Categoria: Handmade_travel

Diario di viaggio in Perù: Arequipa, Titicaca, Cuzco e Machu Picchu

Un tour del Perù fatto in casa: da Lima a Machu Picchu lungo il Gringo Trail
Una sintesi del tour in Perù: le isole Uros, Arequipa, Chinchero e le saline nella Valle Sacra, Paracas e Machu Picchu

Machu Picchu e Perù: fatto!
Il viaggio si potrebbe riassumere in una cosa del genere: 15 giorni, 11 città, 8 hotel, 6 aerei, 30 ore di volo, 9 bus, 33 ore di trasferimenti, 19 taxi, 14 ore di macchina, 5 barche, 6 ore e mezza di navigazione, 2 treni, 5 ore e mezza di collegamenti e tanti chilometri a piedi, per vicoli, strade, salite, discese, mari, monti e laghi peruviani. Ma così è troppo facile e poco d’aiuto, per questo dopo il post su come organizzare un viaggio in Perù… arriva il diario di viaggio completo.
Buona lettura e buon viaggio!

01/10 Roma – Lima

Partenza notturna da casa fissata alle 03:15, viaggiamo spediti fino a Roma dove alle 05:15 lasciamo la macchina al solito parcheggio Altaquota2 (52 Eu).
La navetta ci porta al terminal alle 05:30, giusto un’ora prima del volo. I tempi sono così ridotti perché dopo il check-in online fatto la sera prima, dobbiamo solo andare al desk per imbarcare le valigie che sono 10 chili sotto il limite consentito (Kg 23) e passiamo rapidamente ai controlli di sicurezza. Il volo è operato da Air France all’andata e KLM al ritorno ed è stato acquistato il 31/05 sul portale viaggi American Express per 1100 Euro a persona.
Non proprio economico ma abbiamo scelto gli orari migliori per noi e soprattutto i voli con un solo scalo. Quindi facciamo una sosta all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi: due ore e mezza in attesa della coincidenza che quasi passano via mentre ci spostiamo da un terminal all’altro (c’è da prendere anche un bus per raggiungere il terminal M!). Da pochi mesi abbiamo il Priority Pass di Amex per accedere gratis alle lounge VIP degli aeroporti di tutto il mondo ma la inaugureremo un’altra volta, quando i tempi per le coincidenze saranno maggiori.
L’aereo che ci porterà a Lima dopo 12 ore e mezza sembra un residuato bellico, non è all’altezza  degli ultimi viaggi fatti con Emirates, China Eastern e Catai: è anzianotto, con i sedili reclinabili rotti e atmosfere vintage. Mancano solo i rotori con le pale. Per fortuna è stato aggiornato l’intrattenimento multimediale con monitor cinesi per i giochi Atari e un paio di film in bianco e nero. Soprattutto non è memorabile il servizio: alle 12:00 servono il rancio a base di pollo e insalata e poi più nulla fino alle 20:00. Quindi sfruttiamo in un paio di occasioni il self service al centro dell’aereo dove facciamo uno spuntino con mini Magnum e succhi di frutta. Dopo aver sonnecchiato davanti a un inguardabile Ocean 8, iniziamo a mettere a punto la strategia per vedere qualcosa a Lima e decidere dove mangiare per la prima cena peruviana.
Atterriamo puntuali alle ore 16:00 e raggiungiamo il nastro dei bagagli in preda al panico perché, appena agganciati al Wi-Fi dell’aeroporto, un SMS e una mail di Air France ci avvisano che il nostro bagaglio non è stato imbarcato sull’aereo e che ce lo consegneranno presto all’indirizzo che indicheremo all’ufficio Lost & Found. Peccato solo che i bagagli sono lì che ci aspettano sul nastro! Mah… falso allarme, meglio così.
Prima di uscire dall’aeroporto e subire l’annunciato assalto dei tassisti, ritiriamo da un ATM 400 Soles (+19 Soles commissione) e spendiamo 116 Euro con una banale PostePay (104 il cambio a 3,8 + 5 Eu commissione fissa + % variabile in base all’importo del prelievo). Lo stesso ritiro di Sol fatto con Amex è costato un Euro in più, mentre con BancoPosta è stata rifiutata la transazione nonostante il logo del circuito Maestro fosse tra quelli accettati.
Superate le porte degli arrivi riceviamo subito proposte di tassisti ufficiali che sono dentro l’aeroporto ma da fuori arrivano altri tassisti che si presentano pure loro come ufficiali. Ne scegliamo uno che ci spiega che sono tutti ufficiali, solo che alcuni possono sostare dentro l’aeroporto e altri no; si affacciano solo a pescare clienti ma le tariffe sono uguali: 60 Sol (15.60 Eu) per Miraflores, dove arriviamo dopo circa 45 minuti e l’attraversamento di diversi distretti. Prima di scaricarci di fronte l’hotel Estelar Apartamentos Bellavista, il nostro autista Ramon ci introduce al Perù e ci racconta la situazione dei 400.000 migranti che hanno invaso Lima a causa della crisi economica venezuelana. In qualche modo sono stati accolti nonostante le già grandi difficoltà di Lima, una metropoli che ha superato 10 milioni di abitanti! Questi migranti economici sono ai semafori, vendono prodotti del loro Paese e Ramon scambia qualche parola con loro mentre siamo imbottigliati nel traffico, non c’è ostilità ma comprensione. Ci spiega che nei prossimi giorni si voterà in tutto il Perù e che il voto è un dovere inteso come vero e proprio obbligo, altrimenti multa salata! Mica male…
Ci fermiamo un attimo a lasciare i bagagli e siamo subito fuori per andare a conoscere il primo ristorante di Gastón Acurio, uno chef molto noto che rappresenta bene la gastronomia nazionale per la sua capacità di valorizzare i prodotti e le ricette tradizionali del Perù. Ha attirato l’attenzione di tutti i buongustai del mondo e – per fare un parallelo – è popolare quanto i nostri Cracco a Cannavacciuolo. Solo che nei suoi ristoranti si mangia davvero, perché le porzioni sono abbondanti.
Arriviamo al Panchita molto presto e senza prenotazione, ci mettono in lista e aspettiamo 45 minuti prima di sedere: il locale è bello, arredato con gusto, con un angolo bar, la cucina a vista e un grande forno a legna rivestito di ceramica, molto scenografico. Ordiniamo anticuchos, degli spiedini tipici di polpo alla brace (i più noti sono quelli di cuore di manzo che per i nostri gusti è troppo “pulp”), serviti con patate e mais imburrato in salsa peruviana. Da notare: per tutto il resto del viaggio ci sogneremo questo antipasto!
Come portate principali scegliamo: chuletas de chanco, due belle braciole di maiale con purè di mela cotta e salsa al miele; e pancheta de lechòn, un bel filetto di maiale con pelle croccante e salsa creola.
Abbiamo mangiato bene, la prima cena limena è andata alla grande e sappiamo bene che sarà probabilmente la cena più costosa del viaggio, dipende da quanti altri ristoranti di Acurio intendiamo visitare! Nonostante questa premessa, non c’è niente a che vedere con i conti di Cracco e Cannavacciuolo: spendiamo 200 Sol (52.48 Eu).
Facciamo due passi per tornare in hotel, mettiamo l’orologio indietro di 7 ore e alle 23:00 crolliamo dal sonno in un vero letto!

Quanto abbiamo camminato oggi? 4,3 km

02/10 Lima – Paracas

Il fuso orario e l’eccitazione per l’inizio dell’avventura si fanno sentire, siamo svegli già alle 03:00 e non c’è verso di riprendere sonno. Alla fine, gira e rigira, alle 06:00 siamo in piedi, diamo un’occhiata alla posta e abbracciati alle nostre valigie leggiamo ancora messaggi di Air France che ci conferma di aver smarrito i bagagli. Sorridiamo di questo finto imprevisto e ci mettiamo in movimento per scendere a fare colazione, soprattutto mettiamo in movimento le nostre ganasce che iniziano ad assaggiare un po’ di cibo locale: proviamo la yucas, la manioca, un tubero simile alla patata che ovviamente fritto è buono, e ci abbiniamo uova strapazzate, salsicce, pancake al miele, croissant e pane tostato con marmellata di sambuco e aguaymanto, una bacca della foresta di colore dorato e dal gusto asprigno, detta anche “ciliegia peruviana”. A vederla è particolare perché ogni frutto è “incartato” nelle sue foglie, come se fosse confezionato.
Siamo mattinieri e pronti a goderci il risveglio di Lima dopo aver raccolto informazioni in reception e aver lasciato i bagagli che torneremo a prendere alle 12:30, quando arriverà anche il taxi prenotato.
Iniziamo a vagare per la strade del quartiere Miraflores, costeggiamo il parco Kennedy e percorriamo tutta l’Avenida Jose Larco fino alla fine, dove c’è uno spettacolare belvedere con un centro commerciale all’aperto e un parco su più livelli. Nei primi negozi di souvenir incontrati su questa strada notiamo che nessuno espone i prezzi ma tanto non dobbiamo fare shopping e dal Mirador del Parco Salazar passeggiamo lungo la bellissima Malecon de la Reserva, in pratica un lungomare rialzato di un centinaio di metri dal quale si godono panorami meravigliosi del Pacifico e scorci indimenticabili di Lima. Proprio qui scattiamo la prima foto per il nostro profilo Instagram Handmade_Travel che con oltre 350 like sarà la più cliccata del viaggio.
Arriviamo fino al celebre Parco dell’Amore e da qui rientriamo verso l’hotel lungo Malecon Balta costellato di campi da tennis. Prima però facciamo un salto al mercato indio, giusto il tempo di dare un’occhiata e farci un’idea di quello che potremo acquistare nei prossimi giorni. Alle 12:30 prendiamo il nostro taxi che per 20 Sol (5.20 Eu) ci porta in 30 minuti al nostro primo appuntamento con i bus Cruz del Sur per prendere il pullman delle ore 13:30. Un margine di tempo giusto per capire come funziona il terminal, anche perché prima di salire a bordo c’è da fare il check-in per i bagagli e un controllo passaporti simile a quello degli aeroporti.
Attenzione! Diversamente da come avevamo letto su Internet non accettano fotocopie dei documenti ma bisogna presentare gli originali registrati al momento dell’acquisto online.
Il bus parte puntuale e sarà così anche per (quasi) tutti gli altri che prenderemo durante il viaggio: anche su questo argomento avevo letto notizie inquietanti di ritmi blandi, tempi dilatati, ritardi cronici e invece – non so se siamo stati fortunati – non abbiamo riscontrato niente di tutto ciò: bus, auto, navette, barche, treni, aereo, tutti i mezzi presi in Perù sono stati sempre precisi!
Percorriamo la Panamericana verso Sud lungo un percorso monotono che propone un paesaggio arido alla nostra sinistra e il mare a destra. Ma soprattutto notiamo quella che sarà poi una costante dei nostri spostamenti in bus: centinaia e centinaia di costruzioni semidiroccate, perimetri tracciati con grandi palizzate di legno o in muratura, con qualche capanna nel mezzo, a volte fatte semplicemente di canne. Alcuni tassisti ci spiegheranno che sono una sorta di usucapione: in Perù c’è tanta terra e se qualcuno dimostra di averne diritto può reclamarne la proprietà. Per questo lungo tutto il nostro tragitto abbiamo trovato ovunque questi appezzamenti recintati alla buona: vicino al mare, in altitudine, nel deserto, in zone industriali o prossime alle città, tutti i luoghi con potenziale in via di sviluppo sono marchiati da questa insolita pratica. Teniamo conto di questo, se può aiutarci a fare un’idea degli spazi a disposizione: il Perù ha sette microclimi, paesaggi e ambienti che vanno dall’Oceano alle cime innevate, dalla foresta amazzonica al deserto, è grande quattro volte l’Italia e ha la metà dei suoi abitanti!
Alle 17:00 arriviamo a El Chaco, il villaggio più noto della penisola Paracas e prendiamo un taxi che per 5 Sol (1.30 Eu) ci porta al nostro hotel Betania. Prima di salutarci ci facciamo spiegare i dettagli dell’escursione che intendiamo fare domani, chiediamo il prezzo e confrontiamo tutto con la nostra guida Lonely Planet e con le informazioni raccolte online. Alla fine ci mettiamo d’accordo per 170 Sol (44.50 Eu) inclusi l’imbarco e i biglietti per le Isole Ballestas e la Riserva Nazionale di Paracas. Durante gli spostamenti visiteremo cinque siti e come omaggio finale ci abbiamo anche messo il ritorno al terminal Cruz del Sur per la nostra prossima partenza in bus.
Usciamo per andare a vedere il tramonto sul malecon e notiamo come la città sia ancora in fase di ripresa dal terremoto del 2007 che l’ha praticamente devastata: tutte le strade sono sterrate, c’è sabbia dove dovrebbe esserci l’asfalto e solo il lungomare è stato recentemente ricostruito. Le case del villaggio, neanche tutte, hanno solo le facciate terminate, il resto delle costruzioni sono ancora grezze.
Dopo una lunga passeggiata e qualche incontro ravvicinato con i pellicani sulla spiaggia, alle 19:00 puntiamo il locale scelto per cena: El Chorito, presente sulla Lonely e consigliato anche dal nostro hotel. Iniziamo con un Pisco Sour, il cocktail nazionale peruviano a base di pisco – un’acquavite di uva passa – shakerato con zucchero, albume d’uovo, limone, angostura bitter e ghiaccio.
Ok, a bere si beve bene, vediamo come si mangia. Ordiniamo chicharrones, un fritto di pesce cabrilla (perchia) e ancora lo stesso pesce alla chorillana, grigliato con cipolle, pomodoro, aceto e pasta di pepe giallo. Tutto buono e pesante, si può fare sicuramente di meglio. Per pagare il conto di 103 Sol (23 Eu) si procede rigorosamente in contanti perché non accettano carte di credito, come del resto il nostro hotel.
Sono solo le 20:00 quando ci prepariamo per fare una doccia e crollare beatamente dal sonno dopo il primo vero giorno in Perù e soprattutto dopo il primo spostamento. Dobbiamo caricare le batterie per le escursioni in programma domani, il viaggio entra nel vivo.

Quanto abbiamo camminato oggi? 10 km

03/10 Paracas – Islas Ballestas

In piedi già alle 06:30. La spiegazione è facile: siamo svegli da molto tempo perché dalle 04:00 tutti i galli del Perù hanno cominciato a cantare all’unisono sotto la nostra finestra e ci hanno costretto a una levataccia! Per fortuna ieri siamo andati a letto… con le galline! A quanto pare il gallo di Paracas è determinante nell’adattamento del bioritmo al nuovo fuso orario: siamo freschissimi e scendiamo baldanzosi a fare una ricca colazione. Ci diamo dentro con tutto: pane, marmellata, uova strapazzate, prosciutto, formaggio, succo d’ananas estratto fresco – il migliore del viaggio – e tisane. Non è proprio il pasto indicato prima di salire a bordo e fare qualche ora in mare ma noi siamo di Gaeta, siamo lupi di mare!
Il cielo non promette nulla di buono, ci sono 18 gradi e alle 07:50 passa a prenderci puntuale il nostro amico tassista Luis che ci porta all’imbarcadero dove incontriamo la guida e il gruppo di 30 persone pronte a imbarcarsi sulla lancia che alle 08:30 punta la prua verso le Ballestas, distanti 20 chilometri.
Prima di marciare a velocità di crociera l’imbarcazione si avvicina alla costa della penisola per fotografare il misterioso ed enorme geoglifo del candelabro, lungo 150 metri sul versante di una collina rivolta verso il mare. Significato e provenienza restano ancora ignoti: si va dai collegamenti con le linee di Nazca, al simbolo massonico, fino a scomodare addirittura le costellazioni. Dopo le foto di rito si prende il largo verso le isole, che raggiungiamo in circa 20 minuti.
Qui inizia il vero spettacolo, protagonista la natura: vediamo colonie di leoni marini, pinguini di Humboldt, milioni di uccelli che godono la piena libertà del loro habitat. Siamo ancora all’inizio ma possiamo già affermare che l’escursione delle isole Ballestas, al largo di Paracas, è da non perdere!
In questo incontaminato santuario della fauna marina l’uomo si stabilisce solo ogni 7 anni, quando 400 persone vivono sull’isola due mesi per estrarre il guano accumulato: il fertilizzante naturale migliore del mondo! Un fertilizzante che piove dal cielo, quindi si consiglia di portare un k-way e tenere la bocca chiusa! L’ultimo “raccolto” risale al 2011, quindi lo Stato dovrebbe autorizzare proprio quest’anno l’estrazione: sembra che ci sarà un bel carico da fare, si “sente” nell’aria.
Dopo aver ammirato anche le stelle marine e gli archi di pietra con l’inquietante profilo Inca che sembra osservare i turisti, alle 09:45 torniamo verso terra dove arriviamo dopo mezz’ora esatta e troviamo il nostro Luis ad attenderci.
Alle 10:30 siamo già nella vicina Riserva Nazionale di Paracas e percorriamo in macchina una delle zone più aride del Sudamerica. Subito dopo l’ingresso ci fermiamo a visitare un’area dove ci sono numerosi fossili marini: sembra incredibile ma dove ci troviamo adesso una volta c’era il mare! Difatti la strada che attraversa il parco non è asfaltata, è sale compattato e reso scuro dai copertoni delle auto ma basta smuoverlo un po’ e rompere la superficie per riconoscere il minerale bianco. In questa zona non piove praticamente mai, altrimenti la strada sarebbe fango.
Durante l’estate la Riserva è molto frequentata perché ci sono spiagge bellissime, la temperatura arriva a 45° e quella dell’acqua sui 25/26. I panorami sono meravigliosi, anche dal belvedere della vicina Cattedrale possiamo ammirare lo spettacolo del deserto che si tuffa nell’Oceano. Questa formazione rocciosa ci ricorda le falesie viste a Etretat, nel recente viaggio in Normandia, anche se possiamo affermarlo solo grazie alle foto presenti sui cartelloni perché in realtà la struttura ad arco è crollata nell’acqua durante il famigerato terremoto del 2007.
Poi ci spostiamo verso la spiaggia Yumaque dove facciamo una lunga passeggiata per vedere le stratificazioni geologiche simili alla scogliera di Sandanbeki, a Shirahama, ammirate durante il viaggio in Giappone. Mentre ci avviciniamo agli scogli, pensiamo che sarebbe bello incontrare da vicino un leone marino: detto-fatto! Ce n’è uno tutto per noi da fotografare! Se ne stava beato sugli scogli e non l’abbiamo visto fino a che non siamo arrivati a pochi passi. Si è mosso impaurito e mentre noi scappavamo da una parte lui prendeva la via del mare, salvo poi fermarsi. Ha capito che eravamo innocui e anche noi siamo tornati indietro e ci siamo avvicinati con prudenza. È stato un incontro fortuito e fortunato, meno fortunato l’incontro successivo, quando a riva è stato sbattuto dalle onde il cadavere di una foca e gli avvoltoi collo rosso si sono subito avvicinati per iniziare il banchetto. Pazienza, è la natura!
La tappa successiva è l’incredibile spiaggia rossa, inaccessibile sia d’estate che d’inverno. La Playa Roja è un’insenatura di sabbia rossa che contrasta con il giallo del deserto e il blu dell’oceano. Il suo colore è il risultato di antiche attività vulcaniche risalenti a milioni di anni fa e, per preservare questo scenario incredibile, è vietato portare via anche un solo sassolino.
Dopo 7 ore trascorse tra barca e macchina, tra mare e deserto e immersi sempre in paesaggi incantevoli, è tempo di tornare alla dura realtà: lo shopping lungo il malecon! Giusto il tempo di ritirare ancora un po’ di contanti da un ATM in strada e iniziamo a visitare alcuni dei tantissimi negozi che vendono souvenir e che saranno, con i loro colori sgargianti e le migliaia di accessori in argento, pietre e smalti, una costante di tutte le tappe del viaggio.
Per iniziare la campionatura di ricordi del Perù, compriamo orecchini e calamite con 10 Sol (2.60 Eu), poi entriamo in un mini market per fare scorta di snack visto che nei giorni successivi trascorreremo molto tempo sul bus: con 6.40 Sol (1.70 Eu) compriamo patatine di pollo a la brasa, arachidi e una confezione di camote, una patata dolce e ovviamente fritta.
Prima di cena ci fermiamo per l’happy hour di Muelle Viejo che ci ha convinto per il suo piano superiore: ordiniamo una Piña Colada, una birra da 66, crostini al prosciutto e ci godiamo un fantastico tramonto sul mare incluso nel conto di 40 Sol (10.50 Eu).
Sono le 19:00 quando ci spostiamo verso il ristorante scelto per cena, l’ultimo in fondo al lungomare di Paracas, La Negra y El Blanco. Anche qui abbiamo scelto un locale terrazzato per vedere il panorama, peccato però che l’illuminazione del porto non sia particolarmente scenica e non si veda granché dopo il tramonto. Restiamo concentrati sul cibo e assaggiamo il famoso ceviche (o cebiche) peruviano: un piatto tipico a base di pesce e frutti di mare crudi, marinati in limone abbondante e spezie. Assaggiamo anche il pescato del giorno, una spigola alla chorrillana, cioè grigliata e saltata con pomodoro e cipolla, servita con patate fritte e riso bianco. Spesa: 88 soles (22 Eu).
Mentre rientriamo verso l’hotel ragioniamo sul fatto che una sola notte a Paracas sarebbe sufficiente: El Chaco si visita tutto il giorno dell’arrivo, l’indomani si possono visitare le isole Ballestas e la Riserva, come abbiamo fatto noi, e poi ripartire già nel pomeriggio verso un’altra destinazione. Certo, il rischio è quello di perdersi il meraviglioso corteo e il comizio del candidato alcalde di turno: ma noi no! Noi siamo qua e ci uniamo alla folla che marcia al grido: “Omar! Amigo! El pueblo esta contigo!”, ed è con questa meravigliosa parafrasi da supermercato che lasciamo la piazza in delirio con decibel da stadio.
Vista l’atmosfera caliente e le birre in circolazione probabilmente la notte sarà lunga e i galli domattina si vendicheranno…

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,2 km

04/10 Paracas – Nazca – Arequipa

L’adattamento al fuso va a rilento perché andiamo a dormire molto presto, per cui anche oggi siamo svegli alle 05:00 e decidiamo di accendere i notebook e sistemare qualcosa di lavoro.
Alle 07:00 c’è il richiamo della colazione e andiamo a fare il pieno di uova strapazzate, prosciutto, formaggio, panini con marmellata, banana, tisane e l’ormai adorato succo di ananas frullato fresco-fresco per noi.
Dopo la sbornia generale di ieri, facciamo un giro nella piazza centrale per vedere il paese che si sveglia lentamente, i bambini che vanno a scuola, gli operai al lavoro, mentre noi torniamo in hotel e prepariamo i bagagli con calma.
Alle 10:00 arriva puntualissimo Luis che, come promesso, ci accompagna alla vicina stazione dei bus. Si è capito, dai! Luis Edwin Sotomayor è un autista molto consigliato per un taxi-tour della penisola di Paracas, potete contattarlo anche su WhatsApp al numero (+51) 985470839.
La nostra corriera per Nazca parte alle 10:30 e impiega 3 ore e 50 minuti per arrivare a destinazione. Da questo viaggio in poi abbiamo prenotato dall’Italia solo i posti VIP, a partire da 45 Sol (11.80 Eu), con i sedili reclinabili quasi a 180 gradi. Torneranno utili visto che i prossimi trasferimenti saranno molto più lunghi dei primi due.
Nel corso del tragitto il bus si ferma a Ica, famosa per le dune di sabbia e la vicina oasi di Huacachina, e man mano che ci spostiamo verso l’interno e lasciamo alle spalle il mare, il paesaggio è sempre più desertico. Le morbide colline di sabbia dorata diventano altissime e ripide, poi nel giro di qualche chilometro si liberano dalla sabbia e si trasformano in rilievi aspri e duri.
Lo scenario che segue si ripete come una sequenza già vista e che rivedremo spesso: terreni incolti, aridi, costellati di tante capanne nel bel mezzo del nulla, spesso con le pareti fatte di canne e stuoia intrecciata. Anche i villaggi che attraversiamo mostrano povertà e un senso di incompiutezza che ci ricorda il viaggio in Cambogia: tante baracche sul ciglio della strada, nessun marciapiede per le botteghe e i venditori che sfruttano la strada per vendere la propria merce. La sporcizia e la polvere vengono spazzate via da camion e bus frettolosi di arrivare a destinazione nei luoghi benedetti dal turismo e dal commercio.
Subito dopo Ica il deserto si mostra ancora più sfacciatamente e presto ci rivelerà il suo volto più noto e misterioso. Arriviamo all’autorimessa alle 15:00 con 30 minuti di ritardo e facciamo subito il check-in dei nostri ingombranti bagagli: visto che stasera stessa ripartiremo per Arequipa, useremo il terminal come deposito bagagli per muoverci liberamente durante le nostre escursioni a Nazca.
All’uscita ci propongono diversi taxi tour, in modo un po’ insistente e specificando che altrimenti non avremmo avuto tempo per raggiungere i luoghi d’interesse con i mezzi pubblici prima dell’orario di chiusura. Peccato che non sia vero, visto che i bus locali passano ogni 30 minuti fino alle 22:00. Come lo sappiamo? Abbiamo chiesto: proprio di fronte al terminal Cruz del Sur c’è l’autorimessa di PerùBus che con le sue vetture Soyuz collega le principali città peruviane e fa anche servizi urbani. Rispetto a Cruz del Sur sono più frequentati dalla gente del posto e hanno tempi più compassati, però fanno esattamente quello che cerchiamo: con 3 Sol (0.80 Eu) andiamo al Mirador De Geoglifos, a 30 chilometri da Nazca.
Il bus ci lascia nel mezzo del deserto, davanti a una struttura in ferro presidiata da alcune bancarelle di souvenir. L’ingresso costa 3 Sol e dalla cima della torre si vedono tre figure: la lucertola, l’albero e le mani.
Non siamo interessati ai costosi sorvoli perché non siamo particolarmente attratti dalle linee ma – come si dice? – passavamo di qui… e che fai? Non ti fermi?
Dopo Luigi Di Maio Ministro del Lavoro, un altro grande enigma irrisolto dell’umanità sono le linee di Nazca 😁
La provenienza di questi segni incisi nel terreno non è mai stata definita con certezza, probabilmente risalgono a una civiltà pre-incaica vissuta tra il 300 e il 600 d.C.
Le figure sono circa 800 e le linee ben 13.000, sono profonde solo 4 centimetri e si conservano grazie al clima arido. Sono tante le teorie sul significato di questi geoglifi nel deserto, le spiegazioni più frequenti vanno dal culto delle divinità fino alla riproduzione delle costellazioni e… lo sbarco alieno! 👽
Mentre siamo impegnati a scattare le foto delle mani per la nostra gallery Instagram arrivano sulla torre due ragazze che siamo certi di aver visto già in aeroporto e a Paracas. Stavolta ci presentiamo e ci ritroviamo a parlare italiano, in cima a un trespolo battuto dal vento, lontani 10.000 chilometri da casa, a raccontare le sensazioni di questo viaggio, gli spostamenti, le tappe che faremo… ma le sorprese non sono ancora finite, perché Claudia e Simona ci hanno detto di essere di Perugia, e Antonio, il ragazzo che lavora al mirador e aiuta i pedoni ad attraversare la Panamericana, ci ha raccontato che sua madre vive da 18 anni proprio a Perugia e che lui sta mettendo i soldi da parte per raggiungerla e restare a vivere in Italia. Quanto è piccolo il mondo! 😉
Dopo i saluti rientriamo separatamente a Nazca e confermiamo che la scelta di prendere il bus locale per raggiungere questo belvedere si è rivelata azzeccata in confronto ai 70 Sol (18.20 Eu) chiesti dai tassisti.
Arrivati in centro individuiamo il posto dove cenare, facciamo una passeggiata lungo il corso principale, Avenida Bolognesi,  e compriamo una t-shirt e un paio di calamite per 20 Sol (5.20 Eu). Ovviamente, anche qui, sono tutti in delirio per le imminenti elezioni e veniamo travolti dall’entusiasmo di un altro corteo elettorale: mentre stiamo fotografando il candidato che sfila, si avvicinano, ci consegnano una maglia e ci invitano a unirci alla marcia. Va bene, seguiamo la folla fino a Plaza de Armas e ci dileguiamo per tornare verso il mercato che ci aveva molto incuriosito, dove vendono polli crudi, verdure, ortaggi e tanta frutta.
La nostra passeggiata finisce proprio di fronte al terminal dei bus, dove c’è il locale scelto e consigliato sulla Lonely: La Kañada (AGG. 02/20: CHIUSO, è diventato Nazka Restobar)
Ordiniamo il tipico tacu tacu di pollo, in pratica quella che da noi sarebbe una ricetta con gli avanzi, perché la base si prepara con una minestra di legumi del giorno prima mescolata con riso fino a creare una massa compatta che viene saltata in padella insieme alla carne. Un sapore bello intenso che abbiamo ammorbidito con un piatto di lomo saltado: straccetti di manzo flambé con cipolle, pomodoro e il segreto dello chef, servito con riso e patate fritte. Spendiamo 51 Sol (13.20 Eu), attraversiamo la strada e raggiungiamo il nostro hotel speciale: il bus notturno Cruz del Sur che alle 22:00 partirà per Arequipa dove arriveremo domattina alle 07:30. Aggiungiamo un’altra esperienza particolare all’avventura e ci prepariamo all’altitudine, si comincia a salire.
Prossima fermata: 2355 metri sul livello del mare.

Quanto abbiamo camminato oggi? 3,2 km

05/10 Arequipa

Durante la notte in bus alterniamo stati di veglia a sonno profondo. I sedili sono comodi e vale la pena spendere qualcosa in più per riposare. Le poltrone VIP sembrano dei letti con tanto di cuscino e coperta e i posti disponibili nel piano inferiore del bus sono soltanto 12, quindi si viaggia tranquilli ma di certo non è una stanza d’albergo!
Arriviamo con un’ora di ritardo e così il viaggio è durato ben 10 ore e mezza! Tutto senza sosta, in pratica è come fare un altro volo intercontinentale.
Abbiamo voglia di sgranchire le gambe e questa esigenza coincide perfettamente con i tempi del nostro Viza Hotel che abbiamo raggiunto con una corsa di 15 minuti in taxi al costo di 10 Sol (2.60 Eu). Con il check-in previsto alle 13:00 la nostra camera non è ancora pronta e ci chiedono di attendere giusto il tempo di terminare le pulizie. Per noi non è un problema, anzi, lasciamo i bagagli e ci precipitiamo da Capriccio, nella vicina Calle Mercaderes. A dire il vero a bordo del bus servivano una piccola colazione ma noi abbiamo bisogno di una grande colazione, è pur sempre il pasto più importante della giornata!
E con pieno spirito peruviano ordiniamo una colazione con pane croccante, costine di maiale, camote fritto e salsa creola, pancakes burro e miele, una gigantesca fetta di torta alle mele, un succo mango, arancia e ananas e un altro mango, ananas e maracuja. Anche il conto, per gli standard peruviani, è in formato maxi: 68.50 Sol (18.70 Eu).
Torniamo in hotel a riposare un po’ e nel primo pomeriggio siamo di nuovo fuori, prima però ci facciamo prenotare un tavolo per domani nel locale di Gastón Acurio: confermiamo la fiducia al noto chef peruviano e a quanto pare non siamo gli unici a giocare d’anticipo, visto che ha tavoli liberi solo alle 19:45.
Iniziamo a esplorare la città dal Claustro de la Compañia, un bellissimo chiostro colonico, con un colonnato perimetrale in sillar finemente scolpito. Il sillar è una pietra vulcanica bianca.
Un tempo il chiostro era un’area di pertinenza della vicina chiesa della Compagnia del Gesù, oggi ospita quello che viene considerato il “centro commerciale più elegante del Sudamerica”.
Anche la chiesa gesuita è molto bella, con una elaborata facciata barocca che risale al 1660, all’interno l’altare è molto decorato e chiaramente ispirato a quello della cattedrale di Siviglia che abbiamo visitato durante il primo viaggio in Andalusia.
Superata la chiesa arriviamo nella meravigliosa Plaza de Armas, la piazza Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO che nell’immaginario collettivo rappresenta idealmente le città coloniche spagnole. Quadrangolare, con un ampio giardino con fontana zampillante al centro, è circondata da tre bellissimi porticati a due piani di colore bianco. Lungo il quarto lato c’è l’imponente cattedrale con i due campanili che svettano e, alle loro spalle, come a riprodurre una similitudine fra architettura e natura, spiccano le cime innevate dei vulcani El Misti e Chanchani. Bianco il sillar, bianchi i porticati, bianche le montagne, capito perché Arequipa è la città bianca? 😉
Visto che la cattedrale apre alle 17:00 facciamo una passeggiata lungo Calle San Francisco dove al civico 108 incontriamo il palazzo nobiliare conosciuto come casa Ricketts, oggi sede di una prestigiosa banca. Si può entrare anche senza fare operazioni agli sportelli perché c’è un cortile molto bello da vedere e una piccola galleria d’arte locale a ingresso libero.
Di fronte questa questa banca ci sono diversi uffici di cambio con un rapporto molto favorevole per l’Euro, lo troviamo a 3.85 senza commissioni. A conti fatti conviene molto di più cambiare qui che prelevare dagli ATM (guadagniamo circa 15 Euro per ogni 100 Euro cambiati).
Al civico 303 della stessa strada troviamo il ristorante Zingaro, precedentemente selezionato, e ci fermiamo a prenotare per assaggiare il famoso alpaca.
Questa bellissima strada termina con la chiesa coloniale del 1553 dedicata a San Francesco, nota per aver resistito a tutti i terremoti che in questa zona sono molto frequenti. Al suo interno è ancora visibile la cupola crepata dall’ultimo sisma. In uscita dalla chiesa incontriamo di nuovo Simona e Claudia, ci aggiorniamo sui nostri spostamenti e ci salutiamo per andare a visitare la cattedrale.
Sulla basilica cattedrale non c’è molto da dire perché l’imponenza esterna è di gran lunga migliore degli interni, questo perché l’edificio negli anni ha subito danni irreparabili a causa di incendi e terremoti, quindi non resta niente che risalga alla fondazione del 1656. Addirittura l’intera struttura attuale risale al 1868, grazie all’ultima ricostruzione avvenuta successivamente a un sisma che l’aveva completamente rasa al suolo.
Al termine della visita lasciamo il centro storico, superiamo il ponte Grau e percorriamo circa 400 metri per arrivare al Monasterio de la Recoleta che purtroppo troviamo chiuso. La nostra guida diceva che sarebbe stato aperto fino alle 20:00 ma alle 19:00 è già tutto buio e spento.
Chiediamo informazioni a un signore che sosta sull’uscio, e che poi scopriamo essere il parroco, il quale prima ci conferma la chiusura del museo, poi prende il telefono, chiama qualcuno e gli dice che ci sono due turisti. Terminata la chiamata ci dice di aspettare cinque minuti perché un suo collaboratore ancora all’interno avrebbe aperto il museo solo per la nostra visita. L’ingresso costa 10 Sol (2.60 Eu) e ovviamente non ci tiriamo indietro, nonostante l’isolamento e l’insolita dinamica per accedere.
Quando viene ad aprirci un ragazzo pallido e silenzioso, ci inghiotte un’atmosfera esoterica e inquietante. Il museo ha poche sale piene di reperti raccolti dai missionari spagnoli e ci sono conservate mummie e teschi impressionanti per stato di conservazione. Le stanze sono buie e siamo le uniche persone nel monastero, tutto è spento e per salire al piano superiore usiamo la luce del nostro cellulare. Siamo sicuri che rivivere nella nostra immaginazione le scene principali dei film horror valga la pena rispetto a quello che siamo venuti a vedere: un’antichissima biblioteca con oltre 20.000 volumi risalenti al 1500!
Passeggiamo sulle assi malconce che scricchiolano e restiamo affascinati nel percorrere una teca lunga quanto l’intera stanza, decine di metri, dove è riprodotta la storia dell’umanità tramite disegni, testi e la genealogia di tutte le case regnanti del mondo, dall’arca di Noè fino alle successioni di Papi, Re, Imperatori e dinastie del XIX secolo.
Dopo quasi un’ora col fiato corto, anche per via dell’altitudine, siamo pronti per la cena dallo Zingaro. Appena seduti ci portano delle focaccine salate al rosmarino per accompagnare la birra Arequipena. Poi ordiniamo tequenos, involtini di pasta sfoglia ripieni di prosciutto e formaggio, serviti con un ottimo guacamole. Come piatti principali prendiamo due portate adorate in Perù: il cuy croccante, il porcellino d’India piatto nazionale, servito con patate e insalata; e poi un favoloso filetto di alpaca in salsa al rosmarino servito con verdura, yucca fritta e patate dolci. Lasciamo sul tavolo 144 Sol (37.40 Eu) per quella che sarà una delle cene migliori del viaggio.
Dopo l’ultima notte in pullman è ora di godersi la suite che ci siamo concessi come premio per i primi giorni di sbattimenti. E non saranno gli ultimi… 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,8 km

06/10 Arequipa

Dopo una bella notte di sonno ristoratore, anche l’hotel Viza ci regala una magnifica colazione dolce e salata. Visto che è molto presto, prima di uscire torniamo a scaricare un po’ di posta e alle 12:00 ci avviamo verso il Monastero di Santa Caterina da Siena. L’ingresso costa 40 Sol (10.40 Eu) e una volta varcati i tornelli della biglietteria si comprende subito perché questo luogo sia noto anche come “la città nella città”.
Il Monastero di Santa Catalina è stato costruito nel 1579 ed è tuttora cinto da mura che occupano un intero isolato di Arequipa. Con la sua superficie di 20.000 metri quadrati è il monastero di clausura più grande al mondo! Aperto al pubblico nel 1970 dopo 390 anni di isolamento, nel 2000 è stato registrato come sito Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Negli anni non ha mai ospitato tantissime monache ma le dimensioni sono sempre cresciute perché dopo terremoti e incendi distruttivi venivano aggiunte nuove celle, chiostri, cucine, finché non decisero di circoscrivere le mura e collegare le diverse aree con vere e proprie strade che hanno nomi di città spagnole. La personalità di maggior spicco è Suor Ana, una monaca che oggi è oggetto di culto popolare per via dei tanti miracoli e per le predizioni. Talmente amata e venerata che nel 1985 Giovanni Paolo II la beatificò.
Oggi il monastero ospita solo 15 monache che non hanno contatti con i turisti a spasso tra il chiostro degli aranci e quello delle novizie, non vedono nessuno sbirciare nelle vecchie cucine, nelle austere celle monastiche o nel refettorio. Continuano a preservare la loro riservatezza e lasciano che siano gli altri a godersi l’intera struttura, caratterizzata soprattutto dai colori intensi delle sue mura: blu, rosso, giallo e bianco si mescolano nel labirinto dei vicoli che collegano i diversi ambienti e contrastano tra loro. Notevole anche l’esposizione di tele nella grande pinacoteca, qui sono esposti i migliori dipinti della scuola cusquena, che rappresenta la fusione delle culture inca e spagnola.
Il Monastero è considerato l’esempio più bello di architettura coloniale dell’intero Sudamerica e da quando è stato aperto al pubblico, Arequipa ha avuto un boom turistico che ha migliorato complessivamente la città e la vita dei suoi abitanti.
La visita dura circa 3 ore ed è semplificata da una mappa in italiano che rilasciano alla biglietteria.
All’uscita ci fermiamo a cambiare Euro in Soles perché per la prossima visita che faremo al Museo Santuarios Andinos non accetteranno carte di credito ma solo contanti. L’ingresso costa 20 Sol (5.20 Eu) e nonostante l’opuscolo informativo e la mappa in italiano, non è possibile visitare il museo da soli ma bisogna seguire una guida (e al termine lasciare una mancia, non inclusa nel prezzo). La visita inizia con un filmato di 20 minuti e alla cassa organizzano i gruppi in base alla lingua e ai sottotitoli delle proiezioni, quindi dopo aver fatto il biglietto ti assegnano un orario per vedere il documentario al termine del quale parte il tour del museo. Prima però è obbligatorio lasciare zaini, macchine fotografiche e smartphone.
Perché tante attenzioni? Per proteggere Juanita, una delicata mummia ritrovata nel 1995 dall’archeologo Johan Reinhard in uno straordinario stato di conservazione! La piccola Juanita è stata una vittima sacrificale degli Inca, rinvenuta sul Nevado Ampato in seguito a un’eruzione vulcanica che ha sprigionato calore e sciolto il ghiaccio rivelando il tumulo dov’era sepolta. Questo ritrovamento ha permesso agli archeologi di scoprire molto sui riti incaici, sulle vittime, sui sacerdoti e sulla preparazione del sacrificio che iniziava mesi prima con un lungo pellegrinaggio che partiva da Cuzco per raggiungere la cima del vulcano El Misti.
Il nostro filmato inizia alle 16:20 e al termine la nostra guida Jorge ci accompagna per un giro esclusivo, visto che siamo gli unici italiani. Ascoltiamo tutta la storia del ritrovamento di Juanita e le missioni che si sono succedute per proteggere la scoperta fatta a oltre 5500 metri di altitudine e ampliare gli scavi che porteranno alla scoperta di altri tumuli e altre mummie. Colpisce molto sapere che erano solo bambini, appartenenti alle classi più agiate, che erano “consenzienti” e addirittura onorati di essere vittime sacrificali, e che venivano storditi con bevande allucinogene. Attenzione! Le sale del museo conservano mummie congelate e quindi le temperature sono basse in tutte le stanze, in sintesi: fa un freddo boia!
Ok, anche oggi abbiamo fatto il pieno di cultura peruviana e imparato cose nuove. Ora ci possiamo dedicare a un po’ di shopping prima di salutare l’elegante Arequipa. Torniamo quindi in Plaza de Armas e sotto il porticato troviamo l’enorme Galleria degli Artigiani El Tumi de Oro (esattamente l’indirizzo è Portal de Flores, 126): un intricato labirinto di negozietti dove compriamo un bellissimo anello d’argento che riproduce le foglie di coca, una t-shirt, due scialle misto cotone e alpaca, per una spesa totale di 95 Sol (24.80 Eu). Poi proseguiamo lungo Calle Catalina e con 115 Sol (29.95 Eu) acquistiamo ancora orecchini di argento e turchesi per fare alcuni regali.
Sono quasi le 20:30 ed è il momento di far valere la nostra prenotazione da Chicha: dopo aver assaggiato i sapori di mare proposti a Lima dallo chef stellato Gastón Acurio, oggi proviamo il suo ristorante di Arequipa per assaggiare i piatti di carne. Per iniziare ordiniamo l’ocopa, una salsa tipica di Arequipa con patate al salerillo, rosolate insieme a uova e formaggio fritto. Poi passiamo al tradizionale adobo, uno stufato di Arequipa con tre tagli di manzo cotti con origano, cipolla, aglio e chicha, una bevanda poco alcolica che deriva dalla fermentazione non distillata del mais, nota per essere la birra ancestrale delle popolazioni native sudamericane che la bevono anche oggi. E per finire un piatto di alpaca al curry con frutta di stagione e quinoa saltate in padella. Lasciamo sul tavolo solo 147 sol (38.30 Eu) anche perché non è stato possibile ordinare vino o birra: la sera prima delle elezioni non si possono vendere alcolici. Un’idea niente male, visto come sono andate le ultime elezioni dovremmo provarla anche dalle nostre parti 😉
È il momento di salutare Arequipa, bella, tranquilla, con un clima perfetto per fare una prima tappa di adattamento all’altitudine. Domani si riprende la strada, domani si sale ancora.

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,6 km

07/10 Arequipa – Puno – Isole Uros

Ancora una levataccia alle 06:00, pubblichiamo una foto su Instagram, facciamo una colazione leggera con pane, burro, marmellata e tisane, e prepariamo un paio di sandwich da portare via. Chiudiamo l’ennesima valigia e alle 08:00 scendiamo a prendere il taxi prenotato. In questa occasione c’è stato l’unico episodio di tassista furbetto perché, siccome ha aspettato 10 minuti in strada, ci chiede 20 Soles invece dei 6 pattuiti con la reception. Durante il tragitto gli spieghiamo che non è colpa nostra: se nessuno ci avvisa, perché dovremmo scendere 10 minuti prima dell’orario stabilito? Va be’, alla fine gli diamo 13 Sol (3.40 Eu) e ci salutiamo da amici.
Entriamo nel terminal del bus con 20 minuti di anticipo, il margine più ridotto del viaggio, e riscontriamo che qui sono meno organizzati rispetto ai precedenti terminal. Per fare il check-in delle valigie aspettiamo 30 minuti perché devono scaricare prima i bagagli arrivati con il bus notturno partito da Nazca. Spieghiamo più volte che il nostro pullman sta per partire ma niente da fare, continuano a scaricare e a dirci di aspettare.
A un tratto annunciano l’imbarco immediato per i passeggeri diretti a Puno e allora qualcuno si sveglia e prende in custodia le nostre valigie. Come se non bastasse, dopo l’attesa di mezz’ora e la brusca accelerazione dell’imbarco, ci spiegano che trattandosi di un terminal pubblico è necessario pagare una tassa di 3 Sol (0.80 Eu) prima di salire a bordo. Ma non potevano dirlo prima?! Corriamo ai banchi di accettazione, paghiamo, torniamo e finalmente saliamo sul bus.
Alle 08:50 partiamo e pensiamo a come avverrà il collegamento con la nostra prossima destinazione, visto che abbiamo organizzato via internet dall’Italia l’escursione in programma. Per fortuna tutto fila liscio: arriviamo a Puno alle 15:20 e troviamo ad attenderci al terminal Jonathan, il tassista che ci accompagna a un imbarcadero privato dove ci aspetta la famiglia del nostro contatto Eddy, che gestisce Los Uros Aruntawi Lodge situato su una delle 180 isole galleggianti dell’arcipelago Uros, sul lago Titicaca.
Abbiamo fatto una lunga ricerca prima di decidere dove andare per vedere lo stile di vita isolano più autentico e meno frequentato dal circuito turistico, e alla fine abbiamo optato per questa famiglia e non abbiamo sbagliato.
Sulla barca troviamo Eddy, la mamma Salomè e la sorella Emily, erano stati a Puno per votare e sarebbero tornati sull’isola insieme a noi.
Appena partiti si scatena un gran temporale con tuoni e fulmini che illuminano il cielo immenso su questo lago a 4000 metri di altitudine. Ci fermiamo un istante presso una specie di casello galleggiante per pagare gli 8 Sol (2.10 Eu) richiesti per accedere ai territori lacustri dell’antica tribù Uros.
Le isole Uros prendono il nome dal popolo di lingua quechua che le abita da secoli. Per sfuggire agli Inca, gli Uros si insediarono nel lago Titicaca al largo di Puno, su isole artificiali costruite con canne di totora. Sono isole galleggianti e flottanti, ancorate al fondo ma con la capacità di spostarsi se necessario. Sono costruite interamente con le canne del lago e necessitano di continua manutenzione: ogni circa tre mesi gli strati superficiali vengono rinnovati con nuove totora per compensare la perdita degli strati più profondi che marciscono a contatto con l’acqua.
L’isola della famiglia di Eddy è piccola ma molto curata, con diverse capanne per ricevere ospiti e una sala comune dove sorseggiamo del mate di coca per contrastare l’altitudine che si fa sentire, specialmente con un gran mal di testa. Ci mostrano la camera dove potremo soggiornare ma la cosa che notiamo – oltre all’assenza di acqua calda – è che fa un gran freddo. Siamo intorno ai 3 gradi umidi, piove e sicuramente con l’avanzare della notte la temperatura scenderà ulteriormente, addirittura di un grado sotto lo zero secondo le previsioni. Non siamo pronti a restare e rischiare di compromettere il resto del viaggio con un’influenza, poi la pioggia continua a cadere e ci impedisce di stare all’aperto e andare a pesca come avremmo voluto fare. Quindi dopo 4 ore in compagnia di questa splendida famiglia, scambiamo alcuni regali che abbiamo portato per loro dall’Italia e torniamo sulla terraferma. 
Sono tutti molto carini e premurosi, ci accompagnano alla barca e alle 20:00 organizzano il ritorno a terra e il nuovo incontro con Jonathan che ci porta all’hotel Balsa Inn prenotato al volo grazie a Eddy.
Visto che è tardi, siamo stanchi e infreddoliti dopo ore di viaggio e pioggia, facciamo una cena in hotel a base di pollo e riso e torniamo in stanza a riposare. Domani ci aspetta un altro piccolo tour de force e dobbiamo recuperare energie.

Quanto abbiamo camminato oggi? 1,8 km

08/10 Puno – Taquile – Puno

L’hotel in cui siamo e che abbiamo scelto ieri sera, ha due caratteristiche determinanti per un soggiorno a Puno: l’acqua calda corrente e un impianto di riscaldamento, due cose che non sono affatto considerate comuni ma che fanno la differenza. Non solo, su richiesta hanno a disposizione anche bombole di ossigeno che portano in camera per favorire la respirazione.
Dopo una notte al caldo, siamo pronti già all’alba e alle 07:45 aspettiamo un nuovo autista inviato da Eddy che ci riporterà sull’isola per fare poi rotta verso Taquile.
Riabbracciamo volentieri Emily e la mamma, anche perché splende un magnifico sole, il cielo è limpido e ci sono 16 gradi che fanno ben sperare: è tutta un’altra cosa rispetto alla giornata buia e piovosa di ieri.
Alle 09:00 ci portano verso un’imbarcazione più grande che sta facendo un giro turistico delle isole Uros. Facciamo un abbordaggio da provetti marinai e ci trasferiamo dopo aver pagato a Eddy 80 Sol (20.90 Eu) per tutto il disturbo, inclusi i passaggi in barca, l’escursione a Taquile e i trasferimenti in auto da e per l’hotel.
Alle 09:30 prendiamo il largo, la terraferma si allontana e l’acqua del Titicaca diventa sempre più blu.
Le barche che attraversano il lago sono di diversi tipi e i prezzi variano in base al comfort e alla durata del viaggio. La nostra è una speed boat che impiega un’ora e mezza per arrivare a destinazione, poi ci sono le regular boat che ci mettono 2 ore e mezza, e infine le artesenales che impiegano il doppio del tempo!
A bordo ci mostrano una cartina che mostra dall’alto in che punto siamo, così possiamo capire la conformazione del territorio circostante e il punto in cui le due penisole antistanti a Puno lasciano un passaggio verso il lago aperto che porta nel cuore del Titicaca. Superata questa bocca vediamo da lontano le sagome delle isole Taquile e Amantani. Siamo a 3800 metri sul livello del mare e a Taquile arriveremo a 4000 dopo una scarpinata che ci porterà sulla sommità dell’isola.
La barca ormeggia sul lato dell’isola opposto a Puno e antistante la Bolivia, la cui terra si vede in lontananza. Prendiamo un sentiero ripido che sale verso l’alto e si sente l’affanno di uno spostamento in altitudine. Fa anche caldo ma, superate le rampe iniziali, l’escursione procede liscia tra scenari indimenticabili, fino ad arrivare alla struttura che ospita la cooperativa costituita dagli abitanti del villaggio.
Per gli abitanti di Taquile il turismo è stato una benedizione: sono vegetariani, non mangiano gli animali che allevano e vivono dei prodotti che offre la terra in un ambiente circoscritto. Con il turismo hanno potuto variare la loro alimentazione e soprattutto collegarsi più spesso con Puno, migliorando notevolmente le condizioni di vita pur mantenendo salda la loro identità comunitaria che preservano con devozione.
Nella comunità sono gli uomini che lavorano a maglia sin dall’età di 8 anni, mentre le donne tessono al telaio. Assistiamo a una dimostrazione dal vivo e ci mostrano anche la preparazione di una schiuma detergente ricavata pestando alcune erbe e mescolandole con l’acqua, in pratica un sapone vegetale. I vestiti tradizionali sono i più sgargianti ed eleganti del Perù e ballano per noi una danza che ogni anno eseguono tutti i giorni dal 25 luglio al 5 agosto, accompagnati dai famosi flauti e da tamburi.
Al termine dell’esibizione aprono un banco per vendere cappelli, sciarpe, guanti, tovaglie, bracciali, contraddistinti da un numero che rappresenta la famiglia che ha realizzato il manufatto. Intanto la cucina lavora per preparare un pasto a base di zuppa di quinoa, omelette al formaggio di mucca non pastorizzato e trota fritta.
Noi restiamo a guardare il panorama, alla nostra destra c’è Amantani con il verde brillante delle piante autoctone e tutto intorno a noi il blu cobalto del Titicaca: nel catino del lago navigabile più alto del mondo l’unica cosa che si riflette sull’acqua è il cielo, come in un gioco di specchi. 
Prima di iniziare la discesa chiediamo al nostro accompagnatore un altro rimedio per il soroche, il mal d’aria. Si rivolge a un giovane del villaggio che va dietro un cespuglio e torna con alcuni rametti di muña, un’erba che sfregata tra le mani e poi inalata riduce il senso di nausea. Finora tra tutte le cose provate, dal mate alle caramelle, alla masticazione diretta delle amarissime foglie di coca, sembra che sia il rimedio più efficace.
L’itinerario riprende con la discesa verso l’altro versante dell’isola dove c’è una bellissima spiaggia di sabbia bianca e nei paraggi la nostra barca che ci attende per ripartire alle 14:00 e arrivare a Puno dopo due ore di navigazione. Facciamo due ore e un po’, perché a qualche chilometro dalla costa l’imbarcazione resta senza benzina e devono dar fondo alla riserva! Dopo questo imprevisto sbarchiamo e prendiamo la navetta che ci porterà al Casona Plaza Hotel Centro.
Scegliamo il ristorante e prenotiamo dalla reception il taxi che domani ci porterà al terminal per prendere l’ultimo bus del viaggio che ci lascerà a Cuzco, l’antica capitale inca.
Prima di cena passeggiamo lungo la vicina strada pedonale Jirón Lima, piena di bottegucce e ristoranti. Compriamo un paio di calamite e poi entriamo da Valeria, un bel ristorantino caldo e accogliente dove ordiniamo filetto di alpaca con purè di patate e insalata di quinoa; e un filetto di manzo con purè di yucca e verdure. Abbiamo bisogno di proteine per integrare al termine di una giornata impegnativa che ci ha fatto disperdere molte energie, mentre il fisico si prepara a combattere il freddo intenso che sta arrivando con la notte.
Lasciamo sul tavolo 73 Sol (19 Eu) e facciamo rientro in hotel ma… poco prima di entrare nel nostro albergo veniamo attirati da una musica fortissima che suona dietro un portone semi-aperto. Ci affacciamo a sbirciare e vediamo festoni e luci anni ’80 di una festa privata, sembra un matrimonio. Incuriositi, chiediamo di cosa si tratta e ci spiegano che è una festa religiosa organizzata nella sede di un gruppo folklorico. A un certo punto sembrano accorgersi tutti di noi che siamo sulla soglia, ci vengono incontro alcune persone e ci invitano a entrare. Sembra brutto tirarsi indietro e così nel giro di pochi secondi ci troviamo seduti a tavola con donne e uomini in abiti tradizionali che stappano birre calde in continuazione e ci offrono da bere.
Di certo non è che si può parlare e socializzare con la musica a palla e la birra a fiumi, quindi come va a finire? Che si balla! E così ci ritroviamo al centro di danze peruviane fotografati e filmati da tutti, un po’ come successe durante i viaggi in India e Cambogia, quando volevamo vedere da vicino persone e stili di vita genuini e siamo finiti per diventare noi il divertimento della serata! 🙂
Peccato per la levataccia che ci aspetta domani, saremmo rimasti volentieri a lungo con i nostri nuovi amici peruviani 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 5,6 km

09/10 Puno – Cuzco

Sveglia alle 06:00, giusto il tempo di fare colazione e alle 07:15 prendiamo il taxi che in meno di 10 minuti ci lascia all’autorimessa dei bus. Anche qui, come ad Arequipa, paghiamo la tassa per il terminal condiviso (1.50 Sol, 0.40 Eu) e procediamo all’imbarco.
Alle 08:00 lasciamo Puno per raggiungere Cuzco dopo altre 7 ore e mezza di viaggio, una in più del previsto a causa di un tremendo incidente e la pioggia. Questo era proprio l’ultimo bus Cruz del Sur del viaggio!
Ok, esperienza molto on the road, molto hippie, molto immersiva. Del genere “da provare almeno una volta nella vita”. Ok, una.
L’ho fatto e ora non voglio vedere un bus a lunga percorrenza per i prossimi 40 anni! Questi lunghi spostamenti a 90 all’ora si sono sentiti tutti, forse anche perché sono stati molto concentrati. Se avete pochi giorni da trascorrere in Perù questo itinerario si può fare anche con voli interni. Opzione da considerare 😉
Fuori dal terminal prendiamo subito un taxi che per 15 Sol (3.90 Eu) ci lascia dopo 20 minuti davanti al nostro Union Hotel Cusco dove ci attende l’albergo più bello del viaggio. Abbiamo fatto lo stesso ragionamento applicato ad Arequipa: dopo gli sbattimenti in giro, un paio di giorni di suite ce li meritiamo. Nella stanza il letto è addirittura più largo che lungo ma c’è tempo per riposare, dopo le ore in pullman vogliamo solo uscire e fare un giro esplorativo dell’antica capitale Inca.
A pochi metri da noi c’è il Mercado San Pedro e l’omonima chiesa adiacente, facciamo un giro in entrambi ma al mercato torneremo domattina, durante la piena attività. Intanto abbiamo capito che è un ottimo posto per fare acquisti di souvenir.
Siamo a 3400 metri e l’aria rarefatta si sente mentre camminiamo lungo Calle Santa Clara, proseguiremo dritti finché la strada non arriverà nel magnifico scenario di Plaza de Armas.
Intanto la luce del sole sta per scomparire e con l’arrivo del buio migliaia di abitazioni costruite l’una sull’altra, illuminano i fianchi delle montagne che circondano Cuzco: sembra un presepe. Facciamo una sosta per vedere la Basilica Menor de la Merced e poi raggiungiamo la piazza principale.
Andiamo dritti al centro dell’enorme rettangolo, proprio qui Pizarro ha dichiarato la conquista della città da parte degli spagnoli e la sconfitta degli Inca. Per avere una visione d’insieme ci posizioniamo vicino alla fontana zampillante che in cima ha la statua di Pachacutec, l’ultimo imperatore inca rappresentato con il braccio teso, una gestualità ieratica riservata a chi guida un intero popolo. Il sovrano oggi è qui, al centro del suo antico impero e di fronte la sacra cattedrale dei suoi nemici, come se quell’epoca non fosse ancora finita. La piazza ha ripreso il nome antico di Huacaypata perché la riconquista della propria identità passa anche attraverso il recupero dell’antica toponomastica quechua che esprime l’orgoglio dei nativi. Ci vengono in mente le parole di Abramo Lincoln: “La forza conquista ogni cosa, ma le sue vittorie sono di breve durata”.
Osserviamo ancora con attenzione gli edifici che circondano la piazza: su due lati ci sono lunghi porticati con grandi balconi in legno finemente intagliato, su un altro lato la cattedrale barocca, poi altre strutture in stile coloniale mescolate con resti delle antiche mura dell’epoca Inca.
Siamo qui da poche ore e non abbiamo visto molto, però abbiamo la netta sensazione di trovarci nella più bella città che vedremo in Perù, anche meglio di Arequipa che nel nostro immaginario pre-partenza era al primo posto!
La passeggiata finisce alle 20 proprio davanti al ristorante scelto per cena: Uchu Peruvian Steakhouse. Locale intimo, molto ben arredato e soprattutto buono: qui mettiamo a segno la miglior cena del viaggio.
Ordiniamo causas con patate bollite aromatizzate alle erbe e anticuchitos, dei piccoli spiedini di pollo cotto alla piastra dopo la marinatura in aji panca e chicha de jora, cioè salsa piccante e birra di mais, accompagnati da avocado e crema di aji amarillo. Più lungo da descrivere che da mangiare! Mentre bastano poche parole per il piatto più noto di Uchu: tre filetti di carni nazionali da 110 grammi l’uno. Noi abbiamo scelto manzo, alpaca e agnello serviti al sangue su una pietra ardente su cui possiamo mettere a punto la cottura preferita. Il gusto viene esaltato da salse e le immancabili patate fritte. Da bere acqua e birra cusqueña, per un totale di 127 Sol (33.30 Eu).
Dopo un assaggio di Cuzco, adesso è tempo di rientrare con la pancia piena in hotel per goderci la nostra meritata suite: il premio per festeggiare la fine dei trasferimenti in bus!

Quanto abbiamo camminato oggi? 4,6 km

10/10 Cuzco

Cuzco esprime bene tutta l’essenza del Perù: sontuose chiese, resti di imponenti mura inca e vicoli acciottolati che si intersecano con sontuosi viali coloniali. La nostra intera giornata dedicata alla scoperta della storica capitale inca inizia alle 08:00 e dopo colazione usciamo per tornare al mercato San Pedro. Prima di entrare, però, ci fermiamo a trattare con un tassista il tour che abbiamo programmato per domani, quando per raggiungere Machu Picchu ci sposteremo verso Ollantaytambo attraverso la Valle Sacra.
Il tassista che ieri ci ha portato in hotel ha chiesto 180 Sol (46.90 Eu), quello interrogato fuori il mercato addirittura 250 (65.10 Eu)!
Decidiamo di aspettare un po’ prima di accettare e ci concentriamo sul mercato in piena attività: i negozi sono tutti aperti e tante persone mangiano e bevono. I banchi sono pieni di cibo ed è un festival di colori e profumi: gelatine zuccherate, frullati, frutta fresca di ogni genere, spezie…  c’è anche un’area decisamente più pulp, che ospita i macellai. Questa zona è piuttosto truculenta, solo per stomaci forti: ci sono enormi teste di mucca, lingue, zampe, musi e cuori pronti per essere arrostiti infilzati in uno spiedo, una specialità molto apprezzata.
Continuiamo anche il nostro confronto prezzi tra i banchi di souvenir e poi ci spostiamo verso Plaza de Armas. Siamo fermi sul marciapiede in attesa di attraversare e dall’altro lato della strada chi vediamo? Simona e Claudia! Quanto è piccolo il Perù! Scambiamo i saluti, ci aggiorniamo sugli ultimi spostamenti e soprattutto ci consigliamo i ristoranti provati nella capitale storica 😉
Dopo il nostro rituale arrivederci riprendiamo l’itinerario che ci porta dritti nella cattedrale dove facciamo un biglietto cumulativo per visitare anche altri siti, al costo di 30 Sol (7.80 Eu).
Che dire, in tutta sincerità anche qui come ad Arequipa, gli interni valgono meno degli esterni. La cattedrale – come altre chiese viste finora – non è particolarmente memorabile, specie per noi che veniamo dall’Europa. La cosa più curiosa che abbiamo notato è un grande dipinto dell’Ultima Cena dove al centro del tavolo, davanti a Gesù e gli apostoli, c’è un cuy, il porcellino d’India piatto nazionale; a confermare come la scuola cusqueña sia stata capace di unire la cultura cattolica cristiana con quella dei nativi.
All’uscita troviamo un tassista seduto in macchina e domandiamo anche a lui il prezzo del taxi-tour che intendiamo fare domani, stavolta con idee ancora più chiare perché abbiamo acquisito più informazioni e sappiamo esattamente cosa desideriamo vedere: un paio di siti, la saline di Maras e Ollantaytambo, dove ci attende il treno che ci porterà ad Aguas Calientes, la località di riferimento per raggiungere Machu Picchu.
Ci accordiamo con Willy per 150 Sol (39 Eu) e scambiamo i numeri di telefono per dare conferma via WhatsApp una volta tornati in hotel. A proposito, Willy Castillo Gonzales si è confermato persona di fiducia e disponibile. Pertanto lo consiglio per un giro turistico di Cuzco e dintorni, potete contattarlo su WhatsApp al numero +51 962 216482. 
Dopo aver sondato i prezzi un po’ ovunque, inizia il momento dello shopping, entriamo in un consorzio di artigiani e scegliamo il banco di una signora che vende un po’ di tutto, per fare più acquisti e avere uno sconto cumulativo. Compriamo due belle sciarpone, due t-shirt, calze di alpaca, tre pochette e spendiamo 143 Sol (37.20 Eu). Torniamo in hotel per lasciare gli acquisti fatti e inviamo un messaggio a Willy per dargli appuntamento domani alle 12:00 in hotel: anche questa è andata!
Usciamo di nuovo, prendiamo un taxi e spendiamo 5 Sol (1.30 Eu) per andare a San Blas. Il tragitto non è lungo ma c’è un gran traffico e impieghiamo 30 minuti per arrivare: a piedi avremmo fatto sicuramente prima! La chiesa che intendiamo visitare prende il nome dal quartiere che la ospita ed è aperta fino alle 18:00, noi ci presentiamo alla cassa trafelati giusto 2 minuti prima della chiusura ed entriamo spediti con il nostro biglietto cumulativo. Bastano 10 minuti per la visita, la chiesa è piccola e gli elementi di rilievo sono giusto un paio: l’altare tutto in lamina d’oro e il pulpito magistralmente scolpito da un unico (e gigantesco) tronco d’albero che pare sia la miglior opera di legno intagliato delle Americhe.
La nostra passeggiata prosegue da piazza San Blas, stretta tra le strade parallele di Carmen Alto e Bajo. Questo è il quartiere degli artisti che ha avuto un boom negli ultimi anni, si trovano molte botteghe artigiane, piccoli ristoranti e alloggi per backpackers. Per quanto abbiamo visto è una zona un po’ fricchettona come se ne trovano in tutto il mondo e i cacciatori di souvenir qui non faranno affari, molto meglio i prezzi del Mercado San Pedro.
La parte più interessante del quartiere è la passeggiata da fare seguendo il lungo sentiero acciottolato Tandapata: una stretta viuzza pedonale che si districa tra vicoli e scalinate. Isolati dal traffico, sembra di tornare indietro nel tempo mentre si cammina tra mura megalitiche, canali di irrigazione e resti di decorazioni inca.
Ci piace molto camminare in questa zona di Cuzco e continuiamo finché non incrociamo Sunturwasi e Hatunrumiyoc, un lungo e importante doppio-vicolo inca che termina in Plaza de Armas. Da qui riconosciamo il tragitto per tornare in hotel e visto che siamo stanchi e dobbiamo prepararci alla fase finale del viaggio, rientriamo. Prima però facciamo una piccola spesa nel supermarket vicino e poi andiamo andiamo a dormire senza troppe cerimonie dopo aver cenato a base di riso e pollo nel ristorante dell’hotel. Machu Picchu stiamo arrivando!

Quanto abbiamo camminato oggi? 7 km

11/10 Cuzco – Valle Sacra – Ollantaytambo – Aguas Calientes (Machu Picchu)

Oggi ci aspetta un lungo spostamento in auto attraverso il Valle Sagrado, la Valle Sacra degli Inca, per raggiungere il treno che ci porterà all’apice di questo viaggio: Machu Picchu.
Dopo colazione prepariamo i bagagli e li lasciamo in reception perché domani, dopo l’escursione a Machu Picchu, torneremo a dormire in questo albergo.
Lasciare i bagagli in hotel e muoversi con degli zaini più leggeri è una pratica molto usata, noi l’abbiamo già applicata a Puno e sono così tanti i viaggiatori che adottano questo espediente che gli hotel sono preparati. In particolar modo proprio tra Cuzco e Machu Picchu è una prassi consolidata, anche perché Aguas Calientes non è che sia granché e trascorrerci una notte basta e avanza.
Prima di partire torniamo ancora a San Pedro per gli ultimi acquisti a Cuzco: cinque ciondoli, orecchini, shottino, agendina, peluche di alpaca, sei magneti e un borsellino per un totale di 100 Sol (26 Eu) pagati con Amex (in un mercato! un mercato peruviano!).
Alle 12:00 arriva puntuale il nostro tassista Willy e iniziamo le escursioni di oggi dal Qorichanka (ingresso 15 Sol, 3.90 Eu solo in contanti). Cuzco è tutta un affascinante intreccio di resti precolombiani e architettura coloniale ma l’emblema della fusione tra le due culture è visibile in questo tempio. Il colpo d’occhio esterno riassume perfettamente quanto è celato dietro le spesse mura: la struttura dell’attuale chiesa e il convento domenicano poggiano sulle solide fondamenta di antichi templi inca dedicati alla luna, alle stelle, all’arcobaleno e al tuono.
Qorikancha è l’emblema di come i conquistadores abbiano sostituito il culto politeista dei nativi con quello monoteista cattolico, costruendo un convento in stile coloniale sopra il più ricco tempio dell’impero inca. Tempio che fu addirittura un regalo di Francisco Pizarro a suo fratello Juan… e che regalo! Muri ricoperti da 700 lamine d’oro di 2 chili ciascuna e al centro una fonte ottagonale rivestita da 55 chili di oro massiccio! (Tutto ovviamente trafugato e fuso pochi mesi dopo l’arrivo degli spagnoli).
Al termine della visita torniamo da Willy e prendiamo una strada che ci porta fuori Cuzco e inizia a salire fino ai 3800 metri di quota di Chinchero. In questo villaggio d’altura ci fermiamo a visitare un’officina tessile di famiglie consorziate che filano la lana per produrre accessori che poi vendono a Cuzco. Qui abbiamo un incontro molto ravvicinato con la materia prima di questi artigiani: lama e alpaca pascolano fuori i cancelli e ne approfittiamo per qualche foto insieme alle star della fauna peruviana.
Riprendiamo la marcia fino a un belvedere che conosce Willy e che ci offre un panorama maestoso: alla nostra destra c’è Pisac, di fronte l’enorme massiccio Chicón con i suoi 5530 metri e la cima innevata, in basso la valle in cui scorre il fiume Urubamba.
L’aria è fredda e minaccia pioggia, risaliamo in macchina e andiamo dritti alla prossima tappa: le saline di Maras. L’ingresso costa 10 Sol (2.60 Eu) e basta un’occhiata d’insieme per meravigliarsi ancora di fronte all’ingegno dell’uomo e alla generosità della natura. Siamo in una gola stretta e profonda posta tra montagne altissime, qui una misteriosa sorgente di acqua carica di sodio ha permesso all’uomo di estrarre il sale nel cuore del Perù.
Queste saline sono utilizzate sin dall’epoca inca, sono costituite da ben 3000 vasche terrazzate che, attraverso un intricato sistema di canalizzazione, distribuiscono e raccolgono l’acqua della sorgente salata che nasce a 4000 metri sul livello del mare. Le vasche sono poste su più livelli in base alla qualità del sale da estrarre, prodotto per diversi scopi: allevamento del bestiame, uso medico e alimentare. Ci allontaniamo un attimo dal percorso guidato e ci spostiamo su un sentiero più panoramico per fare una foto spettacolare su uno scenario incredibile: un vento leggero ha spazzato via le nuvole, ora di fronte a noi abbiamo tutta la salina che termina alle pendici di un’altra gigantesca montagna carica di neve.
Prima di tornare alla macchina compriamo un po’ di sale e poi attraversiamo diversi villaggi prima di raggiungere Ollantaytambo. Questo paesino di 900 anime ospita un monumentale sito archeologico inca ed è un punto di riferimento importante per chi si dirige verso Machu Picchu. Facciamo un giro, scattiamo foto nelle vie acciottolate e ci spostiamo lentamente verso la stazione dove alle 18:34 abbiamo il nostro treno diretto ad Aguas Calientes. I treni sono usati soprattutto dai turisti perché costano molto, ci dispiace viaggiare con il buio perché alcuni tratti sono illuminati artificialmente e ci rendiamo conto che nell’oscurità deve esserci un paesaggio incredibile visto che il treno viaggia parallelo al fiume Urubamba che scorre impetuoso a pochi metri dalle rotaie.
Arriviamo puntuali alle 20:15, in stazione c’è grande fermento per quello che probabilmente sarà uno degli ultimi arrivi della giornata. Raggiungiamo sotto la pioggia il nostro hotel Panorama B&B e avvertiamo qualcosa di inquietante a cui non siamo abituati: avvolte nel buio, enormi montagne scure incombono sul nostro balcone con le loro pareti lisce e verticali. Muri alti 2600 metri che dietro di sé hanno celato per secoli l’ultima roccaforte degli inca.
In reception ci consigliano di fare subito il biglietto per il bus che prenderemo domani, quindi ci spostiamo in centro e restiamo direttamente fuori per cena.
Aguas Calientes sembra un outlet a uso e consumo di turisti che sono lì esclusivamente per Machu Picchu, quindi non aspettatevi niente di particolare. Purtroppo piove – e tanto! – quindi non facciamo una grande selezione tra i tantissimi ristoranti e ci buttiamo dentro El Mapi perché ci è piaciuto dall’esterno. Ordiniamo una versione un tantino più elaborata e scenografica del menù monotematico degli ultimi giorni: manzo saltato con patatine fritte, e pollo alla piastra con verdure e purè. Spendiamo 84 Sol (21.70 Eu) e facciamo ritorno verso l’albergo per gli ultimi preparativi. Domani ci aspetta il motivo principale per cui siamo qui: Machu Picchu e non solo, perché siamo pronti a scalare anche il Wayna Picchu.
Prima di andare a letto guardiamo ancora una volta lo splendido panorama dal nostro balcone e anche se siamo eccitati per l’impresa che ci attende, abbiamo davanti a noi abbiamo un sonnifero naturale che ci farà riposare: lo scroscio della pioggia incessante che si confonde con il rombo dell’Urubamba. Buonanotte! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 8,3 km

12/10 Machu Picchu – Cuzco

Ancora una sveglia all’alba, anzi prima perché nonostante la sveglia sia puntata alle 05:30 siamo svegli dalle 4:30! Il motivo è semplice: abbiamo la fermata dei bus per Machu Picchu proprio sotto l’hotel e sentiamo il vociare di tantissime persone che stanno iniziando a mettersi in fila per raggiungere il sito archeologico.
A proposito, come arrivare a Machu Picchu? Si può prendere un bus che costa ben 24 dollari per andata e ritorno (21 Eu). Serve a coprire 8 chilometri e impiega circa 20 minuti di tornanti a picco nel vuoto. Altrimenti è possibile salire a piedi.
I biglietti vanno comprati in centro, presso il botteghino di Consettur, il rivenditore ufficiale che gestisce anche gli spostamenti.
Sono quasi le 07:00 quando ci mettiamo in fila, ormai si è ridotta moltissimo perché i più mattinieri sono già saliti per vedere l’alba. Noi no! Tanto era nuvoloso… 🤣
La strada per arrivare in cima è sterrata e a tratti acciottolata, il bus si muove a scossoni nella radura rigogliosa. Ogni tanto incrocia qualche collega che marcia in direzione opposta e ognuno conosce bene chi ha la precedenza in base agli spazi di manovra. Può succedere di vedere accostare un bus ai margini di uno strapiombo: per chi soffre di vertigini non sarà un viaggio piacevole.
Arrivati all’ingresso mostriamo il biglietto e il passaporto. Ricordate di comprare in anticipo il titolo di accesso perché gli ingressi sono limitati, ho spiegato come fare nel post dedicato dove ci sono le istruzioni per acquistare il biglietto per Machu Picchu.
Una cosa da notare e che ci spiegano anche in hotel: all’interno del sito archeologico non ci sono bagni. Si trovano solo ai varchi di accesso e poi stop. Tenetelo in considerazione, specialmente se avete in programma di visitare anche Wayna Picchu. Subito dopo l’ingresso ci fermiamo a ritirare la mappa e iniziamo il nostro giro dalla Capanna del Custode, qui c’è un sentiero a zig-zag che porta a una serie di terrazzamenti da cui è possibile scattare la famosa foto panoramica di Machu Picchu. Il sito è avvolto dalla nebbia in attesa che il sole diventi alto, non piove più ma ci sono ancora nuvole che si muovono veloci e minacciose. Mentre facciamo foto e video, ci spostiamo alla ricerca di visuali sempre migliori e ogni volta il nostro soggetto immobile cambia grazie al movimento prodotto dalle nubi, dal sole, dalle ombre. L’antica cittadella inca si svela poco alla volta fino a mostrare tutta la sua magia fatta di storia, natura, spiritualità e mistero.
Le mura passano da un colore grigio plumbeo a tonalità più chiare man mano che il sole le asciuga, l’erba è di un verde brillante che abbaglia e mentre ci spostiamo verso l’interno del sito, i custodi iniziano a lavorare sulla manutenzione dei prati con la collaborazione di qualche lama lasciato liberamente e pascolare tra le rovine. Di fronte a noi incombe il massiccio verticale del Wayna Picchu, ci osserviamo a vicenda: siamo pronti alla sfida.
La nostra visita prosegue così, seguendo il percorso che affianca le vasche cerimoniali e si addentra nel cuore della città, passando per il Tempio del Sole e fino alla Piazza Sacra.
Machu Picchu fu annunciata al mondo dall’archeologo Hiram Bingham nel 1911, viene considerata la città perduta degli Inca perché non è mai menzionata nelle cronache dei Conquistadores spagnoli. Ma questo non vuol dire che sia stata scoperta agli inizi del XX secolo. Il sito era stato precedentemente saccheggiato da predoni e quando Bingham arrivò con la sua spedizione ci trovò addirittura dei campesinos che vivevano e lavoravano nella città sacra!
Quando si parla di Machu Picchu si parla di mistero perché la sua storia non è ben definita, di certo sono stati trovati templi, un osservatorio e strutture cerimoniali su un lato del grande prato centrale che separa l’altro lato della roccaforte inca, dove si trovano gli alloggi dei residenti, dei contadini e degli artigiani. La cittadella ha ospitato fino a 700 abitanti ed è stata costruita in circa 50/70 anni, nonostante un secolo di studi ancora non sono riusciti ad attribuire con esattezza perché sia stata costruita in questo luogo remoto a 2400 metri d’altezza. Le ipotesi sono diverse: si va dalla città consacrata agli dei dai sacerdoti, per via della sua buona posizione per osservare le stelle, fino alla residenza estiva di Pachacutec, l’imperatore che favorì l’espansione degli inca, fino ad arrivare alla tesi più affascinante che vede rifugiarsi in questa roccaforte gli ultimi inca, consapevoli della sconfitta subita dagli spagnoli e dell’impossibilità di risollevare le sorti dell’impero. Decisero quindi di isolarsi per preservare la loro identità senza più contatti con gli uomini bianchi, in attesa di riconquistare il Perù ormai perso.
Il nostro viaggio nel tempo si interrompe alle 10:00, quando dopo aver attraversato tutta la città arriviamo alle pendici del Wayna Picchu: è arrivato il momento di iniziare l’ascesa.
Il Wayna Picchu, o Huayna Picchu, ormai si è capito, è quel cucuzzolo che sovrasta Machu Picchu. Dalle foto classiche del sito archeologico, quelle che conosciamo tutti, non si vede, eppure proprio lassù ci sono le rovine di un tempio e per arrivarci si percorre una vertiginosa scalinata che sembra scolpita nella roccia. Man mano che ci avviciniamo all’ingresso del Wayna riusciamo a vedere a occhio nudo le persone stanno salendo, ed è un po’ come aspettare il proprio turno sotto una montagna russa al Luna Park. Poi è toccato a noi.
Si può accedere al Wayna Picchu solo su prenotazione e l’ascesa è divisa in due turni di due ore, uno alle 08:00 e uno alle 10:00, il nostro. Ogni turno è riservato a massimo 200 persone al giorno, quindi chi ha intenzione di fare questa esperienza deve giocare d’anticipo. All’ingresso firmiamo un registro con l’orario di partenza e mentre entriamo nel fitto della foresta assistiamo a scene di giubilo di persone che tornano stravolte dalla fatica ma che hanno completato il percorso.
Il dislivello è solo di 300 metri ma ci vogliono tra i 60 e i 90 minuti per arrivare in cima. All’inizio è una passeggiata in salita, con qualche fatica in più per l’altitudine, poi diventa sempre più impegnativa. I gradini sono stretti e alti, mentre li affronti incontri qualcuno che rinuncia e torna indietro, superi persone che poi non vedrai arrivare in alto ma resti sempre concentrato sulle scale. Ogni tanto tiriamo su la testa per ammirare il paesaggio che ci circonda. In alcuni tratti le scale sono a pioli e bisogna usare mani e piedi per salire, più si va su e più diventa difficile. L’attenzione è alta perché è piovuto molto e alcuni tratti sono scivolosi, non ci sono protezioni e sotto c’è uno strapiombo di 2000 metri che termina nel fiume Urubamba. Tutto intorno altre vette enormi rivestite di alberi.
Facciamo tre pause per bere, senza sederci e senza recuperare troppo per non perdere il ritmo. Dopo 50 minuti siamo in vetta e il panorama ripaga la fatica: questa visuale di Machu Picchu la vedono meno di 400 persone al giorno e noi ce l’abbiamo fatta!
La discesa è sicuramente meno impegnativa della salita ma ugualmente complicata per questioni di sicurezza, quindi manteniamo alta la concentrazione fino al momento di firmare il registro con l’orario del ritorno: sono le 12:15 quando rientriamo nel sito principale ancora pieni di adrenalina e carichi di nuove energie nonostante la fatica. Ci avviamo lentamente verso l’uscita continuando a vagare per il lato di Machu Picchu che ancora non abbiamo visto, poi ci mettiamo in coda per prendere il bus del ritorno (una fila di quasi un’ora) che ci riporterà in hotel per fare una pausa prima di riprendere il treno. Siamo stanchi, sporchi e sudati eppure molto soddisfatti!
Non abbiamo più la camera ma in reception sanno come funziona con le escursioni, quindi ci permettono di usare i bagni e preparare qualche tisana e panini con marmellata. Sembra sia stata solo una tregua durata giusto il tempo della nostra missione, perché nel pomeriggio riprendere a piovere fortissimo e continua finché non andiamo in stazione a prendere il treno che alle 16:33 ci porterà a Poroy, la stazione di riferimento di Cuzco (16 km), dove ci aspetta Willy per riportarci al nostro hotel (30 Sol – 7.80 Eu) per ricongiungerci con le nostre valigie.
Sono le 21:15 passate e siamo cotti, quindi non perdiamo tempo a cercare un locale e ci infiliamo nel ristorante dell’albergo di fronte a noi: il bellissimo patio coloniale del Terra Andina sarà la cornice di quest’ultima cena a base di riso e pollo 93.50 Sol (24.10 Eu).
Poi resta solo il tempo di una lunga doccia e crolliamo. Con la visita a Machu Picchu il viaggio ha toccato il suo apice e tutto è filato alla grande, da domani si pensa al ritorno a casa…

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,5 km

13/10 Cuzco – Lima

Dopo l’ultima colazione a Cuzco facciamo check out e alle 09:00 siamo nella macchina di Willy che è venuto a prenderci per accompagnarci in aeroporto.
Willy è stato molto gentile, ha sempre guidato bene e accolto le nostre richieste. Al momento dei saluti gli facciamo i complimenti per come svolge il suo lavoro e promettiamo che suggeriremo volentieri il suo nome ad altri viaggiatori che andranno in Perù a fare questo giro: promessa mantenuta!
In aeroporto notiamo per la prima volta una certa inefficienza organizzativa di cui avevamo tanto letto, forse con gli aerei ci sanno fare un po’ meno rispetto alle corriere ma la traversata Cuzco-Lima in bus proprio non si poteva fare e quindi pazienza se prima ci dicono un gate e dopo 10 minuti un altro ancora. Anche al nuovo gate vediamo che imbarcano un volo diverso dal nostro e solo un annuncio carpito al volo dall’altoparlante ci informa del nuovo cambio: stavolta il gate è tre piani più in basso. Quando arriviamo al posto giusto evidentemente non è il momento giusto perché ci dicono che il nostro aereo ancora deve arrivare! Alla fine il ritardo totale sarà solo di mezz’ora, sopportabile.
Alle 13:30 lasciamo l’aeroporto di Lima con un taxi Green per 60 Sol (15.60 Eu) più uno sconto di 10 Sol se lo prenderemo anche per il ritorno.
Dopo due settimane siamo di nuovo qui, nella capitale, immersi nel traffico e a 45 minuti dalla nostra destinazione. Stavolta non andiamo a Miraflores ma nell’adiacente quartiere San Isidro, il cuore finanziario di Lima, dove ci aspetta l’ultima notte peruviana presso l’Atton Hotel. In realtà noi abbiamo prenotato l’hotel Foresta ma a causa di lavori di ristrutturazione ci hanno ricollocato in questa struttura, un upgrade inaspettato e sicuramente gradito una volta visto l’albergo e i suoi servizi. Ma non perdiamo tempo, ormai siamo allenati a certi ritmi, quindi lasciamo solo le valigie, raccogliamo in reception qualche informazione per cena e andiamo dritti in centro con un taxi fermato per strada (quelli che sostano vicino gli alberghi costano sempre di più!) al costo di 15 Sol (3.90 Eu).
Il programma che abbiamo in testa è molto semplice: seguire l’itinerario a piedi di Lima Centro suggerito dalla Lonely, con alcune varianti fatte in casa. Partiamo dalla bella Plaza San Marten e procediamo lungo la pedonale Jiròn de la Uniòn: una strada dello shopping un po’ scalcagnata. Durante il tragitto ci fermiamo a visitare la barocca Iglesia de la Merced, una chiesa del 1541 dove fu celebrata la prima messa di Lima, e poi riprendiamo il cammino verso la grande Plaza de Armas.
Curata, ampia, con un’antica fontana del 1650 al centro, la piazza fu il primo insediamento spagnolo e il Palazzo del Governo, quello dell’Arcivescovo, e la Cattedrale della città, che la circondano, ne testimoniano ancora oggi l’importanza.  Dopo aver fortuitamente assistito al cambio della guardia del palazzo presidenziale e all’ingresso di una sposa nella cattedrale, scortata da un manipolo di militari in alta uniforme, ci allunghiamo a visitare l’importante chiesa di Santo Domingo che custodisce le spoglie di tre santi peruviani e proseguiamo per il Parque de la Muralla, situato alle spalle dei palazzi governativi e a ridosso del fiume Rimac. Qui si possono osservare alcuni tratti dell’antica cinta muraria ma noi restiamo soprattutto affascinati dalle piccole arene circolari che sono disseminate nel parco, dove la gente del posto si accalca per assistere a spettacoli teatrali, musicali, di danza tradizionale e sembra divertirsi un mondo.
Non capiamo molto di quello che accade e non riusciamo ad apprezzare l’intrattenimento proposto, così ci rifugiamo nella prossima destinazione, decisamente più prosaica: il supermercato Metro, per acquistare spezie, gelatine e cioccolata (24 Sol, 6.25 Eu).
Ormai è buio, il quartiere non è proprio dei migliori e anche sulla guida consigliano di visitarlo solo durante il giorno, così ci spostiamo verso le zone dove ci sono i locali per trascorrere la serata. Basta riso e pollo! Per l’ultima cena peruviana vogliamo mangiare pesce, come il primo giorno, quindi torniamo a Miraflores e visto che il tassista che abbiamo fermato sembra non conoscere troppo bene la strada, né come funziona il navigatore di Google, gli diamo una mano e con 20 Sol (5.20 Eu) ci portiamo da soli da Punto Azul (quello in Calle San Martin, l’altro locale con lo stesso nome è aperto solo a pranzo). Dopo un’attesa di 45 minuti ci fanno sedere e ordiniamo: polpo arrosto, un esplosivo riso con calamari e gamberi, davvero molto condito e due grandi filetti di palmerita arrosto, un pesce locale accompagnato con insalata. Spendiamo 125 Sol (32.60 Eu) e siamo pronti a lasciare il Perù con un ottimo sapore in bocca. Proprio come successo all’arrivo da Panchita, ormai è chiaro: in Perù si mangia benissimo! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 7 km

14/10 Lima – Roma

La miglior colazione del viaggio la facciamo proprio sul gran finale all’Hatton, al quale chiediamo (e otteniamo) un check-out ritardato alle 14:00 per fare i bagagli dopo una visita al Mercado Inca e a quello Indio per le ultime compere.
Spendiamo 20 Sol in tutto per andare e tornare (5.20 Eu), compriamo giusto qualche coppa con cannuccia per il mate e vaghiamo tra i banchi ormai stanchi, non c’è niente di diverso o particolarmente conveniente che non abbiamo già visto durante il viaggio. La conclusione in materia di souvenir per noi è semplice: meglio comprare di volta in volta durante le varie tappe e non attendere l’ultimo giorno a Lima.
Al ritorno ci mettono a disposizione sauna e doccia per rilassarci prima di lasciare l’hotel, purtroppo dobbiamo rinunciare perché sono quasi le 16:00 e il taxi che abbiamo prenotato sta per arrivare. Chiudiamo in fretta le valigie e il ritardo di 15 minuti del nostro taxi che arriva solo in seguito a un sollecito telefonico della reception, è un cattivo presagio per tutto quello che succederà durante il viaggio di ritorno.
KLM ci comunica via SMS di aver cancellato la nostra coincidenza da Amsterdam a Roma per un problema tecnico e ci sposta su un aereo Iberia che parte da Lima e fa scalo a Madrid per atterrare a Roma addirittura 20 minuti prima di quanto previsto dal nostro piano di volo. Facciamo regolarmente check-in ai banchi di Iberia, imbarchiamo i bagagli e mentre ci spostiamo al gate delle partenze compriamo al duty free pisco e cioccolata.
Siamo in coda per salire a bordo quando sentiamo i nostri cognomi dall’altoparlante e pensiamo a qualche priorità concessa per via della cancellazione. Invece è l’esatto contrario: ci comunicano che siamo in overbooking e che potremo salire a bordo solo se qualcuno rinuncerà a partire!
Una volta riempito l’aereo e lasciati a terra, il personale Iberia ci porta rapidamente all’imbarco del KLM in partenza, in pratica sul volo che avremmo dovuto prendere e che avevamo acquistato!
La domanda resterà irrisolta: perché spostarci su Iberia sin da Lima se il volo KLM cancellato era solo la coincidenza Amsterdam-Roma e non quello in partenza dalla capitale peruviana? Il mistero lo capiamo in volo, quando si presenta il capitano dell’aereo con le nostre nuove carte d’imbarco e scopriamo che ci hanno prenotato un albergo per la notte del 15 Ottobre ad Amsterdam ed emesso un biglietto per Roma per la mattina all’alba del 16/10: il tutto di propria iniziativa e senza informarci adeguatamente.
Ma non è finita, perché ovviamente i nostri bagagli sono rimasti nella stiva dell’aereo Iberia, con la rassicurazione che sarebbero arrivati a Roma prima di noi e che li avremmo già trovati a destinazione. Sì, come no…
Una volta atterrati a Schipol andiamo al desk KLM, protestiamo per come hanno gestito il nostro caso e chiediamo di trovare un aereo che ci porti a destinazione secondo i nostri piani e che ci ricongiunga al più presto con i nostri bagagli e non il giorno dopo. Tirano fuori dal cilindro un volo in partenza per Bruxelles e poi dalla capitale belga un aereo Brussels Airlines con destinazione Roma. Con questo doppio scalo riusciamo ad arrivare due ore dopo l’aereo che da Madrid avrebbe portato le nostre valigie. Condizionale d’obbligo perché una volta a Roma, come previsto, le valigie non sono arrivate e nessuno sa dove siano.
All’ufficio Lost & Found accettano la denuncia a titolo di cortesia perché il responsabile della consegna bagagli è sempre l’ultimo vettore, in questo caso Brussels Airlines, che però le nostre valigie non l’ha neanche mai viste! Difatti arrivano dopo altri due giorni dall’aeroporto di Madrid dove sono state ispezionate in dogana e ci chiamano per andare a riprenderle perché nessuna compagnia si assumeva le responsabilità dell’accaduto e il costosissimo onere di una consegna a domicilio! Ok, vado a prenderle di persona e poi iniziamo la trafila dei reclami e le richieste di risarcimento.
Nel momento in cui pubblico questo post, 20 giorni dopo il ritorno, in seguito a numerosi solleciti via social e sito, KLM ha risposto con scuse formali e una proposta di rimborso di 125 Euro per passeggero. Proposta che ho declinato per portare avanti una richiesta di risarcimento più adeguata alla gravità dei fatti e ai disagi procurati con un comportamento irresponsabile delle compagnie aeree coinvolte. Abbiamo trovato supporto presso un legale specializzato di Federviaggiatori e al termine della disputa aggiornerò il post con l’esito della citazione in giudizio.
Ma non vogliamo che sia questo il ricordo finale del viaggio.
Quanto accaduto sulla strada del ritorno è solo un episodio negativo, gestito malissimo da KLM, che non influenzerà il ricordo positivo di 15 giorni trascorsi a stretto contatto con la natura, il cibo, i paesaggi, i colori e la gente del Perù.

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 90 km

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Perù di Lonely Planet disponibile su Amazon
Libri letti su Kindle: I simboli maya, inca e aztechi di Heike Owusu, Paperino – Il mistero degli Incas di Carl Barks e La via d’oro di James Rollins
Tutti i dettagli sulla prenotazione dei treni, dei bus e degli ingressi a Machu Picchu sono descritti nel post dedicato all’organizzazione di un viaggio in Perù

Diario di viaggio in Normandia e Mont Saint-Michel

Viaggio in Normandia
Giverny, Honfleur, Etretat, Omaha Beach, Bayeux e Mont Sant-Michel: meraviglie di Normandia

Ci abbiamo provato l’anno scorso, a Giugno, ma non ci siamo riusciti: andare in Normandia durante i giorni di rievocazione dello sbarco (6 Giugno) è stato impossibile! Quindi abbiamo rimandato a un periodo più calmo, ed eccoci qua!
Il programma di viaggio prevede l’attraversamento del Nord della Francia: prima tappa la mistica rocca di Mont Saint-Michel, poi le martoriate spiagge che durante la II Guerra Mondiale furono determinanti per la riconquista dell’Europa da parte degli Alleati e infine un’escursione a Honfleur, Etretat e Giverny, lungo strade molto amate dai pittori impressionisti di fine ‘800. Partiamo? 😉

28/03 Roma – Parigi – Rouen – Mont Saint-Michel (346 km)

Questa fuga di Pasqua in Normandia non è stata pianificata con larghissimo anticipo, i biglietti li abbiamo prenotati l’11/02 e gli hotel il 25/02: praticamente un solo mese prima di partire.
Eppure abbiamo strappato ottime tariffe: per il volo a/r Ryanair – complice l’orario di partenza da fornaio – spendiamo 103 Euro a testa, partenza da Roma alle 06:30 e arrivo a Parigi (Beauvais) alle 08:50. Ormai siamo di casa a Beauvais, è il nostro terzo atterraggio, e stavolta abbiamo deciso addirittura di spenderci l’ultima notte. Ma per questo c’è tempo, siamo appena all’inizio 😉
Ryanair non manca mai di sorprendere i suoi clienti con modifiche sulla politica dei bagagli, quindi è bene essere sempre aggiornati. Le ultime novità sul bagaglio a mano sono del 15/01/2018 e si possono sintetizzare così: con il biglietto ordinario non è più possibile portare in cabina il trolley ma solo uno zainetto o una borsa di piccole dimensioni che entrano sotto il sedile. Hanno diritto al bagaglio a mano in cabina (fino a esaurimento dei posti nelle cappelliere) e all’imbarco prioritario solo i possessori di biglietto Premium (5 Euro in più durante l’acquisto, 6 Euro dopo). Tutti gli altri passeggeri possono portare il proprio trolley (mi raccomando alle dimensioni e al peso!) fino al gate di imbarco ma al momento di salire a bordo sarà etichettato e messo in stiva (gratis, ovviamente). Se poi volete star tranquilli, consiglio di dare sempre un’occhiata alla pagina che risponde a tutte le domande sul bagaglio a mano di RyanAir.
Visto che abbiamo imbarcato una valigia grande, all’arrivo non ci costa molto aspettare sul nastro anche quello che fu il “bagaglio a mano”. L’aeroporto è piccolo, le indicazioni sono facili da seguire ma questa volta non cerchiamo lo shuttle che porta a Parigi (un’ora abbondante, 14.50 Euro, capolinea Port Maillot dove c’è la metro). Stavolta raggiungiamo l’edificio di fronte al terminal, dove sono raccolti i banchi degli autonoleggi e puntiamo quello dell’Avis, per ritirare l’auto prenotata per 6 giorni a 157 Euro su Rentalcars (sito del gruppo Booking).
Ci assegnano una Ford Fiesta Diesel nuova di zecca, nella tariffa sono inclusi 1500 km. Al momento del ritiro bisogna presentare patente, carta d’identità e una carta di credito (non di debito!) per le cauzioni, anche se avete già pagato in anticipo. Tutto come previsto, quello che non ti spiegano durante la prenotazione online è l’ammontare di queste cauzioni: 900 euro! Non proprio un dettaglio. 800 Euro sono per eventuali danni e 100 se arriveranno multe, la cifra viene congelata e restituita alla riconsegna dell’auto.
La nostra Fiesta è ben accessoriata: cruise control, avviso e correzione automatica di cambio corsia, segnalatore di sosta durante la guida, lettore dei segnali stradali, sensori di posteggio, ecc… c’è tutto per un viaggio sicuro, quello che non dovrebbe esserci è un odore acido che persiste anche dopo i primi chilometri con i finestrini aperti. Qualcuno ha trasportato formaggi francesi oppure non osiamo immaginare altro, l’olezzo ci basta per battezzare la nostra nuova compagna di viaggio: Puzzarella 🙂
Sono le 10:15 quando azzeriamo il contachilometri e iniziamo il viaggio on the road in Normandia, la prima tappa sarà Rouen e ci arriveremo guidati dal nostro nuovo navigatore TomTom Start 42 che abbiamo comprato per 89.90 Euro completo di tutte le mappe d’Europa, una cifra inferiore rispetto a quanto sarebbe costato noleggiarlo con l’auto.
Arriviamo a destinazione alle 12:00 dopo aver guidato per soli 87 chilometri sotto una pioggia incessante che, purtroppo, sarà spesso una costante dell’intero viaggio: sì, è vero, il meteo in Normandia è particolarmente instabile. Preparate la valigia con k-way e portate un ombrellino, perché anche nella giornata più soleggiata probabilmente tornerà utile. I cambiamenti sono così repentini che è meglio non farsi cogliere impreparati, difatti l’ombrello comprato durante il bagnatissimo viaggio di Natale a Sofia si rivela subito utile.
Lasciamo la macchina in un (costosissimo) parcheggio multipiano in pieno centro (2 ore, 6 Euro) e facciamo un giro intorno al Palazzo di Giustizia nel cuore del centro storico medievale, circondati da abitazioni in stile normanno con le facciate a graticcio. Arriviamo fino a una delle antiche porte cittadine, quella più conosciuta che ospita il grande orologio astronomico che dal 1389 scandisce le ore di Rouen. Da qui ci spostiamo verso la cattedrale di Notre-Dame, capolavoro di gotico fiammeggiante che mostra con orgoglio un enorme rosone decorato. Peccato non poterlo ammirare dall’interno visto che l’edificio è chiuso tra le 12:00 e le 14:00!
Non ci resta che appostarci fuori a scattare foto cercando gli stessi angoli che Monet immortalò in ben 31 tele dedicate alla cattedrale alla fine del 1800. Durante il nostro servizio fotografico improvvisato notiamo che le torri laterali sono diverse, proprio come la Manquita di Malaga vista durante l’ultimo viaggio in Andalusia. Le due torri sono diverse per forma e anche per colore: una è di colore giallo paglierino, quella detta Torre del Burro, perché venne finanziata dall’omonima Confraternita di commercianti. Ecco, si comincia a parlare di cibo e quindi perché non fare la prima pausa gastronomica francese? Giusto un assaggio: fougasse aux lardons, una focaccia tempestata di cubetti di pancetta (2.40 Euro).
Visto che per riprendere la macchina e proseguire il viaggio dobbiamo attraversare un centro commerciale, ne approfittiamo per fare subito una piccola spesuccia per le colazioni dei prossimi giorni e qualche spuntino: nel nostro carrello finiscono una tanica di acqua da 5 litri e due bottigliette da rifornire, patatine, succhi di frutta, mandorle sgusciate, cubetti di zenzero e limone canditi, mandarini e una confezione da sei di simil-Girella (12.40 Euro)
Riprendiamo la strada verso la tappa-regina di questo viaggio e ce la prendiamo comoda, un po’ per ambientarci sulle strade francesi, un po’ perché la pioggia non ci molla. Percorriamo altri 259 chilometri fino a destinazione, dove arriviamo alle 18:00. Non ci sono volute 4 ore di guida, eh! Abbiamo rallentato molto perché in prossimità dell’arrivo ci siamo fermati più volte per fotografare da lontano l’isola con la fortezza e l’abbazia più conosciute di Francia: Mont Saint-Michel.
Che dire: l’impatto prospettico è notevole, davanti a noi ci sono chilometri di campi verdi dove i montoni locali brucano beatamente. Un paesaggio già visto in cartolina e sui libri di scuola ce lo ritroviamo finalmente davanti, in attesa di ritrovarlo anche a tavola! 😛
Ora è il momento di alcune informazioni utili per prenotare un hotel a Mont Saint-Michel. Allora, negli ultimi anni l’area è molto cambiata e l’accesso alla città-fortezza è limitato perché, mentre in tutto il mondo si calcolano i rischi causati dall’innalzamento del livello dei mari, qui – a causa di una diga – stava accadendo il contrario: la terra e la vegetazione avanzavano e guadagnavano nuovi spazi a discapito del mare. Mont Saint-Michel rischiava di perdere per sempre la sua origine naturale di isola inespugnabile protetta dalle maree. Solo grazie a una profonda riprogettazione del sistema di chiuse e di accessi al sito, l’ingegneria ha restituito alla marea la sua piena espressione e ha conservato Mont Saint-Michel come è sempre stata.
Questi cambiamenti hanno ridotto gli accessi al ponte-passarella che collega l’isola con la terraferma, solo i clienti dei pochi hotel all’interno della ZTL – la Caserne – possono entrare in macchina e da qui, in ogni caso, possono andare verso la rocca solo con le navette di servizio. Tutti gli altri visitatori arrivano da fuori con i bus locali oppure devono lasciare l’auto nel grande parcheggio all’ingresso del villaggio e proseguire esclusivamente a piedi o con la navetta interna (Le Passeur). Questo è decisamente da considerare prima di prenotare: noi abbiamo scelto di soggiornare nell’area protetta e una volta sul posto ci siamo resi conto che è stata un’ottima scelta. Arrivare da fuori, con la pioggia, e dipendere esclusivamente dai bus locali avrebbe complicato il soggiorno. Questa mappa interattiva spiega chiaramente quanto appena descritto.
Noi abbiamo prenotato l’Hotel Vert che in occasione dell’arrivo ci ha dato un codice numerico da inserire alla sbarra per gli accessi riservati. Abbiamo parcheggiato e alla reception ci hanno dato subito una buona notizia e una meno buona: la prima era che la navetta gratuita passava proprio di fronte al nostro  hotel, la seconda invece era l’orario della marea prevista alle 18:10. Con soli 10 minuti a disposizione abbiamo lanciato le valigie in camera e ci siamo fiondati al volo sulla navetta.
Siccome la marea di oggi ha coefficiente 66, quindi piuttosto bassa rispetto all’effetto che ci si aspetta di vedere, mentre quella di domani – ben 81 cm! – sarà notevole (coefficiente 100 è considerata una super-marea), decidiamo di fare solo un po’ di foto e un rapido sopralluogo esplorativo lungo le mura di ronda. L’ingresso è unico, dalla porta principale dell’Avancée, e una volta dentro prendiamo subito le prime scale sulla destra che salgono su un torrione che affaccia verso la terraferma. Da qui proseguiamo lungo il perimetro alto della rocca e ammiriamo l’intersecarsi di giardini, abitazioni, edifici governativi ed ecclesiastici. Una passeggiata che, notiamo, non ci porterà verso l’altra metà dell’isola, quella che affaccia sul mare aperto. Questa vista è possibile solo dai punti panoramici dell’abbazia. Concludiamo quindi la nostra escursione rientrando attraverso il torrione Nord, quello maggiormente consigliato per vedere le maree, e da qui torniamo verso l’uscita.
Tira un gran vento, iniziamo a sentire la stanchezza e decidiamo di rientrare in hotel ancora con la navetta. Su questo shuttle ci sono delle caratteristiche che vale la pena menzionare: ha solo tre fermate, il capolinea dista 350 metri dall’ingresso, è elettrica, gratuita e non fa inversioni ma marcia avanti e indietro semplicemente cambiando la postazione di guida; è attiva sette giorni su sette (tranne il 25/12 e l’1/01) dalle 07:30 fino all’1:00 e passa ogni 15/20 minuti in base al numero di turisti presenti. 
La giornata sta per finire, prima però c’è uno dei momenti che preferiamo in viaggio: scegliere il ristorante e mangiare. Accettiamo la disponibilità limitata perché non intendiamo riprendere la macchina, uscire, cercare strade e acquistare un nuovo codice per l’ingresso (4 Euro), quindi valutiamo solo locali raggiungibili a piedi e alla fine optiamo per Ferm Sant Michel, una vecchia stazione di posta subito fuori la Caserne.
All’ingresso ci sono vecchie carrozze e l’interno è molto curato, con un soffitto altissimo in muratura e legno e un grande camino scoppiettante. Fuori ci sono 4 gradi e trovare un’ambiente così caldo e accogliente stuzzica ancora di più l’appetito, è il momento perfetto per prendere confidenza con una costante del viaggio in Normandia: il menù fisso. Lo propongono praticamente tutti i ristoranti e basta il desiderio di assaggiare un paio di portate per rendere conveniente la formula del menù, che di solito è composto da tre elementi: antipasto, piatto principale e dessert. Siccome i costi delle singole portate sono mediamente alti vale la pena ammortizzarli con il “pacchetto”. Ci sono diversi menu fissi con diversi prezzi, la differenza sta nel tipo di portate che si possono scegliere per comporre il proprio pasto.
Noi scegliamo il Menu du visiteur e dalle varie opzioni ordiniamo un duo di terrine, una con legumi e una con una base di agnello pré-salé al foie gras; come primo piatto agnello, ancora pré salé, sfilacciato con purea di patate, e per dolce una creme brûlé. Ci abbiamo aggiunto anche un petto di pollo alla griglia marinato nel miele e mezzo litro di Chardonnay. Nell’attesa ci hanno offerto anche una piccola zuppa di frutti di mare frullati, bollente e servita in bicchierini: un intruglio né mangiabile né bevibile. Tutto il resto era buono ma senz’anima, diciamo che l’atmosfera ha fatto meglio dello chef (49 Euro).
Ricordate che qualche rigo fa l’avevo giurata a quei montoni? Detto-fatto! L’agnello pré-salé descritto nel menù è un tipo di carne che si può mangiare solo qui, difatti è protetto da un marchio AOP. “Pré-salé” dà l’idea di qualcosa di “pre-salato” e in un certo senso è proprio così: pré in francese vuol dire prato e questi benedetti agnelli brucano ogni giorno erbe ricche di sali minerali perché bagnate dalle maree, quindi le loro carni hanno un gusto particolare.
Questa notte sogneremo prati salati.

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,9 km

29/03 Mont Sant-Michel

Dopo quasi 24 ore svegli ci siamo regalati una bella dormita, sveglia con calma, colazione in camera e poi di nuovo in strada per raggiungere la vicina diga sul fiume Couesnon.
Qui c’è un osservatorio, a pochi passi dal lungo ponte-passerella, dove una serie di pannelli spiega gli interventi che sono stati fatti per scongiurare la catastrofe ambientale e paesaggistica che Mont Sant-Michel ha rischiato.
Anche oggi c’è vento e pioggia, la temperatura massima arriva a 6 gradi e la percepita è solo 2: questo conferma quanto sia instabile il meteo della Normandia e ci dà una spiegazione sul perché ci siano così pochi turisti. Ci aspettavamo il delirio pre-pasquale, con un’altissima concentrazione di viaggiatori e invece non c’è quasi nessuno. Sui depliant dei servizi locali preso in hotel (stampato anche in italiano) è spiegato che l’alta stagione inizia dal giorno di Pasqua e finisce l’1/10, quindi siamo in bassa stagione e si nota: non sembra affatto un sito Patrimonio dell’UNESCO che supera i 3 milioni di visitatori all’anno!
Ci spostiamo verso il centro informazioni e il bookshop per fare qualche acquisto prima di tornare sull’isolotto, ci scaldiamo un po’ mentre nel carrello finiscono i primi souvenir: ormai immancabili ospiti per le collezioni nostre e di amici, acquistiamo calamite, sportine, t-shirt e shottini (40 Euro). Visto che ci troviamo, allunghiamo la pausa e facciamo uno spuntino con una baguette prosciutto e formaggio, accompagnata da una birra La Croix des Grèves Blonde prodotta dai monaci dell’abbazia.
Ok, le batterie sono cariche e le calorie sono pronte per essere dissipate. Il Passeur non si fa attendere, saliamo e man mano che ci avviciniamo all’isola la pioggia concede una tregua benevola che ci permette di arrivare senza ombrello dalle pendici della rocca di granito fino in cima all’abbazia. Ci godiamo una bella passeggiata lungo la stradina principale, la Grand Rue, che ieri avevamo evitato in favore del giro di ronda e ci immergiamo in un’atmosfera medievale perfettamente credibile. Sì, ci sono molti negozietti di souvenir, B&B e ristoranti, ma sono discreti e con insegne in linea con il decoro storico, niente di pacchiano o fuori posto. Tutte le attività sono integrate perfettamente in strutture che risalgono al XV-XVI secolo.
La salita ci porta fino all’ingresso dell’abbazia, il biglietto costa 10 Euro e ritirata la mappa-guida (in italiano) ci addentriamo nella Meraviglia d’Occidente che segna il confine tra la Bretagna e la Normandia. Un timido sole si affaccia tra le nuvole e proietta le ombre delle guglie gotiche sulle scale che portano alla terrazza Saut-Gautier. Sembra di essere entrati in una trama fantasy, un genere che non amo ma che rende l’idea. Tutto è enorme: sembra incredibile che dal XII secolo siano riusciti a costruire in un fazzoletto di terra questo capolavoro imponente di architettura civile, militare e religiosa.
L’intera struttura ha assunto nel tempo una forma piramidale perché è stata realmente costruita a strati, quindi una base ampia per il popolo e il commercio, protetta da mura perimetrali, e in cima a tutto l’abbazia con la rocca militare. Ovviamente la componente religiosa è stata prevalente nei secoli, dal semplice oratorio fino alla creazione di una meraviglia che a un certo punto della sua storia è diventata anche strategica sul piano militare: nessuno ha mai espugnato Mont Sant-Michel.
Man mano che si esplorano le sale si comprende pienamente il gioco di incastri che, come una scatola cinese, configura un equilibrio perfetto tra la leggerezza delle guglie e l’imponenza delle mura. Il complesso non è costruito solo dal basso verso l’alto ma anche dall’interno verso l’esterno, creando un gioco sapiente di labirinti che si intersecano e di spazi che si sovrappongono senza disturbarsi nelle loro funzioni, dall’ampio refettorio al chiostro. Quest’ultimo è una meraviglia nella meraviglia, perché non ti aspetti possa trovare spazio anche un cortile verde e ben curato in spazi apparentemente angusti.
Gli interni sono profondi e megalitici, i contrafforti, i pilastri, i camini, tutto è enorme e contrasta con gli stretti corridoi, le scale e i passaggi chiusi al pubblico che sembrano collegare segretamente altri locali ancora. Insomma, dietro ogni angolo c’è qualcosa che sorprende ma quello che accade quando arriviamo sul belvedere non ha eguali. Stavolta non è l’uomo a meravigliare ma la natura: finalmente vediamo l’altra faccia della rocca e davanti a noi l’intera baia.
Il complesso chiude alle 17:00, dietro di noi non c’è più nessuno e per questo già alle 17:15 siamo praticamente da soli a scattare foto panoramiche quando a un tratto si distingue nettamente un rumore di fondo, come uno scroscio d’acqua. Allora torniamo alla balaustra e davanti a noi vediamo finalmente il più grande spettacolo di Mont Sant-Michel: l’arrivo della marea!
Per conoscere gli orari consiglio di visitare il sito ufficiale dove è possibile scaricare ogni anno il calendario delle maree, sono informazioni che danno anche gli hotel ma per noi saperlo in anticipo è stato determinante già in Italia, per le prenotazioni e l’organizzazione della visita. Tutto è stato perfetto, siamo riusciti a vedere la marea che arriva veloce “come un cavallo al galoppo” e copre tutto il territorio sabbioso: ci siamo trovati al posto giusto nel momento giusto (due ore prima del picco massimo). A interrompere la visione arrivano due addetti del museo che ci invitano a riprendere la visita perché chiuderanno tutte le porte alle nostre spalle, va bene: missione compiuta per noi! 😉
All’uscita prendiamo la strada di ieri e ci spostiamo sulla torre Nord, la pioggia ricomincia a cadere lentamente e sotto un sole che resiste crea due arcobaleni sull’orizzonte interno della baia. La luce è magica, ci becchiamo addirittura uno scoppio improvviso di grandine e notiamo che anche da questo lato l’onda lunga di marea avanza verso l’interno, più lentamente ma sempre visibile a occhio nudo, per abbracciare l’intera isola lasciando asciutto solo il ponte-passerella (che in casi eccezionali può anche essere sommerso).
Mentre aspettiamo la navetta facciamo nuove foto perché lo scenario è completamente diverso da ieri e ci regala lo scatto perfetto per il nostro profilo Instagram Handmade_Travel.
Per cena già sappiamo dove andare, la Caserne non offre grandissima scelta e il Relais du Roy ci è sembrato quello con le recensioni più equilibrate. Diciamo pure che sembra essere quello meno trappola per turisti ma soprattutto è vicino sia al nostro hotel sia alla navetta, visto che intendiamo tornare anche dopo cena sull’isola.
Ormai sappiamo come funziona, quindi andiamo decisi con l’ordine di due Pelèrin Menu: antipasti con filetti di sgombro marinato nel lime e spolverato di kumbawa (un agrume giapponese che assaggiamo qui per la prima volta, alla faccia del recente viaggio in Giappone!); un filetto di salmone ripieno di ricotta ed erbette aromatiche e il duo di formaggi normanni (puzzolentissimi Camembert e Pont l’Eveque); come piatti principali ancora agnello pré-salé in torta e crosta di pan di zenzero e una Relais Style Montoise Omelet, in pratica una mega frittata che riproduce la famosa ricetta – e le dimensioni! – della più nota Mère Poulard (il ristorante omonimo è proprio all’interno di Mont Saint-Michel), considerato un piatto tradizionale consigliato sulla guida Michelin (esagerati! Ripeto: è ‘na frittatona). Per dolce una crema brûlé con burro salato al caramello, acqua e una 0,5 Heineken (57.30 Euro). Cena tutto sommato migliore di ieri ma anche qui niente di memorabile, c’è sempre quel qualcosa che manca!
Alle 22:30 siamo pronti per riprendere l’ormai famigliare navetta ma dopo una giornata di meraviglie arriva una prima e decisiva delusione: Mont Sant-Michel è spenta. Non è illuminata come invece l’abbiamo vista in foto e, complice il freddo e l’immancabile pioggia, dopo 30 minuti di attesa decidiamo di non proseguire visto che è tutto buio e le navette in servizio sono di meno.
Dobbiamo recuperare energie, domani si riprende la strada per entrare nel cuore della Normandia.

Quanto abbiamo camminato oggi? 4,8 km

30/03 Mont Sant-Michel – Omaha Beach – Bayeux (221 km)

Finora abbiamo fatto il pieno di meraviglie, abbiamo visto cosa può fare l’uomo quando impiega l’ingegno per avvicinarsi al cielo e comunicare con il divino. Abbiamo visto come ha piegato la natura mettendola a rischio e come ha rimediato ai suoi errori.
Oggi andremo a vedere altre forme dell’ingegno dell’uomo, più drammatiche e violente, che quando sono state impiegate per rimediare a errori commessi da altri uomini, hanno causato morte e distruzione prima di ricostruire. Oggi vedremo le martoriate coste della Normandia che il 6 Giugno 1944 hanno visto arrivare gli Alleati in Francia per aprire un fronte occidentale contro le armate di Hitler e riconquistare l’Europa. Non sarà stato affatto facile per quegli uomini coraggiosi e i luoghi che visiteremo: a distanza di 74 anni, si vedono ancora i segni di tante battaglie e sofferenze.
Alle 11:00 partiamo per Sainte Mère Église dove arriviamo dopo un’ora e mezza e 134 chilometri, tutti sotto la pioggia e con 5 gradi di temperatura: ancora una giornata invernale!
Parcheggiamo nella piazza centrale proprio di fronte la chiesa di Notre Dame de la Paix che rappresenta simbolicamente il luogo dove ebbe inizio la grande operazione Overlord, passata alla storia come lo sbarco in Normandia.
La notte prima del D-Day, qui furono paracadutati i militari americani della 82° Divisione Aviotrasportata, un po’ allo sbaraglio visto che moltissimi non arrivarono sull’obiettivo stabilito. Il più celebre di questi errori, citato nel film Il giorno più lungo e – per gli amanti dei videogame – in Call of Duty, è quello del parà John Steele che rimase appeso alla torre campanaria di questa chiesa per due ore fingendosi morto. Riuscì a sopravvivere nonostante le ferite e diventò sordo perché per tutto il tempo le campane suonavano l’allarme durante i bombardamenti. Per ricordare questo episodio, sul campanile c’è in pianta stabile un manichino appeso con il suo paracadute e probabilmente è il manichino più fotografato del mondo!
La chiesa è molto bella, piccolina e davvero ben conservata nonostante sia stata al centro di scontri feroci. All’interno ci sono diversi punti dove si ricordano i protagonisti del conflitto, con foto di reduci e messaggi di ringraziamento. Molto insolita la vetrata a colori del 1969 che commemora i 25 anni dello sbarco: invece di scene ecumeniche sono rappresentati i paracadutisti, le date, i nomi dei reggimenti che hanno combattuto su quel territorio. Ai piedi della vetrata, scritto in francese e inglese, l’omaggio eterno ai veterani che hanno partecipato alle celebrazioni: Loro sono tornati.
Ci separano solo 15 chilometri dalla prossima tappa: Utah Beach. Qui i combattimenti furono pochi grazie a un’imprecisione: gli americani sbarcarono nel posto sbagliato e invece di fronteggiare le mitragliatrici tedesche si ritrovarono ad aggirarle. Persero solo 12 uomini e lo sbarco poteva sembrare in discesa, peccato che la presa delle spiagge successive dimostrerà il contrario. Scattiamo le foto ai monumenti e alla pietra miliare che indica il KM 00 sulla Strada della Libertà e ripartiamo verso la località successiva: Pointe du Hoc.
Ora una nota sui musei: tutte le località dello sbarco in Normandia hanno i propri musei pieni di documenti, foto, ricostruzioni, memorabilia e residuati bellici. Non si può dire quale sia il migliore perché sono tanti e ognuno con delle peculiarità, ci sono carrarmati, interi aerei custoditi in hangar, spesso sono usati anche come attrattiva all’esterno. Noi per oggi abbiamo scelto di non scegliere un museo e dedicarci solo alla visita dei luoghi.
Nello spostamento da Utah Beach a Pointe du Hoc si lascia il dipartimento della Manica e si entra nel Calvados. A Pointe du Hoc si avverte il crescendo dell’impatto: il sacrificio dei Ranger americani incaricati di conquistare la postazione è narrato con enfasi e il campo di battaglia è stato conservato come allora perché le gesta dei militari furono eroiche e decisive. Gli americani riuscirono a snidare i tedeschi dalle casematte e difesero strenuamente l’avamposto fino all’arrivo dei rinforzi, contando solo 86 superstiti dei 225 uomini inviati sul posto. Il percorso della visita si snoda lungo sentieri che fanno lo slalom tra gli enormi crateri lasciati dalle bombe e dai mortai, si può entrare nei bunker e nelle trincee, e vedere ancora i resti carbonizzati delle strutture in legno che vennero conquistate a colpi di granate e lanciafiamme. Il sacrificio di questi uomini è stato talmente importante che nel 1979 la Francia ha ceduto l’intero sito in uso perpetuo al governo americano.
La pioggia battente e il vento hanno fatto due vittime illustri anche nella nostra missione: l’ombrellino bulgaro si è scoperchiato definitivamente e Federica è caduta sul campo di battaglia, scivolata sul fango e l’erba. Per non proseguire la giornata in una mimetica improvvisata, facciamo una pausa per rinnovare il look e poi scappiamo di corsa a Colleville-sur-Mer.
Arriviamo 20 minuti prima della chiusura (17:00) ma il tempo a disposizione ci basta per vedere il grande memoriale, il cimitero americano e la spiaggia più nota dello sbarco in Normandia: Omaha Beach.
Qui la battaglia fu cruenta e vide in campo migliaia di soldati, alla fine della giornata gli americani contarono un migliaio di morti. La spiaggia venne ribattezzata Bloody Omaha e i minuti iniziali del film Salvate il soldato Ryan di Spielberg ci spiegano il motivo di questo soprannome. Nel cimitero monumentale ci sono file ordinate di croci e stelle di David di quasi 10.000 soldati americani caduti durante la campagna di Francia, in buona parte giovanissimi (m)andati dall’altra parte del mondo a combattere per la nostra libertà e per i quali da sempre nutro rispetto e gratitudine. Dopo la chiusura del cimitero percorriamo l’adiacente sentiero che porta alla magnifica spiaggia: quasi 8 chilometri di sabbia e maree, una spiaggia larghissima che termina a ridosso di falesie e dune. In pratica una scatola di sabbia facile da proteggere, logisticamente era evidente che sarebbe stato un massacro eppure la realpolitik di guerra non ha avuto scrupoli e ha chiesto il sacrificio estremo a migliaia di ragazzi. Per oggi può bastare.
Dopo una carrellata di storia, guerra, libertà ed emozioni è il momento di distrarsi e tornare al viaggio, precisamente ci dirigiamo verso Bayeux dove abbiamo prenotato una stanza presso il Grand Hotel de Luxembourg.
Restiamo in albergo giusto il tempo di ripulirci un po’ dal fango e siamo subito in strada diretti verso la cattedrale di Notre Dame (che fantasia, eh!), del 1077, ancora un capolavoro gotico. Per raggiungerla seguiamo le indicazioni di un simpatico vecchietto che ci fa strada fino all’ingresso. All’interno troviamo la messa cantata del venerdì santo (proprio come accadde durante il viaggio a Vilnius) che rende la visita ancora più suggestiva: le dimensioni sono imponenti, le navate ampie, altissime, si distingue anche il precedente impianto romanico. Gli esterni sono altrettanto belli e curati, la cattedrale è immersa nel centro storico e nelle vicinanze scattiamo foto a un piccolo sistema di chiuse e mulini.
Ce la prendiamo comoda perché stasera non abbiamo l’ansia di decidere dove cenare: è tutto già pronto! Abbiamo organizzato un incontro con amici che vivono qui, un po’ come facemmo con i Di Nittos durante il viaggio in Florida, e quindi ci hanno pensato Alessia e Jacopo a prenotare un tavolo Au ptit Bistrot, vicinissimo alla cattedrale.
Alle 20:45 ci incontriamo tutti e dopo i saluti siamo pronti a tuffarci in una nuova esperienza gastronomica francese. Anche i nostri ospiti ci confermano che la formula del menù è molto in uso e non è necessariamente da intendersi come “turistica”, pertanto scegliamo due menu fissi per coppia con diverse combinazioni di piatti per assaggiare di tutto un po’. Prima di aprire le danze ci portano un aperitivo con piccole focaccine di ceci servite con crema di aneto, poi scattano i piatti forti. Antipasti: mousse di merluzzo, peperone, cavolo e aglio; pane tostato con parmigiano e formaggio fresco di capra; verdure primaverili e vinagrette all’andouille (un salume di origine medievale composto da trippa di maiale, dal gusto molto forte). Primi: mandrino di vitello arrosto con burro, funghi, frittelle di patate e scalogno candito; e merluzzo giallo al vapore con asparagi bianchi, fragole e salsa di mandorle. Dolci: millefoglie di mousse all’arancia con praline di caramello alla cannella; e croccante al cioccolato, ananas e latte cagliato con sambuco. Da bere una bottiglia di Château Landreau per una spesa finale di 36 Euro a persona.
Un’altra cena in crescendo rispetto alle precedenti, come il conto del resto, con una particolare nota di merito per gli abbinamenti e la presentazione dei piatti, eppure manca ancora quel “qualcosa”… 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,8 km

31/03 Bayeux – Arromanches – Honfleur (130 km)

Alle 11:00 dopo la consueta colazione in stanza lasciamo i bagagli in reception e continuiamo la nostra perlustrazione per le strade di Bayeux.
Seguiamo tutto il corso principale, una bella strada piena di negozi e abitazioni a graticcio. Ci fermiamo a fotografare altri scorci del fiume Aure e troviamo il secondo dei tre mulini che sono in città, poi ci fermiamo ad acquistare qualche souvenir ed entriamo in un piccolo Carrefour per ricaricare i viveri dei prossimi giorni: pain au chocolat e succhi di frutta, visto che ci siamo prendiamo anche una baguette per lo spuntino di oggi e un salame locale da portare in Italia.
Ci sarebbe un’altra cosa importante da vedere a Bayeux: il museo della tappezzeria. Qui è custodito un arazzo da record: un’opera completata in 16 anni, lungo 70 metri, che narra la storia di Guglielmo il Conquistatore e le vittorie riportate in Inghilterra. Tutte le guide consigliano una visita ma per noi il problema non si pone: l’arazzo non c’è. Per adeguare le sale che lo ospitano con nuove tecnologie in grado di preservarlo meglio, il capolavoro tessile è andato in prestito… in Inghilterra, dove resterà per due anni. Sarà contento Guglielmo 😉
Bayeux è veramente bellina, merita un giro e per noi la passeggiata termina nella piazza dove ogni sabato si tiene il mercato. C’è ogni bendiddio: formaggi, formaggi, formaggi, salumi, cucine etniche (spagnola, marocchina, messicana), frutta fresca e tante bancarelle che arrostiscono qualsiasi cosa. La sera prima Jacopo e Alessia ci avevano dato la dritta e difatti li ritroviamo proprio qui a fare spese, ancora una conferma di quanto Bayeux sia a misura d’uomo. Ne approfittiamo per altri saluti e poi prima di ripartire, complici i recettori della fame ormai ultrastimolati, compriamo un paio di salsicce calde per le nostre baguette.
Alle 13:00 siamo di nuovo in auto diretti ad Arromanches, a soli 30 minuti. Qui concludiamo il nostro viaggio nei luoghi dello sbarco in Normandia, quella che per noi è la tappa finale per tanti altri fu l’inizio. Per altri ancora fu l’inizio della fine.
Ad Arromanches-les-Bains sbarcarono gli inglesi, su quella che in codice venne nominata Gold Beach. Dall’alto della collina possiamo ammirare un vasto panorama del tratto di mare da cui ancora emergono i resti del grande porto artificiale intitolato a Winston Churchill. Il porto serviva a semplificare le operazioni di sbarco dei rifornimenti e dei mezzi necessari per penetrare le linee nemiche e avanzare il fronte. A questi enormi cassoni rimasti in acqua venivano ormeggiate le navi alla fonda e dai moli galleggianti partivano tanti carroponti di acciaio e legno percorsi dai mezzi militari per raggiungere la terraferma. Un’opera enorme di cui ci rendiamo conto soltanto quando entriamo nel museo che siamo venuti a visitare.
Più che un museo è un cinema a 360° dove su 9 schermi viene proiettato un film-documentario, Il prezzo della libertà, che in 20 minuti ripercorre attraverso immagini e suoni originali i momenti salienti della Seconda Guerra Mondiale: dall’invasione della Francia fino alla Liberazione, ovviamente la parte centrale è focalizzata sullo sbarco. Un’esperienza immersiva che consigliamo (6 Euro). Al termine della proiezione visitiamo il fornitissimo bookshop e con 40 Euro portiamo a termine l’ultima missione-souvenir dedicati al D-Day: foulard, bracciali, t-shirt, portabibite e il richiamo del grillo che serviva ai paracadutisti per riconoscersi quando atterravano oltre le linee nemiche. Chi ha visto Il giorno più lungo ha già capito cos’è, per tutti gli altri c’è questo video.
Sono le 15:45 quando ripartiamo e ci lasciamo definitivamente alle spalle i luoghi dello sbarco: è stata un’esperienza impegnativa ma utile. Era da tempo che mi sarebbe piaciuto visitare questa costa e finalmente ce l’ho fatta, adesso per bilanciare un po’ le brutture della guerra c’è bisogno di arte e cultura. Per questo abbiamo aggiunto al nostro itinerario Honfleur che raggiungeremo dopo una rapida puntata a Deauville, un po’ di novelle vague non guasta prima di perderci lungo la Costa d’Alabastro alla scoperta dei luoghi più amati dagli impressionisti che cambiarono la pittura tra l‘800 e il ‘900.
Deauville dista solo 95 chilometri, è un piccolo centro balneare molto ben frequentato: qui hanno vissuto Coco Chanel e il regista Lelouch, si tiene un importante festival cinematografico ed è nota per i casinò, la spiaggia con gli ombrelloni colorati e gli ippodromi. Facciamo giusto un giro per vedere i bei palazzi del centro e i grandi alberghi sul lungomare, non si direbbe proprio un paesino di soli 4.000 abitanti!
Ci mancano ancora pochi chilometri per arrivare a Honfleur, quindi riprendiamo la marcia e dopo neanche mezz’ora arriviamo al Motel Les Bluets.
Da notare: Honfleur è molto visitata dai parigini, abbiamo avuto difficoltà a trovare posto e difatti il nostro hotel si trova esattamente a La Rivière St Sauveur (distante 1,5 km da Honfleur). Questo ci ha permesso di non avere difficoltà con i parcheggi e abbiamo spuntato prezzi migliori (nonostante tutto, qui è stato il soggiorno più costoso del viaggio ma, va detto, anche la stanza più grande e con la SPA a disposizione).
Prima di lasciare la valigia raccogliamo alcune informazioni in reception ma non siamo affatto convinti dei locali suggeriti; ci hanno assicurato che non sono per turisti ma erano proprio tutti lì, nella bolgia del centro. Quindi abbiamo fatto di testa nostra e con lo stesso principio usato nella scelta dell’hotel abbiamo trovato un ristorantino lontano dal centro di Honfleur. Torniamo a bordo di Puzzarella e ci dirigiamo a Vasouy per cenare a Le Petit Vasouyard (agg. 02/20: CHIUSO, ora si chiama Le Classic Pub & Cars Vasouy), ovviamente fuori fa freddo e piove ed entrare senza prenotazione nel week end di Pasqua e trovare un sorriso accogliente e un tavolo vicino al camino è una vera benedizione.
Il locale è arredato in stile marinaro, con un bel giardino curato e grandi vetrate che affacciano sul mare. Ha personalità e le proposte sono decisamente interessanti, noi ordiniamo una galette al salmone e un menu Capitaine Cook composto con una tartelletta ripiena di Andouille e formaggio Livarot; un filetto di maiale glassato con timo, cipollotto e granella di mele essiccate; per del dolce crumble di mele e caramello. Da bere mezzo litro di Petit Chablis superiore per una spesa di 55.40 Euro.
Al termine della cena non ci pensiamo due volte: prenotiamo subito per domani. Gusto, atmosfera… abbiamo trovato quel qualcosa che mancava!

Quanto abbiamo camminato oggi? 3 km

01/04 Honfleur – Etretat – Honfleur (109 km)

Per oggi abbiamo programmato un’escursione a Etretat, andiamo a vedere da vicino questo gioiello della Costa d’Alabastro e per arrivarci attraversiamo il ponte di Normandia (pedaggio 5.40 Euro), un’imponente opera strallata lunga 2 chilometri, alta 219 metri che passa 60 metri sopra la Senna.
Dobbiamo percorrere solo 40 chilometri ma ci fermiamo dopo due ore perché gran parte del tempo lo passiamo a cercare parcheggio! Oggi è Pasqua, per la prima volta vediamo il sole e una marea di persone sono uscite di casa come le lumache dopo la pioggia. Tutti a vedere le falesie!
Etretat ha diversi motivi per essere nota, quelli che mi hanno incuriosito di più sono tre: 1) Qui sono ambientate le avventure del ladro-gentiluomo Arsenio Lupin (la casa-museo dell’autore, Leblanc, è visitabile e gestita dalla nipote dello scrittore); 2) Qui ha vissuto Guy de Maupassant che ha definito perfettamente il nome onomatopeico della città, associandolo al rumore prodotto dai ciottoli delle sue spiagge quando vengono calpestati; 3) Qui si trovano grandi falesie bianche a picco sul mare, amate e dipinte dagli impressionisti.
Il piccolo centro è congestionato di persone ma sembra che tutti siano più interessati ai negozi e ai bar, perché la folla si dirada man mano che ci avviciniamo al mare. Si sta così bene sui ciottoli e il panorama è così rilassante che ne approfittiamo per sonnecchiare un po’ sdraiati al sole. Dopo le rituali foto, torniamo indietro e ci fermiamo a La Maison du Calvado per comprare magneti e caramello al burro salato (23.50 Euro).
Intorno alle 16:00 torniamo a Honfleur e facciamo per la prima volta carburante (Diesel costo 1,345/L, spesa 51 Euro) e lasciamo la macchina nel grande parcheggio antistante il vecchio porto, dove con 4 Euro puoi sostare tutto il giorno.
A Honfleur comprendiamo meglio le meraviglie della Normandia: le ragioni per cui tanti artisti hanno amato e vissuto questi luoghi si ritrovano nella luce spettacolare che volge verso il tramonto. L’iconografia del vecchio porto è costituita dalle antiche case a graticcio che si riflettono sul mare in modo netto, e sembra di stare in un sogno, nel momento in cui non ti rendi più conto di cosa sia reale e cosa no. Qui è nato Boudin, qui hanno dipinto Monet e Courbet, qui ha scritto ed è vissuto Charles Baudelaire. Qui c’è qualcosa di speciale, in un piccolo centro di 8000 anime a 200 chilometri dalla capitale. E questa sensazione di pace, di estasi ispiratrice si conferma anche estendendo il ragionamento all’intera Normandia: Prevert, Flaubert, Proust, Barthes, Queneau, Duras, Duchamp… oltre ai nomi già citati, tutti sono nati in Normandia oppure qui hanno vissuto o ambientato le loro opere: c’è una concentrazione tale di bellezza e cultura che si respira. E non è un caso che nel cuore di Honfleur, tra un creperie e una boulangerie che anche qui hanno cannibalizzato il centro, si possano trovare curatissime gallerie d’arte aperte e visitabili dove è possibile comprare una tela originale di Boudin.
Passeggiamo a lungo e ci perdiamo nel dedalo di viuzze del centro storico, fino ad arrivare al campanile-simbolo della città insolitamente distaccato dalla spettacolare chiesa di Santa Caterina. Costruita tutta in legno, resiste da oltre 500 anni e la navata principale riproduce un drakkar capovolto, l’antica nave da guerra vichinga.
Il nostro giro tra queste incredibili abitazioni del XVI secolo continua tra una degustazione di Calvados e un Poiré (un sidro molto leggero, a base di pera). Questa bevanda si trova solo in Normandia e quindi l’abbiamo comprato insieme a dei fantastici cioccolatini assortiti da Maison Georges Larnicol (15 Euro).
L’intenzione era quella di rientrare in hotel, fare una pausa, andare nella SPA a rilassarsi un po’ dopo tanti spostamenti ma Honfleur ci ha rapito e trattenuto tra le sue strade fino a ora di cena. Sappiamo dove andare e al Petit Vasouyard ci aspettano: entriamo puntuali, prendiamo posto e ordiniamo da un menu che ormai conosciamo bene: filetto di manzo in salsa bernese con patatine fritte e un hamburger di salmone affumicato con uova, verdure e formaggio spalmabile. Per bere abbiamo bissato il vino di ieri e tutto è stato ancora buono, consigliato! (47 Euro).

Quanto abbiamo camminato oggi? 4,3 km

02/04 Honfleur – Giverny – Beauvais (225 km)

Questo è l’ultimo giorno on the road sulle strade della Normandia. Dopo quasi una settimana in giro è ora di riportare Puzzarella a casa, ci è stata molto utile ma il suo aroma non ci mancherà. A chi fosse interessato ai dati feticisti su consumi e costi per valutare un viaggio simile, dico che oltre il costo del noleggio di 157 Euro abbiamo speso 67 Euro di carburante per macinare 1031 chilometri (23 KM/L) e 33.80 Euro di pedaggi.
Lasciamo Honfleur con calma, dobbiamo raggiungere Giverny ma poco prima di arrivare ci infiliamo in un gigantesco Carrefour alle porte di Vernon: entriamo e ci trascorriamo un’ora. Signori, c’è poco da fare: andare in un supermercato per comprare alimenti locali, conviene. E qui in particolare visto che ci sono scaffali consacrati ai prodotti tipici di Normandia. Considerato che abbiamo spazio in valigia, decidiamo di prendere le ultime cose per la cena francese del ritorno e così nel nostro carrello finiscono: un Camembert di latte crudo, Pont l’Eveque (questi due, insieme al Livarot e al Neufchetel sono i formaggi per eccellenza della Normandia), un panetto di foie gras, un salame con noci, una bottiglia di Calvados, un barattolo di caramello al burro salato e un paio di baguette da farcire con formaggi spalmabili aromatizzati al miele e all’aglio e salame pave poivre già affettato (sul dorso di ogni fetta c’è del pepe). Ci aggiungiamo l’ultima scorta di acqua e andiamo alla cassa (40 Euro).
Le indicazioni che portano a Giverny sono chiare e le seguiamo per arrivare ai due grandi parcheggi gratuiti dove è obbligatorio lasciare la macchina per accedere in centro. Ma perché siamo finiti a Giverny, un villaggetto di 400 abitanti?
Facile, ne ho fatto cenno nei giorni scorsi e questo viaggio non poteva che finire qui: a casa di Claude Oscar Monet!
Il grande pittore ha vissuto a Giverny dal 1883 fino alla sua morte, nel 1926, e noi abbiamo ripercorso le sue tracce in Normandia fin dentro il suo famoso giardino. Monet era (anche) un botanico e le famose ninfee da lui riprodotte in maniera quasi ossessiva, le curava personalmente nel suo giardino giapponese che ora è possibile visitare insieme alla casa.
Arriviamo in un buon momento: c’è il sole e il giardino è in fiore. L’ingresso ha di solito una lunga fila, che becchiamo anche noi, e costa 9.50 euro. Dopo aver visto gli interni, con il salone pieno di opere d’arte sue e di altri impressionisti, la stanza da letto, la cucina maiolicata e i corridoi valorizzati da quadri di pittori giapponesi che tanto lo affascinavano, usciamo per camminare tra glicini e azalee e dirigerci verso il famoso stagno.
Siamo dentro un suo quadro, ci sono i salici piangenti, i piccoli ponti curvi, il barchino nelle acque ferme… manca solo Monet con i suoi cavalletti fissati in serie per continuare a dipingere durante il giorno seguendo la luce del sole. Il vantaggio in più che ho avuto nel fare questa escursione me l’ha dato il libro che sto leggendo, ambientato proprio qui! (titolo nelle note finali).
La visita termina nel bookshop dove prendiamo gli ultimissimi souvenir: una tazza, un tagliere e ancora qualche sportina e magneti (28.30 Euro). Inutile specificare il tema di questi ultimi acquisti 😉
Bene, il viaggio in Normandia è praticamente finito. Quello che resta è solo cronaca, neanche esaltante: la riconsegna della macchina senza sblocco della caparra perché la ragazza di turno non sapeva farlo; un bus che non è passato senza che nessuno venisse a informare della corsa soppressa i poveri viaggiatori in attesa sotto la pioggia. Siamo stati costretti al taxi (7 Euro) per raggiungere l’anonimo Inter Hotel City Beauvais per l’ultima notte. Quel genere di hotel che serve solo per dormire prima di un volo, più o meno la stessa funzione che ha Buffalo Grill, il ristorante dove consumiamo l’ultima cena non propriamente francese: bacon cheeseburger e panino con pollo fritto, con birra e coca. Be’, almeno stavolta il conto è da fast food! (27 Euro).
Che dire, questo itinerario in Normandia è stato appagante. Abbiamo fatto delle buone scelte, forse ci poteva stare una notte in più a Bayeux. Per tutto il resto è stato un gran bel viaggio, siamo sicuri che non dimenticheremo i colori, le luci, la pioggia della Normandia 😉

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 29,3 km

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Itinerari imperdibili in Bretagna e Normandia di Annalisa Porporato, completa di belle foto e disponibile su Amazon; Meridiani Normandia (N. 208 Ago/Sett 2012) disponibile su Amazon
Libro letto su Kindle: La settimana bianca di Emmanuel Carrère e Ninfee nere di Michel Bussi
In chiusura un ringraziamento speciale va alla mia migliore amica francese Sophie D. e ai suoi splendidi genitori che mi hanno dato consigli determinanti per organizzare questo viaggio in Normandia

Diario di viaggio: Sofia

Sofia, Cattedrale di Aleksandr Nevskij
Sofia in una fotografia: la Cattedrale di Aleksandr Nevskij

Siamo tornati appena due mesi fa dal viaggio in Giappone e già riprendiamo la strada per l’aeroporto. Ormai è una tradizione: a Dicembre ci piace visitare i mercatini di Natale, un po’ per l’atmosfera, un po’ per le decorazioni, un po’ per i regali ma soprattutto per il cibo di strada! 😉
Abbiamo iniziato da Parigi nel 2013 e negli anni successivi siamo stati a Porto, Bratislava, Vienna e Cracovia. Quest’anno tocca alla capitale della Bulgaria: Sofia stiamo arrivando!

01/12 Roma – Sofia

Era una sera d’agosto quando acquistammo il biglietto, faceva un caldo boia e l’offerta di Ryanair era fresca-fresca: appena pubblicata sul sito, abbiamo spuntato i biglietti di andata e ritorno con 38 Euro a testa. Ci siamo detti: noi compriamo, male che va la perdita è sostenibile. Ma alla fine non abbiamo perso niente perché con un po’ di organizzazione siamo riusciti a centrare l’obiettivo della partenza nelle date prenotate.
Oggi Agosto e il suo caldo boia sembrano lontani anni-luce, anche perché a quanto pare in Bulgaria ci aspettano temperature polari, pioggia e neve.
Lasciamo la macchina al solito parcheggio, prendiamo la navetta, andiamo dritti all’imbarco con i nostri bagagli a mano e alle 08:00 in punto l’aereo decolla. Dopo un’ora e cinquanta minuti atterriamo e per assecondare il mini fuso orario che troviamo in Bulgaria, spostiamo le lancette dell’orologio avanti di un’ora.
Superati i controlli dei documenti, seguiamo gli adesivi blu sul pavimento che portano fino alla metro. Non ci sono molte persone e alla prima colonnina per acquistare i biglietti ci fermiamo e usiamo la PostePay ricaricabile per la nostra prima transazione in terra bulgara. Non abbiamo ancora moneta locale e quindi usiamo il contactless della carta di debito e ritiriamo i tagliandi: facile, veloce, sicuro. Ah! I biglietti costano solo 80 cents!
A proposito di soldi, transazioni e cambi. Che moneta si usa in Bulgaria? Anche loro stanno per entrare nel mercato dell’Euro (pensateci bene!) ma nel momento in cui scrivo si usa ancora il Lev, quotato con un rapporto quasi di 1:2 con l’Euro (1.956). Quindi è molto facile fare i calcoli: per sapere quanto costano le cose basta dimezzare o raddoppiare le cifre. Per esempio: 50 Euro sono circa 100 Lev e 170 Lev sono circa 85 Euro.
Prendiamo la linea blu, pulita e puntuale, e dopo 20 minuti scendiamo alla fermata dell’Università, St Kliment Ohridski, e da qui ci spostiamo per raggiungere l’hotel. Purtroppo la pioggia condiziona subito i nostri movimenti  e come se non bastasse prendiamo l’uscita su una strada che ci fa allungare il cammino, ma di questo ce ne accorgeremo solo dopo aver capito meglio la topografia della zona e la nostra posizione. Siamo ancora mezzi addormentati e siamo indulgenti con noi stessi per non aver visto bene la mappa, c’è già la pioggia che ci sta punendo abbastanza. Per non disperdere altre energie facciamo una pausa per orientarci correttamente e ritirare 100 Lev (51.11 Eu) a un bancomat, poi restiamo sotto un portico a osservare i mucchi di neve nel Parco Dei Medici ma la speranza che smetta di piovere è un’illusione! La pioggia è incessante, quindi entriamo in un emporio, compriamo un ombrello e proseguiamo il cammino. Durante la marcia notiamo una cosa che sarà confermata nei giorni successivi: i marciapiedi di Sofia sono in pessime condizioni praticamente ovunque! Disconnessi, rotti, con stili, forme, materiali e colori diversi, un vero pasticcio! L’unica costante è la condizione d’insieme, decisamente disastrata. Facciamo un lungo slalom tra buche, pozzanghere e schizzi che partono dal basso quando metti il piede su una mattonella gonfiata dall’acqua, e con movimenti goffi che ricordano i concorrenti di Giochi Senza Frontiere, raggiungiamo finalmente il nostro Best Western Premier Collection CiTY Hotel. Ovviamente zuppi, noi e le valigie.
Stavolta non restiamo in hotel giusto il tempo di raccogliere un po’ di informazioni perché dobbiamo svuotare i trolley e mettere ad asciugare i vestiti. Solo dopo aver ridotto la camera come un accampamento di coloni mormoni torniamo nella hall, chiediamo di prenotarci un tavolo in un ristorante scelto per la cena, prendiamo due grandi ombrelli e iniziamo a scoprire la città.
Siamo in pieno centro e ci bastano pochi passi per trovarci davanti la maestosa cattedrale Aleksander Nevskij che però visiteremo domani con tutta calma, quindi proseguiamo fino alla chiesa russa di San Nicola con le sue guglie verdi e le cupole a cipolla. Entriamo con l’idea di ammirare mosaici come quelli visti durante il viaggio a San Pietroburgo ma dentro c’è una luce così fioca che a stento si riesce a vedere l’iconostasi di ceramica. La visita si conclude subito e riprendiamo a camminare lungo l’antistante strada gialla dello Zar, un pavimento acciottolato e dipinto di giallo che attraversa la città ed è il viale più importante di Sofia. Su questo elegante boulevard si affacciano ambasciate, musei, teatri e altri edifici istituzionali con imponenti facciate ottocentesche.
Dopo pochi minuti arriviamo al mercatino di Natale di Sofia, che loro definiscono “tedesco” e, complice la pioggia insistente, troviamo un’atmosfera dimessa e molto poco natalizia. Per quanto l’aria sia scura è ancora giorno, quindi le luminarie sono spente, pertanto decidiamo di dargli una seconda opportunità in un altro giorno: magari con il favore del buio e senza pioggia andrà meglio. Però prima di andar via facciamo uno spuntino e ci fermiamo in un paio di chalet per mangiare un panino con bockwurst (salsiccia di maiale, vitello, pepe e paprika) e una fetta di pane tostato con Raclette, un formaggio svizzero che viene fuso prima di essere servito (10 Lev, 5.10 Eu).
Riprendiamo il viale dello zar fino al grande slargo del Palazzo Presidenziale, in Plostad Nezavisimost. Qui si concentrano i principali palazzi governativi con facciate in stile realsocialista, tra cui spicca l’ex sede del Partito Comunista che dopo la caduta del muro ha sostituito il simbolo della falce e martello con il vessillo bulgaro ma ancora si nota il calco lasciato dal precedente fregio. La storia non si cancella mai completamente 😉
Per importanza storica e politica segnalo anche l’edificio del Museo Archeologico Nazionale e quello assegnato alla massima carica statale, presidiato da guardie in alta uniforme. Bisogna entrare proprio nel portico del Palazzo Presidenziale per visitare uno dei luoghi-simbolo di Sofia e dell’intera Bulgaria: la Rotonda di San Giorgio. Questa antica costruzione in mattoni rossi risale all’epoca romana ed è considerata quella meglio conservata della capitale. Con i suoi 1700 anni di storia, questa basilica eretta ai tempi di Costantino ha superato tutte le fasi della travagliata storia bulgara: terremoti, unni, visigoti, turchi, cambi d’identità, crolli e ricostruzioni, abbandoni e recuperi oggi sono tutti raccolti sotto la sua cupola.
Dopo la visita optiamo per continuare la nostra passeggiata al coperto, anche perché il meteo continua a essere avverso, quindi raggiungiamo il vicino mercato centrale Hali, posto proprio davanti ad altri due edifici importanti: la moschea di Banya Bashi e le terme municipali di Sofia. Entrambi hanno bellissimi giardini pubblici e fontane zampillanti ma… l’ho già detto che piove?! 😉
Il mercato coperto è una salvezza, pieno di botteghe artigiane, offre tutto: souvenir, cibo, accessori, abbigliamento. Sono tre piani e si trovano tante cose interessanti, per esempio nel livello inferiore c’è una rivendita di vestiti usati, vintage, fuori produzione che viene smaltita a peso. Ci sono le tariffe esposte in base alla categoria (maglioni, camicie, cappotti) e l’unità di misura (etti o chili), vicino le casse si pesano i capi e si paga l’importo esattamente come si fa dal fruttivendolo.
Facciamo solo un sopralluogo per orientarci sulle cose in vendita e i prezzi, poi una volta scoperto che è aperto ogni giorno fino alle 20:30, torniamo in strada e prendiamo il tram 22 fino al teatro dell’Opera. Da qui proseguiamo a piedi per andare a cena ma prima facciamo tappa da Beer Bar Corona per un aperitivo a base di birre bulgare: una Staropramen bionda e una scura, accompagnate da patatine fritte fatte in casa (9.50 Lev, 4.85 Eu).
Finalmente è ora di spostarci da Staria Chinar, circa 50 metri più avanti. Il locale è in un vicoletto, molto bello all’interno, con arredamento rustico, teschi di selvaggina alle pareti, mensole in legno intarsiate e parquet. Ci portano a un tavolo nel semi interrato, di fianco a una cantina ben fornita e scenograficamente illuminata. Svegli dalle 04:00 del mattino, siamo decisamente stanchi e affamati e viviamo il momento dell’ordine come un rituale sacro: con estrema devozione scegliamo agnello cotto al forno “secondo l’antica ricetta bulgara”, polpette di stinco di maiale e salsiccia di selvaggina fatta in casa. Da bere birra bulgara Zagorka e acqua per una spesa finale di 48.10 Lev (24.60 Eu).
Buona cena, ottimo conto, non ci resta che smaltire la scorpacciata tornando a piedi verso l’hotel, con i nostri ombrelli. Dobbiamo recuperare forze ché domani sarà una lunga giornata e speriamo che la pioggia ci dia tregua! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,9 km

02/12 Sofia

La giornata inizia nel modo che preferiamo, cioè con una colazione di altissimo livello. Ambiente caldo, ben arredato e una vasta scelta di dolce e salato. Sul nostro tavolo finiscono salumi, formaggi, crepes con marmellata di mirtilli e miele, un bell’assortimento di pasticceria con croissant, donuts, rotelle di pasta sfoglia che ormai conosciamo come una cifra stilistica di BW visto che le abbiamo trovate in tutti gli alberghi della catena. da New York a… Bologna! E infine un dolcetto tipico bulgaro molto buono, banitza, un piccolo cannolo di pasta sfoglia.
Con un pieno calorico ed energetico così, siamo pronti ad affrontare l’itinerario che abbiamo preparato per oggi. Prima, però, scegliamo il ristorante per cena e lo facciamo prenotare in reception: operazione consigliata perché il sabato sera si riempiono facilmente tutti i locali e difatti la nostra prima scelta non aveva disponibilità e abbiamo dovuto attuare il piano B.
La nostra passeggiata artistica parte dalla vicina chiesa di Santa Sofia, il più antico tempio ortodosso della città che ha dato il nome alla capitale della Bulgaria. La chiesa intitolata alla Sapienza di Dio ha una storia lunghissima, iniziata sul cimitero dell’antica Serdica, ed è stata protagonista di tutte le fasi più importanti della storia bulgara, tanto che dalla necropoli all’edificio odierno è passata attraverso così tanti scenari e destinazioni d’uso che pare essere costruita a strati. Il nuovo non ha mai definitivamente cancellato il precedente e tutto si è rimescolato in un’armoniosa struttura. All’esterno è ancora visibile la campana appesa a un albero usata quando ancora non era stato costruito il campanile.
All’interno troviamo una commemorazione di defunti, si mangia e si beve con le foto dei cari estinti sul tavolo e uno è particolarmente “partecipe”: nel ritratto ha grandi occhiali da sole, sorrisone e boccale di birra in primo piano, come a brindare con gli amici e i parenti venuti per lui. Le persone sono a proprio agio, parlano e sono soprattutto i senzatetto a beneficiare di questa occasione per mettere sotto i (pochi) denti qualcosa di consistente.
Da qui ci spostiamo finalmente verso l’adiacente cattedrale Nevskij che è sicuramente l’immagine iconografica che meglio rappresenta Sofia nel mondo. L’edificio può apparire esile dalla sua facciata principale mentre è nella parte posteriore che esplode tutta la selva di cupole accatastate per cui è nota: proprio così, ci rendiamo conto solo ora che nell’immaginario comune tutti conoscono il retro della chiesa e non il suo ingresso!
La zona è semi-pedonale per cui si riescono a fare foto decenti senza essere disturbati da macchine di passaggio, all’interno della chiesa sono due le caratteristiche a farla da padrone: la semi-oscurità e lo zelo dei custodi che impediscono di scattare foto (a meno di non avere il ticket che autorizza l’uso della macchina fotografica senza flash per la modica cifra di 10 Lev, 5 Eu). Le dimensioni sono imponenti, può contenere 7.000 persone e la sommità campanaria misura 50 metri, ma la sua storia è recente visto che la fine dei lavori di costruzione risale agli inizi del ‘900. Lo spessore del tempo è stato aggiunto all’interno grazie alla traslazione di importante icone russe e reliquie di santi.
Al termine della visita ritroviamo la nostra amica pioggia che non promette nulla di buono, quindi rientriamo in hotel per asciugarci un po’ e studiare meglio le prossime tappe. Purtroppo ci rendiamo conto che dobbiamo fare i conti con il meteo, c’è poco da fare: siccome piove e continuerà a piovere, stabiliamo definitivamente che questo è il viaggio più piovoso di sempre 😳
A questo punto va aggiunta un’altra considerazione: non soffriamo molto queste limitazioni al movimento e il tempo perso a causa della pioggia perché, a essere onesti, a Sofia non c’è molto da vedere e in un weekend lungo si riesce a organizzare le visite, le pause, lo shopping, ecc… senza ansie e senza correre come pazzi da una parte all’altra per arrivare in tempo e “vedere tutto”. Ecco, non è quel genere di città che ti costringe a marce forzate pur di concentrare il massimo nel tempo a disposizione. Qui è il contrario: hai il tempo e devi diluire le visite 😉
Anzi, noi siamo venuti addirittura con l’intenzione di dedicare uno dei tre giorni alla visita del monastero di Rila, a circa 70 km da Sofia, ma dobbiamo rinunciare proprio a causa del meteo avverso!
Recuperati due ombrelli, riprendiamo la strada e torniamo nel grande slargo al centro di Sofia, stavolta per ammirare i resti dell’antica Serdica emersi durante i recenti lavori di ampliamento della metropolitana e la colonna con la statua di Sofia, bruttina a dire il vero, che dovrebbe rappresentare l’identità della città. Scendiamo nel sottopasso e passeggiamo per le strade di questo importante insediamento romano tornato alla luce da pochissimi anni, l’inaugurazione del complesso è avvenuta ad aprile 2016. Ci sono cartelli che indicano le arterie principali, le abitazioni, gli uffici dei notabili, il complesso è in parte all’aperto e in parte conservato all’interno di strutture private come l’hotel Arena di Serdica che conserva le rovine dell’anfiteatro o il mercato Hali che custodisce i resti un bagno termale e le mura della fortezza. Terminiamo la visita del sottopassso sfilando davanti all’antica chiesa ortodossa Santa Petka Smardzijska (detta “dei sellai”) del XV secolo e riemergiamo proprio di fronte Sveta Nedelja, chiesa ortodossa in stile bizantino che per noi è la più bella di tutte. L’interno è illuminato bene e finalmente riusciamo a vedere chiaramente i grandi affreschi che decorano le pareti e i colori sgargianti che si mescolano con gli ori delle icone.
Il sagrato di questa chiesa interseca l’inizio di Vitosha Boulevard, una lunga strada pedonale piena di negozi e locali che è considerata la principale via dello shopping cittadino. Passeggiamo lentamente e visitiamo molti negozi dove iniziamo a fare le prima compere, soprattutto i prodotti di bellezza a base di rose che hanno una tradizione storica in Bulgaria. Quindi oltre alle immancabili calamite mettiamo nello zaino anche le prime saponette e creme per il viso. Il viale è lungo, le decorazioni natalizie sono accese, il clima è freddo al punto giusto eppure l’atmosfera non riesce a decollare. L’unica cosa che rianima un po’ lo spirito natalizio è un sacchetto di frutta secca che mette in moto le nostre mascelle e ci prepara all’ultimo spostamento, un po’ in periferia, per raggiungere il ristorante prenotato: Pod Lipite.
Prendiamo la metro, scendiamo alla fermata dello stadio Levski e raggiungiamo a piedi il locale. Si conferma un po’ isolato e non troppo evidente dalla strada ma all’interno ci accoglie un ambiente caldo e soprattutto strapieno di gente. A quanto pare alle 20:00 aspettavano solo noi e per farci accomodare attraversiamo diverse sale, tutte piene e arredate in stile campagnolo, con attrezzi agricoli appesi alle pareti, camini e un grande braciere dove arrostiscono carne. Pavimento, tavoli, sedie, travi a vista, tutto è in legno. Notiamo che c’è qualche gruppo di turisti ma soprattutto ci sono bulgari, persone del posto, quindi sembra un’ottima scelta. Mentre scegliamo cosa cenare da un menu pressoché infinito, arrivano due coppie con costumi tradizionali e iniziano a ballare tra i tavoli, accompagnati da due musicisti e una cantante, cercando il coinvolgimento del pubblico. C’è un casino infernale ma dura una decina di minuti, poi si spostano nelle altre sale e torniamo a concentrarci sull’ordinazione. Iniziamo con un antipasto a base di formaggio di capra a cubetti, marinato con erbe fresche e accompagnato da rakia, un distillato tipico, molto forte. Le portate principali sono un arrosto di cosciotto di vitello al forno con bacon, carote, aglio e patate al forno; e uno shashlic di pollo da mezzo chilo con verdure grigliate, molto scenografico perché portano a tavola uno spadone enorme con tutta la carne arrostita infilzata che un cameriere ci sgrana direttamente nel piatto. Da bere ordiniamo acqua, un calice di vino rosso e birra Shumensko Special per una spesa finale di 58.40 Lev (29.90 Eu). Tutto buono ma niente di memorabile, siamo dell’idea che è stata meglio la cena di ieri: la legge del “sabato sera meglio mangiare a casa”, vale anche in Bulgaria 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 8,2 km

03/12 Sofia

Le cose più importanti da vedere le abbiamo viste, la gita fuoriporta è saltata a causa del meteo che anche oggi non sarà clemente, cosa facciamo l’ultimo giorno a Sofia? Facile, shopping!
Iniziamo con la consueta colazione abbondante e poi ci dirigiamo verso il Mall of Sofia, il più grande centro commerciale nel cuore della città. Per arrivarci percorriamo nuove strade, vediamo zone residenziali e piazze frequentate, tra queste anche plostad Garibaldi, intitolata proprio al nostro Eroe dei due mondi e inaugurata pochi anni fa da Silvio Berlusconi, sempre lui! Berlusconi ovunque! 😀
Il centro commerciale è pieno di negozi e di persone che fanno compere. Noi facciamo un giro di perlustrazione e poi finiamo nel supermercato per comprare un po’ di schifezze e qualche succo di frutta. Mentre vaghiamo per i corridoi scaffalati immaginiamo cosa deve essere stato l’impatto del consumismo su una società che meno di 30 anni fa non aveva tale abbondanza di scelta.
Ovviamente all’esterno troviamo ancora la pioggia sulla strada per tornare in centro ma la destinazione finale ci conforta: ci aspetta il mercato coperto di Hali perché è qui che faremo la gran parte delle compere. Dopo aver confrontato il mall e la principale via dello shopping, abbiamo individuato punti di forza e debolezze di ognuno. Al mercato costa tutto meno, quindi conviene fare qui scorta di souvenir.
C’è uno stand dedicato ai prodotti a base di rosa e ne compriamo altri, poi passiamo alle spezie, in particolare la chubritza (in italiano è la santoreggia) e un mix bulgaro conosciuto come sharena sol (sale colorato) che viene venduto in contenitori di vetro dove gli strati sovrapposti di sale, paprika, pepe e altre spezie formano figure colorate. Prima di andar via non ci facciamo scappare un paio di tisane sfuse. Per le t-shirt invece andiamo nei negozi del sottopasso della metro Serdica perché sono gli unici che hanno una scelta ampia, ma per il resto non conviene affatto comprare da loro.
Finito il nostro shopping torniamo al mercatino di Natale per dargli la seconda chance che gli avevamo promesso, ed effettivamente abbiamo fatto bene perché lo troviamo finalmente pieno di persone, con le luminarie accese e un palco con il classico Babbo Natale sul trono e i bambini che recitano le poesie imparate a scuola per ricevere in cambio un dono. Finalmente abbiamo trovato un po’ di Natale a Sofia! 😉
Anche noi ci facciamo il nostro regalo: un bel panino con il salmone affumicato, insalata e salsa tartara. Dopo questo aperitivo di strada, rientriamo in hotel a scaricare la soma con gli acquisti fatti e poi torniamo verso Vitosha Boulevard e il Palazzo di Giustizia perché sarà nei paraggi che ceneremo stasera. La scelta è caduta su MOMA – Bulgarian Food e Wine, un ristorante di grande atmosfera, in una tipica casa bulgara, che vuole mostrare e diffondere la cultura, il cibo e le bellezze locali. Le sale sono divise su tre piani, corrispondenti a tre ambienti reali dell’abitazione originaria e sui muri ci sono grandi ritratti di ragazze bulgare con abiti e acconciature tradizionali. L’idea e la struttura ci ricordano molto il ristorante dove cenammo durante il viaggio ad Amsterdam. Continuiamo la nostra scoperta della gastronomia bulgara e ordiniamo Game Kavarma, uno spezzatino di cervo, vitello e maiale con cipolle, verdure e spezie servito all’interno di una pagnotta; un paio di polpette di vitello e di agnello, cotte arrosto, poi birra Staropramen e Coca Cola. Qui il conto è addirittura sotto ogni aspettativa, solo 36.68 Lev (18.80 Eu).
Ok, ora abbiamo proprio finito! Non ci resta che tornare in hotel (sotto la pioggia, ovvio) e preparare la valigia perché domani si parte presto per l’aeroporto.
Bilancio finale? Non dirò mai ad altri viaggiatori: non ci andate! Però se non ci sono stato finora, solo andandoci ho capito perché ho sempre rimandato. Diciamo che in Europa c’è molto da visitare prima di Sofia e io ho fatto così. Ho aspettato l’occasione giusta, un biglietto aereo a/r a meno di 40 Euro, e il momento giusto, il periodo natalizio. E con questi presupposti credo sia stata una buona decisione.
Servono altri motivi per visitare Sofia? Va bene: si mangia benissimo e costa molto poco. Avanti! 😉

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 25,9 km

Note
Hotel prenotato su Booking
Guida di riferimento: Sofia e dintorni di Simonetta Di Zanutto, completa e ben scritta. Disponibile su Amazon
Libro letto su Kindle: Il bar delle grandi speranze di J.R. Moehringer

Diario di viaggio in Giappone: Tokyo, Kansai e Kyoto

Storia, cultura, natura, spiritualità: quattro immagini dal Giappone
Il Grande Buddha di Nara, le cascate di Nachi, il Kumano Kodo e la Pagoda d’Oro di Kyoto

Questo viaggio in Giappone è stato molto desiderato e ha richiesto tempo e applicazione per essere organizzato bene.
Ci sono voluti mesi per incastrare tutto: date, luoghi, mezzi di trasporto, ecc…
In fase di preparazione abbiamo raccolto così tante informazioni che ho scritto un post specifico, dedicato a chi intende organizzare un viaggio in Giappone senza agenzie.
In questo modo il reportage che segue resta focalizzato sul vero e proprio viaggio in Giappone, alla scoperta delle metropoli Tokyo e Kyoto, e della penisola del Kansai con i suoi villaggi termali, le cascate di Nachi, il mare di Shirahama e i sentieri sacri del Kumano Kodo. Buona lettura!

21-22/09 Roma – Tokyo

Partiamo da Gaeta alle 07:30 e tutto procede regolare fino al parcheggio lunga sosta Altaquota2 (40 Eu per 15 giorni).
Il volo l’ho acquistato sul portale viaggi American Express l’1 maggio a 521 Euro con Cathay Pacific: partenza da Roma FCO alle 13:50 e arrivo a Hong Kong dopo 11,5 ore. Due ore di scalo e poi di nuovo a bordo di un altro aereo per le ultime 4 ore di volo. L’atterraggio è previsto all’aeroporto Haneda di Tokyo, meglio del Narita perché molto più vicino al centro (10/15 chilometri invece di 60). I nostri bagagli, con franchigia fino a 30 chili, sono stati imbarcati a Roma e li ritireremo direttamente nella capitale nipponica.

Sul viaggio non c’è molto da dire: il decollo è puntuale e l’aereo dotato di tutti i comfort. Ogni posto ha il suo schermo touch con un vasto palinsesto di intrattenimento, telecamere esterne e mappa interattiva del viaggio. Ho creato una playlist con 5 film, iniziata con la visione dell’angosciante 127 Ore e proseguita con Allied e Jack Reacher. Per quanto riguarda l’ultimo titolo non sono interessato al film in sé, ma durante l’estate ho letto due libri di questa serie di Lee Child e sono curioso, visto che non andrò a vederlo al cinema. Un filmaccio… (al ritorno un passabile Sicario con Benicio del Toro, Passengers – che mi conferma che la fantascienza non fa per me – e per finire un orrendo John Wick 2 con Keanu Reeves e – udite udite! – Riccardo Scamarcio).

La mia teledipendenza viene interrotta solo dal pranzo ospedaliero dopo 3 ore di volo: una spigola di gomma, insalata di pollo e gelato al cioccolato. Neanche Pupo poteva pensare ad abbinamenti così perversi. Per fortuna durante il viaggio ci sono snack e bevande gratuite al centro dell’aereo, così ne approfitto a più riprese per sgranchire le gambe e fare rifornimenti di porcherie.

Diretti a est inseguiamo diverse albe e la luce del giorno si stabilizza solo con l’arrivo a Hong Kong. A bordo abbiamo letto i nostri libri rigorosamente a tema nipponico e definito meglio l’itinerario da seguire a Tokyo. Quando manca poco all’atterraggio faccio partire gli highlights di tutti i gol della Champions League 2016/17. Sul 4-1 di Real Madrid-Juve “è finita” la nostra prima tappa.

A Hong Kong assistiamo a un fortissimo temporale che probabilmente è la causa del ritardo di circa un’ora con cui partirà il nostro aereo, ci è sembrato un fenomeno tipicamente tropicale perché in un attimo le colline verdi e i grattacieli che caratterizzano lo skyline sono spariti alla vista avvolti da nubi nere, poi si è abbattuto il nubifragio, potente e rapido. Anche sul secondo aereo troviamo film in italiano e una colazione inglese su cui è meglio… sorvolare, appunto! 😉

Finalmente è tempo di atterrare definitivamente e mettersi in fila per superare il controllo passaporto, ricevere il nostro visto gratuito per tre mesi e ritirare il bagaglio che già è stato scaricato dal nastro. Siamo finalmente pronti ad andare in albergo e per farlo seguiamo le indicazioni che portano alla Tokyo Monorail, compriamo i tagliandi alla biglietteria automatica (1260 Yen, 9.50 Eu) e saliamo a bordo di un treno che ci lascerà alla fermata Hamamatschuko. Da qui passiamo sulla JR Yamanote fino alla fermata Tamachi. In totale un tragitto di 30 minuti che finisce a circa 300 metri dal nostro Hotel Villa Fontaine Tokyo-Tamachi.

Come abbiamo fatto a comprare subito i biglietti della metro? Semplice: abbiamo cambiato i soldi in Italia!  Conviene sempre partire già muniti di qualche moneta locale, sia per questioni pratiche sia di convenienza, per questo abbiamo prenotato alle Poste 80.000 Yen, pari a 626 Euro con un tasso di cambio di 127.62 Yen per Euro (+6 Euro di commissione).

Dopo le operazioni del check-in usciamo per vedere il tempio di Sengaku-ji che ospita le tombe dei 47 Ronin, i samurai senza padrone che entrarono nella leggenda e nelle sale cinematografiche capitanati da Keanu Reeves. Si trova vicino al nostro albergo e durante il tragitto per raggiungerlo incrociamo la strada con l’enorme Tokyo Tower, una brutta copia della Torre Eiffel alta 333 metri, tutta bianca e arancione. Piove e fa molto caldo, raggiungiamo il tempio pochi minuti prima della chiusura, quindi facciamo un giro rapido ma è sufficiente perché è molto piccolo e siamo sicuri che Tokyo ha tanto altro da mostrare.

Volevamo solo sgranchire le gambe dopo le 18 ore di viaggio e le 7 di fuso orario ma la stanchezza si fa sentire, ce ne accorgiamo dopo esserci spostati nella stazione centrale per convertire il voucher del JR Pass e toglierci il pensiero: una missione che purtroppo non portiamo a termine perché ho con me solo la carta d’identità, mentre è necessario il passaporto con il visto per procedere. Peccato! Ci toccherà tornare…

Ormai siamo sul posto e ne approfittiamo per esplorare il piano sotterraneo della gigantesca stazione, quasi interamente dedicato alla gastronomia. Proviamo a orientarci tra le decine e decine di locali affollati, è venerdì sera e i giapponesi si danno alla pazza gioia. C’è l’imbarazzo della scelta tra profumi, colori e una grande varietà di cibo a disposizione.

Nonostante sia il loro scopo principale, le famose pietanze finte riprodotte perfettamente nelle vetrine di tutti i locali ci lasciano perplessi. Noi di solito siamo già scettici sui ristoranti che mostrano le foto delle proprie portate ma qui siamo addirittura alla versione 3D! E per quanto sia una cosa molto comune, su di noi l’effetto è inverso: dovrebbe aiutarci a scegliere ma contribuisce a confondere le idee.

Alla fine, dopo aver visto mucchi di plastica a forma di cibo, entriamo da Create Restaurant che ci sembra caratteristico e ha una rapida fila all’esterno con giapponesi in attesa. Risulterà un’illusione, forse abbiamo scelto male perché stanchi: sarà qui che faremo la cena peggiore di tutto il viaggio! Abbiamo ordinato omelette con maiale che poi altro non era che una poltiglia di carne in scatola avvolta in una frittata, spiedini di maiale e cipolle fritti, dove le cipolle erano decisamente più della carne, ravioli jyoza con pepe rosso di Okinawa, e chow mein Okinawa style in salsa di soia, bollenti come l’inferno ma passabili. Spendiamo 4016 Yen (30 Eu) ma come per tutte le cose fatte oggi… domani andrà sicuramente meglio!

Quanto abbiamo camminato oggi? 10,8 km

23/09 Tokyo

In piedi alle 08:00, facciamo una ricca colazione dolce e salata e siamo subito in strada per iniziare a esplorare Tokyo.

Ha finalmente smesso di piovere e ci avviamo verso la fermata della metro per andare al mercato del pesce. Sicuramente non parteciperemo alla famosa asta del tonno perché l’accesso è permesso solo su prenotazione e senza alcuna certezza, nel senso che in base ai periodi e alla disciplina dei turisti decidono i giorni di apertura e di chiusura al pubblico. In più il personale dell’hotel ci ha detto che il mercato la domenica è chiuso, e difatti sarà così, ma noi andiamo lo stesso. Una nota importante: sulla guida del 2016 abbiamo trovato scritto che il mercato si sarebbe trasferito a Dicembre di quell’anno in un’altra zona ma probabilmente qualcosa è andato storto durante i lavori perché sono in ritardo e a Settembre 2017 il mercato è ancora nella sede storica di Tsukiji.

Il quartiere prende il nome dallo Tsukijihongangji Temple che visitiamo prima di girovagare tra i tanti negozi che vendono cibo di strada. Ci esercitiamo con il rituale scintoista per una preghiera, che qui è del tutto simile all’espressione di un desiderio: si prende con due mani la corda con cui suonare la campana, si battono due volte le mani per attirare l’attenzione della divinità, si fanno due rapidi inchini, ci si raccoglie velocemente con le mani giunte e si va via con un inchino più profondo. Ma la prima cosa da fare è gettare una moneta nella cassetta delle offerte 😉

Dopo questo assaggio di spiritualità ci dedichiamo agli assaggi veri e propri, e passiamo in rassegna una moltitudine di bancarelle sgranocchiando seppie panate e fritte, mandorle tostate, fagioli neri… Grazie a questo perfetto movimento sincronizzato di mascelle e gambe raggiungiamo il vicino quartiere di Ginza, la strada-vetrina di Tokyo. Una sorta di Fifth Avenue per New York o gli Champs-Élysées di Parigi: un viale ampio, lungo, contornato da palazzi enormi e tirati a lucido, gente a passeggio e ovviamente tutte le grandi firme della moda.

Fuori una gastronomia troviamo un capannello di persone eccitate intorno al pupazzo animato di Gunma Chan, il simbolo dell’omonima prefettura che nel 2014 ha vinto il concorso della miglior mascotte del Giappone. Si vede che la sua popolarità non è scemata nel tempo perché è pieno di persone che scattano foto e la abbracciano. Ce ne sono sicuramente più da lui che davanti all’imponente facciata del teatro Kabuki-za, e anche noi ci facciamo sedurre dal cavallino giapponese, soprattutto perché non abbiamo 4 ore a disposizione per assistere a uno spettacolo tradizionale! Quindi scattiamo qualche foto e poi visto che è sabato ci godiamo il cuore del quartiere – all’incrocio tra Chuo-dori e Harumi-dori che in occasione del week end diventa inaccessibile al traffico nella prima strada e si trasforma in quello che gli abitanti di Tokyo chiamano “il paradiso dei pedoni”.

Da qui torniamo in stazione e alle 13:30 siamo finalmente allo sportello per cambiare il voucher del JR Pass, stavolta abbiamo i documenti giusti e prenotiamo i posti a sedere su tutti i treni che prenderemo nei giorni successivi.
Da notare! Tutti le rotte, le coincidenze, gli orari e i calcoli che avevamo fatto per gli spostamenti interni si sono rivelati esatti e anche in biglietteria ce li hanno confermati come i migliori possibili. Abbiamo usato il sito NAVITIME Travel e la relativa applicazione per smartphone. Molto meglio del più citato Hyperdia che dà anch’esso risultati esatti ma in quanto a grafica e usabilità sta qualche passo indietro.

Dopo il dovere torna il piacere e ci spostiamo verso la nostra prossima tappa, quindi dalla stazione prendiamo la Yamanote fino a Komagone per visitare Rikugien Garden, uno dei giardini più belli di Tokyo.
A questo punto è bene aprire una parentesi su come spostarsi a Tokyo: nelle stazioni delle metro (ci sono diverse compagnie che coprono la città) bisogna fare attenzione e guardare bene i tabelloni informativi per prendere i treni e le direzioni giuste, perché sono solitamente divisi per colore e numeri – che distinguono le varie linee – e le fermate riportano la tariffa necessaria per raggiungerle dalla stazione in cui siete, dettaglio molto utile da sapere prima di acquistare il biglietto giusto. Ci vuole un po’ di esercizio, anche perché questi tabelloni non sempre hanno la versione con caratteri occidentali e quando non c’è, non bisogna farsi prendere dal panico: basta guardarli qualche istante come degli ebeti e subito si avvicina qualcuno per dare aiuto. Ci è successo in diverse occasioni e abbiamo sempre accettato volentieri il soccorso dei giapponesi, anche quando avevamo le idee chiare sul da farsi: sono gentilissimi e ci dispiaceva rifiutare gesti così spontanei, che sicuramente – considerata la loro sobrietà e discrezione – gli costa qualche strappo al proprio senso del pudore, ancora molto consistente rispetto ai nostri standard attuali.

Torniamo ai giardini Rikugien. Anzi prima di entrare ci fermiamo a fare uno spuntino con un enorme raviolo al vapore ripieno di carne di maiale e uno spiedino di pollo. L’ingresso costa 300 Yen (2.30 Eu) e la passeggiata è molto piacevole: piantina del parco alla mano ci inoltriamo nei vari sentieri che risalgono agli inizi del ‘700 e non sembra proprio di essere nel cuore di una metropoli gigantesca. La vegetazione è brillante, le aiuole curate, i ponti di pietra, le cascate, le carpe colorate e le tartarughe ci proiettano in uno scenario tipicamente giapponese: stavolta non stiamo guardando una foto, ci siamo dentro! Il grande laghetto centrale e la casa da the, offrono scorci molto suggestivi e quando usciamo siamo pronti a gettarci  nella grande mischia di Akihabara. Sono le 17:00, il sole inizia a calare ed è il momento perfetto per trasferirsi nel “quartiere elettrico” di Tokyo, celebre per la concentrazione di cosplayer e appassionati di manga e anime.

Già alla stazione della metro troviamo dei chiari segnali: nell’atrio ci sono decine di distributori meccanici di giocattoli. Di quelli che ci metti un moneta, giri la maniglia e ti cacciano fuori una pallina con sorpresa. Di solito da noi si trovano in qualche bar, nei lidi, mentre in Giappone sono quasi ovunque e in quantità enormi. La cosa bella è che sono prese d’assalto dagli adulti e non dai bambini, come normalmente siamo abituati a vedere da noi. Ragazzi e ragazze aprono decine di palline alla ricerca soprattutto di action figures e vediamo scene di esultanza o delusione; in entrambi i casi mi piace l’idea che riescono a provare emozioni fanciullesche senza sentirsi ridicoli. Pascoli sarebbe orgoglioso di loro 😉

Una volta in strada veniamo bombardati da musica, colori, luci, voci, megafoni, un assalto sensoriale che ci lascia un po’ spiazzati. Vediamo sfilare qualche pittoresco protagonista di queste subculture metropolitane derivate dal mondo dei cartoni animati e dei fumetti, e facciamo la conoscenza delle sale Pachinko: un gioco d’azzardo molto popolare, concentrato in ambienti talmente incasinati e rumorosi che un casino di Las Vegas in confronto è un’oasi di pace. Dentro abbiamo visto quasi esclusivamente uomini alienati e intontiti, che fumavano e bevevano con gli occhi puntati solo sulla propria macchinetta; centinaia di persone una attaccata all’altra, come polli in batteria, senza alcuna interazione tra loro.

Dopo questa scena è necessario ritrovare un po’ di equilibro e quindi ci spostiamo verso il quartiere Asakusa per visitare il celebre tempio buddhista di Senso-ji. Visto che ci arriviamo in metro, approfitto per un’altra nota importante: le uscite sono sempre indicate in giallo e sarebbe utile conoscere in anticipo l’uscita migliore da prendere. Per esempio tante guide o pubblicità, quando indicano un luogo, riportano sempre la fermata della metro e la relativa uscita, così che le persone possano orientarsi correttamente e salire in superficie dalla parte giusta.

Senso-ji è meraviglioso, una delle attrazioni di Tokyo da non perdere. Dedicato a Kannon è celebre per la sua pagoda a cinque piani alta 55 metri e per noi rappresenta una perfetta introduzione al sincretismo: un concetto che vedremo ben espresso praticamente in tutti i luoghi sacri e che – sintetizzando molto prosaicamente – consiste in una pacifica convivenza dei maggiori culti religiosi del Paese. Scintoismo e Buddhismo in Giappone non si fanno la guerra, anzi convivono molto spesso negli stessi spazi e i loro templi condividono altrettanto di frequente gli stessi giardini.

Anche qui seguiamo un rituale molto in uso e molto rumoroso: agitiamo un pesante bussolotto di ferro pieno di legnetti numerati, ne tiriamo fuori uno e cerchiamo la cifra corrispondente su una serie di cassetti all’interno dei quali ogni partecipante trova il suo destino. Federica ha estratto il numero 12, quello più fortunato e alcuni giapponesi ci aiutano a tradurre il biglietto e si complimentano con noi. E se la sorte non è benevola? Niente paura, può succedere che i bigliettini siano negativi ma basta annodare il foglio sugli appositi espositori e ci penseranno i monaci a pregare per purificare la sorte avversa.

La visita serale è piacevole perché le strutture sono ben illuminate e, visto il grande numero di bancarelle chiuse, immaginiamo che durante il giorno sia molto caotico in quanto è il tempio più visitato di Tokyo. All’uscita abbiamo chiesto a una coppia giapponese di scattarci qualche foto e – toh! – lei ha lavorato in Italia per tre anni, per cui ha abbiamo parlato un po’ ed era molto incuriosita dal nostro viaggio e dal nostro profilo Instagram Handmade Travel.

Dopo un selfie di buon ricordo tutti e quattro insieme, ognuno è tornato sulla sua strada e la nostra ci ha portato dritti da Sushi Zanmai dove non è necessario spiegare cosa si mangia. Ci sediamo al banco di fronte ai sushi master e facciamo la nostra ordinazione compilando da soli un foglietto che riporta le voci del menù, accanto alle quali va messo un segno di spunta e la quantità di pezzi. La nostra scelta ricade su quattro set di maki da sei pezzi (uno di tonno, due con gambero e cetrioli, uno con capesante e cetrioli), poi coppie di nigiri di bonito, tonno rosso, gambero bollito, red snapper (parente lontano del dentice) e sei immancabili pezzi al salmone. Tutto accompagnato da birra e sakè freddo, per una spesa finale di 5127 Yen (38 Eu).

Torniamo per la prima volta in hotel con la metro al posto della Yamanote Line, scendiamo a Mita e raggiungiamo l’hotel a piedi con un’ultima passeggiata. Poi resta giusto il tempo per una doccia e una conferma importante su miti e leggende giapponesi: è tutto vero! Nei bagni, dall’aeroporto all’hotel, dalle stazioni ai treni, il livello igienico è sempre altissimo, mentre delle mitologiche tavolette dei water… ne parleremo più avanti! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 15 km

24/09 Tokyo

Anche oggi iniziamo con una colazione importante perché ci sarà molto da fare. Cominciamo dal Grande Giardino Orientale del Palazzo Imperiale, l’ingresso è libero e si accede dalla porta di Ote-mon dove c’è un controllo di sicurezza, si ritira la mappa del parco e il pass gratuito da restituire all’uscita. Si può scaricare anche un’audioguida gratuita.

La passeggiata è molto tranquilla, ci sono le mura antiche che cingevano in passato il palazzo, di dimensioni megalitiche, gli ambienti separati in base al tipo di vegetazione che ovviamente è curata, sia nella potatura sia nell’alternanza di colori, e non mancano cascate e stagni. Però, in tutta onestà, i giardini di ieri per quanto più piccoli sono stati più belli. Col senno di poi, considerato che di cose da vedere a Tokyo ce ne sono tante, questa è un’escursione che si potrebbe addirittura evitare.

Fa molto caldo, ci sono 28 gradi quando andiamo a prendere la linea verde della metropolitana diretti verso la stazione Meiji Jingumae. Altra nota sulla metro: abbiamo detto che i tabelloni indicano le fermate e le relative tariffe da pagare. Abbiamo anche detto che ci sono diverse compagnie che coprono la città e in base a distanze e incroci hanno costi diversi. Ora aggiungo che se sbagliate l’acquisto del biglietto non c’è problema, arriverete in ogni caso a destinazione ma per uscire vi sarà richiesto il biglietto corretto e per questo troverete in tutte le stazioni macchinette che “aggiustano” la tariffa e richiedono la differenza. Dopo la compensazione riceverete il tagliando corretto che vi permetterà di uscire. Altra cosa notevole: per l’ultima uscita il tornello non vi restituisce il biglietto, si apre per farvi passare e conserva il ticket, così li riciclano ed evitano il rischio che vengano gettati a terra.

Fuori dalla metro incrociamo la celebre Takeshita Dori, affollatissima di adolescenti, ma la vedremo dopo la visita all’altra grande attrazione in programma oggi: il tempio Meiji Jingu.
Passiamo attraverso il grande torii alto 12 metri (portale di accesso di ogni tempio scintoista) e passeggiamo nel bosco fino al santuario che purtroppo ha il padiglione principale in restauro. Partecipiamo anche noi alle abluzioni rituali prima di accedere: ricordate che bisogna riempire le coppette d’acqua alla fonte, sciacquare una mano per volta e poi la bocca. Ma l’acqua usata deve cadere fuori dalla vasca principale!

Dopo aver visitato rapidamente il complesso, i templi scintoisti sono abbastanza scarni e quasi sempre inaccessibili all’interno, dichiariamo finiti i nostri giri culturali e diamo inizio alla fase finale: shopping a Shibuya.

Prima passiamo per Takeshita Dori, un vero delirio di ragazzi che sfilano a caccia di abbigliamento e accessori strani. Scattiamo qualche foto, ci immergiamo nel fiume umano – in mezzo al quale becchiamo anche una processione dal tasso alcolico notevole – e procediamo verso la stazione della metro per arrivare a Shibuya. Il primo articolo che compriamo è un ventaglio, poi restiamo piuttosto delusi dal fatto che non riusciamo a trovare i souvenir classici da collezione come accade normalmente in altre località: magneti, shottini e le palle di vetro con neve sembrano introvabili! Camminiamo lungo la strada pedonale Shibuya Center Gai costellata di neon e negozi e ci infiliamo in un negozio tutto a 100 yen Can Do, dove compriamo portabottiglie termici, piattini quadrati di arenaria, rulli massaggianti, patatine e tre pacchi di tagliolini per ramen (1080 Yen, 8.10 Eu).

Dopo raggiungiamo il celebre incrocio con l’attraversamento pedonale che traghetta migliaia di persone da un marciapiede all’altro. Per vederlo bene saliamo al secondo piano dello Starbucks che affaccia sulla strada e dalle finestre scattiamo grandi foto e giriamo video in time-lapse che rendono benissimo l’idea di quanto accade ogni volta che i semafori cambiano colore.

Sono le 20:30, abbiamo camminato per quasi 10 ore consecutive e ci fermiamo a cenare da Genki Sushi, nel cuore di Shibuya. Per l’ultima cena a Tokyo abbiamo scelto un locale insolito che è diventato una sorta di istituzione per il modo particolare in cui si ordina.
Poca fila all’ingresso e siamo subito alla nostra postazione, ognuno di fronte a un tablet fisso. Il menù è tutto lì, in digitale, e scegli i piatti direttamente dal tuo monitor. Non è finita, perché non ci sono camerieri a servirti: il sushi ti arriva dopo pochi secondi su un piattino portato da un carrellino automatizzato su una monorotaia. Quando arriva, il monitor ti avvisa, tu ritiri il piattino e sempre con un tap rispedisci indietro il carrellino, pronto per nuovi viaggi! Molto divertente e anche di qualità discreta, prezzo poi imbattibile: ordiniamo 14 piattini con diversi nigiri e maki roll, notevoli quelli con tempura di gamberi, e spendiamo solo 2347 Yen (17 Eu).

Dopo cena ci restano le forze per una deludente ultima caccia al souvenir e un passaggio sulla Dogenzaka, piena di love hotel. È tempo di rientrare, domani inizia l’avventura vera: la spinta principale per questo viaggio, vale a dire la scoperta del Kansai, con i suoi villaggi termali, i corsi d’acqua, i sentieri del Kumano Kodo e il mare.

Quanto abbiamo camminato oggi? 16,8 km

25/09 Tokyo – Hongu (Watarase Onsen)

Sveglia alle 07:30, altra gran colazione e poi via in stazione: inizia la nostra settimana alla scoperta del Kansai, il cuore spirituale del Giappone e del Buddhismo Zen.

Ci dirigiamo verso la stazione dei treni Tokyo, la più grande della città, per prendere il nostro “treno-pallottola” Shinkansen Hikari che ci porterà fino a Nagoya dove prenderemo il regionale Nanki Wide View fino a Shingu.

Ci siamo presi un buon margine di anticipo per cercare qualche souvenir, che non troveremo (attenzione! Può sembrare assurdo ma solo ad Akihabara e Takeshita Dori abbiamo visto t-shirt e magneti ma non li abbiamo comprati, sicuri che li avremo trovati anche altrove. Sbagliato!), ma soprattutto siamo arrivati prima per capire senza affanni quale fosse il binario di partenza, visto che la stazione è grande e molto trafficata. Pensavamo fosse più complesso ma una volta arrivati sul posto è stato tutto facile. Anche perché l’applicazione su cui abbiamo programmato tutti i nostri spostamenti si è mostrata affidabile anche nella previsione del binario di partenza, con due mesi di anticipo! Il merito è anche delle ferrovie giapponesi che funzionano perfettamente, ce ne accorgiamo già con il puntualissimo orario di arrivo del treno, le operazioni di pulizia prima dell’imbarco dei passeggeri e successivamente con la partenza, anch’essa precisa al millesimo.

Rispetto a quanto ho letto in giro mi aspettavo spazi più angusti a bordo, invece le valigie stanno comode quanto noi che abbiamo spazio per distendere completamente le gambe e reclinare il sedile fin quasi a renderlo orizzontale. In pratica è come viaggiare su un lettino da spiaggia!

Sul viaggio c’è poco da dire: tutto fila liscio, coincidenza e orari combaciano con il nostro programma e arriviamo puntuali a Shingu dove alle 17:10 abbiamo preso il bus per Hongu.
La stazione di Shingu è piccola e la rimessa dei bus è adiacente, l’arrivo a destinazione è previsto per le 18:11.
Nota sui bus: il biglietto si paga a bordo al termine del viaggio. Al momento di salire si ritira un biglietto con il numero della fermata, in questo caso la 1 perché siamo al capolinea, e man mano che si procede con le fermate un tabellone luminoso vicino al conducente indica il costo da pagare rispetto alla fermata di partenza, che varia come fosse un tassametro. Alla fine del viaggio la nostra tariffa è 1540 yen (11.65 Eu). Si paga la cifra esatta in contanti mettendo i soldi in una macchinetta automatica vicino all’autista, non è previsto resto di alcun tipo ma affianco alla contasoldi c’è un altro dispositivo per cambiare i contanti in monete. Un ottimo sistema per far pagare tutti, senza perdite tempo.

Giù dal bus ci aspetta la navetta dell’albergo che in 10 minuti ci porta al nostro Watarase Onsen Hotel Himeyuri. Sbrigate le pratiche di registrazione andiamo dritti al ristorante, un po’ perché abbiamo fame e un po’ perché chiude alle 19:00 e dopo quest’ora si resta a digiuno. Proprio così! Siamo in un luogo isolato e senza nulla intorno: fare tardi significherebbe restare a stomaco vuoto fino all’indomani!

Raggiungiamo la tavola calda in uno stabile vicino a quello del ricevimento e siccome siamo gli unici clienti, piuttosto spaesati, con l’aiuto del personale ordiniamo la nostra cena sfogliando il menù appeso a un distributore automatico. Infiliamo i soldi nell’apposita fessura (2550 yen, 19 Eu) e pigiamo i tasti corrispondenti alle nostre scelte. Per fortuna poi non è caduto niente da raccogliere nel cassetto! 😉
Con questa procedura abbiamo solo trasmesso l’ordine alla cucina e pagato, dopo un po’ ci servono i piatti a tavola. Il motivo dell’ordinazione fatta alla macchinetta resta un mistero degno di Voyager.

Finiamo i nostri udon cucinati in brodo, una variante dei noodles più spessa e di grano duro rispetto a quella usata per il ramen, di frumento, e lo spezzatino di maiale con riso. Dopo cena rientriamo in stanza, la camera è in stile giapponese e ha una bella area con tatami per prendere il the ma c’è un altro soggetto sconosciuto con cui prendere confidenza: lo yukata. Si tratta di una sorta di vestaglia da camera a disposizione degli ospiti nelle ryokan, le locande tradizionali, e alle terme, difatti letteralmente significa abito da bagno. Per quanto sia molto simile per fattura e taglio, non si considera un kimono!

Lo indossiamo, leghiamo la cinta e ci infiliamo sopra anche l’hoari, una giacca da indossare se fuori è freddo, e ci dirigiamo verso gli onsen: le vasche pubbliche e private di acqua termale. Si vede che i giapponesi hanno orari e abitudini diverse dalle nostre, perché non c’è nessuno in circolazione. Noi ci dirigiamo verso le terme private, entriamo in uno dei quattro ambienti separati e una volta dentro si accende una luce esterna per avvisare che l’onsen non è disponibile. C’è un’intera piscina in pietra tutta per noi, siamo circondati da un giardino rigoglioso e un tetto di stelle! L’acqua è bollente e rilascia un vapore magico a contatto con l’aria frizzante, ci immergiamo e restiamo a mollo fino alle 23:00, poi facciamo una doccia finale – sempre all’aperto – , ci asciughiamo e torniamo verso la nostra stanza, rilassati e convinti di aver fatto un’esperienza completamente nuova e indimenticabile. E siamo solo al primo giorno in Kansai!

Quanto abbiamo camminato oggi? 5,1 km

26/09 Hongu – Kumano Kodo

Ci svegliamo e ci prepariamo con i nostri tempi e per un attimo dimentichiamo di essere in Giappone, morale: ci presentiamo alle 09:32 alla fermata della navetta e non la troviamo perché è partita come previsto alle 09:30!
Poco male perché ci accompagnano ugualmente fino a Hosshinmon Oji, un piccolo tempio molto importante nel sentiero di pellegrinaggio Kumano Kodo. Da qui iniziamo la nostra giornata di trekking alle 10:15.

Abbiamo organizzato questo viaggio con l’intenzione di visitare questi sentieri sacri dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e durante l’estate ci siamo preparati, fisicamente e mentalmente. Avevamo già le idee chiare sul da farsi e con le informazioni raccolte in hotel ci abbiamo aggiunto ancora più dettagli: percorsi, mappe, altitudini, ecc… in questo modo abbiamo pianificato il percorso, tenendo conto delle ore di luce, delle salite, dello sterrato, dei tempi di percorrenza.

Camminiamo immersi nel verde fra criptomerie, i cedri giapponesi lunghi e sottili, e bambù altissimi. Questi sentieri collegano una miriade di piccoli templi e tre grandi santuari, e nei secoli hanno subito una trasformazione importante: da pellegrinaggio sono divenuti vero e proprio culto. L’antica strada del Kumano ha quindi rispolverato le origini della propria fede ancestrale nella natura e l’ha fusa con scintoismo e buddhismo che in questi luoghi selvaggi hanno trovato la casa perfetta per le proprie divinità e bodhisattva. Così il Kansai ha guadagnato la fama di cuore sacro del Giappone.

Percorriamo i primi 1,8 km lungo la pista Nakaheci  per raggiungere Mizunomi oji, la nostra prima tappa è un tempietto eretto per il bodhisattva Jizo, una divinità molto popolare in Giappone, protettore dei bambini e dei viaggiatori! Proprio ciò che fa per noi. Da qui proseguiamo verso Fushiogami oji, distante 1,9 km. Fa molto molto caldo, c’è afa e umidità nei tratti su strada. Per fortuna ogni volta che ritroviamo lo sterrato nel mezzo della foresta, l’ombra degli alberi abbassa di qualche grado la temperatura. Arriviamo alle 11:45 e facciamo la prima pausa in un punto di ristoro: durante un’ora e mezzo di cammino abbiamo incontrato una sola macchina e cinque persone a piedi. Dopo il caos di Tokyo, un po’ di isolamento ci sta proprio bene.

Alle 12:00 riprendiamo il cammino verso il più grande tempio del Kumano Kodo che rappresenta anche la fine del sentiero: Hongu Taisha Shrine. Questa parte del percorso è stata la migliore, nonostante i cartelli di pericolo per la presenza di vipere ci abbiano condizionato un po’, visto che a un certo punto tutte le radici degli alberi che spuntavano dal terreno si sono trasformate in pitoni, cobra, coccodrilli che neanche nel rettilario dello Zoo Safari di Fasano 😉

Alle 13:30 varchiamo il torii d’ingresso del grande tempio e ci accoglie un cartello di benvenuto che ci conferma che siamo alla fine del Kumano Kodo. Ma non è ancora la fine della nostra escursione perché, dopo una pausa per visitare il santuario e fare uno spuntino, riprendiamo il cammino e andiamo a visitare il torii più grande del Giappone. L’impatto di questo portale di acciaio nero, alto 40 metri, è impressionante: spicca sul piatto terreno delle risaie circostanti e incornicia perfettamente le montagne verdi alle sue spalle. Siamo sempre soli quando entriamo a visitare quello che resta del tempio di Oyunohara, spazzato via nel 1889 da un’alluvione e sostituto da Kumano Hongu Taisha.
A parte la vegetazione rigogliosa e i cartelli informativi resta ben poco da vedere, quindi usciamo dal parco e raggiungiamo il placido fiume Shingu che attraversa la pianura. Facciamo una sosta per ammirare il volo delle aquile negli spazi immensi della vallata e diamo vita a una modestissima performance di land art, accatastando delle pietre in equilibrio sulla sponda del fiume. Con una serie di ciottoli ammassati, lasciamo ai posteri il segno del nostro passaggio e torniamo verso l’edificio del Centro del Patrimonio Storico di Kumano Hongu dove si trova la rimessa dei bus.

Nei negozi di souvenir troviamo la conferma di ciò che avevamo sospettato durante il tragitto: ci sono t-shirt che attestano l’esistenza di un gemellaggio tra Kumano Kodo e il Cammino di Santiago di Compostela. Perché lo sospettavamo? Perché durante il percorso quei pochi occidentali incontrati erano piccoli gruppi di spagnoli.
Dopo aver comprato una confezione di riso locale notiamo che il bus per la nostra prossima destinazione è appena passato e il prossimo arriverà tra un’ora! Questo imprevisto mette a rischio la nostra tabella di marcia perché il sole sta per calare, ma un colpo di fortuna ci assiste! Riconosciamo l’autista della navetta del nostro hotel e gli chiediamo un passaggio: non si ricorda di averci accompagnato ieri ma accetta di farci salire e una volta a destinazione ci segue fino alla reception per assicurarsi che siamo davvero clienti dell’hotel e non due scrocconi vagabondi.
Dopo i saluti con il personale del desk sono tutti più tranquilli e noi possiamo riprendere la marcia: se nessuno ci porta a Yunomine Onsen, ci andremo da soli e a piedi! Sono ancora le 16:30 e dobbiamo concludere i nostri giri entro e 19:00 per poter cenare, quindi è subito tempo di ripartire: 30 minuti di cammino ci separano dal più pittoresco dei tre villaggi termali presenti nella zona.

Dopo una nuova scarpinata in collina arriviamo nella stazione termale più antica dell’intero Giappone, con oltre mille anni di storia. Il villaggio sorge sulle sponde di uno stretto corso d’acqua bollente ed è celebre per la sua piccola capanna di legno costruita al centro del fiumiciattolo che ospita una vasca naturale in pietra. La cabina è pubblica e possono accedervi una o due persone per massimo 30 minuti, non c’è un controllo ma solo dei cartelli che invitano a rispettare queste semplici regole. Qui troviamo concentrati il maggior numero di occidentali, alloggiano nelle tante ryokan e minshuku e si godono l’ospitalità e lo stile di vita del luogo immergendo i piedi nel fiume dopo una giornata di escursioni, bevendo una birra e cuocendo le uova sode nell’acqua calda: 15/20 minuti e sono pronte, proprio come fanno le persone del posto che portano qui a sbollentare verdure e mais.

Il sole tramonta alle 18:00 e se non vogliamo fare la strada del ritorno al buio c’è da riprendere la marcia per tornare a Watarase Onsen, dove arriviamo in perfetto orario per cambiarci, indossare i nostri yukata e andare a cena. Stasera niente tavola calda, ci premiamo con il ristorante principale dell’hotel che ha delle grandi vetrate che affacciano sul fiume e una bella atmosfera. Mentre aspettiamo i camerieri, ripensiamo alle scoperte di oggi, alle meraviglie viste e alla perfetta organizzazione che grazie a cartelli, punti di ritrovo, indicazioni, ha reso il cammino più interessante e sicuro.

Il menù era solo in giapponese ma ci siamo fatti aiutare da Kazuki che – per quanto abbiamo capito nei giorni di permanenza – è l’unico a conoscere decentemente l’inglese, quindi ci ha tradotto la lista dei cibi e dopo aver schivato la carne di balena abbiamo ordinato del manzo arrosto servito insieme a sashimi accompagnato da riso, e poi del manzo locale crudo tagliato sottilissimo da cuocere al tavolo in un brodo di ortaggi accompagnato da tofu. Alle prese con il fornello abbiamo dosato gli ingredienti e scelto il grado di cottura portando a compimento un’insolita pratica gastronomica, con cibi di ottima qualità e in un certo senso “cucinati” da noi.

Dopo aver saldato il conto di 4320 Yen (32.60 Eu) raggiungiamo le terme pubbliche e ci separiamo. In questo tipo di terme l’accesso è separato per un motivo molto semplice: si entra in acqua completamente nudi. Ma visto l’orario l’imbarazzo è ridotto al minimo perché non c’è quasi nessuno. Lasciamo gli indumenti negli spogliatoi e ci diamo appuntamento dopo mezz’ora, una volta fuori raggiungiamo l’onsen privato e mentre siamo immersi nell’acqua calda per rilassarci ci raccontiamo l’esperienza pubblica che è risultata identica: una vasca al chiuso che rendeva l’ambiente simile a una sauna, persone a lavarsi meticolosamente prima di entrare in acqua e all’esterno altre quattro enormi vasche in pietra con diverse temperature. Tutto perfettamente illuminato e curato nei dettagli, già lo sappiamo: quanto ci mancheranno questi rotenburo!

Quanto abbiamo camminato oggi? 17,3 km.

27/09 Watarase Onsen – Shirahama

La giornata inizia con un graditissimo cambio di programma per via di una possibilità che ci hanno presentato in reception al nostro arrivo: hanno una navetta gratuita che ogni giorno parte alle 10:30 per la stazione di Shirahama.
Noi abbiamo in programma proprio questo spostamento e con il JR Pass l’avremmo fatto tranquillamente, solo che avremmo dovuto farci accompagnare alla fermata del bus in partenza per la stazione di Shingu alle 8:56 e da lì, dopo un’ora di viaggio, prendere il treno delle 10:28 per Shirahama con arrivo previsto alle 12:20.

Invece così partiamo e viaggiamo molto più comodi e arriviamo prima: anche l’arrivo in stazione ci va benissimo perché il nostro Minshuku Inn Shirahama Ekinoyado è a soli 50 metri dai binari, l’avevamo scelto proprio in previsione degli spostamenti in treno.

Alle 12:00 arriviamo a destinazione e appena fuori la stazione troviamo la nostra casa per le prossime due notti e a questo punto ci sta bene una nota sulla differenza tra ryokan e minshuku: in realtà sono molto simili, si tratta di abitazioni/locande tradizionali, una sorta di pensione a conduzione famigliare. Entrambe possono essere in condivisione con la famiglia ospitante e si scelgono per vivere una completa esperienza giapponese, visto che ci si adegua ai ritmi e alle usanze locali, in particolar modo per i pasti. Si dorme ovviamente su tatami e futon e, forse, la differenza sostanziale consiste che nelle minshuku i proprietari si aspettano che siano gli ospiti a preparare il futon per dormire e a riporlo nell’armadio al mattino.

La signora che ci apre le porte della locanda è arzilla, quasi parla soltanto giapponese, non accetta carte di credito ma solo contanti, con piglio militare ci dà qualche spiegazione sulle regole della casa e ci chiede a che ora vogliamo la colazione offrendoci margini di scelta molto risicati: o alle 07:30 o alle 08:00, poi digiuno.

Va bene, ci adegueremo. Da bravi cadetti andiamo in stanza, scostiamo il tavolino basso, stendiamo i nostri futon sul tatami, infiliamo i costumi nello zaino e torniamo in stazione a prendere il bus 12 diretti a Sandanbeki Rock Cliff, una scogliera alta 50 metri da cui si ammira un vasto panorama sull’Oceano. In cima c’è un piccolo ristoro dove ci fermiamo a prendere un orrendo gelato al the verde che era amaro e sapeva di pesce marcio. Scampati all’avvelenamento ci spostiamo a piedi verso la vicina Senjojiki Rock Plateau, altrimenti nota come “Punta dei 1000 tatami”. La chiamano così perché effettivamente le stratificazioni delle rocce che formano il promontorio sono così regolari che ricordano la forma di tanti tatami sovrapposti. Qui il mare e il vento hanno compattato e levigato per secoli la sabbia chiara, creando anfratti dalle linee morbide e riflessi abbaglianti. Mentre ci allontaniamo per raggiungere la spiaggia Shirara-hama, la più famosa nel cuore della città, notiamo che rispetto a qualche sparuto gruppo incontrato nel Kumano Kodo, finora a Shirahama non abbiamo visto turisti occidentali.

Shirahama è nota per i suoi antichi onsen a ridosso dell’Oceano, che risalgono anche a 1300 anni fa (!) ed è molto frequentata come località balneare dai giapponesi ma siccome siamo fuori stagione è semi-deserta: l’ideale per godersi l’enorme spiaggia di finissima sabbia bianca lunga quasi un chilometro. Non ci fermiamo all’onsen perché vogliamo raggiungere il mare ma prima facciamo una sosta per immergere i piedi in una vasca termale pubblica adiacente alla spiaggia. Ok, ora siamo già senza scarpe: è il momento di continuare la nostra passeggiata lungo la riva.

L’acqua è bellissima, pulita e trasparente, non ci tuffiamo completamente perché il sole sta per tramontare e non ci resta molto tempo per asciugarci prima di cena. Quindi ci fermiamo giusto il tempo di uno spuntino e procediamo fino alla fine della spiaggia, dove troviamo un bellissimo tempio shintoista silenzioso e isolato. Sicuramente molto più sobrio del nome: Nishinomiyashirahamaemihisashi Shrine 🙂

Sono soltanto le 18:00 ma decidiamo di andare ugualmente a cena perché in questa zona c’è più scelta rispetto a dove soggiorniamo, quindi siccome alle 19:10 parte l’ultimo bus entriamo senza indugi nel ristorante che avevamo selezionato in precedenza. Da Kiraku troviamo un bellissimo ambiente, molto rustico, e un’accoglienza formidabile. Il locale è piccolissimo, tutto in legno e molto tipico con i suoi tavoli bassi sui tatami. Appena seduti ci portano l’entrée che spilluzzichiamo perché ha un sapore “forte” e, diciamo così, “sospetto”. Non siamo riusciti a riconoscere tutti gli ingredienti ma ce li svelano a fine pasto: ravanelli, ginger, carote, cipolle e… branchie di pesce!
Dopo questo brivido ci servono uno Yaki Sakana, spigola giapponese arrosto, e una tempura di gamberi e verdure. Ogni piatto è accompagnato dall’immancabile riso, una ciotola con la zuppa di miso e varie coppette con verdure miste. Da bere abbiamo ordinato una birra media e uno chuhai, a base di shochu – liquore giapponese – mescolato con soda e lime.

A parte le branchie è stato tutto buonissimo, spendiamo 3600 Yen (27 Eu), tanto che al termine del viaggio Kuraki risulterà sul podio delle cene migliori. Prima di andar via ci fermiamo a parlare con i gestori che con tanto di vocabolario alla mano si prodigano per darci informazioni sui prodotti e la cucina giapponese, e ci tenevano moltissimo a farci capire cosa avevamo mangiato. A un certo punto tutta la famiglia si è riunita al nostro tavolo, anche il nonno che con orgoglio si avvicina portando con sé un bottiglione di umeshu, un liquore tradizionale a base di albicocche fatto da sua moglie e che dobbiamo assaggiare assolutamente. La mama-san è l’unica che resta lontana ma ci guarda sorniona e sorride quando alziamo i bicchierini e brindiamo alla sua salute. Un vero peccato dover andar via!

Alle 19:07 prendiamo l’ultimo bus diretto in stazione e chiudiamo la giornata come da programma, con un asso nella manica che ci siamo riservati per il finale. In fase di prenotazione del minshuku abbiamo pensato: va bene la locanda tradizionale, va bene il tatami, va bene pure il futon… va bene tutto, però se prenotiamo la stanza che ha una bella vasca privata sul terrazzo, tutta in legno, sarebbe anche meglio! È andata proprio così: al ritorno in stanza l’abbiamo trovata già piena di acqua fumante, grazie alla premura della proprietaria. E dopo un bagno caldo e il relax, ancora una doccia sotto le stelle (per forza, nel bagno non c’è!) 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 11,1 km

28/09 Shirahama – Nachi – Shirahama

Uno dei motivi per cui abbiamo scelto questa minshuku è stata anche la colazione giapponese, tanto decantata nelle recensioni degli ospiti.
Alle 08:00, vestiti con gli immancabili yukata, andiamo a vedere cosa ha preparato con le sue mani la proprietaria della nostra locanda.

La tavola è magnificamente imbandita e praticamente non c’è nulla di quello che noi mangiamo abitualmente appena svegli. Ci facciamo spiegare cosa c’è nelle 100 scodelle e scodelline che la signora ha preparato con tanta cura. Ognuno ha il suo vassoio e all’interno ci sono portate, cucchiai, bicchieri, per unire, miscelare, condire. Immancabile la zuppa di miso e tofu che cuoce sul piccolo fornello da campo vicino al riso, anch’esso caldo. Tutto ha una simmetria, una regolarità nell’estetica che, nostro malgrado, non riusciamo a riprodurre con una gestualità altrettanto sobria ed elegante durante la fruizione. Ci sono frittatine, insalata con una fetta di fesa di tacchino, purea di rafano, uova alla stracciatella con funghi e pomodori, radici di loto, daikon (varietà di ravanelli), e satoimo, una patata dolce.

La signora è molto orgogliosa di ciò che ha preparato ma si rende conto anche della diversità rispetto alle nostre abitudini e quindi resta a guardare divertita come ci approcciamo ai suoi piatti e, visti i risolini e lo stupore, sicuramente ha notato cose buffe nei nostri abbinamenti. Quindi, per non fare come gli americani che da noi ordinano la pizza con il cappuccino, le chiediamo qualche suggerimento su come abbinare al meglio le varie portate. Noi sapevamo cosa fare solo con l’acqua e il the!

Non lasciamo nulla di intentato, assaggiamo tutto e qualcosa la finiamo anche di gusto, come le frittate e il riso, ma qualcosa proprio non va giù come per esempio la crema di uova con i funghi. Alla fine, però, non rinunciamo a un paio di panini al latte con marmellata di fragole: un tocco europeo ci voleva!

Per oggi il meteo non prometteva nulla di buono per la nostra giornata di mare e onsen, quindi abbiamo improvvisato un fuori programma: forti nel nostro JR Pass, ci siamo inventati un’escursione per vedere le cascate e la pagoda di Nachi, in pratica torniamo indietro e riprendiamo un altro percorso del Kumano Kodo. L’idea di tornare su quei sentieri ci piace, il richiamo di ciò che abbiamo visto è fortissimo e alle 10:12 prendiamo il treno che ci porterà fino a Kiikatsura dove arriviamo alle 11:30.

Appena fuori la stazione ci orientiamo nel piccolo centro di informazioni turistiche e notiamo che intorno a noi non c’è una sola parola scritta in inglese, soltanto ideogrammi, e nessuna possibilità di pagare con carta, solo cash. Racimoliamo con qualche difficoltà le informazioni che ci servono e compriamo un biglietto giornaliero per il bus che con 1000 Yen (7.50 Eu) ci permetterà di viaggiare sulla tratta che raggiunge le attrazioni principali. Scendiamo dopo 30 minuti di viaggio alla fermata Nachisan Mountains e da qui prendiamo la serie di ripide gradinate che portano in cima al Kumano Nachi Taisha Grand Shrine. Dopo 20 minuti e 453 scalini raggiungiamo il santuario e visitiamo i templi scintoista e buddhista, come in altre occasioni vicini e chiaramente distinguibili nei loro colori ed elementi architettonici. Il tempio buddista Nachisan Seiganto-ji è sicuramente il più bello, all’interno c’è il gong più grande del Giappone e all’esterno un belvedere talmente ampio che permette di vedere la celebre pagoda di Nachi in primo piano, la grande cascata sullo sfondo e, dalla parte opposta, in lontananza, l’immensità del Pacifico.

Con uno scenario del genere scateniamo le nostre macchine fotografiche e giriamo qualche video per riprendere il salto di 133 metri della cascata più alta del Giappone. Dopo aver superato la discesa che porta alla base della pagoda ci inoltriamo in un nuovo tratto del Kumano Kodo che sbuca nei pressi del bacino della cascata. Sarà questo il nostro congedo dai sentieri sacri e saluto migliore non poteva esserci: un finale molto suggestivo, ancora immersi nel verde, con radici, sassi e muschio a complicare il cammino e il fragore dell’acqua che aumenta man mano che ci avviciniamo. Non vediamo ancora la cascata ma il verde brillante che ci circonda, l’umidità e una pioggerellina nebulizzata sulla pelle ci indica che ci siamo quasi. Poi la radura si apre e la scheggia d’argento che spacca in due lo smeraldo della foresta ci appare in tutta la sua grandezza. Lo ribadiamo ancora una volta: che intuizione meravigliosa è stata la scelta di visitare il Kansai e la prefettura di Wakayama!

Il nostro giro si conclude alla fermata Nachinotachi Mae e da qui riportiamo con il bus delle 14:56 per tornare alla stazione di Kiikatsura dove prendiamo il treno delle 15:57 che ci riporterà a Shirahama dopo un’ora e mezza di viaggio. Prima di rientrare nella locanda ci fermiamo allo sportello turistico per prendere informazioni molto importanti sulla possibilità di lasciare i bagagli in custodia nella stazione di Koyasan, destinazione in programma domani che per quanto abbiamo letto andrebbe affrontata con bagagli leggeri, trovandosi in montagna. Il personale è gentile ed è preparato ad affrontare le difficoltà linguistiche: ci fanno fare le domande in inglese a un tablet che gliele traduce scrivendole in giapponese. Loro rispondono in giapponese e noi leggiamo in inglese: tutto risolto!
Ah! Hanno telefonato alla stazione di Koyasan e ci hanno assicurato che ci sono gli armadietti per lasciare i bagagli. Prima di tornare in stanza ci fermiamo all’emporio della stazione e compriamo le calamite del Kumano, che non avevamo trovato in nessuna delle tappe precedenti, l’acqua e il necessario per un aperitivo giapponese a base di schochu e patatine all’alga nori.

Ma non è finita perché Shirahama ci riserva ancora una sorpresa.
Alle 19:00 i bus non circolano più, quindi dobbiamo muoverci a piedi per cercare un posto dove mangiare. L’operazione non è affatto semplice, perché ora Shirahama sembra una città fantasma: non ci sono persone in giro, non ci sono locali aperti, anche su TripAdvisor non otteniamo riscontri. Ci muoviamo lungo una strada buia e camminiamo senza una meta: l’unica persona che incontriamo sta facendo jogging, si ferma e ci parla in giapponese come se niente fosse. Ovviamente non ci dice nulla di utile e decidiamo di proseguire ancora un po’, ci fissiamo come obiettivo massimo una curva per affacciarci alla fine del rettilineo e dare uno sguardo oltre. Arrivati alla svolta, ancora nulla: solo strada e case. Però c’è un’insegna luminosa su un piccolo edificio, non riconosciamo gli ideogrammi ma c’è qualcosa che pende al centro e che ci fa sperare: sembra un caciocavallo nostrano! Seguiamo il feticcio luminoso come falene e apriamo la porta: mettiamo il naso dietro e ci troviamo di fronte cinque persone che ci guardano sorprese. Tre sono seduti al banco e due sono dall’altra parte: ce l’abbiamo fatta! Si mangia!

La fortuna ci sorride ancora (come potrebbe essere altrimenti dopo aver pescato la profezia perfetta a Tokyo?) perché dei tre clienti presenti uno è sposato con un’americana e parla benissimo inglese. Il locale si chiama Hyoutan, che vuol dire zucca (non era un caciocavallo!), ed è una izakaya, una taverna tradizionale. Visto che i proprietari, una coppia, parlano solo giapponese, il nostro nuovo amico ci fa da interprete e ci consiglia cosa ordinare. Lui sta mangiando un pollo fritto dall’ottimo aspetto e gli diamo subito l’ok per provarlo anche noi, poi ci aggiungiamo un pesce locale arrosto e una tempura di verdure e gamberi. Il cibo è buono e la compagnia anche, restiamo volentieri a chiacchierare e visto che si mangia benissimo ordiniamo anche degli straccetti di manzo arrosto, tagliati sottilissimi e accompagnati da riso. Beviamo birra, chuhai, offriamo un giro al nostro interprete e andiamo via dopo aver saldato il conto (6400 yen, 48.20 Euro), rigorosamente in contanti!

Cena abbondante stasera, tanto domani ci aspetta la dieta vegetariana prevista nel monastero buddhista in cui alloggeremo…

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,7 km

29/09 Shirahama – Koyasan

Per concludere la nostra settimana in Kansai, abbiamo programmato un breve soggiorno sul Monte Koya. Quando abbiamo letto sulla guida che era possibile alloggiare in un monastero buddhista, le nostre ricerche si sono direzionate in questo senso per provare l’ospitalità di un vero shukubō, la foresteria dei templi.

Visto che iniziamo a prepararci alle 07:00 non avremo tempo per la maxi colazione giapponese ma la nostra locandiera è così gentile da trasformare tutto in un bento, il pranzo da asporto anch’esso magnificamente confezionato.

Oggi è il giorno più complicato in termini di logistica, si comincia con il treno delle 09:19 per Wakayama dove arriviamo alle 10:47. Il prossimo treno per Hashimoto parte dopo soli 3 minuti ma quando tutto funziona perfettamente tre minuti sono sufficienti per passare da un binario all’altro. Questo secondo treno è praticamente una piccola metro: solo tre carrozze, pochi posti a sedere e molti in piedi.

Una volta arrivati ad Hashimoto abbiamo 7 minuti prima di prendere il treno successivo ma il grado di difficoltà aumenta perché dobbiamo fare i biglietti! Difatti il prossimo tratto di ferrovia non è incluso nel JR Pass perché è servito da una compagnia diversa, la Nankai Koya Line Local. I nostri timori di perdere la coincidenza si rivelano infondati perché in biglietteria i controllori ci aiutano a fare il tagliando giusto che ci servirà fino al Koyasan. Quindi abbiamo in mano un solo biglietto che da Hashimoto ci porta a Gokurakubashi, valido anche per la successiva teleferica diretta a Koyasan in totale (830 Yen, 6.20 Eu).

Finalmente ci siamo! Dopo l’ascesa che ci ha portato in 5 minuti da 400 a 1000 metri d’altezza, siamo finalmente arrivati in questo luogo mistico. Una volta sul posto ci rendiamo conto che non sarà necessario lasciare il bagaglio grande in stazione (abbiamo preparato uno zaino leggero, pronti a soggiornare senza valigie), perché la situazione non è così “difficile” come l’avevamo letta sui diari di altri viaggiatori. Il bus 2 parte davanti alla stazione e ci lascia alla fermata 9, proprio davanti al nostro tempio (330 Yen, 2.50 Eu). L’avevamo visto descritto come un tragitto di chilometri da fare a piedi lungo impervie mulattiere di montagna e invece…

Ci siamo! Entriamo nel nostro Eko-in Temple, ci togliamo le scarpe e raggiungiamo una stanza con altre persone per ascoltare le istruzioni sul soggiorno e fare il check-in. Un monaco ci dà spiegazioni su orari, rituali, pratiche e pasti. Sarà un’esperienza intensa che inizia nella nostra stanza con il ricalco dei sutra con la tecnica Shakio, una pratica molto comune in Giappone. Ci hanno dato i pennini e un foglio con il sutra del cuore su 14 linee verticali, semplice e conciso. Questa attività aumenta la concentrazione, ancora di più per noi che abbiamo a che fare con gli ideogrammi. Non importa la comprensione del testo, il principio con cui vivere l’esperienza è lo stesso che applichi colorando un mandala: svuoti la mente, nessuna distrazione.

La camera è molto bella, ovviamente in stile giapponese, tutta in legno, con tatami e grandi vetrate che affacciano sul complesso monastico e lo stagno. Decidiamo di interrompere il ricalco per fare un giro fuori prima della seconda attività che abbiamo programmato. Scendiamo in strada per visitare alcuni templi di questa Las Vegas buddhista: esatto, può sembrare assurdo ma camminare a Koyasan ci ricorda il viaggio in USA del 2014. Qui sicuramente non ci sono casinò ma passeggiare per 2,5 km su una strada su cui affacciano grandi e piccoli templi, ci fa pensare a un accostamento azzardato con la Strip di Las Vegas. In versione mistica, ovvio!

Entriamo nel tempio Rengedani che ha una bella pagoda, sgraniamo un lungo rosario di legno appeso al soffitto che scoppietta mentre lo tiriamo e il grano corrispondente all’altezza degli occhi dopo il terzo giro previsto dal rituale ci dà una benedizione. Da qui passiamo direttamente al Kongobu-ji (500 Yen, 3.75 Eu), il tempio principale del buddhismo Shingon a Koyasan e sede dell’abate. Molto famoso per i pannelli di legno dipinti all’interno delle stanze; in tutta sincerità, non è granché e vale la visita quasi esclusivamente per il giardino di roccia, uno dei più grandi e curati del Giappone.

L’esplorazione per oggi finisce qui perché dobbiamo rientrare al monastero, visto che alle 16:30 partecipiamo a una sessione di meditazione. Entriamo puntuali nella sala insieme ad altri viaggiatori e un monaco impartisce istruzioni sul da farsi, a partire dalla postura. Veniamo iniziati alla meditazione Ajikan, sulla lettera “A” che in sanscrito ha una grafia che richiama l’immagine della luna – intesa come illuminazione nel buio – e rappresenta il Buddha cosmico. La sua visualizzazione durante la meditazione sintetizza la dottrina del buddhismo esoterico: possiamo raggiungere l’illuminazione in questa vita terrena. Una speranza più che una possibilità.

Si comincia con un inchino seduti, con i piedi sotto i glutei, e si passa a incrociare le gambe, portando il piede sinistro sul ginocchio destro. Chi riesce può portare anche il piede destro sull’altro ginocchio, riproducendo così la seduta “del loto”. La schiena resta dritta, le mani poggiano in grembo con il dorso della sinistra sovrapposto sul palmo della destra e i pollici a contatto (non forte pressione, né leggero distacco). Gli occhi restano semichiusi a guardare la punta del naso (avete presente quelle immagini di Buddha che sembra strabico o ubriaco?), non devono essere aperti perché distraggono e neanche chiusi perché ti fanno guardare troppo dentro o, più probabilmente, rischi di prendere sonno. La meditazione ci rilassa e al termine dei 30 minuti ci intratteniamo a parlare con un monaco di buddhismo e gli facciamo alcune domande su una dottrina che in Italia ha acquisito popolarità negli ultimi anni, che viene dal Giappone ma che finora non abbiamo incontrato durante tutto il viaggio, la Soka Gakkai.

Alle 17:30 torniamo in stanza dove troviamo la cena già pronta sul tavolino basso, un altro momento importante di questo soggiorno. I monaci hanno da secoli un regime alimentare rigorosamente vegetariano chiamato shojin-ryori e il bilanciamento dei colori e la presentazione sono elementi importanti quanto gli ingredienti locali, come il goma dofu (tofu di sesamo), la tempura di verdure, la zuppa (indovinate di cosa?) e altre radici e ortaggi che non abbiamo riconosciuto. Per carità, sarà tutto sicuramente nutriente e salutare ma in quanto a gusto non c’è da entusiasmarsi: si può fare molto meglio pur senza usare carne e pesce.

Al termine del pasto i monaci vengono a ritirare i vassoi e preparano il futon per la notte. Rispetto a Las Vegas qui alle 19:00 è tutto spento, l’unica attività possibile è la visita “notturna” al cimitero che finisce alle 20:00. Visto che la giornata è stata lunga, piena di treni e di cose viste e fatte, decidiamo di restare in stanza. Soprattutto perché fuori ci sono 8 gradi! In camera si sente un gran freddo perché gli ambienti non sono riscaldati, quindi ci sarà da restare sotto le coperte e ripararsi anche perché le pareti di legno e carta di riso non offrono grande isolamento. Alle 22:00 inizia il coprifuoco del monastero che chiude i battenti, ora non si può più entrare o uscire.

Cena sana e leggera, a dormire presto e sveglia all’alba. Siamo qui, siamo pronti.

Quanto abbiamo camminato oggi? 6,5 km

30/09 Koyasan – Kyoto

Ci svegliamo alle 06:00 in punto, i bagni sono in comune (pulitissimi) e bisogna prepararsi per partecipare alla cerimonia del mattino prevista alle 06:30 nel tempio principale.
Arriviamo puntuali e assistiamo i monaci che recitano un sutra accompagnati da un gong. Al termine della preghiera fanno sfilare tutti i partecipanti lungo il perimetro interno del tempio per fare una serie di inchini rituali dinanzi a statue del Buddha e di altri bodhisattva. Una volta fuori ci spostiamo verso un secondo tempio del complesso, per assistere al goma, la cerimonia del fuoco: un rituale antichissimo che vede un monaco preparare una pira di bastoncini di legno profumato all’interno di un grande braciere mentre un altro inizia a salmodiare un sutra battendo su un tamburo. Il ritmo aumenta man mano che la fiamma cresce e diventa sempre più larga e alta. Viene alimentata con altri legni e oli, con gesti calmi e compassati alternati ad altri più rapidi e decisi. La penombra in cui siamo avvolti viene spazzata via dalla luce durante l’apice del rituale purificatore, salvo poi riconquistare il suo spazio man mano che la fiamma perde intensità fino a spegnersi. Dopo il consueto giro di inchini, rientriamo in stanza ma saltiamo volentieri la colazione vegetariana e passiamo direttamente al digiuno: più sano di così!

Approfittiamo della sveglia all’alba per uscire subito e andare a visitare il pezzo forte di Koyasan: il grande cimitero secolare Okuno-in, il più grande del Giappone e ovviamente Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Dista solo 100 metri da noi e già subito dopo l’ingresso ci rendiamo conto dell’atmosfera magica che ci circonda: criptomerie gigantesche proteggono il sentiero principale che separa in due il cimitero dove 200.000 buddhisti hanno trovato sepoltura nel corso dei secoli. Il percorso lungo un chilometro e mezzo è costellato di altari, templi, sculture, ceppi, ricoperti di muschi che brillano sotto la luce che filtra agli alberi. Fa sicuramente freddo ma siamo attrezzati e abbiamo fatto un’ottima scelta perché a quest’ora non c’è praticamente nessuno e ci godiamo l’escursione fino al tempio principale di Kobo Daishi (Kukai), fondatore del Buddhismo Shingon e dell’intera Koyasan. In pratica una divinità.

Superiamo il Toro-do, l’edificio principale del cimitero dove ci sono due lanterne che ardono ininterrottamente da 900 anni, e arriviamo nel luogo più sacro del complesso: il mausoleo di Kobo Daishi. Ora, nonostante le dimensioni monumentali del cimitero, non possiamo dire propriamente che anche il padre fondatore di Koyasan ha trovato sepoltura qui, per un motivo semplice: Kukai non è morto ma si è ritirato volontariamente in eterna meditazione e i fedeli ogni giorno portano offerte di cibo per il suo sostentamento. Da 1200 anni.

Ormai il sole è alto quando iniziamo a tornare verso il monastero e vediamo arrivare grandi gruppi e un notevole afflusso di persone che sicuramente aumenterà nel corso della giornata. Abbiamo fatto benissimo ad andare presto!
Alle 10:00 lasciamo la stanza e ci muoviamo verso il centro per visitare il Gran Garan. In strada iniziamo il nostro shopping: due statuine di Buddha Amithaba, pennino e pergamena per ripetere l’esperienza Ajikan, t-shirt, calamite e una confezione di tofu al sesamo ma non per noi! Lo regaleremo ad amici che hanno preso ad apprezzarlo in Italia (5240 Yen, 40 Eu). Qui lo mangiamo almeno una volta al giorno preparato da mani diverse con le migliori tecniche e ingredienti, e il risultato ci sembra sempre ospedaliero. Sarà pure sano ma a chi proviene dalla dieta mediterranea resterà sempre insipido, salvo arrotolarci attorno una bella fetta di pancetta arrosto.

Il blitz per lo shopping è rapido perché gli ultimi acquisti li faremo tutti a Kyoto e procediamo a visitare l’ultimo grande complesso di templi e pagode, da vedere senza indugi. Se per questioni di tempo, oltre all’imprescindibile cimitero Okuno-in, sarete costretti a scegliere se vedere il Garan o il Kongobu-ji, non esitate e preferite il primo al secondo. Vale il viaggio sin dal portale ingresso, c’è un laghetto con ponti, templi, un albero di pino a tre aghi dal forte valore simbolico e la spettacolare pagoda Dai-to che pare sia il centro del mandala a forma di loto costituito dalle otto montagne che circondano il Koyasan. Prima di andar via mettiamo in moto la grande ruota del dharma alla base di una pagoda, come facemmo a Sarnath durante il viaggio in India, e con questa azione di buon auspicio ci prepariamo a salutare questo luogo magnifico: qualche sacrificio per il freddo, gli orari, i pasti freddi e insapore, i bagni condivisi, si sopportano volentieri in confronto a tutto quello che abbiamo visto e ricevuto.

Torniamo in hotel a prendere le valigie e ci prepariamo a viaggiare verso la prossima tappa. Alle 12:11 prendiamo il bus che in 20 minuti ci riporta alla stazione Koyasan. Facciamo i biglietti per tornare con la teleferica delle 13:11 a Gokurakubashi e da qui a Shinimamiya, come all’andata tragitti non compresi nel JR Pass e che costano 2040 Yen (15.30 Eu, compresa prenotazione posto). A Shinimamiya torna valido il nostro pass per prendere il treno delle 14:54 per Osaka e da lì quello delle 15:44 per Kyoto, la nostra destinazione finale di oggi.

Dopo una settimana di Kansai selvaggio, immersi nella natura tra mare e montagna, onsen e foreste, torniamo alla “civiltà”, nell’antica capitale giapponese che, con i suoi mille templi seminati nel tessuto cittadino, racchiude bene lo spirito del nostro viaggio assemblato con l’alternanza bilanciata di metropoli tecnologiche e piccoli villaggi rurali, di modernità e spiritualità.

La stazione di Kyoto è molto grande e ci orientiamo grazie alla Kyoto Tower ben visibile di fronte l’uscita centrale, da qui decidiamo di arrivare a piedi in hotel visto che dista 15 minuti. Ovviamente una volta sul posto scopriamo che c’è una fermata di metro a 100 metri da noi. Pazienza, la useremo in futuro. Il Rinn Shichijo Ohashi Bridge è veramente molto bello e nuovo, inaugurato nel 2017. Funziona come una guesthouse, difatti in stanza troviamo piano cottura, lavatrice, frigo, forno e la migliore toilette del viaggio. Ora è il momento di spendere due parole sul mito per eccellenza dei viaggi in Giappone: le tavolette del water. Allora, è tutto vero: sono riscaldate e tecnologiche, se qui troviamo la migliore va detto che in tutti luoghi dove siamo stati – compresi quelli pubblici, come le stazioni – i bagni erano dello stesso livello per tecnologia (per pulizia l’abbiamo già detto). Cosa intendo per tecnologia? Fotocellule che si attivano quando ti siedi e fanno partire un disinfettante vaporizzato, la musica, un bidet incorporato (a scomparsa) con diversi flussi e posizioni per uomo e donna, un pannello di controllo con la possibilità di scegliere la temperatura dell’acqua, il tipo di scarico, la temperatura della tavoletta! E poi la stessa fotocellula che quando ti alzi fa partire lo scarico, chiude il coperchio (non tutte, solo le versioni lusso) e attiva il rubinetto posto sopra la vasca di raccolta dello scarico, per lavare le mani senza usare il lavello e riciclando immediatamente l’acqua. Sono componenti esterni che si applicano sulla ceramica, li abbiamo visti in vendita ad Akihabara con prezzi tra i 500 e i 1000 Euro in base agli optional, quasi quasi… 😉

Facciamo il punto della situazione per organizzare le visite nei prossimi giorni e in particolare decidiamo il programma di domani, diviso tra Nara e Arashiyama. Bisogna organizzarsi bene perché c’è veramente tanto da vedere a Kyoto!
Intanto c’è da pensare a dove cenare, anche perché è sabato e troviamo difficoltà a trovare posto. La reception prova a prenotare qualche locale che abbiamo selezionato ma sono pieni, o non accettano prenotazioni, oppure danno il via libera dalle 21:30 in poi. Troppo tardi per chi è a digiuno da un giorno e viene da un lungo viaggio.

Decidiamo di fare da noi e ci spostiamo con la metro un paio di fermate più in là, Sanjo, attraversiamo il ponte sul fiume Kamogawa e percorriamo Ponto-cho, una strada pedonale molto famosa – diciamo più un vicolo – che comunque intendevamo visitare perché sulla guida è descritta come una delle più caratteristiche della città. Effettivamente è piena di lanterne appese sulle facciate di piccoli edifici in legno, c’è una marea di persone che passeggia e guarda le vetrine e gli interni di quelle che sembrano essere le uniche attività commerciali: ristoranti. Sono incastrati l’uno sull’altro ed è difficile trovare il preferito, alla fine ci riusciamo ma non possiamo sederci perché non accettano le carte di credito. Poco male! La strada è davvero molto turistica e normalmente non avremmo scelto di mangiare qui, quindi facciamo di necessità virtù, riprendiamo la nostra bella lista su TripAdvisor e andiamo a caccia di un secondo locale. La scelta finale ricade su Katsukura, anche questo nascosto all’interno di un vicoletto della grande galleria commerciale Sanjo Dori.

Qui la specialità è carne di maiale fritta e visto che digiuno e cucina vegetariana non ci hanno fatto cambiare idea, ordiniamo con entusiasmo una cotoletta Sangen da 200 grammi e un filetto di maiale – sempre fritto! – servito su una base di riso. I piatti sono accompagnati da condimenti vari che ti portano a tavola e che poi provvedi tu a miscelare in base al gusto, ti danno le istruzioni su cosa contengono i vari pentolini e poi decidi cosa fare. Per dire: ti portano anche il pestello per il sesamo se vuoi fare una salsina e spolverare questo aroma. Cena abbondante e buona, con acqua e birra paghiamo 4540 Yen (34 Eu).

Prima di tornare in hotel facciamo un po’ di spesa nella galleria commerciale situata all’incrocio tra Kawaramachi e Shinimamiya-dori, due grandi strade commerciali molto frequentate, e visto che non abbiamo colazione per i prossimi giorni facciamo il pieno di cornetti, tortine, yogurt e succo di frutta per ritrovare il gusto di una colazione, diciamo così, più famigliare!

Quanto abbiamo camminato oggi? 17 km

01/10 Kyoto – Nara – Arashiyama – Kyoto

Sì, siamo appena arrivati a Kyoto e già ripartiamo per un nuovo spostamento in treno. Niente valigie però, perché torneremo a dormire a Kyoto. Allora perché questo spostamento? Il motivo è semplice: oggi è l’ultimo giorno di validità del nostro JR Pass e abbiamo calcolato tutto in anticipo. Vicino Kyoto c’è Nara che bisogna assolutamente vedere e quindi abbiamo inserito questa escursione prima della scadenza della tessera.

Come arrivare a Nara da Kyoto? Dopo la nostra colazione personalizzata andiamo in stazione per prendere l’espresso delle 10:33 diretto a Nara (45 min). Appena fuori la stazione di Nara prendiamo la Sanjo Dori e prima di arrivare al parco dei cervi ci  fermiamo a visitare il tempio Kofuku-ji che ospita una pagoda a tre piani e un’altra di ben cinque, la seconda più alta del Giappone con i suoi 50 metri di altezza.

Proseguiamo sempre dritti fino ad arrivare nel grande parco dove ci sono 1300 cervi in libertà abituati a interagire con gli umani, anche grazie ai tanti venditori di biscotti fatti per loro. Ne compriamo un pacco da 150 Yen (1.10 Eu) e mentre percorriamo il viale del parco fino al complesso templare Todai-ji facciamo tantissime foto ai cervi ghiottoni che mangiano direttamente dalle nostre mani. C’è veramente tanta folla, pieno di scolaresche, e il numero di cervi aumenta man mano che ci si avvicina all’ingresso principale. Il portale di accesso Nandai-mon ospita su entrambi i lati della gigantesca porta due enormi statue lignee con espressioni inferocite. Sono i Nio, i guardiani del tempio, che incutono timore da oltre 800 anni chi varca quell’ingresso. Sono considerate le statue di legno più belle del mondo.

Il biglietto per entrare costa 500 Yen (3.80 Eu) e una volta nel cortile del Daibutsu-den restiamo impressionati di fronte al padiglione di legno più grande del mondo che adesso è soltanto due terzi di quello che era in origine. Risale al 700 e nella sua lunga storia ha subìto molti danni a causa di incendi, terremoti e guerre, l’ultima ricostruzione è del 1709. Dentro questa struttura c’è la statua di Buddha più grande del Giappone, alta oltre 16 metri e realizzata nel 746 con 437 tonnellate di bronzo e 130 chili di oro. Cifre da capogiro, almeno quanto le urla dei ragazzini che provano a passare attraverso la cavità di un pilastro alle spalle del Buddha. Il buco ha le dimensioni di una narice della statua e passare da una parte all’altra assicurerebbe il raggiungimento dell’illuminazione. Inutile aggiungere che tutto questo complesso è patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, insieme ad altri 7 siti di questa piccola ma culturalmente importantissima città del Giappone, seconda sola a Kyoto per numero di siti protetti dall’organizzazione internazionale (17).

Appagati e frastornati dal gran numero di persone, rientriamo verso la stazione e in strada ci fermiamo a comprare un po’ di souvenir: t-shirt, portagioie e una statuina di Kannon, in sanscrito Avalokiteshvara, il Buddha della compassione e della mia iniziazione avvenuta a Livorno il 15/06/2014 in presenza del Dalai Lama. Prima di salire sul treno, facciamo ancora un acquisto nel mercatino fuori la stazione e nello zaino finiscono tre bellissimi kimono.

I nostri spostamenti in treno continuano e da Nara ci dirigiamo verso Arashiyama per vedere il famoso bosco di bambù. Sarò molto sintetico su questo luogo perché probabilmente resterà la delusione principale del viaggio. Nel senso che le foto viste prima di partire rendevano molto di più rispetto alla realtà e – ce ne rendiamo conto già sul posto –  le ore spese per fare questa escursione le avremmo potute occupare sicuramente molto meglio su altre attrazioni. Come se non bastasse, anche lo spuntino che facciamo nei paraggi delude le aspettative: finalmente assaggiamo il mitarashi dango che abbiamo visto spesso nei giorni precedenti e che ha una sua emoji sui principali instant messenger. Consiste in uno spiedino con tre gnocchi di riso, noi abbiamo scelto una versione al sesamo, bello da vedere ma di consistenza molle, dolcissimo e non troppo gradevole da masticare. Una roba gommosa che può piacere fino ai sei anni di età, poi è buono solo per farci i selfie.

Sono le 18:00 quando rientriamo a Kyoto e ci muoviamo per andare direttamente a cena attraversando prima Shijo-dori – elegante e piena di negozi – e poi Gion, un tempo noto come quartiere dei divertimenti e delle geisha. L’ultimo tratto lo percorriamo lungo Hanami-koji, una strada bellissima, piena di sale da the e ristoranti tradizionali all’interno di basse costruzioni in legno del XVII secolo perfettamente conservate.

Siamo affamati come lupi quando entriamo da Teppanya Tavern Tenamonya, una izakaya seminterrata abbastanza difficile da trovare. Siamo fortunati perché ha solo 16 coperti e sono più le persone che manda via rispetto a quelle che riescono a mangiare. Ci salviamo solo per via dell’orario e – pur senza prenotazione – ci fanno sedere davanti le piastre del cuoco. Ogni due posti c’è una piastra sulla quale viene servito il cibo, così si mantiene caldo. I gestori sono marito e moglie e dedicano grande attenzione ai propri clienti. Ci portano un asciugamano caldo per lavare le mani e poi ordiniamo un misto di mare e monti: una bistecca di Wagyu, una razza di manzo giapponese selezionato per produrre questa carne marezzata, morbida e… costosa! Per capirci: il manzo Wagyu è quello che che viene allevato a Kobe e noi occidentali lo conosciamo per il nome della città di provenienza! Dopo aver appreso la lezione sul manzo Wagyu/Kobe (di qualità A5, la migliore), il nostro ordine si è arricchito di una okonomiyaki – tradizionale pancake a base di cavoli – con maiale, poi noodles saltati in padella con gamberi, seppie e polpo e infine cinque pezzi di kushiage, una fritturina con gambero, capasanta, polpo, asparagi e cipolle. Ci aggiungiamo una birra Kirin in bottiglia e spendiamo 4650 Yen (35 Eu). Per inciso: durante un viaggio in Giappone una izakaya è da provare e se questa è ancora meglio! Lo consigliamo vivamente perché è qui che faremo le cene migliori del viaggio e difatti… torneremo! 😉

Visto che è molto presto quando usciamo dal ristorante, ci concediamo una lunga passeggiata digestiva: ritorniamo su Hanami-koji, proseguiamo per il tratto mancante e attraversiamo il parco del complesso Ebisu-jinja all’interno del quale c’è il tempio zen Kennin-ji, il più antico di Kyoto fondato nel 1202. Rientriamo in hotel lungo la strada che costeggia il fiume, buia e silenziosa, con una bella sensazione di pace e sicurezza. Riflettiamo proprio su questo: non c’è stato un solo attimo in cui non ci siamo sentiti in pericolo attraversando foreste, spiagge e città. Abbiamo visto pochissima polizia in giro e quei pochi non erano neppure armati. Strano a dirsi ma è una bella sensazione, mentre dalle nostre parti – in Europa e per generalizzare in Occidente – la stessa sensazione di sicurezza dovrebbe essere trasmessa attraverso pattuglie armate fino ai denti. Un paradosso, no?

Quanto abbiamo camminato oggi? 17,8 km

02/10 Kyoto

Oggi piove e pioverà tutto il giorno. Siamo stati fortunati per buona parte del viaggio, il meteo è stato clemente (con temperature vicine ai 30 gradi!) e anche quando ha dato indicazioni nefaste alla fine si è sempre piegato ai nostri scongiuri. Ma oggi proprio no, dà pioggia senza alcuna speranza e andrà proprio così.

Il nostro programma viene sicuramente limitato da queste previsioni, quindi nonostante la pioggia battente decidiamo di rompere l’ipnosi prodotta dalle televendite e dai video musicali trash di improbabili cantanti pop giapponesi e decidiamo di uscire dalla stanza. Visto che lo staff della reception ci presta due ombrellini trasparenti (così ammiri la città anche sotto la pioggia), spostiamo i nostri k-way sugli zaini e ci impermeabilizziamo definitivamente.

Siccome i bus rispetto alla metro hanno una copertura più capillare della città e fermate più vicine alle attrazioni, compriamo il biglietto giornaliero (500 Yen, 3.80 Eu) e saliamo sul 205 per andare a vedere Daitoku-ji, un complesso di 25 templi a circa un’ora da noi, famoso per i giardini zen. Una sfacchinata che non risulterà niente di memorabile, a differenza della tappa successiva: Kinkaku-ji temple, molto più interessante. L’ingresso costa 400 Yen (3 Euro) e all’interno c’è la famosa Pagoda d’Oro che è davvero spettacolare. La lamina d’oro con cui è rivestita scintilla nello stagno di fronte e crea un riflesso bellissimo nonostante la pioggia, nonostante la folla. Purtroppo il flebile ottimismo che ci aveva portato a contare sul minore afflusso per via del giorno infrasettimanale piovoso, si infrange con la realtà: ci sono tantissime persone, chissà cosa succede nei fine settimana soleggiati!

Al termine della visita rinunciamo a visitare altri luoghi all’aperto, la pioggia è incessante e a tratti anche forte, nonostante ombrelli e impermeabili ci stiamo bagnando, quindi decidiamo di proseguire le escursioni in luoghi riparati. E dove sono questi luoghi coperti? Il mercato di Nishiki in pieno centro sarà la nostra prossima tappa e una volta sul posto siamo felici di questa scelta perché ci rilassiamo, stiamo all’asciutto e ci godiamo una miriade di bancarelle stracolme di cibi freschi e cotti, qui ammiriamo praticamente tutti gli ingredienti della vasta gastronomia giapponese, in ogni forma: fresca, conservata, cotta, cruda e… viva 😉

Quasi tutti i commercianti invitano ad assaggiare i propri prodotti e così tra un the e sgranocchiamenti vari, ci infiliamo anche un bello spuntino con frittelle di riso con zenzero e seppie, e pollo fritto con crema di macha. Poi iniziamo uno shopping furioso che ci porterà in valigia: katsuobushi (bonito affumicato), the verde e una gran varietà di calamite, bastoncini decorati, bicchieri e scodelle di ceramica. Quando ci spostiamo nell’adiacente galleria Teramachi proseguiamo gli acquisti con: t-shirt, orecchini, set per sakè e un’infinità di accessori per la persona e casa. Grazie alla pioggia la casella souvenir è definitivamente spuntata e questo incrocio di gallerie ci è sembrato il luogo migliore per trovare tutto a prezzi accettabili.

Proprio fuori dalla galleria c’è il ristorante selezionato per questa sera, Sushi no Musashi. Dobbiamo percorrere solo pochi metri e siamo in fila sotto un portico, abbiamo davanti almeno 30 persone ma probabilmente sono diversi gruppi perché appena si liberano due posti vicino al nastro dove scorre il cibo, ci fanno passare davanti a tutti per sederci. Ancora un bel colpo di fortuna! Questa sarà la nostra ultima cena di sushi e abbiamo intenzione di darci dentro, anche perché dobbiamo solo servirci: sul nastro scorrono una gran varietà di piattini ben descritti sulla carta e hanno tutti lo stesso prezzo (146 Yen, 1.10 Eu). Solo alcuni sono speciali, distinguibili dagli altri per via del piattino blu (noi abbiamo scelto il tonno grasso, buonissimo), e costano 346 Yen (2.61 Eu). In base al tipo di portata i pezzi vanno dai 2 ai 6. Alla fine contiamo 14 piatti e due birre per un totale di 3180 Yen (24 Eu).

Mentre paghiamo notiamo che in fila all’esterno c’è la cantante Noa, in vacanza con la famiglia. All’uscita ci fermiamo a salutarla e scambiamo qualche chiacchiera prima di fare una foto insieme, ovviamente sotto la pioggia! 😉

Quanto abbiamo camminato oggi? 9,6 km

03/10 Kyoto

Il meteo ha deciso di essere più clemente oggi, molto più clemente. E ci permette di attuare un vasto programma di visite ai templi considerato che dobbiamo recuperare il tempo perduto a causa della poggia di ieri e del deludente bosco di bambù.
Siccome ci sono tante cose da non perdere a Kyoto, non vogliamo farcene sfuggire altre.

Iniziamo dallo spettacolare Fushimi-Inari Taisha  Questa località è famosa per le migliaia di torii che formano una sorta di galleria lungo i 4 chilometri di sentiero che si inerpica sulla montagna sacra e attraversa decine di grandi e piccoli santuari. Il complesso sacro risale al 700 e il tempio principale al 1499; i torii arancioni sono stati donati da aziende giapponesi in quanto il santuario è intitolato ad Inari, patrono degli affari. Il messaggero di Inari è una volpe e difatti è pieno di statue di questo animale rappresentato con una chiave in bocca, a simboleggiare la custodia dei depositi di riso: un animale sacro che protegge i raccolti è il top dei buoni auspici. Arriviamo fin quasi in cima ma considerata la nostra tabella di marcia, piuttosto serrata, decidiamo di tornare indietro.
Una nota: in questo luogo è ambientato il film Memorie di una geisha ma non vi aspettate scenari di beata solitudine perché anche qui c’è una marea di gente che rende quasi impossibile scattare quelle fotografie da scenografia hollywoodiana che si vedono su Internet e nei cataloghi, ci saranno sempre dietro di voi il photobomber di turno e frotte di selfisti anonimi.

Rientriamo verso la metro alle 13:00, impresa ardua perché la strada di accesso al santuario è strapiena di bancarelle che vendono tanta ma tanta roba da mangiare, per tutti i gusti e tutto sembra veramente buono. Friggono e arrostiscono qualsiasi cosa e mettono a dura prova la nostra acquolina. Proviamo a distrarci buttando un’occhiata ai negozietti di souvenir e notiamo con soddisfazione che qui si trovano le stesse identiche cose che abbiamo comprato ieri, solo che costano di più! 😛

Torniamo alla metro e ci spostiamo verso Kiyomizu-dera, riduciamo al minimo le distrazioni ma nel tragitto a piedi per arrivarci si passa davanti a un buon numero di negozi di ceramiche non dozzinali che meritano una visita. Dopo aver ceduto alla tentazione dello shopping raggiungiamo il complesso buddhista noto per le grandi pagode e la vista panoramica di Kyoto, e da qui percorriamo la frequentatissima discesa che porta fino alla fermata del bus 100 che prendiamo per andare alla prossima attrazione.

Durante il tragitto passiamo davanti al tempio Heian-ji e così vediamo anche il maestoso torii per cui è celebre, costruito in occasione dei 1100 anni della fondazione di Kyoto. Un passaggio veloce perché dedicheremo più tempo al Ginkaku-ji, uno dei siti più importanti di Tokyo, ovviamente Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e sede di arrivo del Sentiero della Filosofia. Arriviamo alle 16:00, l’ingresso costa 500 Yen (3.80 Eu) e permette di vedere il Padiglione d’Argento con l’antistante giardino di roccia perfettamente rastrellato, con i grandi coni di pietrisco – che simboleggiano le montagne – che emergono dalla sabbia levigata per rappresentare un lago. Ma un lago c’è davvero e si può osservare da diverse angolazioni grazie al bellissimo sentiero che permette una passeggiata memorabile all’interno del parco: muschio, alberi altissimi, piccole cascate e in più una buona altezza che mostra lo splendore di Kyoto da un punto di osservazione privilegiato.

Dopo una rapida sosta da Kiharu per un ghiacciolo artigianale all’ananas, giusto per ricaricarci prima di percorrere (al contrario) il Sentiero della Filosofia, una delle migliori 100 passeggiate giapponesi, completato nel 1890.
Corre lungo un canale costeggiato da una fitta vegetazione, il cammino deve essere molto bello durante il periodo di fioritura dei ciliegi ma in condizioni normali è una buona passeggiata senza niente di particolarmente intrigante. Ce la godiamo soprattutto perché gli orari di visita ai templi sono ormai superati e quindi c’è meno afflusso, altrimenti anche qui – neanche a dirlo! – sarebbe stato pieno di gente.

Durante il tragitto incontriamo i cartelli che indicano l’Honen-in e facciamo una deviazione per visitarlo. È tutto chiuso ma il cancello di ingresso è ancora aperto, quindi entriamo e ci godiamo il silenzio di una visita in solitaria. Mentre ci spingiamo sulla collina vicina al cimitero, dal fitto della foresta un cervo ci taglia la strada spaventato dal nostro passaggio.

Gli ultimi due templi, l’Eikan-do e il Nanzen-ji li troviamo davvero chiusi perché sono passate le 17:00 e quindi siamo obbligati a fare soltanto foto degli esterni ma sul Nanzen va detto che una delle parti migliori del tempio è proprio il maestoso portale di accesso che troviamo in una veste quasi spettrale in quanto il sole sta calando e una magnifica luna piena è pronta a rubargli la scena e a fare da sfondo per le nostre foto.

Da qui procediamo a piedi attraversando un bel quartiere residenziale e visto che è di strada infiliamo una visita fuori programma al tempio scintoista Yasaka jinja che protegge il vivace quartiere di Gion. Con questa visita serale dichiariamo finito il nostro inseguimento spirituale ai templi migliori di Kyoto e ci prepariamo a tornare a cena da Teppanya Tavern Tenamonya.

Abbiamo adottato la nostra tecnica del buon ricordo, facciamo sempre così: se abbiamo la possibilità di mangiare nuovamente in un posto che ci è piaciuto e in cui siamo stati bene, ci torniamo per fare l’ultima cena del viaggio. Così, dopo aver provato in circa due settimane 13 ristoranti in 5 luoghi diversi, siamo andati sul sicuro e abbiamo prenotato il tavolo già ieri. Arriviamo puntuali alle 19:30 e ci sediamo al nostro posto per ordinare: ancora bistecca wagyu A5, un filetto cotto con ponzu: una salsa giapponese a base di aceto di riso, succo di limone, salsa di soia e dashi (il brodo di pesce per la zuppa di miso), poi negisoba, vale a dire noodles saltati con maiale, e per finire gyoza – ravioli di riso con carne di maiale, verza, porro e cipollotto – e un gelato al sesamo, di un insolito colore grigio.

Dopo cena facciamo la nostra passeggiata digestiva ancora a Gion, precisamente alla ricerca di Shinbashi. Considerata la strada più bella di Kyoto e secondo la nostra guida “una delle più belle d’Asia”, è nota anche come Shirakawa minami-dori. Che dire, stavolta non è un’esagerazione e vale la pena cercarla: l’ultima serata di Kyoto la ricorderemo così, in questa larga strada pedonale, tra l’acqua del canale, i riflessi delle lanterne, le fronde basse degli alberi che ci accompagnano nella penombra.

Quanto abbiamo camminato oggi? 20 km

Kyoto – Osaka (KIX) – Roma

Siamo pronti a tornare a casa ma ancora non abbiamo finito con Kyoto e il Giappone (visto che oggi c’è da raggiungere l’aeroporto del Kansai, a Osaka).
Alle 10:00 facciamo check-out e lasciamo le valigie al desk dell’hotel e raggiungiamo a piedi il tempio Sanjusangen-do, un sito importantissimo che ci siamo tenuti per quest’ultima mezza giornata visto che dista solo pochi metri dal nostro albergo. L’ingresso costa 600 Yen (4.50 Eu) e la visita è altamente consigliata perché all’interno ci sono 1001 statue lignee di Kannon (ancora lui!) disposte su più file, tutte ordinate a formare un “muro” in un atrio lunghissimo e punteggiato da altre statue delle 28 divinità minori buddhiste derivate dall’induismo. Al centro della sala si trova la statua del bodhisattva della compassione composta con 11 volti in cima alla testa e 40 braccia (che ne rappresentano “1000”) con cui salverà i 25 mondi.

Bene, stavolta abbiamo davvero finito e torniamo alle informazioni tecniche. Dopo aver ritirato le valigie andiamo in stazione e compriamo i biglietti del treno Haruka (binario 30) (2850 Yen, 21.50 Eu).
Parte alle 14:30 e impiega un’ora e venti minuti per arrivare all’Aeroporto Internazionale del Kansai. Occhio che vicino Osaka c’è anche un altro aeroporto, quindi assicuratevi di partire da Kyoto per raggiungere quello giusto!

Prima di andare al binario facciamo un giro nel centro commerciale della stazione ma ci fermiamo al settimo piano perché sono solo negozi di alta moda e grandi firme. Cerchiamo su internet qualcosa di alternativo e troviamo un BIC Camera proprio fuori la stazione: peccato non averlo scoperto prima! Sette piani di hi-tech ma abbiamo il tempo di vederne solo un paio, che già bastano per mettere in carrello un visore 3D e le pellicole decorate per la nostra Instamax, queste ultime al 50% in meno rispetto a quanto le paghiamo in Italia. Kyoto è da vedere e ora abbiamo un motivo in più per tornare: visitare gli altri 5 piani di BIC.

Arrivati in aeroporto ci separiamo dal pocket Wi-Fi che abbiamo noleggiato prima di partire e che ci è stato utilissimo. Seguiamo le istruzioni ricevute in hotel a Tokyo insieme al dispositivo, inseriamo l’apparecchio nella busta prepagata e la imbuchiamo in una cassetta postale rossa in aeroporto. Ci è costato 65 Euro e siamo stati sempre connessi con smartphone e notebook senza limiti di traffico, ci è servito in tantissime occasioni per consultare mappe, farci guidare in tragitti pedonali, cercare informazioni. Senza, il viaggio sarebbe stato sicuramente più complicato.

Ora ci aspettano le 18 ore di viaggio del ritorno e già iniziamo a ricordare i sorrisi, i saluti cerimoniosi, la gentilezza che abbiamo vissuto, ricevuto e contraccambiato in questi giorni. Sono circoli virtuosi che fanno bene e semplificano la vita.

Ripensiamo agli eccessi di Tokyo, ai paesaggi del Kumano Kodo, agli onsen, al bianco della sabbia di Shirahama, all’acqua di fiumi, laghi e stagni, fino all’Oceano, la storia e la spiritualità di Kyoto. Abbiamo la sensazione di aver visto tanto ma andiamo via con la certezza di aver visto solo una minima parte. Abbiamo solo intuito cos’è il Giappone ma non basterà una vita di viaggi per comprenderlo realmente.
Siamo diversi, sicuro, e verrebbe anche abbastanza facile dire chi tra noi e loro è “avanti” o “indietro”, ma sarebbe un esercizio sterile, inutile. Ognuno sta dove merita. Di certo il lavoro, l’educazione, il rispetto di sé, per gli altri e per l’ambiente, la progettualità, il senso di appartenenza e gli obiettivi condivisi pagano sempre in termini di crescita di civiltà e cultura. E i giapponesi ci sono sembrati laboriosi e civili.

Settanta anni fa erano distrutti, in ginocchio, ora sono in piedi e il modo in cui stanno in piedi, nonostante una grave crisi economica che dura da anni, li ripaga di tutti gli sforzi fatti. Sono dritti sulla schiena, dignitosi e con un pregio in più: l’umiltà sincera di chi ha piena consapevolezza del proprio valore.

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 159,7 km!

Note
Hotel prenotati su Booking
Guida di riferimento: Giappone di Lonely Planet
Libri letti su Kindle: Leggero il passo sui tatami di Antonietta Pastore, Kwaidan. Storie misteriose e stravaganti di Lafcadio Hearn, Fiabe giapponesi antiche di Yei Theodora Oazaki e Pioggia nera su Tokyo di Barry Eisler

Diario di viaggio: Bruges e Bruxelles

Bruges e Bruxelles
Bruges di giorno e Bruxelles di notte: da vedere!

Da qualche tempo, per trascorrere i week end, scegliamo di visitare Paesi “in crisi”. Facciamo una sorta di viaggio “utile”, questo abbiamo pensato quando abbiamo deciso di andare a Porto e Atene.
Un bel giorno di Febbraio 2017 ci siamo detti: in questo momento storico nessun Paese europeo è più in crisi dell’Europa stessa! E così, dopo tanto rinviare, ci siamo decisi per viaggiare verso Bruxelles, la capitale politica d’Europa.
Un’ottima scusa per andare a vedere la spettacolare Bruges: una scelta che si rivelerà molto molto azzeccata 😉

01/04 Roma – Bruxelles – Bruges

Torniamo sul sito Ryanair per questo viaggio e con soli 35 giorni di anticipo strappiamo un biglietto a/r per 74 Euro a persona. Perché così poco? Perché l’orario di partenza è prestissimo e ci costringe a una sveglia alle 03:30 di notte per uscire di casa alle 04:00 e arrivare alle 06:00 al parcheggio AltaQuota2, il nostro riferimento per le partenze da Fiumicino. Ora anche più comodo perché si può pagare online in anticipo (10.80 Euro per quattro giorni). La navetta ci lascia al terminal 2 di FCO, superiamo i controlli di sicurezza e alle 06:30 raggiungiamo il nostro gate in perfetto orario per l’inizio del l’imbarco. Il decollo è previsto alle 07:00, per questo l’aereo è mezzo vuoto e non incappiamo nella fastidiosa procedura dello stivaggio dei bagagli a mano in eccesso (oltre i 90 colli a bordo, Ryan – e non solo – imbarca tutti gli altri, quindi di solito chi arriva prima troverà posto nella cappelliera. E tutti gli altri saranno costretti ad aspettare la valigia sul nastro degli arrivi). Il decollo viene posticipato alle 07:30 – probabilmente per via di una fitta nebbia che ci ha accompagnato durante tutto il tragitto in macchina – e atterriamo a Bruxelles alle 09:30.
Non ci fermeremo nella capitale belga ma proseguiremo subito per la vera destinazione di questo viaggio: Bruges. Quindi  seguiamo le indicazioni per l’uscita e ci dirigiamo verso la stazione dei treni, facciamo giusto una sosta rapida alle macchinette automatiche per fare il biglietto: 21.30 Euro solo andata. I monitor non aiutano molto a capire orari e destinazione, impressione che sarà confermata durante tutti gli spostamenti successivi. La soluzione migliore per avere la certezza di prendere il treno giusto è consultare gli orari stampati sui cartelloni gialli. Quello che appare come un metodo “antico” viene usato tantissimo e difatti queste tabelle orarie sono disponibili in luoghi ben visibili e incorniciate in vetrine molto pulite e illuminate. Alle 10:13 partiamo per la stazione di Bruxelles Nord dove scendiamo per fare l’unico cambio previsto e prendere il treno delle 10:40 che arriverà a Bruges alle 11:50. Non abbiamo avuto molto tempo per preparare questi passaggi dall’Italia, abbiamo solo verificato che i collegamenti erano frequenti e poi abbiamo fatto tutto sul posto. Avevamo previsto di arrivare alle 13:00 ma siamo stati bravi e fortunati, così abbiamo guadagnato un’ora sulla tabella di marcia prevista.
Fuori dalla stazione ci siamo orientati sulla mappa all’interno della guida per camminare verso il nostro albergo, i primi scorci di Bruges ci convincono subito della scelta fatta e non vediamo l’ora di mollare le valigie e uscire alla scoperta di questa città storica. Lungo il cammino spunta un pallido sole che riscalda l’aria e i turisti si rilassano nei tanti dehor offerti dai locali che affacciano sulla movimentata piazza ‘t Zand. C’è anche un mercatino che quasi ci porta fuori strada con i profumi provenienti dai furgoncini che vendono cibo di strada, ma resistiamo e raggiungiamo l’ormai vicino Floris Karos Hotel.
Come al solito quando arriviamo in un nuovo albergo, ci fermiamo giusto il tempo di lasciare le valigie e decidere un itinerario, così anche stavolta ci ritroviamo subito in strada, diretti verso il Markt, la piazza centrale di Bruges. Prima, però, una delle nostre tappe preferite: un supermercato. Quante cose si capiscono da un supermercato! Vedere gli scaffali, il banco degli alimenti freschi, osservare le persone del posto fare la spesa, le loro preferenze, fare dei confronti con le nostre abitudini, sono tutti elementi che ti aiutano a metterti in linea con il luogo che ti ospita. E poi non dimentichiamo il confronto dei prezzi e, soprattutto, il vantaggio di comprare souvenir gastronomici con un notevole risparmio. Il Belgio è famoso per il cioccolato, quindi secondo voi dove costerà di meno la stessa confezione di cioccolatini? In un negozio di souvenir o nel supermarket?
Facciamo una spesa veloce a base di formaggio Gouda, arrosto di maiale con paprica e pomodoro, pane locale e piccola scorta d’acqua (7.35 Euro), usciamo e ci fermiamo nell’adiacente Muntplein, una piazzetta curata, con alberi e panchine dove ci sediamo per mangiare.
Dopo la sosta riprendiamo la marcia e in pochi minuti arriviamo nel medievale Markt: sembra di tornare indietro nel tempo, ci sono i cavalli con le carrozze che attraversano il grande spiazzo acciottolato, le facciate tipiche delle case tutte unite le une alle altre, strette, con una contiguità geometrica amplificata dai frontoni a gradoni che disegnano nell’aria un lungo saliscendi di “scale” e torrette. Le costruzioni ormai ospitano quasi esclusivamente bar e locali turistici, di fronte alle verande esterne si staglia la sagoma del Belfort, il campanile-simbolo di Bruges che risale al XIII secolo. Alto 83 metri, ha un carillon composto da 47 campane che viene suonato (molto spesso!) a mano ed è, ovviamente, Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Sempre sulla piazza c’è anche l’imponente facciata neogotica dell’Historium, un museo interattivo sul medioevo.
Dopo il Markt tocca al Burg, un’altra grande piazza storica di Bruges, vicina a quella principale che – per i nostri gusti – si è rivelata anche più interessante. La cosa che colpisce del Burg sono le decorazioni in oro, le statue e i fregi che decorano le facciate dello Stadhuis (il municipio) che risale al 1420. Ma non è finita, perché adiacente al vecchio municipio c’è la Heilig Bloedbasiliek, la Basilica del Santissimo Sangue che deve il suo nome a una fiala sacra che contiene alcune gocce del sangue di Cristo, portata fin qui dai cavalieri crociati. La reliquia è esposta al pubblico due ore al giorno (dalle 14:00) sotto l’occhio attento di un prete che presidia la fiala sacra seduto su uno scranno. Vale la pena fare una visita anche per vedere gli interni della chiesa, curatissimi.
Una volta fuori, il nostro itinerario prosegue verso l’adiacente Vismarkt: una bella piazzetta caratterizzata da un porticato quadrangolare in marmo che un tempo ospitava il mercato del pesce. Oggi sono pochi i pescivendoli che lo usano ma il quartiere è ancora adatto per fare spuntini a base di pesci del Nord (se non avete mai assaggiato i filetti di aringa di queste parti, qui potete recuperare!), durante il weekend al posto dei pesci sui banchi troverete oggettistica e souvenir fatti da artigiani.
Continuiamo a camminare per raggiungere il Begijnhof, un quartiere di Bruges che risale al XIII secolo. Più che un quartiere è una piccola comunità che in passato ospitava le donne vedove che optavano per una vita religiosa senza però prendere i voti, in pratica delle suore laiche che concentravano qui la loro presenza e che erano molto rispettate per la fierezza e l’autonomia. Una storia identica all’altro beghinaggio famoso, quello di Amsterdam, e difatti anche la strada che facciamo per raggiungere l’ingresso del Begijnhof, lungo i canali, ci ricorda il recente viaggio nei Paesi Bassi.
In prossimità delle mura di cinta di questo complesso, c’è una fontana dove si abbeveravano i cavalli che ancora oggi assolve a questa funzione. Dopo una breve sosta equina attraversiamo il ponte del 1776 per superare il massiccio portone che ci proietta nel cortile interno. La caratteristica di questo beghinaggio sono le case con le facciate imbiancate che circondano un grande giardino alberato, curatissimo. In questo periodo sono in piena fioritura degli splendidi narcisi gialli che rendono la visione d’insieme molto suggestiva: ovviamente le foto si sprecano!
All’uscita proseguiamo lungo il Minnewater che però approfondiremo domani, per oggi può bastare anche perché sono le 19:00 di sabato e abbiamo una missione da compiere: scegliere il ristorante per cena! Purtroppo si rivelerà più difficile del previsto perché l’offerta è ampia, bisogna evitare le (tante) trappole per turisti e trovare posto. Alla fine la nostra selezione si rivela un buco nell’acqua perché sono tutti pieni, così dobbiamo affidarci ai consigli di Amina, la receptionist del nostro hotel che ci promette di mandarci in un posto dove va lei con i suoi amici. Prenota per noi il De Middenstand e alle 20:30 in punto siamo seduti a tavola. Il locale è carino, pulito, e pieno di clienti. La nostra scelta ricade ovviamente sui piatti della tradizione e quindi arriva per noi una bella carbonade, spezzatino alla fiamminga macerato nella birra e servito con salsa di mele, e poi un bel filetto mignon alla griglia con burro alle erbe che di mignon aveva solo il nome. Piatti già generosi accompagnati da insalata, patatine e due birre, una Leffe scura e una Jupiler. Lasciamo sul tavolo 52 Euro e poi ci restano le forze per rientrare in hotel e dormire dopo una lunghissima giornata.
La prima impressione? Bella Bruges!

Quanto abbiamo camminato oggi? 8,3 km

02/04 Bruges

Il risveglio migliore durante un viaggio è una buona colazione. Anche a Bruges, e per fortuna il Floris non ci delude e ci fa cominciare la giornata con una carica energetica importante: uova con bacon, fagottini al cioccolato, pane imburrato e brioche con la marmellata. Ci sono anche degli ottimi salumi e formaggi che finiscono nel nostro zainetto per pic-nic, infatti oggi abbiamo intenzione di arrivare fuori le mura della città, nel quartiere di Sint-Anna, ma prima di uscire… prenotiamo il ristorante per cena! Vista l’esperienza della sera precedente giochiamo d’anticipo, e consiglio di fare così a tutti i lettori: se volete mangiare in posti non-turistici, assicuratevi un tavolo in anticipo 😉
Il quartiere di Sint-Anna è una zona periferica che merita un’escursione: qui si trovano gli ultimi mulini a vento di Bruges. Per raggiungere la nostra destinazione abbiamo seguito il corso del canale principale che attraversa il centro e abbiamo seguito le indicazioni (da notare! sono sempre in due lingue: francese e fiammingo) fino alla Jeruzalemkerk, dagli interni insoliti – tanto marmo nero – costruita nel XV secolo sul modello della Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Proseguiamo il nostro percorso pedonale fino al parco Kruisvest che, su due collinette vicine, ospita gli storici mulini a vento, perfettamente conservati. Siamo circondati dal verde, su un lato del parco c’è un corso d’acqua, è ora di pranzo e c’è un gran sole: cosa si fa? Semplice: ci sdraiamo sul prato, mangiamo e prendiamo il sole. Alle 15:00 riprendiamo la marcia, con l’intenzione di tornare in centro nei pressi del Begijnhof, dove ieri avevamo fatto alcune incursioni nei negozi di souvenir. Abbiamo già fatto un po’ di confronti così andiamo a colpo sicuro: prima acquistiamo t-shirt, calamite e shottino (20 Euro), poi entriamo nel bookshop del museo Arenthsuis e compriamo sportina e limette brandizzate con il logo Brugge (5 Euro). I souvenir tipici del Belgio sarebbero tre: merletti, birra e cioccolata. Ai primi non siamo interessati, le seconde non possiamo portarle in Italia e quindi abbiamo deciso di assaggiarle sul posto (non tutte, sono oltre 250!) mentre il cioccolato non ha alcuna controindicazione, solo che abbiamo rinviato questo tipo di shopping a Bruxelles, come si dice: dulcis in fundo 😉
Mentre torniamo verso il Begijnhof troviamo il ristorante prenotato al mattino, dove abbiamo previsto di cenare, e restiamo molto perplessi: in pieno centro storico, ha tutte le sembianze di una trappola per turisti. E ora ci spieghiamo anche la reazione che aveva avuto il receptionist quando abbiamo chiesto di prenotarlo: ha alzato un sopracciglio come a dire “ma siete sicuri?!”.
Presi dal dubbio, continuiamo a camminare verso Minnewater, il parco con omonimo laghetto dove c’è un ponte molto noto tra i ragazzi di Bruges: è qui che gli adolescenti vengono a scambiare il loro primo bacio. Quale luogo migliore per scattare una foto con le nostre mani? Ma non è stato uno scatto qualsiasi, perché stavolta eravamo armati di Instamax e da qui abbiamo lanciato la prima foto virale del nostro account Instagram Handmade_travel: cosa abbiamo fatto è tutto da scoprire! 😉
Mentre torniamo verso l’hotel notiamo, appena fuori la cerchia delle mura storiche, un ristorante che per posizione e struttura ci ispira moltissimo: lo cerchiamo su Tripadvisor e le ottime recensioni confermano l’intuizione, così una volta in hotel facciamo disdire il primo ristorante prenotato e ci facciamo riservare un tavolo in quello nuovo. Come sarà?
Lo scopriremo presto, prima però ci prendiamo un po’ di tempo per una nuotata nella piscina dell’hotel e un bagno caldo in stanza. Dopo la ricarica torniamo di nuovo in strada per fare un aperitivo prima di cena, un aperitivo a base di birra. Avevamo individuato Beers Yesterday’s World, un bar-negozio dove puoi comprare (quasi) tutto l’arredamento e l’oggettistica presente. E qual è il tema? Semplice: l’originale piaga creativa del XXI secolo: il vintage! Però non avremo la possibilità di riprovare le sensazioni polverose vissute in locali simili durante l’ultimo viaggio a Cracovia, perché è domenica e lo troviamo chiuso: a quanto pare, quindi, la versione “negozio” prevale sulla variante bar e forse è giusto così. Per fortuna, poco distante, c’è ‘t Brugsch Bieratelier, un vero pub piccolo e molto caratteristico che offre una degustazione di 12 birre alla spina servite su una lunga asse di legno con i fori circolari per i bicchieri, in pratica il doppio di quella che abbiamo provato a Vilnius. Sono circa 2,5 litri di birre diverse e noi siamo solo in due: per quanto invitante la sfida è impari, quindi passiamo la mano e ordiniamo solo una bionda e una mora, rispettivamente Zot e Viven Bruin, consigliate dal simpatico barman Vincent (9.40 Euro).
Dopo un’oretta passata a vedere i clienti del posto avvicendarsi al bancone, sotto un insolito soffitto tempestato di banconote provenienti da tutto il mondo, ci muoviamo verso t’ Bagientje, il ristorante “alternativo” di questa sera. Sin dall’ingresso sentiamo di aver azzeccato la scelta: tende scure in velluto pesante, luci soffuse, pavimento in legno e grandi tavoli con al centro composizioni fatte con la cera accumulata dalle candele che creano un’atmosfera rilassata. Anche il modo di servire è stato gradevole: portano a tavola i coperti insieme a pentolini caldi che contengono il cibo ordinato, ti servono una porzione nel piatto e lasciano il pentolino per i bis. Così, attingendo a più riprese, ci siamo gustati un ragout di agnello con patate e verdure, e uno spezzatino di coniglio con salsa di prugne e crocchette di patate. Da bere ancora una Zot e una Jupiler, accompagnate nell’attesa dalle famose patate fritte belghe. Cena molto soddisfacente, migliore di quella di ieri e per una cifra minore: 46.75 Euro.
La serata non è finita, perché decidiamo di tornare al Markt per vederlo illuminato di notte. Ci aspettavamo uno spettacolo più suggestivo ma non è niente di memorabile, quindi restiamo giusto il tempo di fare qualche foto d’ordinanza e poi rientriamo verso il Floris.
Due giorni così sono perfetti per visitare bene Bruges, siamo molto contenti di questa scelta e ci sentiamo appagati dalle cose viste, domani possiamo partire serenamente per visitare Bruxelles.

Quanto abbiamo camminato oggi? 12,5 km

03/04 Bruges – Bruxelles

Alle 08:30 siamo pronti per lasciare Bruges, prima però c’è da fare la nostra ricca colazione e preparare le valigie. Dopo il check-out raggiungiamo in 20 minuti la stazione e prendiamo il treno delle 11:08 per Bruxelles, questa volta rispetto all’andata non avremo cambi da fare né supplementi per il passaggio dall’aeroporto. Quindi paghiamo il biglietto 14.70 Euro e dopo un’ora e dieci minuti siamo già a Bruxelles.
Anche qui la scelta dell’hotel è stata strategica per ottimizzare il tempo a disposizione, ci bastano cinque minuti per arrivare all’Hotel Agora Brussels Grande Place che è perfettamente posizionato anche rispetto a ciò che intendiamo vedere durante il nostro breve soggiorno.
Siamo in anticipo rispetto alla consegna della camera, quindi lasciamo le valigie, prendiamo una mappa e usciamo subito per andare al quartiere dei musei. Durante il tragitto ci fermiamo a scattare un’altra foto istantanea dal belvedere che affaccia sui Jardin du Mont des Arts e procediamo per visitare il museo di Magritte, solo che una volta arrivati scopriamo che il lunedì è chiuso. Quindi continuiamo la nostra passeggiata visitando la chiesa di Nostra Signora du Sablon – con magnifiche vetrate colorate – e all’uscita ci dirigiamo verso l’imponente Palazzo di Giustizia che nostro malgrado è completamente rivestito dall’impalcatura di un restauro in corso. Ci accade spesso, siamo perseguitati dai tubi Innocenti!
Il palazzo è stato per lungo tempo uno dei più grandi del mondo e decidiamo di dare un’occhiata all’interno, così superiamo i controlli di sicurezza e facciamo una rapida visita agli ambienti maestosi in stile neoclassico. Il palazzo non è propriamente una meta turistica in quanto ospita realmente procedimenti giudiziari, ma vale la pena visitarlo per i maestosi interni che ci hanno ricordato la stazione Grand Central di New York e poi perché è interessante vedere i togati al lavoro in un ambiente così carico di significati. Ci affacciamo a un’udienza in corso con la stessa curiosità con cui ammiriamo il belvedere del grande palazzo che sovrasta la città.
Una volta fuori facciamo la nostra sosta nel parco Petit Sablon, un piccolo angolo di pace per uno spuntino circondati da aiuole verdi curatissime, tulipani in fiore e una grande fontana gorgogliante.
Con la pancia piena torniamo verso il punto di partenza e, prima di procedere alla scoperta del centro storico, ci fermiamo in hotel per prendere possesso della stanza e poi subito a visitare la Grand Place, il salotto di Bruxelles dista neppure tre minuti da dove siamo. Che dire, il colpo d’occhio è magnifico, i palazzi sono imponenti, le facciate – tutte risalenti al 1600/1700 – sono finemente decorate con stucchi e ori. Ci sono i simboli delle varie gilde, le corporazioni di categoria, che competono tra loro per la più prestigiosa, grande, insolita, rappresentativa, in un gioco di allegorie e simbolismi che dona alla piazza un aspetto unico.
Da qui proseguiamo lungo una delle sei strade che sboccano nella piazza principale che si collega con il Palazzo della Borsa, un’altra grande struttura in marmo che sulla facciata principale è decorata anche con alcune sculture di Rodin. Giriamo lungo il perimetro del palazzo e notiamo che attorno la piazza, paradossalmente a pochi metri dall’elegante e sorvegliata Grand Place, l’atmosfera non è delle migliori: nonostante l’area molto centrale sembra sia una zona trascurata e poco sicura.
Da qui seguiamo le indicazioni per andare a vedere l’altra attrazione-simbolo di Bruxelles: il Manneken Pis, la piccola statua di un bambino sfrontato che dal 1618 fa la pipì davanti ai tantissimi turisti che vanno a visitarlo. In questa zona la densità dei negozi che vendono waffle è altissima e quindi cediamo alla ricetta classica: cialda 20 riquadri con spolverata di zucchero a velo (1 Euro).
A questo punto la passeggiata diventa una caccia al souvenir della capitale d’Europa, si comincia con le immancabili calamite e t-shirt, poi ciabattine e una prima confezione di cioccolato arancia e sale. Prima del calar del sole andiamo a visitare la concattedrale dei Santi Michele e Gudula, risalente al 1519, e la troviamo maestosa, bianca, con due torri altissime a caratterizzare la facciata gotica.
Rientriamo in hotel lungo una strada piena di ristoranti con i “buttadentro” appostati a ogni angolo, quindi nonostante la fame abbiamo un’idea chiara sulla zona da escludere per cena. Si sta facendo tardi, la scelta è vastissima e nell’incertezza decidiamo ancora di affidarci a un’indigena: la receptionist del nostro hotel si è dimostrata molto in gamba al nostro arrivo, e si confermerà tale anche nel suggerire e prenotare uno dei suoi locali preferiti. La nostra richiesta è stata la solita: nessun posto per turisti! E ci ha consigliato bene, perché sarà questa sera che faremo la miglior cena del viaggio. 9 et Voisins è situato proprio dietro la Borsa, arriviamo affamati come lupi alle 21:00 in punto e abbiamo subito buone sensazioni: locale caldo, accogliente, con arredamenti essenziali e con una grande lavagna affissa alla parete: lì c’è la cosa che ci interessa di più, il menù. Ci facciamo ispirare dai nomi sconosciuti e chiediamo conferme ai camerieri, così ci ritroviamo nei piatti una stoemp sausage, salsiccia servita con purè di patate e carote; e un jambonneau moutarde l’ancienne, importante cosciotto di maiale spennellato di senape: ottimo. Per mandare giù questo bendiddio abbiamo scelto una birra bianca e due Ciney blond. Non solo è stata la miglior cena delle tre fatte in Belgio, ma anche il conto è stato il migliore: 39.52 Euro. Sempre bello lasciare un luogo con il ricordo di un buon sapore…

Quanto abbiamo camminato oggi? 11 km

04/04 Bruxelles – Roma

Giorno di partenza sì, ma con calma. Abbiamo mezza giornata a disposizione e non intendiamo perderla, facciamo colazione da Gaufres de Bruxelles, il bar convenzionato con l’hotel, dove ordiniamo due tipi di waffle, succo di arancia e the per 8.40 Euro, le bevande sono state gentilmente offerte dall’hotel. Siamo pronti per il secondo tentativo al museo di Magritte e stavolta va tutto liscio: l’ingresso costa 13 Euro per l’intera struttura museale oppure 8 Euro per vedere solo i padiglioni dell’artista belga, uno dei nostri preferiti insieme a Salvador Dalì che ci siamo gustati abbondantemente a St. Petersburg, durante il nostro ultimo viaggio in Florida.
Complessivamente, però, il museo di Magritte è stato una delusione perché le opere più conosciute non sono lì, ci sono tantissimi studi e altrettante opere minori ma il meglio di questo artista l’abbiamo già visto in altri musei, per esempio al MOMA di New York. Da notare: nel passare da un piano all’altro del museo ci siamo goduti un bel panorama sulla città e abbiamo individuato lo scintillante Atomium, il terzo grande simbolo di Bruxelles.
Dopo la visita torniamo verso il centro storico e ci fermiamo a fare uno spuntino da Belgian Frites Papy famoso da 30 anni per le sue patatine fritte, scegliamo la ricetta classica con maionese (3.20 Euro) e siamo subito pronti per la missione finale: comprare la famosa cioccolata belga.
Allora, nel centro storico la scelta è vastissima, ci sono tante pasticcerie con vetrine che strabordano di delizie decorate e grezze: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ci sono tante negozi che vendono cioccolata confezionata, di ogni tipo, misura, peso, forma, gusto. Sono probabilmente tutte buone ma la nostra scelta è ricaduta su L’Art du Chocolat, un pasticceria classica, e capisci dov’è la differenza con le altri quando entri e senti quel profumo inconfondibile, quell’aroma che fa schizzare la glicemia alle stelle soltanto respirando.
Ci facciamo preparare un paio di confezioni con 32 cioccolatini bellissimi da vedere e buonissimi, per tutti i gusti: champagne, tè verde e lime, amarena, pralinati alle nocciole, arancia e frutto della passione, ganache di nocciola e marzapane, crema di limone, crema di nocciole, di tutto. Per concludere lo shopping più dolce ci abbiamo aggiunto dei cubetti da sciogliere nel latte per una vera cioccolata calda, al cocco, dark e alla menta (30 Euro).
Sono le 14:30 quando ci dirigiamo in stazione per fare i biglietti (8.80 Euro) e prendere il treno delle 14:55 che nel giro di 30 minuti circa ci porterà all’aeroporto di Zaventem.
Durante l’attesa del volo facciamo un rapido bilancio finale: ci sentiamo molto fortunati, abbiamo avuto dalla nostra parte un meteo splendido a dispetto di quanto si dice sul Belgio, cioè un Paese spesso piovoso, e abbiamo trovato perfetta la soluzione di trascorrere due notti a Bruges e una a Bruxelles, e non viceversa. Per la nostra dimensione, orientata alla ricerca di luoghi alternativi, più a dimensione d’uomo rispetto alle metropoli (sempre più spesso troppo simili tra loro) è stato un abbinamento perfetto: Bruges la ricorderemo a lungo!

Ma alla fine, quanto abbiamo camminato? 37,8 km

Note
Hotel prenotato su Booking
Guida di riferimento: Brugge e Bruxelles di Lonely Planet
Libro letto su Kindle: Topkapi di Erik Ambler