo per asciugarci prima di cena. Quindi ci fermiamo giusto il tempo di uno spuntino e procediamo fino alla fine della spiaggia, dove troviamo un bellissimo tempio shintoista silenzioso e isolato. Sicuramente molto più sobrio del nome: Nishinomiyashirahamaemihisashi Shrine 🙂

Sono soltanto le 18:00 ma decidiamo di andare ugualmente a cena perché in questa zona c’è più scelta rispetto a dove soggiorniamo, quindi siccome alle 19:10 parte l’ultimo bus entriamo senza indugi nel ristorante che avevamo selezionato in precedenza. Da Kiraku troviamo un bellissimo ambiente, molto rustico, e un’accoglienza formidabile. Il locale è piccolissimo, tutto in legno e molto tipico con i suoi tavoli bassi sui tatami. Appena seduti ci portano l’entrée che assaggiamo soltanto perché ha un sapore “forte” e, diciamo così, “sospetto”. Non siamo riusciti a riconoscere tutti gli ingredienti ma ce li svelano a fine pasto: ravanelli, ginger, carote, cipolle e… branchie di pesce!
Dopo questo brivido ci servono uno Yaki Sakana, spigola giapponese arrosto, e una tempura di gamberi e verdure. Ogni piatto è accompagnato dall’immancabile riso, una ciotola con la zuppa di miso e varie coppette con verdure miste. Da bere abbiamo ordinato una birra media e uno chuhai, a base di shochu – liquore giapponese – mescolato con soda e lime.

A parte le branchie è stato tutto buonissimo, spendiamo 3600 Yen (27 Eu), tanto che al termine del viaggio Kuraki risulterà sul podio delle cene migliori. Prima di andar via ci fermiamo a parlare con i gestori che con tanto di vocabolario alla mano si prodigano per darci informazioni sui prodotti e la cucina giapponese, e ci tenevano moltissimo a farci capire cosa avevamo mangiato. A un certo punto tutta la famiglia si è riunita al nostro tavolo, anche il nonno che con orgoglio si avvicina portando con sé un bottiglione di umeshu, un liquore tradizionale a base di albicocche fatto da sua moglie e che dobbiamo assaggiare assolutamente. La mama-san è l’unica che resta lontana ma ci guarda sorniona e sorride quando alziamo i bicchierini e brindiamo alla sua salute. Un vero peccato dover andar via!

Alle 19:07 prendiamo l’ultimo bus diretto in stazione e chiudiamo la giornata come da programma, con un asso nella manica che ci siamo riservati per il finale. In fase di prenotazione del minshuku abbiamo pensato: va bene la locanda tradizionale, va bene il tatami, va bene pure il futon… va bene tutto, però se prenotiamo la stanza che ha una bella vasca privata sul terrazzo, tutta in legno, sarebbe anche meglio! È andata proprio così: al ritorno in stanza l’abbiamo trovata già piena di acqua fumante, grazie alla premura della proprietaria. E dopo un bagno caldo e il relax, ancora una doccia sotto le stelle (per forza, nel bagno non c’è!) 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 11,1 km

 

28/09 Shirahama – Nachi – Shirahama

 

Uno dei motivi per cui abbiamo scelto questa minshuku è stata anche la colazione giapponese, tanto decantata nelle recensioni degli ospiti.
Alle 8:00, vestiti con gli immancabili yukata, andiamo a vedere cosa ha preparato con le sue mani la proprietaria della nostra locanda.

La tavola è magnificamente imbandita e praticamente non c’è nulla di quello che noi mangiamo abitualmente appena svegli. Ci facciamo spiegare cosa c’è nelle 100 scodelle e scodelline che la signora ha preparato con tanta cura. Ognuno ha il suo vassoio e all’interno ci sono portate, cucchiai, bicchieri, per unire, miscelare, condire. Immancabile la zuppa di miso e tofu che cuoce sul piccolo fornello da campo vicino al riso, anch’esso caldo. Tutto ha una simmetria, una regolarità nell’estetica che, nostro malgrado, non riusciamo a riprodurre con una gestualità altrettanto sobria ed elegante durante la fruizione. Ci sono frittatine, insalata con una fetta di fesa di tacchino, purea di rafano, uova alla stracciatella con funghi e pomodori, radici di loto, daikon, una varietà di ravanelli, e satoimo, una patata dolce.

La signora è molto orgogliosa di ciò che ha preparato ma si rende conto anche della diversità rispetto alle nostre abitudini e quindi resta a guardare divertita come ci approcciamo ai suoi piatti e, visti i risolini e lo stupore, sicuramente noterà cose buffe nei nostri abbinamenti. Quindi, per non fare come gli americani che da noi ordinano la pizza con il cappuccino, le chiediamo qualche suggerimento su come abbinare al meglio le varie portate. Noi sapevamo cosa fare solo con l’acqua e il the!

Non lasciamo nulla di intentato, assaggiamo tutto e qualcosa la finiamo anche di gusto, come le frittate e il riso, ma qualcosa proprio non va giù come per esempio la crema di uova con i funghi. Alla fine, però, non rinunciamo a un paio di panini al latte con marmellata di fragole: un tocco europeo ci voleva!

Per oggi il meteo non prometteva nulla di buono per la nostra giornata di mare e onsen, quindi abbiamo improvvisato un fuori programma: forti nel nostro JR Pass, ci siamo inventati un’escursione per vedere le cascate e la pagoda di Nachi, in pratica torniamo indietro e riprendiamo un altro percorso del Kumano Kodo. L’idea di tornare su quei sentieri ci piace, il richiamo di ciò che abbiamo visto è fortissimo e alle 10:12 prendiamo il treno che ci porterà fino a Kiikatsura dove arriviamo alle 11:30.

Appena fuori la stazione ci orientiamo nel piccolo centro di informazioni turistiche e notiamo che intorno a noi non c’è una sola parola scritta in inglese, soltanto ideogrammi, e nessuna possibilità di pagare con carta, solo cash. Racimoliamo con qualche difficoltà le informazioni che ci servono e compriamo un biglietto giornaliero per il bus che con 1000 Yen (7.50 Eu) ci permetterà di viaggiare sulla tratta che raggiunge le attrazioni principali. Scendiamo dopo 30 minuti di viaggio alla fermata Nachisan Mountains e da qui prendiamo la serie di ripide gradinate che portano in cima al Kumano Nachi Taisha Grand Shrine. Dopo 20 minuti e 453 scalini raggiungiamo il santuario e visitiamo i templi scintoista e buddhista, come in altre occasioni vicini e chiaramente distinguibili nei loro colori ed elementi architettonici. Il tempio buddista Nachisan Seiganto-ji è sicuramente il più bello, all’interno c’è il gong più grande del Giappone e all’esterno un belvedere talmente ampio che permette di vedere la celebre pagoda di Nachi in primo piano, la grande cascata sullo sfondo e, dalla parte opposta, in lontananza, l’immensità del Pacifico.

Con uno scenario del genere scateniamo le nostre macchine fotografiche e giriamo qualche video per riprendere il salto di 133 metri della cascata più alta del Giappone. Dopo aver superato la discesa che porta alla base della pagoda ci inoltriamo in un nuovo tratto del Kumano Kodo che sbuca nei pressi del bacino della cascata. Sarà questo il nostro congedo dai sentieri sacri e saluto migliore non poteva esserci: un finale molto suggestivo, ancora immersi nel verde, con radici, sassi e muschio a complicare il cammino e il fragore dell’acqua che aumenta man mano che ci avviciniamo. Non vediamo ancora la cascata ma il verde brillante che ci circonda, l’umidità e una pioggerellina nebulizzata sulla pelle ci indica che ci siamo quasi. Poi la radura si apre e la scheggia d’argento che spacca in due lo smeraldo della foresta ci appare in tutta la sua grandezza. Lo ribadiamo ancora una volta: che intuizione meravigliosa è stata la scelta di visitare il Kansai e la prefettura di Wakayama!

Il nostro giro si conclude alla fermata Nachinotachi Mae e da qui riportiamo con il bus delle 14:56 per tornare alla stazione di Kiikatsura dove prendiamo il treno delle 15:57 che ci riporterà a Shirahama dopo un’ora e mezza di viaggio. Prima di rientrare nella locanda ci fermiamo allo sportello turistico per prendere informazioni molto importanti sulla possibilità di lasciare i bagagli in custodia nella stazione di Koyasan, destinazione in programma domani che per quanto abbiamo letto andrebbe affrontata con bagagli leggeri, trovandosi in montagna. Il personale è gentile ed è preparato ad affrontare le difficoltà linguistiche: ci fanno fare le domande in inglese a un tablet che gliele traduce scrivendole in giapponese. Loro rispondono in giapponese e noi leggiamo in inglese: tutto risolto! Ah! Hanno telefonato alla stazione di Koyasan e ci hanno assicurato che ci sono gli armadietti per lasciare i bagagli. Prima di tornare in stanza ci fermiamo all’emporio della stazione e compriamo le calamite del Kumano, che non avevamo trovato in nessuna delle tappe precedenti, l’acqua e il necessario per un aperitivo giapponese a base di schochu e patatine all’alga nori.

Ma non è finita perché Shirahama ci riserva ancora una sorpresa. Alle 19 i bus non circolano più, quindi dobbiamo muoverci a piedi per cercare un posto dove mangiare. L’operazione non è affatto semplice, perché ora Shirahama sembra una città fantasma: non ci sono persone in giro, non ci sono locali aperti, anche su TripAdvisor non otteniamo riscontri. Ci muoviamo lungo una strada buia e camminiamo senza una meta: l’unica persona che incontriamo sta facendo jogging, si ferma e ci parla in giapponese come se niente fosse. Ovviamente non ci dice nulla di utile e decidiamo di proseguire ancora un po’, ci fissiamo come obiettivo massimo una curva per affacciarci alla fine del rettilineo e dare uno sguardo oltre. Arrivati alla svolta, ancora nulla: solo strada e case. Però c’è un’insegna luminosa su un piccolo edificio, non riconosciamo gli ideogrammi ma c’è qualcosa che pende al centro e che ci fa sperare: sembra un caciocavallo nostrano! Seguiamo il feticcio luminoso come falene e apriamo la porta: mettiamo il naso dietro e ci troviamo di fronte cinque persone che ci guardano sorprese. Tre sono seduti al banco e due sono dall’altra parte: ce l’abbiamo fatta! Si mangia!

La fortuna ci sorride ancora (come potrebbe essere altrimenti dopo aver pescato la profezia perfetta a Tokyo?) perché dei tre clienti presenti uno è sposato con un’americana e parla benissimo inglese. Il locale si chiama Hyoutan, che vuol dire zucca (non era un caciocavallo!), ed è una izakaya, una taverna tradizionale. Visto che i proprietari, una coppia, parlano solo giapponese, il nostro nuovo amico ci fa da interprete e ci consiglia cosa ordinare. Lui sta mangiando un pollo fritto dall’ottimo aspetto e gli diamo subito l’ok per provarlo anche noi, poi ci aggiungiamo un pesce locale arrosto e una tempura di verdure e gamberi. Il cibo è buono e la compagnia anche, restiamo volentieri a chiacchierare e visto che si mangia benissimo ordiniamo anche degli straccetti di manzo arrosto, tagliati sottilissimi e accompagnati da riso. Beviamo birra, chuhai, offriamo un giro al nostro interprete e andiamo via dopo aver saldato il conto (6400 yen, 48.20 Euro), rigorosamente in contanti!

Cena abbondante stasera, tanto domani ci aspetta la dieta vegetariana prevista nel monastero buddhista in cui alloggeremo…

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,7 km

 

29/09 Shirahama – Koyasan

 

Per concludere la nostra settimana in Kansai, abbiamo programmato un breve soggiorno sul Monte Koya. Quando abbiamo letto sulla guida che era possibile alloggiare in un monastero buddhista, le nostre ricerche si sono direzionate in questo senso per provare l’ospitalità di un vero shukubō, la foresteria dei templi.

Visto che iniziamo a prepararci alle 7:00 non avremo tempo per la maxi colazione giapponese ma la nostra locandiera è così gentile da trasformare tutto in un bento, il pranzo da asporto anch’esso magnificamente confezionato.

Oggi è il giorno più complicato in termini di logistica, si comincia con il treno delle 9:19 per Wakayama dove arriviamo alle 10:47. Il prossimo treno per Hashimoto parte dopo soli 3 minuti ma quando tutto funziona perfettamente tre minuti sono sufficienti per passare da un binario all’altro. Questo secondo treno è praticamente una piccola metro: solo tre carrozze, pochi posti a sedere e molti in piedi.

Una volta arrivati ad Hashimoto abbiamo 7 minuti prima di prendere il treno successivo ma il grado di difficoltà aumenta perché dobbiamo fare i biglietti! Difatti il prossimo tratto di ferrovia non è incluso nel JR Pass perché è servito da una compagnia diversa, la Nankai Koya Line Local. I nostri timori di perdere la coincidenza si rivelano infondati perché in biglietteria i controllori ci aiutano a fare il tagliando giusto che ci servirà fino al Koyasan. Quindi abbiamo in mano un solo biglietto che da Hashimoto ci porta a Gokurakubashi, valido anche per la successiva teleferica diretta a Koyasan in totale (830 Yen, 6.20 Eu).

Finalmente ci siamo! Dopo l’ascesa che ci ha portato in 5 minuti da 400 a 1000 metri d’altezza, siamo finalmente arrivati in questo luogo mistico. Una volta sul posto ci rendiamo conto che non sarà necessario lasciare il bagaglio grande in stazione (abbiamo preparato uno zaino leggero, pronti a soggiornare senza valigie), perché la situazione non è così “difficile” come l’avevamo letta sui diari di altri viaggiatori. Il bus 2 parte davanti alla stazione e ci lascia alla fermata 9, proprio davanti al nostro tempio (330 Yen, 2.50 Eu). L’avevamo visto descritto come un tragitto di chilometri da fare a piedi lungo impervie mulattiere di montagna e invece…

Ci siamo! Entriamo nel nostro Eko-in Temple, ci togliamo le scarpe e raggiungiamo una stanza con altre persone per ascoltare le istruzioni sul soggiorno e fare il check-in. Un monaco ci dà spiegazioni su orari, rituali, pratiche e pasti. Sarà un’esperienza intensa che inizia nella nostra stanza con il ricalco dei sutra con la tecnica Shakio, una pratica molto comune in Giappone. Ci hanno dato i pennini e un foglio con il sutra del cuore su 14 linee verticali, semplice e conciso. Questa attività aumenta la concentrazione, ancora di più per noi che abbiamo a che fare con gli ideogrammi. Non importa la comprensione del testo, il principio con cui vivere l’esperienza è lo stesso che applichi colorando un mandala: svuoti la mente, nessuna distrazione.

La camera è molto bella, ovviamente in stile giapponese, tutta in legno, con tatami e grandi vetrate che affacciano sul complesso monastico e lo stagno. Decidiamo di interrompere il ricalco per fare un giro fuori prima della seconda attività che abbiamo programmato. Scendiamo in strada per visitare alcuni templi di questa Las Vegas buddhista: esatto, può sembrare assurdo ma camminare a Koyasan ci ricorda il viaggio in USA del 2014. Qui sicuramente non ci sono casinò ma passeggiare per 2,5 km su una strada su cui affacciano grandi e piccoli templi, ci fa pensare a un accostamento azzardato con la strip di Las Vegas. In versione mistica, ovvio!

Entriamo nel tempio Rengedani che ha una bella pagoda, sgraniamo un lungo rosario di legno appeso al soffitto che scoppietta mentre lo tiriamo e il grano corrispondente all’altezza degli occhi dopo il terzo giro previsto dal rituale ci dà una benedizione. Da qui passiamo direttamente al Kongobu-ji (500 Yen, 3.75 Eu), il tempio principale del buddhismo Shingon a Koyasan e sede dell’abate. Molto famoso per i pannelli di legno dipinti all’interno delle stanze; in tutta sincerità, non è granché e vale la visita quasi esclusivamente per il giardino di roccia, uno dei più grandi e curati del Giappone.

L’esplorazione per oggi finisce qui perché dobbiamo rientrare al monastero, visto che alle 16:30 partecipiamo a una sessione di meditazione. Entriamo puntuali nella sala insieme ad altri viaggiatori e un monaco impartisce istruzioni sul da farsi, a partire dalla postura. Veniamo iniziati alla meditazione Ajikan, sulla lettera “A” che in sanscrito ha una grafia che richiama l’immagine della luna – intesa come illuminazione nel buio – e rappresenta il Buddha cosmico. La sua visualizzazione durante la meditazione sintetizza la dottrina del buddhismo esoterico: possiamo raggiungere l’illuminazione in questa vita terrena. Una speranza più che una possibilità.

Si comincia con un inchino seduti, con i piedi sotto i glutei, e si passa a incrociare le gambe, portando il piede sinistro sul ginocchio destro. Chi riesce può portare anche il piede destro sull’altro ginocchio, riproducendo così la seduta “del loto”. La schiena resta dritta, le mani poggiano in grembo con il dorso della sinistra sovrapposto sul palmo della destra e i pollici a contatto (non forte pressione, né leggero distacco). Gli occhi restano semichiusi a guardare la punta del naso (avete presente quelle immagini di Buddha che sembra strabico o ubriaco?), non devono essere aperti perché distraggono e neanche chiusi perché ti fanno guardare troppo dentro o, più probabilmente, rischi di prendere sonno. La meditazione ci rilassa e al termine dei 30 minuti ci intratteniamo a parlare con un monaco di buddhismo e gli facciamo alcune domande su una dottrina che in Italia ha acquisito popolarità negli ultimi anni, che viene dal Giappone ma che finora non abbiamo incontrato durante tutto il viaggio, la Soka Gakkai.

Alle 17:30 torniamo in stanza dove troviamo la cena già pronta sul tavolino basso, un altro momento importante di questo soggiorno. I monaci hanno da secoli un regime alimentare rigorosamente vegetariano chiamato shojin-ryori e il bilanciamento dei colori e la presentazione sono elementi importanti quanto gli ingredienti locali, come il goma dofu (tofu di sesamo), la tempura di verdure, la zuppa (indovinate di cosa?) e altre radici e ortaggi che non abbiamo riconosciuto. Per carità, sarà tutto sicuramente nutriente e salutare ma in quanto a gusto non c’è da entusiasmarsi: si può fare molto meglio pur senza usare carne e pesce.

Al termine del pasto i monaci vengono a ritirare i vassoi e preparano il futon per la notte. Rispetto a Las Vegas qui alle 19:00 è tutto spento, l’unica attività possibile è la visita “notturna” al cimitero che finisce alle 20:00. Visto che la giornata è stata lunga, piena di treni e di cose viste e fatte, decidiamo di restare in stanza. Soprattutto perché fuori ci sono 8 gradi! In camera si sente un gran freddo perché gli ambienti non sono riscaldati, quindi ci sarà da restare sotto le coperte e ripararsi anche perché le pareti di legno e carta di riso non offrono grande isolamento. Alle 22:00 inizia il coprifuoco del monastero che chiude i battenti, ora non si può più entrare o uscire.

Cena sana e leggera, a dormire presto e sveglia all’alba. Siamo qui, siamo pronti.

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,5 km

 

30/09 Koyasan – Kyoto

 

Ci svegliamo alle 6:00 in punto, i bagni sono in comune (pulitissimi) e bisogna prepararsi per partecipare alla cerimonia del mattino prevista alle 6:30 nel tempio principale.
Arriviamo puntuali e assistiamo i monaci che recitano un sutra accompagnati da un gong. Al termine della preghiera fanno sfilare tutti i partecipanti lungo il perimetro interno del tempio per fare una serie di inchini rituali dinanzi a statue del Buddha e di altri bodhisattva. Una volta fuori ci spostiamo verso un secondo tempio del complesso, per assistere al goma, la cerimonia del fuoco: un rituale antichissimo che vede un monaco preparare una pira di bastoncini di legno profumato all’interno di un grande braciere mentre un altro inizia a salmodiare un sutra battendo su un tamburo. Il ritmo aumenta man mano che la fiamma cresce e diventa sempre più larga e alta. Viene alimentata con altri legni e oli, con gesti calmi e compassati alternati ad altri più rapidi e decisi. La penombra in cui siamo avvolti viene spazzata via dalla luce durante l’apice del rituale purificatore, salvo poi riconquistare il suo spazio man mano che la fiamma perde intensità fino a spegnersi. Dopo il consueto giro di inchini, rientriamo in stanza ma saltiamo volentieri la colazione vegetariana e passiamo direttamente al digiuno: più sano di così!

Approfittiamo della sveglia all’alba per uscire subito e andare a visitare il pezzo forte di Koyasan: il grande cimitero secolare Okuno-in, il più grande del Giappone e ovviamente Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Dista solo 100 metri da noi e già subito dopo l’ingresso ci rendiamo conto dell’atmosfera magica che ci circonda: criptomerie gigantesche proteggono il sentiero principale che separa in due il cimitero dove 200.000 buddhisti hanno trovato sepoltura nel corso dei secoli. Il percorso lungo un chilometro e mezzo è costellato di altari, templi, sculture, ceppi, ricoperti di muschi che brillano sotto la luce che filtra agli alberi. Fa sicuramente freddo ma siamo attrezzati e abbiamo fatto un’ottima scelta perché a quest’ora non c’è praticamente nessuno e ci godiamo l’escursione fino al tempio principale di Kobo Daishi (Kukai), fondatore del Buddhismo Shingon e dell’intera Koyasan. In pratica una divinità.

Superiamo il Toro-do, l’edificio principale del cimitero dove ci sono due lanterne che ardono ininterrottamente da 900 anni, e arriviamo nel luogo più sacro del complesso: il mausoleo di Kobo Daishi. Ora, nonostante le dimensioni monumentali del cimitero, non possiamo dire propriamente che anche il padre fondatore di Koyasan abbia trovato sepoltura qui, per un motivo semplice: Kukai non è morto ma si è ritirato volontariamente in eterna meditazione e i fedeli ogni giorno portano offerte di cibo per il suo sostentamento. Da 1200 anni.

Ormai il sole è alto quando iniziamo a tornare verso il monastero e vediamo arrivare grandi gruppi e un notevole afflusso di persone che sicuramente aumenterà nel corso della giornata. Abbiamo fatto benissimo ad andare presto!
Alle 10:00 lasciamo la stanza e ci muoviamo verso il centro per visitare il Gran Garan. In strada iniziamo il nostro shopping: due statuine di Buddha Amithaba, pennino e pergamena per ripetere l’esperienza Ajikan, t-shirt, calamite e una confezione di tofu al sesamo ma non per noi! Lo regaleremo ad amici che hanno preso ad apprezzarlo in Italia (5240 Yen, 40 Eu). Qui lo mangiamo almeno una volta al giorno preparato da mani diverse con le migliori tecniche e ingredienti, e il risultato ci sembra sempre ospedaliero. Sarà pure sano ma a chi proviene dalla dieta mediterranea resterà sempre insipido, salvo arrotolarci attorno una bella fetta di pancetta arrosto.

Il blitz per lo shopping è rapido perché gli ultimi acquisti li faremo tutti a Kyoto e procediamo a visitare l’ultimo grande complesso di templi e pagode, da vedere senza indugi. Se per questioni di tempo, oltre all’imprescindibile cimitero Okuno-in, sarete costretti a scegliere se vedere il Garan o il Kongobu-ji, non esitate e preferite il primo al secondo. Vale il viaggio sin dal portale ingresso, c’è un laghetto con ponti, templi, un albero di pino a tre aghi dal forte valore simbolico e la spettacolare pagoda Dai-to che pare sia il centro del mandala a forma di loto costituito dalle otto montagne che circondano il Koyasan. Prima di andar via mettiamo in moto la grande ruota del dharma alla base di una pagoda, come facemmo a Sarnath durante il viaggio in India, e con questa azione di buon auspicio ci prepariamo a salutare questo luogo magnifico: qualche sacrificio per il freddo, gli orari, i pasti freddi e insapore, i bagni condivisi, si sopportano volentieri in confronto a tutto quello che abbiamo visto e ricevuto.

Torniamo in hotel a prendere le valigie e ci prepariamo a viaggiare verso la prossima tappa. Alle 12:11 prendiamo il bus che in 20 minuti ci riporta alla stazione Koyasan. Facciamo i biglietti per tornare con la teleferica delle 13:11 a Gokurakubashi e da qui a Shinimamiya, come all’andata tragitti non compresi nel JR Pass e che costano 2040 Yen (15.30 Eu, compresa prenotazione posto). A Shinimamiya torna valido il nostro pass per prendere il treno delle 14:54 per Osaka e da lì quello delle 15:44 per Kyoto, la nostra destinazione finale di oggi.

Dopo una settimana di Kansai selvaggio, immersi nella natura tra mare e montagna, onsen e foreste, torniamo alla “civiltà”, nell’antica capitale giapponese che, con i suoi mille templi seminati nel tessuto cittadino, racchiude bene lo spirito del nostro viaggio assemblato con l’alternanza bilanciata di metropoli tecnologiche e piccoli villaggi rurali, di modernità e spiritualità.

La stazione di Kyoto è molto grande e ci orientiamo grazie alla Kyoto Tower ben visibile di fronte l’uscita centrale, da qui decidiamo di arrivare a piedi in hotel visto che dista 15 minuti. Ovviamente una volta sul posto scopriamo che c’è una fermata di metro a 100 metri da noi. Pazienza, la useremo in futuro. Il Rinn Shichijo Ohashi Bridge è veramente molto bello e nuovo, inaugurato nel 2017. Funziona come una guesthouse, difatti in stanza troviamo piano cottura, lavatrice, frigo, forno e la migliore toilette del viaggio. Ora è il momento di spendere due parole sul mito per eccellenza dei viaggi in Giappone: le tavolette del water. Allora, è tutto vero: sono riscaldate e tecnologiche, se qui troviamo la migliore va detto che in tutti luoghi dove siamo stati – compresi quelli pubblici come le stazioni – i bagni erano dello stesso livello per tecnologia (per pulizia l’abbiamo già detto). Cosa intendo per tecnologia? Fotocellule che si attivano quando ti siedi e fanno partire un disinfettante vaporizzato, la musica, un bidet incorporato (a scomparsa) con diversi flussi e posizioni per uomo e donna, un pannello di controllo con la possibilità di scegliere la temperatura dell’acqua, il tipo di scarico, la temperatura della tavoletta! E poi la stessa fotocellula che quando ti alzi fa partire lo scarico, chiude il coperchio (non tutte, solo le versioni lusso) e attiva il rubinetto posto sopra la vasca di raccolta dello scarico, per lavare le mani senza usare il lavello e riciclando immediatamente l’acqua. Sono componenti esterni che si applicano sulla ceramica, li abbiamo visti in vendita ad Akihabara con prezzi tra i 500 e i 1000 Euro in base agli optional, quasi quasi… 😉

Facciamo il punto della situazione per organizzare le visite nei prossimi giorni e in particolare decidiamo il programma di domani, diviso tra Nara e Arashiyama. Bisogna organizzarsi bene perché c’è veramente tanto da vedere a Kyoto!
Intanto c’è da pensare a dove cenare, anche perché è sabato e troviamo difficoltà a trovare posto. La reception prova a prenotare qualche locale che abbiamo selezionato ma sono pieni, o non accettano prenotazioni, oppure danno il via libera dalle 21:30 in poi. Troppo tardi per chi è a digiuno da un giorno e viene da un lungo viaggio.

Decidiamo di fare da noi e ci spostiamo con la metro un paio di fermate più in là, Sanjo, attraversiamo il ponte sul fiume Kamogawa e percorriamo Ponto-cho, una strada pedonale molto famosa – diciamo più un vicolo – che comunque intendevamo visitare perché sulla guida è descritta come una delle più caratteristiche della città. Effettivamente è piena di lanterne appese sulle facciate di piccoli edifici in legno, c’è una marea di persone che passeggia e guarda le vetrine e gli interni di quelle che sembrano essere le uniche attività commerciali: ristoranti. Sono incastrati l’uno sull’altro ed è difficile trovare il preferito, alla fine ci riusciamo ma non possiamo sederci perché non accettano le carte di credito. Poco male! La strada è davvero molto turistica e normalmente non avremmo scelto di mangiare qui, quindi facciamo di necessità virtù, riprendiamo la nostra bella lista su TripAdvisor e andiamo a caccia di un secondo locale. La scelta finale ricade su Katsukura, anche questo nascosto all’interno di un vicoletto della grande galleria commerciale Sanjo Dori.

Qui la specialità è carne di maiale fritta e visto che digiuno e cucina vegetariana non ci hanno fatto cambiare idea, ordiniamo con entusiasmo una cotoletta Sangen da 200 grammi e un filetto di maiale – sempre fritto! – servito su una base di iso. I piatti sono accompagnati da condimenti vari che ti portano a tavola e che poi provvedi tu a miscelare in base al gusto, ti danno le istruzioni su cosa contengono i vari pentolini e poi decidi tu cosa fare. Per dire: ti portano anche il pestello per il sesamo se vuoi fare una salsina e spolverare questo aroma. Cena abbondante e buona, con acqua e birra paghiamo 4540 Yen (34 Eu).

Prima di tornare in hotel facciamo un po’ di spesa nella galleria commerciale situata all’incrocio tra Kawaramachi e Shinimamiya-dori, due grandi strade commerciali molto frequentate, e visto che non abbiamo colazione per i prossimi giorni facciamo il pieno di cornetti, tortine, yogurt e succo di frutta per ritrovare il gusto di una colazione, diciamo così, più famigliare!

Quanto abbiamo camminato oggi? 17 km

 

01/10 Kyoto – Nara – Arashiyama – Kyoto

 

Sì, siamo appena arrivati a Kyoto e già ripartiamo per un nuovo spostamento in treno. Niente valigie però, perché torneremo a dormire a Kyoto. Allora perché questo spostamento? Il motivo è semplice: oggi è l’ultimo giorno di validità del nostro JR Pass e abbiamo calcolato tutto in anticipo. Vicino Kyoto c’è Nara che bisogna assolutamente vedere e quindi abbiamo inserito questa escursione prima della scadenza della tessera.

Come arrivare a Nara da Kyoto? Dopo la nostra colazione personalizzata andiamo in stazione per prendere l’espresso delle 10:33 diretto a Nara (45 min). Appena fuori la stazione di Nara prendiamo la Sanjo Dori e prima di arrivare al parco dei cervi ci  fermiamo a visitare il tempio Kofuku-ji che ospita una pagoda a tre piani e un’altra di ben cinque, la seconda più alta del Giappone con i suoi 50 metri di altezza.

Proseguiamo sempre dritti fino ad arrivare nel grande parco dove ci sono 1300 cervi in libertà abituati a interagire con gli umani, anche grazie ai tanti venditori di biscotti fatti per loro. Ne compriamo un pacco da 150 Yen (1.10 Eu) e mentre percorriamo il viale del parco fino al complesso templare Todai-ji facciamo tantissime foto ai cervi ghiottoni che mangiano direttamente dalle nostre mani. C’è veramente tanta folla, pieno di scolaresche, e il numero di cervi aumenta man mano che ci si avvicina all’ingresso principale. Il portale di accesso Nandai-mon ospita su entrambi i lati della gigantesca porta due enormi statue lignee con espressioni inferocite. Sono i Nio, i guardiani del tempio, che incutono timore da oltre 800 anni chi varca quell’ingresso. Sono considerate le statue di legno più belle del mondo.

Il biglietto per entrare costa 500 Yen (3.80 Eu) e una volta nel cortile del Daibutsu-den restiamo impressionati di fronte al padiglione di legno più grande del mondo che adesso è soltanto due terzi di quello che era in origine. Risale al 700 e nella sua lunga storia ha subìto molti danni a causa di incendi, terremoti e guerre, l’ultima ricostruzione è del 1709. Dentro questa struttura c’è la statua di Buddha più grande del Giappone, alta oltre 16 metri e realizzata nel 746 con 437 tonnellate di bronzo e 130 chili di oro. Cifre da capogiro, almeno quanto le urla dei ragazzini che provano a passare attraverso la cavità di un pilastro alle spalle del Buddha. Il buco ha le dimensioni di una narice della statua e passare da una parte all’altra assicurerebbe il raggiungimento dell’illuminazione. Inutile aggiungere che tutto questo complesso è patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, insieme ad altri 7 siti di questa piccola ma culturalmente importantissima città del Giappone, seconda sola a Kyoto per numero di siti protetti dall’organizzazione internazionale (17).

Appagati e frastornati dal gran numero di persone, rientriamo verso la stazione e in strada ci fermiamo a comprare un po’ di souvenir: t-shirt, portagioie e una statuina di Kannon, in sanscrito Avalokiteshvara, il Buddha della compassione e della mia iniziazione avvenuta a Livorno il 15/06/2014 in presenza del Dalai Lama. Prima di salire sul treno, facciamo ancora un acquisto nel mercatino fuori la stazione e nello zaino finiscono tre bellissimi kimono.

I nostri spostamenti in treno continuano e da Nara ci dirigiamo verso Arashiyama per vedere il famoso bosco di bambù. Sarò molto sintetico su questo luogo perché probabilmente resterà la delusione principale del viaggio. Nel senso che le foto viste prima di partire rendevano molto di più rispetto alla realtà e – ce ne rendiamo conto già sul posto –  le ore spese per fare questa escursione le avremmo potute occupare sicuramente molto meglio su altre attrazioni. Come se non bastasse, anche lo spuntino che facciamo nei paraggi delude le aspettative: finalmente assaggiamo il mitarashi dango che abbiamo visto spesso nei giorni precedenti e che ha una sua emoji sui principali instant messenger. Consiste in uno spiedino con tre gnocchi di riso, noi abbiamo scelto una versione al sesamo, bello da vedere ma di consistenza molle, dolcissimo e non troppo gradevole da masticare. Una roba gommosa che può piacere fino ai sei anni di età, poi è buono solo per farci i sefie.

Sono le 18:00 quando rientriamo a Kyoto e ci muoviamo per andare direttamente a cena attraversando prima Shijo-dori – elegante e piena di negozi – e poi Gion, un tempo noto come quartiere dei divertimenti e delle geisha. L’ultimo tratto lo percorriamo lungo Hanami-koji, una strada bellissima, piena di sale da the e ristoranti tradizionali all’interno di basse costruzioni in legno del XVII secolo perfettamente conservate.

Siamo affamati come lupi quando entriamo da Teppanya Tavern Tenamonya, una izakaya seminterrata abbastanza difficile da trovare. Siamo fortunati perché ha solo 16 coperti e sono più le persone che manda via rispetto a quelle che riescono a mangiare. Ci salviamo solo per via dell’orario e – pur senza prenotazione – ci fanno sedere davanti le piastre del cuoco. Ogni due posti c’è una piastra sulla quale viene servito il cibo, così si mantiene caldo. I gestori sono marito e moglie e dedicano grande attenzione ai propri clienti. Ci portano un asciugamano caldo per lavare le mani e poi ordiniamo un misto di mare e monti: una bistecca di Wagyu, una razza di manzo giapponese selezionato per produrre questa carne marezzata, morbida e… costosa! Per capirci: il manzo Wagyu è quello che che viene allevato a Kobe e noi occidentali lo conosciamo per il nome della città di provenienza! Dopo aver appreso la lezione sul manzo Wagyu/Kobe (di qualità A5, la migliore), il nostro ordine si è arricchito di una okonomiyaki – tradizionale pancake a base di cavoli – con maiale, poi noodles saltati in padella con gamberi, seppie e polpo e infine cinque pezzi di kushiage, una fritturina con gambero, capasanta, polpo, asparagi e cipolle. Ci aggiungiamo una birra Kirin in bottiglia e spendiamo 4650 Yen (35 Eu). Per inciso: durante un viaggio in Giappone una izakaya è da provare e se questa è ancora meglio! Lo consigliamo vivamente perché è qui che faremo le cene migliori del viaggio e difatti… torneremo! 😉

Visto che è molto preso quando usciamo dal ristorante, ci concediamo una lunga passeggiata digestiva: ritorniamo su Hanami-koji, proseguiamo per il tratto mancante e attraversiamo il parco del complesso Ebisu-jinja all’interno del quale c’è il tempio zen Kennin-ji, il più antico di Kyoto fondato nel 1202. Rientriamo in hotel lungo la strada che costeggia il fiume, buia e silenziosa, con una bella sensazione di pace e sicurezza. Riflettiamo proprio su questo: non c’è stato un solo attimo in cui non ci siamo sentiti in pericolo attraversando foreste, spiagge e città. Abbiamo visto pochissima polizia in giro e quei pochi non erano neppure armati. Strano a dirsi ma è una bella sensazione, mentre dalle nostre parti – in Europa e per generalizzare in Occidente – la stessa sensazione di sicurezza dovrebbe essere trasmessa attraverso pattuglie armate fino ai denti. Un paradosso, no?

Quanto abbiamo camminato oggi? 17,8 km

 

02/10 Kyoto

 

Oggi piove e pioverà tutto il giorno. Siamo stati fortunati per buona parte del viaggio, il meteo è stato clemente (con temperature vicine ai 30 gradi!) e anche quando ha dato indicazioni nefaste alla fine si è sempre piegato ai nostri scongiuri. Ma oggi proprio no, dà pioggia senza alcuna speranza e andrà proprio così.

Il nostro programma viene sicuramente limitato da queste previsioni, quindi nonostante la pioggia battente decidiamo di rompere l’ipnosi prodotta dalle televendite e dai video musicali trash di improbabili cantanti pop giapponesi e decidiamo di uscire dalla stanza. Visto che lo staff della reception ci presta due ombrellini trasparenti (così ammiri la città anche sotto la pioggia), spostiamo i nostri k-way sugli zaini e ci impermeabilizziamo definitivamente.

Siccome i bus rispetto alla metro hanno una copertura più capillare della città e fermate più vicine alle attrazioni, compriamo il biglietto giornaliero (500 Yen, 3.80 Eu) e saliamo sul 205 per andare a vedere Daitoku-ji, un complesso di 25 templi a circa un’ora da noi, famoso per i giardini zen. Una sfacchinata che non risulterà niente di memorabile, a differenza della tappa successiva: Kinkaku-ji temple, molto più interessante. L’ingresso costa 400 Yen (3 Euro) e all’interno c’è la famosa Pagoda d’Oro che è davvero spettacolare. La lamina d’oro con cui è rivestita scintilla nello stagno di fronte e crea un riflesso bellissimo nonostante la pioggia, nonostante la folla. Purtroppo il flebile ottimismo che ci aveva portato a contare sul minore afflusso per via del giorno infrasettimanale piovoso, si infrange con la realtà: ci sono tantissime persone, chissà cosa succede nei fine settimana soleggiati!

Al termine della visita rinunciamo a visitare altri luoghi all’aperto, la pioggia è incessante e a tratti anche forte, nonostante ombrelli e impermeabili ci stiamo bagnando, quindi decidiamo di proseguire le escursioni in luoghi riparati. E dove sono questi luoghi coperti? Il mercato di Nishiki in pieno centro sarà la nostra prossima tappa e una volta sul posto siamo felici di questa scelta perché ci rilassiamo, stiamo all’asciutto e ci godiamo una miriade di bancarelle stracolme di cibi freschi e cotti, qui ammiriamo praticamente tutti gli ingredienti della vasta gastronomia giapponese, in ogni forma: fresca, conservata, cotta, cruda e… viva 😉

Quasi tutti i commercianti invitano ad assaggiare i propri prodotti e così tra un the e sgranocchiamenti vari, ci infiliamo anche un bello spuntino con frittelle di riso con zenzero e seppie, e pollo fritto con crema di macha. Poi iniziamo uno shopping furioso che ci porterà in valigia: katsuobushi (bonito affumicato), the verde e una gran varietà di calamite, bastoncini decorati, bicchieri e scodelle di ceramica. Quando ci spostiamo nell’adiacente galleria Teramachi proseguiamo gli acquisti con: t-shirt, orecchini, set per sakè e un’infinità di accessori per la persona e casa. Grazie alla pioggia la casella souvenir è definitivamente spuntata e questo incrocio di gallerie ci è sembrato il luogo migliore per trovare tutto a prezzi accettabili.

Proprio fuori dalla galleria c’è il ristorante selezionato per questa sera, Sushi no Musashi. Dobbiamo percorrere solo pochi metri e siamo in fila sotto un portico, abbiamo davanti almeno 30 persone ma probabilmente sono diversi gruppi perché appena si liberano due posti vicino al nastro dove scorre il cibo, ci fanno passare davanti a tutti per sederci. Ancora un bel colpo di fortuna! Questa sarà la nostra ultima cena di sushi e abbiamo intenzione di darci dentro, anche perché dobbiamo solo servirci: sul nastro scorrono una gran varietà di piattini ben descritti sulla carta e hanno tutti lo stesso prezzo (146 Yen, 1.10 Eu). Solo alcuni sono speciali, distinguibili dai altri per via del piattino blu (noi abbiamo scelto il tonno grasso, buonissimo), e costano 346 Yen (2.61 Eu). In base al tipo di portata i pezzi vanno dai 2 ai 6. Alla fine contiamo 14 piatti e due birre per un totale di 3180 Yen (24 Eu).

Mentre paghiamo notiamo che in fila all’esterno c’è la cantante Noa, in vacanza con la famiglia. All’uscita ci fermiamo a salutarla e scambiamo qualche chiacchiera prima di fare una foto insieme, ovviamente sotto la pioggia! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,6 km

 

03/10 Kyoto

 

Il meteo ha deciso di essere più clemente oggi, molto più clemente. E ci permette di attuare un vasto programma di visite ai templi considerato che dobbiamo recuperare il tempo perduto a causa della poggia di ieri e del deludente bosco di bambù.
Siccome ci sono tante cose da non perdere a Kyoto, non vogliamo farcene sfuggire altre.

Iniziamo dallo spettacolare Fushimi-Inari Taisha  Questa località è famosa per le migliaia di torii che formano una sorta di galleria lungo i 4 chilometri di sentiero che si inerpica sulla montagna sacra e che attraversa decine di grandi e piccoli santuari. Il complesso sacro risale al 700 e il tempio principale al 1499; i torii arancioni sono stati donati da aziende giapponesi in quanto il santuario è intitolato ad Inari, patrono degli affari. Il messaggero di Inari è una volpe e difatti è pieno di statue di questo animale rappresentato con una chiave in bocca, a simboleggiare la custodia dei depositi di riso: un animale sacro che protegge i raccolti è il top dei buoni auspici. Arriviamo fin quasi in cima ma considerata la nostra tabella di marcia, piuttosto serrata, decidiamo di tornare indietro. Una nota: in questo luogo è ambientato il film Memorie di una geisha ma non vi aspettate scenari di beata solitudine perché anche qui c’è una marea di gente che rende quasi impossibile scattare quelle fotografie da scenografia hollywoodiana che si vedono su Internet e nei cataloghi, ci sarà sempre dietro di voi il photobomber di turno e frotte di selfisti anonimi.

Rientriamo verso la metro alle 13:00, impresa ardua perché la strada di accesso al santuario è strapiena di bancarelle che vendono tanta ma tanta roba da mangiare, per tutti i gusti e tutto sembra veramente buono. Friggono e arrostiscono qualsiasi cosa e mettono a dura prova la nostra acquolina. Proviamo a distrarci buttando un’occhiata ai negozietti di souvenir e notiamo con soddisfazione che qui si trovano le stesse identiche cose che abbiamo comprato ieri, solo che costano di più! 😛

Torniamo alla metro e ci spostiamo verso Kiyomizu-dera, riduciamo al minimo le distrazioni ma nel tragitto a piedi per arrivarci si passa davanti a un buon numero di negozi di ceramiche non dozzinali che meritano una visita. Dopo aver ceduto alla tentazione dello shopping raggiungiamo il complesso buddhista noto per le grandi pagode e la vista panoramica di Kyoto, e da qui percorriamo la frequentatissima discesa che porta fino alla fermata del bus 100 che prendiamo per andare alla prossima attrazione.

Durante il tragitto passiamo davanti al tempio Heian-ji e così vediamo anche il maestoso torii per cui è celebre, costruito in occasione dei 1100 anni della fondazione di Kyoto. Un passaggio veloce perché dedicheremo più tempo al Ginkaku-ji, uno dei siti più importanti di Tokyo, ovviamente Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e sede di arrivo del Sentiero della Filosofia. Arriviamo alle 16:00, l’ingresso costa 500 Yen (3.80 Eu) e permette di vedere il Padiglione d’Argento con l’antistante giardino di roccia perfettamente rastrellato, con i grandi coni di pietrisco – che simboleggiano le montagne – che emergono dalla sabbia levigata per rappresentare un lago. Ma un lago c’è davvero e si può osservare da diverse angolazioni grazie al bellissimo sentiero che permette una passeggiata memorabile all’interno del parco: muschio, alberi altissimi, piccole cascate e in più una buona altezza che mostra lo splendore di Kyoto da un punto di osservazione privilegiato.

Dopo una rapida sosta da Kiharu per un ghiacciolo artigianale all’ananas, giusto per ricaricarci prima di percorrere (al contrario) il Sentiero della Filosofia, una delle migliori 100 passeggiate giapponesi, completato nel 1890.
Corre lungo un canale costeggiato da una fitta vegetazione, il cammino deve essere molto bello durante il periodo di fioritura dei ciliegi ma in condizioni normali è una buona passeggiata senza niente di particolarmente intrigante. Ce la godiamo soprattutto perché gli orari di visita ai templi sono ormai superati e quindi c’è meno afflusso, altrimenti anche qui – neanche a dirlo! – sarebbe stato pieno di gente.

Durante il tragitto incontriamo i cartelli che indicano l’Honen-in e facciamo una deviazione per visitarlo. È tutto chiuso ma il cancello di ingresso è ancora aperto, quindi entriamo e ci godiamo il silenzio di una visita in solitaria. Mentre ci spingiamo sulla collina vicina al cimitero – non ci eravamo accorti l’uno dell’altro – dal fitto della foresta un cervo ci taglia la strada spaventato dal nostro passaggio.

Gli ultimi due templi, l’Eikan-do e il Nanzen-ji li troviamo davvero chiusi perché sono passate le 17:00 e quindi siamo obbligati a fare soltanto foto degli esterni ma sul Nanzen va detto che una delle parti migliori del tempio è proprio il maestoso portale di accesso che troviamo in una veste quasi spettrale in quanto il sole sta calando e una magnifica luna piena è pronta a rubargli la scena e a fare da sfondo per le nostre foto.

Da qui procediamo a piedi attraversando un bel quartiere residenziale e visto che è di strada infiliamo una visita fuori programma al tempio scintoista Yasaka jinja che protegge il vivace quartiere di Gion. Con questa visita serale dichiariamo finito il nostro inseguimento spirituale ai templi migliori di Tokyo e ci prepariamo a tornare a cena da Teppanya Tavern Tenamonya.

Per la nostra ultima cena giapponese abbiamo adottato la tecnica del buon ricordo: facciamo sempre così, se abbiamo la possibilità di mangiare nuovamente in un posto che ci è piaciuto e in cui siamo stati bene, ci torniamo per fare l’ultima cena del viaggio. Così, dopo aver provato in circa due settimane 13 diversi ristoranti in 5 luoghi diversi, siamo andati sul sicuro e abbiamo prenotato il tavolo già ieri. Arriviamo puntuali alle 19:30 e ci sediamo al nostro posto per ordinare: ancora bistecca wagyu A5, un filetto cotto con ponzu: una salsa giapponese a base di aceto di riso, succo di limone, salsa di soia e dashi (il brodo di pesce per la zuppa di miso), poi negisoba vale a dire noodles saltati con maiale, e per finire gyoza – ravioli di riso con carne di maiale, verza, porro e cipollotto – e un gelato al sesamo, di un insolito colore grigio.

Dopo cena facciamo la nostra passeggiata digestiva ancora a Gion, precisamente alla ricerca di Shinbashi. Considerata la strada più bella di Kyoto e secondo la nostra guida “una delle più belle d’Asia”, è nota anche come Shirakawa minami-dori. Che dire, stavolta non è un’esagerazione e vale la pena cercarla: l’ultima serata di Kyoto la ricorderemo così, in questa larga strada pedonale, tra l’acqua del canale, i riflessi delle lanterne, le fronde basse degli alberi che ci accompagnano nella penombra.

Quanto abbiamo camminato oggi? 20 km

 

Kyoto – Osaka (KIX) – Roma

 

Siamo pronti a tornare a casa ma ancora non abbiamo finito con Kyoto e il Giappone (visto che oggi c’è da raggiungere l’aeroporto del Kansai, a Osaka).
Alle 10:00 facciamo check-out e lasciamo le valigie al desk dell’hotel e raggiungiamo a piedi il tempio Sanjusangen-do, un sito importantissimo che ci siamo tenuti per quest’ultima mezza giornata visto che dista solo pochi metri dal nostro albergo. L’ingresso costa 600 Yen (4.50 Eu) e la visita è altamente consigliata perché all’interno ci sono 1001 statue lignee di Kannon (ancora lui!) disposte su più file, tutte ordinate a formare un “muro” in un atrio lunghissimo e punteggiato da altre statue delle 28 divinità minori buddhiste tutte derivate dall’induismo. Al centro della sala si trova la statua del bodhisattva della compassione composta con 11 volti in cima alla testa e 40 braccia (che ne rappresentano “1000”) con cui salverà i 25 mondi.

Bene, stavolta abbiamo davvero finito e torniamo alle informazioni tecniche. Dopo aver ritirato le valigie andiamo in stazione e compriamo i biglietti del treno Haruka (binario 30) (2850 Yen, 21.50 Eu).
Parte alle 14:30 e impiega un’ora e venti minuti per arrivare all’Aeroporto Internazionale del Kansai. Occhio che vicino Osaka c’è anche un altro aeroporto, quindi assicuratevi di partire da Kyoto per raggiungere quello giusto!

Prima di andare al binario facciamo un giro nel centro commerciale della stazione ma ci fermiamo al settimo piano perché sono solo negozi di alta moda e grandi firme. Cerchiamo su internet qualcosa di alternativo e troviamo un BIC Camera proprio fuori la stazione: peccato non averlo scoperto prima! Sette piani di hi-tech ma abbiamo il tempo di vederne solo un paio, che già bastano per mettere in carrello un visore 3D e le pellicole decorate per la nostra Instamax, queste ultime al 50% in meno rispetto a quanto le paghiamo in Italia. Kyoto è da vedere e ora abbiamo un motivo in più per tornare: visitare gli altri 5 piani di BIC.

Arrivati in aeroporto ci separiamo dal pocket Wi-Fi che abbiamo noleggiato prima di partire e che ci è stato utilissimo. Seguiamo le istruzioni ricevute in hotel a Tokyo insieme al dispositivo, inseriamo l’apparecchio nella busta prepagata e la imbuchiamo in una cassetta postale rossa in aeroporto. Ci è costato 65 Euro e siamo stati sempre connessi con smartphone e notebook senza limiti di traffico, ci è servito in tantissime occasioni per consultare mappe, farci guidare in tragitti pedonali, cercare informazioni. Senza, il viaggio sarebbe stato sicuramente più complicato.

Ora ci aspettano le 18 ore di viaggio del ritorno e già iniziamo a ricordare i sorrisi, i saluti cerimoniosi, la gentilezza che abbiamo vissuto, ricevuto e contraccambiato in questi giorni. Sono circoli virtuosi che fanno bene e semplificano la vita.

Ripensiamo agli eccessi di Tokyo, ai paesaggi del Kumano Kodo, agli onsen, al bianco della sabbia di Shirahama, all’acqua di fiumi, laghi e stagni, fino all’Oceano, la storia e la spiritualità di Kyoto. Abbiamo la sensazione di aver visto tanto ma andiamo via con la certezza di aver visto solo una minima parte. Abbiamo solo intuito cos’è il Giappone ma non basterà una vita di viaggi per comprenderlo realmente.
Siamo diversi, sicuro, e verrebbe anche abbastanza facile dire chi tra noi e loro è “avanti” o “indietro”, ma sarebbe un esercizio sterile, inutile. Ognuno sta dove merita. Di certo il lavoro, l’educazione, il rispetto derp sé, per gli altri e per l’ambiente, la progettualità, il senso di appartenenza e gli obiettivi condivisi pagano sempre in termini di crescita di civiltà e cultura. E i giapponesi ci sono sembrati laboriosi e civili.

Settanta anni fa erano distrutti, in ginocchio, ora sono in piedi e il modo in cui stanno in piedi, nonostante una grave crisi economica che dura da anni, li ripaga di tutti gli sforzi fatti. Sono dritti sulla schiena, dignitosi e con un pregio in più: l’umiltà sincera di chi ha piena consapevolezza del proprio valore.

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 159,7 km!

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Giappone di Lonely Planet
Libri letti su Kindle: Leggero il passo sui tatami di Antonietta Pastore, Kwaidan. Storie misteriose e stravaganti di Lafcadio Hearn, Fiabe giapponesi antiche di Yei Theodora Oazaki e Pioggia nera su Tokyo di Barry Eisler

Come organizzare un viaggio in Giappone

by Luigi De Luca on 11 agosto 2017

Cartina Giappone

Il Giappone visto dalla Treccani

 

Alla fine ce l’abbiamo (quasi) fatta!
Il viaggio in Giappone era in programma già nel 2016 ma impegni di lavoro ce l’hanno impedito, così siamo tornati in Andalusia. Sicuramente è stato un bel viaggio ma al ritorno, vedere per mesi la guida del Giappone rimasta sulla scrivania ha rappresentato un monito potente: “Per stavolta siete perdonati, ma la prossima…”

Un monito che abbiamo ascoltato e su cui abbiamo lavorato nel corso dell’anno. Anzi, ci siamo organizzati gli impegni e abbiamo sognato, pensato e poi studiato questo viaggio in Giappone per prepararlo nel migliore dei modi possibili.
Ci abbiamo ragionato così tanto che ho pensato di scrivere questo post che anticiperà il vero diario di viaggio: una cosa che non ho mai fatto ma che ritengo utile. Per due motivi: 1) L’organizzazione di un viaggio in Giappone richiede tempo, metodo e idee chiare; 2) Il nostro itinerario e la relativa mole d’informazioni diventavano talmente complessi che avrei rischiato di scrivere un diario di viaggio troppo lungo e – ancora peggio! – a distanza di molti mesi avrei potuto trascurare informazioni importanti.

Non siamo ancora partiti ma una cosa è certa: abbiamo viaggiato in lungo e largo tra la costa Est e la costa Ovest degli USA, in India, in Cambogia e in Russia, sempre con viaggi faidaté. E ogni volta è stato bello e impegnativo ma per il Giappone è stato un altro livello.
Nessuna difficoltà insormontabile ma neppure una passeggiata, molto probabilmente anche per l’itinerario scelto che come sempre è un mix tra mete turistiche arcinote e destinazioni meno conosciute. La nostra ricerca di luoghi autentici  e fuori dalle rotte classiche del turismo di massa continua ad alternarsi perfettamente con le visite alle grandi metropoli e altre tappe considerate “obbligatorie” quando si visita un Paese.

L’itinerario

Il nostro viaggio in Giappone inizia a Tokyo, prosegue nella penisola del Kansai e termina a Kyoto. In pratica trascorreremo l’inizio e la fine del viaggio nelle due capitali storiche; e nel mezzo andremo nel cuore dell’isola, lungo i sentieri spirituali del buddhismo zen ed esoterico. I luoghi che visiteremo e le attività previste nel Kansai saranno: Hongu per i templi scintoisti, i villaggi termali di Watarase e Yunomine Onsen, il trekking del Kumano Kodo, il mare di Shirahama e il breve ritiro in un monastero sul monte sacro Koya-san per visitare il cimitero Onu-ko-in. A questo itinerario aggiungeremo anche escursioni di un giorno da Kyoto, per visitare il Buddha di Nara e la foresta di bambù di Arashiyama.

In Giappone ci sono tantissime cose da scoprire: storia, cultura, religione, paesaggi, mare, monti, ghiacciai e isole tropicali, c’è di tutto. Bisogna solo scegliere in base ai propri gusti, prendere una guida ben illustrata e particolareggiata, informarsi, fare ricerche e rispondersi alla domanda: cosa voglio vedere in Giappone? Noi abbiamo ragionato in questo modo, sulla base del tempo a disposizione e degli spostamenti da fare.

Sitografia e Bibliografia

Per ottenere un buon risultato, abbiamo fatto tante ricerche e consultato moltissimi siti. Al termine della selezione, alcune di queste risorse sono diventate dei riferimenti che sento di condividere, anche come forma di ringraziamento agli autori che si sono impegnati per semplificare l’organizzazione del viaggio in Giappone ai propri lettori. Inizio dai libri…

  • Guida Lonely Planet Giappone, disponibile su Amazon
  • Giappone in 2 settimane: Guida pratica per un viaggio da Tokyo a Kyoto e dintorni. Di Alessandra Sanna, ebook disponibile su Amazon
  • Orizzonte Giappone. Viaggio fra cultura, cucina e natura di un paese all’apparenza incomprensibile: Seconda edizione aggiornata e ampliata. Di Patrick Colgan, ebook disponibile su Amazon

Di Alessandra e Patrick consiglio anche i rispettivi siti: Sognando il Giappone per la prima e Orizzonti Blog per il secondo 🙂

Sui loro siti troverete tante informazioni utili e per aggiungere altri riferimenti online in italiano sul Giappone, segnalo anche il sito di Marco Togni e quello di Fabrizio, Giappone per tutti.

Per la parte di viaggio nel Kansai e nello specifico per i sentieri del Kumano Kodo, la nostra stella polare è stato il sito Light Painting di Fabrizio Paravisi: fotografie, descrizioni, addirittura mappe di Google con i percorsi da seguire; ha fatto davvero un ottimo lavoro e ci ha dato grande motivazione nella definizione dell’itinerario.

Sempre per il Kansai e il Kumano Kodo, merita una menzione anche Japan Hoppers che a dispetto del nome è in perfetto italiano 🙂

Per quanto riguarda i siti istituzionali, ne riporto in particolare tre:

Soggiorno e spostamenti

In Giappone ci sono hotel di ogni tipo e per ogni tasca. Poi ci sono anche alcune esperienze alternative, come ryokan, minshuku e shukubo. Le prime due sono simili, in pratica delle locande tradizionali, delle pensioni a conduzione famigliare. Entrambe possono essere in condivisione con la famiglia ospitante e si scelgono per vivere una completa esperienza giapponese visto che ci si adegua ai ritmi e alle usanze locali, in particolar modo per i pasti. Si dorme ovviamente su tatami e futon e, forse, l’unica differenza sostanziale consiste che nelle minshuku i proprietari si aspettano che siano gli ospiti a preparare il futon per dormire e a riporlo nell’armadio al mattino.

Lo shukubo, invece, è la foresteria di un tempio buddhista. Anche qui le camere sono in stile tradizionale giapponese ed è possibile partecipare alle consuetudini dei monaci: pasti, preghiere, coprifuoco, orari sonno-veglia, ecc…

Noi abbiamo scelto una minshuku a Shirahama, uno shukubo a Koya-san e hotel nelle altre destinazioni. Tutti gli alloggi sono stati prenotati su Booking.

Per quanto riguarda gli spostamenti, abbiamo optato per il celebre Japan Rail Pass: la tessera per prendere treni (e non solo) in tutto il Giappone, molto conveniente se avete intenzione di fare spostamenti interni.
Sulla base del nostro itinerario abbiamo calcolato quanto sarebbero costati i singoli trasferimenti in treno e abbiamo comprato il pass di una settimana. In media, se pensate anche solo di fare un viaggio a/r Tokyo-Kyoto conviene avere il JR Pass rispetto al costo del biglietto.

Il pass è valido solo per i turisti e NON si compra in Giappone. Si compra online e si riceve un voucher che si cambia in stazione una volta arrivati in Giappone. La validità del pass scatta dal momento in cui si effettua il primo viaggio.

I siti che ho considerato come validi riferimenti per l’acquisto sono due:

Gli stessi siti sono da considerare se intendete noleggiare il pocket wi-fi, un dispositivo portatile che fa da hotspot per connettersi a internet con smartphone e notebook. Si prenota online in base alla durata del soggiorno, si ritira sul posto (in aeroporto o in hotel, per esempio) e si riconsegna prima della partenza, semplicemente lasciandolo in una cassetta postale dopo averlo inserito nella busta pre-affrancata che viene consegnata al momento del ritiro. E così il problema internet, wi-fi libere, tariffe telefoniche, giga, connessioni rapide e ricerche in caso di bisogno è risolto 😉

Cose da sapere

Ci sono tante cose da conoscere per organizzare un viaggio in Giappone, dal meteo alla gastronomia, dalla storia al bon ton. Ma per questi importanti dettagli e informazioni rimando a una buona guida, più completa di questo post 🙂
In questo ultimo paragrafo voglio solo riassumere alcune cose essenziali, voglio provare ad anticipare alcune risposte alle principali domande che possono sorgere durante la preparazione del viaggio.

  • Documenti: passaporto valido ma nessun visto da chiedere in anticipo. All’arrivo viene rilasciato un visto turistico per 90 giorni
  • Una polizza di viaggio è sempre prudente averla, in Giappone e in qualsiasi altro Paese
  • La corrente è 100V/50Hz/60Hz con prese a lamelle. Adattatore/trasformatore obbligatorio!
  • La moneta è lo Yen (¥). Un Euro sono circa 130 Yen
  • Le ore di fuso rispetto all’Italia sono otto, in avanti. Sette se da noi c’è l’ora legale
  • La guida è a sinistra ed è richiesta la patente internazionale
  • Il meteo: dipende dove andate e in che periodo. Il Giappone va dalle montagne con clima alpino alle isole tropicali.
  • Prima di partire ricordate sempre di registrarvi sul sito della Farnesina, Dove siamo nel mondo

Ok. Per adesso è tutto, il resto arriverà al ritorno, più o meno a metà Ottobre. Di sicuro la data della partenza è fissata: 21 Settembre 2017. Chissà come sarà l’autunno in Giappone! 😉

Diario di viaggio: Bruges e Bruxelles

by Luigi De Luca on 15 aprile 2017

Bruges e Bruxelles

Bruges di giorno e Bruxelles di notte: da vedere!

 

Da qualche tempo, per trascorrere i week end, scegliamo di visitare Paesi “in crisi”. Facciamo una sorta di viaggio “utile”, questo abbiamo pensato quando abbiamo deciso di andare a Porto e Atene.
Così, un bel giorno di Febbraio 2017 ci siamo detti: in questo momento storico nessun Paese europeo è più in crisi dell’Europa stessa! E così, dopo tanto rinviare, ci siamo decisi per viaggiare verso Bruxelles, la capitale politica d’Europa.
Un’ottima scusa per andare a vedere la spettacolare Bruges: una scelta che si rivelerà molto molto azzeccata 😉

 

01/04 Roma – Bruxelles – Bruges

 

Torniamo sul sito Ryanair per questo viaggio e con soli 35 giorni di anticipo strappiamo un biglietto a/r per 74 Euro a persona. Perché così poco? Perché l’orario di partenza è prestissimo e ci costringe a una sveglia alle 3:30 di notte per uscire di casa alle 4:00 e arrivare alle 6:00 al parcheggio AltaQuota2, il nostro riferimento per le partenze da Fiumicino. Ora anche più comodo perché si può pagare online in anticipo (10,80 Euro per quattro giorni). La navetta ci lascia al terminal 2 di FCO, superiamo i controlli di sicurezza e alle 6:30 raggiungiamo il nostro gate in perfetto orario per l’inizio del l’imbarco. Il decollo è previsto alle 7:00, per questo l’aereo è mezzo vuoto e non incappiamo nella fastidiosa procedura dello stivaggio dei bagagli a mano in eccesso (oltre i 90 colli a bordo, Ryan – e non solo – imbarca tutti gli altri, quindi di solito chi arriva prima troverà posto nella cappelliera. E tutti gli altri saranno costretti ad aspettare la valigia sul nastro degli arrivi). Il decollo viene posticipato alle 7:30 – probabilmente per via di una fitta nebbia che ci ha accompagnato durante tutto il tragitto in macchina – e atterriamo a Bruxelles alle 9:30.
Non ci fermeremo nella capitale belga ma proseguiremo subito per la vera destinazione di questo viaggio: Bruges. Quindi  seguiamo le indicazioni per l’uscita e ci dirigiamo verso la stazione dei treni, facciamo giusto una sosta rapida alle macchinette automatiche per fare il biglietto: 21,30 Euro solo andata. I monitor non aiutano molto a capire orari e destinazione, impressione che sarà confermata durante tutti gli spostamenti successivi. La soluzione migliore per avere la certezza di prendere il treno giusto è consultare gli orari stampati sui cartelloni gialli. Quello che appare come un metodo “antico” viene usato tantissimo e difatti queste tabelle orarie sono disponibili in luoghi ben visibili e incorniciate in vetrine molto pulite e illuminate. Alle 10:13 partiamo per la stazione di Bruxelles Nord dove scendiamo per fare l’unico cambio previsto e prendere il treno delle 10:40 che arriverà a Bruges alle 11:50. Non abbiamo avuto molto tempo per preparare questi passaggi dall’Italia, abbiamo solo verificato che i collegamenti erano frequenti e poi abbiamo fatto tutto sul posto. Avevamo previsto di arrivare alle 13:00 ma siamo stati bravi e fortunati, così abbiamo guadagnato un’ora sulla tabella di marcia prevista.
Fuori dalla stazione ci siamo orientati sulla mappa all’interno della guida per camminare verso il nostro albergo, i primi scorci di Bruges ci convincono subito della scelta fatta e non vediamo l’ora di mollare le valigie e uscire alla scoperta di questa città storica. Lungo il cammino spunta un pallido sole che riscalda l’aria e i turisti si rilassano nei tanti dehor offerti dai locali che affacciano sulla movimentata piazza ‘t Zand. C’è anche un mercatino che quasi ci porta fuori strada con i profumi provenienti dai furgoncini che vendono cibo di strada, ma resistiamo e raggiungiamo l’ormai vicino Floris Karos Hotel.
Come al solito quando arriviamo in un nuovo albergo, ci fermiamo giusto il tempo di lasciare le valigie e decidere un itinerario, così anche stavolta ci ritroviamo subito in strada, diretti verso il Markt, la piazza centrale di Bruges. Prima, però, una delle nostre tappe preferite: un supermercato. Quante cose si capiscono da un supermercato! Vedere gli scaffali, il banco degli alimenti freschi, osservare le persone del posto fare la spesa, le loro preferenze, fare dei confronti con le nostre abitudini, sono tutti elementi che ti aiutano a metterti in linea con il luogo che ti ospita. E poi non dimentichiamo il confronto dei prezzi e, soprattutto, il vantaggio di comprare souvenir gastronomici con un notevole risparmio. Il Belgio è famoso per il cioccolato, quindi secondo voi dove costerà di meno la stessa confezione di cioccolatini? In un negozio di souvenir o nel supermarket?
Facciamo una spesa veloce a base di formaggio Gouda, arrosto di maiale con paprica e pomodoro, pane locale e piccola scorta d’acqua (7.35 Euro), usciamo e ci fermiamo nell’adiacente Muntplein, una piazzetta curata, con alberi e panchine dove ci sediamo per mangiare.
Dopo la sosta riprendiamo la marcia e in pochi minuti arriviamo nel medievale Markt: sembra di tornare indietro nel tempo, ci sono i cavalli con le carrozze che attraversano il grande spiazzo acciottolato, le facciate tipiche delle case tutte unite le une alle altre, strette, con una contiguità geometrica amplificata dai frontoni a gradoni che disegnano nell’aria un lungo saliscendi di “scale” e torrette. Le costruzioni ormai ospitano quasi esclusivamente bar e locali turistici, di fronte alle verande esterne si staglia la sagoma del Belfort, il campanile-simbolo di Bruges che risale al XIII secolo. Alto 83 metri, ha un carillon composto da 47 campane che viene suonato (molto spesso!) a mano ed è, ovviamente, Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Sempre sulla piazza c’è anche l’imponente facciata neogotica dell’Historium, un museo interattivo sul medioevo.
Dopo il Markt tocca al Burg, un’altra grande piazza vicina a quella principale che – per i nostri gusti – si è rivelata anche più interessante. La cosa che colpisce del Burg sono le decorazioni in oro, le statue e i fregi che decorano le facciate dello Stadhuis (il municipio) che risale al 1420. Ma non è finita, perché adiacente al vecchio municipio c’è la Heilig Bloedbasiliek, la Basilica del Santissimo Sangue che deve il suo nome a una fiala sacra che contiene alcune gocce del sangue di Cristo, portata fin qui dai cavalieri crociati. La reliquia è esposta al pubblico due ore al giorno (dalle 14:00) sotto l’occhio attento di un prete che presidia la fiala sacra seduto su uno scranno. Vale la pena fare una visita anche per vedere gli interni della chiesa, curatissimi.
Una volta fuori, il nostro itinerario prosegue verso l’adiacente Vismarkt: una bella piazzetta caratterizzata da un porticato quadrangolare in marmo che un tempo ospitava il mercato del pesce. Oggi sono pochi i pescivendoli che lo usano ma il quartiere è ancora adatto per fare spuntini a base di pesci del Nord (se non avete mai assaggiato i filetti di aringa di queste parti, qui potete recuperare!), durante il weekend al posto dei pesci sui banchi troverete oggettistica e souvenir fatti da artigiani.
Continuiamo a camminare per raggiungere il Begijnhof, un quartiere di Bruges che risale al XIII secolo. Più che un quartiere è una piccola comunità che in passato ospitava le donne vedove che optavano per una vita religiosa senza però prendere i voti, in pratica delle suore laiche che concentravano qui la loro presenza e che erano molto rispettate per la fierezza e l’autonomia. Una storia identica all’altro beghinaggio famoso, quello di Amsterdam, e difatti anche la strada che facciamo per raggiungere l’ingresso del Begijnhof, lungo i canali, ci ricorda il recente viaggio nei Paesi Bassi.
In prossimità delle mura di cinta di questo complesso, c’è una fontana dove si abbeveravano i cavalli che ancora oggi assolve a questa funzione. Dopo una breve sosta equina attraversiamo il ponte del 1776 per superare il massiccio portone che ci proietta nel cortile interno. La caratteristica di questo beghinaggio sono le case con le facciata imbiancata che circondano un grande giardino alberato, curatissimo. In questo periodo sono in piena fioritura degli splendidi narcisi gialli che rendono la visione d’insieme molto suggestiva: ovviamente le foto si sprecano!
All’uscita proseguiamo lungo il Minnewater che però approfondiremo l’indomani, per oggi può bastare anche perché sono le 19:00 di sabato e abbiamo una missione da compiere: scegliere il ristorante per cena! Purtroppo si rivelerà più difficile del previsto perché l’offerta è ampia, bisogna evitare le (tante) trappole per turisti e trovare posto. Alla fine la nostra selezione si rivela un buco nell’acqua perché sono tutti pieni, così dobbiamo affidarci ai consigli di Amina, la receptionist del nostro hotel che ci promette di mandarci in un posto dove va lei con i suoi amici. Prenota per noi il De Middenstand e alle 20:30 in punto siamo seduti a tavola. Il locale è carino, pulito, e pieno di clienti. La nostra scelta ricade ovviamente sui piatti della tradizione e quindi arriva per noi una bella carbonade, spezzatino alla fiamminga macerato nella birra e servito con salsa di mele, e poi un bel filetto mignon alla griglia con burro alle erbe che di mignon aveva solo il nome. Piatti già generosi accompagnati da insalata, patatine e due birre, una Leffe scura e una Jupiler. Lasciamo sul tavolo 52 Euro e poi ci restano le forze per rientrare in hotel e dormire dopo una lunghissima giornata.
La prima impressione? Bella Bruges!

Quanto abbiamo camminato oggi? 8.3 km

 

02/04 Bruges

 

Il risveglio migliore durante un viaggio è una buona colazione. Per fortuna il Floris non ci delude e ci fa cominciare la giornata con una carica energetica importante: uova con bacon, fagottini al cioccolato, pane imburrato e brioche con la marmellata. Ci sono anche degli ottimi salumi e formaggi che finiscono nel nostro zainetto per pic-nic, infatti oggi abbiamo intenzione di arrivare fuori le mura della città, nel quartiere di Sint-Anna, ma prima di uscire… prenotiamo il ristorante per cena! Vista l’esperienza della sera precedente giochiamo d’anticipo, e consiglio di fare così a tutti i lettori: se volete mangiare in posti non-turistici, assicuratevi un tavolo in anticipo 😉
Il quartiere di Sint-Anna è una zona periferica che merita un’escursione: qui si trovano gli ultimi mulini a vento di Bruges. Per raggiungere la nostra destinazione abbiamo seguito il corso del canale principale che attraversa il centro e abbiamo seguito le indicazioni (da notare! sono sempre in due lingue: francese e fiammingo) fino alla Jeruzalemkerk, dagli interni insoliti – tanto marmo nero – costruita nel XV secolo sul modello della Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Proseguiamo il nostro percorso pedonale fino al parco Kruisvest che, su due collinette vicine, ospita gli storici mulini a vento, perfettamente conservati. Siamo circondati dal verde, su un lato del parco c’è un corso d’acqua, è ora di pranzo e c’è un gran sole: cosa si fa? Semplice: ci sdraiamo sul prato, mangiamo e prendiamo il sole. Alle 15:00 riprendiamo la marcia, con l’intenzione di tornare in centro nei pressi del Begijnhof, dove ieri avevamo fatto alcune incursioni nei negozi di souvenir. Abbiamo già fatto un po’ di confronti così andiamo a colpo sicuro: prima acquistiamo t-shirt, calamite e shottino (20 Euro), poi entriamo nel bookshop del museo Arenthsuis e compriamo sportina e limette brandizzate con il logo Brugge (5 Euro). I souvenir tipici del Belgio sarebbero tre: merletti, birra e cioccolata. Ai primi non siamo interessati, le seconde non possiamo portarle in Italia e quindi abbiamo deciso di assaggiarle sul posto (non tutte, sono oltre 250!) mentre il cioccolato non ha alcuna controindicazione, solo che abbiamo rinviato questo tipo di shopping a Bruxelles, come si dice: dulcis in fundo 😉
Mentre torniamo verso il Begijnhof troviamo il ristorante prenotato al mattino, dove abbiamo previsto di cenare, e restiamo molto perplessi: in pieno centro storico, ha tutte le sembianze di una trappola per turisti. E ora ci spieghiamo anche la reazione che aveva avuto il receptionist quando abbiamo chiesto di prenotarlo: ha alzato un sopracciglio come a dire “ma siete sicuri?!”.
Presi dal dubbio, continuiamo a camminare verso Minnewater, il parco con omonimo laghetto dove c’è un ponte molto noto tra i ragazzi di Bruges: è qui che gli adolescenti vengono a scambiare il loro primo bacio. Quale luogo migliore per scattare una foto con le nostre mani? Ma non è stato uno scatto qualsiasi, perché stavolta eravamo armati di Instamax e da qui abbiamo lanciato la prima foto virale del nostro account Instagram Handmade_travel: cosa abbiamo fatto è tutto da scoprire! 😉
Mentre torniamo verso l’hotel notiamo, appena fuori la cerchia delle mura storiche, un ristorante che per posizione e struttura ci ispira moltissimo: lo cerchiamo su Tripadvisor e le ottime recensioni confermano l’intuizione, così una volta in hotel facciamo disdire il primo ristorante prenotato e ci facciamo riservare un tavolo in quello nuovo. Come sarà?
Lo scopriremo presto, prima però ci prendiamo un po’ di tempo per una nuotata nella piscina dell’hotel e un bagno caldo in stanza. Dopo la ricarica torniamo di nuovo in strada per fare un aperitivo prima di cena, un aperitivo a base di birra. Avevamo individuato Beers Yesterday’s World, un bar-negozio dove puoi comprare (quasi) tutto l’arredamento e l’oggettistica presente. E qual è il tema? Semplice: l’originale piaga creativa del XXI secolo: il vintage! Però non avremo la possibilità di riprovare le sensazioni polverose vissute in locali simili durante l’ultimo viaggio a Cracovia, perché è domenica e lo troviamo chiuso: a quanto pare, quindi, la versione “negozio” prevale sulla variante locale e forse è giusto così. Per fortuna, poco distante, c’è ‘t Brugsch Bieratelier, un vero pub piccolo e molto caratteristico che offre una degustazione di 12 birre alla spina servite su una lunga asse di legno con i fori circolari per i bicchieri, in pratica il doppio di quella che abbiamo provato a Vilnius. Sono circa 2,5 litri di birre diverse e noi siamo solo in due: per quanto invitante la sfida è impari, quindi passiamo la mano e ordiniamo solo una bionda e una mora, rispettivamente Zot e Viven Bruin, consigliate dal simpatico barman Vincent (9.40 Euro).
Dopo un’oretta passata a vedere i clienti del posto avvicendarsi al bancone, sotto un insolito soffitto tempestato di banconote provenienti da tutto il mondo, ci muoviamo verso t’ Bagientje, il ristorante “alternativo” di questa sera. Sin dall’ingresso sentiamo di aver azzeccato la scelta: tende scure in velluto pesante, luci soffuse, pavimento in legno e grandi tavoli con al centro composizioni fatte con la cera accumulata dalle candele che creano un’atmosfera rilassata. Anche il modo di servire è stato gradevole: portano a tavola i coperti insieme a pentolini caldi che contengono il cibo ordinato, ti servono una porzione nel piatto e lasciano il pentolino per i bis. Così, attingendo a più riprese, ci siamo gustati un ragout di agnello con patate e verdure, e uno spezzatino di coniglio con salsa di prugne e crocchette di patate. Da bere ancora una Zot e una Jupiler, accompagnate nell’attesa dalle famose patate fritte belghe. Cena molto soddisfacente, migliore di quella di ieri e per una cifra minore: 46.75 Euro.
La serata non è finita, perché decidiamo di tornare al Markt per vederlo illuminato di notte. Ci aspettavamo uno spettacolo più suggestivo ma non è niente di memorabile, quindi restiamo giusto il tempo di fare qualche foto d’ordinanza e poi rientriamo verso il Floris.
Due giorni così sono perfetti per visitare bene Bruges, siamo molto contenti di questa scelta e ci sentiamo appagati dalle cose viste, domani possiamo partire serenamente per visitare Bruxelles.

Quanto abbiamo camminato oggi? 12,5 km

 

03/04 Bruges-Bruxelles

 

Alle 8:30 siamo pronti per fare la nostra ricca colazione e preparare le valigie. Dopo il check out raggiungiamo in 20 minuti la stazione e prendiamo il treno delle 11:08 per Bruxelles, questa volta rispetto all’andata non avremo cambi da fare né supplementi per il passaggio dall’aeroporto. Quindi paghiamo il biglietto 14.70 Euro e dopo un’ora e dieci minuti siamo già a Bruxelles.
Anche qui la scelta dell’hotel è stata strategica per ottimizzare il tempo a disposizione, ci bastano cinque minuti per arrivare all’Hotel Agora Brussels Grande Place che è perfettamente posizionato anche rispetto a ciò che intendiamo vedere durante il nostro breve soggiorno.
Siamo in anticipo rispetto alla consegna della camera, quindi lasciamo le valigie, prendiamo una mappa e usciamo subito per andare al quartiere dei musei. Durante il tragitto ci fermiamo a scattare un’altra foto istantanea dal belvedere che affaccia sui Jardin du Mont des Arts e procediamo per visitare il museo di Magritte, solo che una volta arrivati scopriamo che il lunedì è chiuso. Quindi continuiamo la nostra passeggiata visitando la chiesa di Nostra Signora du Sablon – con magnifiche vetrate colorate – e all’uscita ci dirigiamo verso l’imponente Palazzo di Giustizia che nostro malgrado è completamente rivestito dall’impalcatura di un restauro in corso. Ci accade spesso, siamo perseguitati dai tubi Innocenti!
Il palazzo è stato per lungo tempo uno dei più grandi del mondo e decidiamo di dare un’occhiata all’interno, così superiamo i controlli di sicurezza e facciamo una rapida visita agli ambienti maestosi in stile neoclassico. Il palazzo non è propriamente una meta turistica in quanto ospita realmente procedimenti giudiziari, ma vale la pena visitarlo per i maestosi interni che ci hanno ricordato la stazione Grand Central di New York e poi perché è interessante vedere i togati al lavoro in un ambiente così carico di significati. Ci affacciamo a un’udienza in corso con la stessa curiosità con cui ammiriamo il belvedere del grande palazzo che sovrasta la città.
Una volta fuori facciamo la nostra sosta nel parco Petit Sablon, un piccolo angolo di pace per uno spuntino circondati da aiuole verdi curatissime, tulipani in fiore e una grande fontana gorgogliante.
Con la pancia piena torniamo verso il punto di partenza e, prima di procedere alla scoperta del centro storico, ci fermiamo in hotel per prendere possesso della stanza e poi subito a visitare la Grand Place, il salotto di Bruxelles dista neppure tre minuti da dove siamo. Che dire, il colpo d’occhio è magnifico, i palazzi sono imponenti, le facciate – tutte risalenti al 1600/1700 – sono finemente decorate con stucchi e ori. Ci sono i simboli delle varie gilde, le corporazioni di categoria, che competono tra loro per la più prestigiosa, grande, insolita, rappresentativa, in un gioco di allegorie e simbolismi che dona alla piazza un aspetto unico.
Da qui proseguiamo lungo una delle sei strade che sboccano nella piazza principale che si collega con il Palazzo della Borsa, un’altra grande struttura in marmo che sulla facciata principale è decorata anche con alcune sculture di Rodin. Giriamo lungo il perimetro del palazzo e notiamo che attorno la piazza, paradossalmente a pochi metri dall’elegante e sorvegliata Grand Place, l’atmosfera non è delle migliori: nonostante l’area molto centrale sembra sia una zona trascurata e poco sicura.
Da qui seguiamo le indicazioni per andare a vedere l’altra attrazione-simbolo di Bruxelles: il Manneken Pis, la piccola statua di un bambino sfrontato che dal 1618 fa la pipì davanti ai tantissimi turisti che vanno a visitarlo. In questa zona la densità dei negozi che vendono waffle è altissima e quindi cediamo alla ricetta classica: cialda 20 riquadri con spolverata di zucchero a velo (1 Euro).
A questo punto la passeggiata diventa una caccia al souvenir della capitale d’Europa, si comincia con le immancabili calamite e t-shirt, poi ciabattine e una prima confezione di cioccolato arancia e sale. Prima del calar del sole andiamo a visitare la concattedrale dei Santi Michele e Gudula, risalente al 1519, e la troviamo maestosa, bianca, con due torri altissime a caratterizzare la facciata gotica.
Rientriamo in hotel lungo una strada piena di ristoranti con i “buttadentro” appostati a ogni angolo, quindi nonostante la fame abbiamo un’idea chiara sulla zona da escludere per cena. Si sta facendo tardi, la scelta è vastissima e nell’incertezza decidiamo ancora di affidarci a un’indigena: la receptionist del nostro hotel si è dimostrata molto in gamba al nostro arrivo, e si confermerà tale anche nel suggerire e prenotare uno dei suoi locali preferiti. La nostra richiesta è stata la solita: nessun posto per turisti! E ci ha consigliato bene, perché sarà questa sera che faremo la miglior cena del viaggio. 9 et Voisins è situato proprio dietro la Borsa, arriviamo affamati come lupi alle 21 in punto e abbiamo subito buone sensazioni: locale caldo, accogliente, con arredamenti essenziali e con una grande lavagna affissa alla parete: lì c’è la cosa che ci interessa di più, il menù. Ci facciamo ispirare dai nomi sconosciuti e chiediamo conferme ai camerieri, così ci ritroviamo nei piatti una stoemp sausage, salsiccia servita con purè di patate e carote; e un jambonneau moutarde l’ancienne, importante cosciotto di maiale spennellato di senape: ottimo. Per mandare giù questo bendiddio abbiamo scelto una birra bianca e due Ciney blond. Non solo è stata la miglior cena delle tre fatte in Belgio, ma anche il conto è stato il migliore: 39.52 Euro. Sempre bello lasciare un luogo con il ricordo di un buon sapore…

Quanto abbiamo camminato oggi? 11 km

 

04/04 Bruxelles-Roma

 

Giorno di partenza sì, ma con calma. Abbiamo mezza giornata a disposizione e non intendiamo perderla, facciamo colazione da Gaufres de Bruxelles, il bar convenzionato con l’hotel, dove ordiniamo due tipi di waffle, succo di arancia e the per 8.40 Euro, le bevande sono state gentilmente offerte dall’hotel. Siamo pronti per il secondo tentativo al museo di Magritte e stavolta va tutto liscio: l’ingresso costa 13 Euro per l’intera struttura museale oppure 8 Euro per vedere solo i padiglioni dell’artista belga, uno dei nostri preferiti insieme a Salvador Dalì che ci siamo gustati abbondantemente a St. Petersburg, durante il nostro ultimo viaggio in Florida.
Complessivamente, però, il museo di Magritte è stato una delusione perché le opere più conosciute non sono lì, ci sono tantissimi studi e altrettante opere minori ma il meglio di questo artista l’abbiamo già visto in altri musei, per esempio al MOMA di New York. Da notare: nel passare da un piano all’altro del museo ci siamo goduti un bel panorama sulla città e abbiamo individuato lo scintillante Atomium, il terzo grande simbolo di Bruxelles.
Dopo la visita torniamo verso il centro storico e ci fermiamo a fare uno spuntino da Belgian Frites Papy famoso da 30 anni per le sue patatine fritte, scegliamo la ricetta classica con maionese (3.20 Euro) e siamo subito pronti per la missione finale: comprare la famosa cioccolata belga.
Allora, nel centro storico la scelta è vastissima, ci sono tante pasticcerie con vetrine che strabordano di delizie decorate e grezze: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ci sono tante negozi che vendono cioccolata confezionata, di ogni tipo, misura, peso, forma, gusto. Sono probabilmente tutte buone ma la nostra scelta è ricaduta su L’Art du Chocolat, un pasticceria classica, e capisci dov’è la differenza con le altri quando entri e senti quel profumo inconfondibile, quell’aroma che fa schizzare la glicemia alle stelle soltanto respirando.
Ci facciamo preparare un paio di confezioni con 32 cioccolatini bellissimi da vedere e buonissimi, per tutti i gusti: champagne, tè verde e lime, amarena, pralinati alle nocciole, arancia e frutto della passione, ganache di nocciola e marzapane, crema di limone, crema di nocciole, di tutto. Per concludere lo shopping più dolce ci abbiamo aggiunto dei cubetti da sciogliere nel latte per una vera cioccolata calda, al cocco, dark e alla menta (30 Euro).
Sono le 14:30 quando ci dirigiamo in stazione per fare i biglietti (8.80 Euro) e prendere il treno delle 14:55 che nel giro di 30 minuti circa ci porterà all’aeroporto di Zaventem.
Durante l’attesa del volo facciamo un rapido bilancio finale: ci sentiamo molto fortunati, abbiamo avuto dalla nostra parte un meteo splendido a dispetto di quanto si dice sul Belgio, cioè un Paese spesso piovoso, e abbiamo trovato perfetta la soluzione di trascorrere due notti a Bruges e una a Bruxelles, e non viceversa. Per la nostra dimensione, orientata alla ricerca di luoghi alternativi, più a dimensione d’uomo rispetto alle metropoli (sempre più spesso troppo simili tra loro) è stato un abbinamento perfetto: Bruges la ricorderemo a lungo!

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 37,8 km

 

Note
Hotel prenotato su Booking
Guida di riferimento: Brugge e Bruxelles di Lonely Planet
Libro letto su Kindle: Topkapi di Erik Ambler

Diario di viaggio: Cracovia e Auschwitz

by Luigi De Luca on 20 dicembre 2016

Cracovia, Auschwitz e la miniera di sale di Wieliczka

Un viaggio, tre luoghi: Cracovia, Auschwitz, Wieliczka (miniera di sale)

 

Ci piace viaggiare e questo si era capito. Ma da qualche anno abbiamo scoperto il gusto di viaggiare nel periodo natalizio alla scoperta dei mitici mercatini di Natale.
Cerchiamo luci, colori, allestimenti, atmosfere e soprattutto cibo di strada: ebbene sì, i mercatini saranno anche belli, caratteristici per i souvenir e l’artigianato, ma sono soprattutto buoni!
E così, dopo Parigi, Porto, Bratislava e Vienna, è il turno di Cracovia: un’ottima scelta, una bellissima città, sicuramente da visitare anche in altri periodi dell’anno.

 

06/12 Roma – Cracovia

 

Partiamo da casa alle 8:00, abbiamo l’aereo alle 11:30 e arriviamo all’aeroporto di Roma Ciampino puntuali, dopo aver lasciato l’auto al nostro solito parcheggio a lungo termine: Altaquota (20.70 Euro, ora accettano il pagamento online e si risparmia un po’). Il volo Ryanair è stato prenotato l’8 Settembre, quindi tre mesi prima, perché in un precedente tentativo abbiamo notato che i prezzi dei voli per Cracovia “decollano” facilmente. Noi ce la siamo cavata con 82.50 Euro a persona.
Viaggiamo leggeri, veloci, con carte d’imbarco sullo smartphone e il solo bagaglio a mano, così subito dopo l’atterraggio, alle 13:30, siamo fuori l’aeroporto in attesa del nostro autista Uber prenotato dall’app che ci accompagna in hotel in 20 minuti per soli 6 euro.
Facciamo check-in, diamo uno sguardo nella nostra bellissima stanza che affaccia sulla Vistola e lasciamo subito il Niebieski Art Hotel & Spa per andare alla scoperta di Cracovia. L’impatto è molto particolare, perché fa un freddo boia e nevica, fenomeno che per noi che proveniamo dal mare ha sempre un fascino particolare. A piccole dosi però! 😉
La prima tappa la facciamo allo sportello di un bancomat per cambiare gli Euro: la moneta della Polonia è lo zloty (Zl) e bisogna fare un po’ di esercizio per la conversione. In totale cambiamo 120 Euro (tasso: 1 € = 0.23 Zl), così mettiamo in tasca 500 zloty (incluse commissioni) per le nostre spesucce.
Infiliamo guanti, cappelli e cappucci impermeabili e continuiamo a percorrere il lungo rettilineo che dall’hotel ci porta dritti in centro. La nostra prima visita è la Basilica di San Francesco: buia e spettrale, è piena di persone che pregano a lume di candela. Molto suggestiva, è famosa per i suoi interni decorati e per le vetrate policrome che però non riusciamo a godere completamente, un po’ perché fuori nevica e il cielo è coperto, e un po’ tanto perché in questo periodo dell’anno il sole tramonta verso le 15:30… quindi manca l’ingrediente fondamentale per ammirare le vetrate artistiche dall’interno: la luce! 🙂
Una volta fuori imbocchiamo l’antistante Bracka, una delle strade principali che sbucano nel cuore del centro storico: Rynek Glowny, l’antica piazza del mercato caratterizzata dalle sagome della torre del municipio, della basilica di Santa Maria con i suoi due campanili diversi, dell’imponente stabile del fondaco dei tessuti, e circondata dalle facciate decorate di sontuosi palazzi monumentali. Una piazza così bella doveva essere per forza Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO (1978). La vista d’insieme è resa ancora più gradevole dall’invasione colorata del mercatino di Natale.
Non ci lasciamo distrarre da suoni e profumi che arrivano da tutti gli angoli e procediamo dritti verso la basilica, dotata di due ingressi: uno gratuito, accessibile per la preghiera e una visione parziale della chiesa e l’altro a pagamento, per ammirare meglio le cappelle interne e la pala d’altare più celebre della città.
I biglietti si fanno all’esterno, nella piazzetta adiacente, e vale la pena spendere i 10 zloty (2.25 Euro) per osservare da vicino il capolavoro di Veit Stoss: un imponente polittico in legno di dimensioni ciclopiche posto sopra l’altare. Immaginate cosa può venir fuori da un lavoro meticoloso durato ben 10 anni!
Al termine della visita la nevicata è ancora in corso e inizia a lasciare i suoi segni: la piccola piazza Mariacki, posta sul fianco della basilica, è ormai imbiancata e l’attraversiamo rapidamente per raggiungere la chiesetta di Santa Barbara che all’esterno ha una piccola acquasantiera che contiene… un blocchetto di ghiaccio! 🙂
Entriamo a dare uno sguardo ma re(si)stiamo pochissimo perché dentro c’è una puzza tremenda: pensiamo che il tappeto all’ingresso, complice l’umidità, abbia iniziato a rilasciare miasmi inevitabili, poi man mano che leggiamo la guida e apprendiamo che la cappelletta è posta sopra un antico cimitero, ci diamo una personalissima spiegazione che ci costringe a uscire fuori per ridere liberamente. La stanchezza inizia a fare brutti scherzi, ci fa bene prendere un po’ d’aria fresca e visto che stanno per scoccare le 18, ci fermiamo per ascoltare lo heinat. Ogni ora dal campanile principale della Basilica, un trombettiere suona una breve melodia per quattro volte, una per ogni punto cardinale. La tradizione pare sia legata a una serie di leggende antiche che risalgono anche a otto secoli fa, ma la versione più amata è quella narrata negli anni ’20 da Eric Jelly nel libro per bambini The Trumpeter of Krakow, da scoprire! 😉
Ok, l’impatto culturale c’è stato ed è stato soddisfacente. Ora è tempo di esplorare le bancarelle del mercatino di Natale, specialmente perché sembra che il cibo di strada sarà protagonista assoluto e visto che siamo in ora da aperitivo assaggiamo subito gli oscypek, delle scamorzine affumicate grigliate sulla brace. Ne prendiamo una semplice (che servono anche accompagnata da confettura di mirtilli) e una avvolta in una strisciolina di bacon, decorata in cima con una prugna (9.50 Zl, 2.15 Eu). Ottimo inizio che ha aperto una voragine nello stomaco, così rimediamo subito con una gran fetta di pane casareccio tostato, spalmato di lardo e guarnito con salsiccia (13 Zl, 2.90 Eu): ora sì che possiamo andare a cena! 🙂
La nostra esplorazione sarà più dettagliata nei giorni successivi, ora siamo stanchi e rientriamo verso l’hotel, stavolta in tram. I collegamenti di Cracovia sono molto buoni ed economici, la città è servita da bus e tram, i biglietti si possono fare a bordo o alle fermate, dotate sempre di pensiline e tabelloni digitali con gli orari di arrivo previsti: al termine del viaggio constateremo di aver preso molte volte i mezzi pubblici e hanno sempre reso un ottimo servizio.
Il nostro biglietto da 2.80 Zl (0.60 Eu) dura 20 minuti e in meno della metà del tempo ci porta fino al capolinea Salwator, a pochi metro dal nostro albergo.
Abbiamo già scelto in Italia dove cenare stasera, quindi saliamo in hotel solo per lasciare gli zaini e orientarci senza prendere freddo in strada (-4 gradi!). L’operazione richiede pochissimo tempo perché Golonkarnia, il ristorante individuato per la prima cena polacca, è letteralmente a due passi da noi. Fuori dal centro, ottime recensioni, pochi posti a sedere, specialità locali, in pratica ha caratteristiche perfette per rispondere alla domanda: dove cenare a Cracovia? 🙂
C’erano solo altre due persone del posto, forse anche per via della musica proposta: dei pessimi remix di grandi singoli della musica internazionale, eseguiti probabilmente con la diamonica Bontempi, degne basi del peggior karaoke abusivo di tutto l’Est Europa. Ma poco importa, perché la nostra attenzione era già dedicata al menù, pratico ed essenziale, che ci ha aiutato a scegliere facilmente. Abbiamo ordinato la specialità della casa: ginocchio di maiale macerato in birra e cotto nel forno a legna, servito con rafano, cetriolini e un quarto di pane. E poi un altro piatto locale, dietro suggerimento d’eccezione della mia amica Slawka G. Scarso: pierogi, ravioli di carne conditi con cipolle croccanti. Eravamo affamati come lupi eppure non siamo riusciti a finire tutto il ginocchietto! Porzione enorme, i saggi ragazzi del posto che cenavano alle nostre spalle ne hanno ordinato uno solo da dividere e hanno fatto bene. Siamo rimasti molto soddisfatti della resa e del sapore dei piatti ordinati, per non parlare del conto: solo 93 Zl (20.50) incluse due belle birre 0.5 non pastorizzate.
Siamo solo al primo ristorante provato ma siamo già molto soddisfatti, lo candidiamo subito per la cena finale ma questa possibilità si rivelerà un’illusione: l’isolamento e la musica discutibile ci ha fuorviato, il locale è vuoto soltanto perché è martedì. Nei giorni successivi sarà impossibile trovare un tavolo libero, sia passando di persona con netto anticipo sia facendo chiamare dall’hotel. Quindi se volete provare il golonka migliore di Cracovia, il consiglio è di prenotare sempre, anche un paio di giorni prima.
Ok, si va a dormire presto ché domani sarà una giornata intensa. Sotto tutti i punti di vista.

Quanto abbiamo camminato oggi? 7 km

 

07/12 Cracovia – Auschwitz

 

Giornata molto lunga, sveglia puntata alle 7:00 per una maxi colazione che dovrà darci energie per molte ore. Alle 8:30 siamo in strada, fa freddissimo quando prendiamo il tram 2 fino a Dworzec Glowny, la fermata di riferimento per la stazione dei bus (e dei treni) di Cracovia che raggiungiamo passando attraverso l’enorme shopping center Galeria Krakowska.
Oggi abbiamo programmato una visita al museo-memoriale di Auschwitz-Birkenau, il più famigerato campo di concentramento e sterminio della Germania nazista.
Come raggiungere Auschwitz da Cracovia? Non è propriamente una passeggiata, quindi programmate per tempo la visita e i collegamenti per arrivarci. In città diverse agenzie propongono l’escursione a/r in giornata ma noi abbiamo preferito la visita individuale, organizzata online. Da notare! La località Auschwitz ha ripreso il suo nome polacco di Oswiecim e molte indicazioni fanno riferimento a questa sintassi e non a quella per noi più nota, anche sui tabelloni dei mezzi pubblici.
Auschwitz dista circa 70 chilometri e si può raggiungere in bus e treno con un viaggio di un’ora e mezza, noi abbiamo scelto il bus perché ce ne sono di più e perché ti lascia davanti al cancello d’ingresso mentre il treno ferma a 1.5 km dal sito. La compagnia con il maggior numero di collegamenti è Lajkonik, noi abbiamo preso il biglietto per la partenza delle 9:40 al costo di 14 Zl (3.20 Eu).
L’ingresso al campo è gratuito e i biglietti sono stati prenotati sul sito ufficiale, ci sono diverse formule per entrare (gruppi, individuali, giornata-studio, con guida, ecc…) e bisogna scegliere anche in base alle disponibilità: gli ingressi sono scaglionati per fasce orarie e variano molto in funzione del periodo dell’anno: controllate sempre bene prima di prenotare perché durante l’inverno il museo potrebbe essere aperto solo mezza giornata.
Prima di entrare nel lager ci sono da superare dei controlli di sicurezza e le borse con dimensioni superiori a 30x20x10 cm devono essere obbligatoriamente lasciate al guardaroba (3 Zl, 0.70 Eu).
Il nostro viaggio è filato liscio e alle 11:20 siamo pronti a iniziare la nostra visita come previsto dall’orario prenotato, la prima mazzata arriva al cancello dove l’immagine vivida dell’arco in ferro battuto che recita Arbeit macht frei  (il lavoro rende liberi) ci accoglie in tutta la sua freddezza.
Poi inizia un viaggio indietro nel tempo che si ferma a solo 70 anni fa, quando l’uomo è diventato una bestia: un carnefice spietato di altri essere umani, dove il male assoluto ha preso forma e ha seppellito un milione e mezzo di uomini, donne, bambini. Ci sono parole migliori delle mie per descrivere i dettagli, ci sono commentatori più autorevoli di me per leggere e apprendere quel pezzo di storia, quel buco nero nel cuore della millenaria civiltà europea. Quindi ridurrò al minimo le mie impressioni personali, peraltro il linea con la filosofia di questo blog, e mi limiterò a stimolare e promuovere questa visita a tutti coloro che avranno la fortuna di visitare Cracovia.
In base alla vostra sensibilità, età, esperienza, voglia di capire, programmate una visita in questo memoriale e – al netto dell’impatto emotivo – ne uscirete sicuramente più forti e informati. Vedrete davvero ciò che avete visto sui libri e al cinema, vedrete i recinti elettrificati, le torrette di guardia, i fili spinati, i dormitori, le condizioni di prigionia, i muri delle esecuzioni, i patiboli, le camere a gas e i crematori. Tutto è com’era, per non dimenticare.
La visita passa in rassegna tutti gli spazi del campo, dall’infermeria ai padiglioni dedicati alle varie nazioni che hanno subito le deportazioni organizzate dei propri civili, con documenti storici, fotografici, filmati per rinnovare la memoria di tutti, per testimoniare ciò che è avvenuto davvero, ciò che nessun revisionismo può mettere in discussione senza ridicolizzarsi e offendere.
Alle 14:00 usciamo e prendiamo la navetta per Birkenau, il campo satellite a pochi chilometri da Auschwitz, e quando arriviamo ci resta un’ora di tempo per la visita perché chiuderà alle 15:30. Ero stato a Dachau anni fa, e quindi ero già pronto su quanto avrei visto ad Auschwitz, ma Birkenau no. Birkenau mi ha impressionato, ha aggiunto stupore all’orrore: le dimensioni, l’organizzazione metodica, scientifica, raggiungono apici inimmaginabili. Il campo è talmente vasto che non si capisce dove finisca, impieghiamo 20 minuti per andare dall’ingresso al monumento internazionale per le vittime dell’Olocausto, posto al centro tra i ruderi dei crematori, lasciati in macerie così come erano stati ridotti ai tempi della Liberazione, come un monito. Siamo circondati da un paesaggio ostile, freddo, il campo ha una superficie così grande che i gruppi di persone in visita si disperdono e puoi ritrovarti isolato, circondato dal silenzio. Seguiamo i binari percorsi dai treni carichi di persone impaurite che nell’ultima fase della soluzione finale non venivano neanche più schedate, raggiungevano direttamente le camere a gas. Fa freddo, c’è la neve, immaginiamo i prigionieri costretti all’aperto in condizioni disumane, mentre soffriamo noi che siamo coperti e ci muoviamo liberamente; siamo privilegiati, e per quanto predisposti a raggiungere un altro livello di comprensione, alla fine mi rimbombano in testa le parole di un sopravvissuto: “Voi non sapete, voi non potete neanche immaginare…”. Vero, io non posso neanche immaginare cos’è stato.
Esperienza forte, senza dubbio. Le riflessioni continuano anche sul bus che ci riporta a Cracovia, dove arriviamo alle 18:15.
Prima di cena ci rilassiamo un po’ in camera e ci scaldiamo nella sauna e nell’hammam della spa, alle 20:00 siamo di nuovo in strada per prendere il tram e scendere alla fermata del Teatro Bagatel. Da qui imbocchiamo la Sw Anny per raggiungere la piazza centrale da un ingresso differente da ieri, e ammirare l’imponente facciata barocca della chiesa di Sant’Anna. Quando sbuchiamo in Rynek Glowny ci troviamo di fronte la Torre del Municipio con tutti i suoi 70 metri di altezza impreziositi da ologrammi che riproducono fiocchi di neve e decorazioni natalizie. Se si aggiungono le principesche carrozze bianche trainate da cavalli massicci che sbuffano vapore dalle narici, sembra di essere in una fiaba antica.
Questa sera si cena in strada senza timore del freddo, quindi ci immergiamo completamente nei profumi che invadono tutta la superficie del mercatino di Natale e iniziamo a fare la nostra selezione per scegliere dove fermarci. Dopo un accurato sopralluogo, ci sediamo a un tavolo e andiamo a fare rifornimenti: pierogi ripieni di lenticchie, pomodori secchi e aglio selvatico (7.50 Zl, 1.70 Eu) e poi passiamo alla carne con un maxi spiedino di maiale e una grande salsiccia con patate al forno (52 Zl, 11.80 Eu). Nota di merito per lo spiedino, semplicemente meraviglioso. Dopo aver riempito lo stomaco prendiamo un bicchiere di vino rosso caldo (8 Zl, 1.80 Eu).
C’è davvero di tutto: artigianato, fiori, dolci, vestiti, oggetti in legno, ceramica, cera, vetro… scattiamo ancora qualche foto prima di rientrare in hotel in tram, la giornata è stata molto lunga e siamo provati da tutte le cose viste e quelle fatte: una notte di sonno al caldo ci aiuterà sicuramente a ricaricare le batterie.

Quanto abbiamo camminato oggi? 11 km

 

08/12 Cracovia

 

Ci svegliamo con tutta calma dopo nove ore di sonno e facciamo una ricca colazione ancora più ricca del giorno prima: brioche, muffin, nastrine con marmellata, toast imburrati, bacon, uova, salsicce, ananas, melone, muesli, smoothies e succhi di frutta. Proprio quello che ci voleva per la giornata che dedicheremo a due zone di Cracovia: la collina del Wawel e Kazimierz.
Per quanto la temperatura sia sempre rigida, 4 gradi, oggi c’è un gran sole e decidiamo di camminare seguendo la pista ciclabile che affianca il percorso del fiume Vistola: una passeggiata molto suggestiva, a contatto con tantissimi cigni che si avvicinano tranquillamente, abituati alla presenza umana. Dopo qualche centinaio di metri, dove il fiume curva in un’ansa, si staglia davanti a noi il Wawel: la collina simbolo dell’intera Polonia, sede del castello che ha celebrato l’incoronazione di molti sovrani e che ancora oggi, all’interno della sua cattedrale, ospita le spoglie dei più illustri politici polacchi.
Torniamo sulla strada principale e iniziamo la salita verso la cima, attraversiamo le massicce mura, superiamo la statua equestre di Tadeusz Koscuiszko ed entriamo dalla porta principale oltre la quale c’è l’ampio cortile del complesso fortificato. Gli edifici che affacciano su questo grande prato ci ricordano molto la spianata delle cattedrali ammirata all’interno del Cremlino, durante il viaggio a Mosca e San Pietroburgo.
La visita di tutti gli spazi esterni è gratuita, mentre è necessario un biglietto per accedere alle sale del castello e della Cattedrale. Armati di mappe e guida, facciamo il punto della situazione e ci dirigiamo in biglietteria per fare il ticket cumulativo per gli ambienti che desideriamo vedere.
La nostra preferenza cade sul complesso religioso: il biglietto per la Cattedrale del Wawel costa 12 Zl (2.70 Eu) e include l’accesso alla chiesa, alla cripta, al campanile e al museo della chiesa oggi intitolata a Giovanni Paolo II. Il culto per il Papa polacco che conosciamo bene è molto sentito, un po’ ovunque si trovano foto, statue, cimeli e targhe che ricordano il suo passaggio. Soprattutto nel museo c’è un’intera sala a lui dedicata che a noi italiani risulterà piuttosto, diciamo così, famigliare: la copia commemorativa della prima pagina dell’Osservatore Romano uscita nel giorno della nomina a Capo della Chiesa, oppure le scarpe fatte a mano da artigiani italiani, ci faranno sentire un po’ a casa 😉
La nostra visita della cattedrale è iniziata dal basso verso l’alto: siamo partiti dalle cripte sotterranee dove riposano molti reali e altre personalità politiche e artistiche della storia polacca, come per esempio il pianista e compositore Chopin, oppure il presidente Lech Kaczyński e la moglie, morti nel 2010 in un incidente aereo insieme a buona parte del governo, una storia sordida che nelle indagini ha sviluppato alcuni retroscena da spy-story.
L’esperienza più bella che offre il biglietto cumulativo è l’ascesa del campanile, un percorso da fare lungo ripide scale di legno e intervallato dai pianerottoli che ospitano campane in bronzo sempre più grandi man mano che si sale: ognuna ha un nome e qualche dato relativo alle dimensioni. La cosa più impressionante è ovviamente il peso, nell’ordine delle decine di tonnellate.
In uscita dalla collina si potrebbe attraversare la grotta del drago Smok, un drago cattivo divenuto una sorta di mascotte per la città. La grotta d’inverno è chiusa, quindi prendiamo un sentiero per tornare al livello del fiume, ci fermiamo per uno spuntino all’aperto e poi riprendiamo il cammino verso il quartiere ebraico di Kazimierz.
Qui sono state girate diverse scene del film Schindler’s List, perché era in stato di abbandono da molto tempo e poteva offrire una ricostruzione più fedele del ghetto di Varsavia rispetto alla capitale stessa, molto rimaneggiata dopo la guerra. Come per magia, da quando agli inizi degli anni ’90 Steven Spielberg ha iniziato i sopralluoghi e successivamente ha girato il suo premiatissimo film, il quartiere ha vissuto una completa rinascita e oggi è una delle zone più trendy e vive di Cracovia.
Il nostro tour ci ha portato a cercare tre sinagoghe: la prima è quella di Remuh, con il suo cimitero antico visibile dall’esterno, che però troviamo chiusa; la seconda è la sinagoga Alta, chiamata così perché la sala di preghiera è al secondo piano e infine quella di Isacco. Giusto due note su queste ultime: trovare la sinagoga Alta non è stato semplicissimo perché le facciate di questi luoghi di culto non sono sfarzose e, questa in particolare, sembra addirittura un palazzo abbandonato. Si entra da un libreria ebraica che pare sia la migliore di Cracovia, il biglietto cosa 9 Zl (2 Eu) e al piano superiore c’è una mostra fotografica in una stanza quasi completamente spoglia, se non fosse per alcuni resti di decorazioni stuccate. Invece la sinagoga di Isacco – la più grande di Cracovia – costa 7 slot (1.60 Eu) ed è sicuramente in condizioni migliori della precedente, grazie ad alcuni recenti restauri, ma anche qui non sento di poter descrivere qualcosa di particolarmente emozionante. Diciamo che il quartiere vale una visita, per le sue viuzze, i negozietti, i caffè; una passeggiata a Kazimierz va fatta ma, diciamo così, l’ingresso nelle sinagoghe non è obbligatorio 😉
Una volta rientrati sulla strada principale prendiamo al volo un tram diretto verso la piazza centrale, dove facciamo a colpo sicuro i primi acquisti nel mercatino di Natale che ormai conosciamo benissimo: compriamo un rompicapo in legno e miele locale di colza, tiglio e melata di conifere. Notiamo che in giro c’è molta più gente, probabilmente perché è iniziato il ponte dell’8 dicembre.
Raggiungiamo il Fondaco dei Tessuti, il lungo porticato coperto al centro della piazza che un tempo ospitava le botteghe dei mercanti di stoffe e oggi raccoglie negozietti di souvenir che hanno prezzi medi più alti rispetto alle bancarelle esterne. Come facciamo sempre, dopo il confronto prezzi dei giorni precedenti, entriamo nel negozio che abbiamo individuato come il più conveniente (bene o male i souvenir da acquistare sono sempre quelli) e mettiamo insieme una spesa unica. La scelta è caduta su Ziomek e negli zaini sono finiti: sportina, t-shirt, palle di Natale, agendina, fermagli, shottini, magneti da frigo e altre cianfrusaglie per un totale di 109 Zl (24.70 Eu).
In attesa di cenare, cerchiamo lo storico locale Piwnica Pod Baranami per fare un aperitivo: la classica birreria sotterranea di Cracovia. Si entra da un palazzo che sta sulla piazza del mercato (di fronte la Torre del municipio), si riconosce facilmente perché ha delle grandi teste di ariete scolpite sull’architrave del portone. L’atmosfera all’interno è molto informale, non ci sono camerieri a servire: si prende posto, si fa la fila alla cassa, si paga e si porta al tavolo. Tutto molto vintage, come si usa (anche troppo) da qualche anno. Quindi sedie zoppe, tappezzerie rotte, tavoli traballanti, cera colata e muri “polverosi”… per usare un eufemismo. A piccole dosi, si può fare: ordiniamo una birra media chiara, vino caldo alla cannella e un po’ di noccioline (23 Zl, 5.20 Eu). Grazie al wi-fi aperto ci connettiamo per trovare il prossimo ristorante da visitare e la scelta ricade su Czarna Kaczka – The Black Duck dove ci presentiamo senza prenotazione. Male, molto male. Il ristorante è pieno e il cameriere, Philippe, manda indietro tante persone, anche noi. Ma si vede che gli siamo simpatici, perché ci dice di tornare dopo 45/50 minuti, salvo poi darci un tavolo dopo 20 minuti in buona parte passati a parlare con lui, delle sue origini franco-polacche e del suo anno sabbatico da spendere proprio a Cracovia per conoscere meglio le sue radici. Philippe ha fatto un miracolo perché non avrebbero accettato prenotazioni per i prossimi due giorni! E noi, fame nera del momento a parte, eravamo intenzionati ad assaggiare la specialità dello chef: l’anatra, cucinata praticamente in tutti i modi.
Il locale è accogliente, caldo, piccolino (è praticamente la sala colazione dell’hotel adiacente) e con un menù ben concentrato sui piatti della tradizione polacca: sul nostro tavolo finisce una mezza anatra alla brace con salsa di mirtilli e patate fritte; e un bell’arrosto di maiale con cumino e vino rosso servito su pane tostato. Tutto accompagnato con patate al forno e due birre 0.5 bionde (Tyskie anche qui, come dagli altri). Abbiamo mangiato benissimo e alla fine ci hanno offerto una vodka alla ciliegia, leggera, più simile a un liquore, che ci è piaciuta moltissimo e ha addolcito ancora di più il conto di 105 slot (23.80 Eu).
Torniamo in hotel ancora una volta soddisfatti della città, delle cose viste, del cibo… se non fosse per ‘sto freddo! 😀

Quanto abbiamo camminato oggi? 12,7 km

 

09/12 Cracovia – Wieliczka (miniera di sale)

 

Oggi abbiamo in programma un’escursione alle miniere di sale della vicina Wieliczka, un altro sito Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Sono ben pubblicizzate e le conoscevamo ancor prima di partire, forse per questo c’era qualche aspettativa in più… ma non voglio essere troppo severo sul giudizio finale! Diciamo che sarò piuttosto sbrigativo nella descrizione di questa esperienza perché, diplomaticamente parlando, ho apprezzato di più Cracovia e sono un po’ dispiaciuto di aver lasciato cose da vedere a vantaggio di questa gita fuori porta.
Come arrivare alla miniera di sale? Noi ci siamo andati in treno, sono solo 13 chilometri di distanza e ci vogliono circa 25 minuti. Il biglietto costa 3 Zl (0.70 Eu).
Siamo partiti dalla stessa stazione di due giorni fa, Krakow Glowny, solo che stavolta c’è un bel sole e quindi ci siamo arrivati a piedi facendo una passeggiata dalla piazza centrale del mercato, che abbiamo visto per la prima volta con la luce diurna, e poi superando le mura difensive e Porta Floriana.
Dopo uno spuntino salato da Awiteks saliamo sul treno delle 14.10 (ce ne sono moltissimi) e una volta a destinazione seguiamo le chiare indicazioni per raggiungere l’ex miniera. Siamo già in possesso del biglietto, acquistato online sul sito ufficiale: l’ingresso costa ben 84 Zl (19 Eu) – una cifra molto alta rispetto ai prezzi visti finora in Polonia – e bisogna scegliere un orario di accesso tra quelli disponibili, perché si può entrare solo in gruppo (35 persone) e per questioni di sicurezza non sono previste visite individuali.
Si può anche scegliere la lingua parlata dalla guida ma nel nostro orario non c’era l’italiano e quindi ci accodiamo a un gruppo inglese; alle 15.00 in punto inizia la visita con la vertiginosa discesa di 400 gradini in legno su una struttura elicoidale che porta a circa 90 metri di profondità. Il punto più profondo è a -135 metri e sarà toccato nel corso della visita che dura un paio d’ore, inclusa una complessa procedura di uscita, dopo aver percorso 3 chilometri di tunnel. La temperatura media è sui 15 gradi e non si registrano presenze di animali strani 🙂
Come anticipavo: non mi soffermerò molto sui particolari, la guida era molto simpatica, aveva un buon copione che permetteva di interagire con il pubblico e dava informazioni didascaliche e curiose. Nonostante ciò non siamo riusciti ad appassionarci! Hanno fatto un ottimo lavoro di conversione del sito, davvero, però non ho trovato gli spunti giusti per un’esperienza memorabile: il prezzo del biglietto vale giusto per la visione d’insieme dell’enorme Cappella di Santa Cunegonda, con i suoi maestosi lampadari, i bassorilievi e l’altare interamente scolpiti nel sale; poi molto impressionanti sono le travi massicce che sostengono le gallerie e un paio di laghetti sotterranei ben illuminati che mettono in risalto l’acqua verde per l’alta concentrazione di sale. Tutto qui. Il resto è un po’ di fuffa, qualche manichino e carrello da miniera arrugginito e poco più. Cioè, non è neppure detto che ai bambini piaccia sicuramente questa gita, e se soffrite di claustrofobia è sicuramente meglio starne alla larga.
Lasciamo il sito minerario perplessi e torniamo verso Cracovia, dobbiamo riprenderci da una parziale delusione e vogliamo farlo a modo nostro: con l’ultima cena presso il ristorante della prima sera, la nostra strategia storica per lasciare una città con un buon ricordo (torniamo sempre nel locale che c’è piaciuto di più nei giorni precedenti). Purtroppo, però, ci aspetta una mazzata terribile: sono le 19.00 quando entriamo da Golonkarnia, il locale è già pieno e non accetta altre prenotazioni! Torniamo in hotel e facciamo chiamare anche da loro ma niente da fare! La prima cena infrasettimanale ci ha decisamente fuorviato, pensavamo che non fosse un posto frequentato e invece…
Ma non è finita, perché una volta in stanza facciamo una grande selezione di ristoranti e chiediamo alla reception di prenotare per noi: niente, tutto pieno! Anche quelli suggeriti dall’hotel. Quindi il consiglio importante che posso dare è sicuramente di prenotare un tavolo in anticipo se volete cenare in un buon ristorante di Cracovia durante il fine settimana!
Allora decidiamo di tornare in centro, provare di persona qualche incursione ma dopo qualche tentativo dobbiamo desistere: non c’è posto da nessuna parte. Per fortuna questo è il periodo perfetto per non restare a digiuno, al freddo, in mezzo alla strada perché i mercatini di Natale tornano in nostro soccorso: anche qui c’è molta più gente ed è difficile anche riuscire a ordinare, alla fine prendiamo un spiedino di carne (36 Zl, 8.15 Eu. Anche i prezzi sono lievitati!) con un buon formaggio arrosto. Ci è piaciuto così tanto l’oscypek che nei compriamo sei da grigliare a casa (20 Zl, 4.50 Eu), anche se l’aroma che lascerà in valigia resterà per sempre.
Dopo la cena volante, andiamo in uno degli angoli della piazza dove c’è la pasticceria Harlekin per assaggiare le sue torte che pare siano magnifiche, ma sono le 22.00 e sta chiudendo: niente da fare! Qua è sempre più chiaro che ci tocca tornare a Cracovia…
Alla fine chiudiamo i nostri giri da Nowa Prowincja, che di “nuowo” ha solo il nome: è un altro locale in stile vintage (l’ennesimo, si può dire?) con i muri scarabocchiati e i divani rotti. Sempre alternativo, eh! Però – per dirla tutta – dopo un po’ mi fa le stesso effetto che fa la musica balcanica a Elio e le Storie tese: avete presente? 😉 Comunque, anche qui tutto “fai da te”, ordini e poi ti chiamano con una campanella, così al nostro tavolo mi servo una crema brulé, un toast e due birre medie (32 Zl, 7.25 Eu).
Riprendiamo l’ultimo tram in direzione hotel e chiudiamo la giornata e il viaggio con un pizzico di amaro in bocca per le occasioni mancate: la prossima volta a Cracovia si prenota tutto prima, anche i ristoranti! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 10,6 km

 

10/12 Cracovia – Roma

 

Sono stati giorni movimentati, ci siamo spostati e abbiamo dovuto organizzare un po’ di cose per le escursioni fuori Cracovia perciò, seppure con mezza giornata a disposizione, oggi abbiamo deciso di dedicarla al relax e a ritmi meno frenetici.
Quindi al risveglio ci prendiamo un lungo momento per goderci l’ultima favolosa colazione del Niebieski, rifacciamo le valigie e chiamiamo direttamente Uber per andare in aeroporto in anticipo e fare lì le ultime compere: in particolare vogliamo cercare quel liquore alla ciliegia che ci è piaciuto molto, e non potendo imbarcare la bottiglia dobbiamo acquistarla dopo aver superato i controlli di sicurezza.
Abbiamo ancora 50 Zl (11.30 Eu) da spendere e alla fine li investiremo tutti in questa bottiglia, un succo di mirtilli bio e una confezione di salamini polacchi. Ormai è chiaro: in Polonia abbiamo un buon potere di acquisto, alla fine ho pagato solo due cene e i souvenir con carta di credito ma per tutto il resto del soggiorno sono bastati i 500 zloty cambiati all’inizio. Anzi, ne sono bastati 450 visto che gli ultimi li abbiamo spesi in aeroporto per non cambiarli di nuovo.
Purtroppo, nonostante l’anticipo e il check-in online, Ryanair ci fa il solito scherzetto dei “primi 90” all’imbarco per cui ci stivano il bagaglio a mano e siamo costretti ad attenderlo sul nastro di Ciampino.
Poco male, non ci vorrà molto e riempiremo l’attesa con le prime riflessioni e un bilancio che già si delineava ieri sera: Cracovia è proprio bella! Piena di storia, cultura, chiese, monumenti. Ci sono tante cose belle da vedere e interessanti da scoprire, si mangia molto bene e prima o poi ci torneremo. L’abbiamo vista in un periodo dell’anno particolare, con la neve e i mercatini di Natale, ma sicuramente in primavera, con il sole, il cielo azzurro e i parchi in fiore diventerà ancora più bella. Arrivederci Krakow 😉

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 41,3 km

 

Note
Hotel prenotato su Booking
Guida di riferimento: Cracovia di Lonely Planet
Libro letto su Kindle: Anus Mundi – Cinque anni ad Auschwitz-Birkenau di Wieslaw Kielar

Diario di viaggio in Andalusia: Granada, Cordoba, Ronda e Malaga

by Luigi De Luca on 21 ottobre 2016

Diario di viaggio in Andalusia: Granada e Alhambra, Cordoba, Malaga e Ronda

Ronda, Granada e Cordoba: istanti di viaggio.

 

Si torna in Andalusia per vedere altre città, dopo il viaggio del 2013 tra Siviglia, Gibilterra e Cadice, questa volta arriveremo a Granada, Cordoba, Ronda e Malaga.

 

03/10 Roma – Malaga – Granada (172 km)

 

Partiamo da casa all’alba e nonostante ciò, il solito micro-tamponamento idiota sulla 148, ci rallenta e brucia il margine di anticipo calcolato per arrivare in aeroporto. Dopo aver abbandonato frettolosamente la macchina al parcheggio AltaQuota2 (6 giorni, 21 Euro) arriviamo a Fiumicino giusto in tempo per imbarcare un bagaglio e fare il check-in, l’aereo decollerà alle 10:30.
Il volo a/r Alitalia per Malaga è stato comprato il 13 Agosto sul portale viaggi di American Express (181 Euro). I servizi a terra e a bordo (quotidiani gratis e snack) – a parte le divise da elfo – sembra stiano migliorando, speriamo sia la volta buona per la nostra compagnia di bandiera.
Dopo due ore di volo passate a sonnecchiare e leggere, sbarchiamo, recuperiamo la valigia e seguiamo i grandi adesivi a terra che indicano il percorso per raggiungere gli sportelli dei noleggi auto. La nostra macchina l’abbiamo prenotata sul sito Alamo ed è una Peugeot 308 nuova di zecca con cruise control, chilometri illimitati, pieno di benzina e GPS, per una spesa di 222 Euro.
Una volta azzerato il contachilometri studiamo il percorso e puntiamo dritti su Granada anche se nel tragitto abbiamo programmato una fermata al mare, a Nerja.
Però, prima di procedere con la narrazione, vorrei mettere in risalto una informazione fondamentale per questo viaggio, che sarà sicuramente molto cercata: come comprare i biglietti per l’Alhambra di Granada.
Da quanto ho visto è un argomento dibattuto in rete e c’è molta confusione sul metodo migliore, quindi vorrei dare dei consigli semplici e chiari a chi intende fare questo viaggio e troverà il mio blog durante le ricerche.
Il complesso dell’Alhambra ha da tempo gli ingressi limitati, quindi bisogna prenotare il giorno e l’orario esatti della propria visita. E per spuntare il prezzo-base di 14 Euro conviene giocare d’anticipo, anche di alcuni mesi!
Se poi pensate di rischiare lo stesso e provare l’acquisto direttamente in biglietteria nel giorno della visita, sappiate che anche mettendovi in coda all’alba rischiereste di non entrare; quindi organizzatevi bene, è meglio non improvvisare.
Acquistare su internet i biglietti per l’Alhambra non è facile, perché in rete c’è una marea di siti non ufficiali che organizzano visite guidate di gruppo e individuali, e hanno (ovviamente) prezzi maggiorati: da 42 a oltre 100 Euro a persona. E comunque, anche se siete disposti a spendere di più, al momento della prenotazione vi sarà in ogni caso chiesto in quale giorno vorrete effettuare la visita. Dopo aver fissato il giorno bisognerà scegliere la fascia oraria e vedere se tutto coincide con le date del vostro soggiorno. Questi siti sono tour operator autorizzati alla vendita dei biglietti e le loro disponibilità possono variare: per le date del mio viaggio un sito aveva posti liberi a partire dal 6 Ottobre, un altro invece dall’11. Due opzioni impossibili visto che avevamo programmato di lasciare Granada il 6.
Alla fine, dopo tante ricerche e confronti, sento di consigliare queste due soluzioni per comprare i biglietti dell’Alhambra.
1) Acquistare da questo canale ufficiale come suggerito sul sito del Patronato per avere un biglietto senza fronzoli e senza grandi maggiorazioni di prezzo (io non ho completato l’ordine perché, con otto giorni di anticipo, non c’era disponibilità durante le date del mio soggiorno. La prima data utile era distante due settimane!)
2) Come si è capito, stavamo seriamente correndo il rischio di non entrare all’Alhambra quando è arrivata l’illuminazione della Granada Card! Un pass multiservizi come ce ne sono in tante città turistiche. Il pass è valido 3 o 5 giorni, include l’accesso ad alcune importanti attrazioni della città, viaggi in bus e, ovviamente, l’ingresso al complesso dell’Alhambra e Generalife.
Costa 33.50 Euro ma vale la pena perché praticamente assicura l’entrata alla fortezza: durante l’acquisto ho selezionato la data della visita e la disponibilità era molto più ampia di tutti gli altri siti. I pass si possono acquistare online e ritirare in diversi punti della città.
Ok, il capitolo “biglietti Alhambra” per ora è finito, lo riprenderò più avanti con altri dettagli. Ora ricominciamo il viaggio da dove eravamo rimasti 😉
Allora, eravamo in marcia verso Granada quando, dopo un’ora e 70 chilometri di strada, abbiamo deciso di fermarci un attimo a Nerja. Giusto un’oretta, il tempo di sgranchire le gambe, mangiare il primo panino chorizo y queso, e affacciarci allo splendido Balcon de Europa, un belvedere a strapiombo sul mare da cui si gode un panorama spettacolare. Ci sono 30 gradi e sarebbe bello fare un tuffo nella sottostante Playa Calahonda, anche perché l’acqua è bellissima, ma dobbiamo riprendere la strada e raggiungere la destinazione finale.
La stanchezza inizia a farsi sentire e per arrivare a Granada c’è bisogno di lucidità e concentrazione perché ci sono tante ZTL e corsie preferenziali da tenere d’occhio. Ci aveva avvisato l’hotel, ce l’hanno confermato al box del noleggio: se a Granada non prendi multe sei un “campeon” 🙂
Entriamo in città ed effettivamente è complicato districarsi, il nostro hotel è nel cuore del centro storico e dobbiamo raggiungere il parcheggio convenzionato.
Ora un consiglio: se andrete in macchina considerate la questione “parcheggi”, non solo a Granada. In strada è praticamente impossibile lasciare l’auto. Gli hotel non hanno quasi mai il proprio parcheggio, se ce l’hanno è a pagamento oppure offrono tariffe riservate presso box di terzi. Quindi troverete sicuramente dove lasciare l’auto ma, nel preparare il budget di viaggio, dovrete considerare che un posto macchina può costare fino a 25 Euro al giorno! Questa è una costante che abbiamo riscontrato in tutte le località visitate, anche durante il primo viaggio in Andalusia. Il nostro Khu Hotel offre una tariffa speciale da 15 euro al giorno e decidiamo di lasciare la macchina, perché usarla per spostarsi in città è solo fonte di stress.
Sono le 18:30 quando arriviamo in Plaza Bib Rambla, importante piazzetta storica e piena di locali su cui affaccia il nostro albergo. Facciamo check-in, lasciamo le valigie, scegliamo dove cenare e siamo subito fuori per raggiungere Navas, la strada dei tapas bar consigliata dalla receptionist. Una volta sul posto constatiamo che è il classico tipo di strada che non preferiamo, con tanti turisti e ancora più camerieri che invitano a entrare. Quindi cerchiamo con TripAdvisor qualcosa di più “isolato” e genuino, così finiamo da Rosario Varela. Locale molto accogliente, ben arredato, in legno e armonico nell’unire stili diversi. Ordiniamo due pinte di birra che ci vengono servite con jamon iberico, zucchine e formaggio, e un’altra con acciuga e salmorejo (salsa a base di pomodoro, aglio, pane duro e olio extravergine di oliva). Poi i piatti forti: jamon iberico con pane, aglio e pomodori gratinati; e hamburger con purè di patate e mostarda. Spesa totale 24 Euro, una buona cena per iniziare questa nuova avventura in Andalusia. Ma la giornata non è finita: sulla strada del ritorno in hotel mi accorgo di non avere più il telefono! Scatta lo stesso panico vissuto durante il viaggio in Cambogia, quando sparì il portafoglio. Durante il ritorno di corsa verso il ristorante ho immaginato gli scenari più tremendi ed ero già pronto a innescare le procedure di emergenza per bloccare il telefono e avvisare i contatti. Ma il mio ricordo del Rosario Varela sarà ancora migliore: una volta rientrato nel locale il barista non mi ha neanche dato il tempo di fare una domanda, ha direttamente tirato fuori il telefono da sotto il bancone. Molto onesti, meritano una bella recensione su TripAdvisor anche per questo motivo 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 5,3 km

 

04/10 Granada

 

Il bello di stare nel centro storico è che hai tutto a portata di mano, per esempio anche un bel forno che vende prodotti tipici da saccheggiare al mattino.
Tra uno sbadiglio e l’altro prendiamo un paio di brioche: un lazo de almendra, a base di mandorle e una pastel de manzana, con mele, poi qualche pestinos cannella e miele, e perrunas cannella e mandorle.
Carichi di zuccheri, ci spostiamo verso Plaza del Carmen, sede del municipio e dell’ufficio turistico dove ritirare la nostra Granada Card (aperto tutti i giorni, chiude alle 20 tranne la domenica, alle 14).
Ci danno un pratico kit con mappa, istruzioni, orari e ovviamente la tessera che ci ha permesso in extremis di assicurarci l’ingresso all’Alhambra. Ora sì che possiamo iniziare a visitare la città!
La prima tappa, inclusa nella Granada Card, è la visita della Capilla Real e della Cattedrale. Le due strutture sono adiacenti, incastonate nelle mura storiche e isolate dal traffico, sembra di fare un salto indietro nel tempo quando si entra nel perimetro del complesso religioso. Anche il vecchio municipio, con la sua facciata decorata, e la madrasa – l’antica scuola coranica – sono all’interno della stessa area, sono tutti riuniti in pochi metri quadrati.
La cattedrale è un trionfo di barocco e gotico, una commistione di stili piuttosto frequente nei grandi edifici religiosi completati in epoche diverse; notevole il maestoso organo a canne. Ma la Capilla Real, decisamente più piccola, merita ancora maggior attenzione perché è la sede dei sepolcri dei Re Cattolici Ferdinando e Isabella (quelli che hanno unificato la corona spagnola e finanziato Cristoforo Colombo, per intenderci), Filippo II e Giovanna (detta La Pazza). I loro sarcofaghi di modesto piombo sono situati sotto una pala d’altare decoratissima, a cui si accede da una cancellata in ferro battuto altrettanto elaborata con scene evangeliche scolpite e riccamente dipinte nei dettagli. Bella anche la sacrestia-museo con opere del Perugino e Botticelli, quando si parla di arte la mano italiana non manca mai.
Dopo la scorpacciata artistica è il momento di riempire anche lo stomaco, quindi torniamo sulla grande Calle Reyes Católicos e al civico 39 ci fermiamo dallo storico Lopez Mezquita dove spendiamo 5.80 Euro per un’empanadas con carne, datteri e bacon; e una pastella moruna ripiena di pollo in stile arabo con pinoli, ricoperta di cannella e zucchero a velo. Sapori decisi e agrodolci che abbiamo gustato seduti sul fresco sagrato di una piazzetta adiacente la cattedrale.
Prima della prossima tappa ci fermiamo da Medievo per comprare the e tisane (11 Euro) e poi prendiamo il mini-bus C2 per raggiungere il Mirador San Nicolas, un belvedere posto in cima al quartiere arabo Albaycin da cui si può ammirare l’intero complesso dell’Alhambra. Ci fermiamo ad ammirare il panorama, scattiamo delle foto spettacolari per noi e per gallery su Instagram, e poi iniziamo la discesa perdendoci letteralmente nel dedalo di vicoli bianchi che caratterizza la collina. Entriamo in cortili freschi, visitiamo un paio di piccole chiese e ci fermiamo a riposare nel rilassante giardino della moschea. Durante i nostri giri abbiamo sempre l’imponente struttura dell’Alhambra che ci scruta dalla collina antistante e cambia colore man mano che cala il sole.
La nostra discesa finisce su Calle Darro, che costeggia l’omonimo fiumiciattolo e che percorriamo fino alla congiunzione con Plaza Nueva e il centro città. Guardiamo uno spettacolo di flamenco (molto) improvvisato da artiste di strada e rientriamo in hotel, non prima di aver acquistato la colazione del giorno dopo, visto che dobbiamo svegliarci presto per entrare all’Alhambra all’ora stabilita sui nostri biglietti. Nessun problema, quando si tratta di mangiare siamo sempre ben organizzati e impieghiamo pochissimo a raggiungere il nostro forno per una scorta di pastas de almendra, cookies di nocciole e palmeritas, ventagli di pasta sfoglia zuccherata.
Poi, tanto per non smentirci, restiamo in hotel il tempo necessario per lasciare gli zaini e cercare un ristorante per cena. Abbiamo intenzione di fare una cena etnica visto che la città ha una storia importante condivisa con la cultura araba, quindi la nostra (seconda) scelta ricade sul libanese Samarkanda (la prima era chiusa!), situato alle pendici dell’Albaycin subito dietro Plaza Nueva, zona da vedere anche per i numerosi negozietti di artigianato e teterie dove si possono gustare pasticcini e fumare narghilè con miscele di tabacco profumatissimo. Ma torniamo a Samarkanda: purtroppo le aspettative sono alte e non del tutto soddisfatte. Abbiamo ordinato birra San Miguel e Alhambra in attesa del mutabal, melanzane arrosto con crema di sesamo; e i falafel, polpette fritte di legumi. Le portate principali, invece, consistevano in un barbecue di agnello accompagnato da riso e verdure; e kafta, polpette di manzo con prezzemolo, cipolla e spezie, accompagnate da patate e crema di sesamo. Come anticipavo, purtroppo, resterà una cena abbastanza anonima, senza un guizzo vincente, una nota di gusto da ricordare. Abbiamo speso 35.75, cifra contenuta che in ogni modo resterà la maggiore del viaggio.
Chiudiamo la giornata con l’ultima passeggiata verso l’hotel, oggi abbiamo visto l’Alhambra da lontano ma domani è il grande giorno del nostro ingresso!

Quanto abbiamo camminato oggi? 8,4 km

 

05/10 Granada

 

Sveglia puntata alle 7:00, non si scherza con i tempi. I biglietti dell’Alhambra sono divisi in due fasce orarie, una diurna (dalle 8:30 alle 14:00) e una pomeridiana (dalle 14:00 alle 20:00, alle 18:00 d’inverno).
Come spiegato all’inizio di questo post, durante l’acquisto del biglietto è possibile scegliere la data di ingresso, la fascia oraria e anche l’ora di accesso al complesso dei Palazzi Nazaries, il cuore dell’Alhambra. Per noi la scelta è stata tutta obbligata dalla poca disponibilità di biglietti, quindi ingresso diurno e accesso ai palazzi alle 9:00. In pratica abbiamo giusto il tempo per entrare e raggiungere subito i varchi per i Palazzi: non si transige sugli orari. Se non accedete all’ora stabilita perderete la possibilità di vedere il meglio dell’Alhambra!
Alle 8:00 siamo in Plaza Isabela Catolica per prendere il bus C3 che ci porterà in cima, dove arriviamo puntualissimi per entrare nel Palacio Nazaries, la residenza dei sultani musulmani meglio conservata del mondo.
Già pochi metri dopo l’ingresso veniamo ripagati delle tribolazioni patite per trovare i biglietti: dal Patio de Arrayanes a quello dei Leoni, restiamo ammutoliti ad ammirare gli stucchi, le decorazioni dei soffitti, le maioliche colorate, gli archi e le inscrizioni su pietra e legno. Tutto è armonioso e trasmette una sensazione di pace e benessere, sembra di essere in una fiaba, in una delle storie narrate da Washington Irving che proprio in queste sale ha scritto i suoi celebri Racconti dell’Alhambra. Nonostante i gruppi di visitatori, sembra che il tempo sia fermo in un’epoca lontana; seguiamo il nostro percorso attraverso atri, corridoi e grandi stanze, fermandoci a fotografare i marmi bianchi e gli specchi d’acqua che alimentano piccoli canali che attraversano le stanze, donando a ognuna una rilassante colonna sonora naturale. Verso la fine del percorso sostiamo a godere il panorama dalla veranda in legno che affaccia sulle case bianche inerpicate sull’antistante collina dell’Albaycin, così riconosciamo il belvedere dove eravamo ieri per fotografare la fortezza che oggi ci sta rivelando il meglio di sé.
Dopo la visita dei Palazzi facciamo una pausa per sgranocchiare la nostra colazione al sacco e proseguiamo verso l’Alcazaba e il rinascimentale palazzo Carlo V. Ora va detto: questi ultimi due ambienti sono accessibili anche gratis ma non sono neppure lontanamente paragonabili a quello che è celato dietro le mura dei sultani. Entriamo nel museo dell’Alhambra e quando usciamo sono le 12:30, giusto in tempo per salire sulla Torre della Vela per un’ultima foto panoramica scattata dalla sommità della fortezza e poi ci avviamo verso il Generalife.
Ci godiamo una lunga passeggiata nel parco estivo dei sultani e poi dei reali spagnoli, ci nascondiamo all’ombra delle siepi fittissime e ben curate, ci rinfreschiamo con l’acqua delle fontane che scorre addirittura lungo i corrimano delle scale che portano da una terrazza all’altra e alle 14:00 torniamo verso l’Alcazaba per scendere di nuovo in città, stavolta senza bus. Abbiamo deciso di rientrare passando per la Porta della Justicia e seguire il percorso pedonale attraverso il bosco rigoglioso di faggi, castagni e ancora vasche d’acqua, voluto dai sovrani cattolici a ridosso della fortezza per rendere più bella quella che fino al XV secolo era solo un’arida collina.
Una volta finito il sentiero ci fermiamo nella piccolo ristorante della Pension Landazuri per uno spuntino veloce. Molto caratteristico, tranquillo, senza turisti, con belle pareti maiolicate, vegetazione interna e tavoli e sedie decorati con motivi floreali. Ordiniamo una tortilla de patatas e un boccadillo con jamon serrano (7.80 Euro) recuperiamo le forze e poi ci lanciamo nel solito e sfrenato shopping dell’ultimo giorno. E sì, dopo aver valutato, sondato, memorizzato gli articoli e i prezzi migliori, andiamo a colpo sicuro lungo via Caldereria Vieja, alle pendici dell’Albaycin, poi lungo il perimetro della cattedrale e infine proprio sulla piazza Bib Rambla dove c’è il nostro hotel.
I prezzi sono accessibili ovunque senza grandi differenze, forse sono un tantino più costosi lungo il Darro, e gli articoli per quanto interessanti sono bene o male sempre gli stessi. Noi compriamo le immancabili calamite, ventagli, t-shirt, borsellini in cuoio, ampolline porta essenze, specchietti cosmetici, agendine, shottini e ci portiamo a casa anche un coloratissimo servizio da the con bicchierini in stile arabo.
Saliamo in stanza a lasciare lo spesone e a indossare il costume. Sì, perché dopo la sfacchinata arriva il momento del relax e lo faremo proprio in stile andaluso: due ore nell’hammam Al Andalus (biglietto comprato online, 32 Euro invece di 40 incluso un massaggio gratis). Tutto è ben organizzato: dal ricevimento all’atmosfera, ogni ambiente è silenzioso, profumato, caldo e accogliente. Anche qui gli ingressi sono limitati per fasce orarie in modo da non causare affollamento, ci sono 4 piscine (due calde, una tiepida e una fredda) per il percorso romano, e poi sauna e hammam per espellere le tossine. Scegliamo i nostri balsami per il massaggio e ci immergiamo in questa esperienza bisbigliata, meditativa. Quando torniamo alla luce del sole siamo come nuovi e – che novità! – abbiamo una gran fame!
Ma siamo stati bravissimi, viste le ottime recensioni trovate su TripAdvisor abbiamo prenotato con un giorno di anticipo la nostra ultima cena granadina da El Quinteto, e occhio al consiglio perché qui abbiamo vissuto la miglior esperienza gastronomica del viaggio, la più equilibrata di tutte. Locale non troppo grande, personale molto gentile, stile deciso ed essenziale, ci sediamo al nostro tavolo alto con comodi sgabelli e ordiniamo: due pinte di birra servite insieme a una tapas con gamberi fritti su insalata russa, poi un templado de remojon granadino, un piatto tipico di origini arabe a base di filetto di baccalà servito su insalata a base di arancia, olive nere, cipolla, pomodoro e patate: una vera delizia. Ma non solo, perché ci abbiamo aggiunto anche involtini di pollo fritto con bacon e funghi e il croqueton di verdure, delle grandi crocchette fritte – tipiche anche queste – in versione vegetariana (di solito sono a base di baccalà o coda di toro.)
Abbiamo speso solo 24.20 Euro e non poteva esserci un congedo migliore da Granada, uno di quei posti in Europa da visitare almeno una volta nella vita.

Quanto abbiamo camminato oggi? 10,4 km

 

06/10 Granada – Cordoba (200 km)

 

Dopo tre giorni di passeggiate siamo pronti a riprendere la strada verso la nostra prossima destinazione.
Facciamo check-out, ritiriamo l’auto dal parcheggio San Agustin alle 12:00 e ci mettiamo in marcia verso Cordoba, che raggiungeremo dopo due ore e mezzo attraverso paesaggi semi-desertici.
Il nostro hotel NH Cordoba Califa è facile da individuare, quindi impieghiamo pochissimo tempo a parcheggiare (14 Euro/giorno), fare check-in e tuffarci nei vicoli della Juderia per percorrere i 700 metri che ci separano dalla Mezquita.
L’antica cattedrale vista da fuori sembra più una fortezza che un luogo di culto, noi per contemplarla meglio prima di entrare ci siamo fermati alla Taberna Bar Santos, istituzione assoluta per provare la tortilla de patata più famosa della città. La frittata preferita dagli spagnoli è ben in vista sul bancone, all’inizio pensavamo fossero delle caciotte e invece no! Erano proprio enormi frittate di patate da tagliare a fette, e noi l’abbiamo accompagnata con del buon jamon serrano (6.50 Euro).
Bene, a pancia piena si gusta meglio una visita. Entriamo da un ingresso secondario e attraversiamo il Patio degli Aranci fino alla biglietteria (ingresso 8 Euro e mappa in italiano), poi finalmente varchiamo la soglia dell’attrazione principale della città: la Mezquita-Catedral, nota in tutto il mondo per l’interno decorato con centinaia di colonne e archi con la doppia campata bicolore, di pietra bianca e rossa.
Lo stile unico di questo edificio fonde culture, storie, religioni e al suo interno si respira un’aria mistica che travalica le sensazioni personali. Siamo in estasi mentre cerchiamo sulla mappa e sulla guida i significati di quanto stiamo vedendo, dalle cappelle cattoliche al mihrab islamico. Tutto avviene sotto questa selva di archi che avevamo visto in tante foto e che finalmente sono davanti a noi, in tutto il loro splendore, tra giochi di luce e prospettive insolite. La cultura e l’architettura mudéjar, uno stile unico che ha miscelato in maniera sapiente tecniche costruttive islamiche e cristiane, anche qui ha lasciato i suoi segni in maniera armoniosa, dimostrando come il culto di un dio possa avvenire pacificamente, anche con la trasformazione degli spazi destinati alla preghiera: la cattedrale era difatti una moschea prima di divenire luogo di culto cristiano. Ed è qui la forza della Mezquita, nella convivenza della memoria.
Alle 17:30 usciamo dall’edificio e proseguiamo verso l’Alcazar. La fortezza non è neanche paragonabile alla sua collega omonima di Siviglia, ma vale una visita: prima però ci affacciamo a scattare un paio di foto al ponte romano sul Guadalquivir. L’ingresso al palazzo costa 4.50 Euro ed è una spesa giustificata in particolare per i suoi giardini, davvero ben curati, con vasche che ospitano carpe enormi, aiuole colorate da una grande varietà di fiori e alberi ombrosi vicini alle panche di marmo che costeggiano un lungo fontanile. Visto il numero esiguo di visitatori e il clima incantevole, non manchiamo di prendere la nostra meritata siesta prima di accedere alle sale reali. Ribadisco: i giardini valgono il biglietto, le sale meno, se si eccettua la collezione di mosaici romani ritrovati nel 1959 durante uno scavo in centro città. Sono molto grandi e impressionanti per qualità di conservazione e precisione. Infine saliamo sulla torre più alta per ammirare il panorama e notare quanto la torre campanaria della Mezquita sia effettivamente molto somigliante alla famosa Giralda di Siviglia che l’ha ispirata.
Come sempre, dopo i giri dedicati alla cultura, non dimentichiamo di abbassare il livello e tuffarci nel solito shopping turistico a base di dolci tipici presso Sabor de Espana, e souvenir nei tanti negozietti che riempiono i vicoli bianchi della Juderia, l’antico quartiere ebraico di Cordoba. E siccome è proprio qui che ceneremo, ci mettiamo alla ricerca di Casa Mazal, il locale scelto e prenotato tramite TheFork.
Ci districhiamo tra scorci bellissimi, di fioriere rigogliose appese su muri candidi, e patii caratteristici che invitano a entrare. E proprio un patio andaluso ci accoglie nel ristorante prescelto, dove troviamo due musicisti che con chitarra acustica e violoncello suonano dal vivo per i clienti. L’atmosfera è soffusa, a lume di candele e, soprattutto, senza amplificazione e flamenchi indiavolati, un vero piacere. La prenotazione online ci dà diritto al 40% di sconto (escluse bevande e dolci) in un ristorante di ottimo livello, quindi prendiamo posto e per iniziare scegliamo la loro specialità: bastoncini di melanzana fritta, serviti con miele di canna  e semi di papavero; poi insalata di pollo croccante con arancia e pinzimonio di senape e miele, e per finire un bel cous cous con confit di agnello e verdure. Per mandare giù tutto questo bendiddio ci siamo fatti dare una mano da un Beronia rueda (bianco), crianza (rosso) e rosado (rosè), per un totale di 31.80 Euro (invece di 45.40).
La sera è dolce, rientriamo verso l’hotel dopo un’altra giornata piena di meraviglie e la concludiamo fuori il nostro terrazzo da cui godiamo un’esclusiva vista del campanile della Mezquita.

Quanto abbiamo camminato oggi? 6 km

 

07/10 Cordoba – Ronda (172 km)

 

Il nostro secondo viaggio in Andalusia non è ancora finito. Abbiamo un’altra tappa da percorrere e così alle 12 ripartiamo in macchina, stavolta per salire un po’ di quota e raggiungere Ronda dopo altri chilometri percorsi tra strade aride e campi di cotone. Nella parte finale del tragitto si rallenta molto perché ci sono diversi tornanti da affrontare, quindi arriviamo alle 15:30 all’Hotel Maestranza, l’albergo che abbiamo decretato il migliore del viaggio. Ottima accoglienza, parcheggio privato al prezzo più basso dei precedenti (11 Euro/giorno), stanza enorme, con salottino, bagno con jacuzzi e il menù dei cuscini per un sonno di altissima qualità. Bravi.
Siamo in pieno centro, Ronda è piccolina, ha 35.000 abitanti, quindi ce la prendiamo comoda e riusciamo a vedere tutto quello che c’è da vedere: partiamo dall’antistante Plaza de Toros, passiamo sul Ponte Nuevo e proseguiamo verso il Ponte Vecchio e quello Arabo, che attraversiamo per raggiungere il belvedere dei giardini del Re Moro. Un’altra passeggiata molto bella, attraverso un borgo antico molto curato, che completiamo con un po’ di shopping lungo Calle Carrera Espinele. Ok, la parte facile è finita, passiamo a quella più avventurosa che è strettamente collegata alla domanda: cosa c’è da vedere a Ronda? Risposta facile: El Tajo, il taglio.
In pratica Ronda è posta su un pianoro alto 200 metri rispetto alla valle e il tessuto urbano è letteralmente spaccato in due da una profonda fenditura nella roccia, nel mezzo del quale scorre un torrente con annessa cascata che, insieme alle campate del Ponte Nuovo alte 160 metri, incornicia uno scenario mozzafiato. Però per godere della vista tipica di Ronda e comprendere pienamente le dimensioni del Tajo, la prospettiva migliore non è quella dei punti di osservazione che partono dal centro città e seguono i percorsi guidati, bisogna spostarsi proprio sull’altro versante e percorrere un sentiero sterrato. Solo da qui avrete la vista d’insieme che ha reso Ronda famosa in tutto il mondo, vale la pena fare la scarpinata perché la fatica viene ampiamente ripagata dalle foto che vi resteranno come ricordo, decisamente il miglior souvenir disponibile a Ronda.
Il tramonto si avvicina, i colori si infiammano e un bel venticello fresco ci spinge a risalire verso il centro abitato e, soprattutto, stimola la fame! Dopo gli ultimi, eccellenti pasti con portate principali, stasera abbiamo voglia di tapas e quindi selezioniamo un locale specializzato per cenare con tanti sfizi e assaggi diversi. Così finiamo da Entrevinos, piccolino e caratteristico, dove ordiniamo un numero impressionante di tapas, che elenco senza contare i bis: jamon iberico, formaggio semi stagionato, spiedino di cervo, mini hamburger di vitello con patè di fegato, salsiccia di Ronda cotta nel vino, bocconcino di maiale con roquefort, baccalà affumicato con gazpacho, salsiccia al vino, spiedino magro d’anatra e formaggio di capra. Tutto accompagnato da 4 birre per una spesa di soli 20 Euro! Era tutto molto buono e se proprio dobbiamo consigliare qualcosa in particolare, non perdete la salsiccia di Ronda, il baccalà e pure il tenero Bambi non era male 😛
Dopo questo gran pieno prima c’è bisogno di una bella passeggiata digestiva e la facciamo nella villa comunale di fronte all’hotel, in attesa di goderci la nostra super camera piena di comfort: l’ideale dopo una giornata di macchina, di scarpinate, di sole e polvere che ci ha lasciato stanchi e accaldati ma sorridenti. Sì, Ronda non sarà celebre come Granada, Cordoba, Siviglia, Madrid, Barcellona e altre città spagnole, ma merita decisamente una visita!

Quanto abbiamo camminato oggi? 7 km

 

08/10 Ronda – Malaga (102 km)

 

Oggi è l’ultimo giorno on the road ma prima facciamo ancora un giro in centro per comprare delle paste fresche e fare una bella colazione in camera in vista della partenza.
La tappa di oggi è la più breve, solo un centinaio di chilometri che sfilano via in un paio d’ore. Quando abbiamo prenotato l’auto online abbiamo programmato tutto per bene: ritiro in aeroporto ma riconsegna in stazione, così abbiamo impostato il navigatore sulla stazione María Zambrano e praticamente ci siamo “accompagnati” in pieno centro e a due passi dal nostro hotel, scelto strategicamente. Così, dopo 6 giorni e 646 chilometri, riempiamo il serbatoio (33 Euro, gasolio a 1,08 a litro) e restituiamo la nostra Peugeot 308.
L’Hotel Guadalmedina è su un grande canale che divide in due Malaga, in una posizione perfetta per visitare la città. Restiamo in stanza il tempo necessario per lasciare i bagagli, renderci conto che stasera ci aspettano sei metri quadrati di letto e raccogliere informazioni per le prossime escursioni. Poi siamo subito in strada per visitare il centro storico, la cattedrale, il teatro romano e l’adiacente Alcazaba.
Ora non me ne vogliamo i fan di Malaga se sarò sbrigativo ma… chiudere questo viaggio qui, dopo le meraviglie viste nei giorni scorsi, è stato un po’ deludente. Diciamo che Malaga è diversamente bella 😉
Siamo entrati nell’Alcazaba (2.20 Euro, e già il prezzo la dice lunga…), abbiamo ritirato la mappa in italiano e constatato che forse pompano un po’ troppo pretenziosamente questa attrazione, osando addirittura un paragone con l’Alhambra, sacrilegio! Il confronto è impietoso, meglio introdurre il palazzo più modestamente e non generare grandi aspettative soprattutto per chi ha già visitato Granada. Ci sono un paio di ingressi interessanti, un corso d’acqua che vale una foto e qualche belvedere da cui non si scorge neppure un panorama decente perché il porto di Malaga è semi-industriale: ci attraccano navi da crociera e traghetti per le isole, vero; ma ci sono anche tramogge e silos orrendi che deturpano il paesaggio. L’antico teatro romano è visibile dall’esterno, buono per un paio di scatti fotografici, come la facciata della cattedrale, la Manquita, chiamata così per via della sua torre e mezza: un torre fu completata e un’altra no per insufficienza di fondi, e così è rimasta monca.
Lasciamo il centro storico, raggiungiamo i giardini del comune, ben curati, e procediamo verso il quartiere balneare: la Malagueta. Mah! Avrà avuto sicuramente giorni migliori, presumo tra gli anni ’70 e ’80, almeno a vedere lo stile degli orrendi palazzi che affacciano sul mare. La spiaggia non è niente di che, anzi, ci sono punkabbestia che aizzano cani e si minacciano con cocci di bottiglie rotte; per questo restiamo il tempo necessario per qualche foto a uno stormo di pappagallini sporchi come la sabbia di riporto che becchettano e rientriamo verso il centro, lungo il Paseo de la Farola e il Palmeral de las Sorpresas, due moli moderni e ben attrezzati che rendono gradevole la passeggiata e salvano in corner la Malagueta.
Visto che c’è poco da vedere, dedichiamo le ultime ore del viaggio ai souvenir e al cibo, e per combinare le cose entriamo nella gastronomia Jamones Salamanca e compriamo prosciutto e formaggio da portare a casa. Dopo inizia la ricerca del locale giusto per cenare, cosa che si rivelerà complicata di sabato sera e senza una prenotazione. Le nostre scelte principali, nella zona del Teatro de Cervantes, ci hanno rispedito indietro e quindi abbiamo iniziato a vagare cercando delle alternative, armati solo di intuito e delle recensioni di TripAdvisor. Quello che ci premeva era evitare le moltissime trappole per turisti del centro storico, una missione davvero difficile! Gira e gira alla fine ci troviamo davanti alla Bodeguita El Gallo che ha richiamato la nostra attenzione, rustica al punto giusto è stata una scelta davvero fortunata per chiudere in bellezza il viaggio in Andalusia e il soggiorno a Malaga, perché abbiamo mangiato benissimo: due San Miguel, la birra di Malaga, polpette in salsa di mandorle, lombatina di maiale al whiskey e per finire flamenquines di manzo con formaggio e prosciutto, e crocchette con coda di toro.
Spendiamo 34.20 Euro e torniamo in hotel soddisfatti, il miglior ricordo di Malaga sarà proprio questa cena! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 13 km.

 

09/10 Malaga – Roma

L’ultimo giorno c’è sempre molto poco da dire, abbiamo fatto una gran colazione sì. Però basta con la descrizione delle cose da mangiare! 🙂
Piuttosto voglio lasciare le istruzioni per raggiungere l’aeroporto di Malaga e le impressioni finali di questo viaggio. Allora, dalla stazione centrale Maria Zambrano bisogna prendere la metro leggera C1 e con 10 minuti di tragitto e una spesa di 1.80 Euro arriverete a destinazione.
L’Andalusia si conferma ancora una volta magnifica, da esplorare, vivere e mangiare. Tra il primo viaggio del 2013 e questo abbiamo visto in tutto 10 località andaluse e possiamo dire che Siviglia e Granada sono una spanna sopra tutte. Cordoba le segue a ruota con la sua magnifica Mezquita. Poi c’è l’insolita Gibilterra che merita attenzione per le sue particolari condizioni british e la rocca popolata di scimmie; Cadice per il mare, insieme alle piccole Sanlucar de Barrameda, El Puerto de Santamaria e Nerja. Infine Ronda, per lo spettacolo geologico. Ne manca una? Giusto! Malaga. Be’, non si può sempre dire bene di tutto. Quindi se proprio dovessi pensare a una località andalusa dove non tornerei, s’era capito già: è proprio Malaga! 😉

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 50,1 km

 

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Andalusia di Lonely Planet
Libro letto su Kindle: Shantaram di Gregory David Roberts

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